domenica 11 dicembre 2011

Mughini: occhio, scherzate col fuoco


Se c’è qualcuno che vuole indurre al suicidio il deputato Alessandra Mussolini a furia di ridurle stipendio e vitalizio, alzi pure la mano. Nel senso che siamo pronti a parlarne. Ovviamente sto scherzando. Lunga vita al deputato Mussolini, e anche se il nonno non prendeva una lira per fare il capo del governo. Sapeva fare e bene un’altra cosa, il direttore di un giornale di sua proprietà. Lunga vita ai deputati italiani che sanno fare il loro mestiere, e beninteso nel segno di una “sobrietà” e di un dover stringere la cinghia che è obbligatorio per tutti e ci mancherebbe che non valesse anche per loro.

Il fatto è che deputati e senatori italiani sembrerebbero voler insorgere in armi contro l’annuncio del premier Mario Monti che a gennaio la loro indennità di parlamentari verrà amputata, e anche se ancora non sappiamo bene di quanto. La linea del governo è quella secondo cui deputati e senatori italiani debbano mettersi in tasca non un euro in più - stiamo parlando di cifre nette - di quanto incassa nella media un parlamentare europeo. Non un euro in più e non un euro in meno. Mi sembra limpido e per niente punitivo, semmai era indecente quanto era in vigore prima e in fatto di indennità mensili e in fatto di vitalizi concessi anche per una sola stagione da parlamentari, e goduti fin da un’età ancora adolescenziale. Di avere goduto di questi privilegi e, nel caso dei senatori di Palazzo Madama, di avere usufruito di una mensa dove ti accaparravi un pranzetto squisito al prezzo con cui un italiano comune ci paga un panino e una bottiglia di acqua minerale, di questo la nostra classe politica dovrebbe chiedere scusa alla comunità.

Purtroppo i nostri parlamentari fanno finta di non capire, se è vero che stanno ripetendo come un sol uomo che il Parlamento è sovrano quanto al decidere gli euro che spettano a ciascuno di loro. Sono arrivati anzi all’impudenza di chiedere che le loro indennità vengano equiparate a quelle degli europarlamentari (di per sé una delle istituzioni più inutili d’Europa, a giudicare dai tipini che noi abbiamo mandato a svernare a Bruxelles e dalle pochissime volte che molti di loro frequentavano l’aula). Il che vorrebbe dire un aumento netto del costo di ciascuno di loro per il bilancio pubblico. Un aumento netto del loro costo in un Paese in cui ciascun cittadino paga già “i costi” della politica due o tre volte quel che pagano altri Paesi europei anche più ricchi del nostro. E tanto più che non sono solo le retribuzioni dei parlamentari sotto il mirino della nostra attenzione e del nostro sdegno, e bensì quelle di tutti i dipendenti delle nostre sedi istituzionali, Quirinale, Camera, Senato, Corte Costituzionale, Palazzo Chigi, tutta gente che per adesso l’arte dello stringere la cinghia che tutti noi pratichiamo a larghe dosi giornaliere non sa nemmeno che cosa sia. Voglio rassicurare il deputato Mussolini. Noi tutti nei nostri mestieri abbiamo subito amputazioni di reddito considerevoli, eppure non ci siamo suicidati. Quando mi propongono un lavoro per iscritto o per orale alla metà del cachet di dieci anni fa, talvolta dico di sì e talvolta dico di no. Quanto a suicidarmi, non lo faccio mai.

Non scherzate con il fuoco, cari parlamentari. Voi non siete certo il problema per eccellenza del nostro bilancio in rosso, ma siete una parte simbolicamente importante di quel problema, voi che ho nominato e ancora altri che gravano sui conti pubblici: quelli dell’Assemblea Regionale Siciliana, e per tanto fare un esempio stratosfericamente indecente (lo dico da siciliano). Nella mia memoria, e purtroppo ho i capelli bianchi, non c’è mai stato nella nostra storia repubblicana di oltre mezzo secolo un momento in cui fosse così bassa e sprezzante la valutazione del vostro lavoro da parte di noi tutti. A cominciare dal fatto, quello sì indiscutibile, che la nostra democrazia potrebbe continuare a funzionare tanto male quanto funziona anche se a Montecitorio e a Palazzo Madama di peones ce ne fossero la metà di quelli che ci sono oggi. E a non dire che se voi non siete più soddisfatti di quanto viene pagato il vostro lavoro, non avete che da cercarvene un altro. Aprire un negozio, interpretare un film di serie B, qualsiasi cosa. Lo so che è dura, durissima. Lo è in tutti i campi e per tutti.

(di Giampiero Mughini)

mercoledì 7 dicembre 2011

L’iniziazione esoterica dell’orientalista guerriero



In merito alla Thule e alle sue aspirazioni più propriamente occulte, può dirmi qualcosa di più? Lei praticava già allora delle discipline realizzative?

