mercoledì 8 maggio 2013

In morte di Andreotti


A differenza di altri io ho avuto sempre una certa simpatia e anche stima per l’onorevole Giulio Andreotti. Ho incontrato il 'divo Giulio' solo in due occasioni. Nel 1980 lavoravo per Il Settimanale e mi ero messo in testa di fare un’inchiesta sui danni che aveva provocato all’Italia l’aver fissato la capitale a Roma e avanzavo la proposta protoleghista di spostarla altrove («Via da Roma la capitale», Il Settimanale, 4/11/1980). Fra i personaggi da sentire mi sembrava indispensabile Giulio Andreotti, politico già allora di lunghissimo corso e oltretutto romano doc. Ma disperavo di arrivarci, Il Settimanale era un piccolo giornale. Telefonai alla segretaria, la mitica Enea, che mi chiese il tema dell’intervista, il tempo che mi occorreva e quello che avevo per andare in pagina. Le spiegai il tutto. Mi rispose che mi avrebbe fatto sapere entro una mezz’ora. E infatti dopo mezz’ora mi chiamò dicendomi che l’onorevole Andreotti mi avrebbe ricevuto per quaranta minuti in un centro diocesano di Metanopoli vicino all’aeroporto di Linate perché subito dopo sarebbe dovuto ripartire per Roma. La cosa mi stupì: era un modo di fare alla tedesca, non all’italiana. In Italia, almeno allora, se volevi intervistare un personaggio politico anche di media taccadovevi passare per tre o quattro portaborse i quali ti facevano capire che, se volevi arrivare all'augusto personaggio,la cosa non sarebbe stata, politicamente, a gratis. In Germania o in Svizzera o in Olanda o in Svezia anche quando devi intervistare un importante ministro la prassi è quella seguita da Andreotti. Non è solo una questione di bon ton politico, ma di civiltà e di stile.

Incontrai quindi Andreotti in questo centro diocesano. Era accompagnato da una piccola corte. Entrammo in una grande sala spoglia dove c’era solo un piccolo tavolo in legno e ci sedemmo l’uno di fronte all’altro mentre la corte rimaneva rispettosamente sulla soglia. Andreotti fece un lieve cenno con la mano, la porta si chiuse e rimanemmo soli. Io avevo allora 35 anni, ero nel pieno delle mie forze, di fronte mi stava quest’uomo minuto, fragile. Pensai che se solo avessi voluto avrei potuto agevolmente strozzare l’onorevole Andreotti prima che qualcuno potesse intervenire. Non lo feci e ascoltai una magistrale lezione sulla storia d’Italia, di Roma, delle Istituzioni repubblicane, della Pubblica Amministrazione, della burocrazia,  del diritto e, insomma, di tutto ciò che riguarda i gangli vitali di uno Stato.

Il secondo incontro fu casuale, ma divertente e non privo, anch'esso, di un certo significato. Un pomeriggio ero all’ippodromo romano delle Capannelle e camminavo chino sul giornale Il Cavallo per vedere chi puntare alla corsa successiva, quando mi scontrai con un uomo anziano che stava facendo la stessa cosa. Gli caddero gli occhiali, mi chinai a raccoglierli e, rialzandomi, glieli porsi, scusandomi. Solo allora mi accorsi che era Giulio Andreotti. Solo. Non vidi alcuna scorta. Ce l’avrà anche avuta, ma se c’era stava a debita distanza. Si scusò a sua volta e rimise la testa nel giornale. Mi piacque che avesse questo vizio delle scommesse. Gli uomini senza vizi sono pericolosi. Negli ultimi anni gli mandavo i miei libri e anche qualche suo ritratto agrodolce che avevo scritto per i giornali. Lui rispondeva sempre con brevi biglietti, cortesi, vergati con una calligrafia minuta, senile, ma chiarissima. E anche questa è una questione di stile oltre che di buona educazione.

Andreotti è stato un grande ministro degli Esteri. In tempi difficilissimi, quando l’alleanza con gli Stati Uniti era obbligata perché incombeva l’orso sovietico e atomico, è riuscito a fare una politica di appeacement con i Paesi del mondo arabo-musulmano i cui frutti godiamo, in parte, ancora oggi. Questo non è mai piaciuto agli americani e credo che in alcune disavventure posteriori del 'divo Giulio' ci sia il loro zampino. Ma con Andreotti l’Italia ha avuto, per anni, una politica estera coerente, felpata ma efficace, all’altezza degli altri grandi Paesi europei. E non è un caso, come ha notato Sergio Romano, se la politica estera si fa con lo stile di Andreotti e non di Berlusconi.

Andreotti ha avuto sempre la consapevolezza di essere classe dirigente, con responsabilità e doveri che andavano oltre la sua persona. Sottoposto a un durissimo processo durato sette anni, che lo ha spazzato via dalla vita politica, non ha mai parlato di “complotto” della Magistratura in combutta con chicchessia. Perché una classe dirigente consapevole d’esser tale non delegittima le Istituzioni, perché sa che sono le 'sue' Istituzioni e che dalla loro disgregazione e dal caos che ne consegue ha tutto da perdere. Insomma si tratta di quel senso dello Stato che Berlusconi non ha e che non ha la maggioranza dell’attuale classe politica, di destra soprattutto, ma anche di sinistra. Andreotti è poi uscito assolto da quel processo per mafia, come da quello per l’omicidio Pecorelli, ma si è ben guardato da mettere sotto accusa i Pubblici ministeri Caselli e Lo Forte, come pretendeva quell’irresponsabile mascalzone e narciso di Cossiga. Ha, al contrario, ammonito, mentre si scatenava la canea 'garantista' dei berluscones, a non fare il processo ai giudici, sottolineando anche con sottigliezza giuridica: “È fuori luogo mettere sotto accusa la Procura. Se tutte le volte che le Procure hanno torto finissero sotto accusa i Tribunali starebbero attentissimi, tra l’altro, a non metterle nei guai”. In quel processo è stato anche accertato che Andreotti ebbe effettivamente rapporti con la mafia prima del 1980. Questo può scandalizzare Marco Travaglio, non chi, come me, ha qualche anno di più e sa che rapporti con la mafia in Italia li hanno avuti tutti anche l’integerrimo Ugo La Malfa attraverso la sua 'longa manus' in Sicilia, Gunnella. Quella dei rapporti fra i politici e Cosa Nostra è una tabe che ci portiamo dietro da quando la mafia aprì le porte della Sicilia alle truppe americane e non riguarda certo il solo Andreotti.

Se fosse nato in un altro Paese Giulio Andreotti sarebbe stato un grande statista. In Italia ha potuto esserlo solo a metà, dovendo impegnare l’altra metà negli intrighi, spesso loschi, che caratterizzano la vita politica italiana.

Ma nell’ora della tua morte noi ti salutiamo 'divo Giulio' con rimpianto. Con te se ne va una lunga stagione della politica italiana e, visto quello che è venuto dopo, non certo la peggiore. Se esiste quel Dio in cui tu credevi, andando prestissimo ogni mattina alla Messa, ti sarà sicuramente benevolo.

(di Massimo Fini)

domenica 5 maggio 2013

E' morta Agnese Borsellino


Emma il ministro una "fanatica" dei diritti umani


C'è in Emma Bonino, nuovo ministro degli Esteri, la bontà sanguinaria di una Santa Caterina da Siena. E' una fanatica dei 'diritti umani'. Un po' meno degli esseri umani. Se sospetta che uno di questi Diritti sia leso, in una qualsiasi parte del globo, è pronta ad invocare l'arrivo delle truppe, dei carri armati, dei B52, delle bombe all'uranio impoverito. «Sono una non violenta, non una pacifista» dichiara. Fatto è che sono più di quindici anni che la Bonino è una guerrafondaia dai purissimi e santi intenti. Comincio' durante le vicende di Bosnia, saltellando da una Tv all'altra del Vecchio Continente e strillando: «Gli stupri etnici! Gli stupri etnici! Non possiamo tollerare gli stupri etnici!», mentre migliaia di persone morivano sotto le bombe all'uranio impoverito della Nato, il cui intervento, con questo pretesto, la Bonino aveva invocato nella sua qualità di Commissario europeo. E ha continuato, la 'non violenta', appoggiando tutte le guerre occidentali, successive e preventive: alla Serbia, all'Afghanistan, all'Iraq, alla Libia, mentre non sarebbe aliena alla «soluzione di forza» con l'Iran dove le donne indossano il chador che è una delle ossessioni di questa suorina laica.

Cio' che inquieta in Emma Bonino è l'indiscutibile buona fede. La malafede è meno pericolosa. Perchè ha la debolezza della cattiva coscienza, mentre la buona fede è inossidabile, incrollabile, invincibile, marcia con la Verità in tasca e la spietatezza che solo i Giusti possono pensare di potersi permettere.

Irrisolta come tutte le persone che si sono vocate a un Assoluto , e che amano il mondo senza amare gli uomini, Emma Bonino è, in un certo modo, una figura patetica. Crede di essere laica ed è fortissimamente impregnata di cultura cattolica di cui ha la crudeltà inconscia. Crede di essere liberale e non lo è. Un liberale che pretende che tutti lo siano non è un liberale: è un fascista. Crede di essere democratica ed è totalitaria, perchè non concepisce 'l'altro da sè'.

Donna destituita di ogni ironia e autoironia, come puo' esserlo solo una che è nata a Bra (Cuneo), quando parla ai suoi, ai radicali, si sente in dovere di essere spiritosa, con risultati imbarazzanti, in omaggio a un passato da Giamburrasca, da Ribelle, che è ormai un po' sbiadito, dopo otto legislature come deputato, due come parlamentare UE, un incarico come Commissario europeo e ,ora, ministro degli Esteri.

Catafratta nelle sue incrollabili certezze, refrattaria a ogni cultura e sensibilità che non siano le sue, la Bonino si reco' nel 1997, come Commissario europeo, nell'Afghanistan dei Talebani. I quali le permisero di vedere tutto quel che voleva. Lei si introdusse nel reparto femminile del policlinico di Kabul, con un codazzo di giornalisti, fotografi, cineoperatori che si misero a riprendere tutto e tutti, degenti comprese. Ora, è noto che nella cultura islamica c'è una particolare sensibilità sulla riproduzione della figura umana, maschile e femminile (se ci badate i loro tappeti hanno decorazioni solo animali, floreali, vegetali). Del resto nemmeno in Italia è permesso fotografare i degenti senza il loro consenso. Intervenne il 'Corpo per la repressione del Vizio e la promozione della Virtù', acchiappo' la Bonino e il suo codazzo e li porto' alla prima stazione di polizia. Li' le spiegarono come andavano le cose dalle loro parti e la rilasciarono. Lei, tornata a Bruxelles, ordino', per ritorsione, di tagliare gli aiuti umanitari all'Afghanistan.

Con un ministro degli Esteri di questo genere svanisce qualsiasi possibilità di ritirare le nostre ipocrite 'missioni di pace' all'estero (l'unica che è veramente tale è quella in Libano per tutelare quelle popolazioni dagli scontri fra Hezbollah e israeliani) risparmiando, fra l'altro, quei tre o quattro miliardi che si renderebbero utilissimi per risolvere alcuni problemi di casa nostra, come gli esodati e il rifinanziamento della Cassa integrazione.

(di Massimo Fini)

Gramsci leninista perfetto. Altro che erede di Gobetti


Tutta l'opera di Antonio Gramsci è stata il poderoso tentativo di tradurre il marx-leninismo in italiano. Per compiere questa traduzione, Gramsci mobilita la storia d'Italia e i suoi principali teorici, da Machiavelli a Gioberti, da Gentile a Croce, dai sociologi delle élites alla letteratura nazionale. 

Le sue idee chiave, i suoi concetti cardine derivano da Lenin. Perfino l'adozione della via nazionale al comunismo e della democrazia come fase transitoria verso la dittatura del proletariato derivano da Lenin, anzi furono ascoltati dalla sua viva voce, nel corso della permanenza di Gramsci a Mosca tra il 1922 e il 1923, mentre in Italia andava al potere Mussolini. Gramsci si propose di far combaciare il Principe di Machiavelli col Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels. I due traduttori del marxismo in filosofia della praxis sono per Gramsci Georges Sorel e Giovanni Gentile. Sorel è citato all'esordio della sue Noterelle su Machiavelli come l'autore che eleva il Principe a Mito, cioè a creazione della «fantasia concreta che opera su un popolo disperso e polverizzato per suscitarne e organizzarne la volontà collettiva». Gentile, invece, è il filosofo che reinterpreta Marx, anzi per Gramsci «è il filosofo italiano che più in questi ultimi anni abbia prodotto nel campo del pensiero lo sviluppo ultimo dell'idealismo». Era il 1918, e poco dopo Gramsci, Tasca e Togliatti daranno vita a Ordine Nuovo, una rivista di marxisti gentiliani. Il riferimento a Gentile poi sparisce e nei Quaderni dal carcere si fa critico perché Gentile è diventato il filosofo del fascismo. Resta l'impronta gentiliana nella visione gramsciana dello stato pedagogico e totalitario, nel primato del noi, nella centralità della cultura, nell'identità di teoria e prassi, filosofia e politica, nella riforma morale, intellettuale e civile. Ma i riferimenti a Sorel e Gentile non tradiscono il leninismo, anzi sono ambedue rigorosamente iscritti dentro il leninismo: Gentile fu l'unico filosofo vivente citato positivamente da Lenin nel suo profilo di Marx (riferimento poi cancellato da Togliatti nella traduzione italiana del 1950). E di Sorel, alla sua morte, si contesero le spoglie Mussolini e Lenin che lo consideravano ambedue maestro e precursore. È curioso pensare che il perimetro Marx-Sorel-Gentile-Machiavelli unisca Gramsci a Mussolini. Li separerà la lotta di classe che in Mussolini si fa lotta tra le nazioni.

Anche il nazionalpopolare è di marca russo-leninista e Gramsci lo traduce nella linea giobertiana e gentiliana; ma sostituisce l'ispirazione romantica e risorgimentale dei primi con l'impronta illuministica e rivoluzionaria. Il progetto di Gramsci è portare l'illuminismo alle masse, tramite il partito giacobino, nuovo Principe, che per Gramsci s'incarna nel Partito Comunista. Quel partito giacobino che, a suo dire, mancò al tempo del Risorgimento privando l'unità di una direzione progressiva. Il giacobinismo riporta Gramsci a Lenin e alla linea radicale dell'illuminismo e lo separa da Sorel e da Gentile, che furono antigiacobini. 

Il pensiero di Gramsci non divorzia da Lenin neanche quando teorizza l'egemonia, ferma restando la meta della dittatura del proletariato, o quando definisce il partito totalitario erede rivoluzionario del Principe. Gramsci pensa a Lenin quando oppone il cesarismo progressivo dei bolscevichi al cesarismo regressivo dei fascisti, la violenza progressiva degli uni alla violenza reazionaria degli altri, il totalitarismo espansivo dei primi al totalitarismo repressivo. Ma chi stabilisce quel che è progressivo e quel che è regressivo, la violenza terapeutica e quella sistematica, il totalitarismo buono e quello cattivo? Il Partito: «ogni atto viene concepito come utile o dannoso, come virtuoso o scellerato, solo in quanto ha come punto di riferimento il moderno Principe stesso e serve a incrementare il suo potere o a contrastarlo. Il Principe prende il posto, nelle coscienze, della divinità o nell'imperativo categorico, diventa la base di un laicismo moderno e di una completa laicizzazione di tutta la vita». Mirabile sintesi di un processo che porta dal relativismo all'assolutismo: non esistono valori oggettivi né principi superiori, ma tutto è commisurato all'utilità del soggetto-principe che decide sui princìpi, sui valori, sulla morale. E dunque uno stesso atto può diventare legittimo o illegale, ammissibile o inammissibile, eroico o infame, morale e immorale, vero o falso se compiuto dal Principe o dai suoi nemici. Quanto abbia inciso questa concezione, relativista e assolutista al tempo stesso, sull'ideologia dell'intellettuale Collettivo, il partito, e dei singoli militanti, è ancora sotto i nostri occhi. 

Precorrendo la svolta giudiziaria dei nostri anni, Gramsci scrive sull'Avanti! torinese del 18 febbraio 1920: «il controllo della forza armata dovrebbe passare dalle mani del governo nelle mani di un potere indipendente dal governo e dal parlamento, nelle mani dell'ordine giudiziario, divenuto potere attraverso un'assemblea costituente». Un regime dei giudici, insomma. Sempre nello stesso scritto, Gramsci critica lo Stato unitario italiano con gli stessi argomenti dell'odierna vulgata antirisorgimentale. Per Gramsci «lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono infamare col marchio di briganti» (Il Lanzo ubriaco, ne L'Ordine Nuovo, Einaudi, 1954).

Il destino tragico di Gramsci ebbe un risvolto paradossale: una dittatura ostile lo costrinse al carcere, una dittatura comunista lo avrebbe eliminato; e in mezzo ai due regimi totalitari, Gramsci teorizzava in carcere un altro sistema totalitario. Senza il carcere, Gramsci avrebbe probabilmente guidato una scissione nel Partito Comunista. 

La fortuna di Gramsci culminò nell'Italia degli anni Settanta, dopo Togliatti. Poi sorsero due letture revisioniste di Gramsci: a sinistra il cosìddetto gramsciazionismo, ovvero un Gramsci letto come la prosecuzione di Gobetti, una versione radical-liberal che sbarcò anche negli Usa. Dall'altra parte sorse il gramscismo di destra che coglieva l'idea gramsciana di conquistare consenso e potere tramite la conquista della cultura. La matrice era gentiliana o nell'idealismo militante del primo '900 e Gramsci teorizzava in carcere quel che lo stesso Gentile e Bottai realizzavano nel fascismo. Il progetto fu ripreso nel dopoguerra da Togliatti che gettò le basi all'egemonia culturale del Pci; dopo il '68 mutò in egemonia della sinistra radical giacobina.

Resta viva di Gramsci la lucidità intellettuale di una visione ideologica che rilegge la storia, il pensiero e la letteratura; il primato civile della cultura, la centralità del nazional-popolare, la fragilità del fisico unita al vigore eroico del suo pensiero, la tenerezza dei suoi sentimenti intimi. Tra le sue struggenti lettere ai famigliari ce n'è una scritta a sua madre Peppina per l'onomastico. Era il 1934 e non avevano detto a Nino che sua madre era morta un anno e mezzo prima. Il Natale prima aveva ricevuto un pacco di biscotti e lui aveva spiegato ai carabinieri «li ha fatti certamente mammà», non sapendo che era deceduta da tempo. Il carcere negò a Gramsci la verità anche nella sfera degli affetti più cari.

(di Marcello Veneziani)

Perché l’amnistia culturale è virtualmente impossibile tra forze abbrutite (oops) e degradate (oops, oops)



Destra e sinistra non sono uguali perché la prima è popolo senza cultura mentre l’altra, fatta tutta di cultura, non ha più un popolo. Nelle loro identità distinte “sono due diverse idee dell’Italia” ma se nell’arco del ventennio di Silvio Berlusconi la sinistra ha trovato la propria strategia nella funzione antiberlusconiana, dunque con un’idea chiara, la destra non esiste affatto proprio perché è solo una vicenda che riguarda Berlusconi e basta più. E dunque senza nessuna idea.
L’Italia che oggi s’inghiotte Berlusconi – inteso come anomalia, “l’illegalità di stato” – è quella pacificata nella “deforme coerenza” di un governo, il primo sinistra-destra nella storia della Repubblica italiana, dove forse la destra può cogliere l’occasione della sua definitiva legittimazione, “l’amnistia culturale” di cui ha scritto Ezio Mauro, purché possa esistere oltre il recinto del rancore degli “impresentabili”. E oltre Berlusconi, va da sé.
Ed è appunto impossibile. Non ci può essere e neppure dovrebbe esserci questa amnistia culturale e non solo perché – sotto, sotto – prepara l’amnistia vera ma perché la segnaletica è solo un pretesto parlamentare, vive nell’alchimia di tenerli insieme destra e sinistra e non coincide con l’unico punto di realtà obbligato: saldare il popolo “abbrutito” della destra con la sinistra dalla cultura oramai “degradata”.

Giocare a biliardo non fa ideologia e se solo lo sparatore di piazza Colonna avesse sfiorato una Forza nuova o una qualunque scheggia “dorata”, oggi il suo gesto non sarebbe raccontato con la sociologia compassionevole ma con l’anatema. Quando a Brindisi fu fatta esplodere la bombola di gas davanti alla scuola, il giornalismo pavloviano, con Roberto Saviano e i suoi “Nipotini di Riina”, ebbe subito chiara la strada dello stragismo, ovviamente un altro pretesto – quella volta fu di puro marketing – perché infine la scodella di Pavlov, l’esorcismo insomma, è l’unico parametro di una sinistra invecchiata e incapace di trovarsi un popolo oltre il degrado pop del riflesso condizionato sempre incapace di pensiero critico.
Se l’amnistia, sia pure culturale, è quella di mettere insieme storie diverse e ostili, gli unici materiali da amalgamare restano quelli degli umori e dei disagi – tutti gli spurghi di oggi, derivati dal popolo – in cerca di una rappresentazione politica.
La destra, forse, è solo rabbia, rutto e cecità. Ma la sinistra, persa nella trappola di tutti i suoi luoghi comuni, non sa più dare un orizzonte al popolo. Nel frattempo che la sinistra spiega Preiti con la lotta di classe, non fa il Ponte a Messina perché ci vede la Mafia, cerca ancora la massa quando tutti sono diventati individui e nel frattempo che si gode – come oggi – il Concertone del Primo maggio a San Giovanni, tutto è un disperdersi tra Forconi di qua e Grillini di là.

Berlusconi in vent’anni non è riuscito ad alfabetizzare la destra perché vuole solo camerieri, e se ne può parlare di questo disastro di afasia e somaraggine se volete, perché – infine – l’unico fenomeno culturale nato sotto l’ombrello del berlusconismo è questo giornale che state leggendo e che non è certo di destra. La sinistra, al contrario, è fatta da intellettuali troppo ben pagati. E non si tratta qui di un Galvano Della Volpe maestro di Armando Plebe (che poi farà la sua amnistia culturale aderendo al Msi) o di accademici di nulla accademia come Carlo Muscetta (quello di “una nuova malattia è l’asorosolia, fa solo un po’ arrossire ma se ne può guarire”) piuttosto di domatori di pulci, coristi e comici militarizzati dall’editoria per cui c’è un Guccini che canta e che scrive, un Celentano che predica e che parla e c’è un Fabio Fazio che prepara il piano quinquennale del pensiero obbligato perché, ecco, la sinistra che si era data la missione dell’avanguardia adesso si accontenta di scalettare le ospitate dei compari degradando il popolo a una mistificazione: l’illusione di essere italiani di serie A in tutta questa spremuta di cervello.

La serie A, dunque. Con conseguente prurito morale. Quello di dover parlare all’Italia, la più porca tra le nazioni, però bisognosa di poesia. E dunque l’unica amnistia culturale, forse è quella tra la parola e il segno, dunque la pancia e il fegato, ovvero la destra della prassi e la sinistra dell’impazienza. Fulvio Abbate mi ha raccontato di una sera del 1975. Il Pci, il 16 giugno, aveva ottenuto un grande risultato alle elezioni. Su YouTube c’è il video. Nella seconda parte, a partire dal minuto 1:40, la folla, rumorosissima, viene invitata ad ascoltare Severino Gazzelloni. E siccome il punto di contatto tra cultura e popolo è solo fatica d’avanguardia, nel momento in cui il flauto accende la “Primavera” di Vivaldi, nel devoto silenzio, c’è “il sublime che si consegna”: al popolo convenuto.

(di Pietrangelo Buttafuoco)

La Cultura della protesta


Cesare aveva già sottolineato la propensione dei Galli per la guerra civile. I Francesi sono rimasti fedeli a tale tradizione: in ogni epoca della loro storia non hanno smesso di affrontarsi e di battersi tra loro. Sono da sempre anche i campioni della cultura dello sciopero e della protesta. I turisti che visitano Parigi se ne accorgono presto. Ci sono sempre scioperi da qualche parte: gli infermieri, i camionisti, i tassisti, i guardiani dei musei, i ferrovieri, il personale degli aeroporti, etc. In Francia i conflitti sociali raramente si risolvono attraverso il dialogo e la concertazione. Si preferisce manifestare e sfilare nelle strade.

Questa cattiva abitudine si cristallizza frequentemente in alcune “giornate”, che non durano mai molto ma hanno una funzione catartica: le giornate rivoluzionarie del 1830 e 1848, la Comune del 1871, i moti antiparlamentari del 1934, le giornate del Maggio 1958 che provocarono la fine della IV Repubblica e il ritorno al potere del generale de Gaulle, le giornate del Maggio 1968.

In queste ultime settimane è stato il progetto di legalizzare il matrimonio omosessuale che ha infiammato gli animi. Subito il dibattito si è focalizzato sui problemi riguardanti la procreazione (ricorso alle “madri in affitto” e alla “procreazione assistita” per gli omosessuali) in un clima già segnato dall’introduzione dell’ideologia del “genere” nei programmi scolastici. Gli oppositori al progetto di legge sul “matrimonio per tutti” hanno messo in moto folle di persone: alcune settimane fa erano più di un milione a manifestare lungo i Champs-Elysées sul tema “tutti i bambini hanno diritto ad un papà e una mamma”. Da trent’anni non si vedevano in Francia manifestazioni di tale consistenza.

Il rifiuto del governo di tenere in considerazione tale imponente movimento popolare, sostenuto da una petizione che ha raccolto 750 000 firme in poche settimane, ha radicalizzato l’opposizione e trasformato il movimento in opposizione “selvaggia” ad una politica di governo oggi totalmente discreditata (a meno di un anno dalla sua elezione solo il 26% dei Francesi si dichiarano ancora soddisfatti da François Hollande). Ogni giorno nuove manifestazioni hanno luogo per le vie di Parigi, davanti al Senato o all’Assemblea nazionale, cosi come nelle altre grandi città della Francia. Malgrado la legge sul matrimonio gay sia stata ora definitivamente votata dal Parlamento, il movimento continua ad ampliarsi, sul modello del movimento degli “Indignados” in Spagna o del movimento “Occupy Wall Street” negli Stati Uniti.

Questa radicalizzazione ha portato un certo numero di commentatori a richiamare lo spettro degli anni Trenta, un’idea anacronistica che seduce soprattutto gli spiriti propagandistici o pigri ( sono spesso gli stessi).
Più che ad una radicalizzazione si sta assistendo di fatto soprattutto ad una legalizzazione incontestabile dell’opinione. I sondaggi rivelano tendenze pesanti e forniscono cifre mai raggiunte: più del 62% dei Francesi pensa che la mondializzazione sia una minaccia, il 71% pensa di essere in piena crisi, il 70% trova che “ci siano troppi immigrati in Francia” e si ritrovano essi stessi stranieri nel proprio paese, il 72% afferma che “non si difendono abbastanza i valori tradizionali”, il 65% trova che “la giustizia non sia abbastanza severa con i delinquenti” e si dichiarano contrari alla depenalizzazione delle “droghe leggere”, il 73% ( di cui il 57% degli elettori di sinistra) pensa che “si possa trovare della manodopera in Francia senza far ricorso all’immigrazione”, il 74% ( di cui il 59% dei simpatizzanti del partito socialista) giudica che “la religione musulmana non sia compatibile con i valori della società francese”, il 53% dei Francesi è addirittura a favore della “reintroduzione dell’uniforme nelle scuole”, mentre l’87% dichiara di volere un “vero capo per ristabilire l’ordine”.

E’ un’onda profonda che s’infrange oggi sulla Francia, mentre la crisi economica diventa ogni giorno più grave. Tutti gli indicatori economici sono in rosso. Il debito pubblico ha superato il 90% del Prodotto Interno Lordo e si registrano migliaia di disoccupati in più ogni giorno. Non si è ancora ai livelli di Grecia, Spagna, Portogallo o Italia, ma ci si sta arrivando. Le classi popolari sono le vittime principali della situazione. La sinistra le ha abbandonate in nome delle riforme “societali” e dell’universalismo pro immigrazione, la destra le ha abbandonate in nome degli interessi della finanza e del mercato. Risultato: i vecchi elettori comunisti votano ormai per il Fronte Nazionale.

Molti giovani desiderano andarsene. I più vecchi di loro pensano che domani sarà ancora peggio di oggi. I media parlano di cambiamento d’umore, di pessimismo, senza mai domandarsi se questo movimento non sia una forma di rivelazione della verità. I Francesi non hanno più fiducia nella classe politica. Più di tre su quattro di loro ritengono che i politici siano corrotti. In realtà i politici non sono tutti corrotti, ma sono tutti discreditati, perché fanno tutti parte di un medesimo sistema che corrompe tutto.

Gli scandali che scoppiano quasi ogni giorno non sono più percepiti se non come sintomi di questo sfacelo che, passo dopo passo, ha finito per invadere l’intero campo sociale. Allo stesso tempo si vede crescere un’onda di amarezza e di disgusto che può trasformarsi in collera. La questione fondamentale e di sapere in che momento la somma delle delusioni, dei rancori e delle frustrazioni raggiungerà la sua “massa critica”. Lenin diceva che le rivoluzioni nascono quando alla base non se ne vuole più e alla testa non se ne può più. Forse non ne siamo troppo lontani.

(di Alain de Benoist)

La destra e le vittorie politiche degli ultimi anni: effimere perché prive di radici culturali


Con una certa regolarità dopo ogni sconfitta elettorale nel centrodestra si apre il dibattito sulla ”cultura”, sino ad oggi con risultati nulli. Sta accadendo ancora una volta su Il Giornale dove Paolo Guzzanti un ex di sinistra che ogni tanto si ricorda di esserlo (anni fa accusò Marcello Veneziani di essere un “fascista”) ha riaperto la questione lamentando che il centrodestra non abbia mai avuto una strategia a proposito di cultura, che non abbia messo uomini suoi a posti di responsabilità eccetera eccetera, facendo anche un singolare parallelo fra i liberal americani e i liberali italiani: cose invece diversissime fra loro perché quelli americani non sono altro che radical, spesso chic come li definì Tom Wolfe con termine entrato nell’uso comune (il suo saggio lo pubblicò Rusconi negli anni Settanta e nessuno se lo ricorda). Sono poi intervenuti personaggi di spicco del Pdl (Forza Italia) come Cicchitto e la Gelmini scoprendo l’acqua calda.

Quel che adesso si legge mi ricorda il convegno di San Martino al Cimino dopo la batosta alle elezioni politiche del 1996: in quella occasione i professori di Forza Italia (da Pera a Vertone) tennero una lezione di liberalismo ai poveracci che nel centrodestra dell’epoca liberali non erano. Bacchettate sulle mani e poi zero iniziative. Nel 2013 ci risiamo: quel che si è stato scritto sul Giornale da parte dei politici a partire dallo stesso Guzzanti sembra nascere all’improvviso e dimentica le cose scritte su quelle stesse pagine e su altre testate di centrodestra (da Area a Percorsi a Il Borghese) nel corso degli anni quando firme di centrodestra non liberale hanno scritto inascoltati che bisognava “ripartire dalla cultura” sempre negletta proprio come adesso si afferma pensando di dire una novità. Oggi si piange sul latte versato quando, durante i tre governi Berlusconi (1994, 2001, 2008) i ministeri chiave della Istruzione e dei Beni Culturali sono stati per lo più in mano ad esponenti di Forza Italia e durante i quali proprio nulla è stato fatto per scardinare l’egemonia della sinistra nei centri di potere culturale di questa nazione. Da un lato preferendo scegliere per posti di responsabilità tra una brava e competente personalità di centrodestra ed un none “famoso” di centrosinistra (se non proprio comunista) quest’ultimo; dall’altro non osando toccare lo status quo; dall’altro ancora non incoraggiando, aiutando, sponsorizzando (in forme legittime ovviamente) tutte quelle iniziatiche utili a dimostrare che una cultura non di sinistra esisteva e aveva da dire: riviste, case editrici, progetti di film e di serie televisione, convegni, fondazioni. E non che i mezzi per farlo non vi fossero!

Tutto questo non-fare, snobbare, ci ha ridotti al punto in cui siamo. Ricordo benissimo che nel 1994 si misero da parte nomi come Accame, Isotta, Buscaroli e altri perché considerati “troppo di destra”. Non si tratta di creare una nuova egemonia aborrita dai “liberali”, ma semplicemente di riequilibrare una situazione compromessa da decenni di stratificazioni e conformismi di sinistra. Non è stato fatto, né a livello nazionale né a livello locale, con rare eccezioni, come ho spesso rilevato su varie testate, nonostante l’evidente crisi di ideali e valori della Sinistra, che continua però ad avere sempre dalla sua parte il conformismo ideologico e la solidarietà politica. In più si aggiunga la crisi culturale del MSI divenuto AN nel 1995 con l’abiura di tutti i suoi punti di riferimento e la frittata è fatta.

I politica di centrodestra si accorgono a quanto pare soltanto ora di questa situazione, quando i buoi sono scappati dalle stalle. Si sono perduti vent’anni, il tempo di una generazione, durante i quali, come ho ricordato in altra occasione, i nati degli anni Novanta hanno solo letto e visto libri, giornali e film contro il centrodestra mascherati da antriberlusconisnmo/antifascismo.

I politici di centrodestra hanno anche trascurato importanti occasioni di chiarimento e di riflessione, come, ad esempio, aprire un vero dibattito dopo l’illuminante editoriale che scrisse Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 25 novembre 2012 dove si metteva il dito sulla piaga culturale. Il professore affermava che in Italia “nelle urne vince per solito la Destra (o il Centro […]) ma nella società civile quella che di gran lunga si fa sentire è la voce della Sinistra”. Questo consolidamento culturale e sociale della Sinistra fa sì che “la Destra, anche se elettoralmente fortissima, sembra esistere in un certo senso solo nelle urne, essendo in tal modo esposta al rischio di collassi politici e d’immagine improvvisi, capaci di portare in pratica alla sua dissoluzione”. Come sta in effetti avvenendo. Il Pdl secondo Galli della Loggia, “paga il prezzo” di essere un “partito artificiale” che, “inebriatosi del suo successo elettorale, non si è  mai curato di diventare qualcosa d’altro: qualcosa per l’appunto che avesse un retroterra di valori nella società italiana”. Cose dette mille volte da molti di noi di destra non liberale in passato. La conseguenza è che il PdL non ha voluto vedere i propri errori, li ha minimizzati, li ha nascosti sotto il tappeto, nonostante le sollecitazioni in contrario, affidandosi soltanto sull’indubbio carisma e capacità organizzativa di Berlusconi. Ma è stato troppo poco. Errori innumerevoli, ma uno è il principale: la sua presenza solo nelle istituzioni quando era al potere, ma la sua clamorosa assenza nella “società civile”. Una volta perduto il Potere si è trovati con nulla in mano perché, scrive l’editorialista, “altrove del tutto assente a dispetto di tanti suoi elettori in buona fede”. In soldoni, senza un solido retroterra culturale (idee in cui credere, una “visione del mondo”, autori di riferimento ecb.) vincere le elezioni non basta per incidere sulla realtà della nazione e degli italiani.

Questo, con parole assai più autorevoli delle mie, è il nodo di Gordio della questione che in vent’anni non si è riusciti a tagliare di netto e, preferendo affidarsi agli altri – i “grandi nomi” di sinistra – per paura di scegliere e di schierarsi in nome di un malinteso “liberalismo”.

(di Gianfranco de Turris - fonte: www.barbadillo.it)

mercoledì 1 maggio 2013

Il fallimento obbligato del governo Napolitano-Letta


Può darsi che, se si vuole evitare ad ogni costo il ritorno alle urne, il nuovo esecutivo sia, come ha dichiarato il Presidente Napolitano, «l’unico governo possibile». Ma, d’altra parte, il fallimento di questo governo, malgrado il vasto consenso parlamentare e mediatico che lo sostiene, appare più che possibile, certo. La prima ragione di questo fallimento obbligato è politica.

Il governo Napolitano-Letta si ispira alla stessa filosofia del governo Napolitano-Monti che lo ha preceduto e non può che conoscere un’analoga débacle. Il primo si presentava come un governo di tecnici, sostenuto, dai voti dei due principali partiti di opposizione; il secondo è un governo non tecnico, ma tecnocratico, in cui i due partiti, obbligandosi ad uno spurio compromesso, entrano a far parte della medesima compagine governativa e seguono la stessa agenda, dettata dalla Banca Centrale Europea e dai custodi dell’utopia europeista, come Angela Merkel.

La democrazia rappresentativa è fondata sul rapporto dialettico tra il governo, espressione della maggioranza dei cittadini, e l’opposizione, che rappresenta coloro che nel governo non si riconoscono. La tradizione rappresentativa occidentale non nasce tuttavia con le democrazie moderne, ma è un prodotto tipico del Medioevo, e ha le sue radici nei rapporti politici e sociali del sistema feudale e corporativo, distrutto dalla Rivoluzione francese. La democrazia del XIX e del XX secolo è invece evoluta in senso anti-rappresentativo, per divenire una democrazia totalitaria, che fa tabula rasa non solo dei principi che trascendono la politica, ma delle stesse categorie di maggioranza e di opposizione che dovrebbero costituire l’essenza del regime parlamentare.

Lo Stato italiano, fin dalla sua nascita, nel 1861, conobbe la degenerazione del sistema parlamentare, contro cui sorse il fascismo, un regime la cui vocazione totalitaria fu frenata dalle presenza istituzionale della Chiesa e della Monarchia. Dopo la caduta del fascismo, si formò tra il 1943 e il 1944 un governo di “unità antifascista”, fondato sull’elevazione a concetto metafisico di un fatto storico, la Resistenza. Negli anni ‘60  il Concilio Vaticano II fu inteso da molti come l’inizio di quella purificazione che avrebbe dovuto preludere all’incontro fra cattolici e comunisti.

Proprio in nome della Resistenza e dell’ “unità nazionale” nacque il progetto gramsciano-berlingueriano di compromesso storico, abortito nel 1978 per il rapimento e la morte di Aldo Moro. Il mito dell’ “unità nazionale” continuò però ad aleggiare, mentre i successivi tentativi della sinistra comunista e postcomunista di conquistare il potere si infransero contro nuovi ostacoli, a cominciare dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi, nel 1994. Da allora il vero problema della sinistra italiana non è stato tanto di arrivare al governo, ma di riuscire a mantenere il potere. La sinistra non è riuscita ad abbattere Berlusconi né per via politica né per via giudiziaria, ma è dovuta ricorrere ai poteri forti extra e sovranazionali, intervenuti in nome di un crisi economica da essi stessi artificialmente alimentata, prima che la situazione precipitasse realmente, proprio a causa della disastrosa politica finanziaria del governo Monti.

Nelle elezioni del febbraio 2013, Berlusconi è ritornato in campo e il novanta per cento degli italiani si è espresso contro il salvatore della patria Mario Monti, la cui “Scelta civica” ha ottenuto alla Camera  solo il 10,5 % dei voti. La situazione di ingovernabilità che è seguita avrebbe dovuto portare alle elezioni anticipate e non certo alla riedizione di un governo di “larghe intese” che oggi ingloba quelle stesse forze politiche che avevano sostenuto Mario Monti.

Il governo Napolitano-Letta è una riedizione del precedente, spogliata di qualche clamoroso errore come l’imposizione del’IMU. Enrico Letta segue attentamente le indicazioni del suo padrino Giorgio Napolitano e su tutti vigilano con attenzione i poteri forti europei. Il cambiamento di parola d’ordine, da “austerità” a “sviluppo”, segue le indicazioni ricevute da Bruxelles e da Francoforte. Che sia così, lo conferma la scelta come premier dello stesso Letta, proveniente dall’ala tecnocratica della sinistra democristiana e la consegna del ministero chiave dell’Economia e delle Finanze a Fabrizio Saccomanni, direttore generale della Banca d’Italia, e uomo di fiducia della BCE.

La terza “icona” dell’esecutivo, dopo Letta e Saccomanni, è Emma Bonino, che garantisce con la sua presenza al Ministero degli Esteri, la amoralità, più ancora che l’immoralità del nuovo governo. La Bonino non proporrà i matrimoni omosessuali, lasciando che a farlo provvedano i gruppi parlamentari, ma sarà il volto ufficiale dell’Italia all’Estero: quell’Italia laica e libertaria, che dal 1978 ad oggi ha ucciso quasi sei milioni di bimbi, un decimo della sua popolazione, e che si è data come missione la dissacrazione di tutti i princìpi e le istituzioni tradizionali su cui, nel corso dei secoli, si è costruita la nostra nazione.

E che le tre “icone”, Letta, Saccomanno, Bonino, abbiano più di qualcosa in comune ce lo conferma un comunicato stampa dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), che formula «al premier Enrico Letta e ai ministri degli Esteri Emma Bonino e dell’economia Fabrizio Saccomanni, tutti e tre membri del Consiglio direttivo dello IAI l’augurio di buon lavoro dell’Istituto, con l’auspicio di riuscire a interpretare le istanze di cambiamento italiane ed europee e a rafforzare la credibilità dell’Italia nell’Ue e il processo di integrazione». (http://www.iai.it/index_it.asp)

Lo IAI,  fondato nel 1965, sul modello dei think tank anglosassoni, dall’eurocrate comunista Altiero Spinelli, è la filiazione italiana di istituzioni mondialiste come il “Council on Foreign Relations” americano. Tra i suoi esponenti di punta  fu l’ex governatore della Banca d’Italia Guido Carli, firmatario italiano, nel 1992, del Trattato di Maastricht, come Ministero degli Esteri nel settimo governo Andreotti. Il salvataggio dell’euro e dell’Unione Europea resta un obiettivo primario del nuovo governo tecnocratico Napolitano-Letta, che per sopravvivere ha bisogno del mito totalitario dell’unità nazionale.

A chi si illude sul possibile buon esito di questa ricetta bisogna ricordare che il bene comune di una nazione è sempre, prima di tutto, morale e che le nazioni, come gli uomini hanno un’anima che le sostiene. L’Italia per rinascere sul piano economico e politico, non ha bisogno di ridurre il suo debito, ma innanzitutto di ritrovare la propria identità spirituale e morale. Non c’è altra “emergenza” al di fuori di questa. 

(di Roberto de Mattei)