martedì 12 giugno 2012

Buttafuoco: la mia "destra" nel dopo Fini-Berlusconi


Nonostante i richiami all’unità del Pdl le spinte verso la frammentazione del partito non sembrano fermarsi. Al di là del dibattito animato dai possibili fondatori di liste civiche, l’ala destra del Popolo della Libertà sta infatti riflettendo sul suo futuro, sospinta dai suoi intellettuali.
«Berlusconi e Fini costituiscono inevitabilmente un ciclo concluso» ha scritto Marcello Veneziani nel suo appello, pubblicato settimana scorsa dal Secolo d’Italia, per «ricostruire un soggetto civile, prima che politico o culturale». A questo proposito Pietrangelo Buttafuoco, intervistato da IlSussidiario.net, non ha dubbi: «Che questa comunità si ritrovi dopo il disastro è assolutamente inevitabile e nella realtà dei fatti».

Secondo lei nascerà presto un nuovo soggetto di destra che andrà oltre il Pdl?

Intanto metterei ordine nelle definizioni. Questa storia ha origine nel Movimento sociale italiano, la cui storia non può essere considerata di “destra”. È nata infatti in un contesto fortemente tragico, nel Dopoguerra, raccogliendo intorno a sé l’insieme delle esperienze derivate dalla Repubblica sociale italiana.
Dal punto di vista filosofico e culturale quel deposito di valori non può perciò essere considerato interno dell’ambito del conservatorismo dell’Italia borghese o moderata. È un equivoco che si è trascinato nel tempo.

Qualcuno si è preoccupato di risolverlo?

Direi di no, è perdurato facendo collocare a destra quel tipo di esperienza, al di là delle sue varie trasformazioni prima in “Destra nazionale” e poi in “Alleanza nazionale”.
Al di là di questo però è rimasto sempre vivo un punto di vista sociale che non ha mai reso questa forza una sorta di Democrazia Cristiana solo un po’ più ancorata alla dimensione nazionale e che è rimasta un punto di aggregazione per tantissimi italiani. Una comunità di tre milioni di persone ancora presente e radicata in tutto il territorio nazionale. Si pensi alla Sicilia o alla città di Roma dove Gianfranco Fini sotto le insegne della Fiamma Tricolore poté affermarsi e prepararsi alle sfide future.

Che fine ha fatto secondo lei questa comunità politica?

Con una battuta qualche tempo fa dissi che sta tutta nella sim di Maurizio Gasparri. L’ex colonnello di An è uno dei pochi che ha saputo tenere i contatti con tutto questo mondo e, a differenza di altri dirigenti pidiellini, potrebbe contare su un amico o su un riferimento se la sua macchina andasse in panne in qualunque città del Paese.
Scherzi a parte, il radicamento è una componente importantissima in politica e in questo ambito non è mai venuta meno. Non a caso, con lo sfascio del Pdl sul campo rimangono soltanto le sezioni tramandate nel solco di questa esperienza.

La fine del Popolo della Libertà secondo lei è scritta?

Non c’è nemmeno la necessità di formalizzarla. Le dirò di più, per una comunità che ha trovato motivo di riaggregazione dopo la tragedia della Guerra mondiale, il “disastro” del Pdl è solo una piccola disavventura di un pomeriggio. Per questo motivo, la riaggregazione è inevitabile e nella realtà dei fatti, senza bisogno di dover ricostruire la ragnatela della diaspora o di fare il borsino di chi a questo punto ha dei crediti da vantare.

Si potranno superare secondo lei le divisioni di questi anni? 

Se si riferisce a Fini la sua è una storia a sé, non c’entra niente con questo percorso. Anche quando venne eletto segretario, venne catapultato per via oligarchica. Una scelta che non venne mai digerita e che oggi mi permette di dire, sine ira, che non lo rimpiangerà nessuno. E comunque, non sarà questo l’ostacolo, per intenderci.

E quale sarà allora?

Il fatto che l’Italia non ha una sovranità politica. Un’azione politica come questa metterebbe in discussione gli equilibri dell’attuale status quo. Non credo che ci lasceranno alzare la testa in termini di unità nazionale.
Non confondiamo comunque questo mondo con ciò che vediamo all’estero. Le specificità di cui parlavamo all’inizio rendono questo fenomeno imparagonabile con il Front Nationale della Le Pen. Questa comunità non sposerà mai le stupidaggini della xenofobia o le scorciatoie della demagogia e del populismo. 

Ma un nuovo soggetto secondo lei nascerà da una piattaforma già esistente?

Inutile fare delle ipotesi, in politica le cose accadono seguendo il loro corso. Prendiamo l’esempio di Flavio Tosi a Verona. Pur avendo contro la Lega e il Pdl si è sviluppata un’aggregazione spontanea che ha portato al successo il giovane leghista.
Visto comunque che si parla di futuro, le facce che vediamo attualmente in quella parte politica che tutti chiamano “destra” non vanno considerate.

Nessuna? Nemmeno quella di Gasparri di cui parlava prima?

Nessuna. Al massimo qualche personaggio stravagante come Nello Musumeci, cacciato dal Pdl perché prendeva più voti di Fini.

Dovrà comunque emergere un leader oppure no?


Me la cavo con la dottrina. Carl Schmitt diceva che in una situazione di crisi serve un “decisore”. E dato che questa classe politica dovrebbe averlo letto, farebbe bene a trovarlo.

Geometrica potenza del partito Rep.


