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sabato 8 giugno 2013

Caro Solinas, i mohicani non sono poi così pochi


Al di là di quel che egli stesso pensa, Stenio Solinas ha molti compagni di solitudine e non solo tra gli scrittori degli anni Trenta. A sentirsi ultimo dei mohicani, per citare il titolo del suo pamphlet in uscita, sono, o siamo, in tanti. Pochi rispetto al resto, tanti rispetto alla nostra solitudine. 

Condividiamo i suoi giudizi e le sue amarezze, la lontananza con disgusto da questo presente, pur salvando ben poco di quel passato che ci vide giovani e che fu scandito in due epoche: l'epoca feroce che s'inaugurò alla fine degli anni Sessanta con il Sessantotto e che durò nel decennio seguente lungo gli anni di piombo, sanguigni e sanguinosi. E l'epoca leggera che cominciò col riflusso alla fine degli anni settanta e durò nel decennio successivo, consacrato agli yuppies e all'edonismo di massa. Poi avvenne da noi la seconda repubblica, quel concentrato di postmodernità, populismo televisivo e dissoluzione dei grandi racconti, in cui prevalse «l'estasi del presente» come la definisce Solinas, di cui fu re o reuccio Silvio Berlusconi. Un'epoca che strizzava l'occhio agli anni Sessanta, versione commedia all'italiana, e ai rampanti anni Ottanta, versione Drive in, Craxi e Reagan, ma si concentrava sul presente e sul privato, e si opponeva al settarismo giacobino o «comunista» della sinistra italiana con un sogno di felicità individuale di massa che poi non si realizzò. Nel triplice approdo la nave di Solinas si chiama generazione.

In queste tre epoche che abbiamo vissuto, da ragazzi, da giovani e da adulti, la destra è andata via via scemando, e forse il verbo scemare spiega meglio di ogni altro la parabola del suo leader. Ma insieme scomparve anche la risposta intellettuale e culturale a quella destra politica, passata dal piccolo nostalgismo impolitico-elettorale, al postfascismo fondato sull'Amnesia Nazionale, e poi dal berlusconismo opportunistico all'antiberlusconismo suicida. Mi riferisco alla Nuova Destra, di cui Solinas fu esponente di primo piano, che si perse nel caleidoscopio degli anni e la sua comunità partorì un arcipelago di solitudini.

Certo, l'epoca vista non solo da destra ma in generale, è segnata dal trionfo della tecnica e dell'economia sulla politica e sulla passione civile. I suoi leader furono legati all'economia: Solinas cita Berlusconi, Prodi e Monti, ma si potrebbero aggiungere anche Ciampi, Dini, Amato, Maccanico e altri.

Il viaggio sentimentale di Solinas tra Leopardi e Longanesi-Flaiano, è un vivace riassunto generale di quel che scriviamo ogni giorno sul Giornale e del disagio che viviamo noi che non fummo e non siamo liberali e moderati. Un disagio che diventa disprezzo rispetto al fallimento e al cinismo delle classi dominanti ma che si fa speculare quando affronta il cinismo volgare del «popolaccio». Solinas nasconde nel disgusto e nella malinconia un'indole romantica. Un romanticismo che non disdegnò di trescare col fascismo proprio perché amore proibito, storia vietata, scelta disperata. Il fascismo rappresentava «il più altrove» possibile nella storia d'Italia, anche se paradossalmente era l'autobiografia degli italiani (ma degli italiani in piedi, eretti o a volte solo in erezione). Proprio perché impossibile, impronunciabile, irrealizzabile e scandaloso, il sogno del fascismo catturò gli spiriti romantici come quello di Stenio. È bello sedersi dalla parte del torto e dei vinti.
Solinas ricorda le vittime neofasciste degli anni di piombo, ma ha l'onestà civile e morale di provare vergogna per alcune brutte storie che segnarono quel mondo, come lo stupro di Franca Rame.

Ha ragione Solinas a notare che il cosiddetto ventennio berlusconiano sia stato piuttosto il ventennio dominato dall'ossessione antiberlusconiana. Onesto è il suo bilancio di Berlusconi e di Grillo, che ne è la prosecuzione e la negazione al contempo con altri mezzi.

Alla fine, forse anche per Solinas, come per Nanni Moretti, si fa struggente il ricordo amaro e dolce dei nostri vent'anni, cantato da Bruno Lauzi in Ritornerai. Di quel cammino resterà un'impronta lieve sui sentieri dell'anima.

(di Marcello Veneziani)

sabato 1 giugno 2013

Trent’anni fa l’ultimo numero de “La Voce della Fogna”, la rivista che insegnò alla destra a ridere di se stessa



Nella primavera del 1983, trent’anni fa, finiva una delle esperienze editoriali più interessanti germinate dal mondo della destra italiana. Stiamo parlando del “giornale differente” La Voce della Fogna, ideato dal politologo fiorentino Marco Tarchi (allora poco più che ventenne dirigente giovanile del Msi) e “stimolato” dalla Nouvelle Droite francese, presente sulla nuova rivista nata nel 1974 tramite Jack Marchal, autore di un’apposita rubrica sul rock ma ancor di più delle strisce che resero popolare (a destra e non solo) il “topo” portavoce della testata. Ovviamente a tre decenni di distanza da quell’esperienza il gioco rievocativo può far indulgere a celebrazioni esagerate: certo La Voce della Fogna non cambiò il costume dei giovani italiani ma influì, e profondamente, sugli atteggiamenti del mondo giovanile della destra.

Innanzitutto, come ha sottolineato Marco De Troia nella sua storia del Fronte della Gioventù (Settimo Sigillo, 2001) quell’iniziativa editoriale cambiò il modo di intendere il giornale politico, virando dai contenuti nostalgici e rievocativi verso quelli più in sintonia con i gusti dei ventenni dell’epoca. Un giornale che non voleva innalzare muri di separazione tra buoni e cattivi ma lanciare un ponte verso il dialogo. Nel primo editoriale della rivista (“Oggi le catacombe si chiamano fogne”) Marco Tarchi scriveva così: “Perché le fogne?! Tutto fuori puzza! Orrendo è il fetore dei mezzi di disinformazione, che presto scopriranno un grave attentato fascista anche negli asili… Se la superficie puzza, il profumo si è rifugiato nelle fogne, svuotatesi ormai di tutta la melma salita verso il potere. È un profumo raro, leggero, che pochi riescono a sentire. Ma esiste… La voce, dalle fogne, dove era stata ricacciata, sale. E cresce…”.

Una voce destinate a lasciare traccia: da allora non vi è storia della destra che non menzioni quel giornale irriverente e che non ne faccia un bilancio storico, disegnando i confini di un’eredità innegabile nei decenni successivi. Secondo Luciano Lanna e Filippo Rossi, autori di Fascisti immaginari, il merito della testata fu di avere compreso, prima di altri, che il neofascismo era morto. Ma il topo che campeggiava sulle famose copertine de La Voce della Fogna è rimasto vivo e vegeto, un’icona della capacità reattiva di un ambiente che anziché piangersi addosso provava a spiazzare gli avversari. E ancora oggi, trent’anni dopo, diventa copertina di un romanzo, Fascistelli, scritto da un giovane regista e autore teatrale, Stefano Angelucci Marino, a dimostrazione della sua vitalità simbolica.

Mario Bozzi Sentieri, che ha pazientemente compilato una storia delle riviste di destra (Dal neofascismo alla nuova destra - le riviste 1944-1994, ediz. Pagine) concorda sul fatto che La Voce della Fogna costituì “un momento di rottura epocale in termini di linguaggio e di contenuti”.  Per la prima volta – continua – “si sono affrontati i temi tipici delle tendenze giovanili dell’epoca, ci siamo innamorati della biopolitica , eravamo affascinati dalla metapolitica, la prima fase de La Voce della Fogna è stata questo. Poi c’è stato un discorso di ridefinizione ideologica di tutto un mondo per superare  vecchi schematismi culturali e per andare al di là della destra e della sinistra”. La Voce della Fogna era, però, anche un giornale politico, “di completa rottura rispetto a un certo neofascismo folkloristico”. Un “azzardo” che costò a Marco Tarchi l’espulsione dopo la pubblicazione sul numero 25 della rivista (autunno 1980) di un falso resoconto del congresso missino (l’articolo fu attribuito a Tarchi ma in realtà era stato scritto da Stenio Solinas). “A rileggerla oggi – commenta Bozzi Sentieri – quella satira sembra all’acqua di rose, una cosa molto blanda rispetto ai veleni che sono stati sparsi dopo. Ma è chiaro che era solo un pretesto per liberarsi di un intellettuale scomodo come Tarchi”. E comincia così la terza fase della rivista, che diviene strumento di diffusione delle idee della Nuova Destra. Un compito che appunto nel 1983 passa a testate più approfondite e “serie” come Diorama e Trasgressioni.

Lo stesso Marco Tarchi, scrivendo di quell’esperienza, così ne traduce il senso: “Si constatava una realtà: la rude emarginazione quotidiana. Ma dall’underground delle catacombe qualcosa può nascere. Una neolingua da inventare, che prendesse le distanze dal destrese sezionale senza ricalcare i fonemi dell’avversario, tre pagine di fumetti, la voglia di far vedere che anche in materia di cinema, di musica rock , di costume, il diritto di esprimerci non poteva esserci negato. Incomprensioni, ostracismi, curiosità. E la sorpresa di aver sfondato, coagulando quel che fra le righe di tanti giornaletti ciclostilati era qua e là comparso, riprendendo il gusto di sghignazzarsi addosso, di scollarci di dosso il tetrume delle occasioni ufficiali” (Marco Tarchi, La rivoluzione impossibile, Vallecchi). Un tentativo fecondo che sicuramente venne imitato dal Fronte della gioventù per tutto il decennio degli anni Ottanta. Poi, è stata bagarre sia sulle eredità da conservare sia sui contenuti da ostentare sia sul linguaggio da utilizzare. Ma un elemento, a trent’anni di distanza, appare in modo innegabile: La Voce della Fogna fu il tentativo riuscito di un mondo ghettizzato di guardare “fuori” di passare dalle negazioni “assolute” alle affermazioni “condivise”. Oggi il mondo giovanile della destra appare soverchiato da un eccesso di ossessione identitaria ed è tentato, semmai, dal fare il percorso contrario. Ma questa è tutta un’altra storia, e tutta ancora da scrivere.

