martedì 3 marzo 2009

Destra radicale o destra terminale?

FASCISTI e FASCISMO

Ci sono i fascisti e il fascismo; sono termini complementari ma non identici.
I fascisti sono caratterizzati da vitalismo, mistica eroica, anarchismo ma con scelta del Capo, interventismo, solidarismo, trasgressione e disprezzo della vita conforme e comoda.
Il fascismo è fenomeno inclusivo volto a (e mosso da) sintesi.
Al fascismo partecipano i fascisti ma non solo i fascisti. Anche nella scelta dei ministri Mussolini non si limitava ai fascisti. Gli squadristi poi, ovvero i fascisti doc, espressero poche cariche di governo ma rimasero semmai nelle retrovie fungendo, però, da esempio, da pungolo e da deterrente per i politici.
Può esistere un fascismo senza fascisti? Non a lungo.
Possono esistere i fascisti senza il fascismo? Sì.

ORFANI DI MUSSOLINI

Dopo la sconfitta mondiale gli “orfani di Mussolini” hanno fatto opera di testimonianza (a prescindere dalle scelte di campo intese sempre come tattiche). Ma cosa volevano opporre alla democrazia e al comunismo? Da quest'indecisione parte la dicotomia che si fossilizza nelle categorie gentiliani/evoliani; ovvero da un lato abbiamo la concezione di un nuovo pragmatismo idealistico improntato su scelte sociali e nazionali, come la socializzazione, e dall'altro una mistica esistenziale che faceva dei neofascisti (o meglio di una presunta élite di neofascisti) degli uomini differenziati.
La dicotomia è meno secca di quanto ci appaia ex-post, perchè negli anni Sessanta (quando ancora ferveva una reale battaglia politica) troviamo gruppi che esprimono ambo le aspirazioni e che sono espressioni di entrambe queste polarità (Lotta di Popolo per esempio).

ANNI SETTANTA e JULIUS EVOLA

Gli anni Settanta segnano la sconfitta politica di tutte le scelte neofasciste, sia quelle partitiche (la grande destra, spazzata via, ripartirà solo dopo la fine del bipolarismo internazionale), sia quelle golpistiche, sia quelle movimentistiche stroncate, anche, dallo stesso Msi. I fascisti diventano così carne da macello senza alcuna protezione. Assistiamo alla ripetizione tragico/caricaturale della guerra civile e dell'epurazione. In risposta a questa condizone disperata si realizza un ancoraggio o radicamento (da cui il termine radicale) in una cultura mistica di stampo eroico e metafisico. Il vate è Evola. Ma lo stesso Evola è in qualche modo bicipite. Si rifà, difatti, alla Weltanschauung tedesca e in parte alla Mistica italiana e detta così le pagine migliori in opere quali “Cavalcare la tigre” (di sfondo nicciano) e “Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo”. Va riconosciuto a Freda il merito di aver colto l'essenziale ne “La dottrina aria di lotta e vittoria” che la Ar pubblicano.
Un anziano “vezzo” aristocratico del Barone e un comprensibilissimo pessimismo storico (s'immagini uno che passa dal frequentare Codreanu, Farinacci e Mussolini a ritrovarsi, paralizzato, in compagnia di Rauti) lo spingono ad allinearsi su concezioni reazionarie della storia che nulla, ma davvero nulla, hanno a che fare con il fascismo e neppure con il nazionalsocialismo. Responsabili di queste sbandate evoliane sono anche i suoi discepoli che gli chiedono un programma per le loro azioni fantasmagoriche. Alle quali, ovviamente, Evola non crede e pertanto si rifugia in un pessimismo politico diametralmente opposto al suo entusiasmo eroico/titanico di genere esistenziale. “Gli uomini e le rovine” attestano perfettamente questa duplicità di piani. “Orientamenti” e “Il fascismo visto da destra” vanno invece nella direzione dell'immobilismo e sono a mio avviso dannosi. Insomma da un lato Evola esprime una “radicalità” esistenziale, filosofica, metafisica, un rilancio eroico-guerriero, dall'altro si ancora ad un pessimismo immobilista di “destra”. La generazione che si radicalizzò su Evola, meritandosi la definizione dr, non sciolse mai queste questioni, si ancorò culturalmente, coscienziosamente e spiritualmente sulla metafisica esistenziale e fu questo che le permise, unica in assoluto, di vincere nella sconfitta. Perché non combatté per vincere ma per rispondere a un richiamo e per vincersi. Vincere se stessi non gli altri!
La “radicalità” non fu solo concettuale se è vero, come è vero, che tutti i principali esponenti delle formazioni di allora vissero sempre e comunque in modo frugale e spartano a differenza degli esponenti delle destre estreme delle generazioni successive. L'impersonalità o almeno la spersonalizzazione nella funzione, l'aderenza ad uno stile di vita unitario, intero, autentico, sono dati ascrivibili agli esponenti di punta di allora e non solo a quelli di punta.
Se la “radicalità” ebbe un valore essenziale e formò spiritualmente e caratterialmente le persone, la chiusura nella “destra” fu assai meno certa e condivisa visto che ci furono non poche tentazioni d'anarca e anche di movimentismo acceso e spregiudicato (si pensi a “La disintegrazione del sistema”). E visto che molte spinte universaliste, anti-imperialsite, terceriste e tanti rinnegamenti della categoria di destra maturano proprio in questo humus.