Se in Italia c’è un potere forte che non patisce l’usura degli anni di crisi, questo è il Gruppo Espresso-Repubblica. Con tutta la sua geometrica potenza di fuoco ideologico, con tutto il suo peso lobbistico-industriale, come del resto ci ricorda anche la versione europea del Wall Street Journal, quando paragona l’influente vitalità dei gruppi d’interesse editoriale italiani (Rcs compresa) alle fatiche del tecno-govergiulno Monti nel rimanere aggrappato alla ruota del consenso popolare.

La salute di Rep. è misurabile attraverso due circostanze illuminanti. Anzitutto il suo coraggio nel predisporsi allo sbarco semi politico nel cuore della così detta società civile con diritto di voto, quella convocata per domenica prossima a Bologna dopo un paziente lavorìo di mobilitazione da club settecentesco armato di tecnologie avanzate. Ma l’obiettivo principale non è tanto la contabilità elettorale, è la forza di condizionamento esplicito della classe dirigente e la capacità di rendere l’interlocutore subalterno al proprio linguaggio. La domanda, dunque, non è: quante divisioni ha Repubblica, ma fin dove può spingersi la sua strategia. Un potere forte è tale quando osa, e può osare quando la catena di comando è salda e dotata di visione. Di là dalle pulviscolari differenze di tratto o di tono tra l’editore Carlo De Benedetti, il Fondatore Eugenio Scalfari e il direttore Ezio Mauro, lo stato maggiore del Gruppo ha saputo ben oliare il suo cingolato. L’esperimento virtuoso dell’antiberlusconismo ha consentito a Rep. di codificare un paradigma redditizio di presenza nel discorso pubblico (il fenomeno Palasharp di Libertà e Giustizia, con Zagrebelsky e soci al seguito), mentre nelle retrovie si tentava poco fruttuosamente di modellare il Pd a propria immagine e somiglianza. Caduto il Cav., non era detto che CDB e i suoi riuscissero a proiettarsi senza sbandare nell’evo di mezzo tecnocratico.

Ma Rep. ha scelto subito di farsi giornale-partito della zizzania, con l’obiettivo di abbassare il tasso grancoalizionista della strana maggioranza tricolore Pd-Pdl-Terzo polo e ipotecare così un futuro governo deberlusconizzato, tecno-gauchista e con venature bancarie (Scalfari è pur sempre un vecchio corteggiatore della Dc anti craxiana di Ciriaco De Mita). Il difetto dell’operazione è in re ipsa: in democrazia i voti contano più dei lettori, il Pd ne ha ancora più di Repubblica e se non vuole suicidarsi dovrà tenersi alla larga dal disegno partigiano di CDB (è quel che sembra pensare il presidente Napolitano, ed è quel che trapela dalle colonne della sempre più insofferente Unità). Il successo nell’operazione, edicole a parte, sta nel ruolo di comprimario un po’ complessato inflitto al diretto concorrente: il Corriere della Sera, vale a dire l’organo editoriale che del governo Monti è stato allevatore e che della sua navigazione doveva essere, nelle premesse, la stella polare.

Ecco il secondo sintomo che fa di Repubblica il vero potere in campo. La neutralità professorale salita al governo avrebbe dovuto incoronare il trionfo del “terzismo” corrierista, che è anche il secondo nome del fragile equilibrio vigente in un patto di sindacato (Rcs) composito e sempre più litigioso. Risultato: fatta eccezione per una singolare dialettica fra bocconiani (Francesco Giavazzi che punge Monti su sviluppo e delega fiscale e Monti che ironizza sulle disillusioni dei poteri forti), il Corriere di Ferruccio de Bortoli sembra frastornato e remissivo. Perfino il più paludato Sole 24 Ore ha saputo rappresentare meglio, se non altro in modo aggressivo, le istanze corporative di Confindustria minacciate dalla riforma Fornero. Il Corsera, invece, alle corporazioni ha rivolto domenica scorsa un editoriale del suo direttore (“I leggendari poteri forti”) che sembrava il lamento di un amante nostalgico. E inascoltato: nelle stesse ore i suoi beniamini al governo si premuravano di giustificare il loro operato, con smisurata riverenza, proprio davanti al potentissimo tribunale di Rep.

(di Alessandro Giuli)

lunedì 11 giugno 2012

Gramsci Sant'Antonio? No, diavolo picconatore


Suvvia, finitela con questa fiction su Gramsci. Sta nascendo un Gramsci surreale, inverosimile e innocente da una serie di libri apologetici, fiumi di articoli, ora perfino i fumetti su di lui bambino (Nino mi chiamo, di Luca Palesu, Feltrinelli), predicozzi gramsciani in tv (l’ultimo di Ettore Scola), annunci di gramscismo in America e in Oriente. È tornato il mito di Gramsci stavolta in versione disabile di genio, bambino prodigio, santo liberale, nemico della dittatura.

Vogliamo ricordare che Gramsci opponeva alla dittatura e alla violenza fascista non la libertà e la legalità ma la dittatura di Lenin e la violenza «progressive», ritenendo che il male non fosse la dittatura o la violenza ma il suo essere reazionaria? Vogliamo dire che Gramsci restò sempre leninista e teorizzò in carcere un totalitarismo ben più radicale di chi lo aveva messo in carcere? Vogliamo dire che mentre a Carl Schmitt nella Germania liberata veniva vietato di accedere alla biblioteca e di scrivere, a Gramsci in carcere il regime fascista consentì di ricevere libri e riviste e di scrivere i Quaderni? E vogliamo dire che il teorico del nazionalpopolare massacrò nei suoi scritti la tradizione nazionale e popolare italiana e la nostra letteratura, esaltando al suo confronto quella russa, giudicando la cultura del passato con le categorie ideologiche del suo presente e auspicando una pedagogia intollerante? Da anni Gramsci è venerato come il fautore del primato della cultura, il maestro ideale per i nostri docenti, l’elaboratore appassionato di una cultura nazionale e popolare. Dimentichiamo, invece, che Sant’Antonio Gramsci, come lo definì sul Giornale Rosario Romeo, demolì la tradizione nazionale, religiosa e civile, letteraria e culturale, sulla base del suo canone ideologico. Nell’80 uscì sul tema un documentato libro di Gigliola Asaro Mazzola, Gramsci fuori dal mito, edito da Armando.