(di Annalisa Terranova - fonte: www.secoloditalia.it)

giovedì 23 maggio 2013

“Lui è tornato”. Hitler 2.0


Scrivere di Adolf Hitler è come spararsi un colpo in bocca a Notre Dame, non c’è dubbio, solo che “Lui è tornato”, s’è svegliato a Berlino, immerso in un olezzo di benzina: “Forse Eva” – si chiede, spolverando la propria uniforme – “voleva smacchiarmi la giacca?”.
Lui è tornato e, in pochi mesi, ha già macinato in Germania oltre seicentomila copie del libro scritto da Timur Vermes (edito in Italia da Bompiani). E’ tornato Lui ed è così plausibile in questo suo tornare che i lettori, pagina dopo pagina, non si chiedono “chissà come va a finire”, piuttosto: “Vediamo come va a ri-cominciare”.

C’è sempre un momento in cui Mefistofele, nel Faust, sodomizza gli angioletti. Figurarsi cosa potrà fare Lui, ora che “è tornato”. Mefistofele acchiappa le proprie prede per le alucce, le deturpa incapricciandosi di chissà quale loro burrosa malia ma mai e poi mai il diavolo trova nel lettore un complice, anzi: ci si ritrae leggendone le avventure e Goethe, allora – sorvegliando i propri versi – sfodera il registro comico e così seduce il lettore sicché anche Lui, tornando, torna nel buonumore.
E’ tornato Lui e i berlinesi che lo incrociano per strada, riconoscendolo – “è meglio di Bruno Ganz…” – lo scambiano per una comparsa di “Scherzi a parte”. Quelli della televisione, avvisati, lo adocchiano, non gli fanno neppure un provino e ne fanno presto una star nel programma comico più importante.
Tornato in gran spolvero, Lui, invece che nelle birrerie di Monaco, come un Crozza racconta negli studi televisivi il futuro con un ragionamento semplice ed evidente: la terra è piccola e l’umanità è prolifica. Chi si accaparrerà le risorse fondamentali per la sopravvivenza, il popolo più gentile o la schiatta più forte?

Irresistibile è il comico che non può produrre documenti d’identità, che sfrutta al meglio le proprie competenze e perciò impara ad adoperare un coso strano, scuro, il telecomando; buffissimo, poi, il tentativo di farsi un indirizzo e-mail con le proprie generalità per vederselo negato; inarrestabile, infine, nel suo pragmatico senso della contemporaneità: sconsiglia l’uso dei caratteri gotici per non abusare di nostalgie e adotta il termine “homepage” perché la lingua della Patria, insomma, tanto più parole nuove accoglie ancora di più si rafforza.

Questo Hitler di Vermes non assomiglia affatto al “Grande Dittatore” di Chaplin perché rispetto a quella caricatura è l’originale, un Hitler di YouTube sconvolto nel sapere che al vertice della nazione ci sia una “donna tozza”. E’ Angela Merkel. Lui, tornando, non l’ha vista nella foto che tutti noi abbiamo visto ieri, nell’uniforme della Ddr (qui sotto). E’ oggi il Cancelliere. E “infonde l’ottimismo di un salice piangente”.

E’ tornato, dunque. Hitler conquista il pubblico con la propria divisa e con le parole che aveva già proferito. I suoi monologhi, infatti, sono i “Monologe im Führerhauptquartier” e la gente lo applaude rapita al punto che la società di produzione vince il più importante premio e la ragazza al ricevimento, nell’hotel dove alloggia, presa dal suo carisma, gli rivolge il regolamentare saluto: Heil Hitler.
E’ Lui. Incontra per strada delle pazze prese dalla stessa bizzarria: raccolgono la cacca dei propri cani. E’ Lui. Riconosce nei passanti dei turchi, segno evidente, questo, della proficua collaborazione del Reich con l’Anatolia. E’ Lui. Fa irruzione nella sede del partito neonazista e siccome l’unico revisionismo che funziona è sempre quello che ciascuno si fa da sé, Hitler affronta i propri eredi e li umilia al punto di essere fatto oggetto di un attentato dai militanti dell’estrema destra che vedono in Lui che è tornato il nemico che li fa ridicoli e inutili.
Lui però è Lui. Dopo l’agguato ha capito di essere mancato da troppo tempo e di dover ricominciare da zero. E di ri-cominciare.

(di Pietrangelo Buttafuoco - fonte: www.ilfoglio.it)

martedì 21 maggio 2013

Morto suicida a Notre Dame Dominique Venner, uno storico fuori dal coro. Uno di noi


Bisogna conoscere la Francia – e non da ignaro turista – per sentire veramente la morte di Dominique Venner. Bisogna conoscere – e amare – la Francia degli “intellettuali di Francia”, totalmente diversi dai chiacchieroni eunuchi che si fregiano del titolo a casa nostra. Di qualunque “parte” siano, in Francia gli intellettuali finiscono in ospedale e in galera e – in molti casi – finiscono fucilati da chi ha paura delle loro parole. Non a caso, nei bistrot intorno a Rue des Pyramides, si parlava di De Gaulle come del fucilatore di poeti. 

Un intellettuale francese di destra alla soglia degli ottant’anni non può non aver fatto la guerra di Algeria, possibilmente nei paracadutisti. Non può non essere stato in carcere almeno un anno, perché sosteneva gli insorti dell’Oas o perché ne faceva parte. Non può non essere passato per le mani dei tabasseurs della polizia e – una volta fuori dal carcere – non può non essere finito sotto le spranghe dei trotzkisti di Lutte Ouvriere. Ma questa è la storia di decine di migliaia di “ragazzi normali” della Francia che abbiamo imparato a sentire per decenni come la nostra seconda casa. Ma i francesi, inoltre, scrivono e leggono come se la carta fosse carne e il sangue inchiostro. E un intellettuale francese, oltre alle cicatrici di ordinanza, deve avere al suo attivo almeno cento libri. Venner era uno storico stimato e affermato. Paradossalmente uno dei maggiori esperti di comunismo – di Marx, Lenin e persino Gramsci – che ci fosse in Francia. E quando si dice storico si intende storico, uno che trova documenti mai pubblicati prima, fa ricerche e svela retroscena documentandoli, non uno che riempie le pagine con le versioni autorizzate dall’ortodossia accademica. 

Sulle agenzie italiane – ma non in quelle francesi e non a caso – di Venner si dice che era un fiero oppositore dei matrimoni tra coppie gay, così, tanto per attualizzare la notizia e dargli una nota di colore. Dalla cronaca di questi mesi pare che i francesi che si oppongono ai matrimoni omosessuali siano svariati milioni, ma non tutti con esperienze di militanza, non tutti affermati storici, non tutti con centinaia di titoli al proprio attivo, non tutti ottantenni. E non tutti che, di fronte all’inesorabile crepuscolo della propria esistenza, dopo aver tutto dato e forse tutto ricevuto, come l’irrangiungibile Drieu pongono fine volontariamente alla propria esistenza, scegliendo come gli stoici quando e come morire dopo aver tentato, come Yukio Mishima, di fare della propria vita la propria più grande opera d’arte. E se la propria vita è stata dedicata alla santità della Patria, è sull’altare di quella santità che vale la pena di immolarsi. Sull’altare di Notre Dame de Paris Venner ha posto fine alla propria esistenza terrena con un ottocentesco colpo di pistola. Per continuare la sua vita in eterno tra le braccia della Madre di Dio, Madre di Francia e Madre dei francesi.

(di Marcello de Angelis)

lunedì 20 maggio 2013

I profeti dell'Apocalisse sedotti dal nichilismo


Stiamo confondendo la nostra vecchiaia con la fine dei tempi? Ovvero sta finendo il nostro tempo e pensiamo - figli di un'epoca egocentrica - che finisca il Tempo e arrivi l'Apocalisse? Ho avuto questo pensiero irriverente dopo aver letto due libri gemelli (eterozigoti) dedicati al Katechon. 

 Li hanno scritti due maturi filosofi, Giorgio Agamben - Il mistero del male. Benedetto XVI e la fine dei tempi (Laterza, pagg. 68, euro 7) - e Massimo Cacciari - Il potere che frena (Adelphi, pagg. 211, euro 13). Agamben e Cacciari proseguono da tempo due cammini paralleli: uscirono in sincronia con due libri francescani, prima che sorgesse un Papa di nome Francesco. Si ispirano ambedue a San Paolo e a Carl Schmitt nella sua teologia politica. Affrontano entrambi, fuori dalla fede, il doppio tema della Chiesa di Cristo e del Potere temporale: il potere che seduce e induce all'Anticristo e il potere che frena, ritarda o trattiene dalla rovina, cioè il Katechon. Si pongono entrambi il problema della fine dei tempi, il mysterium iniquitatis e l'avvento dell'Anticristo che verrà a sedurre coloro che sono morti nell'Anima. E si pongono entrambi, senza dare risposte salvifiche, il grande tema escatologico, la via della salvezza. Siamo davvero alla fine dei tempi o questa percezione già in altre epoche ha pervaso lo spirito del tempo e si affaccia a ogni giro di boa?

Vero è che Agamben avverte: l'ultimo giorno è ogni giorno, non solo ora, e dunque non solo quest'epoca che stiamo vivendo. La stessa cosa, in fondo, suggerisce Cacciari sottolineando che non è solo la condizione storica che stiamo vivendo a indurci alla riflessione escatologica, ma più radicalmente è la condizione umana, tragica in sé e non solo adesso.

La visione escatologica si nutre però degli eventi eccezionali che hanno scosso di recente la Chiesa; le dimissioni del papa teologo, la profezia di Celestino, poi l'avvento del papa francescano, la compresenza dei due papi nel Vaticano, i tormenti della fede. Agamben considera un atto di coraggio le dimissioni di Ratzinger, ma alla fine argomenta in modo laico, mediante le categorie di legalità e legittimità, filtrate da Schmitt, che servono a delineare il potere e le sue fonti, ma sono estranee alla missione evangelica e pastorale di un pontefice, non affrontano l'irrevocabilità del ruolo di Santo Padre e non considerano il significato religioso e spirituale della Tradizione. Agamben oppone la Chiesa escatologica alla Chiesa immersa nella storia, o come egli scrive, nell'economia. E giudica la rinuncia di Ratzinger come un'affermazione della prima contro la seconda. In realtà, lo stesso Schmitt, così citato da Agamben come da Cacciari, ci ricorda la visibilità della Chiesa romana, e non oppone la prima alla seconda ma considera la Chiesa spirituale incarnata nel suo corpo storico e istituzionale.

Agamben invece sostiene che la Chiesa abbia una struttura bipartita, metà «decora», appartenente a Cristo, e metà «fusca», appartenente al diavolo. È una visione gnostica della Chiesa, il cui corpo ecclesiale diventa tomba della sua spiritualità, non sposa di Cristo ma del funesto demiurgo. Liberandosi del corpo ecclesiale, Ratzinger ha avuto «il coraggio di mantenersi in relazione con la propria fine». Ma può farlo un cattolico investito dal Santo Apostolato di guidare la Chiesa? È una scelta ascetica e monacale, si dirà. Ma non c'è il rischio che per un Papa suoni come una scelta di tipo protestante, abdicare al pontificato per dedicarsi al soliloquio interiore con la propria coscienza, anziché restare nella Comunità ecclesiale, alla guida della Chiesa visibile? Per Agamben quello di Ratzinger è coraggio escatologico, in cui la verità spirituale coincide con la sua morte al mondo, e dunque con la rinuncia al ruolo pastorale. Da qui la visione apocalittica della Chiesa, viva solo in punto di morte, nell'Ultimo Giorno. Non soffia in Agamben come in Cacciari una versione mistica del nichilismo contemporaneo? Non il nichilismo gaio del nostro tempo ma un nichilismo profetico e apocalittico, che trae luce dalla notte e cerca la salvezza nel suo annichilirsi, dove la vita eterna coincide con l'essere per la morte. Non San Paolo ma Martin Heidegger sembra l'Apostolo di questa profezia.

Ma la prospettiva dell'apocalisse nasce solo nell'ambito della Chiesa e della Cristianità? È percepita solo in chiave religiosa come la sfida estrema tra il Katechon e la Bestia, tra Cristo e Anticristo? In realtà la diffusa percezione della fine dei giorni sorge dall'espansione infinita della tecnica, dell'economia, dei mezzi di distruzione e anche di salvezza, offerti dalla tecnica. E a quest'apocalisse tutta mondana corrisponde un Katechon mondano, un potere che frena e trattiene dalla morte e dalla vecchiaia, dal dolore e dall'impotenza, che coincide ancora con la tecnica e i suoi portentosi mezzi di salvezza temporale, di prolungamento artificiale. Se la convinzione religiosa di essere alle soglie dell'Ultimo Giorno è ricorrente nella storia universale, legata a date, profezie, eventi catastrofici, avventi mostruosi al potere, la percezione odierna della fine del mondo è legata a fattori inediti nella storia dell'umanità: mai era successo che gli uomini sulla terra si moltiplicassero fino a superare i sette miliardi, mai era accaduto a tal punto lo sfruttamento tecnologico dell'universo, l'inquinamento, la produzione senza precedenti di consumi e rifiuti, il possesso di armi di distruzione, il prolungarsi della vita. E si potrebbe continuare.

L'idea di essere alla fine del mondo è ciclicamente emersa nella storia dell'uomo ma i fattori su cui questa volta si fonda non hanno precedenti e non hanno una diretta attinenza religiosa, escatologica. Certo, si potrebbe dimostrare che l'espansione universale della Tecnica sorge sulla contrazione della Spiritualità.

Ma è difficile poi andare oltre. Cosa dovrebbe fare il pensiero? Aspettare e propiziare il Katechon o auspicare che s'affretti la fine del mondo? E senza la prospettiva trascendente il Katechon non rischia di essere risolto nella tecnica che salva nel tempo a prezzo di rinunciare al destino? Non è la tecnica, del resto, che sostituendosi a Dio, ha sottratto il potere dalle mani dell'uomo? Non è l'automatismo il nuovo dispotismo e la reazione a catena, come scriveva Schmitt nel suo Dialogo sul potere, il suo motore? Per attraversare la linea occorre aprirsi alla luce sorgiva dell'essere, altrimenti si resta avvolti nella notte del nichilismo. C'è o non c'è Dio alla fine dei tempi? È necessario pensarlo per decidere come predisporsi all'uscita.

(di Marcello Veneziani)

domenica 5 maggio 2013

Gramsci leninista perfetto. Altro che erede di Gobetti


Tutta l'opera di Antonio Gramsci è stata il poderoso tentativo di tradurre il marx-leninismo in italiano. Per compiere questa traduzione, Gramsci mobilita la storia d'Italia e i suoi principali teorici, da Machiavelli a Gioberti, da Gentile a Croce, dai sociologi delle élites alla letteratura nazionale. 

Le sue idee chiave, i suoi concetti cardine derivano da Lenin. Perfino l'adozione della via nazionale al comunismo e della democrazia come fase transitoria verso la dittatura del proletariato derivano da Lenin, anzi furono ascoltati dalla sua viva voce, nel corso della permanenza di Gramsci a Mosca tra il 1922 e il 1923, mentre in Italia andava al potere Mussolini. Gramsci si propose di far combaciare il Principe di Machiavelli col Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels. I due traduttori del marxismo in filosofia della praxis sono per Gramsci Georges Sorel e Giovanni Gentile. Sorel è citato all'esordio della sue Noterelle su Machiavelli come l'autore che eleva il Principe a Mito, cioè a creazione della «fantasia concreta che opera su un popolo disperso e polverizzato per suscitarne e organizzarne la volontà collettiva». Gentile, invece, è il filosofo che reinterpreta Marx, anzi per Gramsci «è il filosofo italiano che più in questi ultimi anni abbia prodotto nel campo del pensiero lo sviluppo ultimo dell'idealismo». Era il 1918, e poco dopo Gramsci, Tasca e Togliatti daranno vita a Ordine Nuovo, una rivista di marxisti gentiliani. Il riferimento a Gentile poi sparisce e nei Quaderni dal carcere si fa critico perché Gentile è diventato il filosofo del fascismo. Resta l'impronta gentiliana nella visione gramsciana dello stato pedagogico e totalitario, nel primato del noi, nella centralità della cultura, nell'identità di teoria e prassi, filosofia e politica, nella riforma morale, intellettuale e civile. Ma i riferimenti a Sorel e Gentile non tradiscono il leninismo, anzi sono ambedue rigorosamente iscritti dentro il leninismo: Gentile fu l'unico filosofo vivente citato positivamente da Lenin nel suo profilo di Marx (riferimento poi cancellato da Togliatti nella traduzione italiana del 1950). E di Sorel, alla sua morte, si contesero le spoglie Mussolini e Lenin che lo consideravano ambedue maestro e precursore. È curioso pensare che il perimetro Marx-Sorel-Gentile-Machiavelli unisca Gramsci a Mussolini. Li separerà la lotta di classe che in Mussolini si fa lotta tra le nazioni.

Anche il nazionalpopolare è di marca russo-leninista e Gramsci lo traduce nella linea giobertiana e gentiliana; ma sostituisce l'ispirazione romantica e risorgimentale dei primi con l'impronta illuministica e rivoluzionaria. Il progetto di Gramsci è portare l'illuminismo alle masse, tramite il partito giacobino, nuovo Principe, che per Gramsci s'incarna nel Partito Comunista. Quel partito giacobino che, a suo dire, mancò al tempo del Risorgimento privando l'unità di una direzione progressiva. Il giacobinismo riporta Gramsci a Lenin e alla linea radicale dell'illuminismo e lo separa da Sorel e da Gentile, che furono antigiacobini. 

Il pensiero di Gramsci non divorzia da Lenin neanche quando teorizza l'egemonia, ferma restando la meta della dittatura del proletariato, o quando definisce il partito totalitario erede rivoluzionario del Principe. Gramsci pensa a Lenin quando oppone il cesarismo progressivo dei bolscevichi al cesarismo regressivo dei fascisti, la violenza progressiva degli uni alla violenza reazionaria degli altri, il totalitarismo espansivo dei primi al totalitarismo repressivo. Ma chi stabilisce quel che è progressivo e quel che è regressivo, la violenza terapeutica e quella sistematica, il totalitarismo buono e quello cattivo? Il Partito: «ogni atto viene concepito come utile o dannoso, come virtuoso o scellerato, solo in quanto ha come punto di riferimento il moderno Principe stesso e serve a incrementare il suo potere o a contrastarlo. Il Principe prende il posto, nelle coscienze, della divinità o nell'imperativo categorico, diventa la base di un laicismo moderno e di una completa laicizzazione di tutta la vita». Mirabile sintesi di un processo che porta dal relativismo all'assolutismo: non esistono valori oggettivi né principi superiori, ma tutto è commisurato all'utilità del soggetto-principe che decide sui princìpi, sui valori, sulla morale. E dunque uno stesso atto può diventare legittimo o illegale, ammissibile o inammissibile, eroico o infame, morale e immorale, vero o falso se compiuto dal Principe o dai suoi nemici. Quanto abbia inciso questa concezione, relativista e assolutista al tempo stesso, sull'ideologia dell'intellettuale Collettivo, il partito, e dei singoli militanti, è ancora sotto i nostri occhi. 

Precorrendo la svolta giudiziaria dei nostri anni, Gramsci scrive sull'Avanti! torinese del 18 febbraio 1920: «il controllo della forza armata dovrebbe passare dalle mani del governo nelle mani di un potere indipendente dal governo e dal parlamento, nelle mani dell'ordine giudiziario, divenuto potere attraverso un'assemblea costituente». Un regime dei giudici, insomma. Sempre nello stesso scritto, Gramsci critica lo Stato unitario italiano con gli stessi argomenti dell'odierna vulgata antirisorgimentale. Per Gramsci «lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono infamare col marchio di briganti» (Il Lanzo ubriaco, ne L'Ordine Nuovo, Einaudi, 1954).

Il destino tragico di Gramsci ebbe un risvolto paradossale: una dittatura ostile lo costrinse al carcere, una dittatura comunista lo avrebbe eliminato; e in mezzo ai due regimi totalitari, Gramsci teorizzava in carcere un altro sistema totalitario. Senza il carcere, Gramsci avrebbe probabilmente guidato una scissione nel Partito Comunista. 

La fortuna di Gramsci culminò nell'Italia degli anni Settanta, dopo Togliatti. Poi sorsero due letture revisioniste di Gramsci: a sinistra il cosìddetto gramsciazionismo, ovvero un Gramsci letto come la prosecuzione di Gobetti, una versione radical-liberal che sbarcò anche negli Usa. Dall'altra parte sorse il gramscismo di destra che coglieva l'idea gramsciana di conquistare consenso e potere tramite la conquista della cultura. La matrice era gentiliana o nell'idealismo militante del primo '900 e Gramsci teorizzava in carcere quel che lo stesso Gentile e Bottai realizzavano nel fascismo. Il progetto fu ripreso nel dopoguerra da Togliatti che gettò le basi all'egemonia culturale del Pci; dopo il '68 mutò in egemonia della sinistra radical giacobina.

Resta viva di Gramsci la lucidità intellettuale di una visione ideologica che rilegge la storia, il pensiero e la letteratura; il primato civile della cultura, la centralità del nazional-popolare, la fragilità del fisico unita al vigore eroico del suo pensiero, la tenerezza dei suoi sentimenti intimi. Tra le sue struggenti lettere ai famigliari ce n'è una scritta a sua madre Peppina per l'onomastico. Era il 1934 e non avevano detto a Nino che sua madre era morta un anno e mezzo prima. Il Natale prima aveva ricevuto un pacco di biscotti e lui aveva spiegato ai carabinieri «li ha fatti certamente mammà», non sapendo che era deceduta da tempo. Il carcere negò a Gramsci la verità anche nella sfera degli affetti più cari.

(di Marcello Veneziani)

La destra e le vittorie politiche degli ultimi anni: effimere perché prive di radici culturali


Con una certa regolarità dopo ogni sconfitta elettorale nel centrodestra si apre il dibattito sulla ”cultura”, sino ad oggi con risultati nulli. Sta accadendo ancora una volta su Il Giornale dove Paolo Guzzanti un ex di sinistra che ogni tanto si ricorda di esserlo (anni fa accusò Marcello Veneziani di essere un “fascista”) ha riaperto la questione lamentando che il centrodestra non abbia mai avuto una strategia a proposito di cultura, che non abbia messo uomini suoi a posti di responsabilità eccetera eccetera, facendo anche un singolare parallelo fra i liberal americani e i liberali italiani: cose invece diversissime fra loro perché quelli americani non sono altro che radical, spesso chic come li definì Tom Wolfe con termine entrato nell’uso comune (il suo saggio lo pubblicò Rusconi negli anni Settanta e nessuno se lo ricorda). Sono poi intervenuti personaggi di spicco del Pdl (Forza Italia) come Cicchitto e la Gelmini scoprendo l’acqua calda.

Quel che adesso si legge mi ricorda il convegno di San Martino al Cimino dopo la batosta alle elezioni politiche del 1996: in quella occasione i professori di Forza Italia (da Pera a Vertone) tennero una lezione di liberalismo ai poveracci che nel centrodestra dell’epoca liberali non erano. Bacchettate sulle mani e poi zero iniziative. Nel 2013 ci risiamo: quel che si è stato scritto sul Giornale da parte dei politici a partire dallo stesso Guzzanti sembra nascere all’improvviso e dimentica le cose scritte su quelle stesse pagine e su altre testate di centrodestra (da Area a Percorsi a Il Borghese) nel corso degli anni quando firme di centrodestra non liberale hanno scritto inascoltati che bisognava “ripartire dalla cultura” sempre negletta proprio come adesso si afferma pensando di dire una novità. Oggi si piange sul latte versato quando, durante i tre governi Berlusconi (1994, 2001, 2008) i ministeri chiave della Istruzione e dei Beni Culturali sono stati per lo più in mano ad esponenti di Forza Italia e durante i quali proprio nulla è stato fatto per scardinare l’egemonia della sinistra nei centri di potere culturale di questa nazione. Da un lato preferendo scegliere per posti di responsabilità tra una brava e competente personalità di centrodestra ed un none “famoso” di centrosinistra (se non proprio comunista) quest’ultimo; dall’altro non osando toccare lo status quo; dall’altro ancora non incoraggiando, aiutando, sponsorizzando (in forme legittime ovviamente) tutte quelle iniziatiche utili a dimostrare che una cultura non di sinistra esisteva e aveva da dire: riviste, case editrici, progetti di film e di serie televisione, convegni, fondazioni. E non che i mezzi per farlo non vi fossero!

Tutto questo non-fare, snobbare, ci ha ridotti al punto in cui siamo. Ricordo benissimo che nel 1994 si misero da parte nomi come Accame, Isotta, Buscaroli e altri perché considerati “troppo di destra”. Non si tratta di creare una nuova egemonia aborrita dai “liberali”, ma semplicemente di riequilibrare una situazione compromessa da decenni di stratificazioni e conformismi di sinistra. Non è stato fatto, né a livello nazionale né a livello locale, con rare eccezioni, come ho spesso rilevato su varie testate, nonostante l’evidente crisi di ideali e valori della Sinistra, che continua però ad avere sempre dalla sua parte il conformismo ideologico e la solidarietà politica. In più si aggiunga la crisi culturale del MSI divenuto AN nel 1995 con l’abiura di tutti i suoi punti di riferimento e la frittata è fatta.

I politica di centrodestra si accorgono a quanto pare soltanto ora di questa situazione, quando i buoi sono scappati dalle stalle. Si sono perduti vent’anni, il tempo di una generazione, durante i quali, come ho ricordato in altra occasione, i nati degli anni Novanta hanno solo letto e visto libri, giornali e film contro il centrodestra mascherati da antriberlusconisnmo/antifascismo.

I politici di centrodestra hanno anche trascurato importanti occasioni di chiarimento e di riflessione, come, ad esempio, aprire un vero dibattito dopo l’illuminante editoriale che scrisse Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 25 novembre 2012 dove si metteva il dito sulla piaga culturale. Il professore affermava che in Italia “nelle urne vince per solito la Destra (o il Centro […]) ma nella società civile quella che di gran lunga si fa sentire è la voce della Sinistra”. Questo consolidamento culturale e sociale della Sinistra fa sì che “la Destra, anche se elettoralmente fortissima, sembra esistere in un certo senso solo nelle urne, essendo in tal modo esposta al rischio di collassi politici e d’immagine improvvisi, capaci di portare in pratica alla sua dissoluzione”. Come sta in effetti avvenendo. Il Pdl secondo Galli della Loggia, “paga il prezzo” di essere un “partito artificiale” che, “inebriatosi del suo successo elettorale, non si è  mai curato di diventare qualcosa d’altro: qualcosa per l’appunto che avesse un retroterra di valori nella società italiana”. Cose dette mille volte da molti di noi di destra non liberale in passato. La conseguenza è che il PdL non ha voluto vedere i propri errori, li ha minimizzati, li ha nascosti sotto il tappeto, nonostante le sollecitazioni in contrario, affidandosi soltanto sull’indubbio carisma e capacità organizzativa di Berlusconi. Ma è stato troppo poco. Errori innumerevoli, ma uno è il principale: la sua presenza solo nelle istituzioni quando era al potere, ma la sua clamorosa assenza nella “società civile”. Una volta perduto il Potere si è trovati con nulla in mano perché, scrive l’editorialista, “altrove del tutto assente a dispetto di tanti suoi elettori in buona fede”. In soldoni, senza un solido retroterra culturale (idee in cui credere, una “visione del mondo”, autori di riferimento ecb.) vincere le elezioni non basta per incidere sulla realtà della nazione e degli italiani.

Questo, con parole assai più autorevoli delle mie, è il nodo di Gordio della questione che in vent’anni non si è riusciti a tagliare di netto e, preferendo affidarsi agli altri – i “grandi nomi” di sinistra – per paura di scegliere e di schierarsi in nome di un malinteso “liberalismo”.

(di Gianfranco de Turris - fonte: www.barbadillo.it)

mercoledì 3 aprile 2013

Se il capitalismo diventa di sinistra


Sul fatto che alle elezioni la sinistra, a ogni latitudine e a ogni gradazione, sia andata incontro all’ennesima sonante sconfitta, non v’è dubbio e, di più, sarebbe una perdita di tempo ricordarlo, magari con documentatissimi grafici di riferimento. Più interessante, per uno sguardo filosoficamente educato, è invece ragionare sui motivi di questa catastrofe annunciata. E i motivi non sono congiunturali né occasionali, ma rispondono a una precisa e profonda logica di sviluppo del capitalismo quale si è venuto strutturalmente ridefinendo negli ultimi quarant’anni. Ne individuerei la scena originaria nel Sessantotto e nell’arcipelago di eventi ad esso legati. In sintesi, il Sessantotto è stato un grandioso evento di contestazione rivolto contro la borghesia e non contro il capitalismo e, per ciò stesso, ha spianato la strada all’odierno capitalismo, che di borghese non ha più nulla: non ha più la grande cultura borghese, né quella sfera valoriale che in forza di tale cultura non era completamente mercificabile.

Non vi è qui lo spazio per approfondire, come sarebbe necessario, questo tema, per il quale mi permetto, tuttavia, di rimandare al mio Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo (Bompiani, 2012). Comunque, per capire a fondo questa dinamica di imposizione antiborghese del capitalismo, e dunque per risolvere l’enigma dell’odierna sinistra, basta prestare attenzione alla sostituzione, avviatasi con il Sessantotto, del rivoluzionario con il dissidente: il primo lotta per superare il capitalismo, il secondo per essere più libero individualmente all’interno del capitalismo. Tale sostituzione dà luogo al piano inclinato che porta all’odierna condizione paradossale in cui il diritto allo spinello, al sesso libero e al matrimonio omosessuale viene concepito come maggiormente emancipativo rispetto a ogni presa di posizione contro i crimini che il mercato non smette di perpetrare impunemente, contro gli stermini coloniali e contro le guerre che continuano a essere presentate ipocritamente come missioni di pace (Kosovo 1999, Iraq 2003 e Libia 2011, giusto per ricordare quelle più vicine a noi, avvenute sempre con il pieno sostegno della sinistra).

Dal Sessantotto, la sinistra promuove la stessa logica culturale antiborghese del capitalismo, tramite sempre nuove crociate contro la famiglia, lo Stato, la religione e l’eticità borghese. Ad esempio, la difesa delle coppie omosessuali da parte della sinistra non ha il proprio baricentro nel giusto e legittimo riconoscimento dei diritti civili degli individui, bensì nella palese avversione nei confronti della famiglia tradizionale e, più in generale, della normalità borghese. Si pensi, ancora, alla distruzione pianificata del liceo e dell’università, tramite quelle riforme interscambiabili di governi di destra e di sinistra che, distruggendo le acquisizioni della benemerita riforma della scuola di Giovanni Gentile del 1923, hanno conformato – sempre in nome del progresso e del superamento delle antiquate forme borghesi – l’istruzione al paradigma dell’azienda e dell’impresa (debiti e crediti, presidi managers, ecc.).

Il principio dell’odierno capitalismo postborghese è pienamente sessantottesco e, dunque, di sinistra: vietato vietare, godimento illimitato, non esiste l’autorità, ecc. Il capitalismo, infatti, si regge oggi sulla nuda estensione illimitata della merce a ogni sfera simbolica e reale (è questo ciò che pudicamente chiamiamo “globalizzazione”!). “Capitale umano”, debiti e crediti nelle scuole, “azienda Italia”, “investimenti affettivi”, e mille altre espressioni simili rivelano la colonizzazione totale dell’immaginario da parte delle logiche del capitalismo odierno. Lo definirei capitalismo edipico: ucciso nel Sessantotto il padre (l’autorità, la legge, la misura, ossia la cultura borghese), domina su tutto il giro d’orizzonte il godimento illimitato. Se Mozart e Goethe erano soggetti borghesi, e Fichte, Hegel e Marx erano addirittura borghesi anticapitalisti, oggi abbiamo personaggi capitalisti e non borghesi (Berlusconi) o antiborghesi ultracapitalisti (Vendola, Luxuria, Bersani, ecc.): questi ultimi sono i vettori principali della dinamica di espansione capitalistica. La loro lotta contro la cultura borghese è la lotta stessa del capitalismo che deve liberarsi dagli ultimi retaggi etici, religiosi e culturali in grado di frenarlo.

Dalla sinistra che lotta contro il capitalismo per l’emancipazione di tutti si passa così, fin troppo disinvoltamente, alla sinistra che lotta per la legalità, per la questione morale, per il rispetto delle regole (capitalistiche!), per il diritto di ciascuno di scolpire un sé unico e inimitabile: da Carlo Marx a Roberto Saviano. È certo vero che Berlusconi è il Sessantotto realizzato, come ha ben mostrato Mario Perniola in un suo aureo libretto: la legge non esiste, vi è solo il godimento illimitato che si erge a unica legge possibile. Ma sarebbe un errore imperdonabile credere che il capitalismo sia di destra. Lo era al tempo dell’imperialismo e del colonialismo. Oggi il capitalismo è il totalitarismo realizzato (a tal punto che quasi non ci accorgiamo nemmeno più della sua esistenza) e, in quanto fenomeno “totalizzante”, occupa l’intero scacchiere politico. Più precisamente, si riproduce a destra in economia (liberalizzazione selvaggia, privatizzazione oscena, sempre in nome del teologumeno “ce lo chiede l’Europa”), al centro in politica (sparendo le ali estreme, restano solo interscambiabili partiti di centro-destra e di centro-sinistra), a sinistra nella cultura. Sì, avete capito bene: a sinistra nella cultura. Dal Sessantotto in poi, la cultura antiborghese in cui la sinistra si identifica è la sovrastruttura stessa del capitalismo postborghese: il quale deve rimuovere la borghesia e lasciare che a sopravvivere sia solo la già ricordata dinamica di estensione illimitata della forma merce (essa stessa incompatibile con la grande cultura borghese). Di qui le forme culturali più tipiche della sinistra: relativismo, nichilismo, scetticismo, proceduralismo, pensiero debole, odio conclamato per Marx e Hegel, elogio incondizionato del pensiero della differenza di Deleuze, ecc.

In questo timbro “totalizzante” risiede il tratto principale dell’ormai avvenuta estinzione dell’antitesi tra destra e sinistra, due opposti che oggi esprimono in forme diverse la stessa visione del mondo, duplicando tautologicamente l’esistente. Negli ultimi “trent’anni ingloriosi”, il capitale e le sue selvagge politiche neoliberali, all’insegna della perdita dei diritti del lavoro e della privatizzazione sfrenata, si sono imposti con uguale forza in presenza di governi ora di centro-destra, ora di centro-sinistra (Mitterand in Francia, Blair in Inghilterra, D’Alema in Italia, ecc.). Di conseguenza, l’antitesi tra destra e sinistra esiste oggi solo virtualmente come protesi ideologica per manipolare il consenso e addomesticarlo in senso capitalistico.

Destra e sinistra esprimono in forme diverse lo stesso contenuto e, in questo modo, rendono possibile l’esercizio di una scelta manipolata, in cui le due parti in causa, perfettamente interscambiabili, alimentano l’idea della possibile alternativa, di fatto inesistente. Vi è, a questo proposito, un inquietante intreccio tra i due apoftegmi attualmente più in voga presso i politici – “non esistono alternative” e “lo chiede il mercato” –, intreccio che rivela, una volta di più, l’integrale rinuncia, da parte della politica, a operare concretamente in vista della trasformazione di un mondo aprioristicamente sancito immodificabile.

Il paradosso sta nel fatto che la sinistra oggi, per un verso, ha ereditato il giacimento di consensi inerziali di legittimazione proprio della valenza oppositiva dell’ormai defunto partito comunista e, per un altro verso, li impiega puntualmente in vista del traghettamento della generazione comunista degli anni Sessanta e Settanta verso una graduale “acculturazione” (laicista, relativista, individualista e sempre pronta a difendere la teologia interventistica dei diritti umani) funzionale al capitalismo globalizzato. Il quotidiano “La Repubblica” è la sede privilegiata di questo processo in cui si consuma questa oscena complicità di sinistra e capitalismo. I molteplici rinnegati, pentiti e ultimi uomini che popolano le fila della sinistra si trovano improvvisamente privi di ogni sorta di legittimazione storica e politica, ma ancora dotati di un seguito identitario inerziale da sfruttare come risorsa di mobilitazione. Per questo, la sinistra continua inflessibilmente a coltivare forme liturgiche ereditate dalla fede ideologica precedente nell’atto stesso con cui abdica completamente rispetto al proprio originario “spirito di scissione” (la formula è del grande Antonio Gramsci), aderendo alle logiche del capitale in forme sempre più grossolane. È di Bersani la frase, pronunciata in campagna elettorale, “i mercati non hanno nulla da temere dal PD”: frase pleonastica, perché esprime ciò che già tutti sapevamo, ma che è rilevante, perché ben adombra come la sinistra continui indefessamente a lavorare per il re di Prussia, il capitalismo gauchiste.

Lungo il piano inclinato che porta dalla nobile figura di Antonio Gramsci a personaggi come Massimo D’Alema o Vladimir Luxuria si è venuto consumando il tragicomico transito dalla passione trasformatrice al disincanto cinico – tipico della generazione dei pentiti del Sessantotto, la più sciagurata dal tempo dei Sumeri ad oggi – fondato sulla consapevolezza della morte di Dio, con annessa riconciliazione con l’ordo capitalistico. Con i versi di Shakespeare: “orribile più di quello delle erbacce è l’odore dei gigli sfioriti” (lilies that fester smell far worse than weeds). E questi gigli sono effettivamente sfioriti: sono l’incarnazione di quello che Nietzsche chiamava l’“ultimo uomo”. L’ultimo uomo sa che Dio è morto e che per ciò stesso tutto è possibile: perfino aderire al capitalismo e bombardare il Kosovo o la Libia.

È, del resto, solo in questo scenario che si comprende il senso profondo della dinamica, oggi trionfante, della personalizzazione esasperata della polemica con l’avversario. L’antiberlusconismo, con cui la sinistra ha identificato il proprio pensiero e la propria azione negli ultimi vent’anni, ne rappresenta l’esempio insuperato. La personalizzazione dei problemi, infatti, si rivela sempre funzionale all’abbandono dell’analisi strutturale delle contraddizioni, ed è solo in questa prospettiva che si spiega in che senso l’antiberlusconismo sia stato, per sua essenza, un fenomeno di oscuramento integrale della comprensione dei rapporti sociali. L’antiberlusconismo ha permesso alla sinistra di riciclarsi, ossia di passare dall’opposizione operativa al capitalismo all’adesione alle logiche neoliberali, difendendo l’ordine, la legalità (capitalistica) e le regole (anch’essere capitalistiche). L’antiberlusconismo ha indotto l’opinione pubblica a pensare che il vero problema fossero sempre e solo il “conflitto di interessi” e le volgarità esistenziali di un singolo individuo e non l’inflessibile erosione dei diritti sociali (tramite anche le forme contrattuali più spregevoli, che rendono a tempo determinato la vita stessa) e la subordinazione geopolitica, militare e culturale dell’Italia agli Stati Uniti.

Ingiustizia, miseria e storture d’ogni sorta hanno così cessato di essere intese per quello che effettivamente sono, ossia per fisiologici prodotti del cosmo a morfologia capitalistica, e hanno preso a essere concepite come conseguenze dell’agire irresponsabile di un singolo individuo. Per questa via, la politica della sinistra – con Voltaire, “mi ripeterò finché non sarò capito” – non ha più avuto quale referente polemico il sistema della produzione e dello scambio – ritenuto anzi incondizionatamente buono o, comunque, intrascendibile –, bensì l’irresponsabilità di una persona che, senza morale e senza onestà, ha inficiato il funzionamento di una realtà sociale e politica di per sé non contraddittoria.
 
La politica ridotta al tragicomico teatro identitario dell’opposizione tra berlusconiani e antiberlusconiani ha permesso di far passare inosservato lo scolpirsi del nuovo profilo di una sinistra che – nel nome della questione morale e nell’oblio di quella sociale – ha abdicato rispetto alla propria opposizione agli orrori che il capitalismo non ha cessato di generare. È in questo senso che l’antiberlusconismo rivela la sua natura anche più indecente, se mai è possibile, dello stesso berlusconismo.  In questo risiede la natura tragica, ma non seria dell’odierna sinistra, fronte avanzato della modernizzazione capitalistica che sta distruggendo la vita umana e il pianeta. La sinistra è il problema e, insieme, si pensa come la soluzione. Il primo passo da compiere per riprendere il perseguimento del programma marxiano dell’emancipazione di tutti dal capitalistico regno animale dello spirito consiste, pertanto, nell’abbandono incondizionato della sinistra e, anzi, della stessa dicotomia destra-sinistra. Tutto il resto è chiacchiera d’intrattenimento o, avrebbe detto Marx, “ideologia”.

(di Diego Fusaro - fonte: www.ariannaeditrice.it)

giovedì 21 marzo 2013

Nel cuore avventuroso di Ernst Jünger, il visionario razionale



E poi c'è una scrittura che non si è mai privata di una dimensione onirica, si rappresenta pregevole e di grandissimo livello e accompagna l'elaborazione filosofica in maniera armoniosa ed equilibrata. Di tutto questo dà una visione d'insieme il volume di Heimo Schwilk Ernst Jünger. Una vita lunga un secolo (Effatà, pagg. 720, euro 22) che usufruisce di documenti di prima mano (l'autore ha frequentato Jünger e ne ha scritto molto) e ci dona un'inusuale corposità aneddotica.

Immaginatevi tutti i flashback. Un giovane che, diciottenne, scappa di casa e si arruola nella Legione straniera. Va in Francia e in Algeria. Ma ben presto si accorge che i ludi africani non hanno nulla di romantico o di esotico e quando, per le pressioni del padre presso il ministero degli Esteri tedesco, viene richiamato in patria, si sente quasi sollevato. Cambia molti istituti scolastici (e qui sembra di rivivere le vicende italiane di Papini e Prezzolini) con l'aggravante di un padre complice: «Nei colloqui a tavola all'ora di pranzo - scrive Schwilk - schernisce davanti ai figli i metodi d'insegnamento di allora \. Sicché la vera e propria formazione culturale e personale si svolge del tutto al di fuori della scuola \».

All'inizio Ernst non ama nemmeno la divisa militare, eppure va da volontario alla Prima guerra mondiale. Ferito quattordici volte, viene insignito della Croce di ferro di prima classe e poi della più alta onorificenza prussiana, l'ordine Pour le Mérite. Scelte apparentemente contraddittorie, ma il motivo è ravvisabile nell'anarchismo che, nel tempo delle mobilitazioni delle masse, del disvelamento di tutte le inquietudini della modernità e del peso sempre più ossessivo del disumano, acquista in lui un rinnovato valore di libertà: «Ernst apprezza e ama l'ordine e non gli manca il gusto di infrangerlo. \ I problemi disciplinari e le insufficienti prestazioni scolastiche ne sono la conseguenza».

Resta per qualche tempo nell'esercito, ma ormai la fama gli consente di vivere con la scrittura. Quando Nelle tempeste d'acciaio viene messo sul mercato, nell'ottobre del '20, diventa subito una rarità per collezionisti. Inizia a collaborare con riviste in cui confluiscono radicali di ogni risma. Sin da questa fase è impossibile inserirlo in un orientamento filosofico o politico, perché egli non affronta con altezzosità accademica le varie tematiche, ma le dipana anche attraverso il vissuto quotidiano e i romanzi letterari. Si ha la sensazione che, come ricorda Schwilk, dovunque fugga «rimane un originale e un solitario. La problematicità della sua esistenza è anche la causa prima di un coraggio temerario, che non conosce ansie né paure di fronte al pericolo della morte, e anzi sembra andarne in cerca. Come se la morte fosse l'unica possibilità di vincere il senso di colpa per poi tornare all'origine materna della vita».

Utilizza infatti lo strumento letterario per svelare l'altra faccia della civilizzazione che è la barbarie; quell'angoscia heideggeriana che lega la libertà alla questione della tecnica. Si convince che la ricerca ossessiva della perfezione e della sicurezza cui aspiriamo in ogni ambito della vita individuale e sociale svela un incremento del livello di paura rispetto al passato. Ne Al muro del tempo scriverà che le democrazie si trasformano e ci trasformano in modo occulto e questa lettura si evince anche dalla comprensione per certi versi profetica della crisi degli stati nazionali i quali, nel momento in cui cedono quote di potenza alla tecnica e all'idea di sicurezza e di prevenzione, capitolano al grande fratello planetario. I romanzi Eumeswil, Le api di vetro, Il problema di Aladino, Heliopolis ci parlano di questo. Jünger ha infatti compreso prima di tutti che la mobilitazione è passata dai campi di battaglia alle officine, e ben presto passerà a ogni ambito di lavoro.

Anche per questo non aderì mai al nazismo nonostante i ponti d'oro fattigli da Goebbels. Tuttavia non si fece mancare neanche un'indiretta responsabilità nel più famoso attentato a Hitler. Era infatti a conoscenza dell'operazione Valchiria, tanto che in quelle ore drammatiche iniziò a figurare il suo nome tra i congiurati. Qualcuno disse che Hitler avesse ordinato di non toccarlo, ma intanto i gerarchi nazisti mandarono suo figlio Ernstel a morire a Carrara in prima linea. Il coinvolgimento non fu mai provato, e tutta la seconda parte di una vita ultracentenaria la trascorse a Wilflingen, nella foresteria del castello dei von Stauffenberg, e la cronaca di quei drammatici giorni fatta da Schwilk ce lo mostra timoroso per se stesso e per la sua famiglia e attento a far sparire carte di vario tipo.

Dagli anni Sessanta continua il suo percorso di ricerca esplorando strade parallele. Sperimenta le droghe, in particolare l'LSD, e poi dirige insieme a Mircea Eliade la rivista Antaios che si occupa di storia delle religioni. Cerca insomma il bosco in ogni modo: «Trovarsi soli di fronte alla propria finitezza è uno dei grandi incontri. Né dèi, né animali, ne sono partecipi». Si confronta con Carl Schmitt e Martin Heidegger non senza qualche chiosa puntuta a livello personale, ma questi scambi restano tra i punti più alti della produzione intellettuale del Novecento.
Intanto si è messo a studiare i coleotteri. La scelta è chiara. È convinto che il nostro tempo rappresenti una tappa di transizione fra due momenti della storia, come accadde al tempo di Eraclito: «Egli si trovava tra il Mito e la Storia. Noi invece ci troviamo in una fase ulteriore e transitoria dominata dal titanismo. Dobbiamo esplorare le profondità, introdurci negli interstizi». Quindi passa dallo stato mondiale alla caccia sottile. E così Wilflingen diventa il suo mondo. Morì cinque anni dopo il secondogenito Alexander che si era tolto la vita.

E poi c'è una scrittura che non si è mai privata di una dimensione onirica, si rappresenta pregevole e di grandissimo livello e accompagna l'elaborazione filosofica in maniera armoniosa ed equilibrata. Di tutto questo dà una visione d'insieme il volume di Heimo Schwilk Ernst Jünger. Una vita lunga un secolo (Effatà, pagg. 720, euro 22) che usufruisce di documenti di prima mano (l'autore ha frequentato Jünger e ne ha scritto molto) e ci dona un'inusuale corposità aneddotica.

Immaginatevi tutti i flashback. Un giovane che, diciottenne, scappa di casa e si arruola nella Legione straniera. Va in Francia e in Algeria. Ma ben presto si accorge che i ludi africani non hanno nulla di romantico o di esotico e quando, per le pressioni del padre presso il ministero degli Esteri tedesco, viene richiamato in patria, si sente quasi sollevato. Cambia molti istituti scolastici (e qui sembra di rivivere le vicende italiane di Papini e Prezzolini) con l'aggravante di un padre complice: «Nei colloqui a tavola all'ora di pranzo - scrive Schwilk - schernisce davanti ai figli i metodi d'insegnamento di allora \. Sicché la vera e propria formazione culturale e personale si svolge del tutto al di fuori della scuola \».

All'inizio Ernst non ama nemmeno la divisa militare, eppure va da volontario alla Prima guerra mondiale. Ferito quattordici volte, viene insignito della Croce di ferro di prima classe e poi della più alta onorificenza prussiana, l'ordine Pour le Mérite. Scelte apparentemente contraddittorie, ma il motivo è ravvisabile nell'anarchismo che, nel tempo delle mobilitazioni delle masse, del disvelamento di tutte le inquietudini della modernità e del peso sempre più ossessivo del disumano, acquista in lui un rinnovato valore di libertà: «Ernst apprezza e ama l'ordine e non gli manca il gusto di infrangerlo. \ I problemi disciplinari e le insufficienti prestazioni scolastiche ne sono la conseguenza».

Resta per qualche tempo nell'esercito, ma ormai la fama gli consente di vivere con la scrittura. Quando Nelle tempeste d'acciaio viene messo sul mercato, nell'ottobre del '20, diventa subito una rarità per collezionisti. Inizia a collaborare con riviste in cui confluiscono radicali di ogni risma. Sin da questa fase è impossibile inserirlo in un orientamento filosofico o politico, perché egli non affronta con altezzosità accademica le varie tematiche, ma le dipana anche attraverso il vissuto quotidiano e i romanzi letterari. Si ha la sensazione che, come ricorda Schwilk, dovunque fugga «rimane un originale e un solitario. La problematicità della sua esistenza è anche la causa prima di un coraggio temerario, che non conosce ansie né paure di fronte al pericolo della morte, e anzi sembra andarne in cerca. Come se la morte fosse l'unica possibilità di vincere il senso di colpa per poi tornare all'origine materna della vita».

Utilizza infatti lo strumento letterario per svelare l'altra faccia della civilizzazione che è la barbarie; quell'angoscia heideggeriana che lega la libertà alla questione della tecnica. Si convince che la ricerca ossessiva della perfezione e della sicurezza cui aspiriamo in ogni ambito della vita individuale e sociale svela un incremento del livello di paura rispetto al passato. Ne Al muro del tempo scriverà che le democrazie si trasformano e ci trasformano in modo occulto e questa lettura si evince anche dalla comprensione per certi versi profetica della crisi degli stati nazionali i quali, nel momento in cui cedono quote di potenza alla tecnica e all'idea di sicurezza e di prevenzione, capitolano al grande fratello planetario. I romanzi Eumeswil, Le api di vetro, Il problema di Aladino, Heliopolis ci parlano di questo. Jünger ha infatti compreso prima di tutti che la mobilitazione è passata dai campi di battaglia alle officine, e ben presto passerà a ogni ambito di lavoro.

Anche per questo non aderì mai al nazismo nonostante i ponti d'oro fattigli da Goebbels. Tuttavia non si fece mancare neanche un'indiretta responsabilità nel più famoso attentato a Hitler. Era infatti a conoscenza dell'operazione Valchiria, tanto che in quelle ore drammatiche iniziò a figurare il suo nome tra i congiurati. Qualcuno disse che Hitler avesse ordinato di non toccarlo, ma intanto i gerarchi nazisti mandarono suo figlio Ernstel a morire a Carrara in prima linea. Il coinvolgimento non fu mai provato, e tutta la seconda parte di una vita ultracentenaria la trascorse a Wilflingen, nella foresteria del castello dei von Stauffenberg, e la cronaca di quei drammatici giorni fatta da Schwilk ce lo mostra timoroso per se stesso e per la sua famiglia e attento a far sparire carte di vario tipo.

Dagli anni Sessanta continua il suo percorso di ricerca esplorando strade parallele. Sperimenta le droghe, in particolare l'LSD, e poi dirige insieme a Mircea Eliade la rivista Antaios che si occupa di storia delle religioni. Cerca insomma il bosco in ogni modo: «Trovarsi soli di fronte alla propria finitezza è uno dei grandi incontri. Né dèi, né animali, ne sono partecipi». Si confronta con Carl Schmitt e Martin Heidegger non senza qualche chiosa puntuta a livello personale, ma questi scambi restano tra i punti più alti della produzione intellettuale del Novecento.

Intanto si è messo a studiare i coleotteri. La scelta è chiara. È convinto che il nostro tempo rappresenti una tappa di transizione fra due momenti della storia, come accadde al tempo di Eraclito: «Egli si trovava tra il Mito e la Storia. Noi invece ci troviamo in una fase ulteriore e transitoria dominata dal titanismo. Dobbiamo esplorare le profondità, introdurci negli interstizi». Quindi passa dallo stato mondiale alla caccia sottile. E così Wilflingen diventa il suo mondo. Morì cinque anni dopo il secondogenito Alexander che si era tolto la vita.

(di Luigi Iannone)

giovedì 14 febbraio 2013

Destra e sinistra? La tecnopolitica vuole rottamarle


Da qualche mese la destra e la sinistra hanno ripreso a frequentare le stanze del dibattito intellettuale. Libri e articoli ne ripropongono la distinzione/contrapposizione in nome della sua funzionalità, pur se al momento di scendere dall'empireo delle idee alla concretezza della realtà, saggisti e giornalisti sono costretti ad ammettere che, politicamente parlando, sotto quei vestiti manca il corpo che li indossi. Fantasmi, insomma.

Fra lamenti sulla destra che non è mai apparsa, e la sinistra che è scomparsa, il dibattito suona un po' surreale, aggravato dal fatto che, sempre politicamente parlando, sia la destra sia la sinistra mirano al centro, luogo geometrico che per i politologi, si sa, non è mai esistito, «raggruppamento artificioso - scriveva mezzo secolo fa Maurice Duverger - della parte destrorsa della sinistra e della parte sinistrorsa della destra». Questo dirigersi verso un «non luogo» è emblematico: non sapendo più bene da dove si proviene né dove si vuole andare si finisce nella no man's land, la terra desolata di nessuno.

Un bel libro, La sinistra è di destra (Rizzoli, pagg. 236, euro 11) permette di spiegarci meglio. Il suo autore, Piero Sansonetti, è stato a lungo all'Unità, di cui arrivò a essere condirettore, ha poi diretto Liberazione, oggi si divide fra il quotidiano Calabria ora e il settimanale Gli Altri, una vita professionale insomma all'interno di una sinistra che nel frattempo è diventata destra e con la quale, è chiaro, lui non vuole avere niente a che spartire. Solo che Sansonetti non ne vuole sapere nemmeno di quella sinistra cui aderì ancora ragazzo, e che solo la caduta del Muro di Berlino distrusse come pensiero e come prassi. Il comunismo, ammette, era sbagliato, anzi, c'è proprio «un errore genetico del marxismo», economicismo + autoritarismo + liberalità come suoi elementi connaturati. Bene, si dirà, benvenuto fra i socialisti riformisti. Peccato che nel frattempo quest'ultimi siano scomparsi e il riformismo, inteso come «una tendenza politica che punta a ottenere delle leggi che cambiano i rapporti economici e di potere a favore dei ceti meno abbienti», si sia trasformato nel suo opposto, ovvero «una tendenza politica che pone al vertice dell'interesse generale l'interesse della produzione e dell'impresa e della competitività». È ciò che fece Tony Blair in Inghilterra, allineando la sinistra moderata al modello liberista e in pratica uccidendo la prima in cambio dell'esercizio del potere. Solo che vent'anni dopo quel modello liberista post-comunista è entrato in crisi, e infatti lo viviamo sulla nostra pelle, ma non si può dire «abbiamo scherzato, torniamo a dove eravamo prima». La storia non ripassa mai lo stesso piatto.

Qual è allora la sinistra di Sansonetti? La sua, viene voglia di dire: libertaria, non moralista né giustizialista, egualitaria, ma attenta al merito, non statalista, riformatrice nel profondo delle istituzioni nazionali, favorevole all'autonomia e alla supremazia del Politico, interclassista... È di sinistra, la sinistra di Sansonetti? Non mi sembra, ma non essendo di sinistra posso sbagliarmi.

È certo però che Sansonetti non è di destra, ma qui si apre un altro misunderstanding culturale. Per Sansonetti «è difficile considerare un successo della sinistra il fatto che il ritiro di Berlusconi sia stato seguito dalla salita al potere di Monti e di un governo che, dal punto di vista economico e sociale, sicuramente è più di destra di quello precedente. Già, forse è stato proprio Monti il capolavoro di Berlusconi», sulla falsariga del resto di ciò che è avvenuto in passato, quando nell'alternanza al governo con Romano Prodi era proprio il centro-sinistra ad attuare «la gestione delle parti più scorbutiche e più di destra del suo \ programma: le leggi che danno il via libera alla precarizzazione, le liberalizzazioni, la riduzione delle pensioni, le norme contro l'immigrazione». Berlusconi incarna dunque la destra, e pazienza se il diretto interessato lo nega. Se però lo negano anche i puristi della destra, le cose si complicano: non è un conservatore, non è un tradizionalista, non è un reazionario, come si fa a definirlo di destra? Il fatto che sia o si professi liberale, non aiuta: il liberalismo sta anche a sinistra. Il fatto che sia e si professi capitalista, nemmeno. Lo era anche Engels, lo è anche De Benedetti... Come accade per la sinistra di Sansonetti, c'è una destra ideale che non si riconosce nella destra reale e che contemporaneamente però deve fare autocritica sulla propria storia: ineguaglianza, gerarchia, autorità, legge, ordine, radicamento, tradizione, nazione, bastano a comporre un universo valoriale in grado di guidare la modernità? Non mi sembra, ma non essendo di destra posso sbagliarmi.

Nel libro di Sansonetti ci sono intuizioni interessanti, per esempio la nuova natura del leaderismo: «Una volta il leader era il mezzo per fare affermare il partito, ora il partito è un mezzo per affermare il leader», altra pietra tombale della coppia destra-sinistra. Resta però fuori dall'analisi un punto. Abbiamo applaudito al Novecento che sanciva la fine delle ideologie e, in virtù della globalizzazione, il dover ridefinire i confini e gli spazi nazionali, ma non abbiamo pensato che anche la democrazia parlamentare propria ai sistemi liberali proveniva da lì, era figlia di quel mondo e non gli sarebbe sopravvissuto se non trasformandosi. Voti e partiti, da soli, non sarebbero più bastati e, al di là della destra e della sinistra, è proprio questo che sta avvenendo: un'idea di democrazia depoliticizzata, elitaria e tecnocratica, in cui il cittadino consumatore cede la sovranità popolare a un mandarinato sempre più transnazionale, nella speranza che in cambio lo preservi da una crisi di modello di sviluppo cresciuta di pari passo con il venir meno dei sistemi politici tradizionali.

È una depoliticizzazione tanto reale quanto negata dai diretti interessati, ovvero i partiti, eccezion fatta per quello del professor Monti. Il riformismo montiano mira a bypassare la destra e la sinistra nel nome di un centrismo transnazionale e riformista, ma per farlo deve avere la non belligeranza di forze per le quali la contrapposizione destra -sinistra è rimasta ormai l'unica ragion d'essere. È la strada giusta? Non mi sembra, ma non essendo né democratico né tecnocratico posso sbagliarmi.

(di Stenio Solinas)

martedì 5 febbraio 2013

Unamuno, il filosofo allievo di Don Chisciotte


Quando l'ideale divorzia dal reale nasce il tragico, poi il comico, quindi il sognatore, infine il pazzo. In una parola, Don Chisciotte. Lui, il Cavaliere dalla trista figura, in conflitto eroicomico con la realtà e il suo tempo, li riassume tutti. 

 Il più importante commento al Don Chisciotte di Miguel de Cervantes è di un filosofo spagnolo del primo Novecento, Miguel de Unamuno. Nativo di Bilbao, insegnò all'Università di Salamanca, fu esiliato alle Canarie. Di lui esce ora una raccolta di saggi, In viaggio con Don Chisciotte (Medusa, pagg. 140, euro 16,50). Il suo Don Chisciotte è un Cristo folle, con «i baffi, grandi neri e spioventi» e questa sua immagine ricorda l'ultimo Nietzsche nelle braccia della pazzia. Unamuno sottrae Don Chisciotte al suo autore, lo rende autonomo, universale, lo consegna alla mitologia, ne fa il genio di un popolo.

A dir la verità questi saggi non sono un granché, nulla di paragonabile al Commento uscito nel 1905. Qualche anno fa Medusa aveva pubblicato con il titolo Cultura e nazione un'altra opera di Unamuno uscita nel '45 in Italia a cura di Carlo Bo col titolo Essenza della Spagna. Meglio sarebbe quest'anno ricordare di Unamuno i cent'anni della sua opera filosofica più significativa, Del sentimento tragico della vita, uscita nel 1913, tradotta da SE nel 1989 (importante è pure L'agonia del cristianesimo).

«Non sento la filosofia che poeticamente - scrive Unamuno - e innanzi tutto religiosamente». Unamuno è con Ortega y Gasset il filosofo più importante del Novecento spagnolo, spesso paragonati a Croce e Gentile. Ambedue vitalisti ma Unamuno in versione tragica e con tratti più letterari. In Italia i primi a scoprirlo furono Papini e Prezzolini. Il filosofo cattolico M. F. Sciacca gli dedicò un gran bel libro, Il chisciottismo tragico di Unamuno. La sua filosofia è ispirata a un sentimento tragico e onirico della vita, figlio di Don Chisciotte e del Sigismondo de La vita è sogno di Calderon de la Barca. Percorre i suoi scritti un vivo senso del paradosso e del capovolgimento, fino all'irrealismo magico. Unamuno esalta la guerra come «scuola di fraternità e vincolo d'amore» e in uno scritto tristemente profetico scrive nel 1915: «Sia benedetta da Dio la guerra civile... senza sangue fraterno non c'è patria». Il suo terribile auspicio fu esaudito nella sanguinosa guerra civile spagnola che Unamuno non vide conclusa perché morì l'ultimo giorno del 1936. Se l'avesse vissuta, si sarebbe pentito?

La verità per Unamuno si dissocia dalla realtà e vince sulla menzogna tramite la follia. Vera, per Unamuno è «ogni cosa che alimenta nobili slanci e partorisce opere feconde» e falsa è «ogni cosa che soffoca gli impulsi generosi e produce sterili aborti». Una visione emotiva, etica ed estetica della verità fondata sulla superiorità dell'Inutile. L'insuccesso è il sigillo che nobilita l'azione, «la vittoria delle vittorie è perdere tutto». Risuona il motto dell'hidalgo: «la sconfitta è il blasone dell'anima ben nata». «Solo gli amori infecondi sono fecondi di frutti spirituali - scrive don Miguel -, solo la sterilità temporale dà la fecondità eterna». L'amore per lui è «ciò che vi è di più tragico al mondo», figlio dell'inganno e padre del disinganno. Il fato è la fratellanza d'amore e dolore. Non a caso Unamuno cita spesso Leopardi e in particolare La ginestra.

Gli uomini per lui si dividono in carnali, cardiaci e intellettivi: la sua barba nera, il suo sguardo appassionato e i suoi occhialini penetranti li riassumono de visu. Anche Dio e l'immortalità sono sogni per Unamuno, ma sogni che fanno vivere, dunque sono veri. Se la vita è sogno «lascia che io la sogni immortale». Il ponte tra la vita e il sogno è la gloria, la stessa che persegue Don Chisciotte. La gloria è la speranza di continuare a vivere negli altri, immortalità terrena. In una pagina vibrante Unamuno scrive: «L'essenziale è non morire. Non morire! Non morire! Questa è l'ultima radice della follia chisciottesca. Ansia di vita, ansia di vita eterna ti dette l'immortalità, Don Chisciotte mio, il sogno della tua vita fu ed è il sogno di non morire». Egli, nota Sciacca, «non vuole, non ama Dio, vuole e ama se stesso; se la sua sopravvivenza potesse essergli assicurata anche senza Dio, non chiederebbe di più e forse di meglio».

Unamuno resta nell'orizzonte umano e immanente del soggettivismo eroico, in una visione disperata e solitaria, anche se il suo sentimento tragico si riferisce non solo ai singoli ma anche ai popoli. Ricorrente è il richiamo all'essenza spagnola e alla sua tradizione eterna. Il Don Chisciotte per lui è una specie di Vangelo dell'hispanidad, categoria geospirituale, etno-metafisica. I suoi discendenti sono l'esteta, il dandy, l'eroe solitario. Il chisciottismo è l'altra faccia dell'utopia rivoluzionaria che ha percorso la modernità. Versione fantastica e singolare l'una, visione storica e collettiva l'altra. Ma la differenza tra Don Chisciotte e i rivoluzionari è essenziale: il primo carica sulle proprie spalle il costo proibitivo dei suoi sogni solitari, i secondi invece li riversano sugli altri, anzi pretendono che gli altri facciano i loro stessi sogni e li vadano ad abitare. E quando il sogno si oppone alla realtà, tanto peggio per la realtà. In quella differenza c'è tutta l'abissale distanza tra la magnifica, solitaria, gentile e disperata grandezza dei cavalieri che vivono e muoiono del loro ideale nel loro romantico delirio e la cupa, feroce, messianica ideologia dei rivoluzionari che impongono al mondo la pretesa di una società perfette.

Certo, anche fra gli utopisti rivoluzionari vi furono nobili sognatori, martiri dei loro ideali; ma quando i rivoluzionari puri vanno al potere sono più crudeli e intransigenti dei rivoluzionari impuri, disposti al compromesso con la realtà. Perché ogni assoluto trasferito in terra produce mostri, tiranni, violenze, regimi totalitari. Invece i sogni rimasti nella sfera ideale e singolare si traducono in creatività, opere d'arte, figure letterarie. Uno rappresenta il sentimento tragico della vita, gli altri il risentimento tragico della storia. Un plotone di Don Chisciotte farebbe paura; invece un Cavaliere solitario e anacronistico, fuor di senno e di tempo, accompagnato solo dal suo fido scudiero e da un grappolo di sogni e allucinazioni, suscita un nugolo di sentimenti: riso, tenerezza, pietà e nostalgia. La solitudine è la sua follia ma è anche la nostra salvezza. Il suo irrealismo cavalleresco lo destina alla sconfitta storica e alla gloria letteraria. In palio per Don Chisciotte non c'è la conquista del potere ma il favore di Dulcinea del Toboso e dei suoi lettori.

(di Marcello Veneziani)

domenica 3 febbraio 2013

"Sono fascista per disciplina ma non credo negli uomini"


Altro che Piero il terribile: cortese, cortesissimo, spunta in cima alle scale della casa nel centro di Bologna, lo sguardo da Re Leone. Al telefono aveva detto: «È passato a trovarmi un reduce della RSI. Aveva perso la guerra e alla fine era in pace. Io non l'ho fatta perché ero troppo piccolo, ed è finita che ho dovuto odiare al posto loro. Per sessant'anni».

Ma a 82 anni Buscaroli più che di combattere ha voglia di raccontare, intrattenere, perfino ridere: «Gli dei mi avevano assicurato che nel 2012 sarei morto. Invece dicono tutti che sto bene, se lo dicono loro... Mi hanno trovato un po' di diabete. Raccontava un amico napoletano, Oderisio Piscicelli Taeggi, ufficiale del Regio Esercito: “il diabete è la malattia più deliziosa del mondo. È una schermaglia quotidiana con la glicemia”». Storia, giornalismo, musicologia: Buscaroli ha scritto «in guerra». «Il mio Beethoven ha corretto più di 150 dati storici. Per decenni mi sono domandato se avrei avuto la forza di prendere per il collo questo gigante. Mi sono chiuso nella casa in campagna, a Monteleone, per quattro anni: mangiavo e dormivo quando capitava. Una volta ebbi un collasso, se ne accorsero in tempo per fortuna». Ma Dalla parte dei vinti (Mondadori, 2010) è una controstoria italiana, risentita, sì, però piena di dati, episodi, cose. E ora La bancarotta dei vincitori (uscirà in primavera per Minerva edizioni, pare gli abbiano assicurato la massima libertà e il minimo di editing). C'è il revisionismo «alla Buscaroli», ma anche i pezzi dal Vietnam, pieni di vitalismo e curiosità; e i ricordi dei maestri. Oltre all'animo eracliteo da Polemos signore di tutte le cose, emerge la gioia sottile di raccontare. Nel libro emerge un Leo Longanesi inaspettato: uomo dalle idee «ferme e forti».

«Non ci demmo mai del tu. Ma era lo stesso con il suo grandissimo amico Giovanni Ansaldo, cui una volta domandai: “ma come mai, con la dimestichezza che avevate avete continuato a darvi del lei fino alla fine?”. Rispose: “Con tutto quello che si sapeva l'uno dell'altro, se ci si dava del tu che troiaio veniva fuori!”. Su Longanesi le confesso una cosa esplosiva».

Prego.

«Appena prima di morire \ voleva andarsene in America con una ragazza lunga, di belle fattezze, che chiamavamo la Cannavòta. Aveva raccolto molti soldi, era pronto. Forse non avrebbe avuto il coraggio di lasciare la moglie, che aveva annusato qualcosa, e i figli. Era disgustato dall'Italia».

Come lei...

«Ho rifatto i conti con il passato almeno tre volte. Gli italiani buoni non sono mai esistiti. O meglio, gli italiani buoni non parlano. E sono pochissimi».

Anche sotto il fascismo?

«Già allora l'Italia era quella di adesso. Nessuno degli intellettuali, da Benedetto Croce a Marconi, ebbe il tempismo o l'astuzia di dire a Mussolini: “stai facendo una porcata” con le leggi razziali».

E chi si salva?

«Un episodio. A Imola, quello che poi divenne il comandante delle Brigate Nere di mestiere faceva il direttore di un ospizio. I soli ricchi ebrei a Imola erano la famiglia Fiorentino: padre e madre riuscirono a scappare, lasciando lì il padre della moglie, il generale Gallicchi. Fu aiutato da questo gerarca, e accolto nell'ospizio».

Un italiano buono, e zitto...

«Appartenere a una parte o all'altra dipende da un momento, dal Caso. Mio padre era fascista, “per disciplina” come disse, con frase bellissima, Edda Ciano. Senza farsi tante domande. Anch'io lo sono, “per disciplina”».
Ma non è stato tenero con l'Msi.

«Negli anni '50. Un gruppo di politici e intellettuali che volevano “rifondare la destra” invitarono Longanesi e me. C'erano De Marzio, Tedeschi, Guglielmi. E Arturo Michelini, che aveva scarpe bianche, di una bellezza... Mentre parlavano di “vecchi ideali”, guardavo Longanesi, abbacinato dalle scarpe. Poi sbottò: “Ma lei! Come si fa a parlare di destra con quelle scarpe lì?”».

Non apprezzava Almirante. Chissà Fini...

«Il peggiore di tutti. Una volta mi invitò a Faenza. Fece due comizi tutti uguali, comprese le congiunzioni. Un nulla totale».

I politici di oggi?

«Bersani dice cose serie, sensate, ma non lo voto. Berlusconi è stato una delusione, anche se l'altra sera da Santoro ha fatto una cosa divertentissima, sul piano della farsa».

Torniamo ai buoni e ai belli di cui parla nel libro: Vincenzo Cardarelli.

«Montale, che non gli fu amico, scrisse che era stato lo scopritore del vero Leopardi, quello dello Zibaldone e delle Operette morali. Ma quando lo conobbi, a Roma, negli anni '50 era un fagotto. Stava al primo caffè di via Veneto, aveva sempre freddo. Era nato naufrago, abbandonato dal padre. Longanesi l'aveva scaricato crudamente, e lui l'aveva capito. Una volta avrebbe dovuto portarselo dietro alla mostra che organizzava al Sistina, ma lo lasciò lì. Longanesi era capace di freddezze assolute. Quando Longanesi morì Cardarelli disse: “È l'ultimo dispetto che potevi farmi”».

E veniamo a uno che la nomea di evitabile l'ha avuta per decenni, Mario Praz.

«La casa della vita era il più grande libro italiano dopo Lemmonio Boreo di Soffici. Ma quell'anno, era il '59, il premio andò a Il Gattopardo. Scrissi una recensione, me ne ringraziò, e iniziò il nostro rapporto. Antidemocratico d'istinto. Timido, piede caprino, occhio torto. Una volta andai da lui, vidi una magnifica libreria, gli chiesi di copiarla. Mi disse: “Pensi che l'ho copiata dal duca di Bedford”. È questa qui». 

La sua passione per il collezionismo?

«Io credo nelle cose, non credo negli uomini».

Regalò una moneta d'argento a Nguyen Cao Ky, primo ministro sud-vietnamita dal '65 al '67...
«Inviai a Ky un esemplare delle due lire d'argento del 1923, col fascio littorio e la scritta “Meglio vivere un giorno da leone che cento anni da pecora”. Avevo una mia idea della guerra in Vietnam. Convinsi, con fatica, Tedeschi e Giovannini a spedirmici come inviato».

Quale idea?

«Stavo con i vietnamiti del Sud, gravati dalla divisa americana. Capii che il vero coraggio stava dalla loro parte: considero i sudvietnamiti come la RSI».

Il suo incontro con Ky...

«Sapeva che non avrebbero vinto. Come premio i generosi americani gli diedero una pompa di benzina. Gli americani sono il peggio, peggio dei russi. E ora sono contento perché rimarranno fregati dai cinesi».

In Vietnam incontrò Susanna Agnelli...

«Egisto Corradi e io credevamo fosse arrivata come crocerossina. E invece era lì, puntualizzò, come inviata da una lega di società di Croce rossa. Approfittava dei mezzi di trasporto degli americani ma stava con i vietcong. Piena di snobismi, raccontava delle serate con Moravia e la Maraini chiamandoli Dacia e Alberto. Mi venne alla mente la delicata poesia di Dacia: “Ti orinerò sulle mani, mio tanto amico...”».

Per lei la guerra è continuata.

«Ho cercato di fare tutto il male possibile ai miei nemici. Sono stato uno dei migliori agenti dei servizi segreti tedeschi, spagnoli, portoghesi e giapponesi. Senza prendere soldi, solo per odio verso l'altra parte. Ma mi sono anche gratuitamente divertito».

Come?

«Nel 1970, quel farabutto di Willy Brandt volle fare un regalo in danaro al Vaticano, in occasione della sua visita a Roma. Quando i tedeschi cercarono di capire le reazioni, raccontai che un importantissimo vescovo lituano faceva notare che si aspettava molto di più da una potenza come la Germania. Tutti credettero all'esistenza di questo vescovo...».