DOPO GLI ANNI CALDI LA DESTRA BARRICATA

Dopo la fine degli anni di piombo e l'avvento del consociativismo, la questione irrisolta tra gentiliani ed evoliani si ripresenta in forma scaduta; da una parte ci sono quelli che cercano di partecipare ai fenomeni giovanili protestatari di stampo ecologista/neolaburista e dall'altra quelli che si rinchiudono in torri d'avorio. Tuttavia non essendoci guerra è difficile che ci sia metafisca della guerra ed è così che vengono recepiti più gli schemi reazionari e antipolitici di Evola che non quelli esistenziali.
Ciò svuota un mondo e ne riduce l'essenza ad atteggiamento.
Ne approfittano le culture esterne. La parte “pragmatica”, figlia degli individualismi democratizzanti che s'impadronirono in buona parte della linea-hobbit, si appiattisce verso le tesi della sinistra postmarxista o produce immaginari fantasy non immuni da tentazioni new age, la parte “intransigente”, chiusa in un'immobilità determinata anche dalla venuta meno dello scontro e ella sfuda, diviene permeabile agli integralismi reazionari. La destra barricata ha inizio. A differenza della destra radicale, questa è chiusa in un attendismo da “deserto dei tartari” e non cura più la propria formazione e la propria esperienza. Cristalli, concetti sclerotici e dogmi intervengono a imbandierare i fortini nel deserto mentre l'assenza di lotta e la recisione con le generazioni precedenti (quasi tutti morti o prigionieri) fa abbandonare la sfida intesa come realizzazione di sé.

IL MSI AL GOVERNO

La svolta del 1994, con il Msi al governo, segna un ulteriore passo avanti delle sacche estreme verso la destra terminale. Prive da tempo di radicamento, di ancoraggio, di continuità viva, esse si fanno catalizzatrici di ogni scontento di bassa lega, di ogni frustrazione e finiscono con l'imitare in peggio il Msi sia sul piano delle scelte (l'elettoralismo) che dell'assenza di selezione e di verifica.
Esse pensano, erroneamente, di poter catalizzare lo scontento di AN; ma ci sono tre equivoci di fondo che le avviano nel cul de sac.
Il primo equivoco riguarda il presunto tradimento degli elettori missini, un tradimento non vissuto come tale dalla maggioranza di essi.
Il secondo equivoco riguarda la qualità delle guide. Esse sono, solitamente, gli scarti e i trombati di An; alla destra di An non ci si qualifica con un + ma con un – sia come qualità che come capacità.
Il terzo equivoco sta nel materiale con cui si vorrebbe cementare qualcosa; il materiale è argilla. Non c'è nulla di “radicale” in questa destra, c'è molto di “destra” ma l'insieme di rancori, fallimenti, fastidi, acidità, sconforti, ne fanno la pessima copia di An. Una An che, d'altronde, le destre terminali inseguono senza cessa, posizionandosi ogni anno laddove An era posizionata due anni prima.
L'avvento del berlusconismo e la solidificazione della Lega danno il colpo di grazia alle ambizioni della destra terminale e alle sue prospettive.
E la destra terminale si avvita in ambizioni di portafoglio, di rimborso elettorale, in liti di boutique che nessuno di coloro che si formarono con il modello della destra radicale può capire o condividere o può non disprezzare.

