
Il saggio di cultura politica più venduto negli ultimi decenni resta il suo Destra e Sinistra, ma era già vecchio quando uscì, nel 1994, perché narrava di due nature morte; ora appare un pezzo d’antiquariato. All’epoca, il successo fu consacrato dalla nascita tardiva in Italia del bipolarismo e dalla necessità di capire cosa fosse quella creatura proibita chiamata destra, che era andata al governo, ormai svestita dal neofascismo, e cosa fosse quella strana creatura sbucciata dal comunismo, detta sinistra. Bobbio deve il successo del suo libro a Berlusconi che vince le elezioni, va al governo ed eccita i furori bipolari. Arrivammo al bipolarismo quando le categorie della politica erano già spente. Nacque allora il gioco interminabile su destra e sinistra, finalmente libere di scorrazzare dopo la tutela democristiana e la servitù fascista e comunista; ma fu come accade con la luce delle stelle che continua a riverberare sulla terra anni dopo la loro distruzione.
Lo notai già all’epoca con un libro in risposta a Bobbio, Sinistra e destra, edito da Vallecchi, che ebbe successo e innescò un carteggio con lui. Ma quel libretto che reputava ormai estenuate le categorie di destra e di sinistra delineate da Bobbio, oggi non lo ristamperei perché superato; figuriamoci il saggio di cui notava il logoramento. Il pamphlet di Bobbio svolse in quegli anni, e forse svolge ancora in modo residuale, la funzione rassicurante della coperta di Linus; aiuta a illudersi che destra e sinistra esistano ancora e offre una cuccia alle pigrizie. Nella sua autorevole ovvietà, rassicurava i pregiudizi stanchi della politica, offrendo dignità teorica ai luoghi comuni, alle logore appartenenze e al razzismo etico della sinistra. Nominalismo, ultima salvezza. Ma ora le due categorie sono sparite anche nominalmente dal Parlamento: nessuna forza si definisce più di destra o di sinistra, il poco che ancora persiste non ha più rappresentanza. Il Pds ha perso la s di sinistra, An non c’è più, di che parliamo? E se pure i leader della destra e della sinistra dicono che non ci sono più le categorie su cui hanno finora campato, che senso ha insistere a parlarvi?
Ma Donzelli ristampa in versione bignami, nella collana «Gli essenziali», un’edizione ridotta del già esile Destra e Sinistra. E Mondadori consacra nei Meridiani una selezione delle opere di Bobbio. Sono notevoli i suoi studi di filosofia del diritto, sulla teoria delle élite o quelli dedicati a Politica e cultura, ed è bello il suo De senectute. Nelle sue opere c’è chiarezza ai limiti dell’ovvietà, lucidità con cadute nel banale, onestà intellettuale salvo qualche omissione.
Quali sono i punti deboli del suo Destra e Sinistra? Innanzitutto il suo schema dualistico trascura le numerose contaminazioni tra destra e sinistra e gli svariati incroci, teorici e storici, e tralascia esperienze e culture irriducibili alle due categorie. Federalismo e localismo, comunitarismo e ambientalismo, cattolicesimo politico e liberalismo, pragmatismo, populismo e giustizialismo, dove si collocano? Così i grandi temi del nostro tempo, dalla biopolitica alla tecnocrazia, dalla globalizzazione alla difesa delle identità culturali e popolari, attraversano le due categorie e le scompongono infinite volte. Paradossalmente lo schema bipolare funziona fuori dalla politica, per esempio nella bioetica; ma ha senso denominarlo ancora con i suoi vecchi nomi?
Lo notai già all’epoca con un libro in risposta a Bobbio, Sinistra e destra, edito da Vallecchi, che ebbe successo e innescò un carteggio con lui. Ma quel libretto che reputava ormai estenuate le categorie di destra e di sinistra delineate da Bobbio, oggi non lo ristamperei perché superato; figuriamoci il saggio di cui notava il logoramento. Il pamphlet di Bobbio svolse in quegli anni, e forse svolge ancora in modo residuale, la funzione rassicurante della coperta di Linus; aiuta a illudersi che destra e sinistra esistano ancora e offre una cuccia alle pigrizie. Nella sua autorevole ovvietà, rassicurava i pregiudizi stanchi della politica, offrendo dignità teorica ai luoghi comuni, alle logore appartenenze e al razzismo etico della sinistra. Nominalismo, ultima salvezza. Ma ora le due categorie sono sparite anche nominalmente dal Parlamento: nessuna forza si definisce più di destra o di sinistra, il poco che ancora persiste non ha più rappresentanza. Il Pds ha perso la s di sinistra, An non c’è più, di che parliamo? E se pure i leader della destra e della sinistra dicono che non ci sono più le categorie su cui hanno finora campato, che senso ha insistere a parlarvi?
Ma Donzelli ristampa in versione bignami, nella collana «Gli essenziali», un’edizione ridotta del già esile Destra e Sinistra. E Mondadori consacra nei Meridiani una selezione delle opere di Bobbio. Sono notevoli i suoi studi di filosofia del diritto, sulla teoria delle élite o quelli dedicati a Politica e cultura, ed è bello il suo De senectute. Nelle sue opere c’è chiarezza ai limiti dell’ovvietà, lucidità con cadute nel banale, onestà intellettuale salvo qualche omissione.
Quali sono i punti deboli del suo Destra e Sinistra? Innanzitutto il suo schema dualistico trascura le numerose contaminazioni tra destra e sinistra e gli svariati incroci, teorici e storici, e tralascia esperienze e culture irriducibili alle due categorie. Federalismo e localismo, comunitarismo e ambientalismo, cattolicesimo politico e liberalismo, pragmatismo, populismo e giustizialismo, dove si collocano? Così i grandi temi del nostro tempo, dalla biopolitica alla tecnocrazia, dalla globalizzazione alla difesa delle identità culturali e popolari, attraversano le due categorie e le scompongono infinite volte. Paradossalmente lo schema bipolare funziona fuori dalla politica, per esempio nella bioetica; ma ha senso denominarlo ancora con i suoi vecchi nomi?
Destra e sinistra non possono più essere definite attraverso la vecchia diade uguaglianza-diseguaglianza, come fa Bobbio. E tantomeno attraverso la vecchia divisione classista di proletari e borghesi o popolo ed élite, che semmai da anni funziona in senso inverso: le minoranze stanno a sinistra, il popolo a destra. Per Bobbio, poi, c’è asimmetria fra libertà e uguaglianza perché la libertà è un bene individuale e l’uguaglianza è un bene sociale. Ma anche la libertà, sul terreno politico, civile e giuridico, è un bene sociale, si esprime nel rapporto con gli altri, con il potere e con le leggi. Proprio come l’uguaglianza.
Poi Bobbio semplifica attribuendo alla destra il primato dell’economia e alla sinistra il primato della politica. In realtà l’economicismo attraversa la destra e la sinistra e le rende subalterne alla tecnica e al mercato; anzi, per la sinistra di derivazione marxista la politica è una sovrastruttura dei rapporti economici, che sono invece il fondamento. Meglio allora distinguere tra destre e sinistre che sostengono il primato dell’economia e destre e sinistre che viceversa affermano il primato della politica e della cultura (o della tradizione). In realtà il primato dell’economia non segna l’avvento della destra al potere, ma la dissoluzione delle categorie politiche a vantaggio della tecnofinanza. Poi non funziona più lo schema destra conservatrice degli assetti e sinistra progressista: la destra è spesso più modernizzatrice della sinistra, sia nella società che nelle istituzioni. Si pensi alla Costituzione: la sinistra la vuole conservare e la destra vuole cambiarla. Insomma la destra e la sinistra di Bobbio sono due vecchie ciabatte inservibili. Come il suo manicheismo antifascista e neo-illuminista.
Bobbio ha rappresentato il partito giacobino degli intellettuali scontenti, critico verso l’Italia reale nel nome di un’Italia ipotetica e minoritaria, figlia della Riforma e dei Lumi, oltre che della lotta al fascismo, considerato con Gobetti frutto della Controriforma (e il nazismo che nasce nella Germania riformata e protestante, è progressista?). Quel partito giacobino sopravvive oggi come potere intellettuale e come rancore settario, ma ha smesso di produrre opere originali e pensieri vivi. Di Bobbio ci resta la lezione del pessimismo, i suoi mea culpa, i suoi dubbi sull’aborto e il senso religioso, e sulla barbarie che si annida nella banale vacuità dei lumi odierni; tanta luce per rischiarare un deserto di idee e di valori. Alla fine, l’unica certezza che Bobbio lasciò fu la nobiltà del dubbio. Non è poco per un intellettuale onesto, ma non è abbastanza per considerarlo un classico. Bobbio è finito con il suo Novecento.
(di Marcello Veneziani)
Poi Bobbio semplifica attribuendo alla destra il primato dell’economia e alla sinistra il primato della politica. In realtà l’economicismo attraversa la destra e la sinistra e le rende subalterne alla tecnica e al mercato; anzi, per la sinistra di derivazione marxista la politica è una sovrastruttura dei rapporti economici, che sono invece il fondamento. Meglio allora distinguere tra destre e sinistre che sostengono il primato dell’economia e destre e sinistre che viceversa affermano il primato della politica e della cultura (o della tradizione). In realtà il primato dell’economia non segna l’avvento della destra al potere, ma la dissoluzione delle categorie politiche a vantaggio della tecnofinanza. Poi non funziona più lo schema destra conservatrice degli assetti e sinistra progressista: la destra è spesso più modernizzatrice della sinistra, sia nella società che nelle istituzioni. Si pensi alla Costituzione: la sinistra la vuole conservare e la destra vuole cambiarla. Insomma la destra e la sinistra di Bobbio sono due vecchie ciabatte inservibili. Come il suo manicheismo antifascista e neo-illuminista.
Bobbio ha rappresentato il partito giacobino degli intellettuali scontenti, critico verso l’Italia reale nel nome di un’Italia ipotetica e minoritaria, figlia della Riforma e dei Lumi, oltre che della lotta al fascismo, considerato con Gobetti frutto della Controriforma (e il nazismo che nasce nella Germania riformata e protestante, è progressista?). Quel partito giacobino sopravvive oggi come potere intellettuale e come rancore settario, ma ha smesso di produrre opere originali e pensieri vivi. Di Bobbio ci resta la lezione del pessimismo, i suoi mea culpa, i suoi dubbi sull’aborto e il senso religioso, e sulla barbarie che si annida nella banale vacuità dei lumi odierni; tanta luce per rischiarare un deserto di idee e di valori. Alla fine, l’unica certezza che Bobbio lasciò fu la nobiltà del dubbio. Non è poco per un intellettuale onesto, ma non è abbastanza per considerarlo un classico. Bobbio è finito con il suo Novecento.
(di Marcello Veneziani)
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