"Io conobbi i Tantra, quando avevo quattordici anni e qualche mese, quindi si può immaginare... Già conoscevo, avevo delle idee rudimentali, non certamente perfezionate, di sanscrito e di arabo; potevo interpretare un testo scritto in sanscrito, naturalmente con l'aiuto di una traduzione. Anche adesso, cerco sempre un appoggio... ma comunque possedevo il sanscrito e avevo, con grande fatica, letto Hermann Wirth, Der Aufgang der Menschheit, dimenticandomi del piccolo particolare che non conoscevo il tedesco. Allora, non lo conoscevo affatto. Quindi andavo sempre alla Biblioteca Nazionale, dove cercavo di sgattaiolare, perché, quando mi vedevano coi pantaloni corti, mi rimandavano via, a meno che non ci fosse una signora che si inteneriva per me... Poi, io ti ho detto che conobbi i Tantra. È una cosa che non ho detto mai, ma adesso sono abbastanza vecchio e posso anche correggere la mia biografia. Conobbi anche molte altre cose, che abitualmente vengono tenute segrete, non certo in Europa, ma sicuramente in India. Mi auto addestrai nello studio delle rune e arrivai a determinati risultati molto semplici, ma anche, diciamo così, molto... “volgari”. Come far piovere, oppure far partorire una vacca, oppure, non so, sapere quello che c'è sotto terra in un determinato posto... In Africa, mi ricordo di aver adoperato questi piccoli giocattoli per trovare caverne, luoghi dove mettere il comando di compagnia. Io guardavo una carta, dicevo, “qui abbiamo dodici metri di distanza dal nemico, qui c'è una caverna, qui c'è una fonte d'acqua che però non funziona più, l'acqua è avvelenata, è cattiva...” e via discorrendo".

Cosa può dirmi delle sue “iniziazioni orientali”, specie di quella zoroastriana?

"Quella zoroastriana fu veramente qualcosa di straordinario, perché io sono stato portato in un luogo segreto, che stava nel cuore della capitale persiana. Un luogo, il primo posto dove si sarebbe scatenato l'urlo della marmaglia, per distruggere questi pagani... entrai, c'era un grande cortile con un piccolo edificio nel centro. Entrai e scendendo, mi ricordo che c'era un vecchio inturbantato, un vecchio zoroastriano col turbante che cantava le lodi di Zarathustra, con una voce pulita, meravigliosa. Mi portarono lì senza dirmi niente. Io arraffai una sciarpa e un paio di guanti, perché sospettai che c'era qualcosa. Allora mi portarono dinnanzi a questo tabernacolo dove ardeva uno dei tre fuochi dell'Iran, mi infilai i guanti... poi presi la sciarpa e me ne feci un turbante, tappandomi la bocca, e poi cantai lo Ahunavaitì... e recitai la Ahunavaitì, che è la lode all'uomo giusto, all'uomo che non mente. Questi due persiani, commossi, mi presero così, così, sotto il braccio, che è un gesto che esiste, credo, dall'Anatolia fino alla Cina. Le persone di rispetto si aiutano a camminare, si suppone che siano sfinite di stanchezza. Chi avesse detto loro che io mi ero occupato di Zarathustra, non lo so... E pensa che la settimana prima, avevano rifiutato di mostrare il fuoco sacro, a Bombay, a un professore che era, forse, il più grande iranista europeo, il professor Duchesne".

Lei ha viaggiato molto?

"No, poco, pochissimo. Sono stato in Africa settentrionale, son nato in Ispagna, ho soggiornato in Francia dai miei zii, zii piemontesi e francesi, poi... dove sono stato? In vari posti..."

In Russia?

"In Russia ci son passato soltanto e mi son divertito perché mi misero vicino una bella ragazza, che aveva il compito di scrutare ciò che io leggevo; e io mi ero portato il vangelo in russo e questa mi si mise accanto nella aereostazione di Scere...mi pare. Lo aprii di colpo e vidi che costei era restata... così. Mi feci il segno della croce, tre volte, e cominciai a recitare... avevo il testo in greco. Lo lessi: en arch´ en o logos kai... Recitai questo a mezza voce e poi lo recitai in russo. E continuai tranquillamente per una mezz'ora e poi chiusi il vangelo, lo misi da parte e mi misi ad aspettare l'aereo...Mi dettero la laurea honoris causa in teologia islamica per premiare le opere che avevo scritto nell'ambito degli ismaeliti. Gli ismaeliti, se avessero potuto, mi avrebbero tagliato la gola...".

Per lesa maestà... per leso imam...

"Già. Adesso conosci quasi tutti i miei misteri... tu sei mai stato in Iran?"

No, purtroppo.

"Un paese molto piacevole".

Anche adesso?

"Beh... basta non essere iraniani..."

(Pubblichiamo una parte dell'intervista inedita rilasciata nel 2001 da Pio Filippani Ronconi ad Angelo Iacovella e contenuta nel libro L'orientalista guerriero. Omaggio a Pio Filippani Ronconi appena uscito per Il Cerchio).

(fonte: www.ilgiornale.it)

martedì 6 dicembre 2011

Webster Tarpley: sulla Siria media raccontano un’altra realta


«In Siria sono al lavoro squadroni della morte, composti da libici, ceceni, iracheni, afghani, gente senza scrupoli che semina terrore». La denuncia arriva da uno dei maggiori giornalisti investigativi americani, Webster Tarpley, che si è recentemente recato in Siria con una delegazione di colleghi provenienti da tutto il mondo invitati da un gruppo di religiosi guidati da Agnes Marie de La Croia, del convento di S. Giacomo mutilato, «una specie di moderna Giovanna d’Arco che si batte contro la violenza e la guerra», spiega al telefono Tarpley, ancora provato da un viaggio interessante ma molto inquietante.

Perché, cosa l’ha colpito?

Eravamo ospiti nella città di Kara, a metà strada tra Damasco e Homs. Ma abbiamo poi potuto girare liberamente nel paese, prendendo atto che la situazione è molto diversa da come la raccontano i mass media internazionali. Mentre l’inglese Bbc, ad esempio, dava la notizia dello ‘scoppio della guerra civile’, che ho sentito con le mie orecchie mentre ero nell’albergo di Damasco, mi sono recato insieme al collega Mark George di Media Libre presso il luogo segnalato come il focolaio, la Tv siriana. In realtà, era stato tirato solo qualche petardo, niente di più. C’erano solo curiosi e nessuna tensione ma intanto la notizia aveva fatto il giro del mondo. Mi ha colpito in particolare la nostra visita in un quartiere di Homs che si chiama Zahara. Qui ci sono stati molti morti ma in realtà gli abitanti di questa zona si lamentano perché non c’è una sufficiente presenza dell’esercito.

Può spiegarci meglio?

Sì, certo. Nell’ospedale di Zahara ci hanno detto che sono terrorizzati dai cecchini, appostati in ogni angolo, gente di varie nazionalità che uccide senza scrupoli. Colpiscono indiscriminatamente e un medico mi ha confidato che in questo momento la più grande preoccupazione per lui, come per chiunque, è quella di trovare il modo di tornare ogni giorno a casa senza farsi uccidere.

Si è fatto un’idea di chi ci sia dietro queste squadre della morte?


Sicuramente alcuni paesi interessati alla destabilizzazione della Siria, come Arabia Saudita, Emirati, Qataer e la Libia del dopo-Gheddafi. C’è un ruolo diretto nei finanziamenti e dei rifornimenti da paret della famiglia libanese Hariri e il lavoro di un uomo pericolo solo come Abdul Halim Bel Haj, che ha guidato la rivolta in Libia. La notizia della sua presenza in Siria è stata data da varie fonti. Si sarebbe portato dietro manovalanza adatta in caso di attacco alla Siria. La figura di Bel Haj spiega le dinamiche che hanno fatto nascere e alimentano il caos.

Si profila uno scenario come quello libico?

Il tentativo è chiaro. Io sono stato in Libia dopo il criminale attacco militare (della Nato, ndr), nelle settimane precedenti la caduta di Gheddafi e la situazione era ben diversa. C’era in atto una guerra civile, cosa di cui non c’è traccia in Siria. Inoltre, a complicare i piani di questi strateghi anglo-americani impazziti c’è la presenza della flotta russa a largo della Siria. Se ne parla poco ma sono testimone di questo, ci sono un incrociatore, portaerei, tre o quattro sommergibili. La Libia era isolata, la Siria si trova in una condizione diversa. Ma la situazione è gravissima. In definitiva, dopo il mio viaggio posso dire di aver visto un forte attivismo dei greci ortodossi, dei cristiani melchiti e della chiesa siriaca (riunita nella congregazione delle Chiese orientali). Credo che manchi la voce della Chiesa di Roma e che il papa dovrebbe andare in pellegrinaggio a Damasco per contrastare la follia omicida di chi sta pianificando una terribile aggressione militare alla Siria.

(di Stefania Limiti)

domenica 4 dicembre 2011

L’impossibilità di essere vecchi


Da parecchi decenni si registra, in Occidente, un fenomeno del tutto nuovo e sconosciuto alle società che ci hanno preceduto: i suicidi dei vecchi. Quelli, recenti, di personaggi illustri come Monicelli e Magri, che pur erano dei privilegiati rispetto ai loro coetanei, non fanno che evidenziare un trend ben noto agli studiosi. Le ragioni sono principalmente due: la perdita di ruolo e la solitudine.

Nella società agricola, premoderna, preindustriale, prevalentemente a tradizione orale, statica, il vecchio è il detentore del sapere (ma sarebbe forse meglio dire di una sapienza) che tramanda ai suoi discendenti. Resta, sino alla fine, il capo indiscusso della famiglia e conserva quindi un ruolo e la sua vita un senso. Nella società attuale avviene esattamente l’opposto. Le rapidissime trasformazioni tecnologiche fanno del vecchio un analfabeta di ritorno, uno spaesato, uno spostato, la sua esperienza non serve più a nulla, non conta più nulla. Non è lui a insegnare ai giovani che, con una condiscendenza che lo ferisce, devono insegnare a lui. Scrive lo storico Carlo Maria Cipolla: “Un vecchio nella società agricola è il saggio, in quella industriale un relitto”.