Gramsci liquidò Dante come un reazionario, «un vinto dalla guerra delle classi che sogna l’abolizione di questa guerra sotto il segno di un potere arbitrale... egli vuol superare il presente ma con gli occhi rivolti al passato». Dante è letto con amore dai «professori rimminchioniti che si fanno delle religioni di un qualche poeta e scrittore» (già, Dante era solo «un qualche poeta e scrittore»...). Sbrigò Petrarca come «un intellettuale della reazione antiborghese» e il suo Canzoniere «una manifestazione di cultura elitaria, cortigiana, insincera... un fenomeno puramente cartaceo». Anzi per Gramsci l’umanesimo «fu un fatto reazionario della cultura». Considerò Foscolo come autore retorico, «esaltatore delle glorie letterarie e artistiche del passato», e inchiodò Leopardi al «calligrafismo» e crudelmente aggiunse «nascono già vecchi di 80 anni, senza freschezza e spontaneità di sentimento», malati di «torbido romanticismo» e di una visione «passatista e reazionaria». A Manzoni Gramsci rimprovera di prendere in giro e canzonare i popolani, mentre hanno una vita interiore solo i signori: «Il popolo nel Manzoni nella sua totalità è bassamente animalesco». Mentre Tolstoj è per Gramsci evangelicamente vicino al popolo, il cristianesimo di Manzoni «ondeggia tra un aristocraticismo giansenistico e un paternalismo popolaresco gesuitico».

Ma la mattanza continua. Mazzini è animato da «un mito puramente verbale e cartaceo, retorico, fondato sul passato», Carducci è salvato solo per il suo Inno a Satana, a Pascoli rimprovera ancora la retorica e «la bruttezza di molti componimenti», «la falsa ingenuità che diventa vera puerilità». D’Annunzio «è stato l’ultimo accesso di malattia del popolo italiano». Verga e il verismo sono stroncati perché si limitano «a descrivere la “bestialità” della così detta natura umana (un Verismo in senso gretto)» e non offrono «apprezzabili rappresentazioni del lavoro umano e della fatica». È strage poi nel Novecento: Soffici scrive opere «intimamente ripugnanti»; Ungaretti è «un buffoncello di mediocre intelligenza»; Montale - e così Comisso - «esercita la professione di sacrestano letterario e nulla più»; Papini è un «boxeur di professione della parola qualsiasi» e «un grande fabbricatore di luoghi comuni rovesciati»; Prezzolini si adatta in un comodo cinismo per «la propria inettitudine organica»; i letterati vociani tradiscono «tendenze carnevalesche e pagliaccesche»; Malaparte denota «uno sfrenato arrivismo, una smisurata vanità e uno snobismo camaleontesco». Se questa è la cultura, non resta che rifugiarsi nella barbarie...

Il pedagogo Gramsci scrive in una lettera del ’29: «l’uomo è una formazione storica ottenuta con la coercizione», allineandosi alle tesi del sovietico Makarenko e respingendo le teorie di Gentile. 

Gramsci disprezza i docenti, oggi in buona parte di formazione gramsciana: «noiosissima caterva di saputelli», «i professori canagliuzze, insaccatori di leggiadra pula e di perle, venditori di cianfrusaglie». Il Gramsci maturo auspica la cancellazione del latino e del greco per «la loro inessenzialità come contenuto esclusivo e privilegiato» e auspica che la scuola sia organizzata come una fabbrica, esattamente come nell’Urss di Stalin tentava di fare il ministro della pubblica istruzione Lunaciarskij. Lombardo Radice notava: «Gramsci si poneva - come Stalin e non contro Stalin! - sul terreno del marxismo creatore (È stato proprio Stalin a dire: “esiste un marxismo dogmatico e un marxismo creatore: io mi pongo sul terreno di quest’ultimo”)». In definitiva cosa resta da fare, si chiedeva Gramsci, e si rispondeva così: «Nient’altro che distruggere la presente forma di civiltà: distruggere gerarchie spirituali, pregiudizi, idoli, tradizioni irrigidite». «Non aver paura dei mostri», «non spaventarsi della distruzione». Sarebbe contento oggi Gramsci di vedere la scuola semidistrutta e i mostri danzare sulle rovine della cultura? Intendiamoci: c’è poi l’altro Gramsci, acuto e appassionato, eroe della cultura e martire delle sue idee, che merita ogni rispetto. Ma non va trascurato il Gramsci distruttore e intollerante, e la sua nefasta influenza. Gramsci va letto e riconosciuto per quel che fu, un grande ideologo; non fatene un gesù bambino. Quanto alla dittatura, Gramsci patì la padella ma sognava d’imporre la brace. 