LA PARABOLA DELLE DESTRE

Possiamo dire che la parabola dagli anni Sessanta agli anni Zero è stata la seguente:

Destra interventista
Destra radicale
Destra barricata
Destra terminale

FUTUR-ARDITI

Nel frattempo, per fortuna, il mondo si muove. La sclerosi e la mancanza di senso senso della destra terminale da una parte e l'alzata del piano d'intervento delle gerarchie di An (dunque meno coinvolte nel controllo ossessivo dell'apparato) dall'altro, hanno dinamizzato le basi e i quadri e aperto spazi alle relazioni trasversali e ai vasi comunicanti generando le condizioni per un nuovo cambiamento estese a tutti coloro che non hanno voluto aderire al riformismo alleanzino né all'esibizionismo alla sua destra. E' iniziato così a pullulare un insieme eterogeneo di realtà (individui e associazioni) che hanno cercato di rinnovare pescando comunque nel passato (reale però, non imbalsamato).
Le punte di diamante di questo processo sono le avanguardie futur/ardite e non-conformi, le quali, ricollegandosi con il modello fiumano e squadrista, hanno ripreso la mentalità originaria e, con esso, il gene esistenziale.
Non è, questa, una “destra radicale” ma ha una serie di legami con il radicalismo, vuoi per frequentazioni di qualche anziano, vuoi per una cultura ideal/politica.
Un elemento è a mio avviso molto significativo. Esse hanno scelto un modello culturale, esistenziale e comportamentale (lo squadrismo futur/ardito) che è una delle varianti del modello eroico. Lo hanno scelto come archetipo perché sono, comunque “radicali” o megio “radicate”.
Il Mito è quello che differenzia il fascismo dall'anarchismo che si orienta all'Utopia.
Il valore del mito come modello per l'azione su se stessi (nulla a che vedere con la mimesi, l'imitazione, la caricatura) è centrale. Ed è valido nella misura in cui il modello innova, produce una continuità che non sia formale ma essenziale. In cui produca qualcosa di attuale, di nuovo, che sia contemporaneamente antico ed eterno. E su questa linea a mio avviso le avanguardie futur/ardite ci stanno in pieno.

CONCLUSIONI

Per quanto mi concerne non sono mai stato fanatico della definizione “destra radicale”; come ho avuto modo di dire già in Tortuga, se proprio non si può fuoriuscire dalla categoria, ambirei a quella di “destra rivoluzionaria” definita da Zeev Sternhel.
Sono invece incondizionatamente “radicalista” dal punto di vista cultural/etico/esistenziale e penso che ci sia necessità di un ulteriore “radicamento” da parte delle frange propositive e vive.
Diciamo che ci si può benissimo ritrovare a destra ma non si deve assolutamente essere di destra; né come categoria, né come indole, né come mentalità. Lo scopo è un altro. ネ appunto inclusivo, sintetico, trasversale, unitario e trascendente.

Di qui due considerazioni che vanno messe in risalto

LA PRIMA: una distanza siderale passa, mentalmente e comportamentalmente, tra la destra radicale di ieri e la destra terminale di oggi

LA SECONDA: le chances. Esse a mio avviso risiedono nello sposalizio (che spesso c'è) tra tre componenti: la “radicalità” (sul genere evoliano ma anche ricciano, mezzasomiano ecc), l'avanguardismo futur/ardito e una nuova concezione della politica che non credo possa discostarsi molto da quanto ho espresso in “Sorpasso Neuronico”.