Terribile, davvero terribile, è poi la solitudine del vecchio di oggi, soprattutto nella società urbana, rinchiuso in qualche bilocale negli hinterland delle grandi città, senza sapere più cosa fare di sé. In Europa solo il 2% dei vecchi vive con i propri figli o nipoti. La famiglia mononucleare, le ridotte dimensioni degli appartamenti, gli impegni sempre più stressanti dei figli, impediscono di tenere in casa i genitori, sempre più vecchi e malandati (viviamo troppo a lungo, dio stramaledica la medicina tecnologica). Nella società d’antan il vecchio viveva invece nella famiglia allargata, circondato dai numerosi figli, dai nipoti, dai molti bambini, dalle donne di casa e da esse accudito nel periodo, fortunatamente breve, in cui non era più in grado di badare a se stesso.

Come terzo elemento mettiamoci che oggi è proibito essere vecchi. E così la vecchiaia ha perso anche uno dei suoi pochi lussi: quello di potersi abbandonare alla propria età e ai suoi inevitabili limiti. “Vecchio è bello”, figuriamoci. Ma a patto che rinneghi se stesso, che appaia giovane, che se la dia da giovane, che faccia il giovane, che consumi, possibilmente, come un giovane. È costretto quindi a sgambettare impudicamente nelle balere, a scopare, con viagra o altri accorgimenti pompettari, anche se non ne ha più voglia, a imbarcarsi in maratone assassine in cui regolarmente si infartua. Se invece è vecchio e lo dimostra è irrimediabilmente out e viene emarginato senza pietà. Foera de ball.

Fra i vecchi si suicidano gli uomini, non le donne. Perché sono più vitali. Lo si vede anche fuori dall’ambito dei suicidi. Se in una vecchia coppia muore prima lui, lei, liberatasi dal rompicoglioni, rifiorisce, comincia a far viaggi, a visitare mostre, a curare antichi interessi. Se invece muore lei, il marito intristisce, rinsecchisce, perde ogni voglia, com’è capitato a Lucio Magri. Si obietta che anche in altre civiltà è esistito, o esiste, il suicidio dei vecchi. Fra gli esquimesi il vecchio capofamiglia una sera, nell’igloo, dopo la cena, fissa negli occhi, in silenzio, i propri familiari. Poi esce, da solo, nella notte polare. Ma il suo è un suicidio per consapevolezza, a suo modo sereno, naturale. La consapevolezza che il suo compito è terminato. Quello di Magri e degli altri è invece un suicidio per disperazione. Questa è la differenza.

(di Massimo Fini)

Monti e Napolitano celebrano il funerale dello Stato nazionale italiano


Chi avrebbe mai immaginato che il 150esimo anniversario dell’unità italiana si sarebbe concluso con un pesante esproprio di sovranità nazionale? E come immaginare che il principale artefice del commissariamento del nostro Paese da parte di “poteri forti” sovranazionali sarebbe stato quello stesso presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, più di ogni altro, si era adoperato per celebrare la nascita dello Stato nazionale italiano?

Per risolvere la situazione di “emergenza economica” in cui versa il nostro Paese, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha infatti affidato la guida del governo ad un personaggio, Mario Monti, che è la più pura espressione di quei “poteri forti” ai quali si deve la crisi economica in cui si trovano oggi l’Italia e l’Europa..

Le “appartenenze” di Mario Monti a lobby e “fraternità” di vario genere sono a tutti note. Basterebbe però il ruolo da lui svolto di membro del Comitato esecutivo della Banca Centrale europea dalla sua istituzione, nel 1998, al 2006.

La BCE nacque quando, in applicazione al Trattato di Maastricht, undici dei 15 Paesi dell’Unione Europea, tra i quali l’Italia, rinunciarono alla loro sovranità monetaria per dar vita all’euro, la nuova moneta unica che vide ufficialmente la luce il primo gennaio dell’anno successivo.

La Banca Centrale Europea, insediatasi il 1 giugno 1997, costituiva il motore di un processo, presentato come “irreversibile” dal Trattato di Maastricht, che comportava la definitiva abdicazione ad ogni sovranità in campo monetario. Il ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi, celebrava “la prima rinuncia formale piena ad una parte di sovranità nazionale in favore di una sovranità europea” (Intervista a “La Repubblica” 1 maggio 1998).

Si trattava, per inciso, dello stesso Ciampi che, come Governatore della Banca d’Italia, per evitare la svalutazione della lira, che avrebbe rallentato il cammino verso la parità del cambio tra le monete europee, tra l’agosto e il settembre del 1992, bruciò una colossale quota (mai esattamente definita) delle riserve ufficiali nazionali. Ciampi venne quindi premiato con la nomina, il 18 maggio 1999, a presidente della Repubblica italiana.

Non è un caso che il suo biografo e portavoce Paolo Peluffo (Carlo Azeglio Ciampi. L’uomo e il presidente, Milano, Rizzoli, 2007) sia stato nominato Sottosegretario di Stato del governo Monti.

Né stupisce il fatto che Carlo Azeglio Ciampi, come Giorgio Napolitano, abbia esaltato il Risorgimento nazionale, in maniera altrettanto fanatica della costruzione europea. Gli stessi “poteri forti” che, per liquidare i sovrani legittimi diedero nell’Ottocento il loro sostegno ideologico e finanziario all’unificazione, oggi vedono nello smantellamento dello Stato nazionale una nuova tappa per realizzare l’utopia della mazziniana Repubblica universale. Il processo di esproprio della sovranità nazionale avviato dal Trattato di Maastricht, aveva solo la sua prima fase nella moneta unica europea. Mentre ascendeva e altrettanto rapidamente tramontava il sogno di una “costituzione europea” (si veda il mio De Europa. Tra radici cristiane e sogni postmoderni, Le Lettere, Firenze 2006), l’euro mostrava, fin da subito, le sue prevedibili crepe.

Ma il prof. Mario Monti, allora Commissario europeo, oltre che membro della BCE, già annunciava la “fase 2” dell’Unione (“La Repubblica”, 5 maggio 1998), avvertendo che, una volta avviata la moneta unica, l’unico strumento per far fronte ai prevedibili squilibri economici sarebbe stato quello del prelievo e della ridistribuzione fiscale.

L’unificazione monetaria era presentata in Italia, dai governanti e dai mass media, come imposta dall’urgenza di correggere i nostri squilibri economici. Gli addetti ai lavori sapevano però che non è sufficiente trasferire la sovranità monetaria ad una Banca Centrale per assicurare l’equilibrio e la stabilità dei prezzi in un mercato comune dove convivono Paesi dalle strutture economiche e produttive diverse, con differenti tassi di crescita e di sviluppo.

Il 1° maggio 1998 alla vigilia della fatidica riunione di Bruxelles che avrebbe dato vita all’Euro, il ministro Ciampi, in un Forum a “Repubblica”, lo ammetteva con queste parole: “L’Euro ha un’importanza eminentemente politica. Con il 2 di maggio cambia qualcosa di sostanziale per l’Italia e per l’Europa. E’ la prima rinuncia formale piena ad una parte di sovranità nazionale in favore di una sovranità europea. Ma io penso che sarebbe veramente una costruzione zoppa, se oltre alla moneta e alla Banca centrale, l’Europa non mettesse in comune anche altro: l’importante è proseguire sulla strada dell’unificazione”.

Quando nel 1992 denunciammo, tra i primi, il Tratto di Maastricht con una lettera ai parlamentari europei, sostenemmo che, a differenza di quanto allora veniva detto, si trattava di un progetto non economico, ma politico, che si sarebbe attuato attraverso fasi strettamente concatenate.

Per gli “eurofanatici”, come Ciampi, Monti e Napolitano, l’euro è stato, fin dall’inizio, un meccanismo economico destinato a spianare la strada, dopo la cessione della sovranità monetaria, all’esproprio di quella sovranità fiscale che costituisce l’essenza della democrazia moderna.

Il principio che guidò il processo di indipendenza delle colonie americane dal governo britannico fu, nel XVII secolo, proprio la formula “no taxation without representation”: “nessuna tassazione senza rappresentanza”. Ciò significa che il potere sovrano di tassare i cittadini può essere esercitato solo da chi questi cittadini, per mandato parlamentare, legittimamente rappresenta.

Cosa pensare allora della richiesta del presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi che, intervenendo il 1 dicembre al Parlamento Europeo di Bruxelles, ha reclamato una politica di bilancio e fiscale comune non più nazionale, ma europea, come completamento del processo che ha portato alla nascita della BCE?

La medesima richiesta è stata fatta dal Cancelliere tedesco Angela Merkel al Parlamento tedesco, per salvare l’euro, ed è condivisa ovviamente da Monti e Napolitano.

Ma con la consegna ad un organismo privo di qualsiasi mandato elettorale, quale è la Banca Centrale Europea, del potere di decidere, anche indirettamente, come e quanto tassare i cittadini si celebrano i funerali della democrazia rappresentativa e dello Stato nazionale.

Come potrebbero, d’altra parte, i “poteri forti”, procedere ad un gigantesco furto su scala europea, qual è il prelievo fiscale che ci attende, senza negare con la sovranità degli Stati nazionali, anche le regole primarie della democrazia occidentale? E, infine, che cosa devono pensare gli elettori del centro-destra di un partito come il PdL, che ha fatto proprio della difesa delle libertà economiche dei cittadini il suo programma di governo, e che oggi si appresta a sostenere il socialismo mondialista di Mario Monti?