(di Marcello Veneziani)

Gianfranceschi, i fieri aforismi dell’ultimo reazionario



In copertina un'incisione di Bruegel: Guerriera che naviga verso un porto. Il titolo: Aforismi del dissenso (Lucarini, pagg. 176, euro 16). Apro il libro a caso. Pagina 84: «Siamo tutti in libertà vigilata»; «La sconfitta è elegante, la sconfitta è riposante. Mai, però, farsi sconfiggere dentro»; «Una qualità perduta: la noncuranza. Chi è ancora immune da cure, angosce, preoccupazioni? Familiari alla noncuranza sono il sorriso e l'ironia»; «L'economia è la più occulta delle scienze; perciò gli specialisti sbagliano sempre le previsioni: in fondo, non sono minimamente attrezzati»; e infine: «L'aforisma non è un frammento. Benché breve è già intero e compiuto in sé». Nell'immagine in copertina e in queste parole c'è tutto il suo autore, Fausto Gianfranceschi, morto a 84 anni il 19 febbraio scorso. Con partecipazione e tempestività l'editore Lucarini ha dato alle stampe il suo ultimo libro, che Fausto mi aveva dato da leggere a gennaio per un parere: «Sai, è il mio testamento spirituale, vorrei che mi dicessi cosa ne pensi». E cosa mai potevo pensarne? È la lucida descrizione, per lampeggiamenti e intuizioni, della decadenza in cui viviamo e, allo stesso tempo, un ritratto culturale e morale del suo autore, che si definì «l'ultimo reazionario», un termine che non aveva paura di usare.

Nelle citazioni trovate a caso è concentrato il nostro oggi: l'Italia dei «tecnici» e degli «economisti» che ragionano in astratto e si scontrano con il concreto; gli italiani controllati occhiutamente, come mai lo erano stati durante il bieco Ventennio, da uno Stato che si autodefinisce democratico e liberale; un uomo che sovranamente sicuro delle proprie idee guarda la società che lo circonda con noncuranza, sapendo che sarebbe stato intoccabile interiormente, sconfitto soltanto in apparenza. Un ritratto che ci comunica serenità e tranquillità per aiutarci ad andare avanti.

Nella sua bella e partecipe introduzione, Marcello Veneziani scrive: «Anche la sua romanità fa di Fausto Gianfranceschi un maestro di carattere, la fierezza stoica, romana e cristiana con cui ha affrontato la lunga lotta con la malattia, il lutto e il dolore. Vita come milizia, a viso aperto». Perché la lunga vita di Fausto è stata costellata di tutto questo: dalla morte di due figli alla battaglia contro il tumore durata almeno tre lustri. Un uomo di carattere anche perché ha saputo restar fermo nelle sue idee, senza rinnegare né nascondere nulla delle proprie posizioni culturali e politiche, delle esperienze giovanili, delle battaglie e polemiche su tutti i fronti condotte sino alla fine. È rimasto, per citare una usata (e abusata) immagine di Julius Evola il quale fu il suo primo filosofo di riferimento e che poi, nonostante fosse diventato cattolico, non rinnegò mai, un uomo «in piedi fra le rovine».

La nave che a vele gonfie naviga verso un porto, che sta sulla copertina di questo ultimo libro, è un simbolo della sua vita. È una nave «guerriera», come fu lui, che criticò l'asfissiante cappa del conformismo e della egemonia della sinistra dei vari colori. Ed è una nave che si dirige verso il porto, il porto del finis vitae, iera e indomabile. Questo i suoi avversari non glielo hanno mai perdonato e lo hanno dimostrato sino all'ultimo istante. «Ho trovato incivile il silenzio dei giornali, eccetto quelli di centrodestra, sulla scomparsa di Fausto», ha scritto Veneziani. 

«Un silenzio disumano, bestiale, sia che nasca da disattenzione nei suoi confronti, sia che nasca dalla deliberata volontà di cancellare anche in extremis un autore sgradito. Neanche le più feroci tribù si sottraggono dal rendere onore all'avversario che muore». Io spero soltanto, come troppo spesso avviene, che i suoi romanzi «fantastici» e critici della modernità e i suoi saggi controcorrente vengano riscoperti da qualche editore. 

(di Gianfranco de Turris)

venerdì 8 giugno 2012

E Farinacci cercò di salvare Ciano


Il processo di Verona del gennaio 1944, che terminò con la condanna a morte e la fucilazione di Galeazzo Ciano e di altri quattro gerarchi accusati di aver "tradito" Mussolini nella famosa seduta del Gran Consiglio del fascismo del 25 luglio ’43, avrebbe potuto concludersi in maniera assai diversa. Il tragico scenario dell’esecuzione dei cinque condannati (oltre a Ciano, il quadrumviro della Marcia su Roma Emilio De Bono, gli ex ministri Carlo Pareschi e Luciano Gottardi, e Giovanni Marinelli) poteva essere evitato se, sulla linea della "punizione esemplare" dei "traditori" scelta dal capo del Partito fascista repubblicano, Alessandro Pavolini, avesse prevalso la manovra tentata in extremis dal ras di Cremona Roberto Farinacci. Una manovra addirittura temeraria – com’era d’altronde nello stile del personaggio, ex segretario del Partito fascista con fama di intransigente –, che avrebbe potuto concludersi a sua volta con l’incriminazione del gerarca cremonese per alto tradimento.

Di questa pagina assolutamente inedita nulla si sarebbe appreso, se al proposito non fosse emersa documentazione di grande rilevanza, tra le carte private della figlia superstite di Farinacci, Adriana, scomparsa nel 2008. Adriana Farinacci ricevette confidenze, dai protagonisti sopravvissuti del processo di Verona, negli anni Sessanta, alimentando con essi un carteggio importantissimo tanto nelle implicazioni quanto nei sottintesi. Nel 1962, infatti, Adriana Farinacci intentò una causa contro il produttore cinematografico Dino De Laurentis, allo scopo di ottenere il ritiro dalle sale di proiezione del film Il processo di Verona (per la regia di Carlo Lizzani), a suo giudizio mendace e irriguardoso verso la figura di suo padre. La figlia del ras, infatti, nella sua azione legale, pose in evidenza che Farinacci, diversamente da quanto raccontato nella pellicola, non soltanto non aveva mai preso parte al processo di Verona, ma si era battuto perché esso avesse un epilogo incruento.

