martedì 28 maggio 2013

La denuncia di Ida Magli: “I governanti ci vogliono uccidere”



Minimalista, depressa, costantemente sull’orlo del baratro. E’ questa l’Italia che vuole l’Europa? O è la conseguenza di errori politici? Ne discutiamo con Ida Magli, antropologa e saggista italiana. Nel suo lavoro ha applicato il metodo antropologico alla cultura occidentale, pubblicando i risultati delle ricerche in numerosi saggi dedicati al cristianesimo, alla condizione delle donne, agli strumenti della comunicazione di massa. Ida Magli, nel 1997, con il suo saggio “Contro l’Europa”, ha previsto ciò che oggi sta accadendo in Europa, in Italia.

Dal 1997 lei afferma che l’Europa, questa Europa, è dannosa per l’Italia. Come spiega l’europeismo italiano a tutti i costi?

“Sono i governanti, i politici, i sindacalisti, più qualcuno dei grandi industriali per ovvi motivi di allargamento del mercato, ad aver imposto l’europeismo italiano a tutti i costi. Lei fa bene a sottolineare che è ‘italiano’: in tutti gli altri paesi, sebbene i governanti spingano verso l’unificazione europea, non c’è l’assolutezza che c’è in Italia, naturalmente anche a causa dell’obbedienza dei mezzi d’informazione nel tenere il più possibile all’oscuro i cittadini sugli scopi dell’Europa e sui suoi aspetti negativi, un’obbedienza quasi incredibile. Faccio un solo esempio: tanto Mario Monti quanto Emma Bonino sono stati compartecipi del più grosso scandalo avvenuto in seno al governo europeo (La Commissione Santer: Commissione Europea in carica dal 1995 al 1999, quando è stata costretta alle dimissioni perché travolta da uno scandalo di corruzione – ndr) e costretti alle dimissioni con due anni di anticipo dalla scadenza del mandato per motivazioni ignobili quali nepotismo, contratti illeciti, enorme buco di bilancio, come recitala Gazzetta ufficiale dell’UE. Ma nessun giornalista lo dice mai e nessuno l’ha mai sottolineato, neanche quando Mario Monti è stato capo del governo e oggi in cui Emma Bonino è ministro degli esteri nel governo Letta.”

Quali sono gli interessi in gioco?

“I motivi di esclusivo interesse per i governanti sono molti, ma mi fermo a illustrarne soltanto due. Il primo è di carattere politico: distruggere gli Stati nazionali e per mezzo dell’unificazione europea, distruggere i popoli d’Europa, ossia i ‘bianchi’, facilitando l’invasione degli africani e dei musulmani per giungere a un governo ‘americano mondiale’. Naturalmente per la grande maggioranza degli italiani, quella comunista, l’universalizzazione era già presente negli ideali marxisti ed è persistita, malgrado le traversie della storia, fino ad oggi in cui vede finalmente realizzati i propri scopi nel governo Letta. Si spiega soltanto così la lentezza e la tortuosità che sono state necessarie per giungere al governo Letta: era indispensabile creare le condizioni che giustificassero il vero governo ‘europeo’, abilitato a distruggere l’Italia consegnandola all’Europa. Il secondo motivo è esclusivamente d’interesse personale: si sono costruiti, spremendo e schiacciando il corpo dei sudditi, un grande ‘Impero’ finto, di carta, che non conta nulla e non deve contare nulla in base ai motivi che ho già esposto, ma che per i politici dei singoli Stati è ricchissimo. Ricchissimo di onori, di benemerenze, di poltrone, di soldi. Governare oltre cinquecento milioni di persone, con tanto di ambasciate aperte in tutte le parti del mondo, fa perdere la testa a questi politici che vengono dal nulla e che non sono nulla e che, quando manca una poltrona in patria, la trovano in Europa per se stessi, parenti, amici, amanti, con un giro immenso di possibilità e libero da ogni controllo. Non c’è praticamente nessuno dei politici oggi sulla scena che non sia stato parlamentare europeo: Napolitano, Bonino, Monti, Prodi, Letta, Rodotà, Bersani, Cofferati e tanti altri ancora, con un ricchissimo stipendio e benefici neppure immaginabili  per i comuni lavoratori. Essere parlamentare europeo significa anche impiegare il poco tempo passato a Bruxelles a tessere i legami e scambiare i favori utili per la futura carriera in patria, godendo anche alla fine di questi ben cinque anni di dura fatica, di una cosa strabiliante: la pensione per tutta la vita”.

In un suo recente intervento ha affermato che non c’è nessuna luce al termine del tunnel della crisi. Il tunnel è dunque la realtà alla quale dobbiamo abituarci?
“Sì, il tunnel è la realtà. Non dobbiamo abituarci, però, anzi: dobbiamo guardarla in faccia come realtà. Niente di ciò che dicono i politici prospettando un futuro miglioramento nel campo economico è vero e realizzabile, perché non possiamo fabbricare la moneta, come fa ogni Stato sovrano (Come fanno in questi giorni il Giappone e l’America per esempio – ndr). Una moneta uguale fra paesi diversi è una tale aberrazione che non è possibile credere a un errore compiuto dai tanti esperti banchieri ed economisti che l’hanno creato, fra i nostri Ciampi e Prodi. E’ stato fatto volutamente per giungere a una distruzione”.

Per distruggere cosa?

“L’introduzione dell’euro ha sferrato il colpo di grazia all’economia degli Stati. Se viceversa si fosse trattato davvero di un errore, allora perché, invece di metterli alla gogna, continuiamo a farci governare da quegli stessi banchieri ed economisti che non sopportano la minima critica all’euro? Dunque la situazione economica continuerà ad essere gravissima e il solerte Distruttore si prepara a consegnarci all’Europa sostenendo che mai e poi mai potremo mancare agli impegni presi e che per far funzionare l’euro bisogna unificarsi sempre di più. Questa è la meta cui si vuole giungere. Visto che la moneta unica non funziona, perché sono diverse le produzioni dei singoli Stati, cambieranno forse queste produzioni unificando le banche e le strutture economiche? Bisogna farsi prendere per imbecilli non reagendo a simili affermazioni. L’unica possibilità che abbiamo per salvarci è che sorga qualcuno in grado di organizzare una forza contraria. Io non lo vedo, ma lo spero. Lo spero perché l’importante è aver capito, sapere quale sia la verità, guardare in faccia il nostro nemico sapendo che è ‘il nemico’.”

In Italia, come in altri paesi colpiti da questo nuovo assetto di mercato che tanti chiamano crisi economica, spesso il suicidio è visto come una soluzione. Come si spiega antropologicamente che è meglio morire invece di ribellarsi?

