domenica 13 gennaio 2013

Il giudice canditato getta un'ombra sulla sua attività


Alle prossime elezioni si presenteranno come candidati numerosi magistrati (Grasso, Ingroia, Dambruoso, per dire dei più noti) che fino a pochi giorni fa erano in piena attività nell'amministrazione della giustizia. Si tratta di un'aberrazione. Un magistrato non dovrebbe entrare in politica perché questo getta un'ombra sulla sua attività pregressa. Il magistrato puo' anche essersi comportato nel modo più corretto e imparziale ma al cittadino resta il legittimo dubbio che abbia svolto il suo delicatissimo lavoro non ai fini superiori della giustizia ma per favorire gli interessi di parte della formazione politica con cui si é candidato. Questo dubbio basta per inficiare tutta la sua attività di magistrato. Come la moglie di Cesare non solo deve essere onesta ma deve anche apparirlo, così un magistrato non solo deve essere imparziale ma deve anche apparire tale. E se si immerge nella lotta politica questa apparenza di imparzialità si dilegua. Tra l'altro poiché tutti i magistrati che abbiamo citato si sono candidati in formazioni di sinistra o di estrema sinistra, si finisce per dare ragione a Berlusconi quando delira sui complotti delle 'toghe rosse' ai suoi danni e sostiene che esiste un 'partito dei giudici'.

Dice: i magistrati sono cittadini come tutti gli altri e ne hanno quindi gli stessi diritti, anche quello, dismessa la toga, di fare politica attiva. I magistrati non sono cittadini come tutti gli altri é la loro delicatissima funzione, che può incidere sulla libertà e l'onorabilità delle persone, che impone loro dei limiti e dei doveri che i normali cittadini non hanno. Uno dei provvedimenti che dovrebbero essere presi nella prossima legislatura - ma é una utopia sperarlo - é una legge che impedisca ai magistrati, lasciata la toga, di entrare nella politica attiva o quantomeno che imponga un congruo lasso di tempo (cinque anni) fra l'abbandono della toga e il loro impegno attivo in politica. In questi cinque anni possono fare di tutto: gli avvocati, i pittori, i carpentieri ma non i politici.

Lo stesso discorso vale per le 'esternazioni' dei magistrati in carriera. Anche qui il limite alla libertà di espressione garantito a tutti i cittadini dall'articolo 21 della Costituzione é dato dalla loro funzione. Ci sono soggetti istituzionali che proprio a cagione dell'ufficio che svolgono hanno più doveri e quindi più limiti degli altri. Il Presidente della Repubblica é, come la Magistratura, un organo di garanzia, anzi il massimo organo di garanzia. Il suo primo dovere é quello di essere, e di apparire, imparziale. Non puo' dire « il partito Tal dei Tali non mi piace», anche se lo pensa, deve limitarsi a sussurrarlo in un orecchio a sua moglie. Oggi invece assistiamo ad un profluvio di dichiarazioni 'politiche' da parte dei magistrati, in convegni, in dibattiti, in conferenze stampa, nei talk show, e spesso su procedimenti in corso e addirittura su procedimenti di cui hanno la titolarità. Ci furono tempi, non poi tanto lontani, in cui il magistrato parlava solo 'per atti e documenti'. Erano, appunto, altri tempi. Di un'Italia più sobria, meno narcisista e più civile.

(di Massimo Fini)

Ecco quali saranno i problemi dei figli di coppie gay


Nel giugno scorso la rivista scientifica statunitense “Social Science Research”, la più prestigiosa “peer reviewed” del campo, ha pubblicato due studi molto interessanti sulle problematiche dei bambini cresciuti all’interno di una relazione omosessuale. Sono studi che hanno modificato il panorama delle conoscenze nel campo. Le prime ricerche su questo tema - e forse su queste si è basata la Corte Costituzionale – affermavano la non differenza nello sviluppo e crescita affettivo e psicologico di bambini di coppie eterosessuali e omosessuali.

