giovedì 12 luglio 2012

La Nato stravolta: da organismo di difesa ad arma d'attacco


Nei giorni scorsi c’è stato un grave incidente ai confini fra Siria e Turchia. Un F4 turco è stato abbattuto dalla contraerea siriana. Il governo di Ankara ha affermato che l’aereo non era armato, si trovava nella zona per sperimentare un nuovo radar, che volava nello spazio aereo internazionale anche se poi è caduto in territorio siriano. Damasco dà una versione opposta: l’aereo volava nello spazio aereo siriano ed era in funzione ricognitiva per conto della Nato. Versione che appare più credibile; se si vuol provare un radar non lo si va a fare ai margini del bollente confine della Siria, dove è in atto una sanguinosa guerra civile.

La Turchia ha chiesto l’appoggio della Nato ed Erdogan ha affermato "colpiremo la Siria se attaccati ancora". Il segretario generale della Nato, Rasmussen (nella foto n.d.r.), ha assicurato il suo pieno appoggio ad Ankara l’articolo 4 del Trattato dell’Alleanza Atlantica che impone ai 28 Paesi membri di venire in soccorso di uno Stato che di questa Alleanza faccia parte, se attaccato o anche solo minacciato. Il che è ineccepibile. Ma proprio il riferimento all’articolo 4 ci ricorda che la Nato è nata come alleanza puramente difensiva (se uno dei suoi Paesi è attaccato gli altri hanno il dovere di correre in suo soccorso) ma che nel corso degli ultimi anni, senza che il suo Statuto sia stato cambiato e senza che gli Stati Uniti, che di questa alleanza sono il dominus se non i padroni, sentissero l’obbligo di consultare gli altri Stati membri, si è trasformata in uno strumento offensivo. La vittoria dei serbi nella guerra di Bosnia nei primi anni ’90 non minacciava alcun Paese dell’Alleanza eppure la Nato è intervenuta trasformando i vincitori in vinti. Ancor meno minacciosa era la Serbia di Milosevic che alla fine degli anni ’90 si trovava alle prese con un grave problema interno dal quale nessun Paese dell’Alleanza veniva minacciato. Eppure una grande capitale europea come Belgrado fu bombardata dalla Nato per 72 giorni. Lo stesso si può dire per l’attacco all’Iraq del 2003 (quale Paese Nato minacciava Saddam Hussein?) e per quello alla Libia del 2011 (Gheddafi era addirittura alleato di alcuni Paesi membri della Nato, fra cui l’Italia). E anche per l’Afghanistan, perché se all’inizio l’attacco a questo Paese poteva essere visto come un atto di difesa contro il terrorismo internazionale, oggi, dopo undici anni di occupazione, quella giustificazione non regge più.

Quella trasformazione, mai esplicitata, mai sancita da un cambiamento legalizzato della natura dell’Alleanza, da strumento di difesa a mezzo di offesa, ha costretto molti Paesi a calpestare disinvoltamente la propria Costituzione. Fra cui c’è quella italiana che all’articolo II afferma solennemente: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». E invece siamo implicati in pieno in guerre d’offesa volute da altri e la scorsa settimana la morte del 51mo soldato italiano caduto in Afghanistan in diversi giornali è finita a fondo pagina mischiata alle notizie sui problemi dei sedicenni e sulla tutela dei cani abbandonati d’estate.

Un po’ perché ci abbiamo ormai fatto l’abitudine e molto perché ci vergogniamo di mandare questi ragazzi a farsi ammazzare e ad ammazzare senza che si possa dire, senza incorrere in un tragico ridicolo, che stan difendendo la sicurezza della Patria e nemmeno quella di un Paese alleato.

(di Massimo Fini)

mercoledì 11 luglio 2012

Fine ingloriosa di Fini, serial killer della Destra che ha affossato tre partiti


Missione compiuta, o quasi. John Francis Ends, il noto serial killer della Destra italiana, come ha scritto il Corriere della Sera del 1° luglio, è “pronto a sciogliere il Fli” dopo aver constatato, aggiustandosi la cravatta, che “alle amministrative abbiamo dimostrato la nostra marginalità e in certi casi ininfluenza”. E quindi dopo il Msi e dopo An, nel terzo episodio di questo film dell’orrore lungo diciassette anni, ecco ormai il terzo cadavere lasciato alle spalle, il Fli.
Per la verità, Mr. Ends, al secolo Gianfranco Fini, avrebbe detto: “Alle amministrative avete dimostrato marginalità e ininfluenza”, perché io, da presidente della Camera e quindi super partes, non ho partecipato alla campagna elettorale, quindi, va sottinteso, colpe non ne ho. Così riferisce chi ha partecipato alla riunione. Che si è svolta in un luogo quanto mai opportuno per gente di buon gusto come i finistei: all’appena inaugurato Eataly, “neotempio dei gourmet romani” dove, relaziona sempre l’autorevole Corriere, “all’ultimo piano del megacentro, dopo aver superato fritti e mozzarelle di bufala, culatelli di Zibello e piadine, ecco l’Assemblea nazionale” dei futuristi in libertà, dove il presidente del partito ha detto la sua. Insomma, l’ultima bufala doc.

Tra un “in un certo qual modo” e un appuntarsi a spuntarsi i bottoni della giacchetta, Fini ha per la verità anche detto che “non siamo un partito in liquidazione”, ma nessuno gli ha creduto anche perché molti dei suoi sono occupati a dilaniarsi fra loro (per esempio Filippo Rossi ha chiesto che Fabio Granata sia espulso dal partito “per indegnità”). L’avventura politica di questo sessantenne è dunque giunta al Finis? Non lo si può sapere, ma di certo vi è giunto tutto un mondo umano e culturale che egli ha purtroppo rappresentato e trascinato nelle sue sciagurate performance. Guardandosi alle spalle ha lasciato soltanto macerie.
Macerie e tabula rasa di un mondo che bene o male aveva retto per mezzo secolo. Perché il risultato, dall’epoca dello scontro con Rutelli per Roma (1993), all’ingresso nel primo governo Berlusconi (1994) e il lavacro di Fiuggi (1995), con il progressivo abbandono delle posizioni che avevano caratterizzato la Destra italiana da sempre, è stata la sua pressoché totale rottamazione. Perché a forza di aver paura del passato e dei suo simboli (qualcuno ricorda la mitica “coccinella”?!), ripudiandolo nella maniera più rozza, a forza di voler entrare nei cosiddetti “salotti buoni”, a forza di adeguarsi nel modo più piatto al “politicamente corretto”, a forza di “strappi” su tutti i piani senza proporre altra alternativa se non posizioni assolutamente ridicole per voler puntare al Centro, oggi la Destra non c’è più.
Addirittura il tentativo del cosiddetto Terzo polo, nell’assemblea del 30 giugno, è stato clamorosamente sconfessato e anche con parole dure. Esso, ha detto con parole oracolari Fini, gesticolando secondo suo costume, “è stato concepito come una somma di entità, uno stare insieme per disperazione”. Perdinci, una somma di disperati! Anch’esso dunque nella polvere. Un record assoluto: dove il presidente della Camera pone mano compie disastri. Un Re Mida alla rovescia.