(di Roberto de Mattei)

Il triste crepuscolo dei partiti


Il sistema dei partiti è un "ircocervo post ideologico" inconciliabile con il pragmatismo europeo, ha scritto con la consueta lucidità (e spietatezza analitica) il nostro direttore Sechi, riferendosi in particolare al Pd ma, per analogia estensibile a tutti i soggetti. Definizione della crisi delle forze politiche raramente è stata altrettanto appropriata. Quello che è avvenuto nel loro ambito, nel crepuscolo del "secolo breve" che li ha visti dominatori assoluti della scena politica, è difficile da descrivere. Ci vorranno decenni, forse, per comprendere le ragioni profonde di una dissoluzione (perché di questo si tratta) che ha lasciato un vuoto profondo colmato dai cosiddetti "poteri forti", stando ad una sorta di "leggenda nera", che si sono serviti della finanza e degli organismi pubblici fuori controllo per agire da supplenti dei partiti incapaci di comprendere la realtà italiana e, dunque, inadatti a riformarla come esigevano i tempi e reclamavano i cittadini i quali, non a caso, nei confronti della politica in generale sono a dir poco diffidenti quando non apertamente ostili.

Bel capolavoro, nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, hanno combinato le forze politiche. Se fino a primi anni Novanta, alla vigilia del terremoto di Tangentopoli, avevano una loro dignità (magari più formale che sostanziale), dopo, quando è maturato il tempo della grande svolta, si sono rivelate spaesate e timide di fronte alla questione che stava davanti ad esse: riformarsi o perire. Hanno preferito galleggiare, industriandosi per non apparire sprovvedute al cospetto dell'elettorato, mettendo in piedi un bipolarismo muscolare, eppure di plastica, fondato sul berlusconismo e l'antiberlusconismo. Da una contesa di tal natura, durata circa diciassette anni, cos'altro poteva venir fuori se non la decomposizione del sistema che oggi si palesa sotto i nostri occhi in tutta la sua drammaticità?

È tutt'altro che incredibile come i partiti non siano stati capaci di capire e perfino di scorgere i profili della crisi epocale che avrebbe travolto l'Occidente. Come avrebbero potuto, del resto, privi di culture di riferimento, staccati dalla realtà, alieni dal tuffarsi nei fenomeni innovativi e non governati delle società complesse dove tutto accade così in fretta da esigere rapidità di analisi e di decisioni? Rifiutando di riformarsi e preferendo, nella migliore delle ipotesi, imbellettarsi tanto per gabbare l'opinione pubblica, i partiti sono giunti all'approdo naturale: l'irrilevanza, certificata peraltro dalle istituzioni sovranazionali che loro stessi, pensando di salvarsi la coscienza, hanno promosso ed attivato nel nome di un malinteso europeismo. Dove si assumono decisioni i partiti non ci sono, eppure la politica è tutt'altro che assente. Non è derivata da processi di intervento democratico in senso classico, ma è pur vero che se il partitismo non ha esercitato per come avrebbe dovuto e potuto il suo ruolo era inevitabile che altri, necessariamente, avrebbero riempito il vuoto. Per i partiti, sempre che siano capaci di riconoscersi, si apre dunque una nuova stagione. Quella dell'umile e, speriamo, proficua riflessione su se stessi. Prima di emettere pagelle sull'operato degli altri, si guardino, dunque, al proprio interno: hanno il tempo per farlo approfittando della "tregua" imposta dalle circostanze e ridiventino quel che erano nello spirito, mentre dovrebbero darsi strutture adeguatamente avanzate rispetto ai cambiamenti in atto.

Se vorranno invece perpetuare guerre virtuali che nulla hanno a che vedere con le trasformazioni che necessitano di essere governate, si rintanino pure nei loro angusti spazi ottocenteschi, ma non si lamentino dell'invadenza del potere tecnocratico. Per essere chiari: ci piacerebbe che la politica si servisse dei tecnici, come avviene nelle democrazie mature, e guidasse le società affluenti tra i marosi delle crisi sempre più ricorrenti perché consustanziali alla modernità. Affinché ciò accada i partiti devono obbligatoriamente riformarsi, caratterizzarsi culturalmente, espellere le tossine che li hanno minati nel profondo. Solo dopo potranno riprendere il posto che gli compete nel contesto sociale ed aspirare alla guida delle nazione. Scorciatoie, come si riteneva erroneamente all'alba dei Novanta, non ce ne sono più. L’epocale crisi economico-finanziaria non tarderà ad evidenziare preoccupanti effetti politici dai quali dipenderanno le dinamiche sociali future non prive di conflitti anche gravi. Non mi sembra che i partiti politici siano attrezzati alla bisogna. Invece di abbaiare alla luna farebbero bene a ripensarsi alla luce delle criticità che non possono essere domate con recriminazioni puerili.

(di Gennaro Malgieri)

lunedì 28 novembre 2011

Intellettuali berlusconiani? Non esistono, per fortuna


E adesso dove andranno gli intellettuali del Cav? Si chiedeva l’altro giorno il supplemento culturale del Fatto, Saturno, dedicando un’inchiesta ai «Berluscolti». Lasciate che io rifiuti in modo secco la domanda: non esistono intellettuali berlusconiani. Ci sono stati intellettuali che hanno preferito Berlusconi ai suoi rivali e ai suoi alleati, ci sono stati perfino intellettuali eletti nelle liste del partito di Berlusconi, ma non ci sono intellettuali berlusconiani, e questa è stata dannazione e merito di Berlusconi. A parte sparuti tentativi, nessun intellettuale può dirsi organico al berlusconismo, espressione di una «cultura» o un’ideologia berlusconiana. È esistita una cultura liberale, una cultura cattolica moderata, una cultura fascista, una cultura conservatrice o di destra. Ma non esiste una cultura berlusconiana. In politica il berlusconismo è stata una risposta pragmatica a domande immediate e bisogni reali. Poi ciascuno dirà se adeguata o inadeguata, vera o apparente, ma la cultura non c’entra; al più si può dire che l’antideologia berlusconiana può aver avuto a suo modo tratti ideologici o perfino iperideologici, come l’antipolitica ha innegabili tratti iperpolitici. Ma un rapporto tra cultura e berlusconismo non c’è stato. E questo da un verso può leggersi come un coerente pragmatismo liberale che non vuole irregimentare la cultura e allineare intellettuali organici. E dall’altro va letto come un’indifferenza alla cultura, a volte un disprezzo, non solo nella convinzione che cultura voglia dire sinistra, ma anche nella persuasione dell’irrilevanza politica, elettorale e commerciale, della cultura.

Se faccio la storia del berlusconismo dalle sue origini trovo un manipolo di intellettuali «liberali» e quasi tutti ex comunisti che hanno aderito a Forza Italia per fiducia verso il leader Berlusconi e in polemica con il mondo di provenienza, il comunismo, la sinistra e le sue rovinose utopie. Dico Licio Colletti, Saverio Vertone, Piero Melograni, Giorgio Rebuffa, Giuliano Urbani, Vittorio Mathieu e altri. Molti di loro, diventando parlamentari di Forza Italia, non elaborarono culturalmente la loro scelta politica, ma l’abbracciarono per motivazioni politiche, pratiche e anti-ideologiche, più un generico liberalismo. Le loro opere più significative erano già alle loro spalle, per taluni la parabola intellettuale era già compiuta, il laticlavio politico era solo un coronamento, se non un dignitoso pensionamento. Chi ha tentato di rielaborare il berlusconismo sono stati soprattutto coloro i quali hanno cercato di dare un’identità popolare, liberale e cristiana a Forza Italia: dico su piani diversi, Gianni Baget Bozzo, Marcello Pera e Giuliano Ferrara, più altri di minor peso politico. Ma si è trattato non di intellettuali organici al berlusconismo ma al contrario di tentativi di orientare il berlusconismo, dare spessore culturale e direzione strategica a un leader e a un fenomeno che ne sono rimasti refrattari. E questo vale a maggior ragione per chi è stato considerato “vicino” al berlusconismo e che l’inchiesta di Saturno identifica in personalità assai diverse come Giordano Bruno Guerri, Dario Antiseri, Vittorio Sgarbi e Pietrangelo Buttafuoco. Naturalmente il discorso vale ancor più per chi, come me, si considerava e si considera nel residuo significato del tutto impolitico che resta, “di destra”. Per me Berlusconi è stato la gigantografia dell’italiano medio, la risposta della realtà al fumo ideologico, il populismo contro le oligarchie economiche, intellettuali e i relativi potentati. Non mi aspettavo da Berlusconi la tutela e la promozione della cultura della destra e nemmeno della cultura in generale; avrei dovuto aspettarmela semmai, se non conoscessi la loro caratura, da chi rappresentava nel polo berlusconiano la destra. Berlusconi vinceva sul terreno elettorale, ha avuto consenso popolare, ha saputo commercializzare i prodotti della politica, ha saputo sedurre. Spettava alla destra il compito di dare spessore, senso dello stato e dell’italianità, ricondurre quelle vittorie a un’effettiva mutazione culturale, una riforma se non una rivoluzione civile, che invece non c’è stata. Ma nessuno poteva ragionevolmente riporre quelle aspettative su Berlusconi e il berlusconismo. Gli aspetti inaccettabili del berlusconismo furono in parte giustificati da chi proveniva da destra come male minore rispetto al Nulla ideologico livoroso dell’antiberlusconismo e dell’antifascismo di maniera.

E come effetto più che causa di un più antico e radicale nichilismo, che passava anche dall'egemonia della tv. Infine il berlusconismo è stato accettato come puro segno di vitalismo rispetto al mortifero processo di dissoluzione in atto nel nostro paese. Se Berlusconi ha rappresentato nel bene e nel male l’autobiografia della nazione, a lui gli si opponeva da sinistra l’autopsia della nazione.

Se vogliamo, i veri messaggeri del berlusconismo non sono stati intellettuali ma personaggi e programmi televisivi; ma si è trattato di un fenomeno di massa e non propriamente culturale. Un’incidenza significativa ha avuto il giornalismo filo-berlusconiano. Ma è stata emanazione del berlusconismo o al contrario ha assemblato sensibilità diverse in una crociata di cui Berlusconi era «utilizzatore finale» ma non ispiratore reale? Naturalmente non parlo dei servi e dei cortigiani, ma di giornalisti che brillano di luce propria.

Per questo mi sembra insensato applicare ora agli intellettuali di centro-destra l’alternativa tra irriducibili e voltagabbana. Ma insensato è pure lamentarsi che il berlusconismo non li abbia valorizzati. Non era sensato aspettarselo e tutto sommato preferisco la cultura sottratta all’abbraccio nefasto della politica, che salva la sua dignitosa solitudine. Penso che avesse ragione Diogene quando rispose ad Alessandro Magno che gli chiedeva cosa potesse fare per lui, di scostarsi semplicemente dal sole. Al vero saggio interessa la luce del sole e non l’ombra del potere.

(di Marcello Veneziani)

domenica 27 novembre 2011

La tracciabilità del moralismo


Fra le “impressionanti” misure che il governo dei banchieri si accinge a prendere viene ventilata quella di togliere di mezzo il biglietto da 500 euro o, il che fa lo stesso, di mettere una tassa, operata dalle banche per conto dello Stato, sul deposito o sul prelievo di monete di questo taglio. In un pacchetto di sigarette ci stanno 20 mila euro, in una ventiquattr’ore 6 milioni. Si vuole quindi far la lotta agli evasori, ai corruttori, ai riciclatori che si servono di questi tagli. Gli obiettivi sono nobilissimi, le vere ragioni di questo provvedimento un po’ meno.

Negli ultimi mesi molti piccoli risparmiatori, temendo un crollo delle banche, hanno prelevato tutto il possibile dai conti correnti, lasciandovi il minimo indispensabile, per metterlo al sicuro in casa propria. E altri li stanno seguendo. Naturalmente questi prelievi sono avvenuti con banconote da 500, per poterli nascondere agli occhi dei ladri. Adesso, con questa misura, il governo dei banchieri vuole impedire ai risparmiatori che temono un crac degli Istituti di credito di ritirarvi il loro denaro e imporre a quelli che lo hanno già fatto di rimettercelo. Devono rimanere ostaggio delle banche.

Nella stessa direzione va la misura, molto apprezzata dalla sinistra, che vuole rendere “tracciabile” ogni pagamento al di sopra dei 300 euro o addirittura, come pretendono alcuni khomeinisti, a cui ha dato voce Milena Gabanelli, qualsiasi pagamento in contanti. I pagamenti avverrebbero quindi, in gran parte con assegni, carte di credito, bancomat, bonifici, tutte operazioni sulle quali le banche hanno le loro commissioni. Se poi ogni pagamento in contanti, di qualsiasi entità, dovesse essere tassato le banconote sparirebbero dalla circolazione, perché nessuno, nemmeno il giornalaio o il fruttivendolo, le accetterebbe (la “fresca” rimarrebbe, forse, solo al tavolo del poker, l’unico luogo pulito di questo Paese marcio fino al midollo). Saremmo obbligati a tenere tutto il nostro denaro in banca. Ma le banche sono delle società private e lo Stato non può obbligarmi a tenervi il mio denaro. Io il mio denaro ho diritto di metterlo dove mi garba.

Lo Stato nasce, oltre che per amministrare giustizia, per battere moneta. Se non ha fiducia nella propria moneta non è più uno Stato. Se uno Stato non è capace di contrastare l’evasione, la corruzione, il riciclaggio senza far pagare un pesante pedaggio ai cittadini che non sono né evasori, né corruttori, né riciclatori di denaro sporco, non è più uno Stato. Rovesciamolo assieme alle sue classi dirigenti, politiche ed economiche, che ci hanno portato a questo punto e ricominciamo da capo. Infine non è possibile che lo Stato (che non per niente Nietzsche chiama “il più freddo di tutti i mostri”) si intrufoli attraverso la cosiddetta “tracciabilità” nella mia vita privata fino a conoscere, nel dettaglio, i miei acquisti, le mie predilezioni, i miei gusti, i miei vizi. Milena Gabanelli sostiene che “la gente comune non ha necessità di più di una cinquantina di euro alla settimana”. Ma dove vive, in un monastero? Una buona bottiglia di vino e un pacchetto di sigarette fan già 15 euro al giorno. Il moralismo della sinistra è insopportabile. E ora capisco perché tanti, senza per questo essere dei lestofanti, votavano Berlusconi. Perché Berlusconi difendendo la sua libertà criminaloide difendeva anche, per estensione, la libertà di tutti dallo strapotere dello Stato. Aridatece subito il Caimano.

(di Massimo Fini)