Fino al giugno scorso come spiegava Francesco Paravati, presidente della Società Italiana di Pediatria Ospedaliera (SIPO) i problemi legati alle “nuove famiglie” erano fenomeni recenti; e le ricerche necessariamente di carattere preliminare, spesso condotti su gruppi piccoli e a breve termine.

Uno di questi due nuovi studi è quello del sociologo dell’Università del Texas, Mark Regnerus. Il suo studio è apparso come dotato di un impianto metodologico inedito quantitativamente e qualitativamente. Si è basato su un campione più grande a livello nazionale, e soprattutto ha dato la parola ai “figli” (ormai cresciuti) di genitori omosessuali.

Fra i dati presentati, e che hanno creato scalpore, è emerso che il 12% pensa al suicidio (contro il 5% dei figli di coppie etero), sono più propensi al tradimento (40% contro il 13%), sono più spesso disoccupati (28% contro l’8%), ricorrono più facilmente alla psicoterapia (19% contro l’8%), sono più spesso seguiti dall’assistenza sociale rispetto ai coetanei cresciuti da coppie etero­sessuali sposate. Nel 40% dei casi hanno contratto una patologia trasmissibile sessualmente (contro l’8%), sono genericamente meno sani, più poveri, più inclini al fumo e alla criminalità.

L’autore afferma inoltre che i pochi studi finora pubblicati, e che sostengono la teoria della “nessuna differenza” tra bambini cresciuti in famiglie etero e gay, «si basano su dati non casuali e non rappresentativi, utilizzano campioni di piccole dimensioni che non consentono la generalizzazione alla popolazione più ampia di famiglie gay e lesbiche».

Il movimento LGBT  negli Usa ha avviato una forte campagna di delegittimazione di Regnerus, spesso al limite dell’insulto e del linciaggio morale, con una violenza straordinaria. Sono stati firmati appelli perché l’Università del Texas licenziasse in tronco il ricercatore. Un’indagine interna è stata avviata, per verificare la scientificità dello studio. Il 29 agosto però sul sito web dell’Università del Texas è apparso questo comunicato: «L’Università del Texas ha stabilito che nessuna indagine formale può essere giustificata sulle accuse di cattiva condotta scientifica presentate contro il professore associato Mark Regnerus riguardo al suo articolo pubblicato sulla rivista “Social Science Research”».  Secondo l’Università «Non ci sono prove sufficienti per giustificare un’inchiesta», e di conseguenza «la questione si considera chiusa dal punto di vista istituzionale». L’indagine interna ha dunque riconosciuto la legittimità del lavoro e la fedeltà al protocollo previsto dalla metodologia di ricerca.

L’Università del Texas è al 67° posto fra le migliori università del mondo, secondo il  “US News and World Report”; al 35° posto nel mondo per la “Shanghai Jiao Tong University”, e al 49° posto migliore secondo “The Economist”. La ricerca di Regnerus è stata approvata anche da New York Times, certo non sospetto di simpatia verso posizioni tradizionali. Il quotidiano ha scritto che «gli esperti esterni, in generale, hanno detto che la ricerca è stata rigorosa, fornendo alcuni dei migliori dati sul tema», da un gruppo di 18 scienziati e docenti universitari tramite un comunicato sul sito della “Baylor University”  e da diversi psicologi e psichiatri che hanno scelto di prendere posizione, riconoscendo l’attendibilità degli scomodi risultati.

(di Marco Tosati - fonte: www.lastampa.it)

venerdì 11 gennaio 2013

Francesca Salvador, l’imprenditrice sovranista che spiazza Santoro e il Cavaliere


Francesca se ne sta là, appollaiata sul trespolo sfigato di Servizio Pubblico, diventando una sorpresa bella e vera dell’evento televisivo dell’anno. Francesca di cognome fa Salvador, vive e lavora a Vittorio Veneto, provincia di Treviso. In quella che un tempo era la parte più ricca e produttiva del paese.  Se ne sta lì, in attesa, mentre Santoro e Berlusconi giocano ad intrecciare i rispettivi cateteri lunghi una trentina d’anni di pantomima collettiva e milionaria; Travaglio fa il Travaglio. Berlusconi il Berlusconi. Le due Santoro’s Angel giocano a fare le giornaliste all’americana, confermando  quanto sia rara la coscienza di sé in una donna che si crede intelligente.

