domenica 5 maggio 2013

La Cultura della protesta


Cesare aveva già sottolineato la propensione dei Galli per la guerra civile. I Francesi sono rimasti fedeli a tale tradizione: in ogni epoca della loro storia non hanno smesso di affrontarsi e di battersi tra loro. Sono da sempre anche i campioni della cultura dello sciopero e della protesta. I turisti che visitano Parigi se ne accorgono presto. Ci sono sempre scioperi da qualche parte: gli infermieri, i camionisti, i tassisti, i guardiani dei musei, i ferrovieri, il personale degli aeroporti, etc. In Francia i conflitti sociali raramente si risolvono attraverso il dialogo e la concertazione. Si preferisce manifestare e sfilare nelle strade.

Questa cattiva abitudine si cristallizza frequentemente in alcune “giornate”, che non durano mai molto ma hanno una funzione catartica: le giornate rivoluzionarie del 1830 e 1848, la Comune del 1871, i moti antiparlamentari del 1934, le giornate del Maggio 1958 che provocarono la fine della IV Repubblica e il ritorno al potere del generale de Gaulle, le giornate del Maggio 1968.

In queste ultime settimane è stato il progetto di legalizzare il matrimonio omosessuale che ha infiammato gli animi. Subito il dibattito si è focalizzato sui problemi riguardanti la procreazione (ricorso alle “madri in affitto” e alla “procreazione assistita” per gli omosessuali) in un clima già segnato dall’introduzione dell’ideologia del “genere” nei programmi scolastici. Gli oppositori al progetto di legge sul “matrimonio per tutti” hanno messo in moto folle di persone: alcune settimane fa erano più di un milione a manifestare lungo i Champs-Elysées sul tema “tutti i bambini hanno diritto ad un papà e una mamma”. Da trent’anni non si vedevano in Francia manifestazioni di tale consistenza.

Il rifiuto del governo di tenere in considerazione tale imponente movimento popolare, sostenuto da una petizione che ha raccolto 750 000 firme in poche settimane, ha radicalizzato l’opposizione e trasformato il movimento in opposizione “selvaggia” ad una politica di governo oggi totalmente discreditata (a meno di un anno dalla sua elezione solo il 26% dei Francesi si dichiarano ancora soddisfatti da François Hollande). Ogni giorno nuove manifestazioni hanno luogo per le vie di Parigi, davanti al Senato o all’Assemblea nazionale, cosi come nelle altre grandi città della Francia. Malgrado la legge sul matrimonio gay sia stata ora definitivamente votata dal Parlamento, il movimento continua ad ampliarsi, sul modello del movimento degli “Indignados” in Spagna o del movimento “Occupy Wall Street” negli Stati Uniti.

Questa radicalizzazione ha portato un certo numero di commentatori a richiamare lo spettro degli anni Trenta, un’idea anacronistica che seduce soprattutto gli spiriti propagandistici o pigri ( sono spesso gli stessi).
Più che ad una radicalizzazione si sta assistendo di fatto soprattutto ad una legalizzazione incontestabile dell’opinione. I sondaggi rivelano tendenze pesanti e forniscono cifre mai raggiunte: più del 62% dei Francesi pensa che la mondializzazione sia una minaccia, il 71% pensa di essere in piena crisi, il 70% trova che “ci siano troppi immigrati in Francia” e si ritrovano essi stessi stranieri nel proprio paese, il 72% afferma che “non si difendono abbastanza i valori tradizionali”, il 65% trova che “la giustizia non sia abbastanza severa con i delinquenti” e si dichiarano contrari alla depenalizzazione delle “droghe leggere”, il 73% ( di cui il 57% degli elettori di sinistra) pensa che “si possa trovare della manodopera in Francia senza far ricorso all’immigrazione”, il 74% ( di cui il 59% dei simpatizzanti del partito socialista) giudica che “la religione musulmana non sia compatibile con i valori della società francese”, il 53% dei Francesi è addirittura a favore della “reintroduzione dell’uniforme nelle scuole”, mentre l’87% dichiara di volere un “vero capo per ristabilire l’ordine”.

E’ un’onda profonda che s’infrange oggi sulla Francia, mentre la crisi economica diventa ogni giorno più grave. Tutti gli indicatori economici sono in rosso. Il debito pubblico ha superato il 90% del Prodotto Interno Lordo e si registrano migliaia di disoccupati in più ogni giorno. Non si è ancora ai livelli di Grecia, Spagna, Portogallo o Italia, ma ci si sta arrivando. Le classi popolari sono le vittime principali della situazione. La sinistra le ha abbandonate in nome delle riforme “societali” e dell’universalismo pro immigrazione, la destra le ha abbandonate in nome degli interessi della finanza e del mercato. Risultato: i vecchi elettori comunisti votano ormai per il Fronte Nazionale.

Molti giovani desiderano andarsene. I più vecchi di loro pensano che domani sarà ancora peggio di oggi. I media parlano di cambiamento d’umore, di pessimismo, senza mai domandarsi se questo movimento non sia una forma di rivelazione della verità. I Francesi non hanno più fiducia nella classe politica. Più di tre su quattro di loro ritengono che i politici siano corrotti. In realtà i politici non sono tutti corrotti, ma sono tutti discreditati, perché fanno tutti parte di un medesimo sistema che corrompe tutto.

Gli scandali che scoppiano quasi ogni giorno non sono più percepiti se non come sintomi di questo sfacelo che, passo dopo passo, ha finito per invadere l’intero campo sociale. Allo stesso tempo si vede crescere un’onda di amarezza e di disgusto che può trasformarsi in collera. La questione fondamentale e di sapere in che momento la somma delle delusioni, dei rancori e delle frustrazioni raggiungerà la sua “massa critica”. Lenin diceva che le rivoluzioni nascono quando alla base non se ne vuole più e alla testa non se ne può più. Forse non ne siamo troppo lontani.

(di Alain de Benoist)

La destra e le vittorie politiche degli ultimi anni: effimere perché prive di radici culturali


Con una certa regolarità dopo ogni sconfitta elettorale nel centrodestra si apre il dibattito sulla ”cultura”, sino ad oggi con risultati nulli. Sta accadendo ancora una volta su Il Giornale dove Paolo Guzzanti un ex di sinistra che ogni tanto si ricorda di esserlo (anni fa accusò Marcello Veneziani di essere un “fascista”) ha riaperto la questione lamentando che il centrodestra non abbia mai avuto una strategia a proposito di cultura, che non abbia messo uomini suoi a posti di responsabilità eccetera eccetera, facendo anche un singolare parallelo fra i liberal americani e i liberali italiani: cose invece diversissime fra loro perché quelli americani non sono altro che radical, spesso chic come li definì Tom Wolfe con termine entrato nell’uso comune (il suo saggio lo pubblicò Rusconi negli anni Settanta e nessuno se lo ricorda). Sono poi intervenuti personaggi di spicco del Pdl (Forza Italia) come Cicchitto e la Gelmini scoprendo l’acqua calda.

Quel che adesso si legge mi ricorda il convegno di San Martino al Cimino dopo la batosta alle elezioni politiche del 1996: in quella occasione i professori di Forza Italia (da Pera a Vertone) tennero una lezione di liberalismo ai poveracci che nel centrodestra dell’epoca liberali non erano. Bacchettate sulle mani e poi zero iniziative. Nel 2013 ci risiamo: quel che si è stato scritto sul Giornale da parte dei politici a partire dallo stesso Guzzanti sembra nascere all’improvviso e dimentica le cose scritte su quelle stesse pagine e su altre testate di centrodestra (da Area a Percorsi a Il Borghese) nel corso degli anni quando firme di centrodestra non liberale hanno scritto inascoltati che bisognava “ripartire dalla cultura” sempre negletta proprio come adesso si afferma pensando di dire una novità. Oggi si piange sul latte versato quando, durante i tre governi Berlusconi (1994, 2001, 2008) i ministeri chiave della Istruzione e dei Beni Culturali sono stati per lo più in mano ad esponenti di Forza Italia e durante i quali proprio nulla è stato fatto per scardinare l’egemonia della sinistra nei centri di potere culturale di questa nazione. Da un lato preferendo scegliere per posti di responsabilità tra una brava e competente personalità di centrodestra ed un none “famoso” di centrosinistra (se non proprio comunista) quest’ultimo; dall’altro non osando toccare lo status quo; dall’altro ancora non incoraggiando, aiutando, sponsorizzando (in forme legittime ovviamente) tutte quelle iniziatiche utili a dimostrare che una cultura non di sinistra esisteva e aveva da dire: riviste, case editrici, progetti di film e di serie televisione, convegni, fondazioni. E non che i mezzi per farlo non vi fossero!

Tutto questo non-fare, snobbare, ci ha ridotti al punto in cui siamo. Ricordo benissimo che nel 1994 si misero da parte nomi come Accame, Isotta, Buscaroli e altri perché considerati “troppo di destra”. Non si tratta di creare una nuova egemonia aborrita dai “liberali”, ma semplicemente di riequilibrare una situazione compromessa da decenni di stratificazioni e conformismi di sinistra. Non è stato fatto, né a livello nazionale né a livello locale, con rare eccezioni, come ho spesso rilevato su varie testate, nonostante l’evidente crisi di ideali e valori della Sinistra, che continua però ad avere sempre dalla sua parte il conformismo ideologico e la solidarietà politica. In più si aggiunga la crisi culturale del MSI divenuto AN nel 1995 con l’abiura di tutti i suoi punti di riferimento e la frittata è fatta.

I politica di centrodestra si accorgono a quanto pare soltanto ora di questa situazione, quando i buoi sono scappati dalle stalle. Si sono perduti vent’anni, il tempo di una generazione, durante i quali, come ho ricordato in altra occasione, i nati degli anni Novanta hanno solo letto e visto libri, giornali e film contro il centrodestra mascherati da antriberlusconisnmo/antifascismo.

I politici di centrodestra hanno anche trascurato importanti occasioni di chiarimento e di riflessione, come, ad esempio, aprire un vero dibattito dopo l’illuminante editoriale che scrisse Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 25 novembre 2012 dove si metteva il dito sulla piaga culturale. Il professore affermava che in Italia “nelle urne vince per solito la Destra (o il Centro […]) ma nella società civile quella che di gran lunga si fa sentire è la voce della Sinistra”. Questo consolidamento culturale e sociale della Sinistra fa sì che “la Destra, anche se elettoralmente fortissima, sembra esistere in un certo senso solo nelle urne, essendo in tal modo esposta al rischio di collassi politici e d’immagine improvvisi, capaci di portare in pratica alla sua dissoluzione”. Come sta in effetti avvenendo. Il Pdl secondo Galli della Loggia, “paga il prezzo” di essere un “partito artificiale” che, “inebriatosi del suo successo elettorale, non si è  mai curato di diventare qualcosa d’altro: qualcosa per l’appunto che avesse un retroterra di valori nella società italiana”. Cose dette mille volte da molti di noi di destra non liberale in passato. La conseguenza è che il PdL non ha voluto vedere i propri errori, li ha minimizzati, li ha nascosti sotto il tappeto, nonostante le sollecitazioni in contrario, affidandosi soltanto sull’indubbio carisma e capacità organizzativa di Berlusconi. Ma è stato troppo poco. Errori innumerevoli, ma uno è il principale: la sua presenza solo nelle istituzioni quando era al potere, ma la sua clamorosa assenza nella “società civile”. Una volta perduto il Potere si è trovati con nulla in mano perché, scrive l’editorialista, “altrove del tutto assente a dispetto di tanti suoi elettori in buona fede”. In soldoni, senza un solido retroterra culturale (idee in cui credere, una “visione del mondo”, autori di riferimento ecb.) vincere le elezioni non basta per incidere sulla realtà della nazione e degli italiani.

Questo, con parole assai più autorevoli delle mie, è il nodo di Gordio della questione che in vent’anni non si è riusciti a tagliare di netto e, preferendo affidarsi agli altri – i “grandi nomi” di sinistra – per paura di scegliere e di schierarsi in nome di un malinteso “liberalismo”.

(di Gianfranco de Turris - fonte: www.barbadillo.it)

mercoledì 1 maggio 2013

Il fallimento obbligato del governo Napolitano-Letta


Può darsi che, se si vuole evitare ad ogni costo il ritorno alle urne, il nuovo esecutivo sia, come ha dichiarato il Presidente Napolitano, «l’unico governo possibile». Ma, d’altra parte, il fallimento di questo governo, malgrado il vasto consenso parlamentare e mediatico che lo sostiene, appare più che possibile, certo. La prima ragione di questo fallimento obbligato è politica.

Il governo Napolitano-Letta si ispira alla stessa filosofia del governo Napolitano-Monti che lo ha preceduto e non può che conoscere un’analoga débacle. Il primo si presentava come un governo di tecnici, sostenuto, dai voti dei due principali partiti di opposizione; il secondo è un governo non tecnico, ma tecnocratico, in cui i due partiti, obbligandosi ad uno spurio compromesso, entrano a far parte della medesima compagine governativa e seguono la stessa agenda, dettata dalla Banca Centrale Europea e dai custodi dell’utopia europeista, come Angela Merkel.

La democrazia rappresentativa è fondata sul rapporto dialettico tra il governo, espressione della maggioranza dei cittadini, e l’opposizione, che rappresenta coloro che nel governo non si riconoscono. La tradizione rappresentativa occidentale non nasce tuttavia con le democrazie moderne, ma è un prodotto tipico del Medioevo, e ha le sue radici nei rapporti politici e sociali del sistema feudale e corporativo, distrutto dalla Rivoluzione francese. La democrazia del XIX e del XX secolo è invece evoluta in senso anti-rappresentativo, per divenire una democrazia totalitaria, che fa tabula rasa non solo dei principi che trascendono la politica, ma delle stesse categorie di maggioranza e di opposizione che dovrebbero costituire l’essenza del regime parlamentare.

Lo Stato italiano, fin dalla sua nascita, nel 1861, conobbe la degenerazione del sistema parlamentare, contro cui sorse il fascismo, un regime la cui vocazione totalitaria fu frenata dalle presenza istituzionale della Chiesa e della Monarchia. Dopo la caduta del fascismo, si formò tra il 1943 e il 1944 un governo di “unità antifascista”, fondato sull’elevazione a concetto metafisico di un fatto storico, la Resistenza. Negli anni ‘60  il Concilio Vaticano II fu inteso da molti come l’inizio di quella purificazione che avrebbe dovuto preludere all’incontro fra cattolici e comunisti.

Proprio in nome della Resistenza e dell’ “unità nazionale” nacque il progetto gramsciano-berlingueriano di compromesso storico, abortito nel 1978 per il rapimento e la morte di Aldo Moro. Il mito dell’ “unità nazionale” continuò però ad aleggiare, mentre i successivi tentativi della sinistra comunista e postcomunista di conquistare il potere si infransero contro nuovi ostacoli, a cominciare dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi, nel 1994. Da allora il vero problema della sinistra italiana non è stato tanto di arrivare al governo, ma di riuscire a mantenere il potere. La sinistra non è riuscita ad abbattere Berlusconi né per via politica né per via giudiziaria, ma è dovuta ricorrere ai poteri forti extra e sovranazionali, intervenuti in nome di un crisi economica da essi stessi artificialmente alimentata, prima che la situazione precipitasse realmente, proprio a causa della disastrosa politica finanziaria del governo Monti.

Nelle elezioni del febbraio 2013, Berlusconi è ritornato in campo e il novanta per cento degli italiani si è espresso contro il salvatore della patria Mario Monti, la cui “Scelta civica” ha ottenuto alla Camera  solo il 10,5 % dei voti. La situazione di ingovernabilità che è seguita avrebbe dovuto portare alle elezioni anticipate e non certo alla riedizione di un governo di “larghe intese” che oggi ingloba quelle stesse forze politiche che avevano sostenuto Mario Monti.

Il governo Napolitano-Letta è una riedizione del precedente, spogliata di qualche clamoroso errore come l’imposizione del’IMU. Enrico Letta segue attentamente le indicazioni del suo padrino Giorgio Napolitano e su tutti vigilano con attenzione i poteri forti europei. Il cambiamento di parola d’ordine, da “austerità” a “sviluppo”, segue le indicazioni ricevute da Bruxelles e da Francoforte. Che sia così, lo conferma la scelta come premier dello stesso Letta, proveniente dall’ala tecnocratica della sinistra democristiana e la consegna del ministero chiave dell’Economia e delle Finanze a Fabrizio Saccomanni, direttore generale della Banca d’Italia, e uomo di fiducia della BCE.

La terza “icona” dell’esecutivo, dopo Letta e Saccomanni, è Emma Bonino, che garantisce con la sua presenza al Ministero degli Esteri, la amoralità, più ancora che l’immoralità del nuovo governo. La Bonino non proporrà i matrimoni omosessuali, lasciando che a farlo provvedano i gruppi parlamentari, ma sarà il volto ufficiale dell’Italia all’Estero: quell’Italia laica e libertaria, che dal 1978 ad oggi ha ucciso quasi sei milioni di bimbi, un decimo della sua popolazione, e che si è data come missione la dissacrazione di tutti i princìpi e le istituzioni tradizionali su cui, nel corso dei secoli, si è costruita la nostra nazione.

E che le tre “icone”, Letta, Saccomanno, Bonino, abbiano più di qualcosa in comune ce lo conferma un comunicato stampa dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), che formula «al premier Enrico Letta e ai ministri degli Esteri Emma Bonino e dell’economia Fabrizio Saccomanni, tutti e tre membri del Consiglio direttivo dello IAI l’augurio di buon lavoro dell’Istituto, con l’auspicio di riuscire a interpretare le istanze di cambiamento italiane ed europee e a rafforzare la credibilità dell’Italia nell’Ue e il processo di integrazione». (http://www.iai.it/index_it.asp)

Lo IAI,  fondato nel 1965, sul modello dei think tank anglosassoni, dall’eurocrate comunista Altiero Spinelli, è la filiazione italiana di istituzioni mondialiste come il “Council on Foreign Relations” americano. Tra i suoi esponenti di punta  fu l’ex governatore della Banca d’Italia Guido Carli, firmatario italiano, nel 1992, del Trattato di Maastricht, come Ministero degli Esteri nel settimo governo Andreotti. Il salvataggio dell’euro e dell’Unione Europea resta un obiettivo primario del nuovo governo tecnocratico Napolitano-Letta, che per sopravvivere ha bisogno del mito totalitario dell’unità nazionale.

A chi si illude sul possibile buon esito di questa ricetta bisogna ricordare che il bene comune di una nazione è sempre, prima di tutto, morale e che le nazioni, come gli uomini hanno un’anima che le sostiene. L’Italia per rinascere sul piano economico e politico, non ha bisogno di ridurre il suo debito, ma innanzitutto di ritrovare la propria identità spirituale e morale. Non c’è altra “emergenza” al di fuori di questa. 

(di Roberto de Mattei)

martedì 30 aprile 2013

Massimo Fini: «Larghe intese dei responsabili del disastro sotto il patrocinio di nonno Napolitano»


Si concordi o meno con lui, Massimo Fini non può lasciare indifferenti. Le sue idee, come sempre, sono chiarissime. E anche se sa che non sono mainstream, continua ad esporle con una lucidità disarmante. Come un profeta biblico non ascoltato, da decenni parla di crollo del sistema occidentale. E oggi che il rischio c’è davvero, non si bea del suo azzecato vaticinio, ma, intervistato da IntelligoNews , lo registra come un evento inevitabile.

La politica italiana, invece, sembra non appassionarlo più di tanto. È molto attento, fin dall’inizio, al fenomeno grillino, e alla pattuglia pentastellata in Parlamento contesta di aver perso per inesperienza la partita del Quirinale. Ma anche il grande stallo politico italiano (attentato ai carabinieri incluso), per lui, dipende dalla crisi globale.

Lei è sempre stato molto attento al fenomeno di Beppe Grillo. A due mesi dalle elezioni, come giudica l’operato del Movimento 5 Stelle?

«È un po’ presto per giudicare, visto che sono lì da pochi giorni. Però credo che Grillo abbia fatto un errore sul Quirinale. Se avesse proposto subito a Bersani i nomi di Zagrebelsky o Rodotà, non avrebbe potuto dire di no. Cincischiando con la Gabanelli e Strada, però, gli altri hanno preparato l’inciucio e tutto il resto è venuto di conseguenza. Hanno perso una partita importante per inesperienza. Se intendi rovesciare il tavolo dall’interno del sistema, devi anche impararne meglio la sintassi e la grammatica».

E sul “governo del cambiamento” con Bersani hanno fatto bene a non cedere?

«Senz’altro. Il M5S si propone come alternativa assoluta a 18 anni in cui i governi di destra e di sinistra hanno commesso abusi, soprusi e illegalità, portando l’Italia al disastro economico, sociale e morale. Grillo marcherà sempre questa sua diversità, sperando che resti…»

Dove ha fallito Bersani, però, è riuscito Letta, con l’aiuto fondamentale del centrodestra. Le piace il nuovo governo?

«No, per la ragione che ho appena detto. Perché raccoglie tutti i responsabili del disastro, quelli che hanno distrutto la casa Italia. Poi si sono accorti che il tetto stava cadendo anche sulla loro testa, si sono ricompattati e rinchiusi nella fortezza istituzionale, sotto il patrocinio di nonno Napolitano».

Anche lei crede che il governo Letta sia espressione di gruppi di pressione internazionale? In poche parole: crede nel complottone del Bilderberg?

«Sono molto lontano da ipotesi complottistiche e non sono un aficionado di questi temi».

Per lei Trilateral, Bilderberg e compagnia contano meno di quanto si pensi?

«Sì, credo di sì».

Lei fa spesso arrabbiare le donne: cosa pensa della pattuglia femminile del governo Letta? La campionessa olimpica, l’immigrata, la nonna, la bella ragazza… Sono lì per merito o per coprire una casella?


«Molto probabilmente alcune sono foglie di fico, ma Letta ha fatto un’operazione impeccabile da manuale Cencelli anche in generale. È stato bravo a distribuire i ministeri secondo la forza dei gruppi che lo sostengono. E c’è anche questo mantra sulle donne che ormai è diventato ossessivo».

L’attentato ai carabinieri a Palazzo Chigi è il gesto disperato di un folle o il segno di un disagio più generale?

«È segno di un malessere più vasto che però coinvolge tutto il mondo occidentale, non solo l’Italia. In America fatti di questo genere ne sono accaduti un’infinità, anche recentemente. Il problema è che siamo stressati da un ritmo di vita e da un modello di sviluppo che non ci consentono di avere equilibrio e armonia. È una conseguenza del modello generale, insomma, che noi chiamiamo occidentale perché è iniziato qui, ma che ormai ha coinvolto anche Cina e India. Basti pensare che la prima causa di morte fra i giovani cinesi è il suicidio. Qualcosa che non funziona deve esserci… Poi ci possono essere punte di questo iceberg che esplodono, come è successo a Roma tre giorni fa».

Come se ne esce, da questa crisi infinita? Non sembra più solo un problema economico…

«Penso che non tanto tardi crollerà il mondo del denaro, il mondo nato dopo la rivoluzione industriale. Vedo questo crollo relativamente vicino nel tempo…»

E al posto di questo mondo che sparirà cosa ci mettiamo?

«Questo non lo so, ma vedo una situazione simile al crollo dell’Impero romano, che poi sfociò nel feudalesimo europeo. Se avessimo un minimo di cervello, invece di aspettare passivamente il crollo, potremmo fare alcuni ragionevoli, graduali e limitati passi indietro, come peraltro affermano alcune correnti di pensiero americane, come il neocomunitarismo, e assestarci su una linea dove non si va più avanti né più indietro. Bisognerebbe tornare a una società più semplice. Ovviamente tutte le leadership mondiali non ci pensano nemmeno. Continuano a parlare di crescita, gli americani stampano trilioni di dollari che non corrispondono assolutamente a nulla e prima o poi tutto questo ci casca addosso, dopo le prime avvisaglie dei mutui subprime, i cui contraccolpi ci sono ancora adesso. Con una bolla ancora più grande, non ci sarà scampo».

È ottimista sul futuro dell’Italia?

«No, sono pessimista. Come sono pessimista sul futuro del mondo occidentale che abbiamo creato. Lo ritengo un mondo che ha perso il senso del limite e va incontro al suo giusto destino…».

La Francia stampa euro, per gli altri l’austerity


A seguito delle vicende della Grecia, di Malta e di Cipro e a fronte delle crisi economiche, sociali ed umane che hanno investito questi Paesi, siamo arrivati al punto di essere convinti almeno di una cosa: la BCE non si sposta di un millimetro dalla sua missione e non attua politiche di favoritismo per nessuno, mantenendo fede alla suo ruolo super partes e alla sua indipendenza.

Siamo davvero sicuri?                

Il dubbio ci sale leggendo un articolo del giornale on-line tedesco Deutsche Wirtschafts Nachrichten che sostiene che la BCE, nella figura del suo Governatore Mario Draghi, abbia concesso alle banche francesi, non alla Francia intesa come Paese, il diritto di stampare moneta; arrivando finalmente a ricoprire lo stesso ruolo della FED negli USA.

Ma andiamo con ordine.

Verso la fine del 2011 la BCE,  per far fronte alla crisi di liquidità in cui erano finite le banche europee che detenevano molti titoli “tossici” dei Paesi colpiti dalla crisi del debito, ha dato via al piano di rifinanziamento a lungo termine (LTRO). Secondo questo piano le banche potevano ricevere dei finanziamenti a tassi d’interesse relativamente bassi in cambio di obbligazioni governative, titoli di stato, compresi quelli senza valore, come quelli greci ad esempio. Questa operazione è stata effettuata in due tranche:
- il 22 dicembre 2011, quando 523 banche hanno partecipato all’asta LTRO richiedendo 489,191 miliardi di euro;
- il 29 febbraio 2012, quando 800 banche hanno partecipato all’asta LTRO, richiedendo 529,53 miliardi di euro.

Tra queste banche naturalmente c’erano anche banche francesi che hanno beneficiato di questi prestiti. Come sottolinea il quotidiano tedesco: “Da molto tempo le principali banche francesi come Societe Generale, Credit Agricole e BNP Paribas sono al centro dei mercati obbligazionari. Come riporta Bloomberg, solo il Crédit Agricole ha dovuto svendere l’anno scorso beni per 3,5 miliardi di euro”. Oltre a questa fonte di flusso di liquidità, le banche francesi hanno potuto avvalersi di un mercato parallelo, fonte quasi inesauribile di finanziamento, il cosiddetto mercato STEP (Short Term European Paper). Cos’è il mercato STEP?

Si tratta di “un mercato commerciale praticamente senza regole, dove vengono immesse obbligazioni societarie e bancarie a breve termine. Qui le obbligazioni negoziate hanno un volume di circa 440 miliardi di euro. Dire che il mondo bancario francese si è ulteriormente sviluppato è estremamente creativo e ora si permette, attraverso il mercato STEP, di ricorrere ad un programma completamente nuovo, sia per la creazione di credito a breve termine, sia per una licenza molto specifica di stampare denaro”.

Questo mercato inoltre è molto pericoloso in quanto è fuori dalla Borsa e quindi con nessuna trasparenza, è orientato solo verso il sistema bancario francese e le banche francesi sono ricche di obbligazioni STEP presso la Banque de France, che a sua volta presenta rischi di default legati alle obbligazioni STEP versate come garanzia presso la BCE.

Ma questi soldi che fine faranno? Verranno iniettati nell’economia reale francese garantendo credito alle imprese e alle famiglie? Non si può che essere scettici al riguardo, è più facile  pensare che queste iniezioni di denaro abbiano più a che fare con il trattato di Basilea III e l’obbligo delle banche di aumentare la riserva monetaria al 7% al posto del 2% come avveniva fino a ora, e come avverrà fino al 2019 data d’entrata in regime ufficiale.

Questa anomalia ha portato a delle conseguenze che non sono passate inosservate, almeno fuori dal nostro Paese. Il premio nobel Paul Krugman ha recentemente dedicato un’editoriale sul New York Times, notando come i tassi d’interesse sul debito pubblico francese fossero improvvisamente crollati all’1,72%; praticamente gli stessi degli USA. Krugman sottolinea che “i mercati hanno concluso che la BCE non vuole, non può, lasciare la Francia a corto di denaro, senza la Francia non vi è più alcun euro-zona. Così per la Francia la BCE è inequivocabilmente disposta a giocare da buon prestatore di ultima istanza, fornendo liquidità. E questo significa che, in termini finanziari, la Francia è entrata nel club dei paesi avanzati che hanno le loro proprie valute e, pertanto, non possono rimanere a corto di soldi – un club i cui membri hanno costi finanziari molto bassi, più o meno indipendenti dai loro debiti e deficit”.

Quindi infine la lezione qual è? La BCE lascia fallire i Paesi periferici e i loro cittadini, condannandoli all’austerità ed ad una preoccupante escalation dal punto di vista sociale, mentre salva le banche dei Paesi “core”, seguendo passo passo le logiche del “too big to fail” che fanno tremare l’economia americana. E l’Italia? In mezzo, nel guado, ignara sul presente e sul suo futuro destino.

(di Mario Grigoletti - fonte: www.capiredavverolacrisi.com)

lunedì 29 aprile 2013

Quanto ci costerà la Bonino


Accantoniamo per un momento come Emma Bonino, neo-ministro degli Esteri, ha costruito la sua carriera politica. Chi la promuove a icona della modernità, può documentarsi, sempre che desideri farlo. Accantoniamo anche l’enfasi con la quale Marco Pannella ha accolto la nomina della sua leader, con tanto di ringraziamenti a questo e a quello e giurando che sarà “l’ultimo giapponese” di un Governo che ha tutti i connotati per compiacere le lobby internazionali e le stanze segrete del potere, massoniche e mondialiste. Non la smetterà di certo, il guru radicale – nonostante la nomina – ad agitare lo spettro dei suoi digiuni “gandhiani” contro la partitocrazia che ora osanna. Ça va sans dire.

Occupiamoci, invece, di altri aspetti. Il primo riguarda quale sarà la posizione dell’Italia in campo europeo e internazionale su quei temi definiti “sensibili” o “principi non negoziabili”, che ci stanno a cuore ma che – come dice Benedetto XVI – “sono scritti nell’anima di ogni essere umano”,  precedono qualsiasi legge statuale e valgono per tutti, credenti e non credenti.

L’angolo di visuale del nuovo ministro degli Esteri è quello di voler affermare un diritto solo perché avverti un desiderio individualistico, al fine di vestire la libertà dell’autorevolezza del dovere, della responsabilità, di una sua necessità antropologica, che dovrebbe riguardare perfino l’evoluzione dell’essere umano e quindi il corso della storia. Così, il diritto umano alla vita, si trasforma nel “diritto civile” di garantire alla donna di essere proprietaria del proprio corpo, di disporne quando e come vuole. Il diritto umano a considerare la vita un dono, degno di essere vissuto con dignità fino all’ultimo respiro, si tramuta nel “diritto civile” che riguarderebbe ogni essere umano di decidere se e come por fine alla propria esistenza, con l’eutanasia o con il suicidio assistito.  Il diritto umano alla degna sepoltura dei bambini non nati a causa dell’aborto, viene negato, cosi come viene definito “eccessivo” il numero dei medici obiettori, che impedirebbero il diritto all’aborto. Il diritto umano al matrimonio tra un maschio e una femmina,  si riduce al “diritto civile” di riconoscere la possibilità, attraverso l’ideologia omosessualista, che due uomini o due donne si possano sposare ed anche adottare bambini. Il diritto umano di preservare la vita dal flagello della droga, lascia il campo al “diritto civile” di distribuirla libera nei supermercati e nelle farmacie. Il diritto umano di considerare l’embrione una persona, lascia lo spazio ad un lessico che lo definisce “grumo di cellule” o “escrescenza della carne”, che serve per contrapporre la propria visione “libertaria” all’antropologia, così come la conosciamo da millenni a questa parte.

E’ questa l’ideologia anti-umana del nuovo ministro degli Esteri e queste saranno le posizioni che esprimerà l’Italia in sede europea e internazionale. E’ questa la sua “religione laica”, che connota il suo progetto egemonico su una società secolarizzata. “Io posso essere un’ammiratrice di quel cristianesimo delle origini, il cristianesimo costantiniano – scrive Emma Bonino ne ‘I doveri della libertà’, Laterza Editore, 2012 -  perché esso ha costruito, piaccia o no, l’edificio dell’Europa; non è l’unico linguaggio, ma certamente è uno dei linguaggi fondanti della nostra eredità. Credo però che oggi questo cristianesimo abbia esaurito la sua carica vitale, storica”. Da queste convinzioni deriva anche la forsennata battaglia della Bonino e dei radicali sui beni di proprietà della Chiesa, svolta a livello europeo, in perfetta sintonia di tempi e d’intenti con le dichiarazioni espresse dal Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, attraverso il suo Gran Maestro, Gustavo Raffi.

Nel 2007, quando “Il Sole 24 Ore” dà notizia dell’apertura di un dossier della Commissione europea su «certi vantaggi fiscali delle Chiese italiane», la Bonino è ministro del Governo Prodi per le Politiche Comunitarie e si limita a dichiarare candidamente che «il Governo esaminerà le ulteriori richieste quando arriveranno». In realtà, sono proprio i radicali, e lei in particolare, ad aver agito nei confronti della Commissione europea e ad avviare un’iniziativa demagogica, capziosa e strumentale. Analoga a quella che i radicali stanno conducendo con il quesito referendario sull’abrogazione di una parte della legge sull’8 per mille, depositato in Cassazione nelle stesse ore in cui padre Federico Lombardi ha accolto nella sede di Radio Vaticana Marco Pannella, in un colloquio definito “storico” dal leader radicale.

Emma Bonino – ed è questa la seconda considerazione da fare – riceverà il sostegno concreto di tutto l’apparato burocratico della Farnesina e delle immense risorse economiche a disposizione. Nel mondo, non solo in Italia. I radicali sono dei maestri in questo. Con le loro associazioni, già perseguono progetti finanziati dall’Unione europea e dal Ministero degli Esteri. Basta scorrere i siti radicali, che documentano le alleanze, i sostegni e i finanziamenti. Figuriamoci ora cosa accadrà. Si è concessa la possibilità che la “roba” sia tanta e al servizio delle loro idee, dei loro progetti e del potere, così come si concede da decenni – anche attraverso la complicità di decine e decine di parlamentari cosiddetti cattolici – che la loro radio riceva dieci milioni di euro dallo Stato per un servizio che potrebbe svolgere gratis la Rai-Tv.

Un’ultima considerazione riguarda i legami che Emma Bonino ha da più di vent’anni con il “filantropo” George Soros, l’uomo che fece saltare nel 1992 la Banca d’Inghilterra e che concorse alla svalutazione della lira. Soros, che è iscritto al Partito Radicale e che ha dato sostegno finanziario in vari modi alle attività dei radicali, è uno tra i maggiori ideologi di quel Nuovo Ordine Mondiale che vuole dominare il mondo. Oltre a finanziare progetti che hanno riguardato la democrazia dell’est europeo e ad intervenire allo stesso modo nei confronti delle “primavere arabe”, Soros è impegnato da decenni nel “Program of Reproductive Health and Rights”, che dedica i suoi sforzi alla causa del “diritto all’aborto”.

In linea con questa prospettiva, Emma Bonino, che “copre” la sua forsennata ideologia abortiva con il lancio di campagne che hanno l’obiettivo di dipingerla come eroina dei diritti umani nel mondo, come quella sulle mutilazioni genitali femminili o quella per l’abolizione della pena di morte o quella per la creazione del Tribunale Penale Internazionale per i crimini contro l’umanità, afferma: “Il nocciolo è la bomba demografica. Ogni giorno ci sono 80mila nuovi nati. Nel contempo la vita media si allunga. Aggiungiamoci il miglioramento della qualità della vita in vaste aree, tipo Cina e India, e diventa chiaro che siamo di fronte a una crescita demografica destinata a destabilizzare sempre più la situazione. Noi proponiamo un rientro dolce della bomba demografica" (“Quotidiano Nazionale”, 27 aprile 2008). Questa balla della bomba demografica – propugnata sin dagli anni ’70 dal Club di Roma di Aurelio Peccei e dai programmi abortivi promossi dal sistema delle Nazioni Unite da decenni – un’idea eugenetica e malthusiana, si inquadra proprio nel contesto di un nuovo ordine mondiale. Quello perseguito, ad esempio, dalla “Comunità delle Democrazie” (UNDC). Questa nasce come emanazione della “Democracy Coalition Project”, nata su iniziativa dell’”Open Society Institute” di George Soros. È un’organizzazione non governativa che svolge attività di ricerca e di promozione della democrazia e dei diritti umani a livello internazionale, in particolare attraverso le Nazioni Unite, il Consiglio dei diritti dell’uomo e altri organi multilaterali. Monitora la politica estera dei governi sui diritti umani e sulla promozione della democrazia. Dell’Advisory Board dell’organizzazione fa parte Emma Bonino.

Sta di fatto che Gruppo Bildeberg, Trilaterale e tutte le organizzazioni operanti nel mondo che hanno come obiettivo quello di determinare politiche economiche e sociali per la realizzazione di disegni di pochi – e senza il beneplacito delle quali, da qualche tempo in Italia sembra non si possano costituire governi -  vanno considerate in base a quanto affermava Papa Leone XIII nell’Enciclica Humanum Genus, dedicata in particolare all’azione della Massoneria nella società del tempo: «L’ultimo e il principale dei suoi intenti è quello di distruggere dalle fondamenta tutto l’ordine religioso e sociale nato dalle istituzioni cristiane e creare un nuovo ordine».

(di Danilo Quinto - fonte: www.lanuovabq.it)

Viviamo più a lungo ma diventiamo vecchi più rapidamente


L'Istat nel ristrutturare la composizione della popolazione italiana per fasce d'età, definisce gli over 65 "giovani anziani". E' una caratteristica tipica di questa nostra società bizantina di mettere le parole al posto delle cose credendo cosi' di mutarne la natura. Smettiamola di prenderci in giro con questa ossessione della giovinezza a tutti i costi. I Romani che erano meno ipocriti e retorici di noi fissavano l'inizio della vecchiaia a 60 anni. E cosi' è anche oggi come sa chi abbia compiuto questo fatidico compleanno. Come immutato è il periodo di fecondità della donna, che raggiunge il suo apice a 27 anni per degradare poi e concludersi poco dopo i quaranta, a meno di non ricorrere a qualche artificio tecnologico degno del laboratorio del dottor Frankenstein.

Viviamo più a lungo, è vero. Ma non nei termini cosi' clamorosi di cui ci informano, non innocentemente, gli storici e gli scienziati, secondo i quali gli uomini nel Medioevo vivevano in media 32 anni. Ora, gli uomini e le donne del Medioevo si sposavano, in genere, rispettivamente a 29 e a 24 anni (solo nella classe nobiliare i matrimoni erano molto precoci, soprattutto per motivi di intrecci dinastici). Non avrebbero avuto quindi nemmeno il tempo di crescere i primi figli, invece ne partorivano a dozzine o mezze dozzine. Come si spiega? Col fatto che parlare di 'vita media' di 32 anni è una statistica alla Trilussa, perchè quella società scontava l'alta mortalità natale e perinatale. Il confronto corretto, come sanno benissimo gli scienziati e gli storici moderni anche se lo nascondono, è con l'aspettativa di vita dell'adulto. Un uomo del Medioevo viveva, in linea di massima, 70 anni. Non a caso padre Dante fissa il «mezzo di cammin di nostra vita» a 35 anni. 

Oggi l'aspettativa di vita, in Italia, è di 78 anni per l'uomo e di 83 per la donna. Abbiamo guadagnato circa dieci anni, che comunque non è poco. Bisogna vedere pero' come li viviamo questi anni lucrati in più all'esistenza. Spesso, troppo spesso, li trasciniamo portandoci addosso malattie terrorizzanti, dolorose, umilianti, dimidianti, intubati, attaccati a macchine, tenuti in vita a forza dalla medicina tecnologica tanto per confortare le statistiche sulla longevità (io, come tutti, ho paura della morte, ma ho ancora più paura che i Frankenstein moderni «mi salvino»). Ma la questione di fondo non è nemmen questa quando si parla di vecchiaia nella modernità. Nella società preindustriale il vecchio, contadino o artigiano che fosse (il 90% della popolazione), restava fino all'ultimo il capo della famiglia, attorniato dai figli, dai nipoti, dalle donne, dai numerosi bambini (oggi, in Europa, solo il 3,5% degli anziani vive con i propri figli), in una società a tradizione prevalentemente orale era il detentore del sapere, conservava un ruolo e la sua vita un senso. Oggi (a parte alcune categorie di privilegiati:i politici, gli artisti) il sapere del vecchio è obsoleto, non conta più nulla. Scrive lo storico Carlo Maria Cipolla: «Una società industriale è caratterizzata dal continuo e rapido progresso tecnologico. In una tale società gli impianti divengono rapidamente obsoleti e gli uomini non sfuggono alla regola. L'agricoltore poteva vivere beneficiando di poche nozioni apprese nell'adolescenza. L'uomo industriale è sottoposto a un continuo sforzo di aggiornamento e tuttavia viene inesorabilmente superato. Il vecchio nella società agricola è il saggio, nella società industriale è un relitto». Altro che "giovani anziani".

(di Massimo Fini)

venerdì 26 aprile 2013

La 500 di Teodoro...


Ho fatto questo. Mi sono fatto prestare una 500. Non è però una di quelle nuove ma proprio una di quelle con le marce a doppietta e il tettuccio. Una, appunto, con la targa nera e le cifre bianche in rilievo. L’ho messa in moto e sono arrivato dalle parti di Villa Borghese. Non potendo entrare con la vettura ho cercato un albero che si sporgesse tanto da poterne prendere l’ombra e lì ho spento il motore. Tirando il freno a mano ho cercato di ribaltare il sedile. Ci sono riuscito e mi sono disteso. Con gli occhi chiusi ho svegliato nel ricordo la parola “Italia”, ma ripetuta tante volte. In quel sonno tutto forzato ho sentito l’odore della colla e, nelle dita – contratte – ho avvertito come dei tagli ricavati dalla carta: forse fogli ciclostilati, magari manifesti, perfino pagine di libri affilati come rasoi dell’Atto Puro.

Ancora con gli occhi chiusi ho sentito battere in petto l’allegria di una piazza “tricolore e festante” e poi ancora il frastuono di una vita tutta nuova dove tanta gente raccolta da ogni dove diventa d’improvviso importante: qualcuno è ministro, un altro è direttore di Rete, potenti di vario genere sono altri, quindi ci sono i villeggianti a Montecarlo, molti diventano ladri, tanti restarono onesti e tutti, tutti quelli di quel sonno fatto in macchina, dalla polvere di una sezione arrivano al Palazzo per poi essere restituiti al fine corsa di un nulla di fatto. Ho fatto questo, ieri, per salutare un amico. Fu il suo giaciglio la 500, la sua tana a Villa Borghese, e lui ci abitò lì – in una Cinquecento come questa da dove rialzo lo schienale – per fare sognare tutta quella gente. Tutti rimasti senza niente. Ed è l’alpha e l’omega di un destino politico, lui. E’ Teodoro Buontempo.

(di Pietrangelo Buttafuoco)