“La spiegazione si trova in quello che ho detto: i governanti ci vogliono uccidere, lavorano esclusivamente a questo scopo, obbligandoci a fornire loro le armi per eliminarci il più in fretta possibile. Questo è il ‘modello culturale’ in cui viviamo. In base alla corrispondenza e l’interazione fra modello culturale e personalità individuale, chi più chi meno, tutti gli italiani percepiscono il messaggio di condanna a morte che i governanti hanno stabilito per noi in ogni decisione che prendono, in ogni discorso che fanno, in ogni persona che scelgono, in ognuno dei decreti, delle leggi che emanano e delle tasse che impongono. E tuttavia non se ne può parlare: la condanna a morte è chiara ma implicita, sottintesa, segreta, nascosta perché ovviamente l’assassinio individuale così come il genocidio di un popolo, è un delitto e non si può accusarne il governo, il parlamento, i partiti: nessuno. E’ questo il motivo per il quale ci si uccide: l’impossibilità a parlarne, a dirlo chiaramente perfino a se stessi, a fare qualsiasi cosa per evitarlo e ad accusare il proprio ‘padre’. Neanche Shakespeare sarebbe stato in grado di descrivere la tragedia che stiamo vivendo, per la quale stiamo morendo. Qualcuno riesce forse a rendersi conto di che cosa significhi eliminare volontariamente i ‘bianchi’, la civiltà europea, invece che tentare di allontanare il più possibile questa fine, di imprimere nella storia lo sforzo per la salvezza? Qualcuno riesce a concepire un delitto più nefando di questo: che si siano assunti il compito di agevolare  questa morte soprattutto gli italiani, i governanti italiani, quando viceversa avrebbero dovuto essere loro a impedirlo, a voler conservare il più possibile l’immensa Bellezza che gli italiani hanno donato al mondo?

I nuovi dittatori dei diritti civili


Il suicidio di Dominique Venner a Parigi martedì scorso ha compiuto una duplice dissacrazione: ha dissacrato la Chiesa perché spararsi un colpo di pistola in Notre-Dame significa profanare un luogo sacro e una fede che condanna senz'appello il suicidio. 

Ma il gesto ha dissacrato anche la nuova religione civile del nostro tempo che si sostituisce alla religione cristiana. I suoi punti fermi oltre le nozze gay e la relativa adozione, si concentrano su una serie di anatemi contro il razzismo, il sessismo, l'omofobia, l'accanimento alla vita.

I campi di applicazione si estendono ai temi bioetici, all'aborto e all'eutanasia, alle coppie di fatto e alla procreazione assistita, ai transgender e all'uso di stupefacenti, alle scuole private e all'immigrazione, con i suoi effetti collaterali. È sorto in Occidente un vero e proprio catechismo laico su questi «valori» che passa dall'America di Obama alla Francia di Hollande, ha precedenti nella Spagna di Zapatero, in Olanda e nei Paesi scandinavi dove il socialismo statalista conviveva con un libertarismo radicale. In Italia questa nuova religione civile ha sostituito il comunismo, a volte integrandosi col pacifismo e l'ecologia. La sconfitta delle culture socialiste rispetto al capitalismo e al mercato le ha portate a ripiegare sui diritti civili e sulla religione bioetica, come alibi consolatorio del fallimento sul piano della giustizia sociale. Il socialismo ha ceduto il posto al radicalismo.

Questa religione etica ha oggi una testimonial istituzionale, la presidente della Camera Laura Boldrini, autentica vestale a guardia del fuoco sacro. Chiunque metta in discussione questi principi inviolabili viene accusato dal nuovo clero laico di cadere in uno dei nuovi peccati mortali - omofobia, sessismo, razzismo, fascismo, accanimento alla vita - e viene perciò scomunicato, considerato blasfemo, peccatore e condannato alla pubblica gogna del disprezzo mediatico, fino a perseguire i trasgressori a norma di legge. La Nuova Inquisizione punisce i reati d'opinione, sancisce il moralismo giudiziario da intercettazioni e invoca norme che prevedano l'ineleggibilità per violazione dei sullodati precetti.

Questa religione etica si traduce anche in chiave politica dando luogo al famoso canone del politically correct che provvede come il Sant'Uffizio a squalificare l'avversario. La religione bioetica esercita un disprezzo antropologico verso chi si pone in difesa dei valori della famiglia, della tradizione, della natura e della vita. Anni fa parlai di razzismo etico, una forma inedita di razzismo rispetto a quello «etnico», tristemente noto nel passato. Il razzismo etico è fondato sulla pretesa superiorità di una razza di illuminati rispetto ai retrogradi, oscurantisti nemici della religione bioetica. Una razza che decide quali sono i valori ammissibili e quelli inammissibili. Al razzismo etico (e al mio libro Comunitari e liberal) si è riferito di recente Luca Ricolfi nel suo pamphlet bipartisan La Sfida. Come destra e sinistra possono governare in Italia (Feltrinelli, pp.78, euro 6).

Al razzismo etico oggi non manca una precettistica moralista e una teoria dei diritti umani e individuali. Riassume queste due posizioni una coppia di recenti pamphlet di Stefano Rodotà, Elogio del Moralismo e Il diritto di avere diritti, entrambi editi da Laterza. Sin dai titoli, Rodotà esprime con chiarezza il perimetro etico di questa nuova religione. Non a caso Rodotà è diventato, dopo la sua candidatura grillina al Quirinale, l'ayatollah laico di questi nuovi pasdaran della rivoluzione mancata. Vi confluiscono in questo universo tutte le sinistre insoddisfatte, i girotondini e il popolo viola, Giustizia e libertà, i nuovi movimenti, Sel, frange del Pd e di 5 Stelle, molti quotidiani e riviste storiche di sinistra, i residui giustizialisti di Ingroia e Di Pietro e qualche esponente cattomoralista. È curioso pensare che la biografia collettiva di questo movimento trae origine dal '68 e contempla ai suoi esordi la lotta contro il bigottismo morale e religioso. Ma dopo avere demolito ogni senso morale comune, ha poi edificato un nuovo moralismo con risvolti giudiziari. A fronte di questo rigorismo puritano esercitato contro gli avversari, vi è invece la rivendicazione di un libertarismo giuridico individuale assoluto, che ben si compendia nella formula «il diritto di avere diritti». I doveri non sono presi in considerazione se non nella sfera del moralismo e della precettistica verso terzi. Ovvero: la vita è mia e me la gestisco io, ma la vita tua fa schifo assai. Permissivi in generale, però moralisti su certi temi e in alcuni casi.