La causa Farinacci-De Laurentis ebbe il merito di sollevare il velo sul reale atteggiamento tenuto nell’occasione dal ras padano, anche se poi – complice il successo del film – la vulgata seguitò descriverlo come implacabile accusatore dei "traditori" del Gran Consiglio. La posizione di Roberto Farinacci non era dissimile da quella dello stesso Mussolini, che tuttavia dovette chinare il capo di fronte al diktat di Hitler che reclamava la condanna a morte dei 19 granconsiglieri che votarono a favore dell’ordine del giorno presentato da Dino Grandi. Privatamente, il Duce riteneva che i veri artefici della congiura di palazzo volta a deporlo, non fossero più di quattro o cinque (Grandi, Bottai, Federzoni, Albini, Bastianini), escludendo ogni intento di tradire negli altri componenti che votarono l’ordine del giorno senza rendersi conto delle possibili conseguenze del loro atto. Tra questi ultimi, Farinacci includeva anche Galeazzo Ciano.  

I documenti ci svelano ora che il ras padano si batté come un leone, "colomba" contro gli agguerriti "falchi", per moderare le decisioni del Tribunale speciale chiamato a giudicare i "traditori", nel timore che una «vendetta legalizzata» esacerbasse ancora di più gli animi alimentando la spirale della guerra civile. Il gerarca cremonese si spinse a tal punto nella sua opera di convincimento, da incontrare separatamente (e segretamente) tutti i giudici fuori dell’aula di tribunale.

Forse neppure la figlia del ras, Adriana, conosceva i dettagli dell’azione condotta da suo padre in quelle ore convulse. Molte delucidazioni in proposito le vennero offerte da Paolo Toffanin, un avvocato farinacciano di Padova che difese poi, in un processo simile a quello di Verona, ma con esito assai più mite, il segretario del Partito fascista Carlo Scorza, in carica fino al 25 luglio. Specialità di Toffanin erano state le pratiche di arianizzazione degli ebrei, svolte sotto il patrocinio politico del ras di Cremona, con proventi faraonici per entrambi.

L’8 gennaio 1944, due giorni prima della sentenza, Farinacci si presentò nell’aula in cui si svolgeva il processo, nella tetra cornice di Castelvecchio di Verona, con il fermo proposito di deporre come testimone, svolgendo una delle sue brillanti arringhe di avvocato, a difesa degli imputati. Farinacci aveva già deposto davanti al giudice istruttore Vincenzo Cersosimo, ma aveva riservato gli argomenti più strettamente politici, sul filo del ragionamento dialettico, alla corte.

Durante quella mattinata carica di tensione, il ras fu visto intrattenersi a lungo, nel cortile di Castelvecchio, con Scorza, che era già in odore di condanna a morte. Si temeva moltissimo ciò che Farinacci avrebbe potuto dire, perché, durante la deposizione resa in istruttoria, s’era lasciato andare a giudizi pesantemente critici verso Mussolini. Gli fu quindi impedito di salire sul predellino. Il gerarca, sconfitto ma non domo, decise allora di rilanciare la posta. Esponendosi personalmente al rischio della sua stessa vita, volle incontrare in un ristorante gli otto componenti del collegio giudicante presieduto da Aldo Vecchini, avvocato e console della Milizia. Tra i giudici, vi erano fascisti di provata durezza, come il prefetto Enrico Vezzalini. Mussolini aveva voluto includere nel collegio il proprio aiutante di campo, il console Vito Casalinuovo, e il capo della Polizia repubblicana, il generale Renzo Montagna, che cercò di esercitare un ruolo moderatore.

La mossa di Farinacci poteva costargli l’incriminazione e forse una condanna a morte per direttissima. La posizione del gerarca, infatti, era delicatissima, in quanto pendeva su di lui un procedimento avanti allo stesso Tribunale speciale. L’ex segretario del partito avrebbe dovuto essere giudicato a sua volta sotto la luce del tradimento, per aver tramato contro Mussolini fin dalla fase preparatoria della riunione del Gran Consiglio, come si poteva leggere nel famoso memoriale del maresciallo Ugo Cavallero.

L’incontro di Farinacci con i giudici ebbe luogo all’albergo Colomba di Verona. Toffanin ne fu testimone e così ne riferì ad Adriana Farinacci, in una lettera inedita dell’8 dicembre 1962: «L’albergo ha una specie di loggia nella quale io ero sovrastante la sala dove mangiavano tutti i componenti del Tribunale speciale, tranne Vecchini, e ho sentito e non sentito i discorsi che facevano. Ma è certo che papà tentava abilmente di portarli alla indulgenza senza mostrare troppo il fianco, naturalmente». Sicuramente, Roberto Farinacci volle recare sostegno alla linea della moderazione, che puntava ad alleggerire le posizioni degli imputati con l’invocazione delle attenuanti generiche. Quanto a Vecchini, il presidente del Tribunale si rifiutò di ricevere sia Toffanin sia il gerarca di Cremona. «Era impaurito da Pavolini, non da Mussolini», ha scritto Toffanin ad Adriana Farinacci. Pavolini, infatti, perfettamente allineato con i tedeschi, reclamava la «punizione esemplare» per i congiurati: voleva insomma veder scorrere il sangue. Il generale Montagna, in una lettera alla figlia del gerarca dell’8 novembre 1962, ebbe a confidarle: «Per ragioni ovvie, non dovrà essere detto, per nessun motivo, che a quei tempi avvertii suo padre del pericolo che correva». Lo stesso Montagna, quando la corte, alle 10 del 10 gennaio, si riunì in camera di consiglio per deliberare, cercò invano di strappare alla morte almeno cinque dei sei imputati. Quando toccò di decidere sulla sorte di De Bono, il generale scattò per difenderne la figura di combattente. Vezzalini, a quel punto, intervenne urlando: «Qui si sta tradendo il fascismo e la rivoluzione!». I giudici, anche quelli più favorevoli agli imputati, vacillarono.

Alla fine, furono cinque condanne a morte, tutte eseguite, e una sola a trent’anni di reclusione: per Tullio Cianetti, che aveva subito ritrattato il suo voto in Gran Consiglio. Gli altri tredici imputati, latitanti, furono tutti quanti condannati a morte in contumacia.

Le esecuzioni capitali furono eseguite l’indomani, al poligono di Ponte Catena. A causa dell’estremo irrigidimento di Pavolini, Mussolini non ricevette mai le domande di grazia presentate dai condannati. Chiuso in un impenetrabile silenzio, il Duce, divenuto oramai la maschera di una Sfinge, non dissimulò tuttavia a Montagna la sua insoddisfazione per l’esito del processo. Forse rassegnato alla perdita del genero, si rammaricò tuttavia del fatto che al settantottenne De Bono non fosse stata risparmiata l’onta della fucilazione: «Questa è un’infamia e mi sorprende che Vecchini, uomo di legge, se ne sia reso complice», disse al capo della Polizia. «Giustizia è fatta!», dichiarò freddamente Mussolini, in apertura del consiglio dei ministri, a poche ore dalla macabra esecuzione collettiva. Forse, non ci credeva nemmeno lui.

(di Roberto Festorazzi - fonte: www.avvenire.it)

mercoledì 6 giugno 2012

L'Avanguardia editoriale degli ex rivoluzionari neri


Quello dal sangue all’inchiostro, dal piombo delle pallottole al piombo dei caratteri tipografici è un passaggio molto diffuso tra i rivoluzionari italiani che, negli anni Sessanta e Settanta, avevano invano tentato la conquista dello Stato. 

A sinistra, per un Renato Curcio che è diventato un editore specializzato in psicologia sociale, abbiamo molti docenti universitari come Toni Negri ed Enrico Fenzi, e soprattutto tanti scrittori e giornalisti, a partire da Adriano Sofri per arrivare agli innumerevoli militanti di Lotta Continua che hanno fatto carriera nei giornali e in tv o sono diventati apprezzati autori come Erri de Luca. 

A destra, invece, mancano quasi del tutto i professori universitari ed è difficile trovare giornalisti affermati, mentre abbondano gli editori e gli scrittori, forse a controbilanciare lo scarso peso delle loro idee nel campo politico effettivo. Uno che invece un peso politico l’ha avuto, e anche importante, è Stefano Delle Chiaie, il fondatore di Avanguardia Nazionale, il movimento che con Ordine Nuovo ha monopolizzato l’estrema destra degli anni Sessanta fino all’inizio degli anni Settanta. Oggi Delle Chiaie, in collaborazione con Massimiliano Griner e Umberto Berlenghini, ha pubblicato L’aquila e il condor. Memorie di un militante politico (Sperling&Kupfer). Accusato di tutti i peggiori crimini della storia repubblicana, Delle Chiaie qui si racconta in prima persona e quasi senza reticenze. La sua versione dei fatti si allontana molto da quella ufficiale, ma non viene negato nulla, dalle vicende legate al Golpe Borghese all’asilo ufficioso offerto dalla Spagna franchista fino alla collaborazione con i servizi segreti di molti paesi, dalla Bolivia all’Angola, dal Cile di Pinochet all’Argentina di Peron. L’unica voce decisamente respinta è quella di una sua affiliazione alla P2, e di una sua conoscenza con Licio Gelli che afferma di non avere mai neppure incontrato. Tra le cose più interessanti del libro, oltre ovviamente alla storia di Avanguardia Nazionale di cui fu il fondatore e capo indiscusso, sono gli aneddoti che racconta, dai contatti con personaggi politici come Gheddafi o Arafat ai ricordi di protagonisti non solo della politica ma anche dello spettacolo, come il regista Jacopetti e il tenore Mario del Monaco, il fondatore del Bagaglino Pingitore o, addirittura, Massimiliano Fuksas, che, prima di passare alla sinistra, secondo Delle Chiaie aveva militato in Avanguardia.

Accantonati i sogni eversivi ma non le utopie rivoluzionarie, sono in molti i rivoluzionari di estrema destra a proseguire la loro battaglia sulla carta stampata, come Franco Freda, tra i principali imputati nei processi sulla strage di Piazza Fontana, da cui è stato definitivamente assolto, che dal 1963 anima le Edizioni di Ar. Nate a Padova e poi trasferitesi a Salerno, le Edizioni di Ar hanno recentemente traslocato ad Avellino, dove ha sede anche l’omonima libreria che vende per corrispondenza tutti i libri del radicalismo di destra, dagli scritti di Adolf Hitler alle opere di Nietzsche in una nuova traduzione filologicamente accurata, per finire, ovviamente,a quell’indiscusso classico del pensiero etichettato come «nazi-maoista»che è La disintegrazione del sistema , opera prima dello stesso Freda.