Di Gabriele Adinolfi (www.norepoter.org)

domenica 1 marzo 2009

Al via in Danimarca un cimitero pagano per i fedeli di Odino


« Questo conosco per terzo: se ho grande urgenzadi incatenare i miei nemici,io spunto le lamedei miei avversari:non mordono più armi né bastoni. »
(Edda poetica - Hávamál - Il discorso di Hár CXLVIII)

Giunge da Odense, Funen, in Danimarca, la notizia che un’area del cimitero pubblico di ottocento metri quadri è stata recentemente destinata ai defunti della comunità pagana “Forn Sidr”. All’ombra di una enorme scultura raffigurante una nave vichinga, lunga ben diciotto metri, verranno seppelliti sotto il manto erboso, senza lapidi, tutti coloro che in vita continuano a ispirarsi agli antichi dei del Walhalla. Il cimitero sarà delimitato da alte pietre megalitiche sulle quali sarà possibile apporre targhe commemorative in memoria dei defunti che abbracciarono la fede pagana. Si tratta di un bizzarro progetto pilota, ma che già altre cittadine hanno richiesto per accontentare la presenza di seguaci di un neopaganesimo che evidentemente arruola molti più adepti di quanto si pensasse. Dunque il fascino dell’olimpo precristiano continua a trovare seguaci che, oltre a ritrovarsi in un comunità, hanno chiesto un riconoscimento formale allo stato che è effettivamente arrivato. È innegabile il fatto che il Odino e Thor, con tutta la simbologia derivante, germanica e non solo, da sempre producano una profonda suggestione a più livelli. Sorvolando sull’utilizzo del linguaggio delle rune negli anni Trenta, arrivando a tempi più moderni e meno cupi, come non ricordare i colora-tissimi fumetti della serie Il mitico Thor, uno degli eroi di maggiore successo della Marvel Comics Group, in cui il figlio di Odino veniva rappresentato in incredibili e avveniristiche avventure sempre in compagnia del suo inseparabile Mjolnir, il martello magico. Nel fumetto di Stan Lee Mjolnir venne forgiato da Eitri, un nano fabbro, e dai suoi fratelli per conto di Odino stesso dal nucleo di una stella. Il minerale utilizzato per la forgiatura fu l’Uru, la sostanza più dura del regno di Asgard che rese il martello praticamente indistruttibile. Mjolnir divenne l’arma più forte degli dèi nordici; anche se fossero state forgiate altre armi nessuna sarebbe stata potente come Mjolnir, che era stata benedetta dal potere di Odino. Il quale stabilì che colui che avesse alzato Mjolnir sarebbe divenuto erede al trono di Asgard. Chi vi riuscì fu suo figlio Thor che da allora porta sempre con sè il potente martello di Uru. Da allora sul martello erano incise le parole: «Chiunque impugni questo martello, se degno, possiederà il potere di Thor». E il dio del tuono nordico può persino volare tramite il martello lanciandolo verso la direzione desiderata e tenendosi ben saldo alla sua cinghia. Su di lui, nel 1988, fu realizzata anche una trilogia di film per la tv americana a conclusione della celebre serie di telefilm de L’incredibile Hulk. Il primo film della serie venne scritto e diretto da Nicholas Corea. Nella pellicola, ancora interpretata da Bill Bixby, alias il dottor Bruce Banner, e da Lou Ferrigno, il mitico culturista diventato famoso come Hulk, faceva la sua comparsa il personaggio di Thor impersonato dal colosso biondo Eric Allan Kramer. Qualche anno fa invece, precisamente nel 1999, uscì invece il libro Gli dei di Asgard di Harrison Henry (Editrice Nord, pp. 418, euro 4,37 euro) che inaugurava una serie di tre libri tutta incentrata sulle divinità nordiche, da Odino a Thor, in un incredibile e suggestivo intreccio tra lo storico e il fantastico: nel 865 dopo Cristo le Isole Britanniche sono una terra lacerata da rivalità, lotte e guerre fratricide, ma su tutti governa l’autorità della Chiesa. Potenti vescovi e alti prelati riempiono d’oro le cattedrali, lanciando scomuniche e minacce di dannazione eterna a tutti coloro che si oppongono al loro primato. Ma c’è chi non ha paura dei loro anatemi: è il fiero popolo dei Vichinghi, temuto in tutto il nord (e non solo). Essi seguono la Via degli Dèi di Asgard che reca come emblema il martello di Thor, e sono più che mai decisi a espandere le loro conoscenze e il loro potere, attraverso la conquista di nuove terre. Seguiranno altri due libri: Il martello e la croce e Il re e l’impero nei quali si racconterà fino alla conclusione l’interva vicenda del protagonista che arriverà a estendere il suo regno fino a Roma. Anche la musica non è rimasta indifferente alla simbologia nordica e un gruppo in particolare cavalca da tempo le suggestioni nordiche da quasi trent’anni mettendole in musica con risultati diversissimi: i Manowar, band heavy metal nata a New York nel 1980 dall’incontro tra il bassista del gruppo Joey DeMaio e il chitarrista Ross the Boss. Il nome del gruppo deriva da una contrazione di man of war letteralmente uomo di guerra e il simbolo della band è il mjolnir. I temi ricorrenti delle loro canzoni sono la mitologia, la guerra, la lealtà e l’onore e in più canzoni citano gli dèi di Asgard.