Mi si perdoni la battuta maschilista, ma serve ad introdurre Francesca. L’imprenditrice veneta che, dopo un’ora e quaranta da spettatrice di un grottesco processo del Lunedì applicato alla politica, viene chiamata in causa: per il Biscardi in questione il suo intervento dovrebbe infastidire Berlusconi. Sì, lo spiazza. Ma in verità infastidisce tutto e tutti, gettando ospiti, spettatori e ascoltatori sul cemento duro della responsabilità. E Francesca dice una cosa santa, bella, enorme, magnifica: “E’ una questione di volontà politica”. Volontà politica. Per cosa? Per tornare liberi. Padroni a casa nostra. Padroni della nostra moneta. Per strapparla ai banchieri privati che oggi strozzano e, letteralmente, uccidono la nostra economia.

Francesca è tranquilla e brava. Non si perde in fregnacce su Germania e Merkel. Va al cuore del problema. “Signor Berlusconi, lei sapeva che Mario Monti era un uomo della Trilateral e della Goldman Sachs”. Sì, l’uomo dell’amministrazione controllata dell’azienda Italia. Berlusconi trasecola, ma si agitano un po’ tutti. Anche a casa. Fa male sentirsi dare degli schiavi. La risposta, ovviamente, è la canonica: la Bce deve diventare banche garante. Francesca non si scompone, sorride: ha capito che senza una chiara volontà politica il banchiere non rinuncerà al controllo sistematico sull’economia italiana. Continuerà a privarla di liquidità, le farà licenziare i suoi collaboratori, la obbligherà a chiedere un prestito per pagare l’Imu su casa e capannoni. Fino a quando non sarà costretta a perdere tutto.

Francesca questo non lo vuole. Vuole altro. Se ne frega dell’Euro, della libertà e della pace che l’Ue garantirebbe dal dopoguerra ad oggi: la sviolinata liberale del Cav e Santoro non la tocca. Lei ha coscienza di sé, sa chi è il suo nemico. Fuori dall’Euro. Ora. Sovranità monetaria. Ora. Immissione di liquidità a sostegno del lavoro e delle nuove generazioni. Ora. Non è più tempo di cateteri. E’ tempo di politica. Noi stiamo con Francesca Salvador. La sorpresa più bella e vera della trasmissione dell’anno.

Casapound incontra Beppe Grillo

Si può credere alla Befana ma non a Befera


Sul "Corriere della Sera" di martedì scorso, a firma di Massimo Fracaro e Nicola Saldutti, con grande perizia e senza sussulti demagogici è documentata (e spiegata) la somma intera di empietà (e imperizia) contenute nel nuovo Redditometro partorito da Equitalia (si fa per dire) per combattere la lotta all'evasione fiscale.

I due eccellenti cronisti puntano l'indice anche sul paradosso di un controllo fiscale destinato, alla fine, a penalizzare i contribuenti virtuosi. Tra le tante assurdità dell'ennesimo Porcellum normativo mandato a pascolare sui prati istituzionali, c'è anche un ribaltamento di ogni principio giuridico civile: l'onere della prova della propria onestà è tutta a carico del contribuente. A pensare che quell'eversore del barone John Maynard Keynes, da buon economista liberal sosteneva che "sfuggire alle tasse è l'unica impresa che offra ancora un premio".

Così, nei prossimi mesi se non sarà cancellato dai nuovi governanti un Tassametro (taroccato) spacciato per Redditometro (imparziale), milioni di cittadini-sudditi finiranno nel tritacarne dell'Agenzia delle Entrate. E toccherà soltanto a loro, davanti al giudizio del funzionario-sovrano, ricordare perché nel 2009 hanno acquistato un televisore nuovo, ho acquistato l'apparecchio correttivo per i denti della figlia.

