lunedì 13 aprile 2009

L'ultimo fascismo

Chi voglia accostarsi alla storiografia sulla Repubblica di Salò si trova spiazzato. Ed è una “fatica doppia se, poi, cerca una ricostruzione di quella drammatica stagione della nostra storia nazionale non guidato dal bisogno ideologico, quasi esistenziale, di testimoniare la propria inossidabile fede politica. In compenso, ha a disposizione quanti memoriali vuole”. Così scrive Roberto Chiarini, storico di vaglia e professore all’Università statale di Milano, in apertura del suo “L’ultimo fascismo”, appena pubblicato da Marsilio.
Poca sobrietà, dunque, sulla Rsi. O storiografia ideologizzata o memorialistica autoassolutoria?
E’ grande il lavoro fatto dagli storici sul fascismo. De Felice ha offerto il contributo di studi più cospicuo e più innovativo. Ma è stata fatta molta strada, anche negli ultimi tempi. E probabilmente la gran parte della storia del fascismo è stata scavata. In tante direzioni.
E la Repubblica sociale italiana?
La Rsi è un po’ il centro nevralgico della sensibilità politica dell’Italia repubblicana. Il ricordo o la demonizzazione sono significativi di una difficoltà, non dico a formare una memoria comune – concetto molto ambiguo questo, perché le memorie comuni sono retoriche – ma a storicizzare questa pagina. Se Pansa ricorda dieci, quindici, ventimila esecuzioni postbelliche di fascisti o presunti tali, che problema c’è? Semmai bisogna dare una lettura di questo processo. Invece, c’è difficoltà pregiudiziale ad affrontare il tema. E un sospetto: “Mica sarai un apologeta…?”. Ma perché?
E’ quasi un tabù.
Tutte le volte che si affronta questo problema suona l’allarme: “Si vogliono parificare le ragioni degli uni e le ragioni degli altri!”. Ma cercare di conoscere senza fare sconti a nessuno, tentando di capire motivazioni e comportamenti degli attori non dovrebbe essere un pericolo per la democrazia. Quando mai un democratico parifica le ragioni di chi lotta contro la democrazia e di chi lotta per la democrazia?
Lei usa l’espressione “ragazzi di Salò”, ma mettendola sempre tra virgolette.
I “ragazzi di Salò” nel ’43 erano davvero ragazzi. Ma le parole non sono mai neutre. Esprimono sempre un giudizio di valore. Si dice “ragazzi di Salò” ed è vero che erano ragazzi. Ma sono stati protagonisti e artefici di una guerra civile, quindi hanno subito violenze ma ne hanno fatte tante e di ogni tipo.
Le virgolette, insomma, sono opportune…
A dire “ragazzi” si attribuisce loro una forma di buonafede, di ingenuità. Molti certo l’avevano, ma così si dà loro quasi una patente di innocenza che, dal punto di vista politico e militare, non hanno avuto.
Lei presiede il “Centro studi e documentazione sul periodo storico della Repubblica sociale italiana”. L’obiettivo è quello di contribuire a scrivere una “storia storicizzata” di quella vicenda?
No. Ognuno può scrivere quel che gli risulta e che crede opportuno. E se ne assume le responsabilità. Ma non c’è “la lettura del Centro studi”. Noi vogliamo dare un contributo nel recuperare e mettere a disposizione degli studiosi materiale che rischia di andare definitivamente perso.
Il Centro studi dunque non scrive una storia, ma ne raccoglie le fonti.
Io su questo sono molto fuori dal coro. Fino a poco tempo fa si è accettato l’assunto che ogni area politica si facesse la sua storia. Si sono create fondazioni d’area, che hanno svolto un ruolo encomiabile. Ma si creano dei santuari dell’identità di quella forza politica e ciò espone a un enorme rischio: che chi gestisce queste istituzioni sia condizionato dalla lettura storica che fa comodo al suo sponsor, una lettura per di più esposta alle variazioni suggerite dalle mutevoli congiunture politiche. Ad esempio, la ventilata fondazione della destra a chi è bene che faccia capo? A Fini o a Storace? Agli ex di An o al nuovo Pdl?
Il rischio è quello di creare una sola storia…
Invece ce ne sono tante di storie. Il problema è che la ricerca revisiona continuamente – “revisiona”, parola maledetta – alla luce della nuova documentazione. Lo studioso non può negare l’evidenza, rifiutare letture diverse solo perché non collimanti con le sue opzioni culturali o politiche. Le leggi razziali ci sono state; se uno è filofascista deve spiegare perché ci sono state, non deve minimizzare dicendo: “Beh, ma ne parlavamo poco”. Ci sono stati dei morti soltanto perché vestivano la camicia nera quando la vestivano tutti? Questo è un interrogativo cui bisogna dare risposta, ma non significa che si debba ribaltare il proprio sistema di valori. Lo storico deve rendere omaggio alla verità e, poi, fornirne una lettura. E deve rispondere alle obiezioni degli altri, non rifiutarle. De Felice diceva che nel 1936-37 gli italiani erano entusiasti del fascismo. Non si può negare che la guerra di Etiopia sia stato il volano per il consenso, ma ci sono voluti vent’anni per accettarlo.
Era troppo “scandaloso”?
La storia non procede dall’oscurità alla luce. Va a zig zag. Io non credo allo slogan secondo cui bisogna conoscere per non ripetere. Io sono convinto che è importante conoscere, ma non mi illudo che questo ci renda immuni da nulla.
Ora lei progetta nuove collane con Mursia.
L’idea è studiare gli anni del Fascismo attraverso il linguaggio fotografico. Sulla Rsi e sulla destra post Rsi. Il Centro che dirigo ha già al proprio attivo 120 interviste videoregistrate di uomini e donne che sono diventati militi volontari della Rsi, peraltro mai pentiti. Servono a capire per quali ragioni e attraverso quali percorsi uno divenne volontario.

domenica 12 aprile 2009

RESURREXIT DOMINUS VERE

Mors et vita duello
conflixere mirando,
dux vite mortuus, regnat vivus.

martedì 7 aprile 2009

Moldova: assalto anticomunista al Parlamento

Caos a Chisinau, capitale della Moldova. Migliaia di manifestanti - 10mila secondo la stampa russa - hanno preso d'assalto la sede del Parlamento per contestare la vittoria dei comunisti alle legislative di domenica. Una ragazza moldava è morta asfissiata dall'ossido di carbonio sprigionato dall'incendio appiccato nell'edificio: la notizia arriva dall'agenzia Interfax, ma non c'è una conferma ufficiale.
Dopo diverse ore le autorità hanno autorizzato un nuovo conteggio dei voti, ma il leader del partito liberal-democratico all'opposizione Vlad Filat ha smentito il raggiungimento di un accordo con il governo sulla cessazione dell'azione di protesta. «Abbiamo presentato le nostre rivendicazioni alle autorità, senza tuttavia ricevere una risposta ufficiale» ha detto Filat all'agenzia Interfax -. L'azione di protesta proseguirà finché non avremo una risposta ufficiale, ma invitiamo i nostri sostenitori a comportarsi in modo civile e a non farsi coinvolgere dalle provocazioni». Il segretario della commissione elettorale centrale Iuri Ciokan ha smentito che sia partito il riconteggio delle schede.
Ci sono stati scontri con la polizia e lanci di pietre, circa 30 persone - sia tra i manifestanti che tra i poliziotti - sono rimaste ferite, alcune ricoverate in ospedale. Gli anti-comunisti hanno letteralmente travolto il cordone degli agenti, che hanno risposto con idranti e gas lacrimogeni. Gli oppositori hanno avuto la meglio e alcuni sono entrati nel Parlamento gridando «abbasso il comunismo!»; hanno lanciato dalle finestre mobili e documenti e appiccato il fuoco in alcune stanze. L'incendio si è esteso ai primi due piani dell'edificio, che ne ha dieci in totale. I mezzi dei vigili del fuoco non riescono ad arrivare sul posto per spegnere le fiamme per il gran numero di persone presenti nelle zone circostanti. I manifestanti hanno completamente circondato gli edifici del parlamento e della presidenza e sono riusciti a issare la bandiera dell'Unione Europea. Lo slogan: «Vogliamo entrare in Europa, vogliamo unirci con la Romania». In Moldova sono stati bloccati i principali siti internet d'informazione e nel centro di Chisinau non funzionano i telefoni cellulari.

Mussolini? Un moderato e marxista erudito

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Benito Mussolini? Moderato e marxista. Anzi, moderato perché "marxista erudito". Lo storico tedesco Ernst Nolte è abituato a stupire. E non rinuncia a farlo dopo una vita passata a ribaltare luoghi comuni e facili "etichettatori" di personaggi e movimenti storici. Allievo prediletto del filosofo Martin Heidegger, è sempre stato visto con sospetto e antipatia da chi su quei pregiudizi ha costruito facili carriere politiche o arraffato cattedre universitarie in quota a qualche partito comunista sopravvissuto, almeno fino a qualche lustro fa, alla condanna della storia. E così, quando si è sparsa la notizia che il professore di storia contemporanea della Freie Universitat di Berlino, la Libera università di Berlino era stato invitato a Treviso dall'Istituto Jacques Maritain per tenere una lezione del ciclo "Concetto e realtà di movimenti radicali di resistenza del XX e del XXI secolo", si è scatenata la contestazione dei Comunisti italiani e dei partigiani dell'Anpi. Che, dopo gli attacchi al Giampaolo Pansa, hanno rivolto la loro attenzione anche a un monumento della storiografia contemporanea come Nolte.
"Benito Mussolini fu un marxista erudito che sapeva ciò che la maggioranza dei marxisti non sapeva. Mussolini - ha proseguito Nolte - è stato il più importante marxista convertitosi al nazionalsocialismo. Nei circoli marxisti era più noto di Lenin, era un uomo troppo importante per essere considerato solamente un simbolo". Secondo il docente tedesco, la "moderazione che si vedeva nel fascismo italiano", a differenza del nazismo, era conseguenza del fatto che Adolf Hitler non proveniva invece dal marxismo. Nazismo che, auspica, andrebbe studiato senza la rabbia del dopoguerra. "Le polemiche possono avere un livello alto oppure basso: in Germania è basso, ci sono abituato, ma credo che quelle italiane siano migliori". Non aveva, forse, immaginato di dover ancora una volta fare i conti con i soliti "oscurantisti".
Molti esponenti dell'Anpi, hanno ritienuto diseducativa la scelta di invitare a parlare Nolte. Pronta la replica del professore tedesco con l'affermazione della necessità di occuparsi del nazionalsocialismo "senza la rabbia che era ben comprensibile nel decennio immediatamente dopo la guerra. Non più dopo mezzo secolo. Il nazionalsocialismo - precisa ancora - non fu un fatto buono, ma non può essere fatto svanire". E replicando ai rilievi dei partigiani italiani, Nolte ha detto che "se qualcuno crede che ciò che hanno sostenuto in base alla loro esperienza debba essere vero per sempre, allora si fa un'operazione contraria all'essenza stessa della storiografia. In questo senso - ha concluso - io non accetto tale approccio".

domenica 5 aprile 2009

Fini ha bisogno di uno psichiatra. Ormai è ateo

Ultimamente il Presidente della Camera dei Deputati, Gianfranco Fini ha esternato in campi che coincidono, fortemente, con la religione cattolica. Al Congresso istitutivo del Pdl nel suo intervento, si è dimostrato perplesso sulla legge in tema di testamento biologico, arrivando a ventilare uno stato etico. Non contento di tanto, ha elogiato la decisione della Consulta in tema di legge 40. Una posizione in netto contrasto con la Chiesa cattolica.
Che cosa sta accadendo al Presidente della Camera?. Lo chiediamo a donna Assunta Almirante. La moglie di Giorgio è ammalata, ha la febbre ed è a letto. Ma non risparmia su Fini qualche battuta al vetriolo.
Donna Assunta, che pensa delle ultime esternazioni di Fini?
“Vaneggia, delira, dice cose che non stanno in cielo e neppure in terra”.
Ma lui si definisce cattolico.
“Ma davvero? Che strano cattolico. Io credo invece che sia ateo, non ci creda più. In questo senso lo trovo in ottima compagnia, ormai i cattolici veri sono pochi, si contano sulle punta delle dita, ne vedo pochissimi coerenti in circolazione. Basti considerare come è stato vilmente aggredito il Papa Benedetto XVI durante il suo viaggio in Africa con il quasi totale silenzio della classe politica italiana”.
Torniamo al suo Fini.
“Ora le chiudo il telefono. Non è mio, sono miei solo i miei figli, mai Fini”.
Però continua a parlare.
“A straparlare. La colpa, me lo permetta, è di voi giornalisti. Se lo prendete sul serio, se gli date tanto spazio è logico che si senta incoraggiato a dire certe cose, una al giorno e finisce con il dire cose inesatte. Storicamente non mi sembra un’ arca di scienza, dovrebbe studiare di più. Nel senso letterale del termine è un colossale ignorante”.
Fini si definisce cattolico, ma poi parla di stato etico e inneggia alla Consulta.
“Guardi, uno che si definisce cattolico, dunque obbediente al Magistero e alla Tradizione della Chiesa e poi afferma certi svarioni non è normale”.
In che senso?
“Fini ha bisogno di uno psichiatra ed anche bravo. Cambia bandiera e idee con preoccupante continuità, segno che non sta bene. Ma, lo ripeto, non è il solo, lo vedo in eccellente compagnia e da questo punto di vista sono addolorata. Io non lo prenderei sul serio, magari vuole fare il capo di un partito politico, forse comunista”.
Il Presidente Cossiga ha detto, parlando di lui, che è pronto ad iscriversi all’associazione partigiani.
“Ha ragione, ha rinnegato il suo passato e la tradizione cattolica. Lo scriva pure, ormai è ateo, non ci crede più. Dunque è bene che la gente lo valuti per quello che è”.
Ma si tratta del Presidente della Camera.
“Quella carica l'ha avuta dal Palazzo, ma in sé non ha mai avuto niente. Viene da popolo come lei e come me. Ormai pochi lo prendono in considerazione”.
Ma Berlusconi non ha contestato le sue valutazioni sullo stato etico.
“Anche lui suona la stessa canzone, è il padrone dell’Italia e An ha venduto i gioielli di famiglia a quattro soldi”.
E la Chiesa?
“La ritengo affidabile e buona. Basta con gli attacchi al Papa e alla Chiesa. Bisogna ricordarsi che se qualche indigente in assenza dello Stato che latita, mangia un pasto caldo, lo si deve alla Caritas o altre istituzioni, altro che Stato etico. Ma Fini non lo sa o lo vuole ignorare. Un consiglio, ignoratelo e non prendetelo sul serio”.

giovedì 2 aprile 2009

STATO ETICO

(Il Presidente della Camera Gianfranco Fini e il Presidente della Corte Costituzionale, Francesco Amirante)

In ricordo di Giovanni Paolo II

Contrordine compagni: il popolo è tornato bue

A leggere il paginone con cui l’altro ieri La Repubblica ha sancito il divorzio fra la Sinistra e il Popolo, mi è venuta in mente una vecchia vignetta di (...) (...) Guareschi. Vi si vedeva un energumeno, un coltellaccio fra le mani, la terza narice fumante, il fazzoletto rosso al collo, che inseguiva fra i tavoli operaie e contadine bene in carne, mentre la banda suonava Bandiera rossa e tutti salutavano con il pugno chiuso. «Contr’ordine compagni - diceva la didascalia che accompagnava il disegno -. La frase pubblicata sull’Unità: “In occasione della Festa delle mondine democratiche del Vercellese, il compagno Paciotti aprirà le panze” è da intendersi “aprirà le danze”»... E dunque, contr’ordine compagni: Avanti popolo è da intendersi Indietro tutta, El pueblo unido jamas sera vencido è solo un jingle pubblicitario, la «canzone popolare», quella di Ivano Fossati che si «andava alzando» sui congressi del Pci ormai Pds-Ds-Ulivo-Pd e più ne hai e più ne metti, sta per «canzone sentimentale» (si sa, i partiti, come i figli, «so’ piezze ’e core»), il «popolo comunista» di berlingueriana memoria era uno scherzo, «l’unità popolare» della sinistra elettorale una boutade, l’articolo 1 della Costituzione un ignobile sopruso. Quanto al Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, una massa di avvinazzati...
Non c’è bisogno di una cattedra in Scienze della Politica per sapere che popolo, populismo, popolare sono concetti ambigui e da prendere con le molle. Solo che dalle parti del Progresso non se n’erano mai accorti, forti com’erano della convinzione che il Popolo fosse il loro, popolari i loro leader e populisti, ovvero la feccia che voleva corrompere quello e questi, tutti gli altri. È stata una lenta deriva che poi si è trasformata in una via di mezzo fra la rotta e l’assedio, man mano che si perdevano voti e ci si accorgeva di essere minoranza, man mano che la mitica «gggente» e la mitica «piazza» delle dirette televisive infuocate e «de sinistra» mostrava la corda e, santo cielo, si scopriva che c’erano altra «gente» e altre piazze, naturalmente mefitiche, che non la pensavano allo stesso modo e, come definirle, populace, plebe minus habens, italioti?
Cominciò tutto sul finire degli anni Settanta, quando il Pci varò il compromesso storico e si illuse di essere arrivato al capolinea del potere. C’erano gli intellettuali, ovvero la classe politica, e c’era il popolo, ovvero la classe operaia, la classe lavoratrice, il grande partito di massa, di lotta e di governo. Ci si chiamava «compagni» e il popolo andava guidato e titillato, era una forza che non sempre praticava il politicamente corretto. Ancora qualche anno dopo, quando ci fu il primo storico incontro fra metalmeccanici e comunità gay a Bologna, un operaio nerboruto esordì così: «Sono d’accordo con il compagno busone che ha parlato prima»... In due vignette (come si vede, partire da Guareschi non è poi male) si riassume il senso di un processo: la prima è quella celebre di Forattini che proprio sulla Repubblica disegna un Berlinguer che in vestaglia, e seduto in poltrona, beve il suo tè mentre i metalmeccanici sfilano sotto le sue finestre. Lì c’è ancora il popolo, e il sarcasmo colpisce chi si è imborghesito e crede di poterne fare a meno. La seconda, dieci anni dopo o giù di lì, è di Staino e appare su Tango, inserto dell’Unità. C’è il nuovo segretario del Pci Natta che balla nudo al suono della musica di Craxi e De Mita. Il popolo è assente e il cazzeggio ha preso il posto dell’analisi politica.
Quello che è venuto dopo, insomma, era già scritto, il mutare dello scenario sociale, economico, politico, e il continuare a far finta che non fosse successo niente, nuovi partiti che sorgevano, vecchie impalcature di governo che crollavano, e la «classe dei colti» che si illudeva di comprendere il proprio tempo. Non ci si accorse, per esempio, che la classe operaia andava tramontando e neppure che il sogno del proletariato era in fondo quello di divenire borghese, come Prezzolini aveva capito già mezzo secolo prima quando, invitato da Gramsci a parlare nelle fabbriche occupate di Torino, aveva accusato gli operai di mancare proprio di orgoglio di classe, la tuta nei giorni di lavoro e l’abito della festa, come borghesucci qualsiasi, alla domenica... Prezzolini, già, ma chi era, cosa voleva, chi lo leggeva? Un oscuro scrittore reazionario e filo-fascista, un anziano teppista delle lettere...
Chiusi nelle loro confortevoli abitazioni, retribuiti con contratti a tempo indeterminato, nelle aziende di Stato, nell’amministrazione pubblica e negli uffici-studi, nelle case editrici e nelle università e, se andava male, nelle scuole ma con annesso distacco sindacale, guardavano quel popolo che si sfaldava e, sbadigliando, lo invitavano a resistere. Certo, gli alloggi popolari erano una vergogna, ma non era forse all’opera una classe di architetti che fra il Corviale di Roma, le Vele di Napoli, lo Zen di Palermo aveva assicurato al popolo una dimensione abitativa rivoluzionaria? Certo, c’erano i campi nomadi, la microcriminalità, lo spaccio di droga, ma il popolo non doveva essere egoista, capire che la devianza è una malattia sociale, drogarsi un disagio esistenziale e poi, l’antica civiltà dei gitani, il fascino dei carrozzoni e degli «zingari felici», soggetti deboli, da difendere, non da offendere, stare con gli umili, insomma, con gli umiliati e offesi.
Lo dicevano dalle loro comodità dei centri storici, buona musica nello stereo, l’ultima guida dello slow food dove si diceva che in fondo «la vita è sugna», nel senso del grasso di maiale... Avevano imparato anche loro a bere del buon vino (più tardi sarebbero approdati ai vigneti, «poche bottiglie, solo per gli amici, una passione, non una speculazione», così come intanto scoprivano la comodità delle scarpe di cuoio fatte a mano), d’inverno la casetta «minimal» in montagna, la barca a veleggiare per il Mediterraneo d’estate, perché «il turismo di massa, che orrore», e insomma, e dunque, che il popolo affollasse i tram, le metropolitane e i treni dei pendolari e non li seccasse più di tanto, perché loro dovevano pensare, dare la linea, esplorare le contraddizioni del capitalismo, in attesa di farle esplodere... Quando la televisione cominciò a riempirsi di spazzatura e il cinema di pierini scoreggioni, restarono entusiasti. Ma sì, che si divertisse anche il popolo, la magia del trash, il cult e lo stracult di Giovannona coscialunga, anche Veltroni era d’accordo.
Sempre di più la sinistra politica e intellettuale è divenuta una riserva indiana, attaccata ai propri privilegi, alla difesa del proprio status quo. Si attestava a Capalbio, si voleva ecologica, ma si scopriva infastidita per la raccolta differenziata, lasciava intere regioni sprofondare nella monnezza, ma si appassionava al buco dell’ozono, spostava sempre il problema «altrove», trovava sempre che c’erano «altre priorità», altri «ma anche» con cui tenere insieme tutto e il suo contrario. Più perdeva consenso e più scuoteva la testa infastidita, questo popolo che non si faceva più guidare e per di più sudava, questo popolo che non si accontentava, non praticava la solidarietà, aveva paura dello straniero, loro che il filippino ce l’avevano in casa, perché la serva era roba da padroni, ma il collaboratore domestico multiuso, come insegna l’illuminato patron del Premio Grinzane, dà un’idea della lungimiranza del progresso.
E poi, alla fine, come si permetteva questo popolo di votare e far vincere qualcun altro? Loro che erano abituati a stare al potere anche quando erano all’opposizione, e a stare all’opposizione anche quando erano al potere, loro che ogni due per tre si dimettevano da qualche cosa, dall’Italia, dalla Sinistra stessa, dalle Istituzioni, mai dalla poltrona... Alla fine si è chiuso il cerchio. Il Popolo è tornato bue. Ma alla sinistra politica e intellettuale ormai restano soltanto le corna.
di Stenio Solinas