Di Ippolito Edmondo Ferrario (Il Secolo D'Italia)

sabato 28 febbraio 2009

Così va in frantumi anche il santino della Betancourt

Nessuno di noi è in grado di dire come si comporterebbe se, per le proprie idee, finisse imprigionato, sequestrato, torturato. Siamo esseri umani, abbiamo i nostri limiti e le nostre miserie e tuttavia ha ragione Jean Maspero, che è stato uno degli editori francesi più rivoluzionari e più libertari del secolo scorso, a scrivere nella propria autobiografia, Le api e le vespe, che il punto non è questo, la vigliaccheria e/o l’eroismo non si misurano dopo, ma prima. «Cedere non toglie niente all’eroismo di chi vi si abbandona. I veri, i soli vigliacchi sono quelli che hanno vissuto la loro vita in modo da non dovere mai trovarsi nella situazione di essere torturati», ovvero umiliati, offesi, ridotti in catene.
È per questo che il ritratto negativo di Ingrid Betancourt che emerge dal libro Out of captivity scritto da alcuni suoi compagni di prigionia, sposta di poco il giudizio di cui sopra. Per Keith Stansell, Thomas Howes e Marc Gonsalves che per cinque anni divisero con lei lo stesso orrore, Ingrid si rivela «una donna molto dura», arrogante, pronta a sottrarre il cibo e ad accaparrarsi il miglior giaciglio, «la padrona del gulag», una che «ha tirato scemi anche i guerriglieri» e, allo stesso tempo, una il cui modo di comportarsi nei confronti dei propri compagni di sventura era peggiore di quello usato «dagli aguzzini».
C’è di più. Secondo i tre marine americani detenuti assieme alla Betancourt dai guerriglieri delle Farc, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia, ci fu anche da parte sua il tentativo di convincere quest’ultimi che non si trattava di militari, ma di «agenti della Cia», il modo più rapido forse di spedirli davanti a un plotone d’esecuzione. È una «spiata» che tuttavia un altro compagno di sventura, e di tentata fuga, il suo connazionale Luis Eladio Perez, nega, aggiungendo di non averla mai vista durante l’intera cattività, sei anni e sei mesi, «piangere o lamentarsi».
E va anche detto che suona un po’ stridente questo j’accuse da parte di soldati di professione, abituati cioè al rischio, allenati psicologicamente e fisicamente alle privazioni e alle pressioni psicologiche, nei confronti di una signora borghese, candidata alle presidenziali del proprio Paese, privata dall’oggi al domani di qualsiasi riferimento a lei noto e a lei caro.
Il punto dunque, è un altro e vale la pena ragionarci sopra senza iattanza, ma con sensibilità. È l’immagine-santino che nel tempo aveva finito con il prendere il posto della realtà, era l’idea di un premio Nobel per la pace che con la pace aveva poco a che vedere, era la trasformazione di una che stava pagando per le proprie idee in una sorta di agiografia laica, di Maria Goretti della politica, tenera, dolce, pronta al sacrificio e naturalmente al perdono. Mentre la Betancourt era tutt’altra cosa, come la prigionia stessa ha dimostrato, testarda, volitiva, pronta a cercare di scappare ogni volta che le si apriva uno spiraglio, pronta a far valere il suo status di prigioniero politico per eccellenza, decisa a mantenersi distante dagli altri reclusi perché questo era l’unico modo per meglio difendere la propria unicità, e pronta anche a patteggiare con i propri carcerieri se questo le permetteva di tirare avanti, di erodere un po’ dell’altrui potere.
A forza di andare dietro a immagini consolatorie, politicamente corrette, buone per definizione, quelle che poi servono nei talkshow al presentatore di turno per definire il mascalzone di turno «una bella persona», abbiamo dimenticato che siamo impasti di bene e di male, condizionati dalla storia e dalle contingenze, forti e deboli a seconda di tante e tali cose di cui abbiamo perso il conto, e che si ripresentano nel momento delle scelte difficili, delle decisioni estreme. In quello che è il Guerra e pace del Novecento, il romanzo Vita e destino di Vassilij Grossman, riflessione amara e bruciante sul male, l’autore si interroga sulla «remissività» della natura umana nei tragici anni Trenta e Quaranta di quel secolo, la remissività figlia della violenza dei totalitarismi, quando «per sopravvivere, l’istinto scende a patti con la coscienza» e «tutto, ogni cosa, generava un’obbedienza succube: la disperazione come la speranza». E non sorprende che il russo Grossman, uno che da vivo non ebbe nemmeno la gioia di vedere pubblicato quel libro, inviso al Cremlino perché «pericoloso», la pensasse come il francese Maspero citato all’inizio: «Riflettiamoci tutti, ma in primo luogo quanti pretendono di insegnare come si dovrebbe reagire in condizioni che, per un caso fortunato, costoro - insulsi maestri - non hanno conosciuto». È anche per questo che il santino Betancourt va in frantumi, i ritratti e le interviste giulebbose, il non chiedere mai quanta animalità occorra per non soccombere, ma far sempre finta che sia il Bene a trionfare di per sé e la salvezza, le acque del mar Rosso si aprano davanti alla pacatezza, alla modestia, al ragionamento.
Avendo derubricato il male a Male assoluto, fatichiamo a capire quella che Hanna Harendt aveva definito la «banalità del male», parente stretta della «banalità del bene», una sorta di ottusità delle coscienze, che per inerzia scivola ora da una parte ora dall’altra e ci può far diventare vittime o carnefici e spesso albergare l’anima dei primi nel corpo dei secondi. Preferiamo insistere sull’effetto consolatorio, sulla strategia dei buoni sentimenti e ovviamente non riusciamo più a capire perché Caino possa aver ammazzato Abele, né perché l’angelo Betancourt si sia potuta comportare, se necessario, da carogna.
di Stenio Solinas

