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lunedì 20 maggio 2013

I profeti dell'Apocalisse sedotti dal nichilismo


Stiamo confondendo la nostra vecchiaia con la fine dei tempi? Ovvero sta finendo il nostro tempo e pensiamo - figli di un'epoca egocentrica - che finisca il Tempo e arrivi l'Apocalisse? Ho avuto questo pensiero irriverente dopo aver letto due libri gemelli (eterozigoti) dedicati al Katechon. 

 Li hanno scritti due maturi filosofi, Giorgio Agamben - Il mistero del male. Benedetto XVI e la fine dei tempi (Laterza, pagg. 68, euro 7) - e Massimo Cacciari - Il potere che frena (Adelphi, pagg. 211, euro 13). Agamben e Cacciari proseguono da tempo due cammini paralleli: uscirono in sincronia con due libri francescani, prima che sorgesse un Papa di nome Francesco. Si ispirano ambedue a San Paolo e a Carl Schmitt nella sua teologia politica. Affrontano entrambi, fuori dalla fede, il doppio tema della Chiesa di Cristo e del Potere temporale: il potere che seduce e induce all'Anticristo e il potere che frena, ritarda o trattiene dalla rovina, cioè il Katechon. Si pongono entrambi il problema della fine dei tempi, il mysterium iniquitatis e l'avvento dell'Anticristo che verrà a sedurre coloro che sono morti nell'Anima. E si pongono entrambi, senza dare risposte salvifiche, il grande tema escatologico, la via della salvezza. Siamo davvero alla fine dei tempi o questa percezione già in altre epoche ha pervaso lo spirito del tempo e si affaccia a ogni giro di boa?

Vero è che Agamben avverte: l'ultimo giorno è ogni giorno, non solo ora, e dunque non solo quest'epoca che stiamo vivendo. La stessa cosa, in fondo, suggerisce Cacciari sottolineando che non è solo la condizione storica che stiamo vivendo a indurci alla riflessione escatologica, ma più radicalmente è la condizione umana, tragica in sé e non solo adesso.

La visione escatologica si nutre però degli eventi eccezionali che hanno scosso di recente la Chiesa; le dimissioni del papa teologo, la profezia di Celestino, poi l'avvento del papa francescano, la compresenza dei due papi nel Vaticano, i tormenti della fede. Agamben considera un atto di coraggio le dimissioni di Ratzinger, ma alla fine argomenta in modo laico, mediante le categorie di legalità e legittimità, filtrate da Schmitt, che servono a delineare il potere e le sue fonti, ma sono estranee alla missione evangelica e pastorale di un pontefice, non affrontano l'irrevocabilità del ruolo di Santo Padre e non considerano il significato religioso e spirituale della Tradizione. Agamben oppone la Chiesa escatologica alla Chiesa immersa nella storia, o come egli scrive, nell'economia. E giudica la rinuncia di Ratzinger come un'affermazione della prima contro la seconda. In realtà, lo stesso Schmitt, così citato da Agamben come da Cacciari, ci ricorda la visibilità della Chiesa romana, e non oppone la prima alla seconda ma considera la Chiesa spirituale incarnata nel suo corpo storico e istituzionale.

Agamben invece sostiene che la Chiesa abbia una struttura bipartita, metà «decora», appartenente a Cristo, e metà «fusca», appartenente al diavolo. È una visione gnostica della Chiesa, il cui corpo ecclesiale diventa tomba della sua spiritualità, non sposa di Cristo ma del funesto demiurgo. Liberandosi del corpo ecclesiale, Ratzinger ha avuto «il coraggio di mantenersi in relazione con la propria fine». Ma può farlo un cattolico investito dal Santo Apostolato di guidare la Chiesa? È una scelta ascetica e monacale, si dirà. Ma non c'è il rischio che per un Papa suoni come una scelta di tipo protestante, abdicare al pontificato per dedicarsi al soliloquio interiore con la propria coscienza, anziché restare nella Comunità ecclesiale, alla guida della Chiesa visibile? Per Agamben quello di Ratzinger è coraggio escatologico, in cui la verità spirituale coincide con la sua morte al mondo, e dunque con la rinuncia al ruolo pastorale. Da qui la visione apocalittica della Chiesa, viva solo in punto di morte, nell'Ultimo Giorno. Non soffia in Agamben come in Cacciari una versione mistica del nichilismo contemporaneo? Non il nichilismo gaio del nostro tempo ma un nichilismo profetico e apocalittico, che trae luce dalla notte e cerca la salvezza nel suo annichilirsi, dove la vita eterna coincide con l'essere per la morte. Non San Paolo ma Martin Heidegger sembra l'Apostolo di questa profezia.

Ma la prospettiva dell'apocalisse nasce solo nell'ambito della Chiesa e della Cristianità? È percepita solo in chiave religiosa come la sfida estrema tra il Katechon e la Bestia, tra Cristo e Anticristo? In realtà la diffusa percezione della fine dei giorni sorge dall'espansione infinita della tecnica, dell'economia, dei mezzi di distruzione e anche di salvezza, offerti dalla tecnica. E a quest'apocalisse tutta mondana corrisponde un Katechon mondano, un potere che frena e trattiene dalla morte e dalla vecchiaia, dal dolore e dall'impotenza, che coincide ancora con la tecnica e i suoi portentosi mezzi di salvezza temporale, di prolungamento artificiale. Se la convinzione religiosa di essere alle soglie dell'Ultimo Giorno è ricorrente nella storia universale, legata a date, profezie, eventi catastrofici, avventi mostruosi al potere, la percezione odierna della fine del mondo è legata a fattori inediti nella storia dell'umanità: mai era successo che gli uomini sulla terra si moltiplicassero fino a superare i sette miliardi, mai era accaduto a tal punto lo sfruttamento tecnologico dell'universo, l'inquinamento, la produzione senza precedenti di consumi e rifiuti, il possesso di armi di distruzione, il prolungarsi della vita. E si potrebbe continuare.

L'idea di essere alla fine del mondo è ciclicamente emersa nella storia dell'uomo ma i fattori su cui questa volta si fonda non hanno precedenti e non hanno una diretta attinenza religiosa, escatologica. Certo, si potrebbe dimostrare che l'espansione universale della Tecnica sorge sulla contrazione della Spiritualità.

Ma è difficile poi andare oltre. Cosa dovrebbe fare il pensiero? Aspettare e propiziare il Katechon o auspicare che s'affretti la fine del mondo? E senza la prospettiva trascendente il Katechon non rischia di essere risolto nella tecnica che salva nel tempo a prezzo di rinunciare al destino? Non è la tecnica, del resto, che sostituendosi a Dio, ha sottratto il potere dalle mani dell'uomo? Non è l'automatismo il nuovo dispotismo e la reazione a catena, come scriveva Schmitt nel suo Dialogo sul potere, il suo motore? Per attraversare la linea occorre aprirsi alla luce sorgiva dell'essere, altrimenti si resta avvolti nella notte del nichilismo. C'è o non c'è Dio alla fine dei tempi? È necessario pensarlo per decidere come predisporsi all'uscita.

(di Marcello Veneziani)

domenica 31 marzo 2013

Re per diritto divino


La domanda “chi è il Papa?” sorge spontanea ogni qual volta è eletto un nuovo Pontefice, soprattutto quando il suo nome o la sua storia personale sono ignoti al grande pubblico. Tale non fu il caso del cardinale Joseph Ratzinger, romano di adozione, dopo tanti anni passati come prefetto della congregazione per la Fede, ma tale fu il caso di Karol Wojtyla, venuto da Cracovia, e lo è oggi di Jorge Mario Bergoglio, giunto da una diocesi ancora più lontana, ai confini del mondo, come egli stesso ha detto il giorno della sua elezione.

E’ comprensibile che nei primi giorni e settimane successivi all’elezione si cerchi di scandagliare il passato prossimo o remoto del nuovo Pontefice, di conoscerne le idee, le tendenze, le abitudini, per dedurre dalle parole e dai gesti del passato il programma del nuovo pontificato. Il volume El jesuita. Conversaciones con el cardenal Jorge Bergoglio (Vergara, Buenos Aires 2010, a cura di Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti), delinea già il volto di un papabile, e merita di essere conosciuto. Meno nota è la reazione indignata che a quel volume ha dedicato uno studioso argentino di orientamento tradizionale, Antonio Caponnetto (La Iglesia traicionada, Editorial Santiago Apostol, Buenos Aires 2010). Né si potrà capire chi è il nuovo Pontefice, senza conoscere il giudizio che di lui dà il padre Juan Carlos Scannone, un gesuita, discepolo di Karl Rahner, che lo ha avuto come allievo e che ascrive l’arcivescovo di Buenos Aires alla “scuola argentina” della teologia della liberazione (la Croix, 18 marzo 2013).

L’“opzione preferenziale dei poveri” del card. Bergoglio si radica in particolare nell’insegnamento di Lucio Gera e Rafael Tello, gli esponenti di una “teologia del popolo”, caratterizzata dalla sostituzione della prassi della povertà alla ideologia della rivoluzione armata. Carlos Pagni, analizzando, sulla Nación del 21 marzo il “Método Bergoglio para gobernar”, spiega la ragione teologica per cui la “periferia” occupa il posto centrale nel paesaggio ideologico dell’arcivescovo Bergoglio. I poveri per lui non sono una realtà sociologica da aiutare, ma un soggetto teologico da cui apprendere: “Questa attitudine pedagogica ha una radice religiosa: la relazione del popolo con Dio sarebbe più genuina perché manca di contaminazioni materiali”. Anche Maurizio Crippa sul Foglio del 23 marzo (La povertà è un segno teologico, non sociologia) sottolinea questo aspetto, ricordandone le remote ascendenze: “La posta in palio è sempre trasformare la chiesa nel popolo dei poveri in cammino, meglio se autoconvocato: dai Poveri di Lione, detti poi valdesi, a tutte le correnti ortodosse o ereticali che attraversano il Medioevo, gli Umiliati e Fra’ Dolcino, con deviazioni che arrivano fino a Tolstoj, e su su in un percorso di spoliazione e rigenerazione che ritorna identico dalle ‘Cinque piaghe della santa chiesa’ di Antonio Rosmini – la quinta è proprio ‘La servitù dei beni ecclesiastici’ – alle teologie della chiesa povera conciliari”.

Si tratta di temi che sarebbe utile approfondire. Ma in fondo non è questo il punto. La vita di un uomo, anche di un Papa, non si misura con i gesti del passato, cambia ogni giorno e ogni giorno può essere azzerata da svolte, maturazioni, direzioni di cammino nuove e impreviste.
Ogni svolta di pontificato, piuttosto che sollecitare quegli interrogativi a cui solo il futuro può rispondere, dovrebbe offrire l’occasione per meditare su ciò che il nuovo eletto rappresenta; di riflettere sul papato come istituzione, più che sul Papa come personaggio. E questo soprattutto in un momento in cui, tra l’11 febbraio e il 13 marzo del 2013, sembra essere stata profondamente ferita la stessa costituzione del papato.

Il primo colpo di questa flagellazione è stato la rinuncia al pontificato da parte di Benedetto XVI, un evento canonicamente legittimo, ma dall’impatto storico devastante. “Un Papa che si dimette – ha osservato Massimo Franco – è già un avvenimento epocale, nella storia moderna. Ma un Pontefice che lo fa nel pieno delle proprie facoltà mentali, indicando come motivazione semplicemente la fragilità che deriva dall’età, spezza una tradizione plurisecolare” (“La crisi dell’impero vaticano”, Mondadori, Milano 2013, p. 9).

Un secondo colpo all’istituzione è stata la scelta, da parte di Benedetto XVI, di autodefinirsi “Papa emerito”, conservando il nome e la veste pontificia e continuando a vivere in Vaticano. Canonisti autorevoli, come Carlo Fantappiè, hanno rilevato la novità del gesto, sottolineando come “la rinuncia di Benedetto XVI ha posto gravi problemi sulla costituzione della chiesa, sulla natura del primato del Papa nonché sull’ambito ed estensione dei suoi poteri dopo la cessazione dell’ufficio” (Papato, sede vacante e “Papa emerito”. Equivoci da evitare, in chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350457).
La coesistenza di un Papa che si presenta come vescovo di Roma e di un vescovo (perché tale è oggi Joseph Ratzinger) che si autodefinisce Papa offre l’immagine di una chiesa “bicefala” ed evoca inevitabilmente le epoche dei grandi scismi. Non si comprende, a questo proposito, il risalto mediatico che le autorità vaticane hanno voluto dare all’incontro dei due papi, il 23 marzo a Castel Gandolfo. L’immagine che ha fatto il giro del mondo e che lo stesso Osservatore Romano ha pubblicato in prima pagina il 24 marzo è quella di due uomini che il linguaggio dei simboli pone su un piano di assoluta parità, impedendo di discernere in maniera immediata, chi di essi è l’autentico Papa. L’evento contrasta inoltre con l’assicurazione, data dalla sala stampa della Santa Sede, secondo cui, dopo il 28 febbraio, Benedetto XVI avrebbe rinunciato al palcoscenico mediatico, ritirandosi nel silenzio e nella preghiera. Non sarebbe stato più saggio se l’incontro si fosse svolto lontano dai riflettori? Oppure esiste, dietro la scelta mediatica, una lucida strategia, e quale?

Uno studioso di Storia del cristianesimo, Roberto Rusconi, ha descritto da parte sua lo scenario dell’enciclica incompiuta di Joseph Ratzinger sulla fede, dopo quelle già promulgate sulla carità e la speranza. “L’enciclica non terminata, – osserva Rusconi – potrebbe essere in seguito pubblicata alla stregua di qualsiasi altro testo di Joseph Ratzinger, il quale durante il pontificato ha ripetutamente sostenuto che i propri ultimi volumi in nessun modo dovessero essere ritenuti espressione diretta del suo magistero pontificio” (Roberto Rusconi, Il gran rifiuto. Perché un papa si dimette, Morcelliana, Brescia 2012, pp. 143-144). Se ciò dovesse accadere, il risultato sarebbe quello di minare alla base l’autorevolezza non solo dei precedenti documenti promulgati da Benedetto XVI, ma anche quelli emanati dal successivo Pontefice, perché si dissolverebbe la percezione di ciò che è atto magisteriale e ciò che non lo è, frantumando quel concetto di infallibilità, di cui tanto a sproposito spesso si parla.
Esistono fautori dichiarati di un ridimensionamento del papato, che si richiamano generalmente a un passo di Giovanni Paolo II, nella enciclica Ut Unum sint del 25 maggio 1995, in cui Papa Wojtyla si dice disposto a “trovare una forma di esercizio del Primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova” (n. 88). Da qui la distinzione, fatta da Giuseppe Alberigo e dalla scuola di Bologna, tra l’essenza immutabile del papato e “le forme di esercizio” in cui esso si è espresso nella storia (Forme storiche di governo della chiesa, in “Il Regno”, 1° dicembre 2001, pp. 719-723). Il nemico di fondo è l’idea della “sovranità pontificia”, nata nel Medioevo, che sarebbe all’origine della deviazione del papato dal suo spirito originario. Dalla metà del Quattrocento, secondo un altro storico bolognese, Paolo Prodi, si è avviata una metamorfosi del papato che ha toccato l’istituzione nel suo complesso, portando non solo ad un mutamento dei connotati istituzionali dello stato pontificio, trasformato in principato temporale, ma anche ad una riformulazione del concetto di sovranità ecclesiastica, plasmata su quella politica. Vittorioso sul conciliarismo, il papato viene però sconfitto dallo stato moderno, poiché, mentre la chiesa si secolarizza, lo stato si sacralizza (Il sovrano Pontefice, Il Mulino, Bologna 1983, p. 306). A partire dalla Rivoluzione francese. però, la chiesa, in fruttuoso rapporto dialettico con il mondo moderno, avrebbe iniziato a liberarsi dalle pastoie del passato. Malgrado alcune fasi regressive, rappresentate soprattutto dai pontificati di Pio IX, Pio X e Pio XII, il Concilio Vaticano II segna finalmente, secondo Alberigo e i suoi discepoli, il momento della “svolta”, liquidando la dimensione giuridico-istituzionale della chiesa e aprendosi a una nuova visione di essa fondata sul concetto di “comunione” e di “popolo di Dio”.

Queste tesi sono state riproposte, sul piano teologico, in un recente libro che il decano degli ecclesiologi italiani Severino Dianich ha dedicato al ministero del Papa (Per una teologia del papato, Cinisello Balsamo, San Paolo 2010). Il centro del discorso è il passaggio da una visione giuridica della chiesa, basata sul criterio di giurisdizione, a una concezione sacramentale, basata sull’idea di comunione. Il nodo del problema risale alla discussione che si ebbe in concilio sulla interpretazione del n. 22 della Lumen Gentium e sulla Nota praevia che a questo documento seguì durante quella che i progressisti definirono la “settimana nera” del Vaticano II. I rapporti tra il Papa e i vescovi, dopo il Vaticano II, secondo Dianich, non possono più essere improntati alla delega e alla subordinazione. Il Papa non governa “dall’alto” la chiesa, ma la guida nell’ordine della comunione. Il suo potere di giurisdizione verrebbe infatti dal sacramento e, sotto l’aspetto sacramentale, il Papa non è superiore ai vescovi. Egli, prima di essere pastore della chiesa universale, è vescovo di Roma, e il primato che sulla chiesa universale esercita non è di governo ma di amore, proprio perché, ontologicamente, come vescovo, il Papa è sullo stesso piano degli altri vescovi. Per questo Dianich vorrebbe attribuire maggior potere al collegio episcopale attribuendo a esso la possibilità di legiferare autorevolmente. Il Papa dovrebbe esercitare il suo primato in maniera nuova, associando al suo potere organi deliberativi o consultivi, quali possono essere conferenze episcopali, sinodi, o comunque organismi permanenti, che lo coadiuvano nel governo della chiesa. Si tratterebbe di un primato di “onore” o di “amore”, ma non di governo e di giurisdizione della chiesa.

Queste tesi però sono, in primo luogo, storicamente false. La storia del papato non è infatti la storia di forme storiche diverse e tra loro confliggenti, ma l’evoluzione omogenea di un principio di suprema giurisdizione presente nelle parole di Gesù Cristo che a san Pietro e a lui solo disse: Tu sei Pietro e su questa Pietra edificherò la mia chiesa (Mt. 16, 14-18). Quando san Clemente (92-98 o 100), terzo successore di Pietro come vescovo di Roma, agli inizi dell’impero di Nerva (circa il 97), intervenne per ristabilire l’unità nella chiesa di Corinto, sconvolta da una violenta discordia, si richiamò al principio di successione stabilito da Cristo e dagli apostoli, esigendo obbedienza e minacciando persino sanzioni qualora le sue disposizioni non venissero eseguite (Lettera Propter subitas ai Corinzi, in Denz-H, nn. 101-102). Il tono autorevole della lettera e la venerazione con cui essa fu accolta sono una prova chiara del Primato del vescovo di Roma alla fine del primo secolo.

Circa dieci anni dopo, sant’Ignazio, vescovo di Antiochia, durante il viaggio da Antiochia a Roma, dove fu martirizzato, scrisse una lettera ai romani in cui riconosce alla chiesa di Roma una posizione di preminenza sull’intera chiesa universale, affermando: “Voi avete istruito gli altri ed io desidero che restino ferme quelle cose che voi prescriveste col vostro insegnamento” (Epistula ad Romanos, 3, 1). La sua affermazione, tanto spesso citata a sproposito, secondo cui la chiesa di Roma “presiede all’agape”, va intesa nel suo retto senso. L’“agape”, non è generica “carità”, ma è, per Ignazio, la chiesa universale (che egli per primo chiama cattolica), unita dal vincolo dell’amore.
 Nel corso dei secoli il Primato pontificio, concepito come principio attivo e centrale di governo della chiesa universale, rimase la nota caratteristica del papato, così come la Costituzione monarchica e gerarchica continuò a caratterizzare la chiesa nel corso dei secoli. Nelle epoche che la chiesa attraversò, ogni qual volta il pontificato è stato debole, assente o inefficace, si sono prodotti scismi, eresie, sconvolgimenti religiosi e sociali. Al contrario, le grandi riforme e la rinascita della chiesa si sono avute con papi che hanno esercitato il loro governo nella pienezza dei loro poteri, da san Gregorio VII a san Pio X.

Il munus specifico del Sommo Pontefice non consiste nel suo potere di ordine, che egli ha in comune con tutti gli altri vescovi del mondo, ma nel suo potere di giurisdizione, che lo distingue da ogni altro vescovo, perché solo nel suo caso questo potere è pieno ed assoluto ed è fonte del potere degli altri vescovi. Il potere di Magistero fa parte del primato di giurisdizione e l’infallibilità costituisce l’espressione più alta e perfetta del Primato pontificio, una sovranità ancor più necessaria di quella delle società temporali.

Il potere di giurisdizione è eminentemente potere di governo. Il Papa è tale perché governa la chiesa esercitando una giurisdizione dottrinale e disciplinare che non può delegare: non esiste infatti una differenza tra il potere di governo e il suo esercizio, quasi immaginando la possibilità di un governo la cui caratteristica sia quella di non governare. L’essenza del papato ha in questo senso caratteristiche immutabili: è un governo assoluto, che non può essere delegato ad altri, né in tutto né in parte. Il papato è una monarchia assoluta in cui il Sommo Pontefice regna e governa e non può essere trasformato in una monarchia costituzionale, in cui il sovrano regna ma non governa. Un cambiamento di tale governo non toccherebbe la forma storica, ma l’essenza divina del papato.
Non si tratta di un’astratta diatriba, ma di un problema teologico dalle concrete ricadute storiche. L’epoca della mondializzazione dei mercati e della rivoluzione informatica ha visto il tracollo degli stati nazionali, sostituiti da nuovi poteri, finanziari e mediatici. Ma il caos e la frammentazione e la conflittualità dei nuovi scenari derivano proprio da questa perdita di sovranità, di cui è eloquente esempio l’Unione Europea nata dai Tratti di Maastricht, che non si presenta come un “super-Stato” europeo, ma come un non-stato, caratterizzato dalla moltiplicazione dei centri di decisione, e dalla confusione dei poteri

L’autorità e la forza degli Stati nazionali e delle democrazie rappresentative si sbriciola e il vuoto è occupato da lobby ideologiche e finanziarie, visibili e occulte. La chiesa cattolica dovrà modellarsi su questo processo di polverizzazione, autodemolendosi? Di fronte al relativismo, la chiesa dovrà accantonare l’infallibilità, come chiede il pastore valdese Paolo Ricca (il Foglio, 19 marzo 2013), per presentarsi al mondo debole e rinunciataria o non piuttosto servirsi di questo carisma, che essa sola possiede, per contrapporre la sua sovranità religiosa e morale alle macerie della modernità? L’alternativa è drammatica, ma ineludibile.

Quel che è certo è che la domanda “chi è oggi il Papa?”, prima che ai mass media va rivolta alla teologia, alla storia e al diritto canonico della chiesa. Essi ci rispondono che, dietro le persone di Benedetto XVI e di Francesco, esiste un trono pontificio istituito da Cristo stesso. Papa san Leone Magno, che può essere considerato il teologo più completo del papato nel primo millennio, spiegò con chiarezza il significato della successione petrina, riassumendola nella formula: “Indegno erede di san Pietro”. Il Papa diveniva l’erede di san Pietro per quanto riguardava il suo status giuridico e i suoi poteri oggettivi ma non per quanto riguardava il suo status personale e i suoi meriti soggettivi. La distinzione tra l’ufficio e il detentore dell’ufficio, tra la persona pubblica del Papa e la sua persona privata è fondamentale nella storia del papato.
Il Papa è il vicario di Cristo che in suo nome e per suo mandato governa la chiesa. Prima di essere una persona privata, egli è una persona pubblica; prima di essere un uomo è un’istituzione: prima di essere il Papa è il papato, in cui si riassume e concentra la chiesa che è il Corpo mistico di Cristo.

(di Roberto de Mattei)

giovedì 28 marzo 2013

Papa Bergoglio e la retorica dell'umiltà


Ahi.Ahi.Ahi. La settimana, che era cominciata sotto buoni auspici, per l'elezione del nuovo Papa, è subito precipitata. Il Pontefice non aveva quasi fatto in tempo a essere elevato al soglio di Pietro che è cominciata la sarabanda dell' 'umiltà'. «I primi gesti umili del Papa» titolava il giorno dopo a tutta pagina il Corriere della Sera, seguito sullo stesso tono da tutti i quotidiani, dalle Tv, dai talk show, da Twitter, dai social network. «Papa Francesco va a pagare, di persona, il conto dell'albergo dove aveva risieduto da cardinale durante il Conclave», «ha respinto, con un gesto, la berlina papale ed è salito su un pulmino insieme agli altri cardinali», «al momento della vestizione, dopo l'elezione, quando il cerimoniere Guido Martini gli porgeva la mozzetta di velluto rosso bordata di ermellino l'ha respinta, come ha respinto la croce d'oro dei Papi, affermando che continuerà a portare la sua, di ferro», «nella cappella Sistina dove dovrebbe pronunciare, come da tradizione, un'allocuzione scritta, in latino, parla invece a braccio in italiano», «poi resta in piedi anzichè sedersi sulla 'sedia del Papa'», «a cena con i cardinali va a cercarsi una sedia qualsiasi».

Scriveva Alberto Savinio in un prezioso e prevvegente libretto del 1943, 'Sorte dell'Europa': «Non c'è soltanto la retorica della 'grandezza', che è quella di cui si servi' preferibilmente il fascismo, c'è la retorica della 'piccolezza', la retorica della 'bontà', la retorica della 'modestia', che non sono meno pericolose di quella». L'umiltà, come la carità, non si ostenta. E io ho il sospetto che chi troppo grandemente si umilia manchi proprio di umiltà. Del resto, a ripensarci bene, anche la scelta del nome, Francesco, è un atto di superbia mascherato da segnale di umiltà. Perchè nella cosmogonia della Chiesa il fraticello di Assisi sta dietro solo a Cristo e per questo nessuno, prima di Jorge Mario Bergoglio, aveva osato assumerne il nome.

Puo' anche darsi che gli atteggiamenti di Papa Bergoglio siano spontanei o che, più probabilmente, vogliano essere un segnale per il mondo dei credenti, ma se si potesse dare un consiglio a un Pontefice, gli direi di guardarsi dalla retorica dei media che rischia di renderli grotteschi. Ai tempi di Pertini vigeva, alimentata dal narcisismo del personaggio, la retorica della «modestia, del Presidente che si comporta come tutti gli altri». E i giornali, nella loro ansia di servilismo e di lascivia laudatoria, invece di porre un freno a questa patologia senile la incoraggiavano. Un cronista del Corriere d'Informazione, mandato all'aereoporto Forlanini per seguire l'arrivo di Pertini, scrisse: «L'aereo del Presidente atterra proprio come tutti gli altri». Spero che con la retorica dell' 'umiltà' non si arrivi, con Papa Francesco, a questi climax di cretineria piaggiatoria. Lo spero per il Papa e per tutti noi, credenti e non.

(di Massimo Fini)

domenica 24 febbraio 2013

Crisi di fede, ci vuole una reazione


Giuliano Ferrara ha certamente ragione quando, sul Foglio del 22 febbraio, denuncia la strategia della calunnia di cui si fanno strumento in questi giorni i mass-media. La tesi ormai dominante è che Benedetto XVI si è “arreso” davanti a una curia corrotta e ingovernabile, ma ciò che si insinua è che la morbosità sessuale, il crimine e l’intrigo facciano parte della natura stessa della chiesa romana.

Questa offensiva mediatica dovrebbe togliere ogni illusione a chi ancora crede nella possibilità di conciliare la chiesa con i “poteri forti” laicisti che oggi tentano di schiacciarla. La reazione cattolica dovrebbe essere virile e combattiva e partire dall’ammissione dell’esistenza di una crisi di fede di cui l’innegabile decadenza morale degli ambienti ecclesiastici è, insieme, causa e conseguenza. L’espressione più recente di tale crisi dottrinale è l’assenso dato dalla Conferenza episcopale tedesca alla cosiddetta “pillola del giorno dopo”, in casi estremi come lo stupro.

Questa dichiarazione sembra rappresentare la simbolica rivincita dell’episcopato centroeuropeo sull’Humanae Vitae del 25 luglio 1968. L’enciclica di Paolo VI, che condannava categoricamente la contraccezione, fu apertamente contestata da un gruppo di vescovi “renani”, gli stessi che avevano applaudito il cardinale Suenens, quando nell’aula del Concilio Vaticano II, il 29 ottobre 1964, egli aveva rivendicato il controllo delle nascite, pronunciando con tono veemente, le parole: “Non ripetiamo il processo di Galileo!”.

Oggi i vescovi tedeschi rialzano con clamore una bandiera mai ammainata. L’ombra del Vaticano II avvolge del resto l’atto di rinuncia di Benedetto XVI, avvenuto proprio mentre sono in corso le celebrazioni del suo cinquantesimo anniversario. Non a caso, l’ultimo discorso, programmatico e retrospettivo del Papa al clero di Roma, lo scorso 14 febbraio, ha colto le origini della crisi religiosa nel “Concilio virtuale” che al Vaticano II si sarebbe sovrapposto. Il Concilio dei mezzi di comunicazione, secondo Benedetto XVI, “era quasi un Concilio a sé, e il mondo ha percepito il Concilio tramite questi, tramite i media. Quindi il Concilio immediatamente efficiente arrivato al popolo, è stato quello dei media, non quello dei Padri, un Concilio” – ha aggiunto – “accessibile a tutti”, “dominante, più efficiente” causa di “tante calamità, tanti problemi, realmente tante miserie: seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata… e il vero Concilio ha avuto difficoltà a concretizzarsi, a realizzarsi; il Concilio virtuale era più forte del Concilio reale”.

Nell’èra della comunicazione sociale, in cui è vero ciò che è comunicato, il Concilio virtuale non fu però meno reale di quello che si svolgeva all’interno della basilica di San Pietro, tanto più che il Vaticano II volle essere un Concilio pastorale, che affidava il suo messaggio ai nuovi strumenti espressivi. Oggi più di allora i mass media sono in grado non solo di rappresentare la realtà, ma di determinarla grazie al potere e alla forza di suggestione che possiedono.

Lo stesso Benedetto XVI ne ha ripetutamente parlato, sottolineando il loro potere di manipolazione. Un gesto storico, come il suo atto di rinuncia al pontificato, è inevitabilmente destinato a essere anche un evento mediatico. E quale altra immagine può trasmettere se non quella di un uomo e di una istituzione privi della forza per combattere il male che avanza? Come meravigliarsi dell’uso della parola “resa”?
Di fronte a questa evidenza, i migliori cattolici non ammettono che la ragione ultima e vera della rinuncia sia quella esposta dal Papa con queste ormai celebri parole: “Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me
affidato”.

Per difendere il gesto “umile e coraggioso” di Benedetto XVI, ci si affanna a ricercarne le recondite intenzioni, rinunciando a esaminare quelle che possono essere le oggettive conseguenze. Secondo alcuni il Papa ha voluto invitarci a distogliere il nostro sguardo miope dalla temporalità del potere; altri hanno pensato che il gesto sarebbe stata la “merce di scambio” per qualche ultimo clamoroso atto del pontificato, come la riconciliazione con la Fraternità San Pio X. C’è perfino chi ha parlato di “ritirata strategica”, per aiutare il nuovo Papa a organizzare il “dopo Ratzinger”. Tranne qualche lodevole eccezione, come quella dell’arcivescovo di Digione, Roland Minnerath, che ha sottolineato l’importanza delle potenziali “conseguenze collaterali” della decisione, pochi tra i cattolici ammettono che possa trattarsi di un gesto destinato a indebolire il Papato, quasi che a portare nocumento al Papato sia l’oggettiva constatazione del fatto, e delle sue conseguenze, e non il fatto stesso.

Il Papato in se stesso naturalmente non è toccato. Il Sommo Pontefice, che non può essere deposto da nessuno, nemmeno da un Concilio, ha il pieno diritto di rinunciare alla sua missione. Quando abdica egli esercita un atto sovrano che in nulla scalfisce il suo supremo potere di giurisdizione. Il Papa resta, ontologicamente, l’unico supremo legislatore della chiesa universale. Si tratta di un dogma di fede. I canoni 331 e 333 del nuovo codice di diritto canonico, definiscono l’autorità del Pontefice romano come un potere di governo supremo, perché nessuna autorità è a lui uguale e nessuno può giudicarlo; plenario, perché, nelle cose di fede e di morale, è un potere illimitato in estensione ed intensità; universale, perché è esteso su tutti e singoli vescovi e su tutti e singoli i fedeli; immediato, perché il Papa può esercitare il suo diritto di intervento diretto in qualsiasi momento, in ogni campo, su qualsiasi persona.

A questo supremo potere di governo, si aggiunge quello di magistero, che comporta a determinate condizioni, il carisma dell’infallibilità. Benedetto XVI, pur godendo di tutti questi poteri, non ha ritenuto opportuno esercitarli nella sua pienezza. Con atto libero e consapevole, ha rinunciato a esercitare non solo il potere di infallibilità del suo Magistero, ma anche il supremo potere di governo, fino al punto di rimettere a Cristo e alla chiesa il munus che il 19 aprile 2005 aveva accettato. Il suo pontificato è ora consegnato alla storia.

Possiamo aggiungere che se il successore di Benedetto XVI vorrà applicare un programma “ratzingeriano”, che vada dalla difesa dei princìpi non negoziabili all’implementazione del motu proprio Summorum Pontificum, dovrà farlo con quelle forze fisiche e morali, ovvero con quell’energia, di cui Benedetto XVI l’11 febbraio 2013, si è pubblicamente confessato incapace. Ma come pensare che la realizzazione di questo programma non provochi ancor più violenti attacchi alla chiesa da parte delle lobby secolariste?

Se poi il nuovo eletto capovolgerà la linea di governo ratzingeriana, per avventurarsi nella sabbie mobili dell’eterodossia, nell’illusione di addomesticare il mondo, come immaginare che ciò non provochi una reazione dei difensori della Tradizione? Le parole persecuzione, scisma ed eresia hanno accompagnato la chiesa in duemila anni di storia. Se qualcuno oggi non ne vuol sentir parlare, è perché ha rinunziato a combattere. Ma la guerra purtroppo è in atto.
 
(di Roberto de Mattei)

lunedì 18 febbraio 2013

"Ha visto Satana in Chiesa e così ha deciso di abdicare"


Il professor Franco Cardini, illustre medievista e studioso delle religioni, sta rientrando in Italia da Parigi. «Anche qui c'è grande trepidazione, grande smarrimento», risponde al Giornale. «Le Point e l'Express hanno dedicato la storia di copertina al gesto del Papa».

Cominciamo da qui: come chiamarlo?
 
«Il successore di Pietro è il Sommo Pontefice. Un sovrano assoluto, e come tale non si dimette, ma abdica. Alcuni, in punta di diritto canonico, parlano di rinuncia. Sicuramente, non userei il termine dimissioni, più adatto ad una carica politica».

Lei professore ha superato lo smarrimento?
 
«Sì, l'ho superato. In un primo momento ci siamo tutti chiesti che cosa stesse accadendo. Si è parlato di una grave malattia. Ma in quel caso risulterebbe strano un annuncio alla fine del Concistoro. Tanto più che nessuno sapeva nulla tranne, a quanto sembra, il fratello Georg e il segretario personale, monsignor Georg Gänswein. Non era l'annuncio di persona malata».

Qual è la sua ipotesi?
 
«Se durante il Concistoro Benedetto XVI ha toccato con mano le divisioni tra i cardinali, questo può aver accelerato una sua predisposizione».

Un'accelerazione repentina?
 
«Una decisione più ponderata non sarebbe stata annunziata in chiusura di un'assemblea riunita per una ragione diversa. Se la rinuncia fosse stata decisa da tempo ci sarebbe stata una convocazione specifica dei collaboratori più stretti e dei mezzi di comunicazione. Invece, tutti sono stati colti di sorpresa».

La decisione di Ratzinger colpisce perché appare diametralmente opposta a quella di Giovanni Paolo II di fronte al suo decadimento.
 
«Non so se si può dire diametralmente opposta. Giovanni Paolo II ha accettato di soffrire fino in fondo. Ratzinger, che è un eccelso teologo, ha scelto un altro modello. Perfino Gesù di fronte alla passione chiese di essere esentato».

È stata l'espressione di una fede realista.
 
«Giovanni Paolo II, che è il mio Papa prediletto, ha regnato ma non governato. Si è dedicato alla sua missione viaggiando in tutto il mondo. Ma l'esercizio concreto del potere l'ha lasciato a Ratzinger, il suo uomo di fiducia in Vaticano. Tanto che non l'ha mai lasciato tornare in Germania per dedicarsi solo agli studi».

Quanto ci vorrà, secondo lei, per metabolizzare un fatto come questo?
 
«È difficile a dirsi. Questo ritiro ha l'aria di avere una regia molto chiara. Molto dipenderà dal prossimo Conclave. Intanto, Benedetto XVI ha stabilito nuove regole per la sua successione. Dopo il Motu proprio del 2007, per eleggere il nuovo Papa è necessaria la maggioranza dei due terzi, senza poter arrivare al ballottaggio a maggioranza semplice».

Che cosa significa?
 
«C'è la preoccupazione di avere una guida forte, suffragata da un'unità profonda nel Conclave. Credo che Benedetto XVI abbia voluto accelerare l'inizio di una nuova stagione nella Chiesa. Una stagione che, sulla soglia dei novant'anni e dopo tanti problemi di salute, non è in grado di condurre. Non si tratta solo di ricomporre le due anime della Chiesa, una che attacca il Concilio Vaticano II e l'altra che lo difende. Se non si è riusciti ad attuarlo in questi cinquant'anni è improbabile che, d'improvviso, si ritrovi la concordia per farlo».

Il vero motivo dell'abdicazione del Pontefice è la divisione nella Chiesa?
 
«Non è un parere personale. In passato il Papa aveva citato Paolo VI e il “fumo di Satana” infiltrato nella Chiesa. Qualche giorno fa ha parlato di divisioni che “deturpano”. È più che mai urgente superarle per indire un nuovo Concilio e mettere la Chiesa nella condizione di testimoniare la fede in Cristo in un momento di profonda crisi mondiale».

Perché gli osservatori laici sono più catastrofisti di quelli credenti?
 
«Perché non hanno la fede. Non credono nell'infinita capacità della Chiesa di superare le crisi. C'è una novella del fiorentino Franco Sacchetti molto significativa in proposito. Narra di un ebreo spagnolo che nel 1300 si reca a Roma e quando torna in Spagna si converte. I suoi correligionari lo interrogano e accusano. “Che ti è successo a Roma che ti ha portato a rinunciare alla tua religione?” “Ho visto la corruzione dei preti, l'arbitrio, la discordia che affligge la Chiesa. E ho pensato che, se con questo carico di vizi e peccati la Chiesa sopravvive, significa che è toccata da una grazia particolare”».

venerdì 15 febbraio 2013

"La barca di Benedetto XVI come quella di Schettino"


«Sono un reazionario. E vedo questa faccenda dal mio cattiverio di saraceno». Lo dice subito, Pietrangelo Buttafuoco, scrittore e giornalista, quasi a scusarsi per l'asprezza della sua analisi. E, dunque, avventuriamoci.

Sono trascorsi quattro giorni e sulle dimissioni di Benedetto XVI il mondo si divide ancora. Tu da che parte stai?

«In una parte molto scomoda. So che non si deve parlare male del Papa, ma non ce la faccio a considerare questo atto nella categoria delle dimissioni».

E in quale lo consideri?

«Non posso rassegnarmi a pensare che la barca di Pietro debba inchinarsi davanti alla modernità. Come Schettino all'Isola del Giglio».

Addirittura.

«So che il paragone è blasfemo. Il capitano sta sempre sulla nave, tanto più quando affronta il pericolo di un naufragio. Nella tempèrie della crisi sono l'etica e l'estetica militare a far da guida: sappiamo bene che l'abominio per eccellenza è la diserzione».

Un giudizio drastico. Il nocchiero della nave non è il Papa, ma lo Spirito che si trasmette attraverso di lui.

«Il Pontefice è o no il vicario di Cristo?».

Certo, vicario. Ma Cristo non scompare perché Ratzinger perde il vigore.

«Tuttavia il fatto resta inaudito. E il paragone con Celestino V drammatico. È come se Pietro crocifisso a testa in giù dicesse ai suoi carnefici: “Basta, non ce la faccio più”».

In questo atto non intravedi umiltà e una fede libera e realista?

«Questo è un alfabeto umano. Se riportiamo questo gesto sul piano spirituale stentiamo a trovare conforto. Perché è impensabile che il pastore arretri davanti alla trionfante aggressione del materialismo. Uno come Padre Pio, per dire, non avrebbe mai rinunciato al suo combattimento contro Satana».

Tutti gli uomini di Chiesa interpretano la rinuncia di Benedetto XVI in una prospettiva di fede. I più catastrofisti sono gli osservatori laici.

«Tutti i teologi, a cominciare da Vito Mancuso, si sono precipitati a cloroformizzare il trauma. Nell'epoca nichilista in cui stiamo vivendo si esercitano nella gara a sistemare la sottana al Santo Padre».

Non ti sembra di vedere la Chiesa solo come baluardo contro la modernità?

«La Chiesa ha l'ansia di farsi accettare da chi rimuove la questione della metafisica. I preti più popolari, da don Gallo a monsignor Paglia, non fanno che ripetere l'alfabeto benpensante che tanto conforto offre a un mondo ostile al sacro. Ma senza la religione delle mamme i bambini non avrebbero mai imparato l'Ave Maria o l'Angelo di Dio. Altro che i preti di moda che sostituiscono la legalità alla sacralità e l'assistenza sociale alla liturgia. In tante aree ecclesiastiche vedo la rimozione del Golgota. Lo dico da saraceno. Nessuno riconosce la forza della croce. La Chiesa è assediata da chi vuole il preservativo, chi il matrimonio per gli omosessuali, chi l'abolizione della domenica, chi la psicanalisi in luogo della confessione. In un momento così la barca di Pietro dovrebbe avere al timone una mano ferma in ragione della forza data dallo Spirito Santo».

La cadenza dello Spirito sono i secoli, il tempo della storia e non della cronaca.

«È l'eterno che deve interessare alla Chiesa. Il fatto che quando il Papa pronunciava la sua rinuncia non ci fosse chi riusciva a capire che cosa stesse accadendo provoca turbamento. Non si tratta di folclore, ma dell'urgenza di ravvivare il fuoco del rito».

Secondo te Benedetto XVI difetta nella fede.

«Nessuno di noi può giudicare la fede di un altro».

Quindi non credi che Ratzinger abbia relativizzato la sua persona per valorizzare la Cattedra di Pietro e «per il bene della Chiesa»?

«Se stai avviando una battaglia è inaudito che il generale si faccia da parte. Ne I Promessi Sposi il vescovo rimprovera don Abbondio ricordandogli che quando diventò sacerdote non gli fu data alcuna garanzia sulla vita. È come se il Grande Inquisitore di dostoevskiana memoria avesse dettato questo gesto. E, avendo percepito che lo Spirito Santo si è allontanato da lui, il Papa avesse detto: “Avanti un altro”. Perciò vorrei fare mio il grido delle processioni della passione invocando misericordia».

Ci vuole tempo affinché il disegno della Provvidenza si renda intellegibile.

«Purtroppo la Chiesa più che la navigazione dell'eterno spesso pratica l'ossequio ai totem del nuovo ordine mondiale. Che è anticristiano per definizione».

Scenario cupissimo.

«Grazie a Dio lo Spirito soffia dove vuole e il centro rimane sempre Cristo».

E questa centralità abbraccia anche la scelta di Benedetto XVI.

«Mi auguro che tu abbia ragione. Ciò non toglie che questa cosa mi abbia lasciato sgomento. L'altro giorno, mentre tracciava il segno della croce mi chiedevo chi fosse lui, oggi».

L’eutanasia del papato è la fine di un mondo


Ho sentito nella voce del Papa l’affanno dei se­coli e nei suoi occhi, che evitavano di in­crociare lo sguardo del mondo, sembrava celarsi un segreto. Non è solo un evento sto­rico l’annuncio del Papa e non suscita solo emozione e sorpresa, come ripete il ci­calare dei media. Anzi di sorpresa ce n’è poca, di ri­nunce al papato, Ratzinger aveva già accennato. Ma c’è qualcosa di più grande e di più misterioso nella sua decisione e sfugge alla vista del tempo. Non con­fondiamo le occasioni che lo hanno portato a dimet­tersi con la causa ultima. Le occasioni o le cause prossime del suo gesto sa­ranno state la fragilità di un uomo costretto ad affronta­re aspre battaglie, micidia­li bassezze e ostilità, ad ac­collarsi sulle sue spalle mi­nute, enormi responsabili­tà pastorali ed epocali, e poi quei fogli volati coi cor­vi e finiti chissà in quali ma­ni; inchieste, complotti, ri­catti e maldicenze. Hanno caricato sulle delicate spal­le di Ratzinger perfino i due ultimi grandi tabù del nostro tempo, la bestia na­zista e la libertà omosessua­le, cercando di rimestare nel torbido, attaccandosi alla sua giovinezza tede­sca, a oscure dicerie o alle tristi vicende della pedofi­lia in abito talare. Saranno quelle le cause  prossime del suo abbandono; non ha retto, non ce l’ha fatta, non era un gladiatore di Cristo e nemmeno un milite tedesco ma un mite teologo dalle piume di cristallo. «Pietro era in­fatti inesperto delle cose umane, che aveva trascurato per l’assidua con­templazione di quelle divine» scrive nella stessa lingua latina un cronista d’eccezione, Petrarca, parlando di Celestino V che si dimise da Papa.

Ma per un grande custode della dot­trina, come è Joseph Ratzinger, per una mente acuta e implacabile come la sua, c’era un altro macigno che pe­sava sulle sue deboli spalle. È la perce­zione della catastrofe spirituale del nostro tempo, lo spettacolo di un’abissale sordità del mondo alla vi­ta, alla missione e alle aspettative del­la fede. Nel suo invecchiare, si riflette­va la tremenda vecchiezza della Spo­sa di Cristo, la Chiesa, il suo indebolir­si e piegarsi nell’arco di pochi anni. Chiese deserte, vocazioni calanti, sa­cerdoti che vacillano nella fede, il ci­nismo che cresce. E allora cresce il dubbio che Ratzinger si sia trascina­to in questi anni un terribile segreto che non vuole e non può esplicitare: lo spegnersi della fede cristiana e l’im­possibilità di fronteggiare il deserto che avanza. Da qui l’eutanasia del pa­pato. Le sue dimissioni rispecchiano la ritirata della Chiesa dal mondo, il suo sbiadire, arrendersi in Europa e arretrare nelle periferie popolose del­la cristianità. Dimettendosi, Ratzin­ger non è sceso dalla Croce, come di­ceva Wojtyla sostenendo che si porta la croce del Papato fino alla morte. Ma non è lui, è il mondo che ha rimos­so la Croce. Le parole di Ratzinger pro­nunciate in latino accentuano il fossa­to incolmabile che le separa dal pro­prio tempo, esprimono con asciutto lindore tutta la portata drammatica dell’annuncio. Il latino le scolpisce nel marmo del passato, le rende lapi­darie e irreversibili.

Se guardiamo al pontificato di Be­nedetto XVI e alla sua precedente atti­vità di prefetto e teologo, ci accorgia­mo di due opposte strade da lui segui­te, ambedue con straordinaria lucidi­tà. Da un verso, il rigoroso difensore della fede, dell’Auctoritas e della Tra­dizione contro la dittatura del relativi­smo; dall’altro il tormentato filosofo che si confronta con l’ateismo e ria­pre i conti con Nietzsche, con Heideg­ger, col pensiero contemporaneo. Lui che è stato il più strenuo difenso­re della Tradizione, lui che il filosofo cattolico Del Noce definiva «il più al­to esempio di cultura di destra»; pro­prio lui, si è affacciato nelle terre inc­o­gnite del tormento e dell’ateismo più di ogni altro papa. Arrivò a dire di re­cente che un inquieto cercatore pri­vo di fede è più vicino a Dio di un devo­to per abitudine, così sconfessando millenni di fede per forza d’inerzia e milioni di fedeli per routine. Più di re­cente è arrivato a dire che la verità non abita dentro di noi, nessuno la possiede; ma la verità possiede noi, noi siamo dentro la verità. E dunque nessuno detiene il monopolio della verità e può decidere nel nome della verità, ma noi nuotiamo dentro la ve­rità e a volte non ce ne accorgiamo. A ben vedere, è una rivoluzione rispet­to alla fede insegnata nei millenni, ma anche rispetto a chi parte all’infi­nita ricerca della verità, ritenendola irraggiungibile, e non si accorge di es­sere dentro il suo alone. È un parados­so che il Papa della Tradizione spezzi una tradizione secolare e inneschi una assoluta novità, il Papa dimissionario che vive nell’ombra in Vatica­no, da Papa emerito, come si dice per gli ex-presidenti.

Ratzinger ha saputo come pochi unire certezze e inquietudine, tradi­zione e ricerca, fede e ardimento in­tellettuale, scarsamente compreso dal mondo e dal tempo. Forse più amabile del suo grande predecesso­re ma meno amato.

Hanno detto che la sua decisione è maturata in serenità. «Egli fuggì con grande gioia - scrive Petrarca - portan­do negli occhi e sul volto i segni della letizia spirituale quando si allontanò dal concilio, come se avesse sottratto le sue spalle non a un peso modesto, bensì il collo a una terribile scure, sic­ché risplendeva sul suo viso un non so che di angelico».

Le sue dimissioni sono la testimo­nianza più alta e sofferta della società senza padre in cui viviamo. L’ultimo Padre si è dimesso e lascia il posto va­cante, che sarà presto colmato in una Pasqua di Resurrezione. Ma quel ge­st­o ci richiama alle tempeste spiritua­li che stiamo vivendo e di cui non sem­pre ci accorgiamo fino in fondo. Sarà un tempo di nani, eppure urgono gi­ganti.

Intanto ci mancheranno i suoi sguardi di spaventata dolcezza, di trattenuta mestizia, la sua scarsa di­mestichezza con le cose del mondo, il suo disagio di vivere nello splendo­re regale. Il suo sguardo si scusava col mondo e suggeriva agli astanti: sono solo un pensatore che regge le sorti di un Pontificato. A volte si abbandona­va più sereno ai sorrisi o si atteggiava a un’affabile severità che lo rendeva assai somigliante a Paolo Stoppa quando interpretava il Papa Re.

Ma alle ore venti del prossimo 28 febbraio, cercheremo nello sguardo di Joseph Ratzinger «quel non so che di angelico» di chi si libera del peso del mondo e raggiunge la solitudine dei celesti. 

(di Marcello Veneziani)

mercoledì 13 febbraio 2013

Considerazioni sull’atto di rinuncia di Benedetto XVI


L’11 febbraio, giorno della Festa della Madonna di Lourdes, il Santo Padre Benedetto XVI ha comunicato al Concistoro dei cardinali e a tutto il mondo la sua decisione di rinunziare al Pontificato. L’annuncio è stato accolto dai cardinali, «quasi del tutto increduli», «con senso di smarrimento», «come un fulmine a ciel sereno», secondo le parole subito dopo rivolte al Papa dal cardinale decano Angelo Sodano.

Se così grande è stato lo smarrimento dei cardinali, si può immaginare quanto forte sia in questi giorni il disorientamento dei fedeli, soprattutto di coloro che hanno sempre visto in Benedetto XVI un punto di riferimento e che ora si sentono in qualche modo “orfani”, se non addirittura abbandonati, di fronte alle gravissime difficoltà che affronta la Chiesa nell’ora presente.

Eppure l’ipotesi della rinuncia di un Papa al soglio pontificio non giunge del tutto inattesa. Il presidente della Conferenza Episcopale tedesca Karl Lehmann e il primate del Belgio Godfried Danneels, avevano avanzato l’ipotesi di «dimissioni» di Giovanni Paolo II, quando le sue condizioni di salute si erano aggravate. Il cardinale Ratzinger nel libro-intervista del 2010 Luce del mondo aveva detto al giornalista tedesco Peter Seewald, che se un Papa si rende conto che non è più in grado «fisicamente, psicologicamente e spiritualmente, di assolvere ai doveri del suo ufficio, allora ha il diritto e, in alcune circostanze, anche l’obbligo, di dimettersi». Nel 2010 poi, cinquanta teologi spagnoli avevano espresso la loro adesione alla Lettera aperta ai vescovi di tutto il mondo del teologo svizzero Hans Küng con queste parole: «Crediamo che il pontificato di Benedetto XVI si sia esaurito. Il Papa non ha l’età né la mentalità per rispondere adeguatamente ai gravi e urgenti problemi che la Chiesa cattolica si trova a dover affrontare. Pensiamo quindi, con il dovuto rispetto per la sua persona, che debba presentare le dimissioni dalla sua carica». E quando, tra il 2011 e il 2012, alcuni giornalisti. come Giuliano Ferrara ed Antonio Socci, avevano scritto sulle possibili dimissioni del Papa, questa ipotesi aveva suscitato tra i lettori più disapprovazione che consensi.

Sul diritto di un Papa a dimettersi, non ci sono dubbi in proposito. Il nuovo Codice di Diritto canonico disciplina l’eventualità della rinuncia del Papa nel canone 332, secondo paragrafo, con queste parole: «Se accada che il Romano Pontefice rinunzi al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinunzia sia fatta liberamente e sia manifestata ritualmente, non dunque che sia accettata da uno qualsiasi». Negli articoli 1 e 3 della costituzione apostolica del 1996 Universi Dominicis Gregis, sulla vacanza della Santa Sede, è prevista del resto la possibilità che la vacanza della Sede apostolica sia determinata non solo dalla morte del Papa, ma anche dalla sua valida rinuncia.

Nella storia non sono moltissimi gli episodi documentati di abdicazione. Il caso più noto resta quello di san Celestino V, il monaco Pietro da Morrone, eletto in Perugia il 5 luglio 1294 e incoronato a L’Aquila il 29 agosto successivo. Dopo un pontificato di solo cinque mesi, credette opportuno dimettersi, non ritenendosi all’altezza dell’ufficio assunto. Preparò quindi la sua abdicazione consultando dapprima i cardinali ed emanando poi una costituzione con la quale riconfermava la validità delle norme già stabilite da Gregorio X per la conduzione del prossimo Conclave. Il 13 dicembre a Napoli pronunciò la propria abdicazione al cospetto del collegio dei cardinali, depose le insegne e gli indumenti papali e riprese l’abito di eremita. Il 24 dicembre 1294 venne eletto Papa in sua veceBenedetto Caetani, con il nome di Bonifacio VIII. Un ulteriore caso di rinuncia papale – l’ultimo sino ad oggi – si ebbe durante lo svolgimento del Concilio di Costanza (1414-1418). Gregorio XII (1406-1415), Papa legittimo, al fine di ricomporre il Grande Scisma d’Occidente (1378-1417), inviò a Costanza il suo plenipotenziario Carlo Malatesta per rendere nota la sua volontà di ritirarsi dall’ufficio papale; le dimissioni furono ufficialmente accolte il 4 luglio 1415 dall’assemblea sinodale che contemporaneamente depose l’antipapa Benedetto XIII. Gregorio XII venne reintegrato nel Sacro Collegio col titolo di cardinale vescovo di Porto e con il primo rango dopo il Papa. Abbandonato il nome e l’abito pontificio e ripreso il nome di cardinale Angelo Correr, egli si ritirò nelle Marche come legato pontificio e morì a Recanati il 18 ottobre 1417.

Il caso di rinuncia dunque, in sé, non scandalizza: è contemplato dal diritto canonico e si è storicamente verificato nei secoli. Va notato però che il Papa può rinunciare, e talvolta ha storicamente rinunciato al Pontificato, in quanto esso è considerato un «ufficio giurisdizionale della Chiesa», non legato indelebilmente alla persona di chi lo occupa. La gerarchia apostolica esercita infatti due poteri misteriosamente uniti nelle stesse persone: la potestà di ordine e la potestà di giurisdizione (cfr. ad esempio san Tommaso d’Aquino, Summa Theologica, II-IIae, q. 39, a. 3, resp.; III, q. 6. a. 2). Entrambi i poteri sono diretti a realizzare i fini peculiari della Chiesa, ma ciascuno con caratteristiche proprie, che lo distinguono profondamente dall’altro: la potestas ordinis è il potere di distribuire i mezzi della grazia divina e si riferisce all’amministrazione dei sacramenti e all’esercizio del culto ufficiale; la potestas iurisdictionis è il potere di governare l’istituto ecclesiastico e i singoli fedeli.

La potestà di ordine si distingue dalla potestà di giurisdizione non solo per diversità di natura e di oggetto, ma anche per il modo con cui è conferita, in quanto essa ha come sua proprietà di essere data con la consacrazione, cioè per mezzo di un sacramento e con l’impressione di un carattere sacro. Il possesso della potestas ordinis è assolutamente indelebile in quanto i suoi gradi non sono uffici temporanei, ma imprimono carattere in chi ne è insignito. Secondo il Codice di Diritto Canonico, una volta che un battezzato diventa diacono, presbitero o vescovo, lo è per sempre e nessuna autorità umana può cancellare tale condizione ontologica. La potestà di giurisdizione invece non è indelebile ma è temporanea e revocabile; i suoi uffici, a cui sono preposte persone fisiche, terminano con la cessazione del mandato.

Un’altra importante caratteristica della potestà di ordine è la non territorialità, poiché i gradi della gerarchia di ordine sono assolutamente indipendenti da ogni circoscrizione territoriale, almeno per quanto riguarda la validità dell’esercizio. Gli uffici della potestà di giurisdizione, al contrario, sono sempre circoscritti nello spazio ed hanno nel territorio uno degli elementi costitutivi, eccettuato quello del Supremo Pontefice, il quale non è sottoposto ad alcuna limitazione spaziale.

Nella Chiesa la potestà di giurisdizione compete, iure divino al Papa e ai Vescovi. La pienezza di questo potere risiede tuttavia solo nel Papa che, quale fondamento, sorregge tutto l’edificio ecclesiastico. In lui si trova tutto il potere pastorale, e nella Chiesa non se ne può concepire altro indipendente.

La teologia progressista sostiene invece, in nome del Concilio Vaticano II, una riforma della Chiesa, in senso sacramentale e carismatico, che oppone la potestà d’ordine alla potestà di giurisdizione, la chiesa della carità a quella del diritto, la struttura episcopale a quella monarchica. Al Papa, ridotto a primus inter pares all’interno del collegio dei vescovi spetterebbe solo una funzione etico-profetica, un primato di «onore» o di «amore», ma non di governo e di giurisdizione. In questa prospettiva è stata evocata da Hans  Küng, e da altri, l’ipotesi di un pontificato “a termine”  e non più a vita, come forma di governo richiesta dalla velocità di cambiamento del mondo moderno e dalla continua novità dei suoi problemi. «Non possiamo avere un Pontefice di 80 anni che non è più pienamente presente dal punto di vista fisico e psichico», ha dichiarato all’ emittente “Südwestrundfunk” Küng, che vede nella limitazione del mandato del Papa un passo necessario per la riforma radicale della Chiesa. Il Papa sarebbe ridotto a presidente di un Consiglio di amministrazione, ad una figura meramente arbitrale, con a fianco una struttura ecclesiastica “aperta”, quale un sinodo permanente, con poteri deliberativi.

Se però si ritiene che l’essenza del Papato sia nel potere sacramentale di ordine e non in quello supremo di giurisdizione, il Pontefice non potrebbe mai dimettersi; se lo facesse, perderebbe con la rinuncia solo l’esercizio della suprema potestà, ma non la potestà stessa, che sarebbe indelebile come l’ordinazione sacramentale da cui scaturisce   Chi ammette l’ipotesi della rinuncia deve ammettere con ciò che il Papa deriva la sua summa potestas dalla giurisdizione che esercita e non dal sacramento che riceve. La teologia progressista è dunque in contraddizione con sé stessa quando pretende di fondare il Papato sulla sua natura sacramentale, e poi rivendica le dimissioni di un Papa, che possono invece essere ammesse solo se il suo incarico è fondato sul potere di giurisdizione. Per la stessa ragione non ci potranno essere, dopo la rinuncia di Benedetto XVI, “due papi”, uno in carica e uno “emerito”, come è stato impropriamente detto. Benedetto XVI tornerà ad essere sua eminenza il cardinale Ratzinger e non potrà più esercitare prerogative, come l’infallibilità, che sono intimamente legate al potere di giurisdizione pontificio.

Il Papa dunque può dimettersi. Ma è opportuno che lo faccia? Un autore non certo “tradizionalista”, Enzo Bianchi, su “La Stampa” del 1 luglio 2002, scriveva: «Secondo la grande tradizione della chiesa d’Oriente e d’Occidente, nessun Papa, nessun patriarca, nessun vescovo dovrebbe dimettersi solo a causa del raggiungimento di un limite di età. È vero che da una trentina d’anni nella chiesa cattolica vi è una norma che invita i vescovi a offrire le proprie dimissioni al pontefice al compimento dei settantacinque anni, ed è vero che tutti i vescovi accolgono nell’obbedienza questo invito e le presentano, ed è vero anche che normalmente vengono esauditi e le dimissioni accolte. Ma questa resta una norma e una prassi recente, fissata da Paolo VI e confermata da Giovanni Paolo II: nulla esclude che in futuro possa essere rivista, dopo aver pesato vantaggi e problemi che essa ha prodotto in questi decenni di applicazione». La norma per cui i vescovi si dimettono a 75 anni dalle loro diocesi è una fase recente della storia della Chiesa, che sembra contraddire le parole di san Paolo, per cui il Pastore è nominato «ad convivendum et ad commoriendum» (2 Cor 7, 3), per vivere e per morire accanto al suo gregge. La vocazione di un Pastore, come quella di ogni battezzato, vincola infatti non fino ad una certa età, e ad una buona salute, ma fino alla morte.

Sotto questo aspetto la rinuncia dal pontificato di Benedetto XVI appare come un gesto legittimo dal punto di vista teologico e canonico, ma sul piano storico, in assoluta discontinuità con la tradizione e la prassi della Chiesa. Dal punto di vista di quelle che potrebbero essere le conseguenze si tratta di un gesto non semplicemente “innovativo”, ma radicalmente «rivoluzionario», come lo ha definito Eugenio Scalfari su “La Repubblica” del 12 febbraio. L’immagine dell’istituzione pontificia, agli occhi dell’opinione pubblica di tutto il mondo, viene infatti spogliata della sua sacralità per essere consegnata ai criteri di giudizio della modernità. Non a caso, sul “Corriere della Sera” dello stesso giorno, Massimo Franco parla del «sintomo estremo, finale, irrevocabile della crisi di un sistema di governo e di una forma di papato».

Non si può fare un paragone né con Celestino V, che si dimise dopo essere stato strappato a forza dalla sua cella eremitica, né con Gregorio XII, che fu costretto a sua volta a rinunciare per risolvere la gravissima questione del Grande Scisma d’Occidente. Si trattava di casi di eccezione. Ma qual è l’eccezione nel gesto di Benedetto XVI? La ragione, ufficiale, scolpita nelle sue parole dell’11 febbraio esprime, più che l’eccezione, la normalità: «Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia del’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità».

Non ci troviamo di fronte ad una grave inabilità, come era il caso di Giovanni Paolo II nel suo ultimo scorcio di pontificato. Le facoltà intellettuali di Benedetto XVI sono pienamente integre, come ha dimostrato in una delle sue ultime e più significative meditazioni al Seminario Romano, e la sua salute è «complessivamente buona», come ha precisato il portavoce dalla Santa Sede, padre Federico Lombardi, secondo cui però il Papa ha avvertito negli ultimi tempi «lo squilibrio tra i compiti, tra i problemi da affrontare e le forze di cui si sente di non disporre».

Eppure, fin dal momento dell’elezione, ogni pontefice prova un comprensibile sentimento di inadeguatezza, avvertendo la sproporzione tra le capacità personali e il peso dell’incarico a cui è chiamato. Chi può dire di essere in grado di poter sostenere con le sue sole forze il munus di Vicario di Cristo? Lo Spirito Santo assiste però il Papa non solo al momento dell’elezione, ma fino alla morte, in ogni momento, anche il più difficile, del suo pontificato. Oggi lo Spirito Santo viene spesso invocato a sproposito, come quando si pretende che esso copra ogni atto e ogni parola di un Papa o di un Concilio. In questi giorni però è il grande assente dai commenti sui mass-media che valutano il gesto di Benedetto XVI seguendo un criterio puramente umano, come se la Chiesa fosse una multinazionale, guidata in termini di pura efficienza, a prescindere da ogni influsso soprannaturale.

Ma c’è da chiedersi: in duemila anni di storia, quanti sono i Papi che hanno regnato in buona salute e non hanno avvertito il declino delle forze e non hanno sofferto per malattie e prove morali di ogni genere? Il benessere fisico non è mai stato un criterio di governo della Chiesa. Lo sarà a partire da Benedetto XVI? Un cattolico non può non porsi queste domande e se non se le pone, esse saranno poste dai fatti, come nel prossimo conclave, quando la scelta del successore di Benedetto si orienterà fatalmente verso un cardinale giovane e nel pieno delle forze perché possa essere ritenuto adeguato alla grave missione che lo attende. A meno che il cuore del problema non sia in quelle«questioni di grande rilevanza per la vita della fede», a cui ha fatto riferimento il Pontefice, e che potrebbero alludere alla situazione di ingovernabilità in cui sembra trovarsi oggi la Chiesa.

Sarebbe poco prudente, sotto questo aspetto, considerare già “chiuso” il pontificato di Benedetto XVI, dedicandosi a prematuri bilanci, prima di attendere la fatidica scadenza da lui annunciata: la sera del 28 febbraio 2013, una data che rimarrà impressa nella storia della Chiesa. Prima, ma anche dopo quella data, Benedetto XVI potrebbe essere ancora protagonista di nuovi e imprevisti scenari. Il Papa infatti ha annunciato le sue dimissioni, ma non il suo silenzio, e la sua scelta gli restituisce una libertà di cui forse si sentiva privato. Che cosa dirà e farà Benedetto XVI, o il cardinale Ratzinger, nei prossimi giorni, settimane e mesi? E soprattutto, chi guiderà, e in che maniera, la navicella di Pietro nelle nuove tempeste che inevitabilmente l’attendono?

(di Roberto de Mattei)

Coraggioso sacrificio o grande sconfitta?


otenza delle coincidenze simboliche, ironia della storia. Il settimo vescovo di Roma dopo quello che fu il protagonista della Conciliazione tra la chiesa e lo stato italiano se ne va - caso, più che raro, propriamente unico nella lunga storia del pontificato - l’11 febbraio, esattamente nell’ottantaquattresimo anniversario di quell’evento: e al tempo stesso due giorni prima della solennità penitenziale delle ceneri. E il giorno dopo, 12 febbraio, martedì grasso, scoppia il gran carnevale romano delle dietrologie e del totopapa. Perché se n’è andato Benedetto XVI? E chi gli terrà dietro? Se i media sembrano impazziti, la follia dei blog trionfa in termini d’un caleidoscopio rabelaisiano.

Il papa se ne va dicendo che lo fa «per il bene della chiesa»: ma, secondo l’antica cosiddetta Profezia di san Malachia, discusso ma comunque inquietante testo forse del XII, forse del XVI secolo, che mette in fila 112 motti latini ciascuno attribuibile alle caratteristiche di altrettanti papi, tanti quanti a metà del XII secolo si diceva dovessero succedersi nella storia sino alla fine della chiesa (e del mondo?), a Benedetto XVI sarebbe spettato l’epiteto di De pace olivae. Non è forse l’olivo il simbolo della pace? E non sarà che papa Ratzinger, andandosene «per il bene della chiesa», se ne sia in realtà andato pro bono pacis, sentendo di non poter più reggere ai conflitti interni alla gerarchia e alla stessa comunità dei credenti: conflitti dei quali egli, a torto o a ragione, si è sentito almeno in parte responsabile, o per aver contribuito a farli maturare o per non riuscire a gestirli?

E adesso, quo vadis, romana ecclesia? Chi sarà il prossimo ad ascendere al soglio del principe degli apostoli? Ratzinger s’immergerà probabilmente nel silenzio, come alcuni anni or sono scelse di fare Carlo Maria Martini, che in molti avrebbero voluto veder papa al suo posto. Continuerà senza dubbio a studiare e a pregare, scriverà magari altri libri, ma forse tornerà ai suoi prediletti conforti, il pianoforte e i gatti. E su chi all’interno del Sacro Collegio gli succederà, dopo un conclave che possiamo aspettarci abbastanza a breve e al quale evidentemente il cardinal Ratzinger non parteciperà, impazza la ridda delle scommesse.

Ci si affida anche alle tradizioni, alle leggende. Come quella che i cognomi dei pontefici si alternino tra quelli con e quelli senza la lettera "r": il che escluderebbe automaticamente, ad esempio, Bertone, il quale è però favorito da due altre circostanze profetico-leggendarie: la prima ch’egli è il camerlengo pontificio (i camerlenghi sono molto favoriti, come futuri papi); la seconda che egli si chiama di primo nome Tarcisio ma di secondo Pietro e ch’è nato in un paese piemontese di nome Romano.

Ora, la Profezia di Malachia nomina come papa successore di De pace olivae un Petrus romanus, e aggiunge che sarà l’ultimo della storia della chiesa. In che senso? In quello che da allora in poi tale istituzione muterà il suo assetto direzionale e non saranno più eletti papi, o in quello che sarà la chiesa stessa a scomparire, o in quello che finirà il mondo?

Ma le profezie riguardano il futuro. Pensiamo al presente. Era parecchio tempo, per la verità, che tra gli addetti ai lavori, i vaticanisti, circolava la dicerìa dell’intenzione del papa di tirarsi da parte. L’abbiamo sottovalutata tutti, anche perché di vere e proprie dimissioni, nella lunga storia del papato, non se ne sono in fondo mai avute. Anche qui, la ridda delle ipotesi è vertiginosa.

Le ragioni gravi di salute - alcuni hanno parlato di problemi oculistici massicci, altri hanno addirittura evocato lo spettro di un diagnosticato Alzheimer - sono state escluse dall’abilissimo responsabile della sala stampa vaticana, padre Lombardi, che è maestro nell’eludere con affabile eleganza le domande compromettenti ma che è di solito molto affidabile: e che ha esplicitamente detto che nessun processo morboso in atto o in vista è stato causa delle decisioni del Santo Padre.

Ma allora, che ruolo hanno le ragioni fisiche nel terzetto di motivi che il papa stesso ha indicato nel suo breve scritto in tedesco che ha fatto seguito alla dichiarazione, pronunziata in latino alla fine del concistoro del mattino dell’11?

Egli ha alluso con sobrietà ma anche con precisione a ragioni fisiche, psichiche e spirituali: in quest’ordine, omettendo però di dirci se stava enumerandole dalle più gravi alle più leggere o viceversa.

Ora, è abbastanza normale che un ultraottantenne accusi qualche acciacco e che senta vivo il desiderio di ritirarsi e di godersi un po’ di riposo. Ma che questa sacrosanta necessità fisica si accompagni a uno stress "psichico" e addirittura "spirituale", quindi - più che a una somma di tensioni e di preoccupazioni - a un vero e proprio turbamento, fa pensare. Il concistoro, cioè la solenne riunione con i cardinali, alla fine del quale si è avuto l’annunzio del papa, lascia quasi ipotizzare che la sua decisione, magari a lungo meditata e maturata, sia arrivata in tempi così inattesi in seguito a un qualche evento all’interno dei lavori della mattinata.

Si discuteva sulla canonizzazione dei "martiri di Otranto", cioè delle vittime di una scorreria turca nel salentino del 1480. Che l’evento abbia provocato fra i cardinali una discussione sull’opportunità o meno di richiamare un episodio che mette di nuovo in luce la lotta tra cristiani e musulmani, con tutti i risvolti attualistici del problema, e che ciò sia stato causa di un nuovo e più duro emergere delle tensioni interne alla chiesa, delle lacerazioni che ormai attraversano la comunità dei fedeli non meno della gerarchia?

O che abbiano qualche ragione gli osservatori statunitensi che hanno interpretato il gesto di papa Ratzinger come un risultato delle difficoltà economiche e finanziarie che ultimamente hanno sfiorato la stessa cattedra di Pietro? Ma anche quei problemi hanno un risvolto ben più profondo, in termini addirittura di concezione del cristianesimo.

Che cosa intendeva dire Paolo VI quando alluse al «fumo di Satana» insinuatosi all’interno della Chiesa? Che rapporto può esserci, ormai, proprio nella compagine dei cattolici - e parlo da cattolico anch’io - tra i soliti ignoti o seminoti che hanno potuto favorire la resistibile ascesa di un Gotti Tedeschi da una parte e gli Enzo Bianchi o gli Andrea Gallo dall’altra? Tra i prelati che benedicono le lobbies multinazionali e i loro business e quelli che stanno dalla parte degli "ultimi", ora che secondo i calcoli più recenti il 90% della popolazione mondiale vivacchia gestendo appena il 10% delle risorse del mondo, e che quindi gli "ultimi" rasentano i 6 miliardi di persone mentre la ricchezza è concentrata nelle mani di poche centinaia tra famiglie e gruppi? Come si può fare tranquillamente il "mestiere di papa", mentre la sofferenza dei poveri arriva davvero a lambire il trono di Dio e grida sul serio vendetta al Suo cospetto?

Accanto al presente, è il passato ad aiutarci: a patto di leggerlo correttamente. Lasciamo perdere il caso di Celestino V, un mistico eremita ignaro delle cose del mondo eletto nel 1294 in quanto considerato docile strumento nelle mani di chi lo avrebbe diretto e ritiratosi dopo cinque mesi per manifeste debolezza e incapacità: sia o no lui - non è mai stato provato con certezza - che Dante indica senza nominarlo come «colui che fece per viltade il gran rifiuto», nulla lo può avvicinare al colto, avveduto, prudente e competentissimo Joseph Ratzinger, che conosceva alla perfezione i meccanismi curiali e che per anni ha retto la chiesa anche prima di esser papa, discretamente nascosto dietro la mole gigantesca di quel Giovanni Paolo II che regnava eccome, ma non governava per nulla.

E lasciamo da parte anche i divertenti casi del fosco e ferreo XI secolo, Benedetto IX che più che dar le dimissioni vendette letteralmente l’ufficio pontificale, per parecchie libbre d’oro, a Gregorio VI suo pupillo che lo acquistò, e che a causa di ciò fu poi deposto per simonia. Ma forse ci aiuta il paragone con il Quattrocento, e più in particolare con il quinquennio 1409-1414, quando lo scandalo dello scisma e della chiesa divisa tra obbedienza romana e obbedienza avignonese causò la deposizione, uno dopo l’altro, di ben tre pontefici (Gregorio XII, Benedetto XIII e Alessandro V) e la convocazione del concilio di Costanza.

Forse è proprio questo, il problema del concilio e quindi della direzione monarchica o collegiale della chiesa, quel che nel Quattrocento fu messo a tacere dopo il 1449 e lo scioglimento del concilio di Basilea, ma che con forza tornò a venir discusso con il vaticano II.

Può darsi che, nelle tensioni vigenti oggi all’interno della chiesa, la questione conciliare sia tornata a riproporsi: e con essa i temi della direzione collegiale, del celibato del clero, del sacerdozio femminile, soprattutto della "chiesa dei poveri".

Dopo l’orgia di bestialità con le quali neocons e teocons, cristianisti libertarians e "atei devoti" ci hanno ammorbato negli ultimi lustri, può darsi che la discussione sul senso da dare al tema dell’Avvento del regno dei cieli all’inizio del III millennio si sia riproposta con forza, e il tempo delle scelte si stia avvicinando. Che un teologo e giurista ultraottantenne non se la sia sentita di esser lui ad affrontare e gestire l’insorgere di queste antiche eppur sempre nuove problematiche, sarebbe più che comprensibile.

(di Franco Cardini - fonte: www.ilmanifesto.it)

"Con Wojtyla c'è un abisso là il dolore era uno show"


Premessa: «Sono un polemista, non un dietrologo». Massimo Fini, penna acuta e spiazzante del giornalismo italiano, allarga le braccia: «Cominciamo col dire che non dobbiamo sporcare il gesto di papa Ratzinger con il solito gossip all'italiana».

Il gioco al chissà che c'è dietro?

«Appunto. Ai tempi delle Brigate rosse si diceva: chissà chi c'è dietro le Brigate rosse. Naturalmente c'erano solo e soltanto loro, le Brigate rosse, ma questo per certuni era un dettaglio irrilevante. Lo stesso accadde con Mani pulite e temo che oggi siamo al punto di prima».

Si parla di rapporti segreti sconvolgenti, si evocano i corvi svolazzanti e si vocifera di malattie nascoste.

«Lasciamo perdere e concentriamoci sul gesto».

Lei è sorpreso?

«Devo dire che trovo le dimissioni un atto di responsabilità».

Responsabilità?

«Sì, vuol dire che papa Benedetto è persona di grande realismo, se vogliamo un po' tedesco. Ha fatto i conti con le sue forze, ha visto che le energie scemavano irrimediabilmente, cosa possibile a quell'età, quando il vigore può scendere di botto, come un ascensore».

È stata una decisione programmata?

«Non lo so, sicuramente è stata una decisione sofferta da parte di una persona molto lucida, consapevole dei propri mezzi e dei propri limiti. Quindi leggo quel che è successo come un atto di coraggio e di umiltà».

Si può definire coraggioso chi lascia il timone del comando?

«Sì, se uno ha calibrato risorse e capacità disponibili. Ci vuole coraggio, molto coraggio, ad abbandonare il trono del potere; ci vuole coraggio, molto coraggio, ad imboccare una strada che nessuno o quasi aveva mai percorso; ci vuole coraggio, molto coraggio ad esporsi a critiche, chiacchiere, gossip planetari. Ancora di più se si è, come papa Ratzinger, una persona riservata, schiva».

Scusi, non ci vuole più coraggio a rimanere alla guida della Chiesa, come ha fatto Wojtyla negli ultimi anni?

«Vede, tra Wojtyla e Ratzinger per conto mio c'è un abisso».

Addirittura?

«Wojtyla, e parlo da agnostico o, se preferisce una formula alla Nietzsche, da onesto pagano, era perfettamente adeguato ai tempi. Quel che contava era l'apparire e non l'essere, lo show, la sua faccia che rimbalzava su tutti i media del mondo».

Naturalmente, molti - laici e cattolici - la vedono diversamente da lei. Giovanni Paolo ha usato i media per riproporre la centralità di Cristo.

«Non sono per niente d'accordo. Quello che lei sostiene è vero all'inizio, poi per inseguire tv e giornali, Wojtyla ha annacquato sempre di più il messaggio cristiano. Ma in ogni caso voglio dire che papa Benedetto è agli antipodi del suo predecessore».

Forse vuol dire che sono due figure complementari?

«No, no: antitetiche. Ratzinger ha portato la sofferenza finchè ha potuto, poi ha deciso di farsi da parte. L'altro l'ha esibita la sofferenza e il dolore non si esibisce, come la carità».

Non è stato il Wojtyla sofferente a insegnarci che il cristiano non ha paura di niente?

«No, per me anche quello è stato uno show, uno spettacolo, sia pure drammatico».

Papa Benedetto?

«Ci lancia un messaggio che è insieme molto contemporaneo, direi all'avanguardia, e nello stesso tempo politicamente scorretto».

Che cosa vuol dire?

«Intendo dire che oggi la vita si allunga, la quarta età diventa una realtà, ma non è scontato che una persona arrivi a ottantacinque, novant'anni con disinvoltura. E invece c'è tutto un pensiero dominante che nega la vecchiaia, nega il decadimento, nega la senilità. Ratzinger combatte la retorica della modernità, con i corpi sempre perfettamente efficienti».

Insomma, le dimissioni non sono una fuga dalla realtà?

«Al contrario. Perché mascherare la propria debolezza, percepita come inadeguatezza ad un impegno così pesante? Peccato solo, e mi permetta questa battuta, che fra i due grandi vecchi si sia dimesso quello sbagliato».

Quello giusto?

«L'inquilino del Quirinale».

Lascerà fra poche settimane pure lui.

«I nostri politici non mollano mai. Papa Benedetto, che certo non ama il clamore, ha avuto il coraggio di compiere un gesto così clamoroso».

(fonte: www.ilgiornale.it)

mercoledì 2 gennaio 2013

Contro la finanza, le parole del Pontefice Pio XI


«In primo luogo ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento.

Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare.

Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza.

A sua volta poi la concentrazione stessa di ricchezze e di potenza genera tre specie di lotta per il predominio: dapprima si combatte per la prevalenza economica; di poi si contrasta accanitamente per il predominio sul potere politico, per valersi delle sue forze e della sua influenza nelle competizioni economiche; infine si lotta tra gli stessi Stati, o perché le nazioni adoperano le loro forze e la potenza politica a promuovere i vantaggi economici dei propri cittadini, o perché applicano il potere e le forze economiche a troncare le questioni politiche sorte fra le nazioni.

Funeste conseguenze

Ultime conseguenze dello spirito individualistico nella vita economica sono poi quelle che voi stessi, venerabili Fratelli e diletti Figli, vedete e deplorate; la libera concorrenza cioè si è da se stessa distrutta; alla libertà del mercato è sottentrata la egemonia economica; alla bramosia del lucro è seguita la sfrenata cupidigia del predominio; e tutta l’economia è così divenuta orribilmente dura, inesorabile, crudele.

A ciò si aggiungono i danni gravissimi che sgorgano dalla deplorevole confusione delle ingerenze e servizi propri dell’autorità pubblica con quelli della economia stessa: quale, per citarne uno solo tra i più importanti, l’abbassarsi della dignità dello Stato, che si fa servo e docile strumento delle passioni e ambizione umane, mentre dovrebbe assidersi quale sovrano e arbitro delle cose, libero da ogni passione di partito e intento al solo bene comune e alla giustizia.

Nell’ordine poi delle relazioni internazionali, da una stessa fonte sgorgò una doppia corrente: da una parte, il nazionalismo o anche l’imperialismo economico; dall’altra non meno funesto ed esecrabile, l’internazionalismo bancario o imperialismo internazionale del denaro, per cui la patria è dove si sta bene».

(Pio XI, Quadragesimo Anno 14 maggio 1931)