Sodale di Freda è stato Claudio Mutti, anche lui imputato e poi assolto, in numerosi processi sull’eversione nera, che ha fondato a Parma le Edizioni all’Insegna del Veltro, dove pubblica classici dell’estrema destra come Julius Evola e Corneliu Codreanu accanto a pensatori provenienti dall’estrema sinistra, come Costanzo Preve o comunisti sovietici come Gennadij Zjuganov. Un altro protagonista degli anni di piombo, Maurizio Murelli,condannato per l’uccisione dell’agente Marino, quando era ancora detenuto ha fondato le Edizioni Barbarossa, poi diventate Società Editrice Barbarossa, che nel corso degli anni si sono distinte per numero e qualità di titoli pubblicati, da Sombart a Spann passando da Pavolini e Drieu la Rochelle per arrivare ai libri di un altro protagonista di lunghe vicende giudiziarie, Cesare Ferri, incriminato e poi sempre assolto per la strage di piazza della Loggia a Brescia, che proprio con Barbarossa ha pubblicato il suo primo romanzo, Caos , a cui sono seguiti altri titoli sino al recente Vite di cristallo , che racconta come improvvisamente possa cambiare la vita di chiunque, anche a ex terroristi che ora si occupano di disagio sociale, come Mario Tuti, o di ecologia, come Fabrizio Zani. 

E anche vite marchiate da omicidi premeditati, come racconta Pierluigi Concutelli, condannato a tre ergastoli per vari omicidi tra cui quello del giudice Occorsio, nel libro autobiografico Io, l’uomo nero.

(di Luca Gallesi)

martedì 5 giugno 2012

Il mio appello a tutte le destre


Rivolgo questo appello esplicitamente, anche se non esclusivamente, a chi proviene da destra. Un appello personale, di cui mi assumo intera la responsabilità, non concordato con nessuno. Mi rivolgo a chi proviene da Alleanza nazionale, dal vecchio Msi, dalle esperienze varie e anche non politiche di destra nazionale, sociale e i non allineati. E mi rivolgo apertamente e direttamente a chi attualmente esprime su posizioni diverse il desiderio di ricominciare daccapo. Dico dunque alla componente destra del Popolo delle Libertà, dico alla Destra di Storace, dico a Futuro e Libertà, dico alla galassia di nascenti movimenti, come gli azzeratori di Giorgia Meloni, i patrioti di Elena Donazzan, il Fuori di Galeazzo Bignami, RinascItalia di Elisabetta Foschi, e tutti coloro che in questo momento stanno dando vita a esperimenti, incontri, tentativi di ripartire. Senza escludere la galassia giovanile dispersa o ritrovatasi in comunità e circoli, case e movimenti. 

Infine considero chi, come me, viene dalla destra sfusa, pensa da anni in libertà e in solitudine, o non è impegnato in nessuna realtà vagamente politica. È ora di ricostruire un soggetto civile, prima che politico e culturale. È ora che si torni ad Itaca, come scrive in un appello che sottoscrivo, Renato Besana. È ora che si tenti, dico almeno si tenti, di ritrovare un motivo comune per rilanciare l’iniziativa politica. Accogliamo come dato di fatto il disarmo bilaterale: Berlusconi e Fini costituiscono inevitabilmente un ciclo concluso. La loro parabola di leader è finita, differiscono i nostri giudizi su di loro, ma non possono essere più motivo di unione né di divisione. Si deve fare un passo oltre. Si chiede un passo indietro anche a coloro che hanno rappresentato in questi vent’anni la destra e si selezionino giovani, donne e outsider per costituire il nucleo costituente. Non volevamo morire democristiani, ma non ci piace nemmeno finire grillini o montezemoliani. 

Si può agire all’interno del quadro bipolare, dunque collocandosi sul versante alternativo alla sinistra, ma occorre recuperare una propria linea d’azione e di pensiero. Anche perché nel paese esiste, come dimostra la nostra storia e il presente nel resto d’Europa, un’area che oscilla tra il dieci e il venti per cento, che aspetta un discorso serio di rinascita italiana. 

La Lega è ormai semidistrutta, il Pdl è dimezzato nei consensi e spappolato nelle sue interne spinte centrifughe, Futuro e Libertà vive con disagio all’ombra di Casini che peraltro gioca in autonomia e dichiara concluso il Terzo polo. Sintetizzando in una boutade sostengo che il Pdl, per accrescere l’offerta politica, deve spacchettarsi in P, D e L, ovvero Popolari, Destra e Liberali. C’è un potenziale bacino di consensi per chi con tempismo e attraverso volti e temi giusti riesce a interpretare il disagio presente, la voglia di futuro ma anche la memoria storica. 

Come mi è capitato di dire e di scrivere, è il momento giusto, per far nascere un’Altra Storia. Un movimento rigoroso e forte, duttile ai fianchi ma duro al centro, onesto e animato da passione civile, etica e ideale, un amor patrio di quelli che non odorano di stucco e rimmel ma vero e severo, che fa tornare il gusto della politica. Stavolta non si lascia il monopolio dell’etica alla retorica partigiana della sinistra, non si lascia l’esclusiva della sobrietà ai tecnici, non si lascia ai giudici stabilire l’onestà, non si lascia la rabbia popolare ai grillini. Si fa sul serio. Si chiamano i migliori, si usano i tecnici per raddrizzar la barca ma senza dar loro il comando: devono risponderne, e non alle banche o ai poteri esteri ma alla politica e al popolo italiano. Il primo atto è la selezione, la cerca dei dieci, e dai dieci dei cento e dai cento dei mille, per costituire una nuova élite, con fresche energie, scegliendo il meglio che c’è nel paese; il minimo indispensabile tra chi c’era prima, gli altri a casa o in fila senza priorità d’imbarco. E poi un programma essenziale e popolare in una decina di punti per rilanciare su basi effettive una nuova rivoluzione conservatrice italiana, conservatrice sul piano dei principi e dei beni, rivoluzionaria sul piano delle innovazioni pubbliche e sociali. 