Questa è oggi l'unica religione civile che serpeggia in Occidente e in Italia. Dall'altra parte, troppo pallida o naïve appare la risposta opposta. Nel versante moderato e conservatore si assiste a una frattura tra i Pragmatici, che tendono a cedere sul terreno culturale e legislativo alle richieste della nuova religione etica - si pensi ai conservatori britannici, ma è solo l'ultimo esempio - e i Cocciuti, una compatta ma perdente minoranza che protesta, si agita ma è inadeguata a sostenere le sfide culturali. Alla nuova religione civile fondata sul razzismo etico, non si può rispondere col piagnisteo reazionario e con la pura invettiva, chiudendosi nella ripetizione del passato e nei superstiti fortini. Messi fuori gioco i reazionari, il paesaggio civile appare così dominato da un'avvilente alternativa: da una parte il nuovo clero dei moralisti con la loro religione etica dei diritti civili, e dall'altra parte i cinici del nichilismo che agitano solo questioni pratiche o economiche e rifiutano di affrontare principi e temi di fondo, lasciando questo terreno al nuovo clero bioetico. Tutto questo viene dissimulato sotto la coperta liberale. Si tratta invece di vera e propria diserzione sul piano dei principi, di ignavia sul piano dei pensieri e di opportunismo sul piano dei comportamenti. Manca una risposta efficace e credibile che ripensi in modo intelligente i principi della tradizione, il rapporto tra natura e cultura, tra sfera personale e comunitaria, tra diritti e doveri, tra libertà e autorità. Non rifugiatevi dietro il comodo alibi, noi siamo liberali, scaricando tutto a livello di scelte private e individuali. Non rispondete al moralismo col cinismo, al bigottismo col nichilismo pratico. Sfidate a viso aperto il razzismo etico e il suo clero presuntuoso. Abbiate il coraggio di esprimere una visione della vita.

(di Marcello Veneziani)

domenica 26 maggio 2013

Come si rifà un sindaco


Per Gianni Alemanno, diversamente dagli altri candidati in corsa per il Campidoglio, la posta in gioco dell’imminente sfida elettorale ha un rilievo politico duplice: locale (ammesso che governare la Capitale d’Italia possa avere, in primis per il Pdl, un significato soltanto locale) e nazionale. Da un lato deve convincere i cittadini romani a confermargli la fiducia ottenuta cinque anni fa, spiegando loro che la sua sindacatura – piena in effetti di errori e occasioni mancate – è stata a conti fatti meno catastrofica di come la raccontano gli avversari più risoluti e la stampa che li spalleggia (basti un’occhiata alla copertina dell’ultimo fascicolo dell’Espresso). Dall’altro, Alemanno è l’ultimo esponente della destra italiana – quella che provenendo dal Msi ha poi dato vita per tre lustri all’esperienza di Alleanza nazionale – che possa ancora aspirare ad una carica pubblica di una certa importanza e a giocare un qualche ruolo a livello nazionale. Ed è su quest’ultimo aspetto che forse vale la pena fare qualche ragionamento.

Sfuggita alla furia demolitrice di Tangentopoli, avendo avuto il Msi un potere irrisorio durante la Prima Repubblica, la destra cosiddetta post fascista ha goduto, grazie all’alleanza stretta nel frattempo con Silvio Berlusconi, un ventennio di successi elettorali e fasti mondani. Quelli che sono stati definiti, con una bella immagine, “esuli in patria”, durante la Seconda Repubblica si sono presi una rivincita storica su chi per un cinquantennio li aveva tenuti ai margini della comunità nazionale considerandoli dei reietti o dei sopravvissuti del passato. In questo periodo, gli uomini di An non solo hanno avuto accesso a più riprese alla stanza dei bottoni, nel governo centrale e in un gran numero di amministrazioni locali, ma hanno conquistato una visibilità/rispettabilità che mai avevano avuto e hanno visto pienamente legittimate, a livello di pubblica opinione, le loro posizioni politico-ideali, per deboli o sommarie che fossero.
Sennonché l’accesso a un potere che per lungo tempo era stato loro negato ha come trasfigurato o inebetito gli esponenti (dirigenti e militanti) di un mondo che, rispetto alla deprecata partitocrazia, si era sempre vantato di ispirare la propria azione a valori alti e nobili: il senso dello Stato, il merito individuale, la fedeltà alla parola data, l’onestà, la difesa del bene pubblico, l’indifferenza alle prebende e agli agi materiali.

Convertitasi al pragmatismo e a un agire spesso spregiudicato, avendo dichiarato morte le ideologie e valutato improponibile qualunque richiamo esplicito alla propria cultura di provenienza, per non attirarsi l’accusa di nostalgismo, e non avendo nel frattempo elaborato una nuova base ideale e programmatica, non avendo fatto alcuno sforzo di ripensamento critico della propria tradizione ideologica, questa destra nel corso degli anni si è come progressivamente svuotata: insterilita sul piano culturale, umanamente ed interiormente immiserita, indebolita sul piano della tenuta morale allorché è stata chiamata a responsabilità istituzionali, infine fiaccata politicamente, anche a causa del rapporto di subalternità/sudditanza che ha finito per stabilire da un lato col berlusconismo e dall’altro con la Lega, dai quali – ancorché alleati – ha smesso di distinguersi.
Il risultato – una volta fallito il tentativo finiano, probabilmente tardivo, secondo molti mal congegnato e velleitario, di restituire autonomia politica e una minima capacità di elaborazione culturale a questo mondo, nel frattempo confluito in larga parte sotto le bandiere di un Pdl totalmente egemonizzato dal Cavaliere – è  stato quello che si è visto alle elezioni politiche dello scorso febbraio. La destra, nelle sue diverse espressioni organizzative e partitiche, ne è uscita polverizzata e marginale come mai era stata nella sua storia. I suoi rappresentanti in Parlamento, peraltro tagliati fuori da qualunque incarico, sono appena una decina.

Oggi, dopo lo choc iniziale e uscito mestamente di scena Gianfranco Fini, l’uomo sul quale è stata fatta comodamente ricadere la colpa esclusiva di un esito collettivamente tanto disastroso, si parla di rimettere insieme i cocci sparsi di questa comunità politica. E Alemanno, nel caso dovesse riconquistare il Campidoglio, parrebbe l’uomo giusto – per il prestigio e i mezzi che gli deriverebbero dal ruolo – sul quale puntare per una simile operazione. Tenendo anche conto che Roma è, per antiche ragioni storiche, la patria d’elezione della destra italiana in tutte le sue possibili espressioni: un simbolo identitario, un richiamo mitologico e ancestrale, prim’ancora che un terreno dove affondare le proprie radici organizzative e dove formare i propri ranghi.
Ma l’obiettivo di ricomporre la diaspora di questo mondo, rimettendo insieme quel che ne rimane, forse richiederebbe un’operazione preventiva di chiarimento sulle ragioni che hanno prodotto la sua débâcle. Per evitare che tutto si risolva, ammesso poi che l’operazione riunificatrice riesca, in un abbraccio nostalgico, inevitabilmente strumentale, tra reduci che temono per la propria sopravvivenza bisognerebbe insomma fare prima un collettivo e pubblico esame di coscienza, che sinora è del tutto mancato. Il che equivarrebbe a chiedersi, ad esempio, cosa non ha funzionato – sul piano politico-culturale – nella nascita, nell’azione e nelle scelte di Alleanza nazionale, un partito che in vent’anni non ha mai visto modificarsi il suo gruppo dirigente. A interrogarsi sulla natura del rapporto che la destra italiana ha stretto con Berlusconi e il berlusconismo (quanto è stato al dunque soffocante e/o penalizzante, dopo l’euforia e gli indubbi benefici seguiti all’operazione di sdoganamento operata e sempre vantata dal Cavaliere?). A domandarsi quale sia stato il senso autentico del tentativo di smarcamento da quest’ultimo condotta da Fini, invece di apostrofarlo come il traditore per eccellenza di una fazione politica che psicologicamente sembra non essersi mai emancipata dalla “sindrome di Badoglio” e dalla necessità, dinnanzi alle proprie sconfitte e manchevolezze, di cercare sempre il fellone cui appiccicare l’etichetta di voltagabbana.

Ridotta all’irrilevanza, a un passo dalla scomparsa, la destra auspica la propria resurrezione e per ciò confida – extrema ratio – nel successo di Alemanno. Ma in attesa del miracolo, mentre si infittiscono,  a leggere le cronache, i conciliaboli e le riunioni per ricostruire la vecchia e gloriosa casa madre e dare ancora una speranza a dirigenti frustrati e simpatizzanti delusi, perché essa non prova a spiegare a se stessa e agli italiani come è potuto succedere che coloro che cantavano “il domani appartiene a noi” si siano ridotti a deambulare, senza meta e a schiena bassa, in mezzo alle rovine? Colpa del destino che è sempre ingrato o più semplicemente dei propri errori, grossolani e reiterati? E in quest’ultimo caso non sarebbe politicamente saggio renderne pubblicamente conto, in modo autocritico, per rimediarli se ancora possibile o per evitare di ripeterli caso mai la fortuna dovesse offrire alla destra italiana una nuova occasione per rendersi protagonista sulla scena politica nazionale?

(di Alessandro Campi)

venerdì 24 maggio 2013

Requiem per la destra


Mai così marginale, ininfluente, inafferrabile dal secondo Dopoguerra a oggi. Così si offre la destra italiana allo sguardo di chi voglia misurarne il battito cardiaco dopo le elezioni politiche del febbraio scorso. Malgrado alcuni recenti, non disprezzabili tentativi di dilatarne la rappresentazione includendovi la ventennale vicenda berlusconiana (vedi Antonio Polito nel suo “In fondo a destra”, Rizzoli), la destra qui presa in esame è quella post fascista nelle sue più sottili ramificazioni, secondo la filiera che dal Movimento sociale italiano ha via via generato: Alleanza nazionale (1995-2008), un terzo del Pdl guidato da Gianfranco Fini (2008-2012), la Destra di Francesco Storace (2007) e Fratelli d’Italia (2012). La quota di ex missini rimasta nel partito berlusconiano e riconducibile a Maurizio Gasparri ha programmaticamente rinunciato a un collegamento esplicito con l’area politico-semantica della destra. All’inventario delle sigle va naturalmente aggiunta la formazione di Fini, Futuro e libertà (2011), disastrosa scommessa personale del più longevo e discusso leader nella storia post fascista. Quanto alle così dette forze residuali anti sistemiche presentatesi agli elettori, da CasaPound e Forza nuova alle innumerevoli fiammelle sparse, la totalità dei loro voti è appena superiore alla loro completa irrilevanza sulla scena.
I numeri fuoriusciti dall’ordalia delle urne – Fratelli d’Italia 1,95 per cento; la Destra 0,64 per cento; Futuro e libertà 0,46 per cento; Forza Nuova 0,26 per cento; CasaPound Italia 0,14 per cento; Fiamma tricolore 0,13 per cento – ci dicono al dunque che i vari affluenti della destra italiana sono oggi rappresentati da una decina di Parlamentari (nove FdI; due finiani uno dei quali, Benedetto Della Vedova, viene dal Partito radicale). E’ un dato di grande interesse politico, poiché segnala la quasi sopraggiunta estinzione di un equivoco storico nato nel 1995 a Fiuggi, quando l’Msi si è suicidato nel letto di Procuste di An senza neppure la forza di elaborare il proprio lutto. Molte delle prefiche di allora versarono lacrime d’occasione senza aver ancora compreso di candidarsi, in quel preciso momento, al ruolo di esecutrici testamentarie del mondo che veniva da Giorgio Almirante, Arturo Michelini e Pino Romualdi. Ma questa è una tragicommedia già ampiamente vivisezionata (ce ne siamo occupati nel 2007 con “Il passo delle oche”, Einaudi).
La novità del momento è questa: ammessa per ipotesi retorica che la temperie del Ventennio mussoliniano sia rappresentabile come una possente tempesta d’acciaio piombata sui cieli italici dal 1922 al 1945, a distanza di quasi settant’anni si stanno definitivamente prosciugando le pozzanghere di quella tempesta, gli acquitrini sopravvissuti al Fascismo. Come ha scritto il terzaforzista Gabriele Adinolfi, “adesso non veniteci a cantare la solita solfa della riunificazione. Il Msi è stato definitivamente sotterrato. Se non si riuscirà a immaginare e concretizzare un futuro peronista non si potrà che assistere al continuo declino per scissioni” (noreporter.org). Ma più che di declino è bene parlare di dissoluzione per sfinimento. E non è detto che sia un male.
La scomparsa di cui stiamo parlando riguarda anzitutto una “classe dirigente”: uomini e donne che autoproclamandosi “di destra” hanno progressivamente dissipato una rendita ben radicata nell’Italia del Novecento, dimostrandosi completamente inadatti a rappresentare le idee e le istanze delle quali s’erano improvvisati cantori e portavoce. A meno di ritenere, e non è così, che nel corredo genetico della destra siano contenuti come legge di natura l’insopprimibile tendenza al malgoverno e, in casi non rari, alla delinquenza. L’esperienza della destra di potere, appuntamento epocale reso possibile dall’affiliazione al berlusconismo, è al riguardo un banco di prova inoppugnabile. Messa più volte, dal 1994 a oggi, in condizioni di governare l’Italia da Palazzo Chigi, senza contare numerose regioni e altrettanto importanti enti locali, la destra si è sfarinata elettoralmente e ha rovinosamente perduto la sua credibilità politica. Il corredo di scandali, denunce per nepotismo e inchieste giudiziarie che ha accompagnato la fine della giunta Polverini nel Lazio e che accompagna ora l’ingloriosa fine-sindacatura romana di Gianni Alemanno vale come testimonianza plastica di una bancarotta morale non meno che strategica. Che tutto questo sia stato possibile è un fatto, per quanto stupefacente agli occhi del senso comune. Come tutto questo sia avvenuto è questione sulla quale dovrà soffermarsi chiunque si sentirà chiamato a ricostruire sulle rovine della destra.
  
Che fai, mi cacci?
C’è stato un momento nel quale la così detta destra finiana, già contrafforte malgré soi del neonato Popolo della libertà, ha dato l’impressione di volersi sottrarre a una subalternità non più tollerabile nei confronti di Silvio Berlusconi. Nel 2010, sorretto dalle speranze variopinte dei mezzi d’informazione persuasi dell’imminente trapasso del berlusconismo, Gianfranco Fini si è intestato la battaglia del patricida. Accusato d’infedeltà e ingratitudine dai pretoriani del Cavaliere (molti dei quali provenienti dalle file di Alleanza nazionale), Fini ha dato l’impressione di voler costruire una destra di stampo europeo, un po’ neogollista (tendenza Chirac), un po’ troppo giovanilistica, con punte di radicalismo sociale (la battaglia per il riconoscimento dello ius soli agli extracomunitari, una certa improntitudine sulle questioni di natura bioetica) e non senza occhieggiamenti verso il così detto establishment editorial-finanziario dichiaratamente ostile a Berlusconi. Malgrado i notevoli chiaroscuri biografici dell’allora presidente della Camera, compresa la brutta storia della casa di Montecarlo appartenente alla Fondazione di An e assegnata per vie tortuose al cognato di Fini, la sola volontà di rompere con il patriarca di Arcore sembrava trovare un promettente riscontro nei sondaggi. Uno psichismo diffusamente compiacente verso l’impresa finiana ha insinuato nei protagonisti della rottura la certezza di poter vincere per vie parlamentari, infliggendo una sfiducia brutale al governo Berlusconi. All’immediato fallimento dell’espediente tattico, non è seguita una fase di riorganizzazione politica e di ridefinizione culturale autentica. Semplicemente, Fini e i suoi hanno immaginato di dover soltanto rinviare il tempo della vendemmia. Negli interstizi dell’attesa è emerso il vuoto della proposta di Futuro e libertà: tagliati i ponti con il passato prossimo (del passato remoto è inutile qui parlare ancora), a Fini è riuscita più congeniale l’eliminazione diretta della parola “destra” dal proprio arsenale retorico. La sua offerta si è richiamata anzi all’esigenza di rompere del tutto con categorie che a suo dire erano ormai deprivate di senso: la dialettica destra/sinistra è così uscita dal cono di luce del delfino almirantiano, ma senza che a questa eliminazione sommaria corrispondessero un disegno dai contorni precisi, una base identitaria, una prospettiva intorno alla quale conservare, rendere coeso e incrementare l’insieme dei consensi e delle aspettative ingenerate. Il risultato di questa meccanica è stato l’avvicinamento “destinale” a Pier Ferdinando Casini e della sua Unione di centro, cui è seguita l’accettazione acritica del tecno-governo di Mario Monti con l’intermittente consiglio/sostegno di Luca Cordero di Montezemolo. L’entente, come noto, è sbocciata nella formazione di liste sorelle (unitaria per il Senato) che sono apparse come la sommatoria di calcoli, debolezze e vanità comuni. Gli elettori ne hanno fatto giustizia, consegnando Fini e i suoi consiglieri al limbo degli esuli in Patria. Anzi dei senza Patria e basta. A distanza di tre anni dalla nascita dei primi focolai di dissenso nel Popolo della libertà, è difficile che l’azzardo di Fini possa essere rubricato sotto la categoria della destra in rivolta contro l’assimilazione violenta alla compagine berlusconiana. Se innegabile era la tendenza livellatrice e monocratica esibita dall’allora premier, altrettanto manifesta è stata poi la natura personalistica, politicistica e velleitaria di Futuro e libertà. Di là dalla rimasticazione episodica degli slogan futuristi primonovecento, di là dalla improvvisata modernolatria dei pochi (e presto abbandonati) intellettuali alla corte di Fini, non è stato possibile individuare alcun nucleo politico o ideale degno di sopravvivere alla fragorosa condanna elettorale. Ma il danno d’immagine, per un mondo che almeno nei presupposti e nelle provenienze individuali non è possibile disgiungere dall’archetipo post fascista, quello è chiaro e distinto. E sarà durevole.

Che fai, mi riprendi?
Gli altri gruppi della così detta destra italiana, accomunati senz’altro da un livore furibondo nei confronti del loro ex sovrano Gianfranco Fini, sono nati o sono cresciuti ora in conflitto ora in rapporto di vassallaggio con Berlusconi. La Destra di Storace è stata allestita come controparte identitaria anti finiana, ma al tempo stesso si è più volte proposta come un cuneo di ribellione conficcato ai fianchi del Cavaliere. Salvo poi ripiegare appena possibile, calendario elettorale alla mano, nella più confortevole ombra di Arcore. Le immagini di Daniela Santanchè nella sua versione paleo berlusconiana, poi storaciana (la “destra con la bava alla bocca” che non accetta di stare sdraiata) e infine nuovamente, appassionatamente accanto al capo del Pdl, ci danno la misura delle oscillazioni mostrate dalla classe dirigente post fascista. In questo quadro, Storace si è impegnato a impersonare un ruolo di vaga ed equivoca testimonianza identitaria non poi così dissimile rispetto a quello svolto dall’estrema sinistra post bertinottiana (con conseguenze simmetricamente funeste).
Su tutt’altro fronte, quel che resta della Destra sociale di Gianni Alemanno ha combusto la propria immagine di forza alternativa allo strapotere berlusconiano, all’amletismo finiano, al tatticismo superficiale degli storici avversari interni Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri. La totale assenza alemanniana dal discorso pubblico innescato con la nascita di Futuro e libertà si è perfettamente combinata con il tentativo di procedere a un berlusconicidio pre elettorale sanzionato dal mondo clericale (da Comunione e liberazione in giù) con cui il sindaco di Roma è infeudato da sempre. In poche parole, dall’inverno scorso Alemanno ha cullato il sogno di un’iniziativa di conio popolare che procedesse alla rimozione dolce (ma nondimeno completa) dell’ostacolo Berlusconi. Receduto dall’azzardo, causa colpo di reni della vittima sacrificale, Alemanno è stato fra i primi a ritornare all’ovile proclamando nuovamente una fedeltà tanto palloccolosa quanto inane. Il che non è gli bastato, tuttavia, per riconquistare una dimensione nazionale degna della sua superbia, né per sfuggire alle conseguenze del suo disastroso quinquennio al Campidoglio.
Una debolezza parallelamente meschina caratterizza l’operazione Fratelli d’Italia. Il volto non più acerbo della leader (ed ex ministro pidiellino) Giorgia Meloni è insufficiente a coprire il pizzetto consunto dell’ex berlusconiano d’acciaio Ignazio la Russa. Concepito come un disperato tentativo di differenziarsi dal declinante benefattore di Arcore, nell’auspicio di contenere l’emorragia di voti destinati all’astensione o al grillismo, il gruppo di Meloni è appassito prima ancora di germogliare per la semplice ragione che non aveva alcunché da offrire al suo potenziale elettore che non fosse già stato offerto in precedenza con l’etichetta del Pdl. Per quale ragione un cittadino che ha votato prima An e poi Pdl avrebbe dovuto premiare Fratelli d’Italia? E in effetti, a ben guardare la composizione di quel deludente uno-e-qualcosa per cento rimediato nelle urne, si comprende con facilità che la cifra origina nel pacchetto sempre più impoverito delle clientele militanti di una corrente (la Destra protagonista) un tempo egemone in An e dalla quale, con una coerenza che gli va riconosciuta, si è distaccato l’iper berlusconiano e mai fascista Maurizio Gasparri.

Che fai, mi ignori?
Se la caduta delle destre istituzionali dipende in larga parte dal fatto che, sequestrate dai loro piccoli cacicchi vanitosi e imbelli, non erano più “di destra” in senso tradizionale da circa vent’anni, il “sonno” delle destre radicali extraparlamentari trova una sua ragione nella quasi totale assenza di leadership carismatiche e messaggi auscultabili all’esterno della claustrofobica catacomba neofascista. In questa congiuntura il brodo di coltura antisistemico italiano è stato fecondato dalla proposta millenaristico-settaria che il comico Beppe Grillo ha condiviso con il guru dell’e-commerce Gianroberto Casaleggio. Un lavoro scientifico, il loro, che per la verità è cominciato da diversi anni e che si è talmente rafforzato da attirare come un magnete perfino le limature di ferro dello scontento estremista, sia di destra sia di sinistra. Nel frattempo i cuori neri si baloccavano con le loro solite, logore liturgie intonate al culto della sconfitta neofascista e con l’immancabile rivalità fra consanguinei. Fatta eccezione per il movimentismo di CasaPound, reso popolare dal recupero del migliore dannunzianesimo ma viziato spesso da pulsioni avanguardistiche inconcludenti, non c’era una sola buona ragione per la quale le destre anti sistemiche dovessero presentarsi alle elezioni immaginando di non venirne malamente sbertucciate.

Requiem o palingenesi?
In natura nulla va perduto, è così perfino nell’Italia a sovranità limitata, assoggettata alla germanizzazione del suo sistema economico-finanziario e appetita dal capitalismo apolide responsabile della crisi internazionale. Dunque anche per la destra c’è speranza. Non è possibile qui aggettivare oltremisura la destra di riferimento, ma certo è che per rinascere bisogna essere stati qualcosa nel passato. E’ a una destra tradizionale che si può o si deve guardare, nel senso più alto, nobile e purtroppo negletto dalla maggior parte delle formazioni esistenti: ogni altro tentativo e ogni altra variante essendo falliti alla prova dei fatti recenti. Il grillismo è un fenomeno di falsa rottura transeunte ed è destinato prima o poi a liberare energie insospettabili, dopo aver caoticamente rilegittimato alcune idee e istanze di sovranità politica e culturale tipicamente di destra. Chi un domani sappia saldare questo accumulatore di energia con un circuito elitario, nel quale le nuove personalità di riferimento siano realmente formate lungo linee di vetta metapolitiche (frutto di una disciplina perfino interiore, siamo portati a dire), potrà modellare un corpo adatto al manifestarsi di una “destra eterna” che attende la sua prossima incarnazione. Quando il sole avrà estinto l’ultima pozzanghera.

(di Alessandro Giuli - fonte: www.ilfoglio.it)

De Turris: “Da Kabobo a Brescia: l’Italia dei pregiudizi vive di eterno doppiopesismo”


Ci fosse ancora qualche dubbio che l’art.1 della Costituzione “più bella del mondo”, come gongola Benigni, sia ormai “L’Italia è una repubblica fondata sulla regola dei Due Pesi Due Misure”, ce li tolgono definitivamente alcuni fatti recentissimi. Dove si dimostra ancora e sempre che quel che la Sinistra di varie sfumature fa, non lo può fare la Destra di varie sfumature, e quello per cui viene condannata la Destra lo si concedere alla Sinistra & Affini. Che il punto di vista ognora prevalente e che detta regole e valori resta quello cosiddetto progressista, anche se ha torto marcio alla luce dei semplici fatti.

Ecco questi esempi:

1)  Un ghanese, tal Kabobo, che si dichiara “perseguitato politico” non si sa con quali prove, se ne va in giro all’alba per le strade di Milano armato di spranga e piccone e fa strage di italiani dalla pelle bianca, ammazzandone selvaggiamente tre e ferendone altri. Vendetta razziale? Rancori politici? Pazzia improvvisa? Non si sa ancora, il problema non sembra pertinente, ma sta di fatto che nessuno ma proprio nessuno si è posto la domanda di chi magari siano i “responsabili morali” o i “cattivi maestri” dei suo gesto, lucido o folle che sia. Magari gli stessi  italiani che non lo  hanno accolto con i dovuti rispetti e non gli hanno dato immediatamente uno stipendio… Sul fatto, atroce e allarmante, nessuna presa di posizione di chi lo avrebbe dovuto fare per dovere istituzionale, come la ministra italo-congolose (così si è definita lei stessa) dell’Integrazione voluta dal Pd. Almeno a me non risulta.

Come che sia, il giorno di Santa Lucia del 2011, un ragioniere toscano, Gianluca Casseri, noto nel mondo della fantascienza e autore di due libri, fornito di regolare porto d’armi nonostante fosse un depresso cronico, prende la pistola e a Firenze ammazza due venditori ambulanti senegalesi, poi si spara. Un comportamento standard per una depressione mai o mal curata: omicidio e poi suicidio come in moli altri casi precedenti. Ma qui la questione è diversa perché si scopre che è una persona di destra: i morti poi sono negri e non bianchi, quindi è razzismo, quindi si devono cercare i “mandanti morali” e i “cattivi maestri”, con conseguente caccia alla streghe guidata da l’Unità e da Gad Lerner. Risultati, ovviamente zero, ma si innesca un clima assurdamente inquisitorio al fine di condannare un certo ambiente culturale di destra. Resta lo sputtanamento di cui nessuno pagherà la colpa.

2) Alla manifestazione del PdL di Brescia centri sociali e militanti di Sel hanno accolto le donne che vi partecipavano al grido di “puttane” e “troie”. Solidarietà da parte di gruppi, partiti, associazioni di Sinistra così attenti alla “dignità femminile” oltraggiata? Nessuna. Interventi di donne che ricoprono cariche importanti? Nessuno. Proclami delle istituzioni, segnatamente della Presidenza della Camera retta da una donna, Laura Boldrini, eletta nelle file di Sel, e sempre pronta a scendere in difesa dei deboli e del sesso cui appartiene soprattutto se offeso via internet? Nessuno. Solo la reazione della stampa di centrodestra e poi del Pdl, la induce a fa emettere un comunicato dal suo capoufficio stampa (certo Natale a suo tempo capo dell’Usigrai, e quindi si può capire come fosse oggettivo e indipendente il sindacato interno Rai) con due-righe-due di condanna del tutto generica.

Ben diverso il comportamento se vengono sfiorate le signore sinistre, magari solo con insulti a distanza sul web… E poniamo il caso che qualche becero di destra appelli il segretario di Sel, Vendola, come “brutto frociaccio” o semplicemente “frocio” o “recchione” o “culattone”, e  poi vedrete che reazioni ve ne saranno, e come!. Scommettiamo?

3) Il vicepresidente del consiglio Alfano partecipa a questa manifestazione del suo partito? Indignazione come se piovesse. Ilo presidente del consiglio Letta partecipa alla riunione per votare il nuovo segretario del suo partito, il Pd? Tutto normale, nessuno ci fa caso.

La situazione è assolutamente intollerabile non solo per il suo aspetto ingiusto, quanto soprattutto per l’ipocrisia in mala fede di cui è palmare manifestazione. Vent’anni di “alternanza” fra centrodestra e centrosinistra bene o male al potere, non ha cambiato di un millimetro la situazione di pregiudizio e faziosità. Alla Sinistra è consentito tutto, e quel che non va lo si tollera, giustifica, lo si assolve, lo si minimizza. A Destra non se ne fa passare una anche se sono lo specchio delle cose di Sinistra. Non c’è alcun equilibrio e la bilancia dei giudizi è taroccata. Il fatto è che la cosiddetta “opinione pubblica” che prevale nella condanna o nella assoluzione non è’ quella della gente comune, ma quella che creano con i loro pareri e prese di posizione politici, giornalisti, magistrati e intellettuali. Sono quelli che strillano di più, che hanno più spazio sulla stampa e in televisione, che cosi straparlando sembra che interpretino il sentire comune, che interpretino il pensiero e gli umori di tutti gli italiani. Non è affatto così ovviamente, però sembra che  riescano a controllarlo e gestisrlo dato che appaiono in maggioranza sui media soffocando le voci contrarie. Di fronte a tutto ciò ci si sente impotenti,ma non per questo si devono abbassare le armi, controbattere. Perché sino a quando l’Italia sarà una Repubblica del Doppiopesismo non si uscirà dalla crisi morale e culturale del nostro Paese. Non si uscirà da quella guerra civile fredda, indiretta, strisciante a bassa intensità che va avanti da venti anni per la non accettazione aprioristica dell’avversario ideologico e politico. E che sta aumentando proprio perché esiste adesso un “governo di larghe intese” che ha messo sullo stesso piano (o quasi) gli angeli del centrosinistra e i demoni del centrodestra.

(di Gianfranco de Turris - fonte: www.barbadillo.it)

Tortora e i "garantisti" liberi servi di Berlusconi


Nell'ormai famosa domenica del comizio di Berlusconi a Brescia ha suscitato molte polemiche la presenza di tre ministri Pdl. Anche se sarebbe meglio che quello degli Interni controllasse che le manifestazioni di piazza si svolgano senza scontri, stando al Viminale, invece di aizzarli con la sua presenza, questo è un falso problema rispetto alla questione principale. Che riguarda le dichiarazioni di Berlusconi sulla sentenza della Corte d'Appello di Milano che lo ha condannato per una colossale frode fiscale (caso Mediaset). Dichiarazioni che si legano strettamente a quelle fatte il giorno prima, subito dopo la sentenza. In questo caso il Cavaliere non si è limitato a generici attacchi alle 'toghe policitizzate', ma ha accusato personalmente sei giudici (i tre della Corte d'Appello e i tre del Tribunale di primo grado) di averlo condannato «pur sapendo che sono innocente». Cioè hanno sentenziato con dolo, che è il reato più grave che un magistrato possa commettere nell'esercizio delle sue funzioni. Ora, le cose sono due. O Berlusconi dice il vero e ne ha la prova (che non puo' consistere, tautologicamente, nel fatto che l'hanno condannato) e allora suo interesse e dovere è di denunciare i magistrati felloni alla prima Procura della Repubblica. Perchè non lo fa? Oppure è un volgare calunniatore, le cui false accuse, dato il suo ruolo, dovrebbero svegliare l'attenzione del Capo dello Stato.

I berluscones hanno contestato il controcomizio degli oppositori. «C'erano delle bandiere rosse» ha accusato l'ineffabile Brunetta. Embè, da quando in qua è proibito sventolare bandiere rosse? E' forse diventato un reato? Reato è che alcuni simpatizzanti di Berlusconi siano stati presi a calci e pugni. Ma questo rientra, in prima istanza, nella competenza del ministro degli Interni se fosse stato al suo posto, invece di nascondersi prudentemente dietro il palco.

Infine, moralmente ripugnante è stato il tentativo di Berlusconi di autocristificarsi in Enzo Tortora. Il presentatore fu arrestato il 17 giugno del 1983 con l'accusa di essere colluso con la camorra e fece sette mesi di carcere. Eletto un anno dopo europarlamentare nelle liste radicali, si dimise nel dicembre del 1985 rinunciando all'immunità e torno' ai domiciliari per essere alla fine assolto con formula piena il 15 ottobre 1986. Quando era ai domiciliari lo andai a trovare a casa sua, in Via dei Piatti a Milano. Ero stato il primo giornalista a prendere le sue difese («E io vado a sedermi accanto a Tortora», Il Giorno, 25/5/1983), mentre la canea dei colleghi, molti dei quali sarebbero in seguito diventati 'ipergarantisti' a pro di Berlusconi e della sua cricca, si accaniva su di lui, godendo dell'umiliazione del presentatore famoso, mostrato in Tv in manette. Ebbi cosi' modo di conoscerlo meglio. Era un galantuomo, un liberale vero, colto, schivo, solitario, dal carattere non facile. Mi ricordo la rabbia della sorella, Anna, quando, qualche anno dopo, i tangentisti, incarcerati non per un 'flatus vocis' di qualche pentito che riferiva 'de relato' ma colti con le mani ne sacco, si atteggiavano a vittime, paragonandosi a Tortora. Per fortuna oggi non puo' più sentire (è morta di cancro, come Enzo) e si è risparmiata almeno quest'ultima ignominia.

(di Massimo Fini)

giovedì 23 maggio 2013

De Benoist: “La morte volontaria di Venner? La più conforme all’etica dell’onore”


Alain de Benoist, lei conosceva Dominique Venner dal 1962. Al di là della pena o del dispiacere, è stato stupito dal suo gesto? Sebbene egli avesse da tempo rinunciato alla politica, questo gesto è coerente con la sua vita, la sua lotta politica?
“Ora mi disgustano soprattutto certi commenti. «Suicidio d’un ex dell’Oas», scrivono gli uni, altri parlano d’una «figura d’estrema destra», d’un «violento oppositore del matrimonio gay» o di un «islamofobo». Senza contare gli insulti di Frigide Barjot, che ha rivelato la sua vera natura, sputando su un cadavere. Costoro non sanno nulla di Dominique Venner. Mai hanno letto una sua riga (su oltre 50 libri e centinaia d’articoli). Ignorano perfino che, dopo una gioventù agitata – che lui stesso raccontò in Le cœur rebelle (1994), tra le sue opere migliori -, aveva rinunciato a ogni forma d’azione politica da quasi mezzo secolo. Esattamente dal 2 luglio 1967. Infatti ero presente quando comunicò la decisione. Da allora Dominique Venner s’era dedicato alla scrittura, prima con libri sulla caccia e sulle armi (nel settore era un esperto riconosciuto), poi con saggi storici scintillanti per stile e spesso autorevoli. Aveva poi fondato La Nouvelle Revue d’histoire, bimestrale d’alta qualità.

“Il suo suicidio non mi ha sorpreso. Da tempo sapevo che – sull’esempio degli antichi Romani, e anche di Cioran, per citare solo lui – Dominique Venner ammirava la morte volontaria. La giudicava la più conforme all’etica dell’onore. Ricordava Yukio Mishima e non a caso il suo prossimo libro, che il mese prossimo sarà edito da Pierre-Guillaume de Roux, s’intitolerà Un samouraï d’Occident. Fin d’ora se ne può misurare il carattere di testamento. Dunque questa morte esemplare non mi stupisce. Mi sorprendono momento e luogo.

“Dominique Venner non aveva «fobie». Non coltivava alcun estremismo. Era un uomo attento e segreto. Con gli anni, il giovane attivista dell’epoca della guerra d’Algeria s’era mutato in storico meditativo. Sottolineava volentieri quanto la storia sia sempre imprevedibile e aperta. Ci vedeva motivo per non disperare, infatti rifiutava ogni forma di fatalismo. Ma era innanzitutto un uomo di stile. Ciò che apprezzava di più nelle persone era la tenuta. Nel 2009 aveva scritto un bel saggio su Ernst Jünger, spiegando la sua ammirazione per l’autore delle Scogliere di marmo con la sua tenuta. Nel suo universo interiore non c’era posto per i cancan, per la derisione, per le liti di una politica politicante che giustamente disprezzava. Perciò era rispettato. Cercava la tenuta, lo stile, l’equanimità, la magnanimità, la nobiltà di spirito, talora fino all’eccesso. Termini il cui senso sfugge a chi guarda solo i giochi televisivi”

Dominique Venner era pagano. Ma ha scelto una chiesa per porre fine ai suoi giorni. Una contraddizione?

“Penso che lui stesso abbia risposto alla domanda nella lettera che ha lasciato, chiedendo di renderla pubblica: «Scelgo un luogo altamente simbolico, la cattedrale di Notre-Dame di Parigi, che rispetto e ammiro, perché fu costruita dal genio dei nostri avi su luoghi di culto più antichi, ricordando origini immemorabili». Lettore di Seneca e Aristotele, Dominique Venner ammirava specialmente Omero: Iliade e Odissea erano per lui i testi fondanti d’una tradizione europea nella quale riconosceva la sua patria. Solo Christine Boutin può immaginare che si fosse «convertito all’ultimo secondo»!

Politicamente questa morte spettacolare sarà utile, come altri sacrifici celebri, quello di Jan Palach nel 1969 a Praga, o quello più recente dell’ambulante tunisino che in parte provocò la prima «primavera araba»?

“Dominique Venner s’è espresso anche sulle ragioni del suo gesto: «Davanti a pericoli immensi, sento di dover agire finché ne ho la forza. Credo necessario sacrificarmi per rompere la letargia che ci opprime. Mentre tanti uomini si rendono schiavi della loro vita, il mio gesta incarna un’ etica della volontà. Mi do la morte per svegliare coscienze addormentate». Non si potrebbe essere più chiari. Ma si avrebbe torto non vedendo in questa morte volontaria ben oltre il contesto angusto dei dibattiti sul «matrimonio per tutti». Da anni, Dominique Venner non sopportava più di vedere l’Europa fuori dalla storia, vuota d’energia, dimentica di sé. Diceva spesso che l’Europa è «in letargo». Ha voluto svegliarla, come Jan Palach, in effetti o, in un altro periodo, Alain Escoffier. Così ha provato la sua tenuta fino in fondo, restando fedele alla sua immagine del comportamento di un uomo libero. Ha scritto anche: «Offro ciò che resta della mia vita in un’intento di protesta e fondazione». Questa parola, fondazione, è il legato di un uomo che ha scelto di morire in piedi”.

Suicida contro il suicidio della civiltà



Non sbrigate il suicidio in Notre Dame come il gesto di un invasato estremista. Dominique Venner aveva forte e tragico il senso dell'onore, della civiltà e della decadenza. Il suo libro più bello, Il bianco sole dei vinti, insegnò a molti giovani, anche in Italia, la nobiltà della sconfitta. Il Suicidio nella Cattedrale (degno aggiornamento del celebre Assassinio nella Cattedrale) è un atto che desta dissenso e ammirazione.

Non si può condividere un suicidio, tantomeno la profanazione di una Chiesa con un gesto che ha un senso rituale nel Giappone di Mishima ma non nell'Europa cristiana. E non si può condividere il suicidio per amor di tradizione (e non banalmente contro le nozze gay, come s'è scritto): meglio dar la vita per una causa che togliersela; meglio compiere gesti per la famiglia e non contro la sua negazione. Ma non posso nascondere l'ammirazione. Tra mille suicidi per ragioni personali c'è qualcuno che si suicida per una ragione superiore, condivisibile o meno; si uccide per la civiltà e non per gelosia, debiti o malattia. Certo, c'è dietro l'estetica della decadenza e forse un modo nobile per sottrarsi alla vecchiaia.

C'è pure l'aspirazione alla luce nera della gloria maledetta, forse. Ma è comunque un gesto di grandezza, sulla scia francese di Henry de Montherlant più che di Drieu La Rochelle. Il paradosso è stato immolarsi per una civiltà, profanandola nel suo luogo più sacro. Montherlant (omosessuale) si uccise da pagano tra le rovine pagane. Comunque, onore a Venner, uomo in piedi tra gelatine umane.

(di Marcello Veneziani - fonte: www.ilgiornale.it)