Visualizzazione post con etichetta società. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta società. Mostra tutti i post

martedì 28 maggio 2013

La denuncia di Ida Magli: “I governanti ci vogliono uccidere”



Minimalista, depressa, costantemente sull’orlo del baratro. E’ questa l’Italia che vuole l’Europa? O è la conseguenza di errori politici? Ne discutiamo con Ida Magli, antropologa e saggista italiana. Nel suo lavoro ha applicato il metodo antropologico alla cultura occidentale, pubblicando i risultati delle ricerche in numerosi saggi dedicati al cristianesimo, alla condizione delle donne, agli strumenti della comunicazione di massa. Ida Magli, nel 1997, con il suo saggio “Contro l’Europa”, ha previsto ciò che oggi sta accadendo in Europa, in Italia.

Dal 1997 lei afferma che l’Europa, questa Europa, è dannosa per l’Italia. Come spiega l’europeismo italiano a tutti i costi?

“Sono i governanti, i politici, i sindacalisti, più qualcuno dei grandi industriali per ovvi motivi di allargamento del mercato, ad aver imposto l’europeismo italiano a tutti i costi. Lei fa bene a sottolineare che è ‘italiano’: in tutti gli altri paesi, sebbene i governanti spingano verso l’unificazione europea, non c’è l’assolutezza che c’è in Italia, naturalmente anche a causa dell’obbedienza dei mezzi d’informazione nel tenere il più possibile all’oscuro i cittadini sugli scopi dell’Europa e sui suoi aspetti negativi, un’obbedienza quasi incredibile. Faccio un solo esempio: tanto Mario Monti quanto Emma Bonino sono stati compartecipi del più grosso scandalo avvenuto in seno al governo europeo (La Commissione Santer: Commissione Europea in carica dal 1995 al 1999, quando è stata costretta alle dimissioni perché travolta da uno scandalo di corruzione – ndr) e costretti alle dimissioni con due anni di anticipo dalla scadenza del mandato per motivazioni ignobili quali nepotismo, contratti illeciti, enorme buco di bilancio, come recitala Gazzetta ufficiale dell’UE. Ma nessun giornalista lo dice mai e nessuno l’ha mai sottolineato, neanche quando Mario Monti è stato capo del governo e oggi in cui Emma Bonino è ministro degli esteri nel governo Letta.”

Quali sono gli interessi in gioco?

“I motivi di esclusivo interesse per i governanti sono molti, ma mi fermo a illustrarne soltanto due. Il primo è di carattere politico: distruggere gli Stati nazionali e per mezzo dell’unificazione europea, distruggere i popoli d’Europa, ossia i ‘bianchi’, facilitando l’invasione degli africani e dei musulmani per giungere a un governo ‘americano mondiale’. Naturalmente per la grande maggioranza degli italiani, quella comunista, l’universalizzazione era già presente negli ideali marxisti ed è persistita, malgrado le traversie della storia, fino ad oggi in cui vede finalmente realizzati i propri scopi nel governo Letta. Si spiega soltanto così la lentezza e la tortuosità che sono state necessarie per giungere al governo Letta: era indispensabile creare le condizioni che giustificassero il vero governo ‘europeo’, abilitato a distruggere l’Italia consegnandola all’Europa. Il secondo motivo è esclusivamente d’interesse personale: si sono costruiti, spremendo e schiacciando il corpo dei sudditi, un grande ‘Impero’ finto, di carta, che non conta nulla e non deve contare nulla in base ai motivi che ho già esposto, ma che per i politici dei singoli Stati è ricchissimo. Ricchissimo di onori, di benemerenze, di poltrone, di soldi. Governare oltre cinquecento milioni di persone, con tanto di ambasciate aperte in tutte le parti del mondo, fa perdere la testa a questi politici che vengono dal nulla e che non sono nulla e che, quando manca una poltrona in patria, la trovano in Europa per se stessi, parenti, amici, amanti, con un giro immenso di possibilità e libero da ogni controllo. Non c’è praticamente nessuno dei politici oggi sulla scena che non sia stato parlamentare europeo: Napolitano, Bonino, Monti, Prodi, Letta, Rodotà, Bersani, Cofferati e tanti altri ancora, con un ricchissimo stipendio e benefici neppure immaginabili  per i comuni lavoratori. Essere parlamentare europeo significa anche impiegare il poco tempo passato a Bruxelles a tessere i legami e scambiare i favori utili per la futura carriera in patria, godendo anche alla fine di questi ben cinque anni di dura fatica, di una cosa strabiliante: la pensione per tutta la vita”.

In un suo recente intervento ha affermato che non c’è nessuna luce al termine del tunnel della crisi. Il tunnel è dunque la realtà alla quale dobbiamo abituarci?
“Sì, il tunnel è la realtà. Non dobbiamo abituarci, però, anzi: dobbiamo guardarla in faccia come realtà. Niente di ciò che dicono i politici prospettando un futuro miglioramento nel campo economico è vero e realizzabile, perché non possiamo fabbricare la moneta, come fa ogni Stato sovrano (Come fanno in questi giorni il Giappone e l’America per esempio – ndr). Una moneta uguale fra paesi diversi è una tale aberrazione che non è possibile credere a un errore compiuto dai tanti esperti banchieri ed economisti che l’hanno creato, fra i nostri Ciampi e Prodi. E’ stato fatto volutamente per giungere a una distruzione”.

Per distruggere cosa?

“L’introduzione dell’euro ha sferrato il colpo di grazia all’economia degli Stati. Se viceversa si fosse trattato davvero di un errore, allora perché, invece di metterli alla gogna, continuiamo a farci governare da quegli stessi banchieri ed economisti che non sopportano la minima critica all’euro? Dunque la situazione economica continuerà ad essere gravissima e il solerte Distruttore si prepara a consegnarci all’Europa sostenendo che mai e poi mai potremo mancare agli impegni presi e che per far funzionare l’euro bisogna unificarsi sempre di più. Questa è la meta cui si vuole giungere. Visto che la moneta unica non funziona, perché sono diverse le produzioni dei singoli Stati, cambieranno forse queste produzioni unificando le banche e le strutture economiche? Bisogna farsi prendere per imbecilli non reagendo a simili affermazioni. L’unica possibilità che abbiamo per salvarci è che sorga qualcuno in grado di organizzare una forza contraria. Io non lo vedo, ma lo spero. Lo spero perché l’importante è aver capito, sapere quale sia la verità, guardare in faccia il nostro nemico sapendo che è ‘il nemico’.”

In Italia, come in altri paesi colpiti da questo nuovo assetto di mercato che tanti chiamano crisi economica, spesso il suicidio è visto come una soluzione. Come si spiega antropologicamente che è meglio morire invece di ribellarsi?

“La spiegazione si trova in quello che ho detto: i governanti ci vogliono uccidere, lavorano esclusivamente a questo scopo, obbligandoci a fornire loro le armi per eliminarci il più in fretta possibile. Questo è il ‘modello culturale’ in cui viviamo. In base alla corrispondenza e l’interazione fra modello culturale e personalità individuale, chi più chi meno, tutti gli italiani percepiscono il messaggio di condanna a morte che i governanti hanno stabilito per noi in ogni decisione che prendono, in ogni discorso che fanno, in ogni persona che scelgono, in ognuno dei decreti, delle leggi che emanano e delle tasse che impongono. E tuttavia non se ne può parlare: la condanna a morte è chiara ma implicita, sottintesa, segreta, nascosta perché ovviamente l’assassinio individuale così come il genocidio di un popolo, è un delitto e non si può accusarne il governo, il parlamento, i partiti: nessuno. E’ questo il motivo per il quale ci si uccide: l’impossibilità a parlarne, a dirlo chiaramente perfino a se stessi, a fare qualsiasi cosa per evitarlo e ad accusare il proprio ‘padre’. Neanche Shakespeare sarebbe stato in grado di descrivere la tragedia che stiamo vivendo, per la quale stiamo morendo. Qualcuno riesce forse a rendersi conto di che cosa significhi eliminare volontariamente i ‘bianchi’, la civiltà europea, invece che tentare di allontanare il più possibile questa fine, di imprimere nella storia lo sforzo per la salvezza? Qualcuno riesce a concepire un delitto più nefando di questo: che si siano assunti il compito di agevolare  questa morte soprattutto gli italiani, i governanti italiani, quando viceversa avrebbero dovuto essere loro a impedirlo, a voler conservare il più possibile l’immensa Bellezza che gli italiani hanno donato al mondo?”

I nuovi dittatori dei diritti civili


Il suicidio di Dominique Venner a Parigi martedì scorso ha compiuto una duplice dissacrazione: ha dissacrato la Chiesa perché spararsi un colpo di pistola in Notre-Dame significa profanare un luogo sacro e una fede che condanna senz'appello il suicidio. 

Ma il gesto ha dissacrato anche la nuova religione civile del nostro tempo che si sostituisce alla religione cristiana. I suoi punti fermi oltre le nozze gay e la relativa adozione, si concentrano su una serie di anatemi contro il razzismo, il sessismo, l'omofobia, l'accanimento alla vita.

I campi di applicazione si estendono ai temi bioetici, all'aborto e all'eutanasia, alle coppie di fatto e alla procreazione assistita, ai transgender e all'uso di stupefacenti, alle scuole private e all'immigrazione, con i suoi effetti collaterali. È sorto in Occidente un vero e proprio catechismo laico su questi «valori» che passa dall'America di Obama alla Francia di Hollande, ha precedenti nella Spagna di Zapatero, in Olanda e nei Paesi scandinavi dove il socialismo statalista conviveva con un libertarismo radicale. In Italia questa nuova religione civile ha sostituito il comunismo, a volte integrandosi col pacifismo e l'ecologia. La sconfitta delle culture socialiste rispetto al capitalismo e al mercato le ha portate a ripiegare sui diritti civili e sulla religione bioetica, come alibi consolatorio del fallimento sul piano della giustizia sociale. Il socialismo ha ceduto il posto al radicalismo.

Questa religione etica ha oggi una testimonial istituzionale, la presidente della Camera Laura Boldrini, autentica vestale a guardia del fuoco sacro. Chiunque metta in discussione questi principi inviolabili viene accusato dal nuovo clero laico di cadere in uno dei nuovi peccati mortali - omofobia, sessismo, razzismo, fascismo, accanimento alla vita - e viene perciò scomunicato, considerato blasfemo, peccatore e condannato alla pubblica gogna del disprezzo mediatico, fino a perseguire i trasgressori a norma di legge. La Nuova Inquisizione punisce i reati d'opinione, sancisce il moralismo giudiziario da intercettazioni e invoca norme che prevedano l'ineleggibilità per violazione dei sullodati precetti.

Questa religione etica si traduce anche in chiave politica dando luogo al famoso canone del politically correct che provvede come il Sant'Uffizio a squalificare l'avversario. La religione bioetica esercita un disprezzo antropologico verso chi si pone in difesa dei valori della famiglia, della tradizione, della natura e della vita. Anni fa parlai di razzismo etico, una forma inedita di razzismo rispetto a quello «etnico», tristemente noto nel passato. Il razzismo etico è fondato sulla pretesa superiorità di una razza di illuminati rispetto ai retrogradi, oscurantisti nemici della religione bioetica. Una razza che decide quali sono i valori ammissibili e quelli inammissibili. Al razzismo etico (e al mio libro Comunitari e liberal) si è riferito di recente Luca Ricolfi nel suo pamphlet bipartisan La Sfida. Come destra e sinistra possono governare in Italia (Feltrinelli, pp.78, euro 6).

Al razzismo etico oggi non manca una precettistica moralista e una teoria dei diritti umani e individuali. Riassume queste due posizioni una coppia di recenti pamphlet di Stefano Rodotà, Elogio del Moralismo e Il diritto di avere diritti, entrambi editi da Laterza. Sin dai titoli, Rodotà esprime con chiarezza il perimetro etico di questa nuova religione. Non a caso Rodotà è diventato, dopo la sua candidatura grillina al Quirinale, l'ayatollah laico di questi nuovi pasdaran della rivoluzione mancata. Vi confluiscono in questo universo tutte le sinistre insoddisfatte, i girotondini e il popolo viola, Giustizia e libertà, i nuovi movimenti, Sel, frange del Pd e di 5 Stelle, molti quotidiani e riviste storiche di sinistra, i residui giustizialisti di Ingroia e Di Pietro e qualche esponente cattomoralista. È curioso pensare che la biografia collettiva di questo movimento trae origine dal '68 e contempla ai suoi esordi la lotta contro il bigottismo morale e religioso. Ma dopo avere demolito ogni senso morale comune, ha poi edificato un nuovo moralismo con risvolti giudiziari. A fronte di questo rigorismo puritano esercitato contro gli avversari, vi è invece la rivendicazione di un libertarismo giuridico individuale assoluto, che ben si compendia nella formula «il diritto di avere diritti». I doveri non sono presi in considerazione se non nella sfera del moralismo e della precettistica verso terzi. Ovvero: la vita è mia e me la gestisco io, ma la vita tua fa schifo assai. Permissivi in generale, però moralisti su certi temi e in alcuni casi.

Questa è oggi l'unica religione civile che serpeggia in Occidente e in Italia. Dall'altra parte, troppo pallida o naïve appare la risposta opposta. Nel versante moderato e conservatore si assiste a una frattura tra i Pragmatici, che tendono a cedere sul terreno culturale e legislativo alle richieste della nuova religione etica - si pensi ai conservatori britannici, ma è solo l'ultimo esempio - e i Cocciuti, una compatta ma perdente minoranza che protesta, si agita ma è inadeguata a sostenere le sfide culturali. Alla nuova religione civile fondata sul razzismo etico, non si può rispondere col piagnisteo reazionario e con la pura invettiva, chiudendosi nella ripetizione del passato e nei superstiti fortini. Messi fuori gioco i reazionari, il paesaggio civile appare così dominato da un'avvilente alternativa: da una parte il nuovo clero dei moralisti con la loro religione etica dei diritti civili, e dall'altra parte i cinici del nichilismo che agitano solo questioni pratiche o economiche e rifiutano di affrontare principi e temi di fondo, lasciando questo terreno al nuovo clero bioetico. Tutto questo viene dissimulato sotto la coperta liberale. Si tratta invece di vera e propria diserzione sul piano dei principi, di ignavia sul piano dei pensieri e di opportunismo sul piano dei comportamenti. Manca una risposta efficace e credibile che ripensi in modo intelligente i principi della tradizione, il rapporto tra natura e cultura, tra sfera personale e comunitaria, tra diritti e doveri, tra libertà e autorità. Non rifugiatevi dietro il comodo alibi, noi siamo liberali, scaricando tutto a livello di scelte private e individuali. Non rispondete al moralismo col cinismo, al bigottismo col nichilismo pratico. Sfidate a viso aperto il razzismo etico e il suo clero presuntuoso. Abbiate il coraggio di esprimere una visione della vita.

(di Marcello Veneziani)

venerdì 24 maggio 2013

De Turris: “Da Kabobo a Brescia: l’Italia dei pregiudizi vive di eterno doppiopesismo”


Ci fosse ancora qualche dubbio che l’art.1 della Costituzione “più bella del mondo”, come gongola Benigni, sia ormai “L’Italia è una repubblica fondata sulla regola dei Due Pesi Due Misure”, ce li tolgono definitivamente alcuni fatti recentissimi. Dove si dimostra ancora e sempre che quel che la Sinistra di varie sfumature fa, non lo può fare la Destra di varie sfumature, e quello per cui viene condannata la Destra lo si concedere alla Sinistra & Affini. Che il punto di vista ognora prevalente e che detta regole e valori resta quello cosiddetto progressista, anche se ha torto marcio alla luce dei semplici fatti.

Ecco questi esempi:

1)  Un ghanese, tal Kabobo, che si dichiara “perseguitato politico” non si sa con quali prove, se ne va in giro all’alba per le strade di Milano armato di spranga e piccone e fa strage di italiani dalla pelle bianca, ammazzandone selvaggiamente tre e ferendone altri. Vendetta razziale? Rancori politici? Pazzia improvvisa? Non si sa ancora, il problema non sembra pertinente, ma sta di fatto che nessuno ma proprio nessuno si è posto la domanda di chi magari siano i “responsabili morali” o i “cattivi maestri” dei suo gesto, lucido o folle che sia. Magari gli stessi  italiani che non lo  hanno accolto con i dovuti rispetti e non gli hanno dato immediatamente uno stipendio… Sul fatto, atroce e allarmante, nessuna presa di posizione di chi lo avrebbe dovuto fare per dovere istituzionale, come la ministra italo-congolose (così si è definita lei stessa) dell’Integrazione voluta dal Pd. Almeno a me non risulta.

Come che sia, il giorno di Santa Lucia del 2011, un ragioniere toscano, Gianluca Casseri, noto nel mondo della fantascienza e autore di due libri, fornito di regolare porto d’armi nonostante fosse un depresso cronico, prende la pistola e a Firenze ammazza due venditori ambulanti senegalesi, poi si spara. Un comportamento standard per una depressione mai o mal curata: omicidio e poi suicidio come in moli altri casi precedenti. Ma qui la questione è diversa perché si scopre che è una persona di destra: i morti poi sono negri e non bianchi, quindi è razzismo, quindi si devono cercare i “mandanti morali” e i “cattivi maestri”, con conseguente caccia alla streghe guidata da l’Unità e da Gad Lerner. Risultati, ovviamente zero, ma si innesca un clima assurdamente inquisitorio al fine di condannare un certo ambiente culturale di destra. Resta lo sputtanamento di cui nessuno pagherà la colpa.

2) Alla manifestazione del PdL di Brescia centri sociali e militanti di Sel hanno accolto le donne che vi partecipavano al grido di “puttane” e “troie”. Solidarietà da parte di gruppi, partiti, associazioni di Sinistra così attenti alla “dignità femminile” oltraggiata? Nessuna. Interventi di donne che ricoprono cariche importanti? Nessuno. Proclami delle istituzioni, segnatamente della Presidenza della Camera retta da una donna, Laura Boldrini, eletta nelle file di Sel, e sempre pronta a scendere in difesa dei deboli e del sesso cui appartiene soprattutto se offeso via internet? Nessuno. Solo la reazione della stampa di centrodestra e poi del Pdl, la induce a fa emettere un comunicato dal suo capoufficio stampa (certo Natale a suo tempo capo dell’Usigrai, e quindi si può capire come fosse oggettivo e indipendente il sindacato interno Rai) con due-righe-due di condanna del tutto generica.

Ben diverso il comportamento se vengono sfiorate le signore sinistre, magari solo con insulti a distanza sul web… E poniamo il caso che qualche becero di destra appelli il segretario di Sel, Vendola, come “brutto frociaccio” o semplicemente “frocio” o “recchione” o “culattone”, e  poi vedrete che reazioni ve ne saranno, e come!. Scommettiamo?

3) Il vicepresidente del consiglio Alfano partecipa a questa manifestazione del suo partito? Indignazione come se piovesse. Ilo presidente del consiglio Letta partecipa alla riunione per votare il nuovo segretario del suo partito, il Pd? Tutto normale, nessuno ci fa caso.

La situazione è assolutamente intollerabile non solo per il suo aspetto ingiusto, quanto soprattutto per l’ipocrisia in mala fede di cui è palmare manifestazione. Vent’anni di “alternanza” fra centrodestra e centrosinistra bene o male al potere, non ha cambiato di un millimetro la situazione di pregiudizio e faziosità. Alla Sinistra è consentito tutto, e quel che non va lo si tollera, giustifica, lo si assolve, lo si minimizza. A Destra non se ne fa passare una anche se sono lo specchio delle cose di Sinistra. Non c’è alcun equilibrio e la bilancia dei giudizi è taroccata. Il fatto è che la cosiddetta “opinione pubblica” che prevale nella condanna o nella assoluzione non è’ quella della gente comune, ma quella che creano con i loro pareri e prese di posizione politici, giornalisti, magistrati e intellettuali. Sono quelli che strillano di più, che hanno più spazio sulla stampa e in televisione, che cosi straparlando sembra che interpretino il sentire comune, che interpretino il pensiero e gli umori di tutti gli italiani. Non è affatto così ovviamente, però sembra che  riescano a controllarlo e gestisrlo dato che appaiono in maggioranza sui media soffocando le voci contrarie. Di fronte a tutto ciò ci si sente impotenti,ma non per questo si devono abbassare le armi, controbattere. Perché sino a quando l’Italia sarà una Repubblica del Doppiopesismo non si uscirà dalla crisi morale e culturale del nostro Paese. Non si uscirà da quella guerra civile fredda, indiretta, strisciante a bassa intensità che va avanti da venti anni per la non accettazione aprioristica dell’avversario ideologico e politico. E che sta aumentando proprio perché esiste adesso un “governo di larghe intese” che ha messo sullo stesso piano (o quasi) gli angeli del centrosinistra e i demoni del centrodestra.

(di Gianfranco de Turris - fonte: www.barbadillo.it)

giovedì 23 maggio 2013

Suicida contro il suicidio della civiltà



Non sbrigate il suicidio in Notre Dame come il gesto di un invasato estremista. Dominique Venner aveva forte e tragico il senso dell'onore, della civiltà e della decadenza. Il suo libro più bello, Il bianco sole dei vinti, insegnò a molti giovani, anche in Italia, la nobiltà della sconfitta. Il Suicidio nella Cattedrale (degno aggiornamento del celebre Assassinio nella Cattedrale) è un atto che desta dissenso e ammirazione.

Non si può condividere un suicidio, tantomeno la profanazione di una Chiesa con un gesto che ha un senso rituale nel Giappone di Mishima ma non nell'Europa cristiana. E non si può condividere il suicidio per amor di tradizione (e non banalmente contro le nozze gay, come s'è scritto): meglio dar la vita per una causa che togliersela; meglio compiere gesti per la famiglia e non contro la sua negazione. Ma non posso nascondere l'ammirazione. Tra mille suicidi per ragioni personali c'è qualcuno che si suicida per una ragione superiore, condivisibile o meno; si uccide per la civiltà e non per gelosia, debiti o malattia. Certo, c'è dietro l'estetica della decadenza e forse un modo nobile per sottrarsi alla vecchiaia.

C'è pure l'aspirazione alla luce nera della gloria maledetta, forse. Ma è comunque un gesto di grandezza, sulla scia francese di Henry de Montherlant più che di Drieu La Rochelle. Il paradosso è stato immolarsi per una civiltà, profanandola nel suo luogo più sacro. Montherlant (omosessuale) si uccise da pagano tra le rovine pagane. Comunque, onore a Venner, uomo in piedi tra gelatine umane.

(di Marcello Veneziani - fonte: www.ilgiornale.it)

martedì 21 maggio 2013

Morto suicida a Notre Dame Dominique Venner, uno storico fuori dal coro. Uno di noi


Bisogna conoscere la Francia – e non da ignaro turista – per sentire veramente la morte di Dominique Venner. Bisogna conoscere – e amare – la Francia degli “intellettuali di Francia”, totalmente diversi dai chiacchieroni eunuchi che si fregiano del titolo a casa nostra. Di qualunque “parte” siano, in Francia gli intellettuali finiscono in ospedale e in galera e – in molti casi – finiscono fucilati da chi ha paura delle loro parole. Non a caso, nei bistrot intorno a Rue des Pyramides, si parlava di De Gaulle come del fucilatore di poeti. 

Un intellettuale francese di destra alla soglia degli ottant’anni non può non aver fatto la guerra di Algeria, possibilmente nei paracadutisti. Non può non essere stato in carcere almeno un anno, perché sosteneva gli insorti dell’Oas o perché ne faceva parte. Non può non essere passato per le mani dei tabasseurs della polizia e – una volta fuori dal carcere – non può non essere finito sotto le spranghe dei trotzkisti di Lutte Ouvriere. Ma questa è la storia di decine di migliaia di “ragazzi normali” della Francia che abbiamo imparato a sentire per decenni come la nostra seconda casa. Ma i francesi, inoltre, scrivono e leggono come se la carta fosse carne e il sangue inchiostro. E un intellettuale francese, oltre alle cicatrici di ordinanza, deve avere al suo attivo almeno cento libri. Venner era uno storico stimato e affermato. Paradossalmente uno dei maggiori esperti di comunismo – di Marx, Lenin e persino Gramsci – che ci fosse in Francia. E quando si dice storico si intende storico, uno che trova documenti mai pubblicati prima, fa ricerche e svela retroscena documentandoli, non uno che riempie le pagine con le versioni autorizzate dall’ortodossia accademica. 

Sulle agenzie italiane – ma non in quelle francesi e non a caso – di Venner si dice che era un fiero oppositore dei matrimoni tra coppie gay, così, tanto per attualizzare la notizia e dargli una nota di colore. Dalla cronaca di questi mesi pare che i francesi che si oppongono ai matrimoni omosessuali siano svariati milioni, ma non tutti con esperienze di militanza, non tutti affermati storici, non tutti con centinaia di titoli al proprio attivo, non tutti ottantenni. E non tutti che, di fronte all’inesorabile crepuscolo della propria esistenza, dopo aver tutto dato e forse tutto ricevuto, come l’irrangiungibile Drieu pongono fine volontariamente alla propria esistenza, scegliendo come gli stoici quando e come morire dopo aver tentato, come Yukio Mishima, di fare della propria vita la propria più grande opera d’arte. E se la propria vita è stata dedicata alla santità della Patria, è sull’altare di quella santità che vale la pena di immolarsi. Sull’altare di Notre Dame de Paris Venner ha posto fine alla propria esistenza terrena con un ottocentesco colpo di pistola. Per continuare la sua vita in eterno tra le braccia della Madre di Dio, Madre di Francia e Madre dei francesi.

(di Marcello de Angelis)

lunedì 20 maggio 2013

Gigi Riva lascia la Nazionale dopo cinquant’anni di azzurro



Deve essergli costato parecchio annunciarlo, non foss’altro perché quest’anno ha festeggiato il cinquantenario con Coverciano. O forse proprio per rendere il giusto tributo alle Nozze d’oro con l’azzurro che Gigi Riva – l’unica persona che nella carta d’identità ha avuto licenza di sostituire il suo nome e cognome con quello di Bomber – ha detto basta.

L’idea peraltro non è nuova, me ne parlava già da anni, e complice qualche acciacco ha deciso di attuarla senza troppe cerimonie. Com’è nel suo stile: asciutto, stringato e sintetico. Del resto da quando Gigi è diventato patrimonio dell’Unesco, nel senso che uno esce, uno entra, ma lui è sempre lì, statuario, unico e iridescente nei nostri cuori,  non ha più bisogno del ruolo di team manager o foss’anche quello di presidente della Figc per essere il numero 1 di sempre. Così numero 1 che è lo stato due volte: 1&1, 11 appunto.

Per noi sardi è stato così da sempre, per i tifosi azzurri l’incoronazione è avvenuta un po’ più tardi. Ma quella data è precisa, così come l’orario: erano le 16,34 del 20 ottobre 1973, quando a 11 minuti dalla fine segnò il 2-0 alla Svizzera all’Olimpico di Roma. Gol numero 35 in nazionale, record assoluto stabilito appunto quarant’anni fa e che nessuno ha mai osato mettere in discussione. Semplicemente perché inarrivabile, come quei palloni scagliati dal suo magico sinistro.

La prima volta che attraversò il cancello di Coverciano, nel 1963, era per una convocazione nella nazionale Juniores. Il presidente del Legnano, Caccia, si era raccomandato di presentarsi con la divisa dei lilla. Eravamo in pieno Boom economico. Oggi di quel Boom ci è rimasto impresso nell’orecchio l’eco dei suoi tiri. E la sua persona. Vera, immutabile, seria. Proprio poche ore fa ho visto uno spot sugli Special Olympics in cui è testimonial per la regia del bravo Jacopo Fullin. Vedrete che anche quello lascerà il segno e sfonderà le reti. Perché è nel suo destino.

(di Nanni Boi, fonte: www.barbadillo.it)

Così soldi e tv hanno ammazzato il gioco del calcio


Fino a qualche tempo fa almeno nelle tre ultime giornate di campionato le partite si giocavano tutte la domenica e alla stessa ora perchè le squadre che erano il lotta per lo scudetto o per la retrocessione o per l'ammissione alla Coppa dei Campioni non potessero avantaggiarsi conoscendo il risultato delle rivali. Domenica scorsa è stato infranto anche quest'ultimo tabù. E' vero che gli organizzatori hanno avuto l'accortezza di raggruppare le partite delle squadre che si battevano per non retrocedere alla mattina, ma la Fiorentina, in questa alchimia, ha giocato prima del Milan cui contende il posto per entrare nei preliminari di Coppa. Il tutto naturalmente per esigenze televisive. La Tv ha stuprato il calcio. Lo spia. Un giocatore che ha ricevuto un tremendo pestone non puo' ululare una sacrosanta bestemmia, che l'arbitro non ha sentito o ha saggiamente ignorato, perchè il 'labiale' lo inchioda. Ha osato entrare perfino nel sacrario degli spogliatoi. E alla fine del primo tempo un giocatore, sfinito, viene arpionato dall'intervistatore perchè dica le solite ovvietà.

Questa pervasività televisiva non è che uno degli aspetti di quel business che ha spogliato il calcio di tutti gli elementi rituali, simbolici, mitici, identitari, irrazionali che ne hanno fatto la fortuna per più di un secolo. Tifare significa riconoscersi in una squadra, nella sua storia, nella sua tradizione, nei suoi colori, nella sua maglia, in certi giocatori-simbolo, nel suo carattere la cui continuità era assicurata dal passaggio di testimone di generazione in generazione fra gli 'anziani' e i giovani del vivaio. Tutto sparito. O quasi. Giocatori, anche importantissimi, cambiano squadra ogni anno o addirittura nella stessa stagione con tanti saluti alla regolarità dei campionati. Ci sono squadre che giocano con undici stranieri. Abbandonati i vivai (eppure il Barcellona ha dimostrato che si puo' costruire una grandissima squadra quasi esclusivamente con la 'cantera', Iniesta, Xavi, Busquets, Piqué e lo stesso Messi che vi arrivo' a tredici anni). Del resto appena appare in una squadra di media classifica un ragazzino promettente le 'grandi' glielo ranzano via subito a suon di milioni. Casi come quelli di Riva, di Antognoni, di Bulgarelli che rimasero tutta la vita in squadre fuori dal giro delle 'grandi' non si ripeteranno più. Nemmeno le maglie sono più sacre, in trasferta gli sponsor pretendono che abbiano colori diversi. Come si fa ad identificarsi? Intanto sul campo si assiste a scene grottesche. Una volta c'era un arbitro coadiuvato da due guardialinee. Adesso c'è il 'quarto uomo' e quattro semiarbitri piazzati sulla linea di porta. Per decidere su un fallo fanno un'assemblea.

Il calcio era una grande festa nazionalpopolare, una 'festa di tutti', interclassista. Allo stadio sedevano accanto l'imprenditore e il suo operaio. Adesso, con la politica degli abbonamenti, la 'suburra' viene stipata dietro le porte (eppoi ci si meraviglia se accadono incidenti). C'è chi ha Sky e chi non ce l'ha. Da interclassista il calcio è diventato classista, riproducendo, come uno specchio, cio' che accade nella società italiana.

Con tutte queste belle innovazioni il calcio da stadio (l'unico, vero, calcio) ha perso dal 1982, anno dell'introduzione del 'terzo straniero', il 40% degli spettatori. Si è ridotto a spettacolino televisivo, come una qualsiasi 'Domenica in', da fruirsi solipsisticamente a casa. E perdendo tutti i suoi contenuti specifici susciterà un interesse sempre più generico, vago, intercambiabile che, come tale, prima o poi si rivolgerà altrove. Gli apprendisti stregoni avranno cosi' ucciso, per avidità e overdose, 'la gallina dalle uova d'oro', e il razionalismo nella forma del denaro avrà realizzato, è il caso di dirlo, l'ennesimo autogol.

(di Massimo Fini)

sabato 18 maggio 2013

Inquinamento, “danni e alterazioni del Dna” nei bambini che vivono a Sarroch

 
I bambini di Sarroch (Cagliari) “presentano incrementi significativi di danni e di alterazioni del Dna rispetto al campione di confronto estratto dalle aree di campagna”. E’ quanto si legge in una ricerca epidemiologica condotta da otto ricercatori e pubblicata su Mutagenesis, rivista dell’Università di Oxford. Lo studio, sette cartelle fitte di dati e analisi, è stato acquisito dalla Procura di Cagliari, come scrive il quotidiano La Nuova Sardegna, e il fascicolo è sulla scrivania del pm Emanuele Secci, titolare dell’inchiesta giudiziaria sullo stato ambientale dell’area tra Cagliari, Pula e Teulada. Dove si trova Sarroch, il comune della provincia di Cagliari che ha visto il suo territorio devastato dalla presenza di veri e propri ecomostri: dal litorale su cui sorge l’agglomerato industriale petrolchimico che si è sviluppato a partire dalla raffineria di petrolio della Saras, fino all’entroterra espropriato dal poligono militare di Teulada.

Un’area altrimenti ricca di sole, di mare e di splendide spiagge che i ricercatori di Oxford paragonano invece a quella della centrale termica di Taichung, a Taiwan, e a Pancevo, la cittadina industriale siberiana considerata tra le più inquinate del mondo e conosciuta come la città dei tumori. Lo studio pubblicato su Mutagenesis mette a confronto un campione di 75 bambini tra i 6 e i 14 anni che abitano vcino al sito industriale di Sarroch, con 73 loro coetanei che vivono invece nelle zone agricole e rurali dell’isola. Partendo dal presupposto che “la qualità dell’aria è una questione ambientale d’importanza primaria nelle aree industrializzate, con potenziali effetti sulla salute dei bambini residenti nelle aree circostanti” sono state rilevate le concentrazioni di benzene e di etil-benzene nell’aria, nei giardini della scuola di Sarroch e in un villaggio rurale.

E i risultati dicono che “I livelli esterni di benzene e di etil-benzene sono risultati significativamente più alti nei giardini della scuola di Sarroch rispetto al villaggio rurale. Elevate concentrazioni sono state inoltre rilevate nelle vicinanze del polo industriale”. Che la zona fosse a rischio è cosa nota. Diversi studi hanno già dimostrato che da queste parti ci si ammala di leucemia tre volte tanto rispetto alla norma. E già il documentario Oil di Massimiliano Mazzotta nel 2010 aveva aperto uno squarcio sugli effetti deleteri sulla salute e sull’ambiente prodotti dalla raffineria Saras della famiglia Moratti. Ma non è finita qui, perché la ricerca dell’Università di Oxford ha analizzato anche i livelli di alterazioni del Dna in uno studio effettuato su un sottocampione di 62 bambini.

E qui il risultato è ancora più scioccante “La ricerca dimostra che i bambini residenti in prossimità del polo industriale di Sarroch presentano anche significativi danni e alterazioni del Dna”, è scritto nelle conclusioni dello studio. L’inquinamento dell’atmosfera prodotto anche dal polo industriale di Sarroch potrebbe essere responsabile di vere e proprie mutazioni genetiche nel Dna dei bambini che lì vicino abitano, studiano e giocano. Interpellata più volte da ilfattoquotidiano.it, la Saras dei fratelli Moratti preferisce però non rilasciare alcuna dichiarazione in merito.

domenica 5 maggio 2013

La Cultura della protesta


Cesare aveva già sottolineato la propensione dei Galli per la guerra civile. I Francesi sono rimasti fedeli a tale tradizione: in ogni epoca della loro storia non hanno smesso di affrontarsi e di battersi tra loro. Sono da sempre anche i campioni della cultura dello sciopero e della protesta. I turisti che visitano Parigi se ne accorgono presto. Ci sono sempre scioperi da qualche parte: gli infermieri, i camionisti, i tassisti, i guardiani dei musei, i ferrovieri, il personale degli aeroporti, etc. In Francia i conflitti sociali raramente si risolvono attraverso il dialogo e la concertazione. Si preferisce manifestare e sfilare nelle strade.

Questa cattiva abitudine si cristallizza frequentemente in alcune “giornate”, che non durano mai molto ma hanno una funzione catartica: le giornate rivoluzionarie del 1830 e 1848, la Comune del 1871, i moti antiparlamentari del 1934, le giornate del Maggio 1958 che provocarono la fine della IV Repubblica e il ritorno al potere del generale de Gaulle, le giornate del Maggio 1968.

In queste ultime settimane è stato il progetto di legalizzare il matrimonio omosessuale che ha infiammato gli animi. Subito il dibattito si è focalizzato sui problemi riguardanti la procreazione (ricorso alle “madri in affitto” e alla “procreazione assistita” per gli omosessuali) in un clima già segnato dall’introduzione dell’ideologia del “genere” nei programmi scolastici. Gli oppositori al progetto di legge sul “matrimonio per tutti” hanno messo in moto folle di persone: alcune settimane fa erano più di un milione a manifestare lungo i Champs-Elysées sul tema “tutti i bambini hanno diritto ad un papà e una mamma”. Da trent’anni non si vedevano in Francia manifestazioni di tale consistenza.

Il rifiuto del governo di tenere in considerazione tale imponente movimento popolare, sostenuto da una petizione che ha raccolto 750 000 firme in poche settimane, ha radicalizzato l’opposizione e trasformato il movimento in opposizione “selvaggia” ad una politica di governo oggi totalmente discreditata (a meno di un anno dalla sua elezione solo il 26% dei Francesi si dichiarano ancora soddisfatti da François Hollande). Ogni giorno nuove manifestazioni hanno luogo per le vie di Parigi, davanti al Senato o all’Assemblea nazionale, cosi come nelle altre grandi città della Francia. Malgrado la legge sul matrimonio gay sia stata ora definitivamente votata dal Parlamento, il movimento continua ad ampliarsi, sul modello del movimento degli “Indignados” in Spagna o del movimento “Occupy Wall Street” negli Stati Uniti.

Questa radicalizzazione ha portato un certo numero di commentatori a richiamare lo spettro degli anni Trenta, un’idea anacronistica che seduce soprattutto gli spiriti propagandistici o pigri ( sono spesso gli stessi).
Più che ad una radicalizzazione si sta assistendo di fatto soprattutto ad una legalizzazione incontestabile dell’opinione. I sondaggi rivelano tendenze pesanti e forniscono cifre mai raggiunte: più del 62% dei Francesi pensa che la mondializzazione sia una minaccia, il 71% pensa di essere in piena crisi, il 70% trova che “ci siano troppi immigrati in Francia” e si ritrovano essi stessi stranieri nel proprio paese, il 72% afferma che “non si difendono abbastanza i valori tradizionali”, il 65% trova che “la giustizia non sia abbastanza severa con i delinquenti” e si dichiarano contrari alla depenalizzazione delle “droghe leggere”, il 73% ( di cui il 57% degli elettori di sinistra) pensa che “si possa trovare della manodopera in Francia senza far ricorso all’immigrazione”, il 74% ( di cui il 59% dei simpatizzanti del partito socialista) giudica che “la religione musulmana non sia compatibile con i valori della società francese”, il 53% dei Francesi è addirittura a favore della “reintroduzione dell’uniforme nelle scuole”, mentre l’87% dichiara di volere un “vero capo per ristabilire l’ordine”.

E’ un’onda profonda che s’infrange oggi sulla Francia, mentre la crisi economica diventa ogni giorno più grave. Tutti gli indicatori economici sono in rosso. Il debito pubblico ha superato il 90% del Prodotto Interno Lordo e si registrano migliaia di disoccupati in più ogni giorno. Non si è ancora ai livelli di Grecia, Spagna, Portogallo o Italia, ma ci si sta arrivando. Le classi popolari sono le vittime principali della situazione. La sinistra le ha abbandonate in nome delle riforme “societali” e dell’universalismo pro immigrazione, la destra le ha abbandonate in nome degli interessi della finanza e del mercato. Risultato: i vecchi elettori comunisti votano ormai per il Fronte Nazionale.

Molti giovani desiderano andarsene. I più vecchi di loro pensano che domani sarà ancora peggio di oggi. I media parlano di cambiamento d’umore, di pessimismo, senza mai domandarsi se questo movimento non sia una forma di rivelazione della verità. I Francesi non hanno più fiducia nella classe politica. Più di tre su quattro di loro ritengono che i politici siano corrotti. In realtà i politici non sono tutti corrotti, ma sono tutti discreditati, perché fanno tutti parte di un medesimo sistema che corrompe tutto.

Gli scandali che scoppiano quasi ogni giorno non sono più percepiti se non come sintomi di questo sfacelo che, passo dopo passo, ha finito per invadere l’intero campo sociale. Allo stesso tempo si vede crescere un’onda di amarezza e di disgusto che può trasformarsi in collera. La questione fondamentale e di sapere in che momento la somma delle delusioni, dei rancori e delle frustrazioni raggiungerà la sua “massa critica”. Lenin diceva che le rivoluzioni nascono quando alla base non se ne vuole più e alla testa non se ne può più. Forse non ne siamo troppo lontani.

(di Alain de Benoist)

martedì 30 aprile 2013

Massimo Fini: «Larghe intese dei responsabili del disastro sotto il patrocinio di nonno Napolitano»


Si concordi o meno con lui, Massimo Fini non può lasciare indifferenti. Le sue idee, come sempre, sono chiarissime. E anche se sa che non sono mainstream, continua ad esporle con una lucidità disarmante. Come un profeta biblico non ascoltato, da decenni parla di crollo del sistema occidentale. E oggi che il rischio c’è davvero, non si bea del suo azzecato vaticinio, ma, intervistato da IntelligoNews , lo registra come un evento inevitabile.

La politica italiana, invece, sembra non appassionarlo più di tanto. È molto attento, fin dall’inizio, al fenomeno grillino, e alla pattuglia pentastellata in Parlamento contesta di aver perso per inesperienza la partita del Quirinale. Ma anche il grande stallo politico italiano (attentato ai carabinieri incluso), per lui, dipende dalla crisi globale.

Lei è sempre stato molto attento al fenomeno di Beppe Grillo. A due mesi dalle elezioni, come giudica l’operato del Movimento 5 Stelle?

«È un po’ presto per giudicare, visto che sono lì da pochi giorni. Però credo che Grillo abbia fatto un errore sul Quirinale. Se avesse proposto subito a Bersani i nomi di Zagrebelsky o Rodotà, non avrebbe potuto dire di no. Cincischiando con la Gabanelli e Strada, però, gli altri hanno preparato l’inciucio e tutto il resto è venuto di conseguenza. Hanno perso una partita importante per inesperienza. Se intendi rovesciare il tavolo dall’interno del sistema, devi anche impararne meglio la sintassi e la grammatica».

E sul “governo del cambiamento” con Bersani hanno fatto bene a non cedere?

«Senz’altro. Il M5S si propone come alternativa assoluta a 18 anni in cui i governi di destra e di sinistra hanno commesso abusi, soprusi e illegalità, portando l’Italia al disastro economico, sociale e morale. Grillo marcherà sempre questa sua diversità, sperando che resti…»

Dove ha fallito Bersani, però, è riuscito Letta, con l’aiuto fondamentale del centrodestra. Le piace il nuovo governo?

«No, per la ragione che ho appena detto. Perché raccoglie tutti i responsabili del disastro, quelli che hanno distrutto la casa Italia. Poi si sono accorti che il tetto stava cadendo anche sulla loro testa, si sono ricompattati e rinchiusi nella fortezza istituzionale, sotto il patrocinio di nonno Napolitano».

Anche lei crede che il governo Letta sia espressione di gruppi di pressione internazionale? In poche parole: crede nel complottone del Bilderberg?

«Sono molto lontano da ipotesi complottistiche e non sono un aficionado di questi temi».

Per lei Trilateral, Bilderberg e compagnia contano meno di quanto si pensi?

«Sì, credo di sì».

Lei fa spesso arrabbiare le donne: cosa pensa della pattuglia femminile del governo Letta? La campionessa olimpica, l’immigrata, la nonna, la bella ragazza… Sono lì per merito o per coprire una casella?


«Molto probabilmente alcune sono foglie di fico, ma Letta ha fatto un’operazione impeccabile da manuale Cencelli anche in generale. È stato bravo a distribuire i ministeri secondo la forza dei gruppi che lo sostengono. E c’è anche questo mantra sulle donne che ormai è diventato ossessivo».

L’attentato ai carabinieri a Palazzo Chigi è il gesto disperato di un folle o il segno di un disagio più generale?

«È segno di un malessere più vasto che però coinvolge tutto il mondo occidentale, non solo l’Italia. In America fatti di questo genere ne sono accaduti un’infinità, anche recentemente. Il problema è che siamo stressati da un ritmo di vita e da un modello di sviluppo che non ci consentono di avere equilibrio e armonia. È una conseguenza del modello generale, insomma, che noi chiamiamo occidentale perché è iniziato qui, ma che ormai ha coinvolto anche Cina e India. Basti pensare che la prima causa di morte fra i giovani cinesi è il suicidio. Qualcosa che non funziona deve esserci… Poi ci possono essere punte di questo iceberg che esplodono, come è successo a Roma tre giorni fa».

Come se ne esce, da questa crisi infinita? Non sembra più solo un problema economico…

«Penso che non tanto tardi crollerà il mondo del denaro, il mondo nato dopo la rivoluzione industriale. Vedo questo crollo relativamente vicino nel tempo…»

E al posto di questo mondo che sparirà cosa ci mettiamo?

«Questo non lo so, ma vedo una situazione simile al crollo dell’Impero romano, che poi sfociò nel feudalesimo europeo. Se avessimo un minimo di cervello, invece di aspettare passivamente il crollo, potremmo fare alcuni ragionevoli, graduali e limitati passi indietro, come peraltro affermano alcune correnti di pensiero americane, come il neocomunitarismo, e assestarci su una linea dove non si va più avanti né più indietro. Bisognerebbe tornare a una società più semplice. Ovviamente tutte le leadership mondiali non ci pensano nemmeno. Continuano a parlare di crescita, gli americani stampano trilioni di dollari che non corrispondono assolutamente a nulla e prima o poi tutto questo ci casca addosso, dopo le prime avvisaglie dei mutui subprime, i cui contraccolpi ci sono ancora adesso. Con una bolla ancora più grande, non ci sarà scampo».

È ottimista sul futuro dell’Italia?

«No, sono pessimista. Come sono pessimista sul futuro del mondo occidentale che abbiamo creato. Lo ritengo un mondo che ha perso il senso del limite e va incontro al suo giusto destino…».

lunedì 29 aprile 2013

Viviamo più a lungo ma diventiamo vecchi più rapidamente


L'Istat nel ristrutturare la composizione della popolazione italiana per fasce d'età, definisce gli over 65 "giovani anziani". E' una caratteristica tipica di questa nostra società bizantina di mettere le parole al posto delle cose credendo cosi' di mutarne la natura. Smettiamola di prenderci in giro con questa ossessione della giovinezza a tutti i costi. I Romani che erano meno ipocriti e retorici di noi fissavano l'inizio della vecchiaia a 60 anni. E cosi' è anche oggi come sa chi abbia compiuto questo fatidico compleanno. Come immutato è il periodo di fecondità della donna, che raggiunge il suo apice a 27 anni per degradare poi e concludersi poco dopo i quaranta, a meno di non ricorrere a qualche artificio tecnologico degno del laboratorio del dottor Frankenstein.

Viviamo più a lungo, è vero. Ma non nei termini cosi' clamorosi di cui ci informano, non innocentemente, gli storici e gli scienziati, secondo i quali gli uomini nel Medioevo vivevano in media 32 anni. Ora, gli uomini e le donne del Medioevo si sposavano, in genere, rispettivamente a 29 e a 24 anni (solo nella classe nobiliare i matrimoni erano molto precoci, soprattutto per motivi di intrecci dinastici). Non avrebbero avuto quindi nemmeno il tempo di crescere i primi figli, invece ne partorivano a dozzine o mezze dozzine. Come si spiega? Col fatto che parlare di 'vita media' di 32 anni è una statistica alla Trilussa, perchè quella società scontava l'alta mortalità natale e perinatale. Il confronto corretto, come sanno benissimo gli scienziati e gli storici moderni anche se lo nascondono, è con l'aspettativa di vita dell'adulto. Un uomo del Medioevo viveva, in linea di massima, 70 anni. Non a caso padre Dante fissa il «mezzo di cammin di nostra vita» a 35 anni. 

Oggi l'aspettativa di vita, in Italia, è di 78 anni per l'uomo e di 83 per la donna. Abbiamo guadagnato circa dieci anni, che comunque non è poco. Bisogna vedere pero' come li viviamo questi anni lucrati in più all'esistenza. Spesso, troppo spesso, li trasciniamo portandoci addosso malattie terrorizzanti, dolorose, umilianti, dimidianti, intubati, attaccati a macchine, tenuti in vita a forza dalla medicina tecnologica tanto per confortare le statistiche sulla longevità (io, come tutti, ho paura della morte, ma ho ancora più paura che i Frankenstein moderni «mi salvino»). Ma la questione di fondo non è nemmen questa quando si parla di vecchiaia nella modernità. Nella società preindustriale il vecchio, contadino o artigiano che fosse (il 90% della popolazione), restava fino all'ultimo il capo della famiglia, attorniato dai figli, dai nipoti, dalle donne, dai numerosi bambini (oggi, in Europa, solo il 3,5% degli anziani vive con i propri figli), in una società a tradizione prevalentemente orale era il detentore del sapere, conservava un ruolo e la sua vita un senso. Oggi (a parte alcune categorie di privilegiati:i politici, gli artisti) il sapere del vecchio è obsoleto, non conta più nulla. Scrive lo storico Carlo Maria Cipolla: «Una società industriale è caratterizzata dal continuo e rapido progresso tecnologico. In una tale società gli impianti divengono rapidamente obsoleti e gli uomini non sfuggono alla regola. L'agricoltore poteva vivere beneficiando di poche nozioni apprese nell'adolescenza. L'uomo industriale è sottoposto a un continuo sforzo di aggiornamento e tuttavia viene inesorabilmente superato. Il vecchio nella società agricola è il saggio, nella società industriale è un relitto». Altro che "giovani anziani".

(di Massimo Fini)

venerdì 5 aprile 2013

Intervista ad Alain de Benoist


Come ha scritto bene Eduardo Zarelli, la società della crescita è un’antisocietà. Allora, la decrescita è l’unica soluzione possibile per tornare a essere comunità?

«Che siano di destra o di sinistra, tutti gli uomini politici oggi non vedono altre soluzioni ai loro problemi che quella di un “ritorno alla crescita”. Il problema è che le politiche adottate di rigore e d’austerità pesano sui salari e sul potere d’acquisto, diminuiscono le entrate fiscali e favoriscono la disindustrializzazione, tutte cose che annullano completamente qualunque prospettiva di crescita. Le previsioni degli organismi internazionali sono eloquenti a questo riguardo. Sebbene l’Europa sia entrata in recessione, l’ideologia della crescita è sempre presente negli spiriti. Questa riposa su un mito, che è anche un errore di logica: non ci può essere crescita materiale infinita in uno spazio finito. Ora, la Terra è uno spazio finito, dove le riserve naturali si fanno sempre più rare. Sarebbe quindi necessario finirla con l’ossessione della crescita e della produttività in cui sono  confluite tutte le grandi correnti politiche del XX secolo. Ma per far questo bisognerebbe “decolonizzare” l’immaginario economico, arduo compito che non si può portare a termine dall’oggi al domani».

Un tempo si salvavano gli Stati e si facevano fallire le banche. Oggi accade esattamente il contrario: a vincere è l’usura.

«Proibendo alle proprie banche centrali di farsi prestare capitali ad un tasso d’interesse nullo, come accadeva di norma in passato, gli Stati si sono posti  nell’obbligo di chiedere prestiti alle banche ed ai mercati finanziari a dei tassi variabili, arbitrariamente fissati da questi ultimi. Questo si è tradotto in un innalzamento del  debito pubblico che oggi è divenuto insopportabile. Non arrivando a riassorbire i loro deficit strutturali, gli Stati non possono affrontare il problema del debito, se non indebitandosi sempre più. Di fatto, in tal modo si è creata una situazione simile a quella dell’usura.

In Francia, dove l’ammontare del debito ha ormai raggiunto circa 2000 miliardi di euro, ovvero il 90% del prodotto interno lordo (PIL), il semplice pagamento degli interessi del debito equivale a 50 miliardi di euro l’anno. Le logiche usuraie si ritrovano nella maniera in cui i mercati finanziari e le banche possono fare man bassa sugli attivi reali degli stati indebitati, impadronendosi dei loro averi a titolo d’interesse dei loro debiti, di cui la parte principale è costituita da una montagna di denaro virtuale che non potrà mai essere rimborsato. Le banche ed i mercati virtuali sono i  Shylock dell’epoca attuale».

Il rapporto incongruente tra l’economia speculativa e quella reale è anche dovuto alla virtualità del denaro che rende sempre più arduo stabilire limiti e corrispondenze?


«La decisione presa unilateralmente dagli Stati Uniti nel 1971 di sopprimere la convertibilità del dollaro in oro ha rappresentato la fine del sistema ereditato dagli accordi di Bretton Woods (1944), ed allo stesso tempo ha marcato l’inizio della globalizzazione finanziaria. Il denaro, ormai, non ha più altro referente che se stesso. È nato così un nuovo capitalismo, che si distingue dal vecchio industriale e commerciale per due tratti fondamentali: la sua completa deterritorializzazione (non è più legato ad alcun territorio particolare) e l’espansione della sfera finanziaria a discapito di quella produttiva. Basti vedere le somme che vengono quotidianamente scambiate sui mercati finanziari e in borsa, per constatare come il denaro non abbia più alcun rapporto con l’economia reale».

Il capitalismo e l’immigrazione sono le due facce della stessa medaglia: la destra liberale e affaristica e la sinistra umanitaria e globalizzata.

«Fin dalle sue origini, il capitalismo ha rivelato una profonda affinità col nomadismo internazionale. Già Adam Smith  diceva che la vera patria del commerciante è quella dove può realizzare il massimo profitto. Prendere posizione a favore del principio del “lasciar fare, lasciar passare”, cioè della libera circolazione di uomini e merci, così come ha sempre fatto il capitalismo liberale, significa mantenere le frontiere per gli inesistenti. Dal punto di vista della Forma-Capitale, la Terra non è che un immenso mercato che la logica del profitto ha la vocazione di scoprire integralmente, impegnandosi in una perpetua fuga in avanti. Il capitalismo, come aveva ben visto Marx, riguarda tutto ciò che ostacola questa fuga in avanti in quanto ostacolo da far sparire. In questa prospettiva, il ricorso all’immigrazione appare come un mezzo per mantenere bassi i salari e le conquiste sociali dei lavoratori autoctoni. È in questo senso che l’immigrazione costituisce “un’armata di riserva del capitale” bella e buona. Il paradosso è che molti avversari del capitalismo vorrebbero vedere continuare l’immigrazione, perché s’immaginano di trovare nella massa degli immigrati una sorta di “proletariato di ricambio”. E’ una delle varie incongruenze».

In Italia il potere economico ha scalzato quello politico, con il passivo plauso di quest’ultimo, ca va sans dire. A suo avviso, cosa può capitarci ancora di peggio?

«La cosa peggiore sarebbe senza dubbio che gli Italiani si ritrovassero in una situazione ancora più disperata di quella dei Greci ! È in ogni caso rivelatore che Mario Monti sia arrivato al potere attraverso una sorta di colpo di stato legalizzato. Ed è ancora più rivelatore che una delle conseguenze della crisi finanziaria attuale sia che i Paesi del Sud d’Europa si ritrovino sotto l’autorità di tecnocrati e di finanzieri formati da Goldman Sachs o Lehman Brothers, cioè dai principali responsabili della crisi, mentre le classi medie o popolari, per niente format, sono chiamate a farne le spese. Da ciò emerge chiaramente che la crisi dello Stato-Nazione è interamente legata alla presa di controllo ed alla “neutralizzazione” della politica da parte del potere economico e finanziario, sostituito dall’espertocrazia della Commissione di Bruxelles».

Ritorno al protezionismo, istituzione di un reddito di cittadinanza, eliminazione dell’euro sono alcune soluzioni che Lei propone per salvare l’Europa. Ma come scavalcare la Commissione europea, la Banca mondiale e le imprese multinazionali che sono il bacino del libero-scambismo?

«L’instaurazione di un protezionismo comunitario, la nazionalizzazione delle banche, la separazione delle banche di credito industriale e di deposito, la monetarizzazione del debito da parte delle banche centrali etc. sono delle soluzioni parziali che da sole non basteranno per uscire dal sistema. Una reale rottura consisterebbe nel finirla col principio dell’illimitato e della sovraaccumulazione, che sono alla base dell’espansione del Capitale (la logica del “sempre più”). Per il momento, nessuno sa veramente come arrivarci. È la ragione per la quale la mia impressione è che questo sistema affonderà, ma non abbattuto dai suoi avversari, quanto piuttosto sotto l’effetto delle proprie contraddizioni interne. La fuga in avanti finisce sempre a un muro. È in questo senso che ho potuto scrivere che il sistema del denaro finirà a causa del denaro stesso».

Non abbiamo né una sovranità nazionale, è vero, ma neanche europea. Le guerre di cui scandalosamente ci rendiamo complici, sono una dimostrazione della nostra inettitudine decisionale?


«Ci sono varie questioni a cui rispondere. Il dramma che concerne le sovranità popolari non è che queste spariscano, ma che non si trovino riportate ad un livello più elevato, ovvero quello europeo. Per il momento, la sovranità politica sta scomparendo in un buco nero e il potere decisionale è passato nelle mani dei tecnocrati e dei banchieri.

Le guerre avviate da un ventennio dai paesi occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti d’America, si pongono come “depoliticizzate”, all’occorrenza “umanitarie” a supporto delle operazioni di polizia internazionale. Che sia in Irak, in Afganistan o in Libia, aspettando la Siria e l’Iran, queste guerre sono delle aberrazioni dal punto di vista geopolitico. Si rivelano altrettanto criminali quando si guardano i risultati ai quali hanno condotto. Consacrano infine la scomparsa di fatto del diritto internazionale così come lo abbiamo conosciuto».

Quello che si è evince chiaramente dalla Sua opera è che il capitalismo non riguarda solo la sfera economica, ma l’intero nostro modus vivendi. Per questo non basta un cambiamento, ma occorre una rivoluzione interiore?

«In effetti sarebbe un grande errore guardare al capitalismo solamente come ad un sistema economico. Esso è anche un sistema “antropologico”, nel senso che riposa su un modello umano ben specifico, quello dell’Homo œconomicus, il produttore-consumatore che si presume mirare perennemente alla sola massimizzazione del proprio interesse materiale. Rompere con la logica della Forma-Capirale implica, da questo punto di vista, rompere non solo col produttivismo ambientale, ma anche con l’utilitarismo, lo spirito calcolatore, l’assiomatico dell’interesse, o ancora con l’idea che tutti i valori possono e devono essere ridotti al solo valore di scambio. In altre parole, si tratta di uscire da un mondo dove niente ha più valore, ma dove tutto ha un prezzo. Lei ha utilizzato l’espressione “rivoluzione interiore”. Non è esagerato»

Localizzare significa rendersi autonomi?

«Si può dire questo. L’azione locale, che sia di ordine politico (gioco della democrazia diretta, per rimediare alla mancanza di legame sociale) o economico (rilocalizzazione della produzione e del consumo) può aiutare le comunità viventi a riconquistare la loro autonomia, cioè a dotarsi dei mezzi che permettano loro, conformemente al principio di sussidiarierà (o di competenze sufficienti) di rispondere da sole ai problemi che le riguardano».

mercoledì 3 aprile 2013

È peggio il mondo "usa e getta" o l'eco fascismo?



Nel 1977 comprai una confezione di punti metallici, trentasei anni dopo continuo a usare quei punti e la confezione è solo a metà. Mi commuove pensare che da ragazzo feci un acquisto per la vita. Peccato che si tratti di un'inezia come i punti metallici. Per il resto i miei cellulari durano un anno, i computer due o tre, le stampanti anche meno. E tutto, dagli alimenti ai vestiti, scade maledettamente sempre più in fretta. In epoca neofrancescana come la nostra, acquista grande importanza la denuncia delle cose pianificate per durare sempre meno.

È uscito in questi giorni in Italia un efficace libretto di Serge Latouche - quel Latouche che piace alla nuova eco-sinistra e alla nuova destra e piace ora ai grillini - intitolato Usa e getta che narra «le follìe dell'obsolescenza programmata» come dice il sottotitolo (edito da Bollati Boringhieri, come le altre sue opere, pagg. 114, euro 14,50). Latouche è l'autore più noto della decrescita felice e dell'abbondanza frugale, due ossimori per rendere dolce il sacrificio e gioiosa la rinuncia. L'obbiettivo è riproporre i limiti dello sviluppo e dei consumi, come si disse nel '72, ma come aveva già detto Mussolini alle soglie degli anni Trenta criticando l'utopia dei consumi illimitati. Il capostipite di questa denuncia di Latouche fu Vance Packard, l'autore de I persuasori occulti, che già nel 1960, mentre noi ci beavamo nel boom economico, in The Waste Makers denunciava la pianificazione del guasto, la vita breve delle cose programmata per tenere vivo il ciclo dei consumi. Prima di lui Thorstein Veblen aveva anticipato considerazioni analoghe nella sua La teoria della classe agiata, anche se lui parlava di adulterazione, non di obsolescenza.

Molti arnesi sono oggi programmati per sfasciarsi presto; e riparare costa più che comprare il nuovo. La filosofia del consumo si basa sulla crescita illimitata fine a se stessa, per nutrire il capitalismo. Ma anche, aggiungiamo noi, per salvaguardare i livelli di benessere raggiunti dalle masse come mai era accaduto. Bisogna saper vedere le cose interamente, da ambo i lati. Però le risorse non sono illimitate e la popolazione cresce a ritmo spaventoso. Il parametro lo indicò il presidente americano Eisenhower che già negli anni '50 per fronteggiare la recessione disse: comprate qualsiasi cosa (mitico precursore di Berlusconi). Latouche così descrive «la giostra diabolica: la pubblicità crea il desiderio di consumare, il credito ne fornisce i mezzi, l'obsolescenza programmata ne rinnova la necessità». E cita i guru di quest'industria che si autodefiniscono «mercanti di scontento» e si prefiggono di farci «sbavare». Meglio dieci ladri che un solo asceta, così Günther Anders coglieva l'essenza del consumismo e i suoi veri nemici. Alla falsificazione, nota Latouche, è d'ostacolo la tradizione che amava trasmettere anche le cose di generazione in generazione e reputava virtù il risparmio e la durata. Ma in questa prospettiva Latouche finisce con incontrare e rivalutare il fascismo, per la sua politica dell'autarchia, per il riciclaggio delle cose e i prodotti a chilometro zero; ma anche per l'uso dei filobus che utilizzavano il carbon fossile anziché la benzina.

Una lettura significativa al riguardo è la ricerca di Marino Ruzzenenti, L'autarchia verde (Jaca Book, 2011) dove quella politica degli anni Trenta è vista come laboratorio della green economy. Ma il fascismo, va detto, avviò pure un processo di forte modernizzazione e industrializzazione. Più in generale la visione di Latouche collima con quella visione della vita basata su «non sprecare il pane quotidiano» come diceva un manifesto d'epoca, l'elogio del risparmio, l'etica del sacrificio francescano che Mussolini definì «il più santo degli italiani il più italiano dei santi». Temi cari a Latouche che però poi teme nella nostra epoca il sorgere di forme di «ecofascismo».

Ma dove porta la critica catastrofista di Latouche e Dupuy, di Susan George e Paolo Cacciari, degli «obiettori di crescita» contro l'obsolescenza programmata? È sacrosanta la denuncia della fragilità prestabilita delle merci, la loro deperibilità, sia programmata che psicologica o simbolica. È vera la denuncia della scomparsa di tanti mestieri fondati sulla riparazione. Ed è comprensibile il rimpianto del tempo antico, con le sue cose durevoli come i sentimenti. Ricordo anch'io con tenerezza chi risuolava le scarpe, chi riparava e rammendava ogni cosa; da noi c'era perfino chi riaffilava le lamette usate... Ma quel che vale sul piano poetico vale sul piano economico e sociale? Qui risale l'aspetto utopico, l'idealizzazione di pratiche che avevano anche il loro rovescio e si inserivano in un modello di vita che non sarebbe più accettato. E poi come si esce da questa società? Con la catastrofe, dice Latouche che in un altro, recente libro a più mani (Dove va il mondo?, sempre di Bollati Boringhieri) vede come una fortuna: esplode la bolla finanziaria, crolla il sistema finanziario, finisce l'euro. Ma poi la catastrofe si abbatterà sulla vita reale dei popoli, e saranno dolori per tutti, a partire dai più poveri e più deboli.

In secondo luogo la difesa dell'eco-sistema, tra green economy, riciclaggio e limitazione dei consumi, ha efficacia se è una politica mondiale. Se Paesi enormi in crescita come la Cina o l'India si sottraggono a questi limiti, sono imprese destinate alla sconfitta planetaria. Qui emerge il non detto o il detto in modo contraddittorio: per fronteggiare adeguatamente la corsa folle dei consumi e la devastazione del pianeta, occorrerebbe un governo mondiale unico e autoritario. E Latouche da un verso teme il dominio di un Amministratore unico mondiale, un Grande Fratello «decisamente poco fraterno», ma dall'altro riconosce che le misure efficaci in tema ecologico richiedono Stati forti, ampie statalizzazioni, uso in comune di beni durevoli, economie collettive e scelte coercitive. E questo inquieta. Non so se il giogo valga la candela... Ma questo ci riporterebbe nei paraggi del fascismo, ecofascismo o socialfascismo, che alla fine resterebbe l'unico modello coerente con le richieste di Latouche per uscire da questo modello di società; uno Stato forte che decide, interviene, limita e tutela. Altrimenti non restano che risposte puramente locali a problemi che restano però mondiali; e poi class action, appelli e proteste circoscritte.

O l'arcadia, il rimpianto poetico del passato. O la speranza mistica che alla fine solo un dio ci potrà salvare. A questo punto, meglio affrontare le cose con attivo realismo, fuori da utopie e tirannie ma anche fuori da inerzie e complici cecità.

(di Marcello Veneziani)

Se il capitalismo diventa di sinistra


Sul fatto che alle elezioni la sinistra, a ogni latitudine e a ogni gradazione, sia andata incontro all’ennesima sonante sconfitta, non v’è dubbio e, di più, sarebbe una perdita di tempo ricordarlo, magari con documentatissimi grafici di riferimento. Più interessante, per uno sguardo filosoficamente educato, è invece ragionare sui motivi di questa catastrofe annunciata. E i motivi non sono congiunturali né occasionali, ma rispondono a una precisa e profonda logica di sviluppo del capitalismo quale si è venuto strutturalmente ridefinendo negli ultimi quarant’anni. Ne individuerei la scena originaria nel Sessantotto e nell’arcipelago di eventi ad esso legati. In sintesi, il Sessantotto è stato un grandioso evento di contestazione rivolto contro la borghesia e non contro il capitalismo e, per ciò stesso, ha spianato la strada all’odierno capitalismo, che di borghese non ha più nulla: non ha più la grande cultura borghese, né quella sfera valoriale che in forza di tale cultura non era completamente mercificabile.

Non vi è qui lo spazio per approfondire, come sarebbe necessario, questo tema, per il quale mi permetto, tuttavia, di rimandare al mio Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo (Bompiani, 2012). Comunque, per capire a fondo questa dinamica di imposizione antiborghese del capitalismo, e dunque per risolvere l’enigma dell’odierna sinistra, basta prestare attenzione alla sostituzione, avviatasi con il Sessantotto, del rivoluzionario con il dissidente: il primo lotta per superare il capitalismo, il secondo per essere più libero individualmente all’interno del capitalismo. Tale sostituzione dà luogo al piano inclinato che porta all’odierna condizione paradossale in cui il diritto allo spinello, al sesso libero e al matrimonio omosessuale viene concepito come maggiormente emancipativo rispetto a ogni presa di posizione contro i crimini che il mercato non smette di perpetrare impunemente, contro gli stermini coloniali e contro le guerre che continuano a essere presentate ipocritamente come missioni di pace (Kosovo 1999, Iraq 2003 e Libia 2011, giusto per ricordare quelle più vicine a noi, avvenute sempre con il pieno sostegno della sinistra).

Dal Sessantotto, la sinistra promuove la stessa logica culturale antiborghese del capitalismo, tramite sempre nuove crociate contro la famiglia, lo Stato, la religione e l’eticità borghese. Ad esempio, la difesa delle coppie omosessuali da parte della sinistra non ha il proprio baricentro nel giusto e legittimo riconoscimento dei diritti civili degli individui, bensì nella palese avversione nei confronti della famiglia tradizionale e, più in generale, della normalità borghese. Si pensi, ancora, alla distruzione pianificata del liceo e dell’università, tramite quelle riforme interscambiabili di governi di destra e di sinistra che, distruggendo le acquisizioni della benemerita riforma della scuola di Giovanni Gentile del 1923, hanno conformato – sempre in nome del progresso e del superamento delle antiquate forme borghesi – l’istruzione al paradigma dell’azienda e dell’impresa (debiti e crediti, presidi managers, ecc.).

Il principio dell’odierno capitalismo postborghese è pienamente sessantottesco e, dunque, di sinistra: vietato vietare, godimento illimitato, non esiste l’autorità, ecc. Il capitalismo, infatti, si regge oggi sulla nuda estensione illimitata della merce a ogni sfera simbolica e reale (è questo ciò che pudicamente chiamiamo “globalizzazione”!). “Capitale umano”, debiti e crediti nelle scuole, “azienda Italia”, “investimenti affettivi”, e mille altre espressioni simili rivelano la colonizzazione totale dell’immaginario da parte delle logiche del capitalismo odierno. Lo definirei capitalismo edipico: ucciso nel Sessantotto il padre (l’autorità, la legge, la misura, ossia la cultura borghese), domina su tutto il giro d’orizzonte il godimento illimitato. Se Mozart e Goethe erano soggetti borghesi, e Fichte, Hegel e Marx erano addirittura borghesi anticapitalisti, oggi abbiamo personaggi capitalisti e non borghesi (Berlusconi) o antiborghesi ultracapitalisti (Vendola, Luxuria, Bersani, ecc.): questi ultimi sono i vettori principali della dinamica di espansione capitalistica. La loro lotta contro la cultura borghese è la lotta stessa del capitalismo che deve liberarsi dagli ultimi retaggi etici, religiosi e culturali in grado di frenarlo.

Dalla sinistra che lotta contro il capitalismo per l’emancipazione di tutti si passa così, fin troppo disinvoltamente, alla sinistra che lotta per la legalità, per la questione morale, per il rispetto delle regole (capitalistiche!), per il diritto di ciascuno di scolpire un sé unico e inimitabile: da Carlo Marx a Roberto Saviano. È certo vero che Berlusconi è il Sessantotto realizzato, come ha ben mostrato Mario Perniola in un suo aureo libretto: la legge non esiste, vi è solo il godimento illimitato che si erge a unica legge possibile. Ma sarebbe un errore imperdonabile credere che il capitalismo sia di destra. Lo era al tempo dell’imperialismo e del colonialismo. Oggi il capitalismo è il totalitarismo realizzato (a tal punto che quasi non ci accorgiamo nemmeno più della sua esistenza) e, in quanto fenomeno “totalizzante”, occupa l’intero scacchiere politico. Più precisamente, si riproduce a destra in economia (liberalizzazione selvaggia, privatizzazione oscena, sempre in nome del teologumeno “ce lo chiede l’Europa”), al centro in politica (sparendo le ali estreme, restano solo interscambiabili partiti di centro-destra e di centro-sinistra), a sinistra nella cultura. Sì, avete capito bene: a sinistra nella cultura. Dal Sessantotto in poi, la cultura antiborghese in cui la sinistra si identifica è la sovrastruttura stessa del capitalismo postborghese: il quale deve rimuovere la borghesia e lasciare che a sopravvivere sia solo la già ricordata dinamica di estensione illimitata della forma merce (essa stessa incompatibile con la grande cultura borghese). Di qui le forme culturali più tipiche della sinistra: relativismo, nichilismo, scetticismo, proceduralismo, pensiero debole, odio conclamato per Marx e Hegel, elogio incondizionato del pensiero della differenza di Deleuze, ecc.

In questo timbro “totalizzante” risiede il tratto principale dell’ormai avvenuta estinzione dell’antitesi tra destra e sinistra, due opposti che oggi esprimono in forme diverse la stessa visione del mondo, duplicando tautologicamente l’esistente. Negli ultimi “trent’anni ingloriosi”, il capitale e le sue selvagge politiche neoliberali, all’insegna della perdita dei diritti del lavoro e della privatizzazione sfrenata, si sono imposti con uguale forza in presenza di governi ora di centro-destra, ora di centro-sinistra (Mitterand in Francia, Blair in Inghilterra, D’Alema in Italia, ecc.). Di conseguenza, l’antitesi tra destra e sinistra esiste oggi solo virtualmente come protesi ideologica per manipolare il consenso e addomesticarlo in senso capitalistico.

Destra e sinistra esprimono in forme diverse lo stesso contenuto e, in questo modo, rendono possibile l’esercizio di una scelta manipolata, in cui le due parti in causa, perfettamente interscambiabili, alimentano l’idea della possibile alternativa, di fatto inesistente. Vi è, a questo proposito, un inquietante intreccio tra i due apoftegmi attualmente più in voga presso i politici – “non esistono alternative” e “lo chiede il mercato” –, intreccio che rivela, una volta di più, l’integrale rinuncia, da parte della politica, a operare concretamente in vista della trasformazione di un mondo aprioristicamente sancito immodificabile.

Il paradosso sta nel fatto che la sinistra oggi, per un verso, ha ereditato il giacimento di consensi inerziali di legittimazione proprio della valenza oppositiva dell’ormai defunto partito comunista e, per un altro verso, li impiega puntualmente in vista del traghettamento della generazione comunista degli anni Sessanta e Settanta verso una graduale “acculturazione” (laicista, relativista, individualista e sempre pronta a difendere la teologia interventistica dei diritti umani) funzionale al capitalismo globalizzato. Il quotidiano “La Repubblica” è la sede privilegiata di questo processo in cui si consuma questa oscena complicità di sinistra e capitalismo. I molteplici rinnegati, pentiti e ultimi uomini che popolano le fila della sinistra si trovano improvvisamente privi di ogni sorta di legittimazione storica e politica, ma ancora dotati di un seguito identitario inerziale da sfruttare come risorsa di mobilitazione. Per questo, la sinistra continua inflessibilmente a coltivare forme liturgiche ereditate dalla fede ideologica precedente nell’atto stesso con cui abdica completamente rispetto al proprio originario “spirito di scissione” (la formula è del grande Antonio Gramsci), aderendo alle logiche del capitale in forme sempre più grossolane. È di Bersani la frase, pronunciata in campagna elettorale, “i mercati non hanno nulla da temere dal PD”: frase pleonastica, perché esprime ciò che già tutti sapevamo, ma che è rilevante, perché ben adombra come la sinistra continui indefessamente a lavorare per il re di Prussia, il capitalismo gauchiste.

Lungo il piano inclinato che porta dalla nobile figura di Antonio Gramsci a personaggi come Massimo D’Alema o Vladimir Luxuria si è venuto consumando il tragicomico transito dalla passione trasformatrice al disincanto cinico – tipico della generazione dei pentiti del Sessantotto, la più sciagurata dal tempo dei Sumeri ad oggi – fondato sulla consapevolezza della morte di Dio, con annessa riconciliazione con l’ordo capitalistico. Con i versi di Shakespeare: “orribile più di quello delle erbacce è l’odore dei gigli sfioriti” (lilies that fester smell far worse than weeds). E questi gigli sono effettivamente sfioriti: sono l’incarnazione di quello che Nietzsche chiamava l’“ultimo uomo”. L’ultimo uomo sa che Dio è morto e che per ciò stesso tutto è possibile: perfino aderire al capitalismo e bombardare il Kosovo o la Libia.

È, del resto, solo in questo scenario che si comprende il senso profondo della dinamica, oggi trionfante, della personalizzazione esasperata della polemica con l’avversario. L’antiberlusconismo, con cui la sinistra ha identificato il proprio pensiero e la propria azione negli ultimi vent’anni, ne rappresenta l’esempio insuperato. La personalizzazione dei problemi, infatti, si rivela sempre funzionale all’abbandono dell’analisi strutturale delle contraddizioni, ed è solo in questa prospettiva che si spiega in che senso l’antiberlusconismo sia stato, per sua essenza, un fenomeno di oscuramento integrale della comprensione dei rapporti sociali. L’antiberlusconismo ha permesso alla sinistra di riciclarsi, ossia di passare dall’opposizione operativa al capitalismo all’adesione alle logiche neoliberali, difendendo l’ordine, la legalità (capitalistica) e le regole (anch’essere capitalistiche). L’antiberlusconismo ha indotto l’opinione pubblica a pensare che il vero problema fossero sempre e solo il “conflitto di interessi” e le volgarità esistenziali di un singolo individuo e non l’inflessibile erosione dei diritti sociali (tramite anche le forme contrattuali più spregevoli, che rendono a tempo determinato la vita stessa) e la subordinazione geopolitica, militare e culturale dell’Italia agli Stati Uniti.

Ingiustizia, miseria e storture d’ogni sorta hanno così cessato di essere intese per quello che effettivamente sono, ossia per fisiologici prodotti del cosmo a morfologia capitalistica, e hanno preso a essere concepite come conseguenze dell’agire irresponsabile di un singolo individuo. Per questa via, la politica della sinistra – con Voltaire, “mi ripeterò finché non sarò capito” – non ha più avuto quale referente polemico il sistema della produzione e dello scambio – ritenuto anzi incondizionatamente buono o, comunque, intrascendibile –, bensì l’irresponsabilità di una persona che, senza morale e senza onestà, ha inficiato il funzionamento di una realtà sociale e politica di per sé non contraddittoria.
 
La politica ridotta al tragicomico teatro identitario dell’opposizione tra berlusconiani e antiberlusconiani ha permesso di far passare inosservato lo scolpirsi del nuovo profilo di una sinistra che – nel nome della questione morale e nell’oblio di quella sociale – ha abdicato rispetto alla propria opposizione agli orrori che il capitalismo non ha cessato di generare. È in questo senso che l’antiberlusconismo rivela la sua natura anche più indecente, se mai è possibile, dello stesso berlusconismo.  In questo risiede la natura tragica, ma non seria dell’odierna sinistra, fronte avanzato della modernizzazione capitalistica che sta distruggendo la vita umana e il pianeta. La sinistra è il problema e, insieme, si pensa come la soluzione. Il primo passo da compiere per riprendere il perseguimento del programma marxiano dell’emancipazione di tutti dal capitalistico regno animale dello spirito consiste, pertanto, nell’abbandono incondizionato della sinistra e, anzi, della stessa dicotomia destra-sinistra. Tutto il resto è chiacchiera d’intrattenimento o, avrebbe detto Marx, “ideologia”.

(di Diego Fusaro - fonte: www.ariannaeditrice.it)

domenica 24 febbraio 2013

Gli studi sul cervello che mirano a renderci macchine desolate


«Sapremo tutto del nostro cervello: come funziona, come lo si ripara e come lo si puo' migliorare». Sono parole di Barack Obama a proposito di un ambizioso progetto chiamato Brain Activ Man cui stanno già lavorando aziende tecnologiche come Google, Microsoft, Qualcom e altre «hi-tech» più specificamente mediche.

A questo delirio conoscitivo ci sia concesso muovere qualche obiezione. Quando noi conosceremo con perfezione scientifica i circuiti cerebrali che provocano le nostre emozioni, la gioia, l'amore, la tenerezza, la paura, la crudeltà, l'odio, la gelosia sapremo tutto di questo cervello diviso a spicchi ma avremo perso l'uomo. Nella sua interezza, nella sua singolarità, nella sua insondabile e dolorosa poesia. Avverrà in 'corpore vili', cioè sull'essere umano, quello che lo strutturalismo ha tentato in letteratura. Lo strutturalismo ci dice, per esempio, quante volte Dante ha usato un certo termine nella Divina Commedia. Alla fine di questa dotta ricerca cosa rimane della poesia di Dante?Nulla. Cosi' sapremo tutto su come funziona il meccanismo umano, ma niente di più, anzi qualcosa di meno, sull'uomo.

Si dice che queste ricerche saranno decisive nel prevenire certe malattie neurologiche, come l'Alzhaimer, potenziando il cervello di soggetti sani inserendovi circuiti elettronici e chip al silicio. Anche qui siamo nella linea per cui non esistono più soggetti sani, siamo tutti potenzialmente dei malati e cosi' dobbiamo essere trattati, con effetti non del tutto indifferenti sulla nostra psiche e sulla nostra 'joie de vivre' («Muore mille volte chi ha paura della morte»dice il vecchio e saggio Epicuro). E' vero che l'Alzheimer è in continuo aumento, ma non si capisce bene se cio' sia dovuto all'allungamento della vita (cosa che mi pare contradditoria perchè l'Alzheimer è una demenza senile precoce), ad una maggior precisione delle diagnosi o non piuttosto al tipo di vita estremamente stressante che conduciamo. Mi ricordo che quando ero ragazzino, negli anni Cinquanta, di Alzheimer non si parlava quasi, c'era l'arteriosclerosi, il nonno che inseguiva le domestiche per appioppargli una pacca sul sedere, una cosa in fondo simpatica e innocua.

Si dice ancora che scopo di questa ricerca, in cui saranno investite centinaia di milioni di dollari, è di «individuare i meccanismi del funzionamento della mente da trasferire nei computer per sviluppare una 'intelligenza artificiale' sempre più simile a quella dell'uomo». Ma dai e ridai c'è il rischio che l' 'intelligenza artificiale' superi quella dell'uomo e lo assoggetti a sè stessa. E' l'ipotesi di Duemilauno Odissea nello spazio di Stanley Kubrick (del resto è successo, in tutt'altro campo, quello economico, che il meccanismo ci sia sfuggito di mano e oggi ci domini).

Ma l'obbiettivo finale di questa ricerca sul cervello, di questo progetto, ce lo svela, senz'ombra di turbamento, Edoardo Boncinelli, in un articolo sul Corriere della Sera: «E' fare dell'uomo una supermacchina». Cioè un robot. In una sorta di sinistro comunismo tecnologico saremo tutti, disperatamente, uguali.

(di Massimo Fini)

domenica 3 febbraio 2013

"Sono fascista per disciplina ma non credo negli uomini"


Altro che Piero il terribile: cortese, cortesissimo, spunta in cima alle scale della casa nel centro di Bologna, lo sguardo da Re Leone. Al telefono aveva detto: «È passato a trovarmi un reduce della RSI. Aveva perso la guerra e alla fine era in pace. Io non l'ho fatta perché ero troppo piccolo, ed è finita che ho dovuto odiare al posto loro. Per sessant'anni».

Ma a 82 anni Buscaroli più che di combattere ha voglia di raccontare, intrattenere, perfino ridere: «Gli dei mi avevano assicurato che nel 2012 sarei morto. Invece dicono tutti che sto bene, se lo dicono loro... Mi hanno trovato un po' di diabete. Raccontava un amico napoletano, Oderisio Piscicelli Taeggi, ufficiale del Regio Esercito: “il diabete è la malattia più deliziosa del mondo. È una schermaglia quotidiana con la glicemia”». Storia, giornalismo, musicologia: Buscaroli ha scritto «in guerra». «Il mio Beethoven ha corretto più di 150 dati storici. Per decenni mi sono domandato se avrei avuto la forza di prendere per il collo questo gigante. Mi sono chiuso nella casa in campagna, a Monteleone, per quattro anni: mangiavo e dormivo quando capitava. Una volta ebbi un collasso, se ne accorsero in tempo per fortuna». Ma Dalla parte dei vinti (Mondadori, 2010) è una controstoria italiana, risentita, sì, però piena di dati, episodi, cose. E ora La bancarotta dei vincitori (uscirà in primavera per Minerva edizioni, pare gli abbiano assicurato la massima libertà e il minimo di editing). C'è il revisionismo «alla Buscaroli», ma anche i pezzi dal Vietnam, pieni di vitalismo e curiosità; e i ricordi dei maestri. Oltre all'animo eracliteo da Polemos signore di tutte le cose, emerge la gioia sottile di raccontare. Nel libro emerge un Leo Longanesi inaspettato: uomo dalle idee «ferme e forti».

«Non ci demmo mai del tu. Ma era lo stesso con il suo grandissimo amico Giovanni Ansaldo, cui una volta domandai: “ma come mai, con la dimestichezza che avevate avete continuato a darvi del lei fino alla fine?”. Rispose: “Con tutto quello che si sapeva l'uno dell'altro, se ci si dava del tu che troiaio veniva fuori!”. Su Longanesi le confesso una cosa esplosiva».

Prego.

«Appena prima di morire \ voleva andarsene in America con una ragazza lunga, di belle fattezze, che chiamavamo la Cannavòta. Aveva raccolto molti soldi, era pronto. Forse non avrebbe avuto il coraggio di lasciare la moglie, che aveva annusato qualcosa, e i figli. Era disgustato dall'Italia».

Come lei...

«Ho rifatto i conti con il passato almeno tre volte. Gli italiani buoni non sono mai esistiti. O meglio, gli italiani buoni non parlano. E sono pochissimi».

Anche sotto il fascismo?

«Già allora l'Italia era quella di adesso. Nessuno degli intellettuali, da Benedetto Croce a Marconi, ebbe il tempismo o l'astuzia di dire a Mussolini: “stai facendo una porcata” con le leggi razziali».

E chi si salva?

«Un episodio. A Imola, quello che poi divenne il comandante delle Brigate Nere di mestiere faceva il direttore di un ospizio. I soli ricchi ebrei a Imola erano la famiglia Fiorentino: padre e madre riuscirono a scappare, lasciando lì il padre della moglie, il generale Gallicchi. Fu aiutato da questo gerarca, e accolto nell'ospizio».

Un italiano buono, e zitto...

«Appartenere a una parte o all'altra dipende da un momento, dal Caso. Mio padre era fascista, “per disciplina” come disse, con frase bellissima, Edda Ciano. Senza farsi tante domande. Anch'io lo sono, “per disciplina”».
Ma non è stato tenero con l'Msi.

«Negli anni '50. Un gruppo di politici e intellettuali che volevano “rifondare la destra” invitarono Longanesi e me. C'erano De Marzio, Tedeschi, Guglielmi. E Arturo Michelini, che aveva scarpe bianche, di una bellezza... Mentre parlavano di “vecchi ideali”, guardavo Longanesi, abbacinato dalle scarpe. Poi sbottò: “Ma lei! Come si fa a parlare di destra con quelle scarpe lì?”».

Non apprezzava Almirante. Chissà Fini...

«Il peggiore di tutti. Una volta mi invitò a Faenza. Fece due comizi tutti uguali, comprese le congiunzioni. Un nulla totale».

I politici di oggi?

«Bersani dice cose serie, sensate, ma non lo voto. Berlusconi è stato una delusione, anche se l'altra sera da Santoro ha fatto una cosa divertentissima, sul piano della farsa».

Torniamo ai buoni e ai belli di cui parla nel libro: Vincenzo Cardarelli.

«Montale, che non gli fu amico, scrisse che era stato lo scopritore del vero Leopardi, quello dello Zibaldone e delle Operette morali. Ma quando lo conobbi, a Roma, negli anni '50 era un fagotto. Stava al primo caffè di via Veneto, aveva sempre freddo. Era nato naufrago, abbandonato dal padre. Longanesi l'aveva scaricato crudamente, e lui l'aveva capito. Una volta avrebbe dovuto portarselo dietro alla mostra che organizzava al Sistina, ma lo lasciò lì. Longanesi era capace di freddezze assolute. Quando Longanesi morì Cardarelli disse: “È l'ultimo dispetto che potevi farmi”».

E veniamo a uno che la nomea di evitabile l'ha avuta per decenni, Mario Praz.

«La casa della vita era il più grande libro italiano dopo Lemmonio Boreo di Soffici. Ma quell'anno, era il '59, il premio andò a Il Gattopardo. Scrissi una recensione, me ne ringraziò, e iniziò il nostro rapporto. Antidemocratico d'istinto. Timido, piede caprino, occhio torto. Una volta andai da lui, vidi una magnifica libreria, gli chiesi di copiarla. Mi disse: “Pensi che l'ho copiata dal duca di Bedford”. È questa qui». 

La sua passione per il collezionismo?

«Io credo nelle cose, non credo negli uomini».

Regalò una moneta d'argento a Nguyen Cao Ky, primo ministro sud-vietnamita dal '65 al '67...
«Inviai a Ky un esemplare delle due lire d'argento del 1923, col fascio littorio e la scritta “Meglio vivere un giorno da leone che cento anni da pecora”. Avevo una mia idea della guerra in Vietnam. Convinsi, con fatica, Tedeschi e Giovannini a spedirmici come inviato».

Quale idea?

«Stavo con i vietnamiti del Sud, gravati dalla divisa americana. Capii che il vero coraggio stava dalla loro parte: considero i sudvietnamiti come la RSI».

Il suo incontro con Ky...

«Sapeva che non avrebbero vinto. Come premio i generosi americani gli diedero una pompa di benzina. Gli americani sono il peggio, peggio dei russi. E ora sono contento perché rimarranno fregati dai cinesi».

In Vietnam incontrò Susanna Agnelli...

«Egisto Corradi e io credevamo fosse arrivata come crocerossina. E invece era lì, puntualizzò, come inviata da una lega di società di Croce rossa. Approfittava dei mezzi di trasporto degli americani ma stava con i vietcong. Piena di snobismi, raccontava delle serate con Moravia e la Maraini chiamandoli Dacia e Alberto. Mi venne alla mente la delicata poesia di Dacia: “Ti orinerò sulle mani, mio tanto amico...”».

Per lei la guerra è continuata.

«Ho cercato di fare tutto il male possibile ai miei nemici. Sono stato uno dei migliori agenti dei servizi segreti tedeschi, spagnoli, portoghesi e giapponesi. Senza prendere soldi, solo per odio verso l'altra parte. Ma mi sono anche gratuitamente divertito».

Come?

«Nel 1970, quel farabutto di Willy Brandt volle fare un regalo in danaro al Vaticano, in occasione della sua visita a Roma. Quando i tedeschi cercarono di capire le reazioni, raccontai che un importantissimo vescovo lituano faceva notare che si aspettava molto di più da una potenza come la Germania. Tutti credettero all'esistenza di questo vescovo...».