Visualizzazione post con etichetta sardegna. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sardegna. Mostra tutti i post

sabato 18 maggio 2013

Inquinamento, “danni e alterazioni del Dna” nei bambini che vivono a Sarroch

 
I bambini di Sarroch (Cagliari) “presentano incrementi significativi di danni e di alterazioni del Dna rispetto al campione di confronto estratto dalle aree di campagna”. E’ quanto si legge in una ricerca epidemiologica condotta da otto ricercatori e pubblicata su Mutagenesis, rivista dell’Università di Oxford. Lo studio, sette cartelle fitte di dati e analisi, è stato acquisito dalla Procura di Cagliari, come scrive il quotidiano La Nuova Sardegna, e il fascicolo è sulla scrivania del pm Emanuele Secci, titolare dell’inchiesta giudiziaria sullo stato ambientale dell’area tra Cagliari, Pula e Teulada. Dove si trova Sarroch, il comune della provincia di Cagliari che ha visto il suo territorio devastato dalla presenza di veri e propri ecomostri: dal litorale su cui sorge l’agglomerato industriale petrolchimico che si è sviluppato a partire dalla raffineria di petrolio della Saras, fino all’entroterra espropriato dal poligono militare di Teulada.

Un’area altrimenti ricca di sole, di mare e di splendide spiagge che i ricercatori di Oxford paragonano invece a quella della centrale termica di Taichung, a Taiwan, e a Pancevo, la cittadina industriale siberiana considerata tra le più inquinate del mondo e conosciuta come la città dei tumori. Lo studio pubblicato su Mutagenesis mette a confronto un campione di 75 bambini tra i 6 e i 14 anni che abitano vcino al sito industriale di Sarroch, con 73 loro coetanei che vivono invece nelle zone agricole e rurali dell’isola. Partendo dal presupposto che “la qualità dell’aria è una questione ambientale d’importanza primaria nelle aree industrializzate, con potenziali effetti sulla salute dei bambini residenti nelle aree circostanti” sono state rilevate le concentrazioni di benzene e di etil-benzene nell’aria, nei giardini della scuola di Sarroch e in un villaggio rurale.

E i risultati dicono che “I livelli esterni di benzene e di etil-benzene sono risultati significativamente più alti nei giardini della scuola di Sarroch rispetto al villaggio rurale. Elevate concentrazioni sono state inoltre rilevate nelle vicinanze del polo industriale”. Che la zona fosse a rischio è cosa nota. Diversi studi hanno già dimostrato che da queste parti ci si ammala di leucemia tre volte tanto rispetto alla norma. E già il documentario Oil di Massimiliano Mazzotta nel 2010 aveva aperto uno squarcio sugli effetti deleteri sulla salute e sull’ambiente prodotti dalla raffineria Saras della famiglia Moratti. Ma non è finita qui, perché la ricerca dell’Università di Oxford ha analizzato anche i livelli di alterazioni del Dna in uno studio effettuato su un sottocampione di 62 bambini.

E qui il risultato è ancora più scioccante “La ricerca dimostra che i bambini residenti in prossimità del polo industriale di Sarroch presentano anche significativi danni e alterazioni del Dna”, è scritto nelle conclusioni dello studio. L’inquinamento dell’atmosfera prodotto anche dal polo industriale di Sarroch potrebbe essere responsabile di vere e proprie mutazioni genetiche nel Dna dei bambini che lì vicino abitano, studiano e giocano. Interpellata più volte da ilfattoquotidiano.it, la Saras dei fratelli Moratti preferisce però non rilasciare alcuna dichiarazione in merito.

martedì 18 settembre 2012

La maschera sarda di Juan Domingo Perón


“Ah! Lei è argentina! Lo sa che il vostro grande presidente Juan Domingo Perón era nato proprio qui!”. “A Mamoiada! E com’è che noi argentini non ne sappiamo niente?”. “Be’, perché sono stati i vostri servizi segreti a nasconderlo!”. Scrittrice di Buenos Aires finita in Barbagia per una ricerca sul Carnevale sardo, Luisa Valenzuela forse esagera volutamente nel riferire della sua assoluta sorpresa. Ripetuta dai giornali sardi fin dal 1951, la storia, o leggenda, era stata in effetti oggetto di un libro del 2000 del sardo Peppino Caneddu di cui la stampa argentina aveva parlato ampiamente, discutendo delle prove in pro e in contro. Tra queste, però, non c’era quella da cui Luisa Valenzuela ha tratto l’improvvisa intuizione proprio grazie allo studio che stava facendo. Fateci caso anche voi: la maschera lignea di un Mahmutone, non è forse identica al volto del generale dei descamisados?  E di che è fatta poi, se non di legno di pero selvatico? Pero, Perón. Ma chi raffigurano poi i Mahmutones se non Bacco-Dioniso, antica divinità pagana delle forze della natura? E cos’è il populismo peronista, se non un’irruzione del dionisiaco in politica? La folla in perpetuo delirio, la redistribuzione delle risorse trasfigurata in consumo e spreco orgiastico, e perfino quella meravigliosa Arianna abbandonata e poi incoronata dal Presidente a santa degli oppressi, corrispondente al nome di Evita.

Ovviamente, non sono “prove” da saggio storico. Ma da romanzo sì: e “La  máscara sarda” è appunto il titolo del romanzo storico che è uscito ad agosto per Seix Barral (248 pagine, 99 pesos). Era stato lo stesso Perón a spiegare che il suo cognome era in realtà una deformazione dell'italiano “Pieroni”. Il suo bisnonno sarebbe stato un medico “di un Paese vicino a Sassari” emigrato a Buenos Aires nel 1860. Ma quando lui era giovane le leggi impedivano agli immigrati di entrare all’Accademia Militare. Nato a Mamoiada nel 1892, emigrato a 17 anni in Argentina e sposatosi con la figlia del facoltoso possidente di origine italiana presso la cui impresa si era impiegato, Giovanni Piras sarebbe stato dunque aiutato a studiare da ufficiale dal suocero, impressionato per la sua brillante intelligenza. Ma prima avrebbe dovuto occultare la sua origine, cambiando il nome. Va ricordato che questo Giovanni Piras nato a Mamoiada nel 1892 è esistito davvero, e le foto lo mostrano somigliante al generale in modo impressionante. Emigrò nel Chubut, la regione in cui Perón trascorse la sua infanzia; ma dopo il matrimonio non diede più notizie di sé. Davvero era diventato Perón? O semplicemente aveva interrotto i rapporti con la famiglia perché non informato della morte della madre.

Luisa Valenzuela ci ha poi  mescolato l’altra leggenda di Juancito Sosa: figlio illegittimo di una teuhelche, che avrebbe cambiato nome perché in Accademia avevano problemi anche bastardi e meticci. Immagina dunque Piras che si fa adottare dalla madre dell’indio, morto a 17 anni. E poi sostituisce una terza identità alla seconda che ha già sostituito la prima: una delle pagine più suggestive mostra Perón davanti alla tomba dove è scritto il nome di Giovanni Piras, e dove è invece seppellito Juan Sosa.  “Lei è trino mio generale”, gli dice poco prima della morte José López Rega: il Rasputin che lo tiene in pugno proprio perché conosce l’intricato mistero delle sue origini. “Lei è Juancito Sosa ed è Juan Perón, naturalmente, ma non dobbiamo dimenticare che prima di tutto lei è Juanne di Mamoiada, quello che chiamavano anche Juvanneddu o Jovennu. Lei è la reincarnazione di Dioniso, colui dai molteplici nomi”.

(di Maurizio Stefanini)

lunedì 2 luglio 2012

La Corazzata Roma ritrovata sui fondali del Golfo dell'Asinara



Alla fine è stata ritrovata la nave perduta. Il 26 giugno al largo dell’Asinara, a 1.200 metri di profondità, è stato individuato il relitto della corazzata Roma, nave da battaglia della Regia Marina, affondata da due bombe teleguidate sganciate dai bombardieri tedeschi il 9 settembre 1943. La nave era partita dal porto di La Spezia con altre due corazzate, l’Italia e la Vittorio Veneto, seguita da tre incrociatori e da 8 cacciatorpediniere, alle ore 03 di quello stesso giorno. Nel testo dell’armistizio sottoscritto dal governo Badoglio il giorno 3 precedente, era prescritto che le navi italiane si trasferissero “in quelle località che saranno designate dal Comandante in capo alleato”; una clausola particolarmente importante per gli anglo-americani.

NON VOLEVANO CONSEGNARE LA NAVE AL NEMICO - L’ammiraglio Raffaele de Courten, ministro della Marina nel governo Badoglio e Capo di Stato Maggiore della Regia Marina, con l’ammiraglio Carlo Bergamini, comandante in capo della Squadra da battaglia, erano orientati verso l’autoaffondamento delle navi piuttosto che consegnarle al nemico. Appena due giorni prima quella stessa flotta era pronta ad uscire per combattere, nelle acque del Tirreno meridionale, la sua ultima battaglia. Infatti nel corso delle trattative per un armistizio le operazioni di guerra proseguono e si intensificano perché si cerca di giungere alla sospensione delle ostilità nelle condizioni migliori possibili. E’ chiaro che se la Marina italiana avesse inflitto gravi perdite al nemico (come era molto probabile) le condizioni di un eventuale armistizio avrebbero potuto essere meno svantaggiose per l’Italia. Questo, almeno, era ciò che pensavano i vertici della Marina Italiana, ancora all’oscuro della già avvenuta firma dell’armistizio che sarà comunicata loro, dal Capo di Stato Maggiore Generale gen. Ambrosio, solo alle ore 18 dell’8 settembre.

LA FLOTTA ITALIANA DIVENTO’ BOTTINO DI GUERRA - Venuta meno la necessità di combattere, la flotta aveva accettato di dirigersi verso il porto de La Maddalena disattendendo l’ordine di raggiungere i porti nemici. Il governo Badoglio aveva impartito quell’ordine con la reiterata affermazione che non sarebbe stata ammainata la bandiera nè le navi sarebbero state cedute al nemico. Affermazione, quest’ultima, assolutamente menzognera, in quanto la flotta italiana sarà poi ripartita fra i vincitori quale bottino di guerra.

LA SCOMPARSA DELLA FLOTTA FU TRADIMENTO - Non sarà possibile sapere cosa avrebbe deciso in merito l’Ammiraglio Bergamini perché cadde, affondando insieme alla corazzata Roma, con i suoi 1392 uomini di equipaggio. Di fatto la scomparsa della flotta italiana dal teatro del Mediterraneo modificò radicalmente l’equilibrio marittimo della guerra. Il tradimento ed il passaggio al nemico furono tradimento non solo nei confronti dell’alleato tedesco ma, soprattutto, nei confronti dell’Italia e dei soldati italiani. Un armistizio negoziato avrebbe forse portato l’Italia fuori dal conflitto; invece con la resa senza condizioni del settembre ‘43, ed il conseguente passaggio dalla parte del nemico, non solo chi la stipulò venne meno alle leggi dell’onore militare, ma fece sì che la guerra guerreggiata si spostasse sul suolo italiano, causando distruzioni immani, e si trasformasse nella peggiore delle guerre: la guerra civile.

SAREBBE STATO UN DISONORE ANCHE PER GLI USA - D’altra parte, neppure il nemico stesso aveva chiesto il capovolgimento di fronte: il comandante in capo nemico, gen. Eisenhower, aveva escluso che si potesse chiedere agli italiani di schierarsi dalla parte degli anglo-americani e contro i tedeschi, in quanto ciò avrebbe costituito per essi un disonore. Un disonore che il ritrovamento della corazzata Roma, con il “sacrario” che racchiude e custodisce, riportano ora al vaglio delle nostre coscienze. Una riflessione che potrebbe portare a comprendere le ragioni per le quali coloro che hanno combattuto la guerra in modo onorevole, indipendentemente dal fatto che abbiano vinto o perso, dettino ancora oggi le condizioni a chi si è illuso che fosse sufficiente saltare sul carro del vincitore. Come ha scritto Stenio Solinas: “Per esorcizzare il dramma, ci andavamo specializzando nella farsa. Nel tempo è diventata una seconda pelle”.

(fonte: www.ilvostro.it)

martedì 5 aprile 2011

Gli americani rivogliono La Maddalena, sopralluogo della Us Navy


Nell'arcipelago tornano gli americani. Non una forza a sé inquadrata nella Us Navy, come dal 1972 al 2008: gli uomini della Marina statunitense faranno parte di un distaccamento della Nato. Forse con loro ci saranno marinai di altre nazioni che aderiscono al Patto Atlantico. Ma niente più sommergibili a propulsione nucleare armati con missili atomici: almeno così sembra dalle prime indiscrezioni. Solo una nave simile all'Orion e agli altri mezzi-appoggio di un passato a stelle e strisce che si pensava dimenticato.

In questo caso, infatti, si parla piuttosto di unità per il supporto logistico e il pronto intervento, da tenere all'àncora sull'isola di Santo Stefano. Non si esclude che gli ufficiali Nato possano venire accolti nell'ex ospedale militare, trasformato in hotel superlusso durante i lavori per il G8 mancato e poi mai aperto in attesa del bando di gara della Regione. Tempi previsti per il via al piano: fine estate, probabilmente settembre.

Le novità che da Bruxelles e Roma rimbalzano alla Maddalena sono mozzafiato. Arrivano nel momento in cui il processo di riconversione dell'arcipelago per usi civili appare arenato. E in secche pericolose. Tra la pesantissima eredità lasciata dalla Cricca di Balducci, Bertolaso, Anemone & Company. Tra effetti delle inchieste giudiziarie, bonifiche mai concluse, appalti gonfiati ad arte. Tra le macerie di una ricostruzione in parte fallita. Tra i ritardi accumulati dalla nuova Struttura di missione della Protezione civile. Tra i palleggiamenti di responsabilità per il mancato decollo di mille iniziative che vedono da mesi defilati Regione, ministero dell'Ambiente, presidenza del Consiglio.

E pongono naturalmente tanti interrogativi. Che cosa significa in un quadro del genere l'ipotesi di rilancio della presenza militare nell'arcipelago? Come si concilierà tutto questo con i programmi per valorizzare l'industria delle vacanze? Come sarà possibile indirizzare verso un'unica direttrice il turismo e le incognite degli insediamenti bellici?

Per il momento è prematuro trovare risposte certe. L'intera operazione è coperta da strettissimo riserbo. Non si sa ancora se i dati raccolti sul campo da alcuni inviati Nato, insieme con l'iniziale screening sulle possibilità concrete d'azione del rischieramento, verranno effettivamente confermate. L'unica sicurezza è che la decisione di esplorare un ritorno a Santo Stefano rappresenta di fatto un'inversione di rotta rispetto agli ultimi anni. Di più: il riallineamento di forze è legato a quel che da mesi succede sulle coste nordafricane. Rivolte delle popolazioni arabe, guerra civile con conseguenti raid alleati in Libia, imponenti flussi migratori, mutamenti negli assetti geopolitici del Mediterraneo: tutto ciò ha indotto governi, analisti e comandi occidentali a preventivare misure alternative nei confronti delle posizioni consolidate assunte finora.

Lungo questa linea si colloca, per esempio, la decisione di rafforzare la base americana di Sigonella, in Sicilia. Nella stessa ottica, il potenziamento dell'attività di scali militari vicini all'isola, come l'aeroporto corso di Solenzara, oltre che il ruolo svolto da Decimomannu. E, ancora, il febbrile riavvio delle comunicazioni con i ponti radio collocati sui rilievi dell'isola di Tavolara. Non è dunque casuale che nelle ultime settimane il transito di sommergibili italiani, francesi e americani sia tornato quello dei tempi caldi. Periodi nei quali, come succedeva esattamente 25 anni fa, gli Usa si preparavano a sferrare un attacco contro Tripoli: corsi e ricorsi della Storia. O momenti della Guerra fredda contrassegnati dalla presenza della flotta sovietica nel Mediterraneo.

Manovre ad ampio raggio, quindi. Ma, in attesa di riscontri formali per ora difficili da ottenere, alla Maddalena la sola ipotesi di un rientro americano scatena le reazioni più diverse. Se questa possibilità verrà confermata nei prossimi giorni, del resto, i confini del dibattito politico non saranno limitati all'arcipelago ma si estenderanno a tutta la Sardegna. E si ripresenterà lo scontro fra coloro che hanno creduto in un'alternativa di pace in questo caso fondata sulla riconversione turistica e tutti quelli che invece hanno pensato solo alle ricadute per gli affari immobiliari e per il commercio.

Le ultime notizie sono trapelate proprio tra le pieghe del costante conflitto tra i delusi dalla partenza dell'Us Navy e chi al contrario paventa il blocco totale delle iniziative basate sull'industria delle vacanze. In un contesto del genere non è così passato inosservato l'arrivo nell'ultima settimana di due alti ufficiali statunitensi, pare inquadrati nella Nato. I quali, come raccontano i bene informati che nonostante la lontananza non hanno mai smesso di coltivare rapporti con gli americani passati di qui, hanno spiegato in giro di voler dare un'occhiata ai moli e ai tunnel lasciati tre anni fa a Santo Stefano.

«Più per nostalgia che per altri motivi», avrebbero aggiunto. Per poi puntualizzare con autorità militari locali i veri motivi della visita: verificare lo stato dei luoghi per un'eventuale ripresa dell'attività sull'isola. Circostanze in poche ore riprese e rilanciate nelle conversazioni telefoniche tra la Sardegna e Washington. Dove più d'uno degli americani a suo tempo referenti di operatori maddalenini, oggi al Pentagono, avrebbe confermato le tesi allo studio della Nato.

Nel frattempo le voci sono corse sul web. Tra forum e blog, sul sito del consigliere regionale Paolo Maninchedda si annuncia un'imminente ispezione della Difesa alla Maddalena: «Perché questa visita? Che cosa sta accadendo di nuovo?», si chiede fra l'altro l'esponente sardista. Niente di strano che tutto si leghi così all'ultima ipotesi in campo. Ipotesi resa plausibile dal fatto che l'ex base per la manutenzione dei micidiali hunter killer sarebbe ancora in locazione alla Us Navy. Con un contratto dalla scadenza significativa: 2034.

domenica 27 febbraio 2011

Nel poligono di Salto di Quirra trovate cassette di uranio


Ormai non ci sono più dubbi: nel Poligono Interforze di Perdasdefogu-Salto di Quirra (Pisq) c'è l'uranio. La svolta nell'inchiesta - aperta a metà gennaio dalla Procura di Lanusei per fare chiarezza sui numerosi casi di linfoma di Hodgking che hanno colpito la popolazione e alcune malformazioni negli animali - è arrivata sabato, al termine delle ispezioni ordinate dal procuratore Domenico Fiordalisi in due magazzini nella base e a Capo San Lorenzo, dopo che la pioggia aveva fatto affiorare dal terreno parti di missili e di radiobersagli.

CINQUE CASSETTE - Sono state sequestrate cinque cassette metalliche dove i rilevatori hanno registrato valori di radioattività cinque volte superiori alla norma e l'intero deposito dove erano custodite. Sono stati portati via anche tutti i documenti (disposizioni interne, ordini di servizio, turni di lavoro, regolamento dei magazzini) con i quali si potranno accertare responsabilità, soprattutto sul fatto che sia all'ingresso del magazzino, sia sopra le casse, non erano stati posti i segnali necessari a distinguere la presenza di materiale radioattivo. Sabato mattina una squadra di poliziotti e vigili del fuoco specializzati, accompagnati dalla dottoressa Maria Antonietta Gatti (responsabile del Laboratorio dei biomateriali del Dipartimento di Neuroscienze dell'Università di Modena e Reggio Emilia) e dal fisico nucleare professor Paolo Randaccio hanno fatto un sopralluogo nella base militare facendo la scoperta che forse apre definitivamente uno squarcio sull'intera vicenda. Il materiale è ora nel bunker dell'Università di Cagliari.

ORDIGNI IN MARE - Da un primo esame, il materiale potrebbe essere stato usato dall'Aeronautica tedesca durante esercitazioni effettuate negli anni '60-'70 e poi interrato dopo la bonifica, ma spetta ora agli specialisti analizzare più approfonditamente i reperti. Due settimane fa il procuratore Fiordalisi aveva ordinato il sequestro probatorio dei fondali marini davanti all'area di addestramento marino del Salto di Quirra. Sul fondale i subacquei avevano individuato numerosi ordigni a pochi metri di profondità. L'inchiesta è stata avviata per accertare se vi siano relazioni fra le esercitazioni militari effettuate nella zona e i casi di tumore e malformazioni.

DUE MILITARI - I controlli nei due magazzini sarebbero stati decisi dopo le deposizioni testimoniali di due militari, un siciliano e un campano, che hanno lavorato per due anni al Pisq, con mansioni di magazzinieri nei depositi dei materiali speciali. I due si ammalarono di linfoma non Hodgkin quando erano ancora in servizio. Sottoposti a chemioterapia, erano rientrati in servizio ma sono stati riformati dopo una recidiva delle malattia. I due ex militari avrebbero segnalato agli inquirenti anche i nomi di altri colleghi colpiti dalla stessa malattia dopo il servizio al Pisq.

venerdì 22 ottobre 2010

Protesta pastori: Petrini, fermare la speculazione del latte

Carlo Petrini guarda fisso negli occhi il commissario europeo all’Agricoltura Dacian Ciolos e attacca: «Se i pastori sardi sono nelle condizioni che andate leggendo in questi giorni la colpa è degli speculatori che vanno in Romania e lì acquistano a prezzi ridottissimi il latte e poi lo portano in Italia. Questo commercio sleale ha un nome: dumping. Noi a Terra Madre ospitiamo pastori romeni che sanno fare ottimi formaggi. Ecco, commissario: cerchiamo di far produrre più formaggi e bloccare questo commercio illegale. Sono ottimi i vostri prodotti e a Torino, con una comunità romena così fortemente rappresentata, li vendereste benissimo».
Anche ieri è andato dritto all’obiettivo il patron di Slow Food Petrini davanti alla foltissima platea della Sala Gialla del Lingotto. Chissà come avrà tradotto la signorina che accompagnava Dacian Ciolos certe espressioni piemontesi che Petrini (e anche il sindaco Chiamparino) hanno usato in abbondanza. Ma una cosa è certa: il commissario ha capito e apprezzato il messaggio. In ogni caso, Petrini ha ribadito il concetto: «In Romania bisogna implementare la produzione del latte per fare buoni formaggi e non favorire speculazioni fatte dai rumeni, ma anche dagli italiani sul latte a basso prezzo: insomma, è tempo di fermarli entrambi. I romeni producano buoni formaggi e gli italiani smettano di comprare formaggi tarocchi».
Applausi. Ancor più forti quando Petrini ha parlato della misera retribuzione dei pastori sardi. «Volete sapere quanto prendevano queste persone per un litro di latte nel 2000? Duemila lire. E volete sapere quanto guadagnano adesso? Sessanta centesimi. Vi sembra possibile?». Gran battimano anche quando Carlin ha detto che «è giunto il tempo di un’agricoltura 2.0. E quindi dobbiamo far sì che una nuova generazione di giovani torni a lavorare la terra». Poi è sceso nei dettagli: «Oggi il 44% degli addetti ha più di 65 anni». Secondo il fondatore di Slow food «ci vuole un grande processo educativo, bisogna fare in modo che nelle scuole ci sia un’educazione alimentare».

sabato 9 ottobre 2010

L'ultimo messaggio su Fb: "Meglio morire in piedi che vivere una vita strisciando"


Il militare italiano, morto questa mattina in Afghanistan aveva compiuto 32 anni il 24 settembre scorso e sulla bacheca del social network in tanti gli avevano fatto gli auguri e dato appuntamento per il suo ritorno in Sardegna.
"Houston.... ti ho lavato la macchina - gli aveva scritto, invece, scherzosamente la sorella Antonella qualche giorno fa - almeno non me lo chiedi più, la prossima lavata quando torni". Orfano di padre, il caporal maggiore Gianmarco Manca aveva preso il diploma di geometra ad Alghero. Dopo la morte del genitore, un maresciallo dell'Aeronautica scomparso nel 2003 in un incidente, Gianmarco si era arruolato.
Effettivo al 7/o Reggimento alpini di Belluno, Gianmarco lascia la mamma Pierina Cuccuru e la sorella Antonella. Questa mattina le due donne hanno appreso la notizia nella casa di viale della Resistenza ad Alghero dallo stesso Comando degli alpini.
Davanti alla casa di famiglia si sono radunati parenti e amici per portare cordoglio ai parenti. Il caporal maggiore era alla sua quarta missione all'estero. Prima della partenza per l'Afghanistan la mamma Pierina aveva cercato di convincerlo a desistere perché temeva per la sorte del figlio.
"Mia madre non voleva che partisse - ha detto stamattina la sorella Antonella ai giornalisti - ma Gianmarco le aveva detto: mamma io i miei colleghi soli non li lascio, loro sono la mia famiglia. Erano dei ragazzi meravigliosi - ha aggiunto Antonella Manca - erano alla quarta missione insieme, non si sentivano degli eroi. Gianmarco diceva che era un lavoro come un altro, mio fratello è morto facendo il suo lavoro. Voleva ottenere l'avvicinamento in Sardegna per stare vicino a mia madre e a me - ha concluso la sorella - l'ultima cosa che ci siamo detti qualche giorno fa è stato l'appuntamento all'aeroporto di Alghero dove sarebbe arrivato in mimetica come sempre".

venerdì 1 ottobre 2010

Cappellacci azzera la sua giunta: ipotesi dimissioni per il Governatore

L'ultimo scontro politico con gli alleati (e fra gli alleati) ha generato una decisione clamorosa, che ha colto impreparato il mondo politico isolano. Nessuno degli assessori prevedeva questa conclusione, al momento della chiamata serale per un veloce ritorno in sala giunta. Ma la constatata impossibilità a chiudere questa verifica politica ha convinto Cappellacci a condividere con tutta la maggioranza questo momento di grande difficoltà: sardisti e riformatori non si sono presentati all'incontro di ieri, rompendo quel traballante accordo con l'Udc e facendo a pezzi l'alleanza di governo.

COSA È SUCCESSO Giornata convulsa. La seduta di giunta della mattina si chiude in un clima particolare, perché poteva essere l'ultima con quell'organico. Nel pomeriggio, il primo strappo: il Partito sardo e i Riformatori si chiamano fuori, consegnando al presidente un documento con otto punti programmatici e sottolineando che «il presidente della Regione ha da tempo acquisito ogni informazione utile alla composizione della giunta migliore possibile, cosa che rende superfluo ogni ulteriore confronto in merito». Cappellacci si ritrova con l'Udc (Giorgio Oppi e Sergio Milia), l'Uds (Mario Floris) e l'Mpa (Franco Cuccureddu). Il Pdl non era convocato, l'assenza di Mariano Delogu (in Senato per il voto di fiducia) è ininfluente. Il confronto si chiude senza decisioni, ma con un mandato per il presidente a risolvere in fretta questa situazione.
La fumata nera rende Cappellacci più determinato, il governatore realizza che le condizioni per arrivare a un accordo non esistono. La sua proposta (cinque assessori al Pdl, due tecnici e cinque poltrone per gli alleati) non cambia e non cambierà e la frattura fra sardisti e Udc (consumata di fronte all'ascensore del Consiglio) gli fa prendere una decisione delicata. Richiama gli assessori a Villa Devoto - da ieri tornata a essere una sede istituzionale - e di fronte ai pochi presenti (alcuni assessori erano già ripartiti verso casa) comunica in pochi minuti che oggi ritirerà le deleghe a tutti. Si chiude una fase, se ne apre un'altra, una crisi dove le uscite non sono visibili.

I RETROSCENA Cappellacci poteva ricostruire la giunta con i partiti che lo sostengono e confermando i tecnici di sardisti e Riformatori, evitando di aprire la crisi. Oppure alzare il tiro e sottolineando l'impossibilità di trovare un accordo. Ha scelto la seconda strada e sarà un incontro delle forze di maggioranza - la convocazione dovrebbe arrivare oggi - a cercare di ricostruire i pezzi dell'alleanza. Fra Udc e sardisti è alta tensione, dopo lo scontro verbale fra Oppi e Paolo Maninchedda. I Riformatori tengono duro, un possibile accordo sulle elezioni a Cagliari sarebbe un salvagente per riportarli “dentro”. Da ieri, un piede nella giunta ce l'ha l'ex presidente Floris, al quale andrebbe la quinta poltrona alleata . Il confronto si gioca anche e soprattutto su incarichi di sottogoverno, direzioni generali sbattute sul tavolo del confronto, nomi di peso che i partiti spingono in abbinata col proprio assessore.
Tutto questo, ha convinto Cappellacci a dire «basta». Ma i problemi emersi in queste ultime settimane saranno gli stessi con cui dovrà confrontarsi da oggi.

LA FRATTURA Nel documento consegnato al presidente, sardisti e riformatori rilevano come «i tempi della maggioranza nel rafforzare la giunta siano sempre meno compatibili con la drammatica situazione economica della Sardegna». Una situazione di «scollamento» dalla vita politica che metterebbe a rischio «gli stessi presupposti della convivenza civile in Sardegna». Inutili le consultazioni e le verifiche, scrivono, perché «riteniamo che il presidente della Regione abbia da tempo acquisito ogni informazione utile alla composizione della miglior giunta possibile». Quindi, gli otto punti da condividere nella maggioranza: «Riforma strutturale della spesa nella finanziaria 2011 per liberare risorse allo sviluppo; riduzione del numero dei consiglieri regionali; riforma del sistema sanitario; sblocco dei trasferimenti ai Comuni e agli enti locali; abolizione delle province e dei consorzi industriali; riforma della burocrazia regionale; nuove leggi su sviluppo e occupazione; riforma dell'istruzione».

domenica 26 settembre 2010

Ottana, tre fucilate contro la casa del sindaco


Cinquecento grammi di gelatina e nitrato d'ammonio. Che deflagrano fuori dalla porta dell'Eiss, l'ente privato che eroga servizi sociali in paese. Provocando gravissimi danni. E, nemmeno cinque minuti dopo, tre fucilate sparate da un calibro 12 alle finestre della casa del sindaco Gian Paolo Marras, 40 anni, ex cassintegrato Legler, eletto a maggio. Con i pallettoni che bucano i vetri, rimbalzano su muri e soffitto. Feriscono a un polso la moglie Maria Grazia. Sfiorano la bimba di quattro anni. E arrivano dentro la culla del suo fratellino di due mesi.

Questo il bollettino di guerra della notte di Ottana. Che, miracolosamente, non registra nessun ferito. Ma lascia il paese intero sgomento. Con decine di persone, svegliate ieri a mezzanotte e quarantacinque dall'esplosione che sconquassa la palazzina gialloverde a pochi metri dal Comune, che da mattina si dividono incredule tra il centro sociale distrutto e la casa del sindaco, che irremovibile annuncia: «Mi dimetto».

Tutto accade in pochi minuti. Manca un quarto d'ora all'una quando il sonno dei 2500 abitanti del comune barbaricino è interrotto da un boato fortissimo. Arriva dall'Eiss, un ente privato che da qualche decennio lavora in collaborazione con Comune e Regione erogando servizi sociali. Carabinieri e polizia si mettono in moto e arrivano sul posto. Lo spettacolo che trovano è spettrale.

La porta della piccola palazzina in via Libertà è sventrata. Come la tettoia sovrastante. Sulla soglia un buco profondo una decina di centimetri segna dove la bomba è esplosa. Le finestre, anche una del vicino Comune, spaccate. Sulla strada vetri e detriti. Dentro calcinacci e mobilia in pezzi dappertutto.

Non c'è però nemmeno il tempo di rendersi conto della situazione. È circa l'una quando al centralino dei carabinieri arriva la telefonata disperata del sindaco Gian Paolo Marras. Stanno sparando alle finestre di casa sua. Sventagliate di pallettoni. La moglie è ferita.

I carabinieri della compagnia di Ottana, guidati dal capitano Antonio Parillo, si catapultano nella villetta di pietra e tufo di via Boeddu. Dove l'ex cassintegrato Legler, eletto a maggio nella civica «Noi per il futuro» vive con la moglie Maria Grazia Puddu e i due figli: una di quattro anni e uno di due mesi.

Anche qui la scena che si presenta è surreale. Tre delle quattro finestre della facciata sono crivellate dai colpi. I pallettoni, esplosi da un fucile da caccia calibro 12 dal muretto che delimita il giardino, hanno sfondato i vetri. Sono rimbalzati sul soffitto. Nella stanza di destra del piano di sopra, la prima a essere colpita, dormivano il sindaco, la moglie, e i due bambini ai due lati del letto. Quando i colpi sono arrivati i vetri spaccati hanno coperto il lettino della bimba. Che si è alzata urlando. Poi i pallettoni sono rimbalzati su muro e soffitto. Uno è finito vicino al polso della moglie Maria Grazia, bruciandola. Un altro si è appoggiato inerte nella culla del bimbo.

Il fuciliere sente le urla ma non si ferma, e spara altre due colpi sulle finestre del piano di sotto. Con i pallettoni che sfiorano la gamba del sindaco. Che scendeva le scale per prendere il telefono e avvisare i carabinieri. Arriva il 118, la moglie di Marras è ferita, ma rifiuta il ricovero «devo allattare» spiega. Entrambi sono sotto choc.

La notte passa veloce, e dopo poche ore Ottana si sveglia ferita. Volontari e impegati svuotano l'Eiss dalle macerie, mentre a pochi metri i bambini delle elementari fanno lezione. Gli artificieri dell'arma hanno già fatto i rilievi. La bomba era una micidiale miscela di gelatina e nitrato d'ammonio.

A poche centinaia di metri amici, familiari, ex compagni di lavoro, consiglieri comunali, semplici cittadini, portano la loro solidarietà al sindaco. Che, con la faccia tirata e la paura negli occhi, trova l'energia per una riunione straordinaria nella taverna di casa. C'è da annullare il consiglio previsto nel pomeriggio. Da fissare un'assemblea nei prossimi giorni. Da annunciare le proprie «irrevocabili» dimissioni.

In un attimo il cielo si gonfia di pioggia. E un velo plumbeo di tristezza e paura cala sulla nobile decaduta dell'industria della Sardegna centrale. Che, invece di risollevarsi, sembra cadere ogni giorno un po' più in giù.

venerdì 20 agosto 2010

Sardegna: protestano ancora i pastori, blocchi all'aeroporto di Alghero

Ancora un protesta in Sardegna del movimento dei pastori. Dopo il blocco nei giorni scorsi all'aeroporto di Olbia, stavolta a farne le spese sono stati i passeggeri diretti all'aerostazione di Alghero-Fertilia. Di fatto lo scalo non è stato occupato dai manifestanti del Movimento Pastori Sardi, ma le strade che conducono all'aerostazione sono bloccate con il risultato che i viaggiatori non possono raggiungerla in auto. Centinaia gli allevatori che hanno manifestato sulla strada provinciale che collega Alghero con lo scalo di Nuraghe Biancu impedendo, così, l'accesso ai passeggeri. Attualmente i voli stanno partendo con qualche minuto di ritardo per consentire ai viaggiatori, fra cui molti turisti, di raggiungere il terminal. I passeggeri, infatti, sono costretti a percorrere alcuni chilometri a piedi in quanto le vie di accesso sono state bloccate anche dalle forze dell'ordine, ed il gran caldo sta rendendo ancora più disagevole il percorso verso lo scalo.

I DISAGI - Con polizia e carabinieri in tenuta antissommossa non vi è stato alcun contatto: le forze dell'ordine hanno presidiato gli ingressi dell'aeroporto e i manifestanti non hanno cercato di forzare il blocco. Una manifestazione tutto sommato tranquilla con l'unica eccezione per i disagi provocati ai passeggeri in partenza che devono prendere l'aereo. Forti le proteste da parte degli utenti, molti hanno perso il volo e le successive coincidenze internazionali. La decisione del Movimento Pastori Sardi di dirigersi verso l'aerostazione è stata presa al termine dell'assemblea che si è svolta questa mattina nel piazzale di un agriturismo a circa tre chilometri dall'aeroporto. Disagi anche a Cagliari. Un centinaio di trattori degli agricoltori e allevatori della Coldiretti ha raggiunto il centro città da una strada laterale rallentando il traffico degli automobilisti.

domenica 18 luglio 2010

Flavio Carboni e gli affari col trucco di "Repubblica" in Sardegna


Sarebbe un grave errore quello di farsi prendere per mano dal «regista» che, dai contenitori della Commissione parlamentare P2, scarica, alla pubblica opinione, palate di fatti a getto continuo, perché poi, alla fine, si perda il filo di tutto. Polverone, per non capire più nulla.
Occorre non smarrirsi. Occorre rimanere attaccati all'essenziale e dell'essenziale chiedere, puntualmente e caparbiamente, ogni possibile chiarimento.
E cominciamo a disboscare.
La prima constatazione da fare è stabilire che non è vero nulla che, scoperti Gelli e la sua banda, le cose in Italia abbiano cominciato a marciare su binari diversi perlomeno puliti. Le cose, in Italia, anche dopo Gelli e con Spadolini, il presidente del Consiglio dei ministri dell'emergenza morale, sono continuate ad andare così come andavano ai tempi di Gelli. E tutti, chi consapevolmente, chi inconsciamente, si sono adeguati all'antico andazzo.
Vediamo di dare corpo a questa affermazione, cominciando dall'alto. È il maggio 1982. Il presidente della Repubblica riceve al Quirinale il gran maestro della massoneria, appena eletto, il repubblicano Armando Corona.
L'unico quotidiano a darne l'annuncio, per esteso e con evidenza, è "la Repubblica" di Scalfari-Caracciolo che così commenta:
«L'incontro di ieri ha avuto come tema principale il rinnovamento della massoneria, sempre più tesa a liberarsi di una pesante eredità: i guasti e le trame nelle quali si era dibattuta negli ultimi decenni, soprattutto per colpa dei gran maestri che si erano succeduti. Gamberini, Salpini e Battelli crearono e alimentarono il potere di Gelli, dando alla sua loggia segreta, la P2, tutti i crismi della legalità massonica. Pertini concludeva la "Repubblica" ha raccomandato a Corona di adoperarsi affinché i massoni italiani possano sempre più imboccare la via degli «ampi orizzonti», liberi da qualsiasi forma di segreto, sulla scia dell'esempio anglosassone».
Raccomandazioni inutili, perché la vicenda del banchiere Roberto Calvi ci dice che Armando Corona, e prima di essere nominato gran maestro e dopo che lo è diventato, ha continuato a gestire, nel segreto, e perfino a livello della Presidenza del Consiglio dei ministri, i guasti e le trame di cui prima si occupava Licio Gelli.
Infatti dalle «registrazioni» eseguite da Flavio Carboni, registrazioni ora all'ascolto dei commissari della P2, che apprendiamo che la sistemazione del "Corriere della Sera" (il grande pacco, per usare l'espressione di Calvi), fin dal gennaio 1982, cioè quando Armando Corona non era ancora stato eletto gran maestro della massoneria, «dipendeva tutta da lui, era tutta nelle sue mani».
È lo stesso Calvi a dire di avere spiegato la questione «ad Armandino», e di rimando il latitante, amico della malavita, Flavio Carboni, dice a Calvi: «Intanto Corona precisi il suo pensiero e le sue istruzioni, chiarisca la sua posizione perché è lui che si deve vedere con Spadolini».
E Flavio Carboni dà anche i particolari dell'incontro Corona-Spadolini: il mercoledì successivo (è da stabilire se a colazione o a cena), presenti altre due persone, una di queste Aristide Gunnella (l'amico di Di Cristina Giuseppe, il boss mafioso della droga, quando è stato ucciso aveva, in tasca assegni per tre miliardi di lire!).

È l'ipotesi del «grande pacco» da gestire e da spartire. E vengono fuori i nomi dei possibili acquirenti del "Corriere della Sera". Dice il banchiere: «Carlo non può uscire dal discorso "Corriere della Sera"».
È Carlo Caracciolo, l'editore, insieme con Scalfari, de "la Repubblica" e de "L'Espresso".
E Carboni, a questo punto della conversazione, sbotta: «E se vi dico che lunedì vedo Berlinguer?».
Per capire: riallacciate alcuni fili. Nel «gran pacco» ci sono: Armando Corona che, di intesa con il presidente del Consiglio, gestisce il tutto, il gruppo editoriale Caracciolo-Scalfari; Flavio Carboni (che registra), socio in affari con Caracciolo ma, come vedremo, socio in intrallazzi con Armando Corona e faccendiere di quella sinistra DC che, proprio in quei giorni, sta divisando di eleggere Ciriaco De Mita segretario nazionale.
Ecco precisati gli aspetti essenziali della vicenda, aspetti che non vanno assolutamente confusi nel polverone dei fatti che, come fuochi d'artificio, vengono fatti scoppiare in grembo alla Commissione P2, onde confondere le idee.

Ha ragione Tremaglia: siamo ad una guerra fra due bande. Ed io, ora, sto tratteggiando la fisionomia di una di queste bande non trascurando l'altra che non è meno maleodorante di questa.
L'identikit della banda, che voleva dare ad intendere agli italiani di- «moralizzare» la vita pubblica, pur avendo sempre gestito le proprie cose con i metodi di Gelli, spunta, inconfondibile, dall'ambiente di malaffare rappresentato da questo portaborse miliardario, Flavio Carboni, che si è fatto 60 miliardi nello spazio di tre anni.
Descrivere la vita di questo filibustiere del Palazzo è tratteggiare l'identikit di coloro che, molto peggio di lui, di lui si sono serviti, ritenendo di far fessi gli italiani con sbandierate moralizzazioni che altro non erano che azioni truffaldine.
La fortuna di Flavio Carboni si chiama l'accoppiata Corona-Caracciolo, ed è strettamente legata alle vicende dell'acquisto da parte dell'editoriale "L'Espresso", del quotidiano "La Nuova Sardegna".
L'editoriale "L'Espresso" (Caracciolo-Scalfari) acquista dalla SIR finanziaria, fra l'aprile e il dicembre 1980, la maggioranza delle azioni della "Nuova Sardegna". Al termine di una complessa, e tutt'altro che limpida vicenda di ripartizioni delle azioni della società editrice "Nuova Sardegna", si ha questa situazione: "L'Espresso" 52%; SOFINT S.p.A., 35%; Franco di Suni 5%, Edisar s.r.l. 4%; SIR finanziaria 4%.

Dietro questa ripartizione c'è l'inganno. Ed è un inganno che, innanzi tutto, colpisce, moralmente, il Consiglio Regionale della Sardegna che, nel dare corso alla vendita della "Nuova Sardegna", aveva stabilito condizioni tassative, una delle quali che l'acquirente avesse sì una quota rilevante della proprietà, ma non maggioritaria e che la rimanente fosse destinata, sotto la supervisione del Consiglio Regionale sardo, ad operatori economici dell'isola.
Ed invece si scopre che l'editoriale "L'Espresso" di Caracciolo-Scalfari e la SOFINT di Flavio Carboni-Pellicani Emilio hanno, rispettivamente, il 52 per cento e il 35 per cento.
Come è stato possibile?
Ce lo dice lo stesso Caracciolo che, nel difendersi dalle contestazioni di avere acquistato "La Nuova Sardegna" truffaldinamente, scrive, in data 10.7.1981, al presidente della SIR Finanziaria (Gianni Fogu), affermando che tutto quanto è stato fatto e perfezionato, «dietro il previsto accordo con il presidente del Consiglio regionale» e che «se lo ritiene può all'occorrenza, mettere a disposizione la relativa corrispondenza».

Chi era, al tempo dei fatti su menzionati, il presidente dei Consiglio regionale della Sardegna? Armando Corona, il nostro Armandino.
Le domande, a questo punto, sono più di una. Flavio Carboni, a cui Caracciolo con il benestare di Corona, concede il 35 per cento delle azioni della "Nuova Sardegna", è uomo che interessa al principe-editore, socio di Scalfari, o interessa ad Armandino Corona?
Se interessa quest'ultimo, la successiva domanda è d'obbligo: lo scambio perché Corona conceda, alle spalle e all'insaputa del Consiglio regionale della Sardegna, all'editoriale "L’Espresso" il 52 per cento, è quello che Caracciolo dia, a sua volta, a Flavio Carboni, braccio destro di Calvi, il 35 per cento delle azioni della "Nuova Sardegna"?
E perché? Forse perché Calvi, a sua volta, avrebbe appoggiato Armandino a salire sul trono di gran maestro della massoneria?

Supposizione non vera? Allora è vera quest'altra, per cui Corona vuole Carboni nella proprietà della "Nuova Sardegna" perché i profitti delle sue cliniche sono investiti nelle pianificazioni urbanistiche di Flavio Carboni, pianificazioni che la "Nuova Sardegna", da sinistra, protegge con i suoi articoli?

Non è così? Allora, altra variante: Flavio Carboni fa comodo a Carlo Caracciolo, cioè è un prestanome, dietro il quale c'è il disegno editoriale, politico e industriale, che vede «insieme» la sinistra DC (in testa De Mita e l'attuale presidente della Giunta regionale sarda Angelo Roich), il gruppo editoriale Scalfari-Caracciolo, la «nuova destra» rappresentata da settori del PRI (Visentini - De Benedetti), tutti tesi e favorevoli all'intesa con il PCI?
Non lo si dimentichi: l'operazione dell'acquisto della "Nuova Sardegna", da parte di Caracciolo-Scalfari, avviene nel 1980, quando il PRI governa la Sardegna insieme col PCI.

Sono domande a cui si deve rispondere. Anche perché, sia Caracciolo, sia Armando Corona, interrogati dalla Commissione sull'informazione del Consiglio regionale sardo, circa il non rispetto dei patti nella vendita della "Nuova Sardegna", hanno dato risposte divergenti.
Dove sta la verità?

«Conosce De Mita? Sì. L'ho conosciuto due anni fa, all'epoca della sua nomina a vice segretario della DC. Me l'ha presentato un amico, di cui ho altissima stima, Angelo Roich (presidente della giunta regionale sarda - N.d.R.) una persona delle migliori, davvero inattaccabile sotto il profilo morale». (Parla l'allora latitante Flavio Carboni, "L'Espresso", 1.8.1982)
Fermiamoci un po’: De Mita. Quando intorno al 22 giugno u.s. (il cadavere di Calvi è ancora caldo) vengono pubblicate le notizie della partecipazione di De Mita a cene organizzate da Flavio Carboni, il capo ufficio-stampa del segretario nazionale della DC, Clemente Mastella, invia note irate in cui si dice che ciò è completamente falso, in quanto «De Mita aveva incontrato Carboni una sola volta, e per pochi minuti, di pomeriggio, in compagnia dell'editore Carlo Caracciolo».
«Corona ha anche raccontato ai commissari della P2 della cena, in casa Carboni, presenti il segretario nazionale della DC De Mita, l'editore Caracciolo, monsignor Hilary e l'uomo politico Roich. Alla cena -ha detto Corona- mi invitò Carboni, dicendomi che De Mita voleva conoscermi. De Mita, a quella cena -ha detto Corona- espose a grandi linee il discorso che avrebbe tenuto il giorno dopo al congresso del suo partito». ("Corriere della Sera", 30 luglio 1982)

Qui non ci sono dubbi. Le bugie vengono dette da De Mita. E che bugie! Ora c'è anche la testimonianza di Armandino Corona, ma di quella cena sono venute fuori le fotografie. Non solo. "L'Europeo" (12.7.1982) pubblica, in bella evidenza, una fotografia di De Mita che, a braccetto di uno sconosciuto, esce dal Palazzetto dello Sport dove si tenevano i lavori del congresso nazionale della DC. Il settimanale, nella didascalia, si limita a scrivere: «sotto, il segretario nazionale della DC, Ciriaco De Mita». Non una parola dei personaggio che ha sottobraccio.
Chi è costui? Un amico? Un delegato? L'autista? Un guardaspalle? Mistero.

Passa qualche giorno e l’Agenzia Repubblica (15.7.1982) riproducendo la foto de "L'Europeo", avverte: guardate signori, che l'uomo accanto a De Mita è I'...uomo del giorno, cioè il faccendiere sardo Flavio Carboni, sulle cui tracce sono puntate le polizie di tutta l'Europa e oltre.
"L'Europeo", credete voi, che accortosi di avere mancato il colpo, corregga il tiro dicendo nel numero successivo: guardate la foto l'abbiamo pubblicata noi, ed è vero, l'uomo sottobraccio a De Mita è proprio Flavio Carboni. È uno scandalo!
Per carità, il rizzoliano "L’Europeo" si guarda bene dal fare un discorso simile. E come se nulla fosse, riproduce (numero del 27.7.1982) sì la foto, ma senza De Mita, con la didascalia: «a destra il latitante Flavio Carboni, colpito da mandato di cattura dopo la scomparsa del banchiere Roberto Calvi».
E De Mita che è, affettuosamente, accanto? Scomparso.
Questa è la ...deontologia professionale di certi settimanali che vorrebbero raccontare agli italiani la bella favola della moralizzazione della vita pubblica!
È evidente: lo sterco accomuna tutti. E su tutti i versanti.

Comunque, per riassumere: la presidenza della Repubblica, antesignana nella moralizzazione della vita pubblica, riceve, con tutti gli onori, Armando Corona che, al momento dell'...uso non altro dimostra di essere, e nella migliore delle ipotesi, che un faccendiere (Pertini direbbe un giannizzero); la presidenza del Consiglio dei ministri, che ha fatto dell'emergenza morale la sua direttiva principale va a cena con il gran maestro onde stilare con lui la «strategia» per spartire il gran pacco, cioè il "Corriere della Sera"; il segretario nazionale della DC, appena eletto al grido «rinnoveremo moralmente la DC», va subito a cena con portaborse intriganti e amici della malavita; il gruppo Caracciolo-Scalfari, grondante moralizzazione da tutti i pori, si trova «dentro» tutte le porcherie; Vaticano e massoneria, all'ombra dei soldi, si incontrano, trattano e concludono, fra abbondanti e succose portate e libagioni. Il tutto in un confronto di faccendieri il migliore dei quali è amico della malavita, il peggiore della mafia e della camorra.
Questo è il quadro su cui cadono, come diversivo, i provvedimenti dell'austerità. Cancellare dalla memoria degli italiani porcherie e assassinii, per derubarli meglio. È la direttiva.

Già, dimenticavamo, e i comunisti? "l'Unità" (20.7.1982), fra l'altro, ha scritto quanto segue:
«Il gran maestro amico di affaristi che fanno affari con uno scambio mercantile con uomini politici, che organizzano registrazioni, ricatti e incursioni nelle correnti di partiti di governo; un gran maestro amico protettore e protetto da banchieri; un gran maestro amico di alti prelati ed editori di giornali; un gran maestro indifferentemente amico e socio di laici e cattolici, amici degli amici; un gran maestro che può far salire le scale della carriera a magistrati che saranno poi a lui devoti ed ubbidienti; un gran maestro che ha trovato mezzi e modi per sfasciare la giunta di sinistra in Sardegna e, vedi caso, viene poi eletto presidente della Regione un amico di Carboni a sua volta amico, suo; un gran maestro amico, confidente, consigliere del presidente del Consiglio. Ma non c'era in una loggia un altro personaggio che cominciò con questi metodi, con questo tipo di legami un'inarrestabile ascesa sino a sedersi sullo scanno massimo della P2? Non vorremmo che sciolta, per legge (e per chi ci crede) la P2, si vada via via costituendo la piramide di una P3».

Sì, è vero, le cose stanno così come "l'Unità" le descrive. C'è solo un piccolo, importante «particolare». È che fino a quando Armando Corona, il gran massone, è stato, in Sardegna e fuori, il più valido sostenitore dell'intesa con il PCI, tutto andava bene. Anzi benissimo. Anche gli affari di Corona, detto Armandino.
Appena il gran maestro, per giochi suoi e con mentalità tipicamente doppiogiochista «alla Licio Gelli», si è fatto regista di altre maggioranze, su Corona (e sui suoi affari) sono piovuti i fulmini del PCI.
Corona è quello che è. Ma anche il PCI è quello di sempre: non il moralizzatore, ma il ricattatore.
«Se stai con me, ti farò fare quello che vuoi, puoi rubare a piacimento. Se ti metti contro, grido "al ladro!"».
Ditemi voi, cari Lettori, se il PCI può davvero rinnovare la vita pubblica italiana!


(di Beppe Niccolai "Rosso e Nero" - Secolo d'Italia 6 agosto 1982)

mercoledì 16 giugno 2010

L'antimafia indaga sull'eolico in Sardegna


In Sicilia sono già uno scandalo da centinaia di milioni. Ora i parchi eolici diventano un tema nel mirino delle Procure anche in Sardegna.Sul business dell'energia del vento nell'isola indaga anche la Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Cagliari che intende far chiarezza su impianti vecchi e nuovi sorti nell'isola in breve tempo. I magistrati hanno aperto un nuovo fascicolo d'indagine sulle domande presentate, sulle concessioni, sui progetti, sulle autorizzazioni riguardanti, in modo specifico, due progetti che interessano le zone del Medio Campidano e del Sulcis-Iglesiente.

I progetti, secondo quanto è stato possibile apprendere nonostante il riserbo mantenuto dagli inquirenti, prevedrebbero investimenti complessivi per circa 550 milioni di euro. I magistrati non avrebbero, per ora, individuato specifiche ipotesi di reato e nessuno sarebbe stato iscritto sul registro degli indagati. L'attività istruttoria ha consentito l'acquisizione di incartamenti riguardanti anche sei parchi eolici nell'area del cagliaritano.

Fra i controlli preliminari effettuati vi sarebbero anche quelli su progetti nel Medio Campidano della Green Energy Sardegna, controllata dalla Fri-El Green Power Spa di Bolzano (di cui si è occupata anche la Dda di Palermo nel febbraio 2009 quando fece scattare l'operazione «Eolo»), e che sarebbe intenzionata a costruire circa 30 generatori eolici. La Dda, diretta dal procuratore capo Mauro Mura, avrebbe sentito anche alcuni sindaci per chiarire che tipo di impianti dovrebbero essere costruiti nei loro territori e lo stato dei progetti.

Prosegue, intanto un'altra inchiesta, già avviata da tempo dal sostituto procuratore Giangiacomo Pilia della Procura della Repubblica di Cagliari, che riguarda la vicenda della cessione di alcuni terreni a un consorzio di società napoletane e una sarda nella zona industriale cagliaritana di Macchiareddu del Consorzio industriale provinciale di Cagliari per la costruzione di impianti eolici. Il magistrato aveva incaricato i militari della Guardia di Finanza di acquisire i documenti relativi a terreni che sarebbero stati acquistati per tre milioni di euro e che poi sarebbero stati ceduti gratis senza una gara pubblica. Circostanza, però, sempre negata dai responsabili del Consorzio industriale provinciale del capoluogo sardo. È probabile che ora nell'indagine della Dda di Cagliari possano confluire tutti i rami di indagine per chiarire nel dettaglio la situazione reale e individuare la sussistenza di violazione a norme di legge.

Della vicenda degli appalti per gli impianti eolici in Sardegna, come ha confermato tempo fa il presidente Beppe Pisanu, si sta occupando anche la Commissione parlamentare Antimafia.

domenica 14 febbraio 2010

E Pisanu organizza la fronda sarda contro Berlusconi


Roma-Bruxelles, giovedì pomeriggio. Ugo Cappellacci incassa la riconferma nell’ufficio di presidenza del Comitato delle Regioni europee. Saluta e ringrazia Antonio Tajani, con cui discute di una possibile delega all’Energia da portare a casa, poi si dirige verso l’aeroporto. A poca distanza, Silvio Berlusconi difende a spada tratta Guido Bertolaso, con i cronisti che lo accerchiano all’uscita del solito negozio d’antiquariato. Poi anche lui si muove. Si ritrovano insieme in aereo, diretti a Roma. Parlano a lungo del caso Alcoa, finché il governatore sbotta: «Presidente, devo aggiornarti su cosa sta succedendo in Sardegna». Il briefing è dettagliato, mette a fuoco la «fronda» ostile e il Cavaliere si fa scuro in volto. «Va bene, ho capito. Fatemi sapere se c’è necessità che intervenga io di persona...».

È passato soltanto un anno dalla batosta rifilata a Renato Soru, ma ormai sembra un secolo. E a rischiare l’implosione, a sorpresa, è il Pdl, vittima di uno dei tanti colpi di coda di quel progetto centrista che ha tenuto banco tutta l’estate, arenatosi il giorno dell’aggressione a Berlusconi in piazza Duomo. Da mesi, infatti, l’equilibrio nel partito è saltato, tanto che un terzo dei 31 consiglieri regionali pidiellini, il 13 gennaio, mette a punto un documento ad hoc. Per contestare innanzitutto la gestione romanocentrica di Cappellacci, a scapito della «peculiarità della Questione sarda» e di un’iniziativa all’altezza della gravissima crisi economica che si vive nell’isola. Nel mirino finisce pure la conduzione del gruppo consiliare (affidata a Mario Diana) e la gestione del coordinamento regionale: ovvero, Mariano Delogu - ex An e vicino a Gianfranco Fini, che non nasconde però le sue perplessità nei confronti dei dissidenti - e Claudia Lombardo, vicecoordinatrice vicaria e presidente del Consiglio regionale. Un doppio incarico contestato da Nanni Campus, pronto a porre l’undicesima firma al manifesto frondista, in ritardo però di quasi due settimane. Una scelta che i maligni associano alla mancata nomina ad assessore alla Sanità e al commissariamento dell’Azienda universitaria di Sassari.

Ma chi sono gli altri dieci «ribelli»? E chi c’è dietro la loro alzata di testa, che si traduce pure in un attacco al Cavaliere? I nomi pesanti sono due: Mauro Pili e Beppe Pisanu. Già, l’ex ministro dell’Interno berlusconiano che da mesi suona la «sveglia» e che in più occasioni è stato associato dai rumors al progetto centrista di Casini-Fini-Montezemolo. E che ieri mattina ha riunito i frondisti, portandoli poi a pranzo al ristorante «Da Renzo», nei pressi di Oristano. A tavola pure il sindaco di Cagliari, Emilio Floris, quello di Alghero, Marco Tedde, e alcuni parlamentari.

Fallito il grande sogno del governissimo, che per mesi ha scosso il Palazzo, facendo immaginare un progetto trasversale per disarcionare il premier - vuoi perché Luca Cordero di Montezemolo nega di continuo un suo interessamento alla politica, vuoi perché Fini vive una fase di piena sintonia con il Cavaliere, vuoi perché Pier Ferdinando Casini ha le sue gatte da pelare con la politica dei due forni - a Pisanu non resta dunque che giocare da solo, recuperando quanto più potere possibile in Sardegna. Un tentativo di rivalsa, spiegano diverse fonti isolane, neppure tanto nascosto. Lo testimonia il testo del documento firmato dai contestatori, dove non si cita mai Berlusconi, nonostante sia stato proprio lui il fautore della vittoria di Cappellacci. Con un’aggravante. Quando si prende in esame «la questione meridionale», gli undici consiglieri Pdl sottoscrivono che «sta finalmente tornando all’attenzione del Paese, come attestano le recenti autorevoli dichiarazioni del presidente della Reppubblica e del governatore della Banca d’Italia». Cioè, Giorgio Napolitano e Mario Draghi.

Bene, anzi male. Non stupisca quindi il malumore del Cavaliere - nel weekend forse solo casualmente in Costa Smeralda - cosciente che a maggio in Sardegna si voterà nelle otto Province (una sola è in mano al centrodestra). Ma non finisce qui, è ovvio. Se ne vedranno delle belle già domani, alla riunione del coordinamento Pdl. Convocati anche Cappellacci, Delogu e Lombardo, insieme ai vicecoordinatori (tra cui i deputati Salvatore Cicu e Piero Testoni). E i frondisti? Forse siederanno al tavolo. Ma a quel punto, è difficile che il Mirto faccia la sua comparsa.

(di Adalberto Signore)

giovedì 4 febbraio 2010

Sardegna in crisi, sciopero generale per il lavoro e lo sviluppo


Sciopero generale in Sardegna contro la crisi e per lo sviluppo. Lo hanno annunciato i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil della Sardegna, Enzo Costa, Mario Medde, e Francesca Ticca. La giornata di mobilitazione sara' incentrata sulla crisi socio-economica dell'isola, con particolare riferimento alle difficolta' dei lavoratori del settore industriale, come ad esempio quelli dell'alcoa di Portovesme, della vinyls di Porto Torres e delle aziende della Sardegna centrale. "Con l'incalzare della crisi - dicono i sindacati sardi - le multinazionali presenti nella regione hanno abbandonato l'isola, in un' ottica di riposizionamento globale, lasciandosi dietro cumuli di macerie sociali ed economiche, estendendo il deserto industriale: interi comparti produttivi quali l'alluminio, il piombo e lo zinco rischiano di sparire. L'Eni, l'Ineos, l'Euroallumina, la Portovesme srl, l'Alcoa, la Rockwool, la Uniliver, la Equipolimers, la LegleR rappresentano il culmine di una crisi che attraversa tutte le aree industriali dell'isola, dal Sulcis a Ottana, da Porto Torres a Cagliari, dal Medio Campidano all'Ogliastra, da Oristano a Olbia".

"Nel 2008 si sono persi oltre 30.000 posti di lavoro. Tra il 2009 e il 2010 si prevede la perdita di altri 20.000 occupati. Il tasso di disoccupazione e' balzato al 14,1% con 95.000 persone in cerca di occupazione. Il numero di famiglie che vive sotto la soglia di poverta' continua a crescere e rappresenta il 19,4% della popolazione: 320.000 persone, numero destinato ad aumentare nel corso del 2010". Per questi i motivi Cgil, Cisl, Uil richiamano lavoratori, pensionati, associazioni e disoccupati in piazza il prossimo 5 febbraio. "Lo sciopero - ha dichiarato il segretario generale della Cgil Sardegna, Enzo Costa - giunge dopo 10 mesi di mobilitazione pressoche' costante, culminate con uno sciopero dei sistemi produttivi a luglio, tre scioperi territoriali nel Sulcis, a Porto Torres e a Nuoro e l'assemblea delle rappresentanze del popolo Sardo".

martedì 2 febbraio 2010

Lavoro, è il giorno di Alcoa: incontro decisivo col Governo



Si apre il tavolo a Palazzo Chigi, è il giorno della verità per l'alluminio a Portovesme. Il Sulcis si mobilita verso Roma, ma Alcoa tira il freno a mano dopo l'apertura di un paio di giorni fa (seguita all'intervento di Berlusconi). «La chiusura annunciata per il 6 febbraio potrà essere rinviata solo in presenza di un'approvazione scritta della Commissione europea». L'amministratore delegato della multinazionale Klaus Kleinfeld risponde alla lettera-appello del premier. Il nodo è sempre lo stesso: «La soluzione proposta dal Governo» sull'abbattimento dei costi energetici dev'essere «sicura e legale». In attesa di un'approvazione ufficiale, l'Alcoa vorrebbe almeno «un'assicurazione scritta» da parte di Bruxelles che ribadisca la volonta di esprimersi «entro la fine di febbraio».


SITUAZIONE DIFFICILE L'appello del Papa e le dichiarazioni di intenti proposte da Berlusconi («restate aperti, la Commissione europea si esprimerà entro febbraio»), quindi, non sono sufficienti per convincere la società americana a cambiare rotta sul futuro degli stabilimenti di Portovesme e Fusina. «Se non riceviamo la garanzia scritta entro questa settimana», sottolinea il numero uno dell'Alcoa, «implementeremo la cassa integrazione a partire dal 5 febbraio e inizieremo una chiusura ordinata degli impianti che ci permetta di riavviarli il più in fretta possibile, una volta che la questione verrà risolta».


LOTTA CONTRO IL TEMPO Il messaggio è chiaro quanto rigido: senza risposte formali, neanche la Presidenza del Consiglio potrà spingere il colosso dell'alluminio a cambiare idea e date. In queste ore, quindi, Palazzo Chigi dovrà aprire un filo diretto con Bruxelles per non svuotare di contenuti l'incontro di oggi (fissato per le 20 e 30: ci saranno Governo, Alcoa, Regione e sindacati). A meno che l'esecutivo non cambi strada e punti sulla soluzione dell'accordo bilaterale tra Enel e Alcoa per la fornitura diretta di energia elettrica.


CHIARIMENTI DI BRUXELLES Il vicepresidente della Commissione europea (nonché commissario designato per l'Industria) Antonio Tajani fa subito sapere che del provvedimento sollecitato dall'Alcoa «si parlerà operativamente dopo il 9 febbraio», cioè dopo il voto finale per l'elezione del nuovo esecutivo europeo. Il rappresentante italiano ricorda però che Bruxelles «ha già fatto passi avanti nei mesi scorsi» per l'Alcoa, con uno sconto sulla sanzione (fissata ora a quota 270 milioni) legata alle tariffe basse sull'energia, assicurate all'azienda dallo Stato italiano. Tajani sottolinea però che comprende «la portata del problema», di cui «mi ha già parlato il governatore sardo Ugo Cappellacci». Per questo, «anche se la materia non è di mia competenza, la seguirò con attenzione, in qualità di commissario e vicepresidente» a Bruxelles.


SIT-IN IN PIAZZA COLONNA In serata si aprirà il vertice a Palazzo Chigi, ma già dal pomeriggio in piazza Colonna prenderà forma un sit-in organizzato dagli operai di Portovesme (ma ci saranno anche i veneti di Fusina). Quasi cinquecento lavoratori si sono imbarcati ieri pomeriggio a Cagliari sul traghetto Nomentana della Tirrenia. Sbarcheranno questa mattina a Civitavecchia per puntare subito verso la Capitale. Arriveranno anche duecento operai di Fusina. Con loro, le bandiere di San Marco, ricevute ieri in regalo dalla Lega. Verranno affiancate a quelle dei Quattro mori nella protesta comune della Sardegna e del Veneto. La mobilitazione prevede un presidio (nei bagagli dei manifestanti ci sono i sacchi a pelo) che si protrarrà sino a notte davanti a Palazzo Chigi. Alla spedizione romana parteciperanno anche i sindaci del Sulcis, i consiglieri regionali, i parlamentari. Sarà presente in forze il Pd: «Il problema Alcoa - sottolinea il segretario Silvio Lai - è ormai diventato un problema sociale e di ordine pubblico».


L'APPELLO DEI SINDACATI «Siamo a un punto decisivo della vertenza», sottolineano i metalmeccanici di Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm. «Per questo facciamo appello alle istituzioni, alle forze politiche e all'opinione pubblica affinché continui la mobilitazione in atto per impedire la distruzione di un apparato industriale strategico per il Paese e decisivo per il futuro dei lavoratori».


LOMBARDO: LETTERA AL PAPA Il presidente del Consiglio regionale Claudia Lombardo ha inviato ieri una lettera al Papa: «Santo Padre, è con parole di sincero affetto che le esprimo i sentimenti della più profonda gratitudine mia personale e di tutta l'Assemblea regionale, per l'accorato appello, rivolto durante l'Angelus domenicale, in favore dei lavoratori dell'Alcoa di Portovesme e delle loro famiglie, mobilitati per difendere il posto di lavoro».


martedì 19 gennaio 2010

Indagato il sindaco di Sassari Gianfranco Ganau


Tutti accusati di abuso d'ufficio per aver votato il Piano urbanistico da cui avrebbero ottenuto dei benefici. L'inchiesta è partita dopo le denunce di un imprenditore e l'arrivo in Procura e in Consiglio comunale di alcune lettere anonime.
La campagna elettorale arriva con la polizia giudiziaria: avvisi di garanzia per sindaco, consiglieri e funzionario comunale. La notifica della richiesta di prosecuzione indagini (una volta notificata vale come avviso di garanzia) interessa il sindaco Gianfranco Ganau, i consiglieri comunali Nanni Columbano (Pd) ed Efisio Planetta (Psd'Az), il funzionario dell'edilizia Privata Gianfranco Masia. Per tutti l'accusa in concorso è di abuso d'ufficio. A scatenare l'inchiesta alcune lettere anonime e le denunce presentate dall'imprenditore castellanese Nicolino Brozzu, precipitato in un contenzioso con l'amministrazione comunale per il maxi centro commerciale di Caniga. Negli esposti dell'imprenditore che ha fatto ricorso alla giustizia amministrativa e ha avuto torto in sede di consiglio di Stato, l'approvazione del Puc lo avrebbe danneggiato facendogli saltare l'accordo commerciale con la Carrefour, mentre i beneficiari del nuovo Piano sarebbero stati sindaco e consiglieri comunali.
Il ruolo del dirigente Gianfranco Masia è relativo solo alla mancata licenza di conformità del centro commerciale di Brozzu. Il Puc non detta più solo le regole urbanistiche, ma è la pistola fumante puntata sul sindaco Ganau. La ricostruzione dell'inchiesta è molto articolata. C'è da dire che il primo cittadino e i consiglieri indagati hanno tutti votato lo strumento urbanistico in fase di approvazione in Aula. Mentre parte dell'opposizione lascia palazzo Ducale, la presenza di ogni singolo consigliere di maggioranza diventa necessaria per garantire il numero legale. Compresi i consiglieri che hanno un diretto interesse nel Puc. Da qui l'abuso d'ufficio: Ganau per alcuni terreni di proprietà di parenti entro il quarto grado, diventati edificabili; Columbano per l'area di Caniga attigua al bar-tabacchi di proprietà della famiglia; Planetta per delle aeree in città che hanno avuto premi di volumetrie e cambi di destinazione d'uso.
L'approvazione del Puc, insomma, li ha resi felici. Molto meno l'imprenditore Nicolino Brozzu. La costruzione del prefabbricato di Caniga nasce secondo le norme dell'allora Piano regolatore. Il Puc le cambia. La legge prevede che l'intervento urbanistico debba essere conforme alla normativa sia all'apertura del cantiere e sia alla chiusura. Brozzu parte con delle regole, ma strada facendo ne trova altre. Per questo motivo gli viene negata la licenza per centro commerciale (di competenza della Regione, ma impensabile ottenerla senza il via libera comunale) e rilasciata quella per negozi di medie dimensioni. Carrefour addio. L'imprenditore non si arrende e fa ricorso al Tar. Il Tribunale amministrativo gli dà ragione, in secondo grado di giudizio il consiglio di Stato ribalta tutto e rimette in gioco le decisioni del Comune. Nicolino Brozzu non si arrende e varca la Procura di Sassari in diverse occasioni. Una manciata di esposti e denunce contro sindaco e consiglieri. Motivo: se il Puc viene invalidato, lo shopping a Caniga ritorna di attualità.
L'ultima, anzi la penultima, puntata poco prima di Natale: una conferenza di servizi Regione - Comune per decidere la destinazione d'uso del fabbricato di Caniga conferma il no al centro commerciale. Poi le voci dell'inchiesta nei confronti della maggioranza che sostiene Gianfranco Ganau. Venerdì il primo avviso di garanzia viene notificato a Masia, il giorno successivo al sindaco, Planetta e Columbano invece non hanno ancora ricevuto l'atto giudiziario. Entro cinque giorni gli indagati potranno ottenere informazioni sull'inchiesta e presentare delle memorie. Da quel momento il pm Maria Grazia Genoese avrà altri sei mesi di tempo per chiudere le indagini. Le elezioni sono a maggio.

martedì 22 dicembre 2009

Usura, chiesto rinvio a giudizio per i vertici del Banco di Sardegna


Concorso in usura con l'aggravante dell'esercizio dell'attività bancaria. Sono raccolte nelle 363 pagine della relazione del perito Francesco Leo, uno dei massimi esperti in Italia di contenzioso bancario, le motivazioni che hanno portato il sostituto procuratore di Nuoro, Mariangela Passanisi, a chiedere il rinvio a giudizio di 11 persone, tra cui i vertici attuali e passati del Banco di Sardegna. Sotto inchiesta gli ultimi quattro presidenti dell'istituto di credito sardo (compreso quello attuale), due direttori di banca, due funzionari, un'impiegata e due avvocati dell'Ufficio recupero crediti del servizio legale dello stesso istituto: tutti devono difendersi, a vario titolo, dall'accusa di aver preteso da una coppia di pensionati interessi ritenuti usurai.

Gli indagati sono gli ex presidenti Lorenzo Idda, Antonio Maria Sassu e Ivano Spallanzani e l'attuale numero uno del Banco Franco Antonio Farina; due direttori di banca di Macomer, Giuseppe Secchi e Giuliano Tronci; un'impiegata di Macomer, Giuliana Faedda; due avvocati del servizio legale, Salvatore Angelo Sanna (responsabile dell'ufficio) e Franco Sanna (attuale amministratore delegato di Equitalia Sardegna); e due funzionari dell'Ufficio recupero crediti, Andrea Masia e Annamaria Pisanu. L'estate scorsa l'allora titolare dell'inchiesta, il pm Daniele Rosa, aveva depositato l'avviso di conclusione delle indagini preliminari, basate sugli accertamenti del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza e su una perizia realizzata dallo studio professionale Kipling s.a.s, uno dei più importanti in Italia nel settore dell'usura bancaria.

Le presunte vittime di quello che la Procura di Nuoro ipotizza come uno strozzinaggio, sono due pensionati di Bosa: Giovanni Maria Madeddu, commerciante di 78 anni, e sua moglie Giovanna Cadau. Dopo aver venduto una casa nel centro del paese e un terreno a due passi dal mare, per far fronte a un debito che sembrava non finire mai, i due coniugi hanno rischiato, prima dell'intervento della magistratura, di vedersi vendere all'asta l'ultimo bene rimasto, la casa dove hanno sempre vissuto.

venerdì 18 dicembre 2009

Uranio, due probabili casi in Sardegna


Solo tre giorni fa è stata diffusa la notizia di una nuova vittima dell'uranio impoverito: un militare pugliese di 29 anni morto dopo una missione in Somalia. Ora l'Associazione vittime uranio fa sapere che ci sono altri due casi probabili di contaminazione. Riguardano un militare e un ex militare, entrambi della provincia di Cagliari. «Un sottufficiale dei carabinieri di 45 anni - spiega il legale dell'associazione Bruno Ciarmoli - sta combattendo con un linfoma non Hodgkin che gli è stato diagnosticato al rientro da una missione in Bosnia nel 2001-2002. L'uomo ha presentato la domanda per il riconoscimento della causa di servizio nel 2004, ma non ha ancora ricevuto risposta. A un ex militare dell'Aeronautica di 32 anni nel 2003 è stato diagnosticato un linfoma di Hodgkin maligno alle vie respiratorie».

L'aviere aveva prestato servizio di leva nel 97/98 al poligono di Capo Teulada, dove ha svolto diverse mansioni nella polveriera, effettuando i servizi di guardia armata e sparando ai poligoni. «A febbraio-marzo '98 c'è stata una grande concentrazione di trasporto e deposito armi e munizioni presso tutta la base - ha raccontato all'associazione l'ex militare, oggi 32enne -. I militari venivano così a contatto con casse di munizioni abbandonate. I medici hanno supposto che la mia malattia può essere stata provocata dalle micropolveri inalate nel poligono».

giovedì 26 novembre 2009

Alcoa, l'accordo dopo le tensioni: ritirata la cassa integrazione

Proteste e scontri, ma alla fine l'accordo è saltato fuori e l'Alcoa, azienda che lavora l'alluminio, ha ritirato la cassa integrazione. L’azienda ha deciso di ritirare la procedura di cassa integrazione per tutti i lavoratori dei siti di Fusina e Portovesme. Lo annuncia Mario Ghini, segretario nazionale Uilm. "Stiamo aspettando l’arrivo del ministro Scajola, rientrato dall’estero, per firmare il verbale d’intesa. C’è l’accordo che prevede il ritiro della procedura di cassa integrazione prevista per i lavoratori Alcoa degli stabilimenti di Fusina in Veneto e Portovesme in Sardegna. Ci rivedremo per un primo confronto tra le parti al dicastero dello Sviluppo economico il prossimo 9 dicembre" spiega. "L’intesa - specifica Ghini - prevede l’istituzione di un tavolo permanente di natura tecnica per definire tutti gli strumenti utili all’approvvigionamento energetico a prezzi calmierati nel rispetto di quanto previsto dal decreto legge sulla competitività. Siamo soddisfatti e andiamo a riferirlo ai lavoratori in piazza".
Scontri fra lavoratori e forze dell’ordine. In tarda mattinata il corteo degli operai (circa mille) ha tentato di lasciare il percorso concordato con la prefettura per andare sotto le finestre del ministero dello Sviluppo economico dove era in corso la trattativa fra azienda e sindacati. Secondo quanto riferisce la polizia, i manifestanti "sono partiti da piazza della Repubblica e giunti a largo di Santa Susanna improvvisamente hanno deviato dal percorso precedentemente concordato imboccando via Bissolati, dove hanno cercato di forzare lo sbarramento della Polizia di Stato. Nel corso del fronteggiamento tra manifestanti e Forze dell’Ordine, un manifestante è stato colto da malore e subito soccorso. Un agente è stato spintonato ed è caduto a terra battendo la testa. Un altro agente ha riportato contusioni ad un ginocchio dopo essere stato colpito dal megafono lanciato da un manifestante".
La polizia sottolinea che "le forze dell’Ordine in ogni caso non hanno effettuato alcun tipo di intervento repressivo nè tantomeno fatto uso di manganelli, ma solo azioni di contenimento". Dopo gli scontri, intorno alle 14, la delegazione sindacale presente al ministero ha interrotto la trattativa per incontrare i manifestanti. Trattativa che comunque è poi ripartita dopo uan quarantina di minuti ed è tuttora in corso. Il segretario nazionale della Uilm, Mario Ghini spiega che la delegazione ha incontrato gli operai "anche per rasserenare gli animi, dato che era arrivata la notizia di momenti di tensione tra operai e forze dell’ordine. Il corteo dei lavoratori Alcoa è pacifico, la vertenza in atto merita la massima attenzione e con questo spirito abbiamo ripreso la trattativa in sede ministeriale". Al tavolo non è presente il ministro Claudio Scajola in missione all’estero. L’esecutivo è rappresentato dal sottosegretario Stefano Saglia e dal capo di gabinetto del ministro Luigi Mastrobuoni.
La Sardegna è oggi a Roma per affrontare con grande realismo e senso di responsabilità, e non con un atteggiamento fatalistico, una situazione difficile e complessa che unisce le forze per una rivendicazione giusta: quella di non vedersi negare la speranza di costruire, tutti insieme, un futuro migliore". Lo ha detto il presidente della Regione Ugo Cappellacci, che insieme alla presidente del Consiglio regionale Claudia Lombardo, a numerosi consiglieri regionali, a parlamentari, a amministratori locali, ai rappresentanti sindacali e, soprattutto, a tanti lavoratori, hanno rivendicato l’attenzione nazionale su una vicenda che ha questi connotati con la manifestazione per il lavoro dei dipendenti dell’Alcoa di Portovesme.

venerdì 20 novembre 2009

A FIANCO DEI LAVORATORI SARDI

Il popolo non crede ai cultori delle cedole bancarie.

Crede all'azione, a chi gli indica le vie del destino.

Crede soprattutto a chi gli aprirà le strade vere della giustizia sociale.

Filippo Corridoni