Trentaquattro anni fa l'assassinio di Mantakas inaugurava gli anni di piombo

Il 28 febbraio 1975 l'assassinio dello studente greco Mikis Mantakas, ad opera di un plotone comunista, apriva la serie delle uccisioni da arma da fuoco. L'omicidio avveniva all'ingresso della sezione romana Prati del Msi, tra via Ottaviano e Piazza Risorgimento. Occasione dell'apertura della stagione del piombo era il processo che si stava tenendo nel vicino tribunale di Piazzale Clodio ai tre responsabili identificati della strage di Primavalle in cui, ventuno mesi prima, erano arsi vivi Virgilio e Stefano Mattei, 22 e 8 anni. I giovani missini e i comunisti si erano contesi l'aula del tribunale e i secondi avevano avuto ripetutamente la peggio. Quella mattina si presentarono armati e iniziarono a fare fuoco, senza successo, già nel piazzale. Le forze dell'ordine impedirono l'accesso al palazzo di giustizia e i missini ripiegarono nella sezione Prati. A metà mattinata si verificò un assalto comunista alla sezione; chi si trovava dentro uscì per respingerlo. Fu allora che gli assalitori si aprirono a ventaglio e alcuni di loro fecero fuoco. Mikis Mantakas, 21 anni, iscritto al Fuan, fu colpito alla testa e morì poco dopo. Gli stragisti di Primavalle frattanto vennero trattati con i guanti bianchi dal tribunale, se la cavarono con una condanna risibile e vergognosa di “omicidio preterintenzionale”. Uno di loro, Achille Lollo, rifugiatosi in Brasile dove opera nel clan di Lula, non ha perso occasione successivamente di mostrare che genere di personaggio abietto sia. Ma questa è un'altra storia. Pensiamo invece a ricordare il giovane greco venuto a morire a Roma per la civiltà. Alalà!

mercoledì 25 febbraio 2009

Beffa futurista: Il trans P.D. vuol farsi suora

L’ultima beffa «Fasciofuturista», arriva dai Castelli. Sarà che è carnevale, sarà che sono tempi di identità politiche incerte, sta di fatto che quelli di Casapound hanno pensato bene di diffondere un comunicato tarocco, inoculando nella rete dei media una di quelle storie un po’ splatter che di solito suscitano la famelica curiosità dei programmi di intrattenimento leggero: «Un rappresentante di ceramiche di 45 anni, le sue iniziali sono P.D., ha confessato al parroco la sua omosessualità e il desiderio di diventare donna e farsi suora». Meraviglioso, intrigante, morboso al punto giusto, tutti pronti a interpellare il sociologo e il sessuologo. Peccato che non fosse vero nulla.
Così, le tre agenzie che ieri hanno abboccato all’amo (una incredibilmente anche dopo la smentita!), hanno fatto la gioia dei concorrenti che hanno mangiato la foglia. E l’Adn Kronos si è tolta la soddisfazione di svelare l’arcano: «A Carnevale ogni scherzo vale. Una burla, ben riuscita, è quella che ha messo a punto Casapound che ha tratto in inganno anche qualche organo d’informazione». Dobbiamo confessarvi che incredibilmente noi lo avevamo capito. Non perché siamo particolarmente scaltri, ma perché conosciamo bene lo spirito goliardico degli animatori della rete Casapound, il gusto per la truffa mediatica, l’azione spettacolare: a volte ironica, a volte vagamente squadristica, sempre irriverente e trasgressiva.
E ovviamente il nostro smagatissimo capocronaca - uno che la goliardia della destra la conosce bene - aveva sentito puzza di bruciato, quando aveva letto la spiegazione fornita da Massimo Carletti, portavoce dei casapoundisti dei Castelli: «P.D. ha scelto il mese mariano proprio per la profonda fede che lo contraddistingue in un panorama nichilista povero di virtù e avaro di ideali. Lui - continuava ispirato Carletti - ha molte virtù e un forte ideale cristiano che proprio la Chiesa vorrebbe negare. Come tornerà dal Paese europeo dove effettuerà l’intervento, espletate le pratiche anagrafiche e burocratiche del caso, P.D. non dovrà subire alcun ostracismo che lo ostacoli nel suo sogno: entrare in convento». Ennò, era troppo.
Ed infatti, alle 17.27, Carletti spiega a Omniroma l’intento sarcastico della beffa: «Non pensavamo che la vicenda di P.D. suscitasse tanto clamore - rivela il portavoce di Casapound -, eppure la vicenda era già sotto gli occhi di tutti, almeno da sabato, quando alla fiera di Roma P.D. ha maturato la sua scelta: passare dalla parte della Chiesa, senza se e senza ma». I fasciofuturisti attaccavano: «Non sappiamo se la scelta è maturata per una questione di espiazione di peccati del passato, di sincera e assoluta fede, oppure per l’opportunismo di accomodarsi e affiancarsi alla struttura ecclesiale, che trova sempre un posto per tutti. P.D. per noi. Partito Democratico per tutti gli altri. Il partito che cambia pelle ogni due settimane ha scelto la fede. Scelta confermata anche nel nome del nuovo segretario: quel Franceschini che fa tanto ordine monastico».
Così sarà il caso di compilare un piccolo inventario delle scorribande satiriche-e-non all’attivo dei seguaci della testuggine corazzata (il simbolo delle Case d’Italia) per capire cosa si nasconda dietro questa strategia comunicativa: la prima che ha fatto il giro delle televisioni è stata la devastazione della Casa del Grande Fratello. Non attacco simbolico, ma demolizione pezzo a pezzo, con tanto di documentazione video su You Tube. L’assalto, giustificato con la condanna del consumismo televisivo, trovò una ammiratrice insospettabile in Daniela Santanchè, che invitata a dissociarsi ad Annozero gridò: «Sono meglio i ragazzi di Casapound che assaltano la casa, dei clienti del Billionaire!» (Essendo il locale in questione di sua proprietà, l’affermazione aveva un certo costo). Il secondo atto clamoroso fu l’affissione di un manifesto con una foto di avanguardisti del Ventennio in armi, associato, per voluto contrasto, allo slogan para-pubblicitario, «Sostieni la squadra del cuore». Seguì anche la materializzazione della squadraccia, con tanto di camion d’epoca e lancio di volantini, per le vie di Roma. I Casapoundisti furono meno felpati quando dopo una trasmissione di Chi l’ha visto? sui fatti di piazza Navona (che ha onor del vero non li diffamava affatto) assaltarono - anche qui non metaforicamente - i girelli di via Teulada, introducendosi nella fortezza della Rai (la Sciarelli era già fuori, altrimenti chissà che incontro).
Sempre i ragazzi del Blocco studentesco si schierarono armi in pugno a piazza Navona, durante i giorni dell’Onda, ma stavolta non era uno scherzo. E per il trentennale di Acca Larenzia sfilarono con dei tamburi colorati bianchi e rossi che erano una copia esatta (anche questo lo capirono in pochi) di quelli della Hitlerjugend immortalati da Leni Riefensthal. A Casapound è di casa Graziano Cecchini, il fasciofuturista per eccellenza che tinse di rosso la fontana di Trevi (per criticare la Roma veltroniana), scaricò palle colorate su piazza di Spagna, oscurò Castel Sant’Angelo.
Sempre lì raccoglie successi l’unico vero monologhista di area, «il Paolini nero» Miro Renzaglia: militante duro negli anni di piombo, apprezzato performer gaberiano oggi. Nella casa madre di via Napoleone III, a Roma, l’atrio colorato con il Pantheon degli artisti, dei politici e dei pensatori di riferimento (mica quello di An con Pavarotti e Mogol) ha incantato, a sorpresa, persino Giampiero Mughini: «Beh, c’è Evola, c’è Brasillach, io mi sento a casaaaa!». E molti pensarono a uno scherzo quando si diffuse la notizia che l’ospite di un convegno era l’ex brigatista Valerio Morucci. Invece era vero, «Vengo da nemico», esordì, e la sera si chiuse fra applausi scroscianti. Se cerchi un filo conduttore, in tutto questo, lo trovi nello slogan preferito: «Non conformarti». Casapound non ha avuto successi elettorali (per ora), ma nel cadeverificio della politica virtuale, è riuscita a ritagliarsi uno spazio.
di Luca Telese

lunedì 23 febbraio 2009

Donna Assunta: Fini non sta bene mentalmente

Donna Assunta Almirante è inviperita e nelle sue mire ci sta Gianfranco Fini, ex delfino di Giorgio Almirante. Come è noto, Fini ha detto che non tutti gli stranieri sono criminali. In linea di logica comprensibile, ma vallo a dire a chi ha subito danni da extracomunitari ubriachi e contro legge. Dice donna Assunta: “ha ragione Il Giornale, Fini è ormai maturo per dirigere il Partito Democratico. Parla da comunista, fa il comunista, forse riuscirebbe a risollevare o ad affossare definitivamente quel partito. Certo è che parla da uomo di sinistra tradendo il suo elettorato”. Ma non basta: “io mi chiedo per quale ragione oggi Fini non cambi Paese, se ne vada. Forse non sta bene mentalmente, ha bisogno di cure, è in confusione, non lo so. Mi chiedo se direbbe le stesse cose se un bel giorno quattro ubriachi rumeni gli stuprassero la figlia. Mio marito si rivolta nella tomba a sentire lui e certi altri politici, anzi sta di testa basso e si tappa le orecchie per l’orrore”. Poi analizza il fenomeno emigrazione: “ Fini e chi ragiona come lui sbaglia. I nostri emigrati quando andarono all’estero soffrirono, furono trattati anche male, ma rispettavano le leggi. Questi se ne infischiano, e per giunta quando gli dai lavoro, neppure lo sanno fare”.
Donna Assunta è irrefrenabile: “nonostante Fini, pronto ormai alla bandiera rossa, noi in Italia non abbiamo lavoro e sicurezza per i nostri e dobbiamo pensare agli altri, ora basta. In Italia non devono entrare stranieri, ne abbiamo piene la tasche”.
Le ronde? Sono contrarie alla idea di solidarietà: “duole dirlo, ma sono necessarie davanti ad una giustizia debole. Abbiamo seri problemi di sicurezza, questa è la verità e siamo stanchi. L’Italia non doveva entrare nella Europa Unita e nella zona Euro, che ci ha uccisi. Ora Fini fa il comunