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mercoledì 31 agosto 2011

Il fascino antimoderno della montagna


«Sulla montagna sentiamo la gioia di vivere, la commozione di sentirsi buoni e il sollievo di dimenticare le miserie terrene. Tutto questo perché siamo più vicini al cielo», così Emilio Comici, uno dei massimi esponenti dell’alpinismo italiano tra gli anni trenta e quaranta insieme a Cassin e Carlesso, nel suo libro “Alpinismo eroico”, sintetizzava quello che la montagna può trasmetterci.

E sono proprio queste le sensazioni che si provano quando si va in alto. L’incontro con le vette riesce a regalare orme indelebili e durature. Quando si inizia un sentiero, non importa quanto si sale o la difficoltà che si affronta, tutto diventa magico. Il frastuono delle città moderne viene lasciato alle spalle e il silenzio ci accompagna nella salita. I rumori della natura diventano musiche e pensieri che riescono a non far sentire la stanchezza.

Julius Evola in “Meditazioni dalle vette”, sosteneva che la montagna potrebbe agire come simbolo per avviare una realizzazione interiore: «è dall'irrazionalità di impressioni, visioni, di inesplicabili slanci e inesplicabili, gratuiti eroismi che egli viene portato avanti, lungo vie di un ascendere, che alla fine giunge inavvertitamente ad agire anche in termini d'interiorità. E in sede di subcoscienza che egli si trova inserito in una realtà più vasta e che da essa riceve non solo trasfigurazione in senso di calma, sufficienza, semplicità, purezza, ma anche un afflusso quasi sovranormale di energie, insuscettibile ad essere spiegato con i fallaci determinismi della fisiologia, una indomabile volontà di procedere ancora, di sfidare nuove altezze, nuovi abissi, nuove pareti, poiché appunto in ciò si traduce la inadeguatezza dell'azione materiale rispetto al significato che ormai la anima, la trascendenza dell'impulso spirituale rispetto alle condizioni esterne, alle imprese, alle visioni, alle audacie che ne hanno propiziato il risveglio e che ancora costituiscono la materia necessaria per la estrinsecazione concreta di quell'impulso stesso».

L’ascensione alla vetta, dunque, non è solamente una prova fisica, ma soprattutto una prova spirituale e mentale: «la montagna per essi non è più né novità d'avventura, né romantica evasione, né sensazione contingente, né eroismo per l'eroismo, né sport più o meno tecnicizzato. Essa si lega invece a qualcosa, che non ha principio né fine e che, conquista spirituale inalienabile, fa ormai parte della propria natura, come qualcosa che si porta con sé ovunque a dare un nuovo senso a qualsiasi azione, a qualsiasi esperienza, a qualsiasi lotta della vita quotidiana».

Molto probabilmente la montagna conosciuta da Evola, da Comici e da molti altri, non è più la montagna di oggi. Una montagna sempre più popolata da “alpinisti” della domenica, da persone che credono che avere l’attrezzatura più tecnologica possa bastare per affrontare la natura e la solitudine delle immense pareti rocciose. Non è così. Renè Daumal su “Il monte analogo” scrive: «Con un pò di soldi, si arriva comodamente a trarre dalla civiltà ambiente le poche soddisfazioni corporee elementari. Il resto è falso. Falsità, trucchi, tic, ecco tutta la nostra vita tra il diaframma e la volta cranica. Il mio Superiore aveva detto bene: io soffro di un bisogno inguaribile di capire. Non voglio morire senza aver capito perchè ho vissuto. E lei, ha mai avuto paura della morte?»

La purezza e la verità di questi mondi solitari e luminosi non ha eguali. Non a caso, sin dall’antichità, la montagna era sede di nature divine e di eroi, axis mundi.

(fonte: www.ilsitodiperugia.it - di Fabio Polese)

lunedì 11 aprile 2011

Condannati alla crescita


Dopo la tragedia di Fukushima sono state avanzate le soluzioni più svariate: centrali nucleari “sicure” di terza o quarta generazione, rafforzamento del già consistente apparato idroelettrico e, naturalmente, valorizzazione delle cosiddette fonti di energia “alternative” o “pulite”, fotovoltaico, solare termico, eolico. Non esistono fonti di energia che, usate in modo massivo, non siano inquinanti, in un modo o nell’altro. Alcuni anni fa in una piattissima regione fra Olanda e Belgio, battuta dal vento, furono impiantate trecento enormi torri eoliche. Gli abitanti ne uscirono quasi pazzi. Per il rumore delle pale e perché erano abituati ad avere davanti agli occhi una pianura sconfinata che ora trovavano sbarrata da queste torri. Un foglio di carta in una casa è un innocente foglio di carta, centomila fogli ci soffocano. Non c’è niente da fare.

Nessuno ha osato proporre la soluzione più ovvia: ridurre la produzione. Questo è il tabù dei tabù. Perché il nostro modello di sviluppo è basato sulla crescita. A qualunque costo. Il lettore avrà sentito dire mille volte, e non solo in questi tempi di crisi, da politici, di destra e di sinistra, da economisti, da sindacalisti: “Bisogna stimolare i consumi per aumentare la produzione”. Se la guardate bene, a fondo, questa frase è folle. Perché vuol dire che noi non produciamo più per consumare, ma consumiamo per produrre. Che non è il meccanismo economico al nostro servizio, ma noi al suo.

La crescita non è un bene in sé. Anche il tumore è una crescita: di cellule impazzite. Il tumore dell’iperproduttività finirà per distruggere il corpo su cui è cresciuto. Non perché verranno a mancare le fonti di energia e le materie prime come nel 1972 ipotizzavano che sarebbe avvenuto entro il Duemila quelli del Club di Roma nel loro libro-documento I limiti dello sviluppo (magari ci avessero azzeccato, saremmo stati costretti ad autoridurci per tempo): la tecnologia è probabilmente in grado di risolvere questo problema. Ma per la ragione opposta. Un modello che si basa sulle crescite esponenziali, che esistono in matematica ma non in natura, quando non potrà più crescere, perché non troverà più mercati dove collocare i propri prodotti, imploderà su se stesso. Sarà uno tsunami economico planetario.

Questo il futuro prevedibile. Ma basta il presente. La spietata competizione economica fra Stati – questa è, in estrema sintesi, la globalizzazione – passa attraverso il massacro delle popolazioni del Terzo e ora anche del Primo mondo. In termini di più lavoro, di più fatica, di stress, di angoscia, di un perenne pendolo fra nevrosi e depressione in una mancanza di equilibrio e di armonia che ha finito per coinvolgerci tutti. E gli stessi autori de I limiti dello sviluppo, che non erano dei talebani, ma degli scienziati per di più americani, del mitico Mit, quindi dei positivisti, non ponevano la questione solo in termini tecnici, ma umanistici e concludendo il loro documento scrivevano: “È necessario che l’uomo analizzi dentro di sé gli scopi della propria attività e i valori che la ispirano, oltre che al mondo che si accinge a modificare, incessantemente, giacché il problema non è solo di stabilire se la specie umana potrà sopravvivere, ma anche, e soprattutto, se potrà farlo senza ridursi a un’esistenza indegna di essere vissuta”.

Ma non sono stati ascoltati. Corre, corre la “società del benessere”, col suo sole in fronte e le sue inattaccabili certezze, e, come un toro infuriato, non si rende nemmeno conto, mentre già gronda sangue, che, in ogni caso, al fondo non più tanto lontano dalla strada delle crescite esponenziali, l’aspetta la spada del matador.

(di Massimo Fini)

domenica 27 febbraio 2011

Nel poligono di Salto di Quirra trovate cassette di uranio


Ormai non ci sono più dubbi: nel Poligono Interforze di Perdasdefogu-Salto di Quirra (Pisq) c'è l'uranio. La svolta nell'inchiesta - aperta a metà gennaio dalla Procura di Lanusei per fare chiarezza sui numerosi casi di linfoma di Hodgking che hanno colpito la popolazione e alcune malformazioni negli animali - è arrivata sabato, al termine delle ispezioni ordinate dal procuratore Domenico Fiordalisi in due magazzini nella base e a Capo San Lorenzo, dopo che la pioggia aveva fatto affiorare dal terreno parti di missili e di radiobersagli.

CINQUE CASSETTE - Sono state sequestrate cinque cassette metalliche dove i rilevatori hanno registrato valori di radioattività cinque volte superiori alla norma e l'intero deposito dove erano custodite. Sono stati portati via anche tutti i documenti (disposizioni interne, ordini di servizio, turni di lavoro, regolamento dei magazzini) con i quali si potranno accertare responsabilità, soprattutto sul fatto che sia all'ingresso del magazzino, sia sopra le casse, non erano stati posti i segnali necessari a distinguere la presenza di materiale radioattivo. Sabato mattina una squadra di poliziotti e vigili del fuoco specializzati, accompagnati dalla dottoressa Maria Antonietta Gatti (responsabile del Laboratorio dei biomateriali del Dipartimento di Neuroscienze dell'Università di Modena e Reggio Emilia) e dal fisico nucleare professor Paolo Randaccio hanno fatto un sopralluogo nella base militare facendo la scoperta che forse apre definitivamente uno squarcio sull'intera vicenda. Il materiale è ora nel bunker dell'Università di Cagliari.

ORDIGNI IN MARE - Da un primo esame, il materiale potrebbe essere stato usato dall'Aeronautica tedesca durante esercitazioni effettuate negli anni '60-'70 e poi interrato dopo la bonifica, ma spetta ora agli specialisti analizzare più approfonditamente i reperti. Due settimane fa il procuratore Fiordalisi aveva ordinato il sequestro probatorio dei fondali marini davanti all'area di addestramento marino del Salto di Quirra. Sul fondale i subacquei avevano individuato numerosi ordigni a pochi metri di profondità. L'inchiesta è stata avviata per accertare se vi siano relazioni fra le esercitazioni militari effettuate nella zona e i casi di tumore e malformazioni.

DUE MILITARI - I controlli nei due magazzini sarebbero stati decisi dopo le deposizioni testimoniali di due militari, un siciliano e un campano, che hanno lavorato per due anni al Pisq, con mansioni di magazzinieri nei depositi dei materiali speciali. I due si ammalarono di linfoma non Hodgkin quando erano ancora in servizio. Sottoposti a chemioterapia, erano rientrati in servizio ma sono stati riformati dopo una recidiva delle malattia. I due ex militari avrebbero segnalato agli inquirenti anche i nomi di altri colleghi colpiti dalla stessa malattia dopo il servizio al Pisq.

giovedì 2 dicembre 2010

Il tempo delle demolizioni è arrivato. Anche la periferia italiana può uscire dal tunnel brutalista


In uno dei momenti più cupi della Storia recente, tra vecchie alleanze che tramontano e nuove che ancora non sono sorte, arriva, finalmente, una speranza per la periferia italiana. Si diffonde ormai ovunque la consapevolezza che il tempo delle periferie brutaliste è finito e iniziano a vedersi i primi segni concreti di una nuova stagione per l’architettura italiana.

Dopo il periodo degli UFO atterrati inconsapevolmente nelle periferie di tutte le città, dopo i bunker nostalgici del Vallo Atlantico e le colate di cemento brutalista che hanno prodotto i poco invidiabili record del Pilastro a Bologna e del Corviale a Roma – qual è il chilometro di cemento più brutale del Reame? – ecco arrivare i primi progetti ispirati a una nuova concezione della città. Una concezione ispirata, nello stesso tempo, alla migliore tradizione dell’architettura urbana italiana e alle più innovative tecniche di costruzione secondo i principi della Bioarchitettura.

Finalmente, sembra arrivare anche in Italia il momento di demolire le orrende periferie costruite in base alle meravigliose ideologie totalitarie del secolo passato e di costruire nuove Eco-Città Compatte. E una speranza inizia a diffondersi tra gli abitanti di questi esperimenti fallimentari di urbanistica brutalista. Una periferia grigia anche quando il sole splende alto nel cielo. Una periferia grigia in omaggio al cemento venerato dai seguaci di Le Corbusier che hanno cercato, invano,di cancellare la vitalità, il colore, la ricchezza delle migliori città italiane.

Il Workshop organizzato dal Comune di Roma sul “Ritorno alla Città” sembra inaugurare una nuova stagione dell’architettura italiana. Già il nome, mutuato da una serie di seminari internazionali di A Vision of Europe (http://www.avoe.org/) che già negli anni 90 avevano presentato, per la prima volta in Italia, la possibilità di costruire città eco-compatibili, sembra dare una direzione chiara.

E’ arrivato il tempo di abbandonare ideologie ed esperimenti fallimentari per ritornare alla migliore tradizione dell’Arte di Costruire le Città. Basta con le stecche e i grattacieli dispersi a macchia d’olio nelle nostre campagne, collegati da immensi fasci autostradali ad altrettanto immensi ipermercati e alienanti villettopoli. E’ ora di trasformare le periferie in nuovi eco-quartieri compatti, basati sull’accessibilità pedonale, organicamente concepiti come parte di una città con precisi limiti, in armonia con l’ambiente naturale.

E l’idea sembra essere ormai condivisa sia dai molti over-70 presenti al Workshop sia dai giovani architetti tra i quali spiccano i membri del Gruppo Salingaros. Riunitisi, grazie all’intelligenza del famoso docente di University of Texas e alla formidabile capacità organizzativa di Stefano Serafini, sotto la bandiera della lotta per la liberazione dalla tirannia delle archistar e per lo sviluppo di una città ispirata ai principi della Biofilia, della Bioarchitettura e della Eco-Città Compatta (http://www.ecocompactcity.org/), architetti, urbanisti, ingegneri, filosofi, artisti e uomini di cultura presentano alla città di Roma una serie di progetti per la trasformazione della periferia in una comunità organica di nuovi eco-quartieri.

Si va dai progetti per la nuova eco-città giardino di Corviale stimolati dall’appello dell’Assessore alla Casa Teodoro Buontempo alla ri-urbanizzazione della Borgata Case Rosse. Mentre i progetti di A Vision of Europe e di Ettore Mazzola per demolire Corviale e trasformarlo in una nuova “città dentro dentro la città” dimostrano la redditività economica di questi interventi, il progetto di Pietro Pagliardini per Case Rosse offre un nuovo modello d’intervento per la ri-urbanizzazione delle tante borgate sorte nell’Italia del secolo passato senza un vero piano regolatore.

sabato 7 agosto 2010

La disgiunzione sociale generata dalla modernità


Uno dei capisaldi della decrescita è che non si può avere una crescita infinita in uno spazio finito.

La teoria della decrescita parte in effetti dalla constatazione elementare che le riserve naturali siano in via di esaurimento e che non si possa avere una crescita materiale infinita in un mondo finito. E’ il principio avverso alla logica del « sempre di più» e a quella dismisura che i Greci chiamavano hybris. L’inquinamento che degrada l’ecosistema, cioè la struttura della vita, oggi ha raggiunto un livello intollerabile. Evidentemente crediamo inesauribili e gratuite le riserve naturali, però non lo sono; specialmente nel caso delle riserve petrolifere: si avvicina il momento in cui il petrolio non potrà più essere estratto che a una resa decrescita. L’industria mondiale consuma 87 milioni di barili di petrolio al giorno, nel 2050 consumerà il doppio e a fine secolo il quadruplo. La domanda è dunque destinata ad aumentare fino a quando l’offerta non andrà rapidamente a diminuire. All’ora attuale, più dei tre quarti delle nostre risorse energetiche sono risorse fossili (petrolio, gas, carbonio, uranio). Quanto alle energie rinnovabili, non costituiscono che il 5,2% di tutte le energie consumate nel mondo. Bisogna dunque rompere con questa fuga in avanti. Gli alberi non possono crescere fino al cielo!

La crescita economica è legata a doppio filo alle catastrofi. Può spiegare come?

Se l’attuale crescita economica materiale avanza, non può che generare delle catastrofi di cui noi vediamo già i segni precursori. Esiste, inoltre, un nesso tra la crescita e la catastrofe che molta gente ignora: l’aumento del prodotto interno lordo (PIL) permette di misurare la crescita, intesa però non come miglioramento del benessere, ma come crescita di tutte le forme di attività economiche. Ciò vuol dire che si valutano positivamente le catastrofi naturali (inondazioni, nubifragi, terremoti, maremoti) nella misura in cui queste generano un’attività economica. In Francia, per esempio, l’ alluvione del dicembre del 1999 ha portato un aumento del 1,2 % di crescita! E ancora, la ricchezza misurata dal PIL non è netta, poiché le cifre non tengono conto dei costi che implica l’attività economica in termini di esaurimento delle riserve naturali. Da questo doppio punto di vista, la crescita non è che un miraggio.

Occorre, come dice Latouche, decolonizzare l’immaginario occidentale?

In effetti Serge Latouche parla di una necessaria « decolonizzazione » dell’immaginario simbolico. Si tratta di non abitare più nella convinzione che l’uomo sia un produttore-consumatore, o che l’economia sia il destino. Rompere con l’ossessione della produttività, della mercificazione, con l’idea che più sia sinonimo di meglio. Evitare di scegliere chissà quale nuovo gadget per il solo motivo che sia nuovo, riconoscendo che l’uomo non vive di solo pane e che l’individuo non è la somma di ciò che possiede. La logica dell’essere non è quella dell’avere, così come la qualità non è riducibile alla quantità. Il valore non può essere costantemente piegato su valore di mercato, o sul quello di cambio. I prezzi si negoziano, i valori no. E’ il tempo di uscire dal mondo in cui niente ha più valore, ma tutto ha un prezzo.

Agire partendo dal locale all’universale vuol dire recuperare una visione vernacolare e riappropriarsi di un centro, di una “residenza”?

Filosoficamente parlando, si potrebbe dire che nell’epoca della globalizzazione assistiamo a una progressiva destituzione del luogo per lo spazio. Il luogo è un punto chiaramente situato, con dei limiti propri, che ci è generalmente famigliare. Lo spazio non ha dei limiti: è incondizionato, illimitato; ciò corrisponde perfettamente alla logica della metropoli che tende, attraverso una propria dinamica, alla soppressione di tutti i limiti. Il capitalismo è rappresentato dal carattere illimitato nel suo tentativo di collisione e di omologazione rispetto al mondo. In mezzo si trovano quelle culture popolari, con i loro modi di vita radicati, che ostacolano l’espansione planetaria delle metropoli e la trasformazione della Terra in un immenso cammino omologato. Tornare a orientare l’esistenza sul luogo vuol dire resistere all’influenza dell’incondizionato e, allo stesso tempo, restituire al mondo la diversità che ne costituisce la vera ricchezza. E’ per questo, allora, che attualmente si moltiplicano le delocalizzazioni; occorre rilocalizzare il più possibile la produzione e il consumo.

Perché chi pensa di poter moralizzare il capitalismo cade in un cortocircuito?

L’idea di una « moralizzazione » del capitalismo si sviluppa a partire dal 1990, in seguito a un certo numero di scandali sulle disfunzioni del sistema finanziario. Il capitalismo non è «moralizzabile» per la semplice ragione che per sua stessa natura è estraneo a tutta la considerazione morale. La sua ragione d’essere si riconduce all’accumulo dei profitti e non può che prevalere su tutte le altre finalità. Inoltre, il sistema capitalistico non è più, dopo molto tempo, oggetto sul quale si potrebbe aver presa, ma un soggetto che si sviluppa secondo le proprie leggi atte all’autoproduzione.
Nei nostri giorni non assistiamo, dunque, alla moralizzazione del capitalismo, ma piuttosto al contrario: all’ « economizzazione » della nozione stessa di valore, che avvicina gli individui nella direzione dell’accumulo. L’etica manageriale, per esempio, può interpretarsi come una morale disciplinare mirata a formare l’individuo per il desiderio di cambio. Distante dal poter essere « moralizzato », oggi il capitalismo contribuisce soprattutto alla « demoralizzazione » della società.

Come adattare la dimensione comunitaria in spazi sempre più grandi e affollati come le città e le varie metropoli?

Più le città diventano immense, più il quartiere può acquistare importanza. E’ proprio in questo ambito che si ritrova il carattere profondamente dialettico della globalizzazione: da una parte unifica e omogenea, dall’altra crea per reazione delle nuove frammentazioni. L’importante è lottare contro la disgiunzione sociale generata dalla modernità, favorendo i legami sociali che un tempo erano all’origine della solidarietà organica. Questa esigenza non concerne soltanto il domani privato, ma anche quello della vita pubblica. La riabilitazione del vincolo sociale deve andare di pari passo con il collocamento di una democrazia partecipativa, fondata sul principio della sussidiarietà, che possa rimediare alle insufficienze della democrazia rappresentativa, responsabile di aver creato un divario tra la classe dominante e la maggioranza dei cittadini.

venerdì 13 novembre 2009

Strappare l’architettura agli architetti

«Prova a immaginare te stesso dentro l’architettura che hai progettato: ti ci senti bene?». Quando il professor Nikos Salingaros pone questa domanda ai laureandi di architettura nell’università del Texas dove insegna, i giovani sbalordiscono: nulla di ciò che gli è stato insegnato nei quattro anni precedenti li ha preparati a porsi una simile questione. Anzi.
Salingaros è in Italia per presentare il suo volume «No alle Archistar», della Libreria Editrice Fiorentina. Le Archistar sono gli architetti strapagati e acchiappa-tutto nei grandi progetti internazionali. Da tempo Salingaros, matematico per formazione, li accusa non solo di essere gli esponenti di un’architettura malata, ma che fa anche male alla salute fisica, psichica e spirituale dell’uomo.
A Roma, ho assistito a una conferenza-stampa del professore. Poichè erano presenti più architetti che giornalisti (e pochi studenti muti di domande, probabilmente esterrefatti di ascoltare il contrario di ciò che si sono sentiti insegnare), hanno finito per parlarsi tra loro. E francamente, rinunciando alla lingua di legno delle riviste di architettura. Cos’hanno detto?
Tutti d’accordo, visto che pochi sentivano, che occorre «riportare l’uomo al centro della progettazione». Che bisogna tornare a «progettare la normalità» e non le stravaganze. O anche che (Wittfrida Mitterer, direttrice della rivista Bio-Architettura) che «le architetture tradizionali sono di per sè eco-sostenibili», intendendo proprio le architetture popolari («vernacolari»), non foss’altro perchè usano materiali locali e sono adeguate al clima locale, oltre che alla cultura umana del luogo.
Perchè allora non si costruiscono case tradizionali? Un problema è che per quelle c’è bisogno di artigiani, e gli artigiani «ormai sono rarissimi, e perciò carissimi». In compenso, abbiamo abbondanza di architetti laureati. In Italia, ha rivelato Amedeo Schiattarella, presidente dell’Ordine di Roma, c’è un architetto ogni 400 abitanti. Viene il sospetto che esista un rapporto diretto tra la densità di architetti e la densità di orrori edilizi che ci occupano i nostri suoli. Ma forse no; all’estero, i nostri studenti d’architettura sono ben considerati, hanno cultura (forse hanno studiato storia dell’arte, si spera), e sono per lo più sottoccupati: gli enti pubblici non hanno in mente che le archistar straniere.
Il fatto è che i nostri studenti non hanno pratica. La professoressa Mitterer, che insegna anche in Austria, dice che a Vienna gli studenti vengono mandati nei cantieri già nei primi sei mesi: anche per aiutarli a capire se hanno scelto la strada giusta o no. I nostri, nei cantieri non vanno mai.
Tristi assensi riscuote l’ammissione che Bernini non è uscito dalla facoltà di architettura, eppure se l’è cavata non male nel progetto di San Pietro, collonnato e tutto. Anzi, nè i costruttori di cattedrali, nè quelli che fecero le terme di Diocleziano, nè uno dei grandie edifici del nostro passato artistico, hanno mai frequentato una università. Spesso non ne sappiamo i nomi, perchè essi stessi si consideravano non più che artigiani. Nulla del divisimo sprezzante dei Fuksas, dei Piano, dei Libeskind.
E poi un intermezzo satirico: «Le archistar non abitano negli edifici che costruiscono». Si scelgono (ne hanno i mezzi) antichi palazzi storici. Per esempio: Gregotti, autore dell’orribile quartiere Zen di Palermo, covo di malattie morali e patibolari, fu beccato tempo fa da quei «mascalzoni» di «Le Iene» in casa sua: un palazzo ottocentesco al centro di Roma con affreschi alle pareti, fontane (alcune delle cose che non si fanno più perchè mancano gli artigiani) e decine di stanze.
«Il quartiere Zen è bellissimo», ha insistito Gregotti con Lucci (la Iena) che lo intervistava, «Ma lei ci vivrebbe?», incalza la iena. La risposta: «Io non faccio il proletario, faccio l’architetto» (e poi si dicono di sinistra).
Il tragicomico è che una simile illuminazione la dobbiamo trovare in un programma sboccato TV, non su «Casabella» o «AR», o le altre riviste dell’architettura criminal-progressista, dove la frase di Gregotti meriterebbe di essere stampato in eterno.
Lucien Steil, architetto famoso con un bel papillon, spiega: «Io porto gli studenti americani di architettura a vedere le antiche città italiane, perchè respirino e si intridano delle soluzioni urbanistiche di queste città fatte per l’uomo e dall’uomo, della qualità di relazioni umane che permettono. Come mai invece in Italia si scimmiottano le archistar?».
Il perchè viene implicitamente fuori da spezzoni di conversazioni fra gli addetti ai lavoro. Il giovane architetto Ettore Maria Mazzola, con il dente avvelenato («Dodici anni di precario ricercatore!») cita il piano urbanistico per Bari stilato nel 1931, che fissò una sorta di diritto dell’architettura. Per esempio, stabiliva il principio che anche se l’edificio di città è privato, «la facciata non è del proprietario, ma della comunità». Cita anche lo slogan – o il proposito – dell’Istituto Case Popolari fascista: «La casa sana ed educatrice».
Capito? La casa popolare, per quelli là, doveva essere «educatrice». Ossia: non doveva diventare ghetto separato e discriminante, la zona desolata dei poveri separata dalla città dei ricchi (vedi banlieues parigine in rivolta permanente).
La Mitterer: «Bisogna riconoscere che l’ultima volta in cui si è stati capaci di fare urbanistica è stato durante il fascismo».
Ecco dunque perchè le burocrazie pubbliche locali, Comuni, Regioni, non sanno far altro che rivolgersi ai Libeskind o ai Meier: d’accordo, questi dispongono di potenti studi e di macchine enormi e intimidatorie di pubbliche relazioni, ed hanno di fronte committenti ignoranti oltrechè anonimi (e dunque irresponsabili). Ma l’incultura architettonico-urbanistica in Italia viene in gran misura dalla necessità – politicamente corretta – di «saltare» un periodo che si raccordò coscientemente alla tradizione costruttiva antico-romana. La censura ha prodotto una frattura, uno iato col passato artistico nazionale. Abbiamo perso la nostra «lingua» architettonica, elaborata da generazioni nei secoli.
E Salingaros? Ha finito per parlar poco, ascoltando divertito gli architetti presenti che parlavano fra loro. Per chi non lo conosce, dò qui sotto alcuni esempi delle realizzazioni delle Archistar contro le quali ha ingaggiato, forte della sua origine greca e della sua cultura europea, una lotta solitaria.
(di Maurizio Blondet - fonte: http://www.effedieffe.com/)

lunedì 2 novembre 2009

Mr Tiscali si finge ambientalista ma ha cementificato la Sardegna

Lo scorso 17 ottobre Repubblica denunciava: «Sardegna, torna il cemento sulle coste. Il consiglio regionale annulla i vincoli: si potrà edificare a meno di 300 metri dal mare». La norma contestata prevede la possibilità d’ampliamento fino al 10% delle case nella fascia dei 300 metri dal mare, ma solo per interventi che migliorino la qualità architettonica e applichino le norme sul risparmio energetico. Due giorni dopo La Nuova Sardegna, del gruppo l’Espresso, faceva da megafono a un indignato Renato Soru. In prima pagina: «Soru: costruiranno ovunque». A pagina tre: «L’ira di Soru contro il cemento: con questa legge dimenticatevi le spiagge più belle dell’isola». Insomma, lui, Mr. Tiscali, strenuo difensore del bello e dell’ambiente incontaminato; l’altro, Ugo Cappellacci, super tifoso di gru e cazzuole. Ma è proprio così? No.
Si dà il caso che la giunta Soru, al governo della Regione dal 2004 al 2008, abbia dato il nulla osta a tonnellate di cemento, gran parte in riva al mare. Ma come? Non è stato l’Obama di Sanluri, nel 2006, a far approvare il celebre Piano paesaggistico regionale (Ppr), testo che impone precisi vincoli allo sviluppo edilizio dell’isola, finalizzato a tutelarne la bellezza paesaggistica e l’equilibrio ambientale? Vero. Ma è vero anche che, attraverso lo strumento delle «intese» o degli «accordi di programma», lo stesso Soru abbia riempito di benzina i serbatoi delle ruspe. Prego si scavi, quindi, per tirar su una quantità di metri cubi di molto superiore a quelli che sarebbero stati approvati con le vecchie leggi. Qualcuno ha fatto il calcolo: 1 milione e 300mila metri cubi di cemento spalmato qua e là. Sotto i riflettori, moltissime «intese-lasciapassare». Vediamone alcune.
Vicino a Sanluri, nel comune di Collinas, il governatore ambientalista ha dato il via libera al faraonico progetto turistico «Monte Concali»: 740 ville unifamiliari e bifamiliari con giardini e piscine private, due campi da golf di 18 buche, albergo a cinque stelle, beauty farm e impianti sportivi. Interessati 400 ettari di terreni agricoli per un investimento di 560 milioni di euro. Un mega piano fortemente voluto dalla multinazionale guidata dall’americano-irlandese Thomas Kane, a braccetto con il suo avvocato di fiducia, Paolo Fresco (ex presidente della Fiat), pronto a investirci del suo. Oppure: a Pula, vicino Cagliari, via libera a un progetto da 115 milioni di euro: 241 ville principesche pensate dall’architetto miliardar-proletario Massimiliano Fuksas, due resort con tanto di campo da golf disegnato dall’ex campione Gary Player, piscine, ristoranti, centro commerciale, centro benessere. Chi c’è dietro il progetto? La Is Molas spa, controllata dalla Immsi spa di Roberto Colaninno, papà di Matteo, ex ministro ombra del Pd per lo Sviluppo economico. Qui la giunta Soru ha pure stabilito che ville e hotel possono essere costruite senza valutazione d’impatto ambientale.
Proprio per questo motivo il progetto è ancora fermo a Bruxelles, dopo che alla fine della scorsa primavera l’Ue aveva addirittura aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia: il paradiso può attendere, quindi. Inoltre, a Tortolì, nulla osta al progetto Janas: su una superficie di 160mila metri quadrati, sorgeranno 182mila metri cubi di cemento per 1.697 posti letto di case vacanze, oltre a un centro artigianale. Costo: 100milioni di euro per un’operazione gestita dalla società Bilancia srl che fa capo al «re del mattone sardo» Giorgio Mazzella, presidente della nuova Banca di credito sardo, piccolo istituto che fa parte del gruppo Intesa San Paolo.
Non solo: nell’arcipelago de La Maddalena, isola di Caprera, i mattoni a un passo dal mare vanno benissimo. Qui, grazie a undici «intese» soriane, le capanne in legno col tetto di paglia stile Polinesia potranno addirittura tramutarsi in bungalow di cemento. A trarne vantaggio il Club Méditerranée, chiuso da anni proprio perché non riusciva ad ottenere l’autorizzazione per costruire un villaggio nuovo. Grazie alla giunta Soru l’ok è arrivato e le casupole potranno essere sostituite da costruzioni in muratura: nuovi volumi per 40mila metri cubi, pari a un incremento del 28 per cento. Per il colosso francese del turismo guidato da Henry Giscard D’Estaing, un investimento di oltre 40 milioni di euro per tirar su un albergo a cinque stelle lusso per oltre seicento posti letto. Il Piano urbanistico comunale (Puc) prevede l’inedificabilità sull’isola di Caprera? Non importa: grazie allo strumento dell’«intesa» il Puc può essere modificato e adattarsi così al volere della Regione.
Contro le ruspe a La Maddalena, tuttavia, ora s’è messa di traverso una nonnina: la 84enne Francesca Maria Piras, madre del consigliere comunale Antonio Ornano e proprietaria di un campeggio. La quale, siccome i termini per presentare ricorso al Tar contro le intese erano scaduti, ha persino scritto al capo dello Stato Giorgio Napolitano. Nella sua denuncia c’è scritto: «Essendo tutti i progetti in contrasto con lo strumento urbanistico comunale de La Maddalena, lo strumento dell’intesa ha previsto che, pur di renderli ammissibili, si modificasse il Puc. Quindi, anziché adattare i progetti al Puc, si è voluto piegare lo stesso strumento urbanistico alle esigenze commerciali dei privati». Risultato: tutto fermo. Il Comitato tecnico regionale sull’urbanistica (Ctru), che avrebbe dovuto dare il via libera definitivo, ha infatti deciso di aspettare sia sul progetto Club Med che su tutti gli altri. Già, perché non è finita qui.
Nell’arcipelago, Soru ha dato il via libera anche per i seguenti cantieri. Isola di Santo Stefano: albergo di lusso con 120 camere per un totale di 200 posti letto a Cala di Vela Marina, 33mila metri cubi di costruzioni, più un porticciolo turistico con novanta posti barca per il progetto della famiglia dell’ex sindaco di La Maddalena, Pasqualino Serra. Abbatoggia: nel progetto del Touring Club, un albergo quattro stelle superiore con 185 camere e venti villini per quasi 500 posti letto. Villaggio Seis: rilevato anni fa dalla Immobiliare Lombarda spa di Salvatore Ligresti dal colosso Impregilo, si tratta di 134 villette per un totale di 60mila metri cubi. Hotel Cala Lunga: riqualificazione di un albergo di 74 stanze, costruzione di un porticciolo a Porto Massimo per il progetto di Sviluppo Vacanze spa, controllata dall’imprenditore Davide Cincotti. Hotel Nido d’Aquila: «quattro stelle» da ottanta posti letto che, dopo i lavori di riqualificazione, dovrebbe offrirne 118. Hotel delle Isole: oggi ha 12 camere, ne potrà avere 31 con 63 posti letto. Compendio Mordini: nell’ex quartier generale della Us Navy, dovrebbe sorgere una struttura di lusso di quasi 35mila metri cubi con 127 camere per dar da dormire a 250 persone. Cala Francese: ristrutturazione di un borgo minerario con la creazione di un centro di ristoro per i diportisti. Insomma, cemento, cemento, cemento.
(di Francesco Cramer)

mercoledì 15 luglio 2009

La storia del popolo Karen



Video tratto dal programma IL GRANDE GIOCO di Pietrangelo Buttafuoco.

venerdì 10 luglio 2009

Contrordine compagni

Lavoratori organizzati manifestano contro i manifestanti della sinistra terminata

Dalle prime ore del mattino di ieri circa 200 operai della centrale a carbone pulito di Torrevaldaliga nord a Civitavecchia hanno manifestato contro l'intrusione degli attivisti di Greenpeace avvenuta intorno alle 5 di mattina. I lavoratori hanno issato sulle gru dell'impianto grandi striscioni lunghi alcune decine di metri con scritto "Go Home!", "Bugiardi", "Sì al lavoro, no al blocco del cantiere"

"100% carbone pulito". Greenpeace, dicono i lavoratori, "rinfaccia la scelta di incrementare la produzione di energia elettrica con le centrali a carbone, ma non dice che la conversione a carbone pulito della centrale di Civitavecchia abbatterà le emissioni dell'88% e avrà valori di emissioni di

C02 ridotti del 18% rispetto al vecchio impianto".


I lavoratori non sanno però quanto Green Peace sia caro alle Sette Sorelle

Scritto da omniroma (tratto da Noreporter.org)


lunedì 2 febbraio 2009

Tutti gli "aiutini" di Soru ai costruttori amici

Aspra, verde, muta, l’isola di Caprera è come Renato Soru. Interamente protetta dal parco nazionale della Maddalena, e doppiamente vincolata dal Piano paesaggistico regionale (Ppr) voluto dal governatore dimissionario. Due-case-due nella contrada di Stagnali. Un’unica strada dove vige il limite dei 30 all’ora. Un unico cartello stradale: attenzione ai cinghiali. Unica attrazione turistica, un cimitero: la tomba di Garibaldi. Ruderi, alberi, arbusti, un silenzio irreale. E un Club Med. Il villaggio è un’oasi di Polinesia, con i suoi bungalow dai tetti conici di paglia e i bagni in comune. Una bellezza selvaggia e spartana, quella che Soru sognava per la Sardegna quando vietò nuove costruzioni su coste ed entroterra.
Quest’angolo esclusivo è chiuso da anni e il Club Med voleva riaprirlo, ristrutturandolo. L’intervento di riqualificazione prevedeva di sostituire le attuali 274 capanne con 300 villette di lusso e un aumento di volumetria (40mila metri cubi, più 28 per cento) per 1.230 posti letto. E quindi camion, gru, scavi, ponteggi, eccetera. Una boccata d’ossigeno per il turismo dell’arcipelago, ma come la mettiamo con il vincolo di assoluta inedificabilità posto da comune, parco, regione, Unione europea?
Niente paura, la via d’uscita c’è. Si chiama intesa. È il grimaldello per forzare i divieti del Ppr. L’intesa è un tavolo tra le parti e la regione. Chi vuole costruire tratta direttamente con la giunta. Decide Soru, anche se l’ente locale è sfavorevole. Nel caso specifico, il comune di La Maddalena aveva depositato un’istruttoria tecnica contrarissima agli interventi; la regione ha invece chiesto qualche correttivo (incremento della cubatura del 25 anziché 28 per cento, case lontane almeno 150 metri dal mare e a piano unico) sollecitando - fa sapere il Club Med - «l’apertura nel villaggio di stand sull’artigianato artistico sardo nonché l’utilizzo nelle strutture di prodotti tipici locali». L’intesa è stata accordata, con il benestare anche del comune.
Soru ha spiegato che cosa intenda per tutela ambientale infinite volte. L’Ansa del 25 novembre 2003, per esempio, riferisce queste sue parole: «Bisogna ripensare il turismo, riempire gli alberghi che ci sono e non costruirne di nuovi. Bisogna finirla con il ricatto, un posto di lavoro uguale un albergo. Non so come si possa pensare di lasciare ai figli casa e garage e non un ambiente intatto». A un convegno l’8 marzo 2004 vaticinava: «Se oggi, per assurdo, le nostre coste fossero disabitate, in realtà non saremmo più poveri, ma più ricchi». Si potrebbero riempire intere paginate.
Stop al cemento. Il Ppr doveva applicare questi ideali del guru internettian-ecologista tutto d’un pezzo. Eppure la sua applicazione in questi anni è lastricata di deroghe come quella di Caprera. Qualche settimana fa il presidente del consiglio regionale sardo, Giacomo Spissu (Ds), ha fatto sapere che «sulla base del Ppr, la giunta ha stipulato 120 intese con i comuni per concedere nuove volumetrie, quasi tutte nelle coste, e altre 80 intese sono in preparazione».E chi ne beneficia? I «soliti noti». Tra Collinas, Villanovaforru e Lunamatrona, a una dozzina di chilometri da Sanluri (patria di Soru), l’imprenditore irlandese Thomas F. Kane e il suo avvocato di fiducia Paolo Fresco, ex presidente Fiat, prevedono di realizzare campi di golf, alberghi a 5 stelle, piscine, 716 villette, beauty farm: il benestare giunge sotto forma di «accordo di programma». A Pula, a sud di Cagliari, lo strumento dell’intesa consentirà al gruppo Immsi di Roberto Colaninno di attuare un progetto da 115 milioni di euro firmato da Massimiliano Fuksas, con 400mila metri cubi di cemento su una superficie di 150 ettari. Ad Arbatax, sulla costa orientale, è invece un «programma integrato» a favorire la società Bilancia che fa capo a Giorgio Mazzella, imprenditore turistico molto amico di Soru nonché presidente del Credito industriale sardo e proprietario dell’emittente tv Sardegna 1: con il progetto Janas realizzerà una volumetria di 182mila metri cubi per centinaia di unità abitative e 1700 posti letto, con centro congressi e zona commerciale.