Il peggiore, il maggiore, è di aver distrutto la Destra, senza aver costruito assolutamente nulla. Un sessantenne con un grande avvenire alle spalle. E tutti quelli che avevano creduto nelle sue parole? In questi vent’anni, quelli che non vi avevano creduto sono stati emarginati, grazie anche a coloro i quali a livello locale e soprattutto negli assessorati alla Cultura di paesi, città, province e regioni, hanno pensato bene di nascondere e dimenticare cosa era una cultura non conforme e non di sinistra. Vent’anni di semi-oblio hanno prodotto il risultato attuale: il Nulla. Sicché, in mano ai Tecnocrati cosa è possibile fare? Se non si riesce a fare qualcosa, di un mondo umano e culturale, oltre che politico, non resterà nemmeno il ricordo.

(di Gianfranco de Turris)

venerdì 6 luglio 2012

Perché la destra non è montiana


Caro Galli della Loggia,

non è affatto strabiliante, come tu scrivevi ieri sul Corriere della Sera, che la destra non si riconosca in Monti, così sobrio e moderato come i notabili della destra storica. 

Lascio da parte le ragioni arcinote e contingenti: il governo dei tecnici fu calato da fuori e dall’alto e scalzò un governo di centro-destra eletto democraticamente. E lascio da parte anche la delusione per il suo operato: molte tasse e pochi tagli, troppe incertezze e scarsa attenzione anche a un elementare principio di destra liberale: anche se aumentano le tasse il prelievo fiscale diminuisce se si punisce chi investe, se si colpisce chi compra. Ma lasciamo da parte tutto questo, e veniamo al cuore del problema che sollevi. Ci sono buone ragioni di principio e di fatto che rendono incompatibile Monti con la destra, anche nella versione estesa del centro-destra. Il centro-destra ha avuto vita e consenso solo quando non è stato espressione di minoranze, di salotti e di poteri, ma quando ha sposato il primato della decisione politica e della sovranità nazionale e popolare. Non solo in Italia, anche in Francia con De Gaulle, in Spagna con Aznar, in Germania con Kohl.

L’antagonista della destra di oggi non è il comunismo operaio e il proletariato ma la nuova borghesia radicale. Anzi per essere più precisi, l’antagonista della destra è il patto tra la sinistra politico-ideologica e la destra tecnico-economica, che idealmente fu sancito a Bologna tra Monti e il partito de la Repubblica ; a una cosa del genere, che potremmo chiamare la Bolognetta, dopo la svolta della Bolognina, siamo arrivati tramite Napolitano, con Casini e Fini nel ruolo di mosche cocchiere. La destra economica da sempre è stata avversa alla destra politica ed estranea alla destra morale. E Monti è un commissario rispettabile, ma legato per indole e curriculum ai circoli internazionali che sappiamo. 

Possiamo accettarlo come Eduardo accettò ’A nuttata , sapendo che passa, e che farlo cadere peggiorerebbe ulteriormente le cose. Ma non chiederci di sposarlo. La destra che tu e il Corriere ogni tanto profilate, è una destra di minoranza liberale, che odora di cent’anni fa, cioè prima della democrazia di massa, sobria e rigorosa quanto inefficace e impopolare. Senza tirare in ballo il fascismo, la «destra» nella Repubblica italiana si è affermata o col centro cattolico-popolare, cioè con i democristiani, o con la destra sociale, cioè nazionale e popolare, a volte anche monarchica ( il caso Lauro a Napoli). I liberali, pur degni, non incisero mai in modo significativo nella storia della Repubblica italiana, a parte alcuni isolati galantuomini. La destra, anzi il centro-destra, in Italia ha una sua storia e anche precisi riferimenti. Vuoi i nomi? Una destra larga e viva nel quadro bipolare si può richiamare, secondo le diverse sensibilità, a politici come Fanfani, Craxi, Pacciardi, Almirante, a tecnici come Enrico Mattei o Ettore Bernabei, perfino a leghisti come Miglio (e a qualche Papa). Tutti accomunati da quella linea decisionista, nazional-popolare, che assegnava alla politica la sovranità, non alla tecnica, alle banche o all’economia. E non è solo un retaggio fascista o peronista: anche i conservatori, da Burke a Tocqueville, fino a Fisichella, hanno sempre criticato il potere del denaro sulla politica e hanno sempre difeso la sovranità della tradizione su quella finanziaria. Quando degenera, quella linea si fa populista o popolana; ma se si parla di deriva populista nel centro-destra italiano si deve avere l’onesto coraggio di dire che dall’altra parte non si contrappone la democrazia liberale, bensì la deriva oligarchica, ovvero il patto implicito o esplicito tra i poteri economici e le caste intellettuali e giudiziarie, partitiche e sindacali di sinistra. E quanto a deriva populista, Di Pietro, Grillo e Vendola non ne sono certo immuni. Perciò, caro Ernesto, non possiamo dirci montiani.

(di Marcello Veneziani)

giovedì 5 luglio 2012

Pechino contro tutti. La Cina sempre più dura in politica estera


Sfide minacciose richiedono risposte fuori dall'ordinario. L'amministrazione del Partito comunista cinese (Pcc) si è ritrovata sulla difensiva in modo particolare nella regione dell'Asia-Pacifico. Le liti per la sovranità sul Mar cinese meridionale che la Cina ha ingaggiato con diversi altri Stati dell'Asia sud-orientale sono giunte a un punto morto con il prolungato stanziamento navale di vascelli cinesi e filippini sullo Scarborough Shoal (noto anche come isolotto Huangyan). Rimane alta anche la tensione con il Vietnam, un altro attore nella disputa sulle posizioni cinesi riguardo le isole del Mar cinese meridionale.

India e Giappone, che hanno entrambi contenziosi territoriali con la Cina, hanno aumentato i legami militari con Filippine e Vietnam. Inoltre, il Segretario americano alla Difesa Leon Panetta ha annunciato nel corso dell'annuale Dialogo sulla sicurezza di Shangri-La, che si è svolto a Singapore all'inizio di giugno, che il Pentagono stanzierà entro il 2020 circa il 60 % della propria capacità navale - incluse 6 portaerei da battaglia - nel teatro dell'Asia-Pacifico [v. Associated Press e Reuters, 1 giugno].

Questo annuncio sembra dare sostanza al "pivot" asiatico annunciato in pompa magna dal presidente americano Barack Obama all'inizio del 2012. Questi sviluppi hanno in apparenza costretto l'apparato che cura la politica estera di Pechino a esacerbare le tattiche aggressive nelle arene diplomatiche e militari, così come annunciato lo scorso anno [v. "Beijing Adopts Multi-Pronged Approach to Parry Washington's Challenge," China Brief, 30 novembre 2011).

Da Deng a Hu: rivoluzione totale

In teoria, gli alti dirigenti e funzionari del Partito e del governo non hanno abbandonato il famoso diktat dell'anziano patriarca Deng Xiaoping (nella foto n.d.r.), che nei primi anni '90 disse: "Tieni un profilo basso e non assumere mai la guida". Ma un numero sempre crescente di influenti docenti universitari e di consiglieri militari di Pechino sostengono che, dato l'aumento dell'importanza cinese (oramai quasi una super-potenza) e l'intensificarsi della competizione con gli Stati Uniti e i suoi alleati asiatici, l'approccio "da basso profilo" è divenuto troppo obsoleto.

Secondo il noto teorico militare Yang Yi, molto pubblicato nel Paese, "non è più possibile per la Cina mantenere un basso profilo. Quando un'altra nazione infrange la nostra sicurezza o i nostri interessi, dobbiamo mettere in atto una risoluta auto-difesa". Parlando con la Xinhua, l'ammiraglio Yang ha aggiunto: "Le misure di contrattacco adottate da Pechino dovrebbero essere di breve durata, di poco costo ed efficienti. E non devono lasciare spazio per ambiguità o altri effetti non graditi" [v. Xinhua e Southern Daily, 26 dicembre 2011].

Il "falco" Global Times - un derivato del Quotidiano del Popolo - ha scritto in un editoriale che "per salvaguardare i propri interessi nazionali, la Cina deve impegnarsi per difendere i propri principi e avere il coraggio di confrontarsi con diverse nazioni allo stesso tempo" [v. Global Times e Ming Pao, 11 maggio 2012].

Nei fatti, è difficile sostenere che l'immediata reazione di Pechino alle dichiarazioni di Panetta sia stata preparata in base al mantra del "basso profilo" di Deng. Il capo della delegazione cinese ai Dialoghi di Shangri-La, il colonnello generale Ren Haiquan, ha scelto la linea dura per rispondere ai piani del Pentagono di aumentare la propria presenza navale in Asia: "Prendiamo in considerazione anche gli scenari peggiori". Ren, che è anche vice comandante dell'Accademia cinese di Scienze militari, ha aggiunto: "Se gli interessi cinesi verranno colpiti, le nostre misure in risposta saranno terrificanti" [v. Chinamil.com.cn e China News Service, 3 giugno 2012].

Allo stesso tempo, un buon numero di commentatori militari dei media ufficiali cinesi hanno fatto minacce non troppo velate sulla possibilità di usare mezzi militari per risolvere questioni diplomatiche. Il general-maggiore Luo Yuan, popolare commentatore, ha più volte sottolineato che l'Esercito di liberazione popolare è pronto a "dare una lezione alle Filippine". Luo, in un commento scritto lo scorso mese, ha poi biasimato quegli elementi nazionalisti all'interno e all'estero del governo di Manila che cercano di infiammare i rapporti con la Cina: "Se le Filippine non riescono a rimanere al proprio posto, dobbiamo insegnarli la disciplina". Riguardo le presunte provocazioni della Marina filippina, Luo ha avvertito: "Abbiamo più volte scelto un atteggiamento conciliante, ma siamo arrivati ai limiti della nostra tolleranza. Non c'è più bisogno di mostrarne altra" [v. Global Times e Sina.com, 23 maggio 2012].

Le "linee rosse" dei falchi comunisti

Un fattore emblematico della nuova e più assertiva posizione presa da Pechino è la cosiddetta "politica estera degli interessi nazionali fondamentali" e, per estensione, della linea rossa della diplomazia. In parole povere significa che Pechino vuole tracciare delle "linee rosse" intorno a quelle zone geografiche che sembrano integrate agli "interessi nazionali vitali" della nazione. Se una potenza straniera dovesse infrangere queste linee, Pechino si riserva il diritto di rispondere tramite l'esercito e altre tattiche che prevedono l'uso della forza. Per tradizione gli "interessi nazionali vitali" della Cina si riferiscono alle questioni di unità nazionale e integrità territoriale: per esempio non si dovrà mai permettere a Taiwan, Tibet e Xinjiang di ottenere la secessione dalla madrepatria.

Nel marzo 2010 sono suonate diverse campane di allarme, a Washington e in diverse altre capitali asiatiche, quando alcuni funzionari cinesi hanno detto a due alti rappresentanti del governo americano che Pechino ritiene il Mar cinese meridionale all'interno degli "interessi nazionali vitali" [v. "Hawks vs. Doves: Beijing Debates 'Core Interests' and Sino-U.S. Relations," China Brief, 19 agosto 2010]. In un intervento ufficiale pronunciato qualche mese dopo, il portavoce del ministero cinese degli Esteri Qin Gang ha in apparenza cercato di raffreddare la situazione rifiutandosi di fare i nomi di posti specifici, quando ha definito in maniera ufficiale gli interessi cinesi. Egli ha detto: "Le aree che riguardano la sovranità nazionale, la sicurezza, l'integrità territoriale e gli interessi di sviluppo appartengono tutte agli interessi vitali cinesi" [v. Global Times e China News Service, 13 luglio 2010].

Dato che gli "interessi di sviluppo" della Cina potrebbero includere imponenti giacimenti di petrolio e gas - così come minerali strategici - la definizione di Qin potrebbe essere interpretata come una volontà di annettere quelle isolette del Mar cinese meridionale che si presume siano ricche di idrocarburi. Sull'onda della crisi in corso con Manila - e del drammatico annuncio di Panetta - i teorici cinesi hanno iniziato a spingere la politica delle linee rosse con più gusto che mai.

Ding Gang, commentatore del Quotidiano del Popolo, ha definito il Mar cinese meridionale parte vitale degli interessi nazionali di Pechino. Sul giornale ufficiale del Partito, Ding ha scritto: "Dobbiamo tracciare una serie di linee in quel mare per gli Stati Uniti, in modo che gli americani sappiano cosa possono e cosa non possono fare. Gli americani dovrebbero inoltre essere consapevoli delle proprie tendenze egemoniche: questo non è solo necessario, ma è anche un beneficio per loro" [v. Quotidiano del Popolo e Global Times, 2 giugno 2012].

Alti funzionari del Partito hanno inoltre fatto riferimento all'arcipelago delle Diaoyu (anche note come Senkaku), che fa parte degli interessi vitali cinesi. Incontrando lo scorso mese a Pechino il primo ministro giapponese Yoshihiko Noda, il premier cinese Wen Jiabao si sarebbe lamentato per la posizione nipponica riguardo l'arcipelago, così come per i pronunciamenti di Tokyo sulla Regione autonoma del Xinjiang. I media ufficiali hanno riportato che Wen ha chiesto con forza a Noda di "rispettare gli interessi vitali e le maggiori preoccupazioni cinesi" [v. China News Service e Yomiuiri Shimbun, 15 maggio 2012].

Minacce e "punizioni" per chi aiuta uighuri e tibetani

La diplomazia della linea rossa include anche la penalizzazione di una varietà di nazioni i cui leader hanno incontrato il Dalai Lama o hanno permesso al Congresso mondiale degli uighuri - che sostiene alcune forme di indipendenza del Xinjiang - di incontrarsi sul proprio territorio. Pechino ha bloccato una seria di incontri ad alto livello con il Regno Unito dopo che il primo ministro David Cameron ha avuto un "incontro privato" con il Dalai Lama, avvenuto lo scorso mese nella chiesa di san Paolo a Londra [v. Ming Pao, 14 giugno 2012 e Xinhua, 13 giugno 2012].

Questo comportamento porta alla mente le "punizioni" che Pechino ha inflitto a nazioni come Germania, Francia e Stati Uniti dopo che i loro leader hanno incontrato il leader spirituale tibetano in esilio. In quasi tutti questi casi, tuttavia, Pechino ha "normalizzato" le relazioni con le nazioni penalizzate per il "fattore Dalai Lama" dopo un decente intervallo di tempo. Al massimo, qualche mese.

Allo stesso modo controverso è stato l'aumento dell'uso di armi economiche da parte di Pechino per risolvere differenze diplomatiche. Durante lo scontro in corso con Manila, la Cina ha tagliato le importazioni dalle Filippine di frutta e prodotti agricoli. Ha anche chiesto alle agenzie turistiche nazionali di non visitare il Paese [v. Philippine Star, 20 maggio 2012 e The Australian, 17 maggio 2012]. Questo gesto straordinario è di fatto uno sviluppo ulteriore della controversa strategia comunista delle "terre rare", usata per fare pressione su Tokyo alla fine del 2010 per ottenere il rilascio di un peschereccio cinese arrestato dalla Guardia costiera nipponica nei pressi delle Diaoyu-Senkaku. Anche in quell'occasione Pechino tagliò il numero di turisti cinesi diretti in Giappone.

All'inizio del 2012 il Giappone, gli Stati Uniti e diverse altre nazioni hanno presentato una lamentela all'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), con la quale hanno accusato Pechino di usare percentuali artificiali per limitare le esportazioni di terre rare, quei rarissimi minerali fondamentali per la produzione di numerosi prodotti tecnologici. Il Wto, nonostante le vigorose proteste di innocenza da parte cinese, hanno lanciato un'inchiesta [v. Xinhua, 13 marzo 2012 e Bloomberg, 12 marzo 2012].

Fino a poco tempo fa, però, Pechino era molto cauta nel "mischiare economia e politica" nelle relazioni della Cina con le nazioni straniere. Al culmine delle proteste anti-giapponesi del 2005, i manifestanti nazionalisti cinesi chiesero di boicottare i prodotti giapponesi. I più infuocati chiesero persino al ministero delle Ferrovie di fermare l'acquisto della tecnologia per costruire i treni-razzo nipponici. Ma l'allora ministro del Commercio Bo Xilai, tuttavia, ammonì i nazionalisti di sperare le questioni economiche da quelle politiche e diplomatiche.

Bo sottolineò che, in questa economia globalizzata, boicottare i prodotti giapponesi avrebbe significato colpire la Cina: "Boicottare i prodotti di un altro Paese sarebbe di detrimento per gli interessi dei produttori e dei consumatori di entrambe le nazioni. Questo colpirà la nostra cooperazione e lo sviluppo economico con altri Stati". Il ministro aggiunse poi che "proteggeremo gli interessi legali di tutte le compagnie straniere in Cina, incluse quelle giapponesi" [v. Xinhua e China News Service, 22 aprile 2005]. Andando ancora indietro agli anni '90 del secolo scorso, quando Pechino presentò al governo americano la richiesta annuale per ottenere lo status di "nazione preferita" chiese a diversi membri del Congresso che criticavano la situazione dei diritti umani in Cina di "separare l'economia dalla politica" [v. Ifeng.com, 25 novembre 2010; Sina.com, 23 febbraio 2010; Sohu.com, 24 dicembre 2002].

Altre prove del controverso uso cinese del proprio potere economico per segnare punti diplomatici si possono trovare nei suoi legami finanziari di antica data con molti Stati pericolosi, inclusi quelli che sono nel mirino delle sanzioni economiche delle Nazioni Unite. Pechino non solo fornisce aiuti economici alla Corea del Nord, ma commercia con essa in contravvenzione all'embargo deciso dall'Onu [v. The Telegraph, 8 giugno 2012 e Reuters, 17 maggio 2012]. Il Partito si tiene stretti inoltre i rapporti commerciali e gli investimenti da e per l'Iran. Il commercio bilaterale con questo Stato lo scorso anno ha raggiunto i 29,3 miliardi di dollari e si è decuplicato rispetto a 10 anni fa. Pechino è stata criticata anche per aver sfruttato il ritiro delle compagnie petrolifere occidentali dall'Iran: la Cina ha acquistato giacimenti e relative risorse energetiche a buon prezzo [v. South China Morning Post, 17 giugno 2012].

I frutti marci di questa politica aggressiva

È evidente che la diplomazia dal pugno duro di Pechino ha portato alcuni frutti. Per esempio la strategia delle "terre rare" sembra aver avuto un qualche ruolo nella decisione giapponese di rilasciare il marinaio arrestato nel Mar cinese meridionale alla fine del 2010. Inoltre, Manila ha iniziato ha parlare meno dopo gli attacchi economici e la pressione subita dalla Cina in seguito alla crisi relativa a quel mare. Ma allo stesso modo l'adozione di una politica aggressiva e di tattiche controverse ha colpito l'immagine globale della Cina e la sua capacità di farsi degli amici ai propri confini.

Questa preoccupazione sembra essere sullo sfondo di un articolo apparso la scorsa settimana sul Global Times e intitolato "Perché lo sviluppo globale della Cina è divenuto più severo?". Nel suo articolo provocatorio Wang Jisi, un rispettato esperto di relazioni internazionali presso l'Università di Pechino, sostiene che "mentre il bilanciamento globale dei poteri ha dimostrato che l'Est è in crescita mentre l'Ovest è in declino, la situazione internazionale della Cina non è migliorata". Fra i numerosi fattori esterni e interni che Wang analizza ci sono le reazioni dei Paesi confinanti alle più severe politiche di Pechino: "Aumentando la propria capacità di difesa nazionale, la Cina ha fatto in modo che i propri vicini e gli Stati Uniti abbiano iniziato non solo a dubitare delle intenzioni pacifiche di Pechino, ma ha provocato anche un aumento delle loro misure difensive contro la Cina. Inoltre, questi Paesi hanno deciso di coordinare le proprie strategie relative alla Cina. E tutto questo ha provocato ulteriori pressioni sulla sicurezza nazionale cinese" [v. Global Times, 13 giugno 2012].

Un punto allo stesso modo pertinente, ovviamente, è se lo status globale della Cina (ed il suo senso di sicurezza nazionale) non sarebbero potuti essere migliori se Pechino avesse deciso di non usare quelle tattiche di politica estera che si sono dimostrate un'infrazione alle norme internazionali. La leadership comunista dovrebbe pensarci due volte prima di abbandonare lo spirito dello stratagemma "del basso profilo" di Deng, che segnalò in maniera non equivocabile che l'Impero di Mezzo era impegnato a rispettare le convenzioni diplomatiche internazionali.

(fonte: www.asianews.it)

martedì 3 luglio 2012

Peter Weir nell’inferno del gulag



L’avevamo perso di vista dal 2003, da quando cioè sugli schermi è arrivata l’avventura navale di Master & Commander. Poi silenzio, fino al 2010 quando Peter Weir, il regista di Truman Show e L’attimo fuggente è tornato dietro la macchina da presa con un nuovo film epico sulla grande e disperata fuga di sette prigionieri di un gulag sovietico che nell’inverno del 1940 rischiarono la vita per lasciare la Siberia attraversando la Mongolia, il deserto del Gobi, la grande muraglia cinese fino all’India controllata dagli inglesi, dove dopo molti mesi e quattromila miglia trovarono finalmente la libertà. Tra loro un giovane ufficiale polacco (Jim Sturgess) accusato di spionaggio sulla base di una confessione estorta alla moglie sotto tortura e condannato a 25 anni di lavori forzati, un attore russo (Dragos Bucu), un enigmatico americano emigrato in Unione Sovietica in cerca di lavoro e un urki (Colin Farrell), criminale russo promosso a guardia del campo di concentramento. A loro si unirà lungo il cammino una giovane orfana polacca (Saoirse Ronan), l’unica donna del gruppo.

Distribuito in Italia con grande ritardo (dal 6 luglio), il film è tratto dal controverso libro autobiografico di Slavomir Rawicz, Tra noi e la libertà (pubblicato nel 1957), la cui veridicità fu smentita dalla Bbc nel 2006 con un documentario che affrontava questa drammatica storia di sopravvivenza. Non sarà tutto vero, ma gran parte di quei fatti sono realmente accaduti e a partire da questi Weir ha deciso costruire personaggi di finzione per dimostrare fino a che punto un essere umano è pronto a spingersi per salvare la propria vita. Nella prima parte il film dipinge un efficace affresco degli orrori del campo di prigionia, dove tra episodi di ordinaria crudeltà si fanno strada lampi di insperata umanità, come il bisogno infantile di sentirsi raccontare delle storie, o quello di disegnare e ricevere preziosi consigli per sopravvivere in un inferno che la storia del cinema ha ignorato.

I libri sui gulag staliniani infatti non mancano, ma di film se ne sono visti pochissimi, e tra questi vale la pena ricordare Gulag 77 di Roger Young, Sta’ fermo, muori, resuscita di Vitalij Kanevskij, che racconta i campi di prigionia sovietici dal punto di vista di un ragazzino e Estovest – Amore e libertà di Régis Wargnier. Tra baracche immerse nella neve (il gulag è stato ricostruito in Bulgaria) i prigionieri devono sopravvivere ogni giorno al gelo che spacca la faccia, alla fame, alle malattie, alle piaghe e alla ferocia di spietati carcerieri. Immagini, dicevamo, che il grande schermo ha raramente mostrato.

Ed è proprio durante una delle quotidiane marce per tagliare la legna nella foresta, nel bel mezzo di una tormenta, che i prigionieri scappano. La seconda parte del film ci porta allora nel cuore dell’Europa Orientale e dell’Asia (la muraglia cinese è stata ricostruita negli studi cinematografici alle porte di Sofia, così come il villaggio tibetano), tra gli assalti di un nemico altrettanto minaccioso, la natura, che metterà a dura prova la resistenza dei fuggiaschi facendo loro comprendere però quanto valgono l’amicizia e il sacrificio.

I giganteschi paesaggi rimandano al cinema di David Lean (il regista di Il dottor Zivago, Lawrence d’Arabia, Il ponte sul fiume Kwai) e sullo sfondo di foreste, laghi e deserti quegli esseri umani in cerca di libertà appaiono minuscoli. Certo, a volte sembra che al regista australiano stia più a cuore il viaggio dei viaggiatori e i personaggi non sono sempre all’altezza dell’epicità richiesta dal racconto, costruito secondo gli schemi del cinema classico. Eppure, a dispetto di qualche opacità, riescono a regalare passione e verità a una dolorosa e universale odissea umana.

(fonte: www.avvenire.it)

lunedì 2 luglio 2012

La Corazzata Roma ritrovata sui fondali del Golfo dell'Asinara



Alla fine è stata ritrovata la nave perduta. Il 26 giugno al largo dell’Asinara, a 1.200 metri di profondità, è stato individuato il relitto della corazzata Roma, nave da battaglia della Regia Marina, affondata da due bombe teleguidate sganciate dai bombardieri tedeschi il 9 settembre 1943. La nave era partita dal porto di La Spezia con altre due corazzate, l’Italia e la Vittorio Veneto, seguita da tre incrociatori e da 8 cacciatorpediniere, alle ore 03 di quello stesso giorno. Nel testo dell’armistizio sottoscritto dal governo Badoglio il giorno 3 precedente, era prescritto che le navi italiane si trasferissero “in quelle località che saranno designate dal Comandante in capo alleato”; una clausola particolarmente importante per gli anglo-americani.

NON VOLEVANO CONSEGNARE LA NAVE AL NEMICO - L’ammiraglio Raffaele de Courten, ministro della Marina nel governo Badoglio e Capo di Stato Maggiore della Regia Marina, con l’ammiraglio Carlo Bergamini, comandante in capo della Squadra da battaglia, erano orientati verso l’autoaffondamento delle navi piuttosto che consegnarle al nemico. Appena due giorni prima quella stessa flotta era pronta ad uscire per combattere, nelle acque del Tirreno meridionale, la sua ultima battaglia. Infatti nel corso delle trattative per un armistizio le operazioni di guerra proseguono e si intensificano perché si cerca di giungere alla sospensione delle ostilità nelle condizioni migliori possibili. E’ chiaro che se la Marina italiana avesse inflitto gravi perdite al nemico (come era molto probabile) le condizioni di un eventuale armistizio avrebbero potuto essere meno svantaggiose per l’Italia. Questo, almeno, era ciò che pensavano i vertici della Marina Italiana, ancora all’oscuro della già avvenuta firma dell’armistizio che sarà comunicata loro, dal Capo di Stato Maggiore Generale gen. Ambrosio, solo alle ore 18 dell’8 settembre.

LA FLOTTA ITALIANA DIVENTO’ BOTTINO DI GUERRA - Venuta meno la necessità di combattere, la flotta aveva accettato di dirigersi verso il porto de La Maddalena disattendendo l’ordine di raggiungere i porti nemici. Il governo Badoglio aveva impartito quell’ordine con la reiterata affermazione che non sarebbe stata ammainata la bandiera nè le navi sarebbero state cedute al nemico. Affermazione, quest’ultima, assolutamente menzognera, in quanto la flotta italiana sarà poi ripartita fra i vincitori quale bottino di guerra.

LA SCOMPARSA DELLA FLOTTA FU TRADIMENTO - Non sarà possibile sapere cosa avrebbe deciso in merito l’Ammiraglio Bergamini perché cadde, affondando insieme alla corazzata Roma, con i suoi 1392 uomini di equipaggio. Di fatto la scomparsa della flotta italiana dal teatro del Mediterraneo modificò radicalmente l’equilibrio marittimo della guerra. Il tradimento ed il passaggio al nemico furono tradimento non solo nei confronti dell’alleato tedesco ma, soprattutto, nei confronti dell’Italia e dei soldati italiani. Un armistizio negoziato avrebbe forse portato l’Italia fuori dal conflitto; invece con la resa senza condizioni del settembre ‘43, ed il conseguente passaggio dalla parte del nemico, non solo chi la stipulò venne meno alle leggi dell’onore militare, ma fece sì che la guerra guerreggiata si spostasse sul suolo italiano, causando distruzioni immani, e si trasformasse nella peggiore delle guerre: la guerra civile.

SAREBBE STATO UN DISONORE ANCHE PER GLI USA - D’altra parte, neppure il nemico stesso aveva chiesto il capovolgimento di fronte: il comandante in capo nemico, gen. Eisenhower, aveva escluso che si potesse chiedere agli italiani di schierarsi dalla parte degli anglo-americani e contro i tedeschi, in quanto ciò avrebbe costituito per essi un disonore. Un disonore che il ritrovamento della corazzata Roma, con il “sacrario” che racchiude e custodisce, riportano ora al vaglio delle nostre coscienze. Una riflessione che potrebbe portare a comprendere le ragioni per le quali coloro che hanno combattuto la guerra in modo onorevole, indipendentemente dal fatto che abbiano vinto o perso, dettino ancora oggi le condizioni a chi si è illuso che fosse sufficiente saltare sul carro del vincitore. Come ha scritto Stenio Solinas: “Per esorcizzare il dramma, ci andavamo specializzando nella farsa. Nel tempo è diventata una seconda pelle”.

(fonte: www.ilvostro.it)

Davvero il debito tedesco supererà quello italiano?


La Germania, tra qualche anno, avrà un debito più alto di quello dell’Italia. Parola di Bernd Raffelhüschen (nella foto n.d.r.), professore di Scienze finanziarie all’Università di Friburgo. E’ scritto tutto nero su bianco, tra le pagine dello studio della fondazione tedesca  Stiftung Marktwirtschaft (“Economia di mercato”), presieduta dal professore tedesco. L’indagine, pubblicata a fine 2011, stila una vera e propria classifica dei debiti dei Paesi dell’Eurozona confrontando due valori, il debito esplicito e quello implicito (basandosi sui dati del 2010). Una graduatoria che passa in rassegna i 12 Stati fondatori dell’euro (esclusi gli ultimi ad essere entrati: Slovenia, Slovacchia, Estonia, Cipro e Malta).

E’ curioso, però, il criterio che la fondazione tedesca ha utilizzato: si è tenuto conto non solo del debito pubblico tradizionalmente inteso, che la fondazione chiama “esplicito”, ma anche di quello “implicito” legato soprattutto alle pensioni in maturazione nei prossimi anni, alla spesa sanitaria, al saldo primario e via dicendo. “Sono possibili calcoli molto precisi sulla scorta dei dati ufficiali, ad esempio sul numero di persone che andranno in pensione nei prossimi anni”, spiega Raffelhüschen a Linkiesta. “Il debito implicito - aggiunge - dipende in modo decisivo dal previsto aumento delle spese legate all'invecchiamento”. E per la Germania, secondo queste proiezioni, il futuro non è dei migliori. Tenendo presente la riforma fiscale, quella pensionistica, l’aumento delle prestazioni sanitarie per alcune malattie tipiche della vecchiaia (come l’Alzheimer), il debito tedesco rischia seriamente di ingrossarsi nei prossimi anni. Un esempio: secondo il professore, nel 2050, lo Stato tedesco dovrà sborsare 1.360 miliardi di euro solo per le pensioni (di cui 870 miliardi di euro per 1,38 milioni di dipendenti pubblici). Sempre secondo la speciale graduatoria della fondazione Stiftung Marktwirtschaft, il Belpaese risulta il più virtuoso, in prospettiva, con un debito totale “presunto” di 146 punti percentuali sul Pil: il risultato è dato dalla somma del debito esplicito del 118,4%, aggiunto a quello implicito pari al 27,6%. Seguono Germania (192,6% la somma dei due debiti) e, a completare il podio, la Finlandia (195,2%). Ma ha senso sommare questi due debiti per avere un indicatore attendibile?

“Sono due categorie logiche assolutamente differenti e non si possono sommare”, precisa a Yahoo! Paolo Guerrieri, professore ordinario di Economia politica a La Sapienza di Roma. “Sarebbe come comparare le mele con le pere, non si capisce il motivo per cui dovrebbero essere messe insieme. Stiamo parlando di due concetti completamente diversi. Sul debito esplicito si esprimono i mercati, quello implicito è basato su stime e proiezioni”. Quindi, per capire meglio, cosa si intende per debito implicito? “E’ un valore che non può essere definito – continua il professore -, anche perché fa riferimento al Welfare del Paese in questione. Ci sono troppi criteri legati alla soggettività di chi lo vuole calcolare (come, ad esempio, il sistema pensionistico, quello sanitario e il saldo primario, ndr), con margini di oscillazione grandissimi”. Mentre per determinare il debito pubblico – quello esplicito per intenderci – entrano in gioco parametri rigidi e assolutamente precisi. “Questo debito è trasparente e si ottiene utilizzando dei criteri decisi dall’Eurostat”, aggiunge Guerrieri. “Ed è l’unica grandezza certa che viene tenuta in considerazione dai mercati. Perché, sia ben chiaro, la vera dimensione del debito di un Paese non è data dalla somma di questi due debiti, come sostenuto nel rapporto Stiftung Marktwirtschaft. E’ giusto ribadirlo, non ha alcun senso sommarli”.

Immaginare che tra quarant’anni, però, l’Italia possa avere un debito pubblico più leggero della tanto rigorosa Germania, è un’idea che continua ad esercitare un discreto fascino. Semplicemente, oggi non si può conoscere il futuro e i mercati ragionano su di un arco temporale molto più ristretto. “Nessun operatore di mercato – rincara il professore – terrà mai in considerazione il valore ottenuto dalla somma dei due debiti. Comparare, invece, diversi sistemi di Welfare è utile per avere indicatori economici ulteriori e per abbozzare una previsione sul futuro, ma senza avere nessuna certezza dell’impatto sul debito”. A qualcuno potrebbe anche venire in mente che l’Italia ha un debito pubblico pari al 120% del Pil, mentre il Giappone, che se la passa sicuramente meglio di noi, arriva a toccare la soglia del 200%. Come è possibile? “Anche in questo caso il debito implicito non c’entra niente – conclude Guerrieri – e non importa a nessuno. Per analizzare i debiti di Italia e Giappone, bisognerebbe iniziare a parlare di sovranità monetaria”. Un argomento quasi “tabù” nell’area euro; da queste parti si è più propensi a discutere di debiti. Impliciti od espliciti che siano.

(fonte: www,yahoo.it)

Quando Scalfaro cercò una soluzione politica per chiudere Tangentopoli


Le mani di Oscar Luigi Scalfaro su Mani Pulite, la discesa in campo del Quirinale per modificare il corso delle indagini su Tangentopoli e indirizzarle verso una "soluzione politica". A più di vent'anni di distanza dall'indagine che ha spazzato via un'intera classa politica, un brandello di luce arriva - inatteso, e forse per caso - dai margini di un'altra inchiesta, quella in corso in Sicilia sulla presunta trattativa tra Stato e Mafia.

Una testimonianza e un pezzo di carta dicono che dal Collle più alto della Repubblica partì tra il 1992 e il 1993 un tentativo di condizionare il corso dell'indagine milanese, e che per questo Scalfaro scelse un suo uomo che facesse da "ufficiale di collegamento" con la Procura milanese.

Scelse un uomo di cui si fidava, e che anche i pubblici ministeri milanesi conoscevano bene, perché era stato a lungo uno di loro: Francesco Di Maggio, per anni pm a Milano, poi inviato a Vienna come consulente giuridico presso l'Onu, e ufficialmente rientrato in Italia nel giugno 1993 per essere nominato numero 2 del Dap, la direzione delle carceri. Ma tra i due incarichi, si scopre ora, ci fu una "finestra" in cui nel più totale segreto Di Maggio avrebbe lavorato per conto del Quirinale come rappresentante del Palazzo presso la "giurisdizione Padana", ovvero il pool Mani Pulite. Obiettivo, una "soluzione politica" per Tangentopoli, una via d'uscita che consentisse alla Prima Repubblica - o almeno a una parte di essa - di sopravvivere alle indagini della Procura milanese.

La notizia - che scivola via nell’ultima colonna di un articolo di domenica sul "Corriere della sera" - costringerebbe a riaprire quel pezzo di storia patria, se non altro perché in nessun articolo della Costituzione, del codice o di altre leggi sta scritto che il capo dello Stato possa interloquire in questo modo con la magistratura; né, parallelamente, che la magistratura possa rispondere ad "avances" di questo tipo provenienti dal Colle. Eppure la fonte sembra solida, e per alcuni aspetti incontrovertibile: è lo stesso Di Maggio.

Recentemente il nome di Di Maggio è stato tirato in ballo nell’inchiesta sulla trattativa con la mafia come responsabile dell’allentamento del carcere duro per i boss: ipotesi risultata immediatamente inverosimile e quasi risibile per chiunque l’abbia conosciuto. Di Maggio è morto nel 1996, e quindi non si può difendere. Nessuno dei suoi ex colleghi si è preso la briga di tutelarne la memoria. Così è toccato a suo fratello Tito uscire allo scoperto, documentando la contrarietà di Di Maggio alla linea morbida verso i detenuti di Cosa Nostra.

Ed è Tito Di Maggio, quasi di sfuggita, a raccontare che in realtà il fratello non tornò da Vienna per andare al Dap, ma perché «Scalfaro gli chiese se poteva fare da "trait d’union" con i magistrati milanesi, lui accettò e lavorò a quella soluzione politica di Tangentopoli poi abortita». Di un simile incarico a Di Maggio da parte del Quirinale non si era mai saputo niente. Ma traccia documentale ne emerge in uno scritto del magistrato scomparso: «Qualcuno aveva conservato memoria della mia assiduità al lavoro, e concepito di affidarmi le funzioni di ufficiale di collegamento tra la giurisdizione Padana e il Palazzo». Singolare, nel racconto di Tito Di Maggio, l'origine dei rapporti privilegiati tra suo fratello e Scalfaro: "L'aveva conosciuto quando lui faceva il pm a Milano e aveva raccolto le confessioni di Angelo Epaninonda, il quale chiese protezione per i suoi familiari; Franco investì della vicenda il ministro Scalfaro che tramite il cardinal Martini trovò rifugio ai parenti del boss in un istituto religioso. Da allora nacque un rapporto di stima di cui il presidente si ricordò all'inizio del 1993 quando l'inchiesta Mani Pulite stava creando grossi problemi alla politica".

Tutto avviene dunque in un arco di tempo breve: nel maggio 1992 Scalfaro diventa presidente, ma - stando al racconto di Tito Di Maggio - è solo diversi mesi più tardi, "all'inizio del 1993" che il capo dello Stato sente il bisogno di trattare con la Procura di Milano; e il tentativo di Di Maggio si conclude sicuramente prima del  giugno 1993, quando Di Maggio passa al Dap.

Il problema è che di questo ruolo di «ufficiale di collegamento» tra Procura e Quirinale svolto dall’ex pm non c’è traccia non solo nei documenti ma neanche nei ricordi dei protagonisti, ovvero i componenti del pool milanese: «Ho letto anche io  questa storia - dice Antonio Di Pietro - e sono caduto dalle nuvole. Premetto che conoscevo bene Di Maggio, ed è più probabile che il sole domani non sorga piuttosto che Di Maggio si sia prestato a azioni poco legali. Ma di un suo interessamento alle nostre indagini su Tangentopoli non ho mai avuto alcun segnale. Non mi ha mai chiesto niente».

Ancora più "tranchant" l’ex procuratore della Repubblica, Francesco Saverio Borrelli: «Sono stupito. Escludo assolutamente di essere stato al corrente di un incarico a Di Maggio o di una sua iniziativa. Per quel che ricordo io, da Vienna andò direttamente a Roma, al Dap. Certo, può darsi che sia passato da Milano, a salutare i colleghi. Ma escludo che abbia svolto un ruolo di collegamento tra noi e la presidenza della Repubblica, a meno che la cosa non sia avvenuta nell’ombra e a nostra insaputa: ma è una eventualità che tenderei a scartare». L’unico “no comment” arriva da Piercamillo Davigo, che tra i membri del pool Mani Pulite era sicuramente quello più vicino a Di Maggio, avendo lavorato a lungo con lui proprio all’inchiesta sul clan Epaminonda, e quindi quello con cui è più verosimile che Di Maggio si potesse confidare: «È da escludere che io rilasci alcuna dichiarazione», dice Davigo, oggi giudice in Cassazione. E allora? Dovendo escludere che Di Maggio si sia inventato tutto, quale fu esattamente la missione che gli venne affidata dal Quirinale a Milano?

Qual era la veste formale che gli venne assegnata? Quali i suoi interlocutori nel pool Mani Pulite? Qual era la «soluzione politica» che Scalfaro aveva in mente per l’inchiesta milanese e che poi sarebbe abortita? Sono domande già complicate di per sé, che rischiano di diventare un rompicapo inestricabile se si "contestualizza" la missione di Di Maggio a Milano in quei mesi. Perchè la verità è che in quei mesi le strade di Mani Pulite e le vicende della lotta alla mafia si incrociano a ripetizione, e non sempre è difficile distinguere le vicende di un fronte da quelle dell'altro. All'inizio del 1993, quando Di Maggio assume il suo misterioso incarico, Giovanni Falcone è morto da pochi mesi, e Ilda Boccassini ha denunciato pubblicamente la diffidenza che il pool Mani Pulite mostrava nei confronti del collega, al punto da inviargli una rogatoria senza gli allegati:. L'anno dopo, in coincidenza con la parte finale del tentativo di Di Maggio per conto di Scalfaro, arriveranno le bombe di Roma, Firenze e Milano, e soprattutto quest'ultima verrà vissuta da Borrelli anche come un attacco al pool. Ma il momento in cui l'intreccio si fa più vistoso arriva pochi mesi dopo, all'inizio dell'autunno, e coinvolge anche Di Maggio: un pentito antimafia si presenta a Milano e dice che la Procura di Firenze e il Gico della Guardia di finanza lo stanno spingendo a gettare accuse contro il pool Mani Pulite e contro la Procura di Milano, sostenendo che alcuni pubblici ministeri meneghini coprivano le attività dei clan catanesi dell'Autoparco di via Salamone: un posto dove si incrociavano criminali comuni, confidenti, gente legata ai servizi segreti.

Tra i pm di cui il Gico voleva la testa, c'era Antonio Di Pietro ma c'era anche lui, Francesco Di Maggio, che pure sui catanesi dell'Autoparco aveva indagato per anni, e con successo. Si rischiò lo scontro frontale tra le due Procure, da una parte Borrelli, dall'altra Pierluigi Vigna. L'inchiesta fiorentina sull'Autoparco finì su tutte le prime pagine, e venne catalogata tra le manovre contro Mani Pulite. Poi la cosa venne lasciata cadere. Ma quando tre anni dopo Di Maggio si ammalò, e in poche settimane morì, la rabbia per quel fango non gli era ancora passata.