venerdì 29 gennaio 2010

Amano Dio e votano Emma


Non è che uno la fede se l’aggiusta a modo proprio ma per come s’è ridotta Santa Romana Chiesa altro non resta che regolarsela al modo antico, ovvero: prendetevi solo la Messa dai preti, per il resto, tenetevi alla larga. O meglio: spezzate loro la schiena. E’ una versione maccheronica di una frase che in lingua originale rende al meglio ma non si sta officiando un tradimento nella traduzione – non più grave almeno di quello che la dottrina cattolica ha consumato sulla carne del popolo nel momento in cui il sacerdote ha mostrato il culo a Dio girando l’altare per andare incontro alla voga dei tempi nuovi – qui si sta celebrando un sano sentimento di vendetta. Che meraviglia, allora, se la fede uno se la combina in solitudine, faccia a faccia col legno della Croce, con le preghiere a suo tempo insegnate dalla nonna, coi fiorellini e gli uccellini e senza più la “cena” loro, quella dei signori preti di vaticanisecondi, secondi in tutto verrebbe da dire, arrivati ultimi al traguardo dello Spirito. La loro Messa, appunto, è una cena buona per gli eretici: fatta col simbolismo di un ammaestramento etico – state buoni, se potete - e non con la carne sanguinolenta del Sacrificio.

La loro Messa è solo una stanca schitarrata, con tutti quei citrulli che nell’alleluja fanno mostra di svitare le lampadine.
Diocenescampi poi di quelli che recitano il Pater tenendosi per mano, s’è persa la fierezza militare della preghiera nelle chiese dell’orizzonte romano, troppa Bibbia infine, proprio troppa. Non s’era detto – e s’era detto nei gloriosi secoli del Medioevo – che quelle allegorie necessitavano di un attento filtro altrimenti il rischio era grande, non ultimo quello di una malattia che avrebbe fatto dell’Evangelo una favola tra le favole? E non avevano forse i Dottori della Chiesa raccomandato di aderire alla logica secondo Aristotele, ai libri della Repubblica secondo Platone, al nitore di Cicerone, alla luminescenza di Virgilio e a tutta quella bella sapienza d’Europa, proprio quella che parla col nostro stesso sangue, custodita e salvata a Granada, a Siviglia a Baghdad e ad Iskandria da quei beduini abbacinati dal deserto?

A frequentare le parrocchie cattoliche, ormai, si corre il rischio di farsi fare solo la morale. Tipo: tenete pulito il dito, in qualche buco dovrete pur metterlo. E a far flanella nei banchi di Santa Romana Chiesa s’impara l’arte ambigua del saperla lunga ma giusto per buttare una benedizione addosso al primo Cireneo e poi sbrigarsela con Anna e Caifa. Tutte le benedizioni al gregge si sono rivelate aspersioni di generiche promesse. E non sia mai speranze di un Aldilà. Mai che in una qualsiasi chiesa, infatti, si trovi qualcuno che parli di metafisica, di spirito, di anima e di poesia.

Solo dispensatori di un nuovo esordio presso la coscienza dell’uomo in cammino si trovano. E solo di questo parlano. E di ovvie premure ai diseredati là dove la carità diventa adesione ad un progetto di assistenza sociale, non pietas per come avevano insegnato i padri veri nostri, quelli di Atene e di Roma. Quelle della fabbrica cattolica sono solo aspersioni fatte con l’acqua falsa del meretricio moralistico. E si sa: fin tanto che il dito è pronto, la natica può sempre apparecchiare il lavacro. Figurararsi se moralmente ineccepibile non diventa anche un’Emma Bonino. Altro che, proprio là dove la politica di una Chiesa gettata nel mondo è pratica di furbizia e di soli comparaggi, solo questo ci si può attendere. E moralmente anche una Bonino – esemplare raro di integrità radicale – deriva dalla dogmatica del diritto, del desiderio e della cieca fede nelle sorti progressive della modernità perché è così fedele al secolo da essere una cosa sola con la Chiesa di base. La Chiesa, insomma, è solo un patronato sociale la cui identità non è la verità, piuttosto la legalità, la democrazia e l’impegno.

E figurarsi quanto può esserlo allora – quanto diventi i-nec-ce-pi-bi-le – un cattolico adulto attento al mondo, alla fame nel mondo, alla pace nel mondo, al progresso del mondo e alle mutande del mondo. Tutto è mondo nel messaggio romano. E il Vaticano, sfinito dalla resa a Satana, è ormai lo sprofondo del mondo. Mai che da una Messa cattolica si venga via alzando il naso al Cielo, e se vale ancora la lettura del Taras Bulba di Nikolai Gogol, bene facevano allora quei Santi cosacchi ad inseguire fin dentro le loro latrine, i cattolici infidi, corruttori della vera fede, moralisti dalla schiena stanca, progenitori della petulante malinconia declamatoria la cui regola è confermata nella seconda massima della teologia popolare: amano Dio e fottono il prossimo.

Fottono soprattutto chi, fuori dalla Chiesa, viene in loro soccorso quando i tempi sono duri. A voler offrire un esempio che ci guadagnerà il disprezzo e l’inimicizia della gente dabbene, diamo ben volentieri uno, il peggiore: quello del Generalissimo. Parliamo proprio di quel Francisco Franco che si partì dal Marocco con i suoi soldati per difendere i sacerdoti e le suore dai repubblicani che, in Spagna, se li andavano a cercare fin dentro i conventi e i seminari per scannarli quali agnelli al macello. La cattolicissima Spagna dovette assistere perfino alla fucilazione del Cristo Redentore e quando Franco restituì al popolo il proprio pastore fu questo stesso pastore a tramare contro la Dittatura provvisoria, in combutta con gli assassini, tramutati in gingilli del glamour liberal-democratico e cattolico senza eccezione alcuna. Ci si meraviglia perciò se nei tempi bui, e privi di luce sono questi giorni di orgogliosa modernità, nelle terre un tempo pontificie le chiese sono state svuotate di verità per fare largo alla malia del tempo che fa?

E sempre per concludere con chi ha inchiodato Cristo, a farsela raccontare da chi sta nelle chiese d’oggi, se di Gesù ne fecero un morto in Croce, pare che i due pii sacerdoti del Sinedrio qualche ragione dovevano averla avuta. Ciò se ne deduce, perché, sempre secondo loro, torto ha Giovanni Papini e nell’empietà incorre Mel Gibson, così come tutti i penitenti in processione, per la Passione. E non sia mai che del Golgota si faccia oggi una Religione, anzi, a regola di predica moderna e conciliare, quella morte comminata per tramite di supplizio, voluta a gran voce dalla plebe, è solo un incidente nello svolgersi dell’umanità in cammino. Pari a quella dimenticanza che è la non vita dei non nati, vorremmo obiettare, altrimenti dovrebbero farsi prendere per pazzi i preti con tutta questa umanità distratta rispetto al Venerdì Santo.

Ma sono cose di pazzi: accorgersi di un figlio di Dio e metterlo a morte è un non averlo fatto nascere. Sono proprio cose di un’epoca svenduta al Dubbio. Non sia mai nasca un altro incidente postumo hanno cancellato anche l’Eucarestia. Questo è quello che hanno fatto col Vaticano II, l’hanno ridotta a simbolo, e prova ne sia che la Messa non butta a terra, in ginocchio, nessun astante. Nella Santa Messa ortodossa l’Eucarestia esige un’Ostia in forma di mollica inzuppata nel vino caldo. Ciò è fatto in memoria del Corpo: una poltiglia tiepida di carne irrorata di Spirito. Questo vuole dire. Nella celebrazione d’Oriente, infatti, il Rito – raccolta la Comunione col cucchiaio dal Calice – costringe il tempo all’ascolto dell’Eterno, quando hanno smontato il comunismo in Russia, per dire, in Occidente si sono dovuti rassegnare all’evidenza: nessuno se n’era andato via dalle chiese. E c’era stato Lenin, altro che Bonino ma da queste nostre parti, così, da zuzzerelloni, la vanità supplisce alla tragedia.

Non è che uno la fede se l’aggiusta a modo proprio ma per come s’è ridotta Santa Romana Chiesa altro non resta che regolarsela al modo antico e prova tra le prove che l’Antico mai si sbaglia è che padre Pio la Messa se la diceva con l’Altare a Muro. E non fu visto mai, il Santo, padre cappuccino, dare la particola sulla mano dei fedeli. E si rifiutò di vedere politici in qualsivoglia foggia democratica o finto cristiana. Neppure ministri. Piuttosto solo squadristi.

(di Pietrangelo Buttafuoco)

Veneziani: la sinistra si condanna al Prodi-tris


L’invito di Sergio Chiamparino a “superare il Pd” e a creare dopo le regionali un “nuovo Ulivo” inasprisce ancor di più lo scontro interno al Partito Democratico, scosso dalla vittoria di Vendola e dalla fine del cosiddetto “laboratorio politico” pugliese. Il Pdl si ritrova invece a inseguire l’Udc, preoccupato dal “fenomeno Vendola” e dalla sfida delle regionali, che stava forse iniziando a sottovalutare. Marcello Veneziani commenta per ilsussidiario.net il delicato momento della politica italiana.

Domani, in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario, l’Anm protesterà contro l’esecutivo abbandonando l’aula. Dopo le ultime dichiarazioni di Fini il centrodestra sembra aver ritrovato una certa unità sul tema della giustizia. Come giudica l’operato del governo in questo ambito?

Il centrodestra alterna dichiarazioni distensive a toni perentori. A mio parere dovrebbe impegnarsi maggiormente a stemperare il clima recependo alcune istanze dei magistrati e dell’opposizione, anche se questo a una certa magistratura non basterebbe comunque. Le dichiarazioni di Fini segnano sicuramente un ritrovato accordo con Berlusconi e effettivamente suscitano qualche curiosità, anche se non è dato di sapere quali siano i motivi che stanno dietro a questa intesa.

Il Pdl sembra comunque più preoccupato delle regionali e alle più delicate…

In effetti colpisce molto il ritardo con il quale il centrodestra si sta muovendo. L’alibi di voler aspettare le mosse dell’avversario, come successo in Puglia, non regge più. Ha sottovalutato molte situazioni e si ritrova a rincorrere quei candidati che potrebbero rappresentare un’ancora di salvezza.

Dove rischia di più?

Certamente in Puglia e in alcune regioni chiave come il Lazio. La Polverini sulla carta è vincente, ma la capacità emotiva della Bonino è molto forte. Al nord invece la Lega potrebbe mettere in atto il sorpasso. La scelta di inseguire Casini mi sembra giusta, ma, come dicevo, tardiva.

Il Pd attraversa invece un momento delicatissimo, dilaniato dalle lotte intestine, dalle critiche di Romano Prodi e dagli scandali. Ieri si è aggiunta la proposta di Chiamparino di riazzerare tutto dopo le regionali per costruire un “nuovo Ulivo”…

Nel centrosinistra sta iniziando a circolare una forte nostalgia di Romano Prodi, che rappresenta il leader di una stagione di vittorie. Gli errori dell’attuale segreteria del Pd non fanno altro che aumentare questi sentimenti, anche se non bisognerebbe scordarsi del fatto che alcuni degli ultimi autogol sono imputabili allo stesso Professore. Lo scandalo del sindaco di Bologna, Delbono, è solo un esempio.

Secondo lei Prodi scenderà in campo riproponendo così l’eterno scontro con Berlusconi?

Per adesso Prodi si limita a dire che ha salvato la sinistra due volte e non è più disponibile a farlo, in realtà sembra coltivare un desiderio di acclamazione. A rinforzare le possibilità di un’ipotesi di questo tipo è lo stato del Pd, che si sta accartocciando su se stesso. Se il centrosinistra continua a rimpiangere le stagioni in cui versava in condizioni migliori il recupero di Prodi (o di un suo fedelissimo) sembra fatale.

Non crede a chi indica invece Nichi Vendola come futuro leader della sinistra?

Vendola ha certamente la capacità emotiva per diventare un punto di riferimento nazionale, ma non mi sembra né un affidabile amministratore regionale, né un leader politico con un grande respiro strategico. È un leader populista certamente capace di suscitare passioni politiche.

La linea di Bersani e D’Alema, mai così sotto attacco, è quindi destinata a soccombere?

L’attuale dirigenza del Pd è in evidente difficoltà. Una sconfitta elettorale alle regionali sarebbe la fine. Sulla carta il disegno di Bersani era quello giusto: riconversione alla socialdemocrazia nel segno della tradizione europea, senza sogni all’americana. Il Pd però è rimasto un partito a sovranità limitata, nel quale ogni segretario deve tener conto delle baronie interne e delle innumerevoli influenze esterne. L’ultima speranza è un clamoroso successo alle regionali.

Se questo è lo stato di salute dei due principali partiti, come sta il bipolarismo italiano?

Il bipolarismo è in evidente crisi e continua a reggersi solo in forza della presenza di Berlusconi. Al di là di questo non ha motivi per sopravvivere. Il bipartitismo invece è stato bocciato sia a livello elettorale che di cultura politica. A mio parere stiamo andando incontro a una scomposizione e una ricomposizione del quadro.

In questa prospettiva quindi Casini rischia di trovarsi favorito?

Casini porta avanti un gioco vecchio che rischia però di dettare le regole nella politica di domani. Se crollasse il bipolarismo si ritroverebbe in mano un fatturato politico molto alto.

Il direttore de Il Riformista, Antonio Polito, da queste pagine ha ipotizzato una convergenza tra i diversi disegni post-berlusconiani di Fini, Casini e Montezemolo. Lei cosa ne pensa?

Sono progetti aleatori, ancora condizionati dalla presenza di Berlusconi. Casini però porta avanti un progetto nel solco della tradizione politica democristiana e sulla base di un partito che ha una sua consistenza. Gli altri due rischiano di attraversare il deserto e finire nella terra di nessuno, a meno che riescano a intercettare popolazioni in esodo dal centrodestra o dal centrosinistra.

Da ultimo, un giudizio sulla polemica che ha coinvolto Roberto Saviano, “reo” di aver ammesso la sua frequentazione delle opere di Ezra Pound, Céline, Evola…

Saviano ha mostrato la sua libertà e la sua intelligenza critica, confermando il suo coraggio. Il conformismo che invece insorge contro di lui dimostra che esistono ancora degli steccati di intolleranza e di odio che continuo personalmente ad avvertire. E' un clima palpabile anche nei confronti di persone totalmente estranee a un certo humus e a un certo habitat culturale che si "permettono" di citare degli autori che considerano degni di attenzione.

L'ostacolo delle idee non è la censura ma il nostro provincialismo



L’episodio è stato riportato ieri sul Corriere della Sera da Pierluigi Battista ed è servito come spunto al suo elzeviro intitolato: “Se contro intellettuali e libri si sfodera l’arma dell’ostracismo”. Si tratta di un libraio milanese che fuori dal proprio esercizio ha appeso un cartello sul quale annuncia l’indisponibilità a vendere l’ultimo libro di Bruno Vespa. Di qui una breve rassegna sui sempre più numerosi “casi” di guerra a suon di libri e censure. Non ultimo quello relativo allo scandalo, se così vogliamo chiamarlo, destato da Roberto Saviano all’indomani delle dichiarazioni rilasciate su Panorama ove afferma di essere un lettore ci Céline, Pound ed Evola, scrittori notoriamente di “destra”. Autore dell’intervista a Saviano è Pietrangelo Buttafuoco, che a nostra volta abbiamo deciso di intervistare per chiedergli un parere in merito alla vicenda.

Dottor Buttafuoco, come giudica il gesto di utilizzare come stendardo della propria attività la frase “non vendiamo l’ultimo libro di Vespa”?

Tutto ciò mi ricorda la celeberrima, ma ormai rimossa e affidata alla archeologia della memoria, frase appesa all’ingresso del ristorante di Piero Chiambretti. C’era un cartello che diceva la stessa identica cosa: «qui non si servono i dipendenti Fininvest». Fininvest, come allora si chiamava. E forse un’affermazione di questo tipo, letta alla luce dei tempi, può sembrare anche divertente o per lo meno sarcastica. In questo caso si verifica il moto contrario del meccanismo della logica di Carlo Marx per la quale i grandi fatti si presentano dapprima come tra come tragedia poi come farsa. Qui da farsa si rischia di passare a un atteggiamento sociale assai triste. Sono gesti insensati e patetici, soprattutto in un Paese che, con buona pace di tutti, è lungi dall’essere sotto una dittatura.

A questo proposito. È esagerato parlare di una dittatura nascosta del politically correct? O di un eterno scontro politico, destra e sinistra, che come ha detto Pierluigi Battista, usa come arma l’ostracismo?

Premetto che sono totalmente d’accordo con l’analisi riportata da Pierluigi Battista. Ma più che parlare di dittature, cosa che non fa nemmeno lui, credo che la tragedia culturale derivi piuttosto da una sorta di diffusa pigrizia. La critica verso l’avversario, l’ostracismo è oramai un riflesso condizionato dettato da una forma di pigrizia intellettuale che colpisce in primo luogo le elite di quella che dovrebbe rappresentare la casta sacerdotale degli “acculturati” e che tale non è. Oggi si tratta piuttosto di una casta di privilegiati. E come tutte le caste si arroccano su prese di posizione che inevitabilmente li rendono retrogradi e arretrati. Per quel che riguarda il ruolo della politica che Dio ce ne scampi. La politica faccia politica e cultura politica. Quelle che oggi percepiamo ancora come contrapposizioni ideologiche sono per fortuna pallidi fantasmi del passato che non fanno più paura a nessuno e possono soltanto soddisfare le ultime sacche di narcisismo che hanno ancora un margine di mercato editoriale.


Eppure lo scrittore Saviano si trova al centro di polemiche per aver dichiarato di essere un frequentatore della letteratura tradizionalmente di destra Pound e Julius Evola. Vincenzo Consolo ha rifiutato di sostenere un’iniziativa di Einaudi in favore dello scrittore

In realtà i motivi di questo ritiro non sono ancora certi. Se Consolo ha ritirato o meno il suo contributo per questo motivo non so se sia vero. Ma se è vero si è trattato di un gesto di imbecillità. Stimo Vincenzo Consolo e non lo reputo affatto un imbecille, ma giudico il suo gesto come un atto di imbecillità. Per chiudere il giudizio di prima sulla politica direi che si tratta di episodi che dal punto di vista culturale incidono davvero poco e sono il retaggio di una cronica provincialità che investe i supposti soloni del nostro Paese. Scaramucce che lasciano il tempo che trovano.

Esistono secondo lei dei canali privilegiati per la diffusione di un certo tipo di pensiero o di idee?

Io non credo tanto nei canali quanto nella professionalità di chi il pensiero lo diffonde. La professionalità non è una dote di per sé solo positiva. Esiste anche una professionalità della menzogna. È certamente vero che questa si afferma a maggior ragione quando dispone di un paracadute ideologico, ma, ripeto, si tratta sempre di più di forme marginali che oramai stanno raggiungendo una fase caricaturale.

Non sembra tanto preoccupato dalla censura o dall’ostracismo quanto dalla grettezza culturale dei tempi odierni. È così?

Il fatto è che ci si accapiglia sui problemi della censura quando oramai non si può censurare più alcunché. Le opere, i libri si censurano da sé. I prodotti che passano di moda o che non riescono a reggere il confronto con altri si auto annullano. A maggior ragione ciò accade nell’epoca del web. Nel mondo della rete, dove tutto è pubblicabile, tutto e il suo contrario, la censura è un argomento usurato, vecchio, che non esiste più. La vera minaccia per le idee, l’arte, la letteratura risiede piuttosto nella vastità del mondo virtuale, all’interno del quale davvero esiste tutto e il suo contrario. Sul web si può scrivere qualsiasi cosa e fomentare una divulgazione facile, priva di fonti e di verifica dei dati. Il rischio è la perdita di autorevolezza o la dispersione dei prodotti validi che si affacciano su internet a causa della pletora di contenuti.


Crede che la potenza contenuta in un’opera d’arte o in un’idea sia sufficiente a infrangere il muro della censura o del disinteresse? Viene in mente la recente pubblicazione del libro di Guido Morselli, “Il Comunista” scritto nel ’76, ma trascurato per anni dagli editori.

Guido Morselli è la dimostrazione che un’idea forte può riuscire a prevalere. La sua opera è riuscita a sopravvivere alla morte dell’autore e si è diffusa. Ai suoi tempi la censura era sì di stampo molto più ideologico che non oggi. Ma è inevitabile che anche oggi moltissime opere preziose si perdano e ciò dipende dal fatto che non trovano la possibilità di venire fuori in questo affollarsi di parole. Non è solo colpa del web. La dispersione di contenuti di cui parlavo prima riflette il vuoto culturale relativista dei nostri tempi. Mai come oggi, epoca di enorme appiattimento culturale, bisogna invocare le muse protettrici delle arti.

Quali sono secondo lei le cause che hanno portato a ciò che lei chiama appiattimento culturale?

Ne vedo solo una: è un’orrenda metastasi della democrazia. Il fraintendimento del principio democratico il quale ha reso possibile che chiunque, anche se non qualificato a farlo, possa dire la sua su qualsiasi cosa. Questo ha portato all’odierno clima relativista. Se Carmelo Bene fosse ancora vivo direbbe senz’altro che l’attuale panorama culturale è “condominiale”.

giovedì 28 gennaio 2010

Licenziata per una fetta di formaggio. Ma il giudice condanna Mc Donald's

«E' solo una fetta di formaggio». Il pronunciamento del giudice di Leeuwarden, nel nord dei Paesi Bassi, passerà probabilmente alla storia: è con questa frase, infatti, che il magistrato ha sancito la sconfitta del colosso della ristorazione veloce Mc Donald's, che nei mesi scorsi aveva licenziato una propria impiegata ritenuta colpevole di avere danneggiato la società aggiungendo, appunto, una fetta di formaggio al panino preparato per un collega. Un gesto compiuto probabilmente in buona fede ma che è stato considerato una violazione delle regole interne della catena americana di fast food che prevedono appunto il divieto di trattamenti di favore nei confronti di amici, famigliari o degli stessi colleghi.
La commessa che si era resa «colpevole» dell'arricchimento «indebito» del panino destinato ad un altro lavoratore come lei - sostanzialmente un semplice hamburger era stato trasformato in un cheeseburger e quindi per l'acquisto sarebbe stato necessario pagare una somma maggiore, seppure se di pochi centesimi - non era stata semplicemente richiamata. Il suo capo l'aveva messa direttamente alla porta, interrompendo con cinque mesi d'anticipo il contratto a tempo determinato che la legava alla società. Non aveva voluto sentire ragioni e per questo la ragazza aveva poi deciso di rivolgersi alla magistratura ordinaria. Il giudice ha approfondito il caso e alla fine ha ritenuto davvero spropositata la misura del licenziamento per una violazione di così lieve entità. Secondo il tribunale, un semplice avvertimento sarebbe stata una misura più che sufficiente per quella che evidentemente è stata giudicata solo una violazione della policy interna e non un vero danneggiamento nei confronti dell'azienda. Al punto che Mc Donald's è stata condannata a risarcire la propria ex dipendente con una somma di circa 4.200 euro, ovvero la somma corrispondente ai cinque mesi di lavoro persi.

No al burqa ma niente guerre di religione


Via, togliamoci il burqa dell'ipocrisia e guardiamo in faccia la realtà. La guerra sul burqa non riguarda le popolazioni, non è una guerra civile ma simbolica. Già da loro il burqa è usato da una sparuta minoranza in alcuni paesi. Da noi quante donne islamiche indossano il burqa? Pochissime. La maggior parte di loro punta all'integrazione e vi arriva nell'arco di una generazione; magari usano il velo sul capo ma con il viso scoperto. E non mi pare che il chador o affini siano una minaccia alla nostra identità o un'offesa alla nostra costituzione repubblicana. Semmai è un ritorno alle madonne del nostro passato, alle vecchie di paese e di campagna, alle vedove con lutto permanente sul capo o ai fazzoletti in testa per caricarsi di ceste.
Le rare islamiche che da noi portano il burqa non lo fanno né per osservanza religiosa né per amor di tradizione, ma per una forma ostile nei confronti della nostra civiltà e una rivendicazione di appartenenza. Il nostro criterio dev'essere chiaro e fermo: rispetto di ogni tradizione religiosa purché non confligga con i nostri codici. Sì al chador, no al burqa, ovvero libertà di costume eccetto gli estremi, ovvero denudarsi in pubblico o barricarsi integralmente, volto incluso, perché dev'essere possibile identificare le persone. Sì alla preghiera sul tappeto verso la Mecca, no all'infibulazione; sì alla libertà di culto e all'osservanza religiosa, no all'obbligo violento al culto e all'osservanza religiosa. Libertà di edificare le moschee ma fuori dai centri storici, non a ridosso dei nostri santuari, costruite su suoli privati con soldi privati; e moschee trasparenti, cioè controllabili, perché non diventino covi di nemici e allevamenti di terroristi.
La vicenda può essere sbrigata con buon senso sul piano giuridico e pratico, evitando opposte crociate e assurde guerre di religione. Non perché la religione non conti e non vada rispettata, ma al contrario, perché qui non c'entra la religione e la blasfemia, ma l'ordine pubblico e il rispetto delle leggi.
Allora il discorso che resta in piedi riguarda i simboli e i principi. Che società vogliamo costruire nel nostro Paese? Che messaggio vogliamo dare agli italiani e agli immigrati? Qui danzano i vari modelli culturali: una società che assimila e integra, una società in cui le culture e le comunità restano distinte e parallele, o una società meticcia in cui mescolare le culture. Assimilazionismo, meticciato, melting pot, società multietnica o multiculturale...
La Francia ha fatto una scelta, ma non è una scelta nel nome della Tradizione europea e della civiltà cristiana, come pensano alcuni plauditores nostrani, soprattutto della Lega; è una scelta fatta nel nome della tradizione repubblicana e della rivoluzione francese che bandisce i simboli religiosi. Ovvero, la cittadinanza è l'unico spazio pubblico, le religioni sono un fatto privato. La scelta di Sarkozy non è una svolta ma una conferma, si riannoda a una tradizione laicista francese, comune a sinistra e destra. Infatti, ricorderete che anche Chirac aveva scelto la strada del disarmo bilaterale dei simboli cristiani e dei simboli islamici, e di ogni altra religione. E la Francia, di destra o di sinistra, a livello europeo, sostiene il Partito Laicista che nega la radici cristiane dell'Europa. A proposito di radici, l'altro giorno nel comitato per i 150 anni dell'Unità d'Italia un autorevole storico ha criticato la mostra promossa dal comune di Roma «Alle radici dell'identità nazionale», perché la parola radici evoca, a suo parere, una preoccupante matrice razzista. Ho dovuto ricordargli l'uso universale dell'espressione radici per indicare le origini e la provenienza e ho dovuto rammentare che il più celebre elogio delle radici l'ha scritto la pensatrice ebrea, operaista e repubblicana Simone Weil. È chi carica di significato razzista la limpida e naturale parola radici a darne una lettura ideologica e inquietante. Evoca più violenza l'opposto, lo sradicamento.
Ma torniamo al nostro discorso. Volete dunque seguire il modello francese? Penso che sia preferibile innanzitutto liberarsi dagli schemi e dalle rigide affiliazioni (modello francese, americano, british, brasiliano, ecc.) e tornare alla realtà. Noi siamo un paese nato e cresciuto nella civiltà cristiana e questo implica una cosa: rispetto della libertà e di ogni tradizione, ma a partire dalla nostra. La nostra civiltà, con le sue tradizioni, non può ritirarsi a vita privata, deve restare nello spazio pubblico: dal crocifisso ai mille simboli che informano la nostra vita civile. Dobbiamo avere un terreno comune su cui fondare la nostra vita pubblica. Ma a differenza delle teocrazie dev'essere possibile in questo contesto esprimere scelte, culture, religioni di altro segno. Rientrano nel diritto privato di ciascuno, di individui, gruppi e culture presenti e minoritarie. Purché non ferisca la sensibilità comune, ovvero le nostre tradizioni civili e religiose, e le nostre leggi, civili e penali. Come definire questa via? Io mi ostino a chiamarla comunità aperta, ovvero tutela della comunità e delle sue tradizioni ma senza chiusura né ostilità ad altre comunità o alla libertà dei singoli. Comunità aperta allo spazio multiculturale, rispettosa delle identità e delle differenze, a partire dalle proprie radici. Chi chiede la cancellazione dei simboli islamici, magari attaccandosi alla scelta di Sarkozy, non si rende conto che l'atto seguente è la cancellazione dei simboli nostrani e cristiani, come coerentemente fanno in Francia. Al contrario, penso che sia una ricchezza e una bellezza vivere in una società che si riconosca nel nucleo centrale della propria civiltà , attorniata da una libera costellazione di tradizioni minoritarie e di scelte individuali e di gruppo. Perciò difendo il diritto di indossare il chador, e a maggior ragione il diritto di esporre il crocifisso.
Torno infine al burqa. Mi capitò in un volo interno da Abu Simbel di una compagnia sudanese, di sedere a fianco di una donna col burqa. Aveva mani virili e ho pensato per mezzo viaggio che fosse un terrorista travestito. Per l'altra metà del viaggio invece ho cercato di capire cosa avrebbe fatto del vassoio di pietanze che ci avevano dato, come avrebbe potuto mangiare con quella saracinesca in bocca. Beh, è andata in bagno a mangiare o a cestinarlo. In quel momento ho incrociato il sorriso libero e sfacciato di una bella italiana che mi ha riconciliato con la vita.

(di Marcello Veneziani)

martedì 26 gennaio 2010

Pieronek contro Pacifici: racconta barzellette


"Il signor Pacifici? Racconta barzellette e dice cose fuori della realtà: questa storia della Polonia antisemita é falsa, una invenzione". Lo afferma Monsignor Tadeusz Pieronek, vescovo Polacco e legato a Giovanni Paolo II da amicizia. Spiega il Vescovo: "Credo che per un corretto e serio dibattito storico, libero da pregiudizi e vittimismi, gli ebrei dovrebbero chiedersi e domandarsi: che cosa fecero gli ebrei americani e le forze alleate in guerra per evitare quelle tragedie?. Poco o niente". Resta il fatto che spesso (ed anche ingiustamente, da quanto abbiamo potuto direttamente constatare nella Polonia, nazione quanto mai nobile, disponibile all'amicizia e al dialogo con tutti) si accusa la Polonia di sentimenti antisemiti. "E' un luogo comune assolutamente falso. Me lo hanno chiesto durante una conferenza che detti a Los Angeles e anche una giornalista francese. La Polonia non ha mai nutrito, tanto meno lo fa, sentimenti contrari agli ebrei. Chi presenta in questo modo la nostra nazione, é ingiusto e sbaglia. La trovo una invenzione offensiva per il nostro popolo".

Ma da che cosa dipende questa voce?

"Da persone che la storia non la hanno studiata. Nei campi di concentramento é innegabile che la maggior parte dei morti furono ebrei, ma nella lista ci sono zingari polacchi, italiani e cattolici. Dunque non é lecito impossessarsi di quella tragedia per fare della propaganda. La Shoah come tale é una invenzione ebraica, si potrebbe allora parlare con la stessa forza e fissare una giornata della memoria, anche per le tante vittime del comunismo, dei cattolici e cristiani perseguitati e così via. Ma loro, gli ebrei, godono di buona stampa perché hanno potenti mezzi finanziari alle spalle, un enorme potere e l'appoggio incondizionato degli Stati Uniti e questo favorisce una certa arroganza che trovo insopportabile".

Ritiene che, almeno in parte, la Shoah sia strumentalizzata?

"Certo che lo é. Viene usata come arma di propaganda e per ottenere vantaggi spesso ingiustificati. Lo ribadisco, non é storicamente vero che nei lager siano morti solo ebrei, molti furono polacchi, ma queste verità oggi vengono quasi ignorate e si continua con questa barzelletta nei confronti della Polonia. Lo ripeto, se Pacifici in Tv dalla vostra Annunziata, ha fatto affermazioni sulla Polonia, farebbe bene a informarsi meglio. Ha raccontato una barzelletta".

Eccellenza, ritiene che oggi gli israeliani rispettino i diritti umani verso i palestinesi?

"Vedendo le immagini di quel muro é innegabile affermare che si commette una colossale ingiustizia nei confronti dei palestinesi che sono trattati come animali e i loro diritti umani sono a dir poco violati. Ma di queste cose, complici le lobbies internazionali, si parla poco. Si faccia una giornata della memoria anche per loro. Certo, tutto questo non smentisce la vergogna dei campi di concentramento e le aberrazioni del nazismo".


Le dichiarazioni del vescovo Tadeusz Pieronek, ex capo della conferenza episcopale polacca, hanno provocato preoccupazioni tra i responsabili delle comunità ebraiche in Polonia e in Italia dopo essere state pubblicate sul sito Web http://www.pontifex.roma.it/ Successivamente Pieronek è apparso in tv per dire che le sue dichiarazioni sono state travisate e ha negato di aver pronunciato in particolare la frase, a lui attribuita, "l'Olocausto in quanto tale è un'invenzione degli ebrei". Ha detto anche di non aver "autorizzato" la diffusione dell'intervista, che era disponibile anche questa sera sul sito Web.

Il Pd perde anche contro se stesso


La gioiosa macchina da guerra del Partito democratico riesce a perdere anche quando gioca in casa con se stessa. Colleziona fallimenti e quando mancano le occasioni politiche ed elettorali, si costruisce le sconfitte con le sue stesse mani.

Tappezza le strade di manifesti, organizza macchine elettorali, enfatizza l’evento e si fa clamorosamente battere. Dice, ad esempio, che la Puglia è un laboratorio nazionale, esagera la portata delle primarie per rendere vistosa la sua disfatta, così quando il suo candidato viene così duramente sconfitto dal suo stesso elettorato, fa capire che la Puglia diventa il laboratorio della sconfitta nazionale. Ma, diamine, non riescono non dico a mobilitare i loro militanti ma nemmeno a prevedere quel che sarebbe successo? Ma dove vivono, in quale trullo della Puglia si erano rintanati? Pensavano che sarebbe bastato un bell’avviso giudiziario a Vendola a cinque giorni dalle primarie per farlo saltare? Lo sconforto diventa poi assoluto se si pensa che il regista di quest’operazione era il più intelligente di loro, il Cavour della sinistra in versione sadomaso: Massimo D’Alema.

Il terzo millennio è per lui una collezione di gloriose sconfitte: dalle regionali del Duemila, quando perse il posto a Palazzo Chigi, alle sconfitte interne al partito, dalle candidature bruciate dal Quirinale all’Unione europea, alla disfatta di Bari. Napoleone Malaparte. Una sconfitta dopo l’altra con una commovente abnegazione. Prendete pure il caso del povero Boccia, l’antagonista di Vendola, segnato nel cognome dal destino di perdente; lo conosco da ragazzo, è mio compaesano, è sveglio, giovane e presentabile, ma per due volte lo hanno fatto umiliare alle primarie, sconfitto sempre dallo stesso Nichi. Il Pd si fa sconfiggere perfino dai suoi morti, Rifondazione comunista in differita dal camposanto, batte il Partito democratico per tre a zero. Bandiera rossa trionferà. (Per la verità anche l’errore del centrodestra di non candidare la Poli Bortone e di lasciarla a Casini è un segno di masochismo fesso).

Vi invito a fare un piccolo consuntivo della situazione in cui si è cacciato il Partito della sinistra. Dunque il Pd è costretto a inseguire Di Pietro nella lotta a Berlusconi, a mendicare alleanze a Casini nella lotta alle regionali, a chiedere protezioni a Fini alla Camera; a incoronare la Bonino nel Lazio che di sua iniziativa ha deciso di candidarsi, a farsi incornare da Vendola in Puglia dopo averlo sfidato sul suo terreno preferito, il populismo delle primarie. E i nomi che vi ho fatto mostrano l’assenza di una linea di coerenza: non si possono inseguire il diavolo e l’acquasanta, diventando una versione passiva di Zelig il mutante, e farsi cattolici in Puglia, ammazzapreti nel Lazio, fingersi moderati per compiacere Casini e dirsi forcaioli per non farsi scavalcare da Di Pietro, farsi scappare i moderati Rutelli e Tabacci e poi farsi sconfiggere perfino dai comunisti con Vendola. È un partito trisessuale, travolto dalle amanti a Bologna, dai trans a Roma e dal gay a Bari. Non si può essere così psicolabili e mutanti.

So che la sconfitta di Bari produrrà conati di nostalgia per Prodi e Veltroni, e magari la convinzione che con Franceschini il Partito non aveva raggiunto il punto più basso. Come avrete notato, finora non ho nemmeno citato il suo leader, Bersani, di cui non ricordo nulla di significativo da quando guida il suo partito. L’unica cosa che mi ha colpito è di natura personale: mi ha fregato qualche sera fa la busta della spesa in un piccolo supermercato vicino a largo Argentina, a Roma, perché era impegnato al telefono a organizzare la sconfitta del partito e non badava a ciò che stava facendo. Perfino il cassiere quando ha visto la scena mi ha guardato e ha alzato le spalle; come a dire, che vuol farci, non ci sta con la testa. Mi è parsa la metafora del suo partito di oggi che finge di stare in mezzo alla gente, ma poi perde il senso della realtà che ha davanti per restare attaccata, via telefono, al Palazzo e alle sue diramazioni. Ecco, oltre questa trascurabile inezia non so dire nulla di Bersani, non mi pare che sia lui il colpevole della situazioni ma mi pare che non sia lui a guidare il partito; piuttosto si fa guidare telefonicamente nel supermercatino della politica dai disastrosi tom tom del suo partito, più alleati veri o potenziali.

Mi pare infine curioso e meritevole di riflessione, lo strano trionfo di Nichi Vendola. Era agonizzante sul piano politico, la sua giunta era stata travolta da una serie di scandali ed errori sulla sanità e non solo. Ma la lotta che gli ha fatto il suo partito, prima scagliandogli il sindaco di Bari Emiliano, poi il giovane Boccia, infine organizzandogli il suo trionfo con le primarie, lo hanno ringalluzzito. E la cosa divertente è che lui, comunista, ha fatto una campagna da solista, in pieno stile americano: «Solo contro tutti», che poi diventava «Solo con tutti», era il suo doppio slogan. Una campagna populista e solitaria, da leader carismatico e individualista che sfida le organizzazioni collettive, a cominciare dal Partito. Comunista single, una nuova specie con l’orecchino.

(di Marcello Veneziani)

venerdì 22 gennaio 2010

Doniamo ad Haiti e ignoriamo il vicino


Un paio di anni fa, a Roma, nel popoloso quartiere di Porta Pia, un portinaio che stava pulendo delle vetrate al quarto piano di un palazzo perse l’equilibrio e precipitò sul selciato, morto. La gente che passava aggirava il cadavere oppure disinvoltamente lo scavalcava, badando bene a non inzaccherarsi le scarpe.
La settimana scorsa passavo per via Fabio Filzi, a Milano, una strada piena di negozi e di gente. Un uomo era riverso per terra, la testa fra il basello del marciapiede e la strada. La gente passava, guardava e tirava dritto. Lo feci anch’io. Avevo fretta. Ma dopo cinquanta metri mi bloccai. “Ma sono diventato pazzo, indifferente a tutto, disumano, solo perché potrei mancare un appuntamento che mi preme?”. Ritornai sui miei passi e mi chinai sull’uomo. Era un ubriaco in coma etilico. Poiché era caduto proprio davanti a un grande magazzino, una Upim mi pare, chiesi alla guardia giurata che vi stazionava davanti se aveva chiamato l’ambulanza. “No” rispose. “La chiami”. “Non è affar mio”. “Come non è affar suo? È affare di tutti”. “È solo ubriaco”. “Ma non vede che sta male?”. Intanto poiché io mi ero fermato ed ero chino sull’uomo si era formata una piccola folla di curiosi. Ma non faceva nulla, era lì solo per godersi lo spettacolino fuori ordinanza. Quando succedono tragedie come quella dell’Aquila o di Haiti gli italiani sono prontissimi a metter mano al portafoglio.
Vespa raccontava l’altra sera che solo attraverso il suo programma aveva raccolto quattro milioni di euro. E anche questa volta, per la ben più lontana Haiti, gli italiani si sono mossi con rapida generosità. C’è un legame fra questi comportamenti apparentemente così contraddittori? Sì. L’uomo ha una capacità limitata di emozionarsi, di soffrire per gli altri, di solidarizzare. Non può farlo per il mondo intero. Invece la Tv globalizzata lo costringe a questo esercizio.
Un tempo, poiché non vedevamo nulla, ci importava assai poco di un terremoto ad Haiti, per quanto terrificante. In una bella commedia anni ‘50, “Buonanotte Bettina”, Walter Chiari si chiedeva: “Se schiaccio un bottone e muore un cinese in Cina ho veramente ucciso qualcuno?”. La distanza contava. Oggi la Tv ha abolito questa distanza. Ma a noi di un terremoto ad Haiti continua a non importarci nulla. Però, poiché, diversamente da Walter Chiari, che non vedeva il cinese ucciso in Cina, ci sentiamo in colpa per questa indifferenza, ci precipitiamo a mandare denaro.
Ma questa mitridatizzazione delle emozioni, cui ci costringe la continua sollecitazione dei media, finisce per colpire anche il nostro vicino, colui che potremmo veramente e concretamente aiutare o per il quale potremmo provare un’autentica compassione.
Ho vissuto per una decina di anni fra Italia e Svizzera (avevo una fidanzata che abitava a Lugano) e ho potuto notare che gli svizzeri sono instancabili, ancor più degli italiani, nello staccare assegni per qualsiasi calamità che capiti in qualsiasi posto del mondo. Nel periodo in cui ero lì un immigrato italiano, un giorno, prese un kalashnikov e fece fuori, d’un colpo, sei svizzeri (con la sotterranea soddisfazione della comunità italiana di Lugano). Quale il movente? Viveva da vent’anni nella Confederazione e non era riuscito a farsi un solo amico svizzero.
La Modernità ha abolito le distanze. Noi siamo in contatto, via Tv o Internet, con il mondo intero. Con tutti e con nessuno. Conosciamo tutti ma non il vicino della porta accanto. Spargiamo la nostra emotività per tutto l’orbe terracqueo ma, al momento del dunque, non siamo in grado di riservarla al vicino, al vero “prossimo”, che è colui che possiamo toccare e che, come nota lo psicologo junghiano Luigi Zoja in uno splendido libro, è scomparso dalla nostra vita (”La morte del prossimo”, Einaudi).

(di Massimo Fini)

martedì 19 gennaio 2010

Indagato il sindaco di Sassari Gianfranco Ganau


Tutti accusati di abuso d'ufficio per aver votato il Piano urbanistico da cui avrebbero ottenuto dei benefici. L'inchiesta è partita dopo le denunce di un imprenditore e l'arrivo in Procura e in Consiglio comunale di alcune lettere anonime.
La campagna elettorale arriva con la polizia giudiziaria: avvisi di garanzia per sindaco, consiglieri e funzionario comunale. La notifica della richiesta di prosecuzione indagini (una volta notificata vale come avviso di garanzia) interessa il sindaco Gianfranco Ganau, i consiglieri comunali Nanni Columbano (Pd) ed Efisio Planetta (Psd'Az), il funzionario dell'edilizia Privata Gianfranco Masia. Per tutti l'accusa in concorso è di abuso d'ufficio. A scatenare l'inchiesta alcune lettere anonime e le denunce presentate dall'imprenditore castellanese Nicolino Brozzu, precipitato in un contenzioso con l'amministrazione comunale per il maxi centro commerciale di Caniga. Negli esposti dell'imprenditore che ha fatto ricorso alla giustizia amministrativa e ha avuto torto in sede di consiglio di Stato, l'approvazione del Puc lo avrebbe danneggiato facendogli saltare l'accordo commerciale con la Carrefour, mentre i beneficiari del nuovo Piano sarebbero stati sindaco e consiglieri comunali.
Il ruolo del dirigente Gianfranco Masia è relativo solo alla mancata licenza di conformità del centro commerciale di Brozzu. Il Puc non detta più solo le regole urbanistiche, ma è la pistola fumante puntata sul sindaco Ganau. La ricostruzione dell'inchiesta è molto articolata. C'è da dire che il primo cittadino e i consiglieri indagati hanno tutti votato lo strumento urbanistico in fase di approvazione in Aula. Mentre parte dell'opposizione lascia palazzo Ducale, la presenza di ogni singolo consigliere di maggioranza diventa necessaria per garantire il numero legale. Compresi i consiglieri che hanno un diretto interesse nel Puc. Da qui l'abuso d'ufficio: Ganau per alcuni terreni di proprietà di parenti entro il quarto grado, diventati edificabili; Columbano per l'area di Caniga attigua al bar-tabacchi di proprietà della famiglia; Planetta per delle aeree in città che hanno avuto premi di volumetrie e cambi di destinazione d'uso.
L'approvazione del Puc, insomma, li ha resi felici. Molto meno l'imprenditore Nicolino Brozzu. La costruzione del prefabbricato di Caniga nasce secondo le norme dell'allora Piano regolatore. Il Puc le cambia. La legge prevede che l'intervento urbanistico debba essere conforme alla normativa sia all'apertura del cantiere e sia alla chiusura. Brozzu parte con delle regole, ma strada facendo ne trova altre. Per questo motivo gli viene negata la licenza per centro commerciale (di competenza della Regione, ma impensabile ottenerla senza il via libera comunale) e rilasciata quella per negozi di medie dimensioni. Carrefour addio. L'imprenditore non si arrende e fa ricorso al Tar. Il Tribunale amministrativo gli dà ragione, in secondo grado di giudizio il consiglio di Stato ribalta tutto e rimette in gioco le decisioni del Comune. Nicolino Brozzu non si arrende e varca la Procura di Sassari in diverse occasioni. Una manciata di esposti e denunce contro sindaco e consiglieri. Motivo: se il Puc viene invalidato, lo shopping a Caniga ritorna di attualità.
L'ultima, anzi la penultima, puntata poco prima di Natale: una conferenza di servizi Regione - Comune per decidere la destinazione d'uso del fabbricato di Caniga conferma il no al centro commerciale. Poi le voci dell'inchiesta nei confronti della maggioranza che sostiene Gianfranco Ganau. Venerdì il primo avviso di garanzia viene notificato a Masia, il giorno successivo al sindaco, Planetta e Columbano invece non hanno ancora ricevuto l'atto giudiziario. Entro cinque giorni gli indagati potranno ottenere informazioni sull'inchiesta e presentare delle memorie. Da quel momento il pm Maria Grazia Genoese avrà altri sei mesi di tempo per chiudere le indagini. Le elezioni sono a maggio.

Buon compleanno Paolo

In ricordo di Jan Palach

Le opere immortali sono morte di indifferenza


Vi siete chiesti perché è impossibile che oggi nasca un capolavoro e diventi un classico? Me lo chiedevo dopo aver letto un piccolo, prezioso libretto, Il reato di scrivere, di J. Rodolfo Wilcock, in questi giorni uscito da Adelphi (pagg. 88, 6 euro).
Ogni volta che mi capita di parlare di un grande autore del passato - poeta, artista, scrittore o filosofo - c’è sempre qualcuno che domanda: ma oggi può nascere un nuovo Leopardi, un nuovo Nietzsche? Ed io sempre rispondo di no, che non può nascere. Ma, aggiungo: se c’è, passa inosservato. E non perché la mamma dei geni sia diventata sterile, l’umanità sia scemata o il capolavoro sia chimicamente impossibile nella nostra epoca, o a partire da un certo tempo in poi. Ma per una catena di ragioni che si tengono l’una stretta all’altra.
Innanzitutto perché non abbiamo più un passato da venerare e un futuro da aspettare, e dunque una tradizione in cui selezionare ciò che passa e salvare ciò che resta. La guerra civile tra passato e futuro si è conclusa con la sconfitta d’ambedue e la vittoria inappellabile del presente. Il culto del presente nega il capolavoro, che ha bisogno di sguardi lungimiranti oltre il muro del tempo; il presente non consegna l’Opera alla storia né tantomeno ai posteri, non elegge classici; consuma sul posto l’essere appena appare, fino a farlo sparire. Senza la dimensione della storia e la proiezione nel futuro non è possibile partorire la grande opera. Ma l’oggi non si sacrifica al domani né la vita all’opera, perché la vita e il presente sono l’assoluto. Chi si cura dei frutti oltre il raggio della propria vita corrente se tutto finisce qui e ora? Così la grande opera è frustrata.
Poi, un capolavoro o un genio non può emergere perché abbiamo perduto il senso verticale della grandezza e consideriamo solo il senso orizzontale della notorietà che si allarga senza innalzarsi, che si globalizza senza eternarsi. È la fama senza gloria, è la celebrità senza il carisma, il divismo senza la divina scintilla. A cui si associa la convinzione che non vi sia alcuna grandezza oggettiva e trascendente, ma tutto sia miserabile, reversibile, opinabile e in definitiva soggettivo e relativo. Dunque il classico o il capolavoro, che è opera assoluta, non può matematicamente emergere in un’era in cui la democrazia forse non si applica ai diritti e nemmeno agli averi ma si accanisce sulla qualità e sulle eccellenze. Il genio annega nel delirio narcisista dell’egocentrismo di massa, nell’invidia egualitaria, nel pari diritto al riconoscimento della genialità e nella congiura della mediocrità organizzata. Nella mediocrazia universale, nell’uguaglianza metafisica delle anime o della loro assenza, il genio è un’anomalia arcaica, frutto iniquo della diseguaglianza e cicatrice deformante della disparità. Il genio è pregiudicato e rinnegato. Funzione del critico e suo pubblico servizio è trascinare anche il genio e il capolavoro nella fossa comune della mediocrità: è inutile che vuoi sfuggire, neanche tu sei destinato a svettare e a restare...
Nell’epoca della riproducibilità dell’opera, il capolavoro segnerebbe poi il collasso della macchina e la smentita della tecnica, provocherebbe il cortocircuito della produzione seriale nel primato dell’irriproducibile. Il capolavoro è difforme, fuori produzione; è come difettato, malato, abnorme rispetto allo standard. Va perciò espulso dal ciclo o riformattato per renderlo compatibile e leggibile dentro il sistema.
Un grande, poi, non può più sorgere perché abbiamo perso la capacità di mettere a frutto il dolore e la privazione, o all’opposto di sublimare il piacere e il desiderio. Oggi è più facile esaudire i nostri desideri e rimediare ai nostri difetti, sfamare i nostri appetiti, modificare i nostri limiti o anestetizzare i nostri dolori. Ci mancano dunque le virtuose disperazioni e le promettenti mancanze su cui si fonda la grande opera, quell’intreccio faticoso di sofferenze provate e di soddisfazioni negate su cui cresce il sogno di una vita ulteriore, che poi si riversa nel capolavoro. Come l’amor platonico, anche l’arte è figlia di Poros e Penìa, nasce dallo scompenso tra ricchezza di mente e povertà di mondo.
Infine, se oggi nascesse un grande o se vedesse la luce un capolavoro, non sarebbe nemmeno riconosciuto. Nella migliore delle ipotesi sarebbe considerato un frutto di stagione di cui cibarsi e poi dimenticare nella collezione incessante delle mode. Nella più frequente delle ipotesi passerebbe inosservato o sarebbe scoraggiato in partenza, non troverebbe approdi e habitat favorevoli né attenzioni e riconoscimenti. Per salvarsi dall’autismo e dalla solitudine, il genio con il suo capolavoro cercherebbe anzi di nascondere il segno della diversità, curerebbe la genialità come una malattia per farsi accettare dal suo tempo e dal suo prossimo. Patirebbe la sua eccellenza come infermità, imperdonabile difformità, e sarebbe istigato a rimuoverla per adeguarsi e farsi integrare. Per le consorterie letterarie e ideologiche l’eccellenza è ingombrante e perciò condannata all’inesistenza. Gli stessi premi letterari, contrariamente alla loro ragione vitale, non sono fondati sulla ricerca e il riconoscimento del merito e dell’eccellenza, ma, al contrario, sull’omogeneità al paesaggio e sulla funzionalità al potere culturale. Non premiano la qualità di un’opera e il valore di un autore, ma la loro collocazione e affiliazione, il loro opportuno situarsi nel tempo, nel luogo e nel modo. Chi è davvero fuori registro e fuori misura per la sua eccellenza, parla un altro linguaggio, patisce il disprezzo, il sarcasmo o più facilmente il silenzio, la finzione d’inesistenza.
Il genio è misantropo, ha una tormentata socievolezza, non sa stare in gruppo e fare setta o lobby perché non è come gli altri e tende a isolarsi. Con il dolore aggiuntivo di ritrovarsi confuso tra tanti eccentrici privi di genialità che, vedendo disprezzato o disconosciuto il loro presunto talento, traggono alibi e presagio della loro inesistente grandezza. Ma se i geni solitamente sono incompresi, frustrati e sommersi, non tutti gli incompresi, i frustrati e i sommersi sono geni.
Per questa rete di ragioni non è possibile che nasca e cresca oggi un grande o un capolavoro, o che sia riconosciuto come tale. Né può sperare nella sua morte e confidare nei posteri, perché sarà difficile che qualcuno si applichi a rintracciare nel passato tracce occulte di grandezza, se deve affrettarsi a vivere per non perdere l’assoluta pienezza del presente. Il gigantismo della memoria e l’archiviazione universale paradossalmente favoriscono l’oblio cosmico e scoraggiano la memoria selettiva. Il capolavoro annega nel catalogo generale.
Chi ancora sogna la grandezza dell’opera, e non si cura dell’irrisione e della cancellazione, coltiva sogni da pazzo o da bambino. Bisogna perciò confidare nella follìa infantile dei geni che negano la realtà per troppo amor del vero.
Sarà così per sempre? Non si può dire. Al futuro non possiamo negare a priori le novità rispetto al presente o i ritorni rispetto al passato.
Ma nel frattempo tutto è permesso eccetto la grandezza. Nel libero consesso degli uguali, il genio è vietato, il capolavoro è proibito.

(di Marcello Veneziani)

lunedì 18 gennaio 2010

Cardini: "Evento storico, è segno che c'è dialogo"


Un passo importante, sulla linea del suo predecessore Giovanni Paolo II. E tanto più significativo visto che alcuni, nella comunità ebraica, chiedevano di rimandare la visita di Benedetto XVI. «E invece cancellarla sarebbe stato un vulnus al dialogo» dice Franco Cardini, storico e saggista.

La visita di Ratzinger in sinagoga è considerata da molti un momento storico. È così?

«Bisogna premettere che l’atmosfera è un po’ freddina. Ci sono opinioni diverse all’interno della comunità ebraica, lo stesso rabbino Di Segni, che è una persona squisita, non è sempre per il dialogo. E pure il rabbino Laras, che è molto più incline al dialogo, ha deciso di non essere presente».

È una scelta che pesa?

«Credo che il gesto gli sia costato, ma abbia voluto dare voce a chi, nella comunità ebraica, avrebbe preferito rimandare e vedere come si svilupperà la causa di beatificazione di Pio XII. Lo stesso Di Segni ha dovuto superare molti ostacoli, ci sono posizioni molto dure».

Questo influisce sul significato della visita?

«Non mi farei molte illusioni: il Papa ha fatto molto bene a fare la visita, la comunità ebraica pure a non annullarla, ma in mezzo resta il convitato di pietra della beatificazione di Pio XII».

Ma si può parlare di momento storico?

«Assolutamente sì. È il segno di una linea di continuità con Giovanni Paolo II, di una larga apertura reciproca e di una forte simpatia. Anzi, nel pontificato di Benedetto XVI il rapporto è ancora più cordiale che con il suo predecessore, anche se lui era molto amato».

Dopo Colonia e New York, la sinagoga di Roma. Che significato ha?

«Il Papa è vescovo di Roma, anche se qualcuno a volte se ne dimentica... Il significato è molto profondo, da sempre il rapporto del pontefice coi concittadini ebrei è di amicizia e affetto. Il vecchio Toaff diceva: noi siamo i cittadini romani più antichi. Colonia è la città del suo Paese ed è tedesca, importante in relazione alla Shoah; New York ha un alto valore simbolico e politico perché è la sede della comunità ebraica più forte e influente del mondo. Ma Roma resta Roma».

Insomma è un segnale positivo?

«Il passo fatto è comunque di grande importanza. I problemi restano, non c’è accordo su tutto, ma non bisogna sottovalutare i segni positivi. Ed è una fortuna che la visita ci sia stata. Se fosse saltata sarebbe stato piuttosto grave, un vulnus al dialogo».

È ancora più importante, visto il momento?

«È un segnale di normalità, di prosecuzione del dialogo. E ha evitato strumentalizzazioni da parte dei provocatori. I problemi ci sono sempre, l’importante è non permettere agli elementi negativi di erigere ostacoli insormontabili».


L’assassino di Ramelli fa carriera: è diventato primario in Puglia


Lo aspettarono sotto casa, a Città Studi. E lo aggredirono selvaggiamente a colpi di chiave inglese. Sergio Ramelli, studente dell’istituto Molinari con simpatie per il Msi, cercò di difendersi, ma non ebbe scampo. Rimase in coma quarantasette giorni, morì il 29 aprile 1975. Non aveva ancora diciannove anni, era un ragazzo o poco più, ma per il servizio d’ordine di Avanguardia operaia il suo fascismo meritava una lezione. Definitiva. E così fu.
Quell’episodio raggelante torna ora d’attualità, perché uno dei protagonisti di quella storia, Antonio Belpiede, condannato a 7 anni per omicidio volontario, è diventato primario. Sì, primario del reparto di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Canosa di Puglia. Belpiede non ha vinto una gara, perché il concorso si terrà solo nei prossimi mesi, ma un anno fa, quando si liberò il posto, i vertici della Asl Bat (Barletta-Andria-Trani) hanno scelto lui fra i candidati all’incarico. Così, sia pure in forma provvisoria, Belpiede è diventato dirigente dello Stato. Nulla di irregolare, per carità, semmai un problema di opportunità che il direttore generale della Asl Rocco Pianosa, area Rifondazione comunista, rispedisce al mittente: «Alla direzione della Asl risulta che il dottor Belpiede non abbia al momento alcuna pendenza penale. Il dottor Belpiede è stato nominato direttore facente funzione dell’Unità operativa di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Canosa dopo una valutazione di tutti i curricula dei medici del reparto. A breve sarà espletato il concorso per nominare il primario».
Ancor più netto l’interessato: «Io vado avanti a testa alta. Non ho partecipato a quell’azione, non ho ucciso nessuno, sono innocente, ho subito una condanna vergognosa. Certo, ero membro del Servizio d’ordine di Avanguardia operaia, ma non so nulla dell’omicidio Ramelli. So invece che dopo la laurea in medicina tornai in Puglia e ho dedicato una vita al lavoro e all’impegno per i pazienti. Quel posto, per quanto provvisorio, è il premio per anni e anni di fatica e abnegazione».
Certo, la storia giudiziaria di molti episodi degli Anni di piombo è ancora controversa. Nel caso di Ramelli la verità arrivò solo dopo dieci anni, grazie all’indagine condotta a metà degli anni Ottanta da Guido Salvini e Maurizio Grigo. Con tenacia e dopo moltissimi interrogatori, i giudici arrivarono alla squadra di Medicina di Avanguardia operaia. Il gruppo che aveva firmato l’omicidio. Non solo: le indagini portarono anche a scoprire, in un abbaino di viale Bligny, un gigantesco archivio in cui Avanguardia operaia aveva schedato centinaia di nemici con tanto di foto, dati biografici, appunti con le abitudini e gli stili di vita. Avanguardia Operaia aveva una lunga tradizione di militarizzazione della lotta politica. Già a maggio ’69, ben prima di piazza Fontana, sul giornale omonimo si poteva leggere: «Anche il capoccia, anche il ruffiano, anche il dirigente, sono uomini come noi. Quando sono in fabbrica si fanno grossi approfittando della forza del padrone, ma quando escono diventano degli individui isolati. Sono persone fisiche che soffrono in caso di percosse, sono persone che proverebbero vivo dispiacere scoprendo la loro auto distrutta; sono persone che hanno una casa... È importante individuare il nemico, personalizzarlo, dargli nome e cognome».
L’omicidio Ramelli viene da questa pratica di violenza e intimidazione. Ramelli fu oggetto di una persecuzione scientifica per mesi: fu picchiato, minacciato, insultato. In particolare, il 13 gennaio ’75 era stato circondato da un’ottantina di studenti e costretto a cancellare con vernice bianca scritte fasciste apparse sui muri del Molinari; e sempre a scuola aveva subito addirittura un processo politico per aver scritto un tema troppo sbilanciato a destra. Infine, il 13 marzo, ecco l’agguato. Sergio Ramelli viene ricoverato al Policlinico in condizioni disperate. Gli hanno sfondato il cranio. Ma il ragazzo non vuole morire. Resiste per un mese e mezzo. Un’agonia straziante, le visite della madre, piccoli cenni di miglioramento, poi il 29 aprile il collasso e la morte. E non basta, perché il giorno prima un gruppo di facinorosi ha raggiunto la casa dei Ramelli gridando slogan contro il fratello Luigi e minacciando pure lui. Questa è la Milano di metà anni Settanta, in cui i funerali si svolgono in forma semiclandestina per motivi di ordine pubblico. E la memoria di Ramelli si riduce a ben poca cosa: una foto che mostra un ragazzo con i capelli lunghi e gli occhi castani.
Dieci anni dopo l’indagine e le condanne. Prima per omicidio preterintenzionale, poi, in appello, per omicidio volontario. Belpiede, secondo la ricostruzione della magistratura, avrebbe partecipato all’aggressione con un ruolo di copertura. Lui nega: «Non c’ero quel giorno in via Amadeo». In primo grado gli danno 13 anni, in appello 7, pena confermata in Cassazione. «Sono rimasto in cella un paio d’anni - spiega lui al Giornale - quando mi hanno arrestato ero capogruppo del Pci a Cerignola, ho lasciato per sempre la politica, è stata una tragedia. Violante mi ha consolato e l’avvocato di parte civile Ignazio La Russa mi ha rincuorato. Voglio ricordare che sono stato condannato sulla base di dichiarazioni di pentiti che si ricordavano a malapena chi fossi. Ora non ho niente di cui pentirmi. Ho solo svolto con passione il mio lavoro di ginecologo». Oggi Belpiede si tiene stretto il suo posto di primario.

(di Stefano Zurlo)

sabato 16 gennaio 2010

Noi grande popolo in un piccolo Stato


Italiani si nasce ma si può morire, anche da vivi. Ci sono italiani che hanno smesso di esserlo vita natural durante e italiani che continuano ad esserlo nonostante lo neghino. Italiani si nasce ma si può anche diventare. Ci sono italiani elettivi, per scelta e non per diritto di voto, che meritano la cittadinanza e la definizione. L’identità attiene alle origini e alle radici ma non è un fossile; l’identità mobile, che muta nella continuità e si trasmette, si chiama tradizione.
L’italianità è sì un fattore naturale ma anche culturale; la biologia conta quanto la storia, la geografia e il pensiero. Gli italiani non sono una razza, diceva Flaiano, ma una collezione. Penso che l’identità nazionale in generale, e quella italiana in modo particolare, non siano capricci della storia ormai superati dal tempo. Penso anzi, che perduto il patriottismo in armi e sacri confini, con la relativa identificazione dello Stato con la Nazione, le identità dei popoli siano diventate culturali, civili, caratteriali. Più liquide e fluttuanti ma più essenziali, come l’acqua, il sangue, lo sperma e la saliva. E non solo: nell’epoca della globalizzazione e dell’uniformità avere un’identità culturale di popolo è una ricchezza, un bene da preservare. Torno a dire che se le nazioni hanno una personalità, l’italianità è una delle personalità più spiccate al mondo. La nostra è un’identità culturale forte ed un’appartenenza istituzionale debole: siamo una grande nazione ed un piccolo stato, anzi una superpotenza mondiale quanto a beni culturali, artistici e storici ma anche civili, creativi, gastronomici e un modesto Paese quanto ad apparato tecnologico, militare ed economico. Grande personalità, medio-piccola statura.
La storia dell’italianità è assai più lunga e prestigiosa della storia dello Stato unitario. Otto secoli di lingua, una civiltà fortemente connotata dall’essere sede della romanità e poi del cattolicesimo, una nazione disegnata dalla geografia perché circondata dal mare e da un arco alpino; una nazione culturale fiorente da secoli. Prima di Cavour, dei Savoia e di Garibaldi, l’Italia fu fatta da Dante, Petrarca e Machiavelli. La lingua, la letteratura e l’intelligenza fondarono l’Italia prima delle armi, dei regni e degli ordinamenti.
Il sale della sua identità è la diversità, è un Paese non grande ma ricco di varietà, non solo tra sud e nord, ma tra provincia e città, tra entroterra e costa, tra versante orientale e versante occidentale. La sua unificazione politica e statuale fu tardiva e discutibile, con tante zone d’ombra coperte dalla retorica e dall’omertà, e con ragioni e passioni rispettabili che militavano dalla parte opposta; ma l’unificazione fu un atto giusto e necessario che merita di essere celebrato. L’italianità è un carattere, un marchio in cui si sintetizzano le virtù e i vizi del Paese; è un Paese poco organizzato, solitamente mal guidato dalle sue scarse classi dirigenti, allergico alle responsabilità personali e al riconoscimento dei meriti, incline alle mafie e alle consorterie, dominato dalla furbizia, con un senso cinico che sovrasta il senso civico. Un Paese che fugge nell’individualismo quando deve assumersi responsabilità di popolo, e si rifugia nel collettivismo o nell’ammuina quando deve assumersi responsabilità personali. Un Paese difficile da amministrare, proibitivo da governare. Ma allo stato sfuso e liquido, quando si giudica la qualità della sua vita e le sue creazioni, quel che chiamo «Madre in Italy» - sintesi di ingegno, intraprendenza, mammismo e familismo - l’italianità resta un’impronta di vitalità straordinaria che non merita di essere soffocata.
Scoprendo la forza e il fascino dell’italianità, ovvero la sicurezza della propria identità, è possibile anche integrare gli stranieri, da un verso accogliendo la loro identità e dall’altro favorendo la loro integrazione. Ma perché questo avvenga è necessario che ci sia un’identità forte, sentita e larga. A questo Paese è mancata una religione civile, ovvero un senso comune fondato sulla propria tradizione civile e religiosa, sulla propria storia e sul valore delle esperienze tramandate; il sentire religioso ha sempre fatto a pugni con la lealtà istituzionale. È mancata la sobria fierezza di essere italiani, preferendo sbandare tra l’autodenigrazione e l’autoesaltazione, ora perdendo in sobrietà ora in fierezza. La religione civile è il fondamento del sentire comune, e dunque del senso dello Stato e della comunità.
Il centralismo dello Stato unitario italiano, a mio parere, fu una necessità. Anche se innaturale agli italiani e importato dal modello napoleonico francese, servì a compattare un Paese sparso e svogliato, dette un’ossatura istituzionale all’Italia e consentì quella modernizzazione, alfabetizzazione e quella crescita lungo il corso di cent’anni e più. Smise di funzionare quando scoppiò la febbre del ’68 che in Italia fu cronica e dissolutiva; quando la partitocrazia perse gli ultimi argini civili e morali, quando la demagogia dei sindacati e la follia delle Regioni distrusse il residuo spirito pubblico del Paese.
Oggi i nemici d’Italia non sono gli immigrati, che costituiscono a volte un problema a volte una risorsa, ma che non sono i nemici d’Italia più di quanto non lo sia la riduzione del Paese a periferia pacchiana della globalizzazione, colonia della peggiore americanizzazione. I veri nemici d’Italia sono gli italiani stessi, l’idea di un Paese spompato e sfiduciato, degradato e involgarito, che non fa più figli e ha paura di tutto, a cominciare dall’ombra di se stesso. Un Paese egoista e sfamigliato, schiavo come pochi della dipendenza tecnologica, da auto, telefonino, video, e comodità, atrofizzato nelle sue funzioni vitali dalla tecnologia e dai farmaci, allergico a pensare e a cercare. Un Paese vecchio e stanco, leggermente putrefatto, i cui abitanti preferiscono sentirsi contemporanei più che connazionali.
A costo di passare per platonico dirò una mezza eresia: l’italianità esiste, gli italiani un po’ meno. Il disegno civile e culturale che dovrebbe animare questo Paese e risvegliare le sue energie, è quello di far combaciare l’italianità con i suoi legittimi e spesso ignari portatori. Via, un po’ d’amor patrio, che è poi l’amor proprio di una comunità, il volersi bene nella storia, nell’anima e nel corpo di una comunità nazionale.

(di Marcello Veneziani)

venerdì 15 gennaio 2010

Chi esorcizza il Moro "di destra" per farne un eroe antifascista


O’ presidente Giorgio Napolitano, con strascico di Casini, D’Alema, Fitto e tante autorità, compie stamani al teatro Petruzzelli di Bari un importante rito esorcistico: sbattezza l’università di Bari, posseduta dal demonio perché dedicata ancora a Benito Mussolini, e la ribattezza dedicandola ad Aldo Moro. La cosa curiosa è che il capo dello Stato non mette piede all’ateneo barese e diserta la cerimonia pomeridiana d’intitolazione dell’università per andare ad una mostra dedicata a suo fratello architetto, Massimo Napolitano, che ha progettato alcuni edifici pubblici e privati a Bari. Mirabile esempio di familismo istituzionale. Alla cerimonia farà da madrina la figlia di Moro, Agnese, che scoprirà nell’ateneo barese il ritratto di Moro, coperto da un drappo tricolore, realizzato dal giovane artista Vito Stramaglia.
Dedicare l’ateneo barese a Moro è cosa buona e giusta. Per tanti anni Moro ha insegnato a Bari, qui si è formato culturalmente e politicamente, sin da giovane, quando era fascista. Ma per carità, non era il solo. È storia già nota, a volte imbarazzante, come ad esempio quel che Moro scrisse nel corso universitario del ’43 sullo Stato circa la razza, considerato «elemento costitutivo della nazione». «La razza - scrisse Moro - è l’elemento biologico che creando particolari affinità, condiziona l’individuazione del settore particolare dell’esperienza sociale, che è il primo elemento discriminativo delle particolarità dello Stato».
Ma la storia più curiosa che lega Moro a Bari e che Napolitano dovrebbe stamani ricordare, riguarda invece il periodo tra il 1943 e il 1946, quando Moro fondò con altri il settimanale barese La Rassegna, che era accusato di neofascismo e di qualunquismo dalla sinistra. Bari, all’epoca, era un laboratorio nazionale e non solo per via di Radio Bari, del congresso del Cln e il governo Badoglio. A Bari è nato il primo numero dell'Avanti postfascista, diretto da Eugenio Laricchiuta e con collaboratori Nenni e Saragat. A Bari nacque l’organo degli azionisti Italia del popolo e il primo giornale non clandestino del Pci, Civiltà proletaria, diretto da Michele Pellicani, con le firme di Di Vittorio e di Pesenti. In questa Bari pulsante di politica, vide la luce La Rassegna, stampato presso la tipografia della Gazzetta del Mezzogiorno, in cui scrivevano docenti e giornalisti che oggi si direbbero di centrodestra.
Il Moro che scrive su La Rassegna diffida dei partiti, Dc inclusa, si appella agli apolitici e agli indipendenti, guarda con simpatia all’Uomo qualunque di Giannini e al governo Badoglio e non disdegna di dichiararsi a certe condizioni «uomo di destra». Ad esempio, l’8 maggio del ’45 Moro scrive: «Le destre come consapevolezza storica, come visione realistica della vita umana, come misura vigile contro le tentazioni dell’entusiasmo, non possono e non debbono essere sconfitte». Moro si riferisce ad una destra come temperamento, come mentalità; rispetto ad esse «noi siamo di destra limitatamente a questa serena realistica considerazione». In precedenza, Moro aveva notato la differenza di stile tra destra e sinistra: «Le prime pronte a riconoscere valore all’ideologia avversaria, finché non diventi esclusiva, le seconde portate invece a negarle del tutto, se pure si adattano per ragioni tattiche, al compromesso della convivenza». Quasi proiettando i tratti del proprio carattere nella destra, Moro notava che «la ragione della debolezza delle destre» fosse in quella «timidezza cauta» che non incendiava le masse «galvanizzate dalla irruenza veemente della intransigenza di sinistra». Di destra sociale, si potrebbe aggiungere, perché Moro a differenza dei suoi colleghi più liberali, impiantava i suoi valori di libertà e di realismo nella dottrina sociale cristiana. Del resto, la sua stessa iscrizione alla Dc nel ’46 avvenne su spinta dell’arcivescovo Mimmi di Bari, un conservatore che lo aveva nominato segretario nazionale dei laureati cattolici e poi lo aveva sostenuto alla guida della Domus Mariae per frenare le aperture a sinistra nella Dc di un altro ex fascista dossettiano, Amintore Fanfani. Moro condivise la battaglia de La Rassegna contro il Cln, contro le epurazioni e l’egemonia dei partigiani. Scriveva il 12 marzo del ’45 che «la milizia irregolare» dei partigiani richiamava «spiacevoli ricordi della rivoluzione permanente e del suo presidio armato... noi guardiamo con tanto timore l’esercito dei partigiani... e certe spavalderie da bravi». E temeva soprattutto che le armate partigiane, godendo di perfetta autonomia, «si facciano persino giustizia da sé. E di che giustizia si tratti si può bene immaginare». Per un intellettuale dal linguaggio paludato come Moro, era già un significativo esporsi.
Curiosamente, per colpire queste tesi del giornale moroteo, notava in un suo pamphlet Pinuccio Tatarella, fu coniata per la prima volta l’espressione «neofascismo», oltre che clerico-fascismo, da Civiltà Proletaria e da Italia del popolo. I due giornali di sinistra rinfacciavano a Moro e al gruppo de La Rassegna le loro origini fasciste mal celate e il loro «attendismo carrierista». L’accusa era: fanno gli indipendenti, perché non hanno ancora capito a quale partito convenga oggi affiliarsi. Moro si distaccò dal giornale qualunquista alla fine del ’45 per dedicarsi alla Fuci, in polemica con la dc ciellenista guidata a Bari da Troisi e Calcaterra. Poi le vicende della storia, il realismo politico e forse il cinismo, portarono Moro verso sinistra. Ma conservando l’indole moderata di chi voleva narcotizzare l’avversario e sedare il conflitto. Non aveva fatto i conti con la «giustizia armata» delle «milizie irregolari», i brigatisti rossi... È grottesco pensare che nella sua città natale, Maglie, ci sia la statua di Moro con l'Unità sotto braccio. Mi auguro che questo promemoria sull’altro Moro sia utile al presidente Napolitano e alle autorità che stamattina lo ricorderanno a Bari. Nello stesso teatro e nello stesso giorno in cui nel 1925 l’Italia fascista di Mussolini e Crollalanza inaugurava l’ateneo barese..

(di Marcello Veneziani)

giovedì 14 gennaio 2010

Italiano o terrone d’Europa: quando l'identità è la stessa


L’identità è ordinariamente definita come coscienza di se stessi - anzitutto «sentita» e «vissuta», ma della quale va acquisita razionale consapevolezza -: cioè della propria specificità, di quel che distingue «noi» dagli «altri»; e della gradualità dell’essere «noi» rispetto agli «altri», che sono tali secondo criteri di maggiori o minori prossimità e/o affinità.

Quindi, l’identità è per sua natura dinamica, in quanto si modifica nella storia; ed è imperfetta, in quanto nessuna comunità e nessun individuo può vantarne una assoluta, metafisica e metastorica. Ciascuna identità deve misurarsi su concreti parametri storici, spaziali, linguistico-dialettali, religiosi, antropologici, che sono a loro volta matrici identitarie.

Le «identità» vanno pertanto pensate al plurale: ve ne sono di comunitarie e di individuali. La «nazionale», ad esempio, non può sacrificare la sua complessità a proposte riduttive e semplificatrici. L’idea di «nazione» si è sovrapposta difatti, magari con l'ambizione di sintetizzarle, a una serie d’«identità» precedenti non solo individuali, ma altresì familiari, cittadine, municipali, regionali: che corrispondono ad altrettanti modi di essere, di pensare, di sentire.

Bisogna inoltre tener presente che l’iter storico dell’Occidente moderno, dal Cinquecento e con maggior forza dal Settecento in poi, è stato caratterizzato da un progressivo iperatrofizzarsi dell'identità individuale, dell’ego: cui si sono andate sacrificando quelle comunitarie, considerate un ostacolo all’affermarsi sia dei poteri statali, sia della Libertà e della Volontà dell’individuo. Ancor adesso, il grande problema dell’Occidente è la difficoltà obiettiva di far convivere i princìpi dei Diritti Umani, considerati come assoluti e universali, con la Volontà di Potenza individualistica: che in determinati momenti storici si è proiettata in progetti collettivi di tipo nazionale o classistico, ma che comunque è di per sé insofferente di limiti.

Noi abbiamo difatti difficoltà a «pensare» sul serio un’identità che non sia anzitutto e soprattutto individuale. A livello comunitario, oggi molti parlano di «identità minacciata»: ma, se un’«identità» può venir senza dubbio combattuta o addirittura repressa dall’esterno, essa è tuttavia minacciata sul serio solo dal suo interno: cioè dalla carenza di autocoscienza, dall’oblìo delle tradizioni. Si autominaccia. Curando specie negli ultimi decenni la crescita della propria identità individuale, noi italiani abbiamo smarrito in gran parte la consapevolezza del nostro essere e del nostro vivere comunitario nella sua complessità. Salvo poi vederceli ricomparir davanti nelle forme del pregiudizio e della scarsa coscienza civica.

Perché siamo in effetti una nazione complessa. Siamo a dir poco «settentrionali», «centrali», «meridionali», «adriatico-ionici», «tirrenici», «isolani», ciascuno con proprie caratteristiche. La stessa lingua italiana è, in realtà, una costruzione ottocentesca. C’è poi il fatto religioso, complicato dalla crisi della religione prevalente - la cattolica -, in quanto la maggior parte dei cattolici sono soltanto sociologicamente tali; mentre bisogna tener d’altronde conto dei valori «laici» che hanno potentemente contribuito alla costruzione storica di una «nazione italiana» unitaria.

Ma il processo unitario nazionale si è realizzato da noi sulla base di scelte centralistiche di giacobina e bonapartistica memoria: coerente con la storia della Francia, da cui era nato, ma non con la nostra. Ch’è policentrica, regionale, municipale, comprensoriale, cittadina, familiare (anche le «mafie» ne fanno parte). Storia di varie «patrie», magari non granché compatibili fra loro ma profondamente e lungamente vissute, praticate, sentite, amate.

In tedesco, la patria si indica con due parole: Vaterland, la «terra degli antenati»; e Heimat, da una radice linguistica significante il segreto, l’intimo, il cuore delle cose.

La nazione italiana centralizzata si è imposta contro le tradizioni stratificate (da etruschi a greci, a celti, a longobardi, ad arabi), policentriche e regionalistiche delle genti italiche e la loro storia. Il secolo e mezzo di vita nazionale trascorso è per più versi stata una «falsa partenza» (pensiamo al tentativo di trasformarsi in grande potenza europea e al suo lungo contraccolpo, che ha diviso e ancora in parte divide le coscienze). Oggi la «seconda repubblica», se davvero è nata, ha scelto la forma federalistica: cioè ha in sostanza rifiutato un modello nel quale a lungo avevamo pur cercato e creduto d’identificarci. Va dunque costruita una nuova «identità italiana». Ciò non implica alcun rifiuto, alcun oblìo del passato: ma richiede un atteggiamento positivo ed energico di fronte alla realtà presente e alle potenzialità del futuro.

Nessuno può rinunziare alla sua Heimat profonda: la mia, per esempio, è toscana, anzi fiorentina, e cattolica. Ma la storia e la realtà attuale impongono anche quello che in tedesco si chiamerebbe il Grossvaterland, la «Grande Patria»: che per me è l’Europa, ma che io vivo da euromeridionale, da «euroterrone». Un europeo che si sente immerso nel Mediterraneo, prossimo al Vicino Oriente e all’Africa settentrionale. Tutto ciò esige sia il recupero di valori magari antichi, magari dimenticati, sia la scoperta di nuove affinità e di nuove frontiere.

Se riusciremo a vincere questa sfida, potremo parlare sul serio di una «identità italiana». A chi lo accusa di ateismo, uno dei protagonisti dei Demoni di Dostoevskji, Shatov, risponde: «Io crederò in Dio». Egli intende dire che accetterà la fede quando il popolo russo, nel suo insieme, saprà riscoprire le sue autentiche radici religiose. Ebbene: nei confronti dell’Italia, mi sento un po’ come Shatov: io crederò nell’Italia se, al di là di nostalgie e di nuovi fanatismi, sapremo riscoprirci italiani recuperando le nostre tradizioni e al tempo stesso aprendoci - i tempi nuovi lo esigono - a chi ancora italiano non è ma in buona fede e buona volontà intende diventarlo; perché il ricambio è una forma di rinnovamento storicamente indispensabile (specie in tempi di decremento demografico dovuto, sul piano delle scelte morali, al benessere e al consumismo). Solo allora potrò dire anch’io, col poeta del Novecento che più amo, lo Ezra Pound dei Canti pisani: «Credo nell’Italia; e nella sua impossibile rinascita».

(di Franco Cardini)

Autismi


Bisogna ringraziare infinitamente il signor Ciancimino jr. Tra tanta probabile fuffa, nelle complicate deposizioni sulle conoscenze mafiose di suo padre Vito, Massimo Ciancimino incastona un dettaglio che ci conferma una vecchia idea maturata nelle frequentazioni delle catacombe nere. Il dettaglio è questo: ai tempi belli del proprio romanzo di formazione politica, sia l’ex presidente della regione Sicilia sia l’attuale presidente del Senato facevano gli autisti di altolocati uomini della Repubblica. Totò Cuffaro scarrozzava il ministro Calogero Mannino, Renato Schifani il senatore Giuseppe La Loggia. Nelle occasioni mondane o istituzionali, sotto i palazzi del potere, a motore spento, se ne stavano fuori ad aspettare i loro uomini o andavano assieme al bar per ingannare il tempo.
Fino a ieri questa curiosa pratica di mobilità sociale sembrava confinata soltanto nel mondo della destra post catacombale o nelle trincee dei radicali, e soltanto i duri di cuore potevano commiserarla.

Il camerata Francesco Storace va ancora fiero d’aver fatto l’autista per il ras Michele Marchio, mentre del parlamentare (non camerata) Francesco Proietti Cosimi alcuni pallidi snob ricordano, maliziosi, antiche e lunghe traversate di Roma alla guida dell’auto di un Gianfranco Fini non ancora riserva della Repubblica. Su tutti svetta Teodoro Buontempo, lui la militanza decise di portarla così all’estremo da abitarci, dentro l’automobile. Erano anni gloriosi, non esisteva soluzione di continuità tra un passaggio al ciclostile, una telefonata rubata in federazione e un attacchinaggio notturno, coi manifesti stipati nella stessa auto che l’indomani sarebbe servita per mettere in mostra i primi boccioli della nascente nomenclatura di destra.

Perché poi quel paesaggio orgoglioso con rovine esigesse una militanza talmente integrale, una donazione completa di sé, è un interrogativo anche amaro, visti alcuni prodotti contemporanei. Ma comunque non soltanto a destra. Un altro attuale ministro, il campano e berlusconiano Elio Vito, già radicale, s’incaricava negli anni Ottanta di trasportare Marco Pannella da Roma al consiglio comunale di Napoli. E chissà quanti altri, chi ha cancellato le tracce e chi no. Figure di un disagio generoso, eroi dell’arte d’arrangiarsi, più spesso vittime ben ripagate di un meccanismo di selezione un po’ antisindacale in uso perfino nel notabilato dc. Come nei film di Natale, per ogni autista militante c’è stata la speranza di un lieto fine. Sembra il titolo di una commedia (mai scritta) di Aristofane: gli autisti al Parlamento. Mestieri che scompaiono.

(di Alessandro Giuli)