L’alternativa è fingere che nulla sia accaduto, accodarsi ai vecchi capi, assistere inermi alla scomparsa, affondare indecorosamente per non osare. C’è un’estate intera per fondare il nuovo o finire nel nulla. Chi mi legge sa quanto sia lontano ormai da anni, dalla politica; ma, senza mutare indirizzo e soprattutto indole, è tempo di innescare un movimento vitale come quello che sorse, giusto vent’anni fa, con L’Italia settimanale, che fu battistrada di molti eventi e coalizioni. 

Deponete i rancori, incontratevi, cercate la linea comune. Da soli non ce la fate, andrete al rimorchio se non al guinzaglio o finite fuori dal gioco. Abbiate il coraggio di sacrificare qualcosa e qualcuno per far nascere un vero soggetto politico, in grado di splendere da solo e di allearsi ma in funzione trainante e non passiva, capace di egemonizzare e non di accodarsi. Lo dico per l’Italia, per noi e per chi ha nostalgia del futuro.

(di Marcello Veneziani - fonte:www.secoloditalia.it)

La crisi dell’eurozona rischia di spaccare l’Italia in due parti


«La crisi dell’euro rischia di spaccare l’Italia a metà». La profezia di Simon Johnson, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale e oggi professore al Mit, si basa sullo scenario che prevede l’uscita della Grecia dalla moneta unica, e la costruzione di una nuova unione riservata ai paesi virtuosi. A quel punto l’Italia dovrà scegliere da che parte stare, con il Nord qualificato ad entrare nell’euro dei forti, e il Sud condannato all’esclusione.

Professore, cosa succederà dopo le elezioni in Grecia del 17 giugno?

«Le possibilità che Atene esca dall’euro sono salite tra l’80 e il 90%, qualunque cosa succeda al voto. Il Paese è tecnicamente fallito, l’opinione pubblica è divisa e generalmente contraria all’austery imposta dall’Europa, e a questo punto sul piano tecnico sarebbe comunque difficile evitare il default. Il vero punto diventa se l’Unione riuscirà a gestire una uscita ordinata della Grecia dalla moneta unica, oppure se si creerà una situazione di contagio incontenibile».

Lei cosa prevede?

«Siamo arrivati davvero al momento decisivo. In teoria si potrebbe ancora salvare l’euro, ma questo richiederebbe una forte d’azione di leadership, per varare una costituzione simile a quella che gli Stati Uniti adottarono al momento della loro nascita. Servirebbe la creazione di una vera autorità fiscale centrale, capace di coordinare e armonizzare le scelte dei singoli stati. Solo a quel punto si potrebbe parlare di eurobond, perché le differenze tra i bilanci sarebbero attenuate, le situazioni più irresponsabili sanate, e i tassi ridotti in linea in tutto il continente. Questa operazione, però, richiede una leadership molto determinata che al momento non si vede».

Non si può fare qualche intervento per rilanciare la crescita?

«Stesso discorso. Si potrebbe, ma perché non è avvenuto finora? Le leve su cui agire sono note, però senza la riforma di cui abbiamo parlato prima gli effetti sarebbero effimeri. Certamente l’euro ha bisogno di continuare a svalutarsi, ma questo poi avrebbe degli effetti inflazionistici che non tutti sono disposti ad accettare».

La Germania sta aumentando le esportazioni in Cina: questo ha un impatto sul suo interesse a salvare l’euro?


«È un fatto contingente, che peraltro dovrebbe riguardare tutti i Paesi europei, interessati a conquistare i mercati emergenti. Mi pare che la chiave dell’interesse tedesco a salvare l’euro più nelle riforme di cui abbiamo discusso prima, finalizzate ad uniformare i comportamenti fiscali»

Quindi cosa succederà, dopo l’uscita della Grecia?

«Un progressivo sfilacciamento dell’unione monetaria, che smetterà di esistere nella forma che conosciamo oggi. I Paesi più deboli saranno costretti ad uscire, uno dopo l’altro. A quel punto si potrà costruire un nuovo euro, riservato ai virtuosi. Si tratterà di una unione monetaria guidata dalla Germania, basata sul modello che ha funzionato a Berlino. I Paesi interessati a partecipare non dovranno avere solo i bilanci in regola, ma accettare di appartenere ad una struttura che sarà molto più tedesca. Questo significa adottare le riforme fiscali e del lavoro, che hanno consentito alla Germania di affrontare la crisi globale in chiara controtendenza rispetto a quasi tutte le altre nazioni occidentali».

Perché questo scenario che lei immagina dovrebbe spaccare l’Italia?

«Perché il Nord del vostro Paese ha tutte le carte in regola per entrare nell’unione dei virtuosi, dal punto di vista economico, della struttura produttiva, e anche dell’etica del lavoro. Il Sud invece no, sarebbe automaticamente escluso. A quel punto vi trovereste nella condizione di prendere una delicatissima decisione politica sul vostro futuro, e cioè da che parte stare. Ma sarà una decisione che non dipenderà interamente da voi, visto che i membri della nuova unione potrebbero volere il Nord e rifiutare il Sud. A quel punto cosa succederebbe? Non so immaginarlo. In gioco, però, ci sono interessi così grandi, che potrebbero anche spaccare il Paese».

(di Paolo Mastrolilli - fonte:www.lastampa.it)