Sul nocciolo (duro) del problema che riguarda la civiltà fiscale, ben poco ha aggiunto il battibecco pseudo ideologico, sviluppatosi sulle pagine del "Corriere della Sera", tra il direttore di Equitalia, l'impenitente Attilio Befera, e l'opinionista col blà blà weberiano, Piero (e/o) Ostellino. Ai quali si è aggregato, con una posizione "terzista", il solito Salvatore Bragantini, che ancora non si è avveduto che nell'anno del governo Monti il debito pubblico ha raggiunto la cifra-record di oltre duemila miliardi. Riguardo ai buchi di bilancio (pubblico) l'agenda del manager-analista è ancora ferma agli anni Ottanta. Mai aggiornarla!

Il che dimostra come spesso le opinioni separate dai fatti sono soltanto "fuffa" accademica. Pensieri e convincimenti (radicati) a mezzo stampa sul rapporto cittadino-tasse che, però, non affrontano mai la vera emergenza istituzionale che da almeno una ventina di anni di ministri "tecnici" (da Visco 1999 a Grilli 2012) stiamo drammaticamente vivendo: la politica fiscale è compito precipuo (missione) del governo e del Parlamento e non può essere delegata a Equitalia o a qualsiasi altra agenzia.

Come recita lo stesso dettato costituzionale, i ministri, nominati dal capo dello Stato su proposta del presidente del Consiglio "sono responsabili, individualmente, degli atti adottati dai dicasteri loro affidati e, collegialmente, delle deliberazioni del Consiglio dei Ministri".

Fa un certo effetto, allora, che nel pieno di una campagna elettorale difficile e ricca di colpi di scena, con i cittadini alle prese con povertà e disoccupazione crescente, nessuno dei leader in gara - da Bersani a Berlusconi passando per Casini -, abbia finora preso posizione sul'iniquo Redditometro messo a punto da Equitalia.

Il Grande Inquisitore dostoevskijano del terzo millennio che con il suo modello organizzativo sofisticato vuol far credere alle sue vittime (i contribuenti) di agire per il suo bene: far pagare le tasse a tutti.

Dopo le esperienze del passato ("cartelle pazze" e tanto altro) si può continuare a credere ancora alla Befana, ma non a Befera!

Chissà, forse dimentichi i nostri politici, che nella scorsa primavera c'è stata una forte mobilitazione contro l'agire persecutorio dell'Agenzia con assalti agli uffici, attentati e suicidi. Una società per azioni a capitale pubblico (una multiutility che deve macinare profitti) che è stata accusata pure di praticare lo "strozzinaggio", esigendo, a torto o a ragione, comunque un agio del 9% per ogni tassa non pagata. Una situazione insostenibile fino al punto che la Cgil aveva minacciato uno sciopero generale contro l'Agenzia delle entrate.

Tutti silenti, invece, i futuri candidati premier nonostante che nel tritacarne di Equitalia finirà soprattutto il lavoro autonomo e d'impresa. E qualche pensionato che non appartiene, come Salvatore Bragantini, al ristretto club dei contribuenti mezzi-milionari, ma che per una volta si è permessa una follia: spendendo in sola volta i suoi mille euro (mensili) per una vacanza-premio sul lago insieme ai cari nipotini.

Per non dire del premier-pesce Rigor Montis e del suo ministro dell'Economia, Vittorio Grilli, che ancora non si sono resi conto della bomba sociale lanciatagli sotto la poltrona (a loro insaputa?) da Attila Befera proprio alla vigilia della consultazione elettorale. Ma spesso, accade anche i bocconiani, non si possono prendere impegni superiori alle proprie debolezze.

lunedì 7 gennaio 2013

Il radicalismo di Tolkien fa ancora paura



Così va il mondo! Da giovani - giusto quaranta anni fa - si compra Lo Hobbit edito da Adelphi e ci si innamora del mondo creato da Tolkien al punto da chiamare il proprio cane Bilbo, poverino (lo hobbit, non il cane). Ma il tempo, ahinoi, passa, ci si pente e adesso il fantastico di Tolkien viene talmente in uggia che «inquieta», «continua a non piacere». Questa sorprendete confessione è sull'ultimo fascicolo di Panorama e la firma Roberto Barbolini che di un certo fantastico inquietante e criptico ha permeato alcune sue opere narrative.

All'inizio degli anni Duemila ci furono nomi della cultura di sinistra che ammettevano la «colpa» di aver letto di nascosto le «opere proibite» del professore di Oxford nonostante i tassativi divieti dei collettivi; ora emergono le meditate perplessità di altri insospettati. Che nascono però da fraintendimenti sul senso del fantastico come sistema immaginativo e genere letterario.

Barbolini cita Roger Caillois e fa bene. Caillois è un teorico-chave per come si debba correttamente intendere il fantastico: altro che Todorov! Soltanto che la definizione del sociologo francese secondo cui il fantastico nasce quando un qualcosa di Inaudito, Inammissibile, Impensabile fa irruzione nella Realtà e la scardina e sconvolge, non è il solo «fantastico» esistente. Il vampiro, lo spettro, il lupo mannaro, il mostro una volta, ma anche l'entità di Lovecraft, l'alieno e addirittura Mary Poppins oggi, «contestano», se così si può dire, la Realtà presentandone una alternativa parziale. Ma vi è un altro aspetto del fantastico, quello totalizzante: la creazione di un intero mondo d'immaginazione (che il nostro filologo definì Secondary World rispetto a quello vero che è il Mondo Primario) proprio in quanto tale si pone come alternativa complessiva alla nostra realtà: non solo la Terra di Mezzo, ma anche l'Era Hyboriana di Howard, Gormenghast di Peake e tutti gli altri Mondi Secondari inventati dagli scrittori angloamericani dagli anni Settanta in poi su ispirazione di Tolkien.

È questo l'equivoco in cui Barbolini cadde: ritenere che il fantasy non sia vero «fantastico»: «Non sopporto il fantasy perché è il contrario del fantastico come crepa salutare del reale», mentre «il mondo di Tolkien è preciso come un orologio svizzero», «mai una smagliatura», addirittura «plumbea armatura di certezze filologiche applicate a un'epica immaginaria, ambientata in un mondo dove tutto, sino al minimo dettaglio è assolutamente esatto». Questa precisione, questa assenza di «smagliature» per Barbolini appaga il lettore: «l'immaginario si sostituisce monoliticamente al reale invece di metterlo salutarmente in crisi». Da qui, per lo scrittore, il successo planetario pluridecennale.

L'errore di fondo del ragionamento sta in questa concezione. È invece proprio il fantastico totalizzante del professore oxoniense che di per se stesso mette in crisi l'intero Reale che conosciamo in quanto alternativo ad esso non solo materialmente ma soprattutto in quei valori che il mondo di oggi, così come quello in cui Tolkien scriveva, ha respinto, rigettato, sbeffeggiato, calunniato e che invece i lettori di ieri o odierni ancora chiedono e cercano, proprio come nelle fiabe migliori. E del resto, chi ha detto che nella Terra di Mezzo dove tutto è come un «orologio svizzero», non esiste quella «smagliatura» invocata da Barbolini quali segni del fantastico vero, tali quindi da incrinare proprio la «realtà» dell'immaginaria Terra di Mezzo? Certo che tutto questo perturbante (per usare il termine freudiano) c'è, eccome… Sauron, Saruman, i Nazgul, gli orchi, Shelob: essi vogliano scardinare la concreta trama di quel mondo, irrompendo con la loro malvagità in esso, cercando di imporre un nuovo ordine di terrore ed orrore da sostituirsi alla normalità.

(di Gianfranco de Turris)

I nuovi nemici? Tecnocrati e politici. E la finanza trionfa


È quasi impossibile coltivare nel nostro presente un pensiero politico che proietti il presente nell'avvenire. Avvitati e immersi nel momento, sia il pensiero che il politico sono liquidati come vecchi arnesi. Per tentare l'ardua impresa di ridisegnare la politica nell'epoca del loro disfarsi, dovremmo osare un radicale salto di qualità. Ripartiamo dalla definizione del suo perimetro. Il regno della politica ha per base la partecipazione, per altezza la decisione e per finalità il bene comune, sintesi di bisogni e ideali. Le sue fonti normative e regolative sono l'esperienza, cioè la storia selezionata nella tradizione; la maggioranza, cioè la volontà democratica prevalente; la competenza, cioè la guida degli esperti o dei migliori. Superata l'epoca delle ideologie, è impensabile attestarsi alle vecchie e stanche categorie di destra e sinistra - vecchie di tre secoli, logorate nel novecento che pur le rese di massa - e dei loro drammatici derivati. Ma è altresì impensabile rifiutare padri e patrigni del secolo scorso per regredire ai nonni del secolo precedente. Finiti il comunismo e il nazionalismo, tre eredi restano oggi del passato: liberali, socialisti e conservatori (si veda in proposito l'opportuna traduzione di Conservatorismo: sogno e realtà di Robert Nisbet, uscita di recente da Rubettino). I tre moschettieri del pensiero politico devono fare i conti col totem dell'antipolitica, che non è il populismo ma il suo opposto: la tecnocrazia. Il populismo è la reazione grezza, demagogica e pur necessaria al dominio delle oligarchie. Una reazione trasversale, ma pur sempre politica.

Ma inoltriamoci nel discorso. Da cosa sono sostituite le contrapposizioni che abbiamo conosciuto nel secolo scorso? Da opposizioni più radicali. Mi spiego. Oggi l'alternativa non è più interna alla politica, come non è interna alla società e alla religione, ma ne investe i fondamenti: l'antagonismo è tra chi reputa la politica come il luogo sovrano delle decisioni nel nome di interessi generali e valori diffusi, divisi e condivisi, e chi invece ritiene che non spetti più alla politica il ruolo sovrano di sintesi e decisione, ma alla tecnica nel nome dei mercati. Oggi il nemico, per dirla nel linguaggio schmittiano, o l'avversario, per dirla nel gergo liberal-democratico, non è più la destra o la sinistra, ma è l'apparato tecno-finanziario. Lo dicevo giorni fa in un dialogo con Fausto Bertinotti. Si deve decidere se la sovranità risiede nei popoli, nella loro storia e nella loro realtà presente, o se risiede nei regni impenetrabili della finanza e della tecnica. Indicandoli come impenetrabili, non torno alla letteratura dietrologica e complottista che allude alle centrali occulte del potere mondiale. Dico che il primato globale dei beni strumentali - vale a dire la tecnica e il mercato - ha generato una reazione a catena, notava Schmitt, per cui c'è il passaggio automatico a una sovranità impersonale; gli uomini che ne sono alla guida sono essi stessi esecutori più che dominatori. Sono agenti e funzionari più che mandanti o ispiratori. La finalità non è il bene comune ma l'apparato.

L'antagonismo riconosciuto sul terreno politico si ripete anche negli altri ambiti. Per esempio sul piano religioso, l'avversario prioritario della civiltà cristiana non è l'islam o altre religioni, ma l'antagonismo del nostro tempo è tra le civiltà ispirate a temi religiosi e le civilizzazioni guidate dal primato della tecnica e del mercato. O sul piano sociale, tra società che hanno una visione comunitaria, comunque espressa, e altre che ritengono sostanziale e irreversibile il passaggio a una dimensione individuale e globale. Anche sul piano dei legami l'antagonismo non è più tra la mia e la tua patria ma tra chi pensa che la patria sia un bene primario da tutelare e chi viceversa ritiene che le patrie non abbiano più senso, siamo tutti contemporanei e concittadini del mondo, legati solo al filo globale del presente. Il nostro tempo esige dunque nuove dicotomie e nuovi terreni di confronto e di conflitto.

Altro salto di qualità del pensiero politico investe proprio l'assetto globale del mondo. I derivati dal novecento e dalla modernità estrema, offrivano due soluzioni: assecondare il processo di globalizzazione come fenomeno irreversibile e inarrestabile, fino a sciogliere ogni posizione politica al suo interno; oppure resistere, arroccarsi nei particolarismi e nei nazionalismi, per fermare o almeno frenare questo processo globale. Oggi il pensiero realista pone un'altra esigenza: quella di bilanciare i processi e non rinnegarli o rinnegarsi. Generare contrappesi, salvaguardare le diverse esigenze umane in ambiti plurali e divergenti. L'unico modo realista per affrontare la globalizzazione è riequilibrarla mediante compensazioni: più sono veloci i mutamenti e gli spostamenti più sono necessari i riferimenti saldi e permanenti; più siamo cittadini globali, più sentiamo il bisogno di un luogo originario che avvertiamo come la nostra casa; più cresce l'effetto della tecnica e l'espansione del mercato, più avvertiamo la necessità di colmare la carenza di principi, destini, orizzonti, ambiti qualitativi che diano senso ed altezza e non solo larghezza e strumenti alla nostra vita. Il regno della quantità ha necessità di compensarsi col regno delle qualità. Da qui dunque la convinzione che un armonioso processo di globalizzazione potrà darsi solo se sarà bilanciato da una tradizione viva, che affianchi punti stabili a percorsi mobili.

L'accelerazione corrente urge di un pensiero neo-conservatore per riequilibrarla. Non un pensiero contrario, ma un contrappeso di continuità alle sue rotture.

Come ogni futuro trova senso e stabilità se poggia su una salda memoria e un vivo retaggio, così ogni crescita della tecnica si rende fruttuosa se s'impianta su una coltura. E ogni agire si orienta alla luce di un pensare. Il nemico principale della libertà come del pensare, è l'automatismo, ossia la convinzione che ci sia una sola via, One Way, o una sola procedura, per dirla in gergo tecnico; e che si debba seguire quella, altrimenti si deraglia e si va all'inferno. Al contrario, si deve riaprire il futuro a più esiti e procedere su piani diversi, per compensazioni e integrazioni. È ancora da fondare un pensiero politico che parta da queste premesse. Pensiero sorgivo, per smentire o per bilanciare, la percezione di tramonto, di fine del mondo e di rapida scomparsa del nostro orizzonte, che ci scava dentro come un lutto interiore. Non c'è cosa più triste che l'alba di un giorno, o di un anno, in cui tutto muta ma nulla accadrà.

(di Marcello Veneziani)

mercoledì 2 gennaio 2013

Contro la finanza, le parole del Pontefice Pio XI


«In primo luogo ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento.

Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare.

Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza.

A sua volta poi la concentrazione stessa di ricchezze e di potenza genera tre specie di lotta per il predominio: dapprima si combatte per la prevalenza economica; di poi si contrasta accanitamente per il predominio sul potere politico, per valersi delle sue forze e della sua influenza nelle competizioni economiche; infine si lotta tra gli stessi Stati, o perché le nazioni adoperano le loro forze e la potenza politica a promuovere i vantaggi economici dei propri cittadini, o perché applicano il potere e le forze economiche a troncare le questioni politiche sorte fra le nazioni.

Funeste conseguenze

Ultime conseguenze dello spirito individualistico nella vita economica sono poi quelle che voi stessi, venerabili Fratelli e diletti Figli, vedete e deplorate; la libera concorrenza cioè si è da se stessa distrutta; alla libertà del mercato è sottentrata la egemonia economica; alla bramosia del lucro è seguita la sfrenata cupidigia del predominio; e tutta l’economia è così divenuta orribilmente dura, inesorabile, crudele.

A ciò si aggiungono i danni gravissimi che sgorgano dalla deplorevole confusione delle ingerenze e servizi propri dell’autorità pubblica con quelli della economia stessa: quale, per citarne uno solo tra i più importanti, l’abbassarsi della dignità dello Stato, che si fa servo e docile strumento delle passioni e ambizione umane, mentre dovrebbe assidersi quale sovrano e arbitro delle cose, libero da ogni passione di partito e intento al solo bene comune e alla giustizia.

Nell’ordine poi delle relazioni internazionali, da una stessa fonte sgorgò una doppia corrente: da una parte, il nazionalismo o anche l’imperialismo economico; dall’altra non meno funesto ed esecrabile, l’internazionalismo bancario o imperialismo internazionale del denaro, per cui la patria è dove si sta bene».

(Pio XI, Quadragesimo Anno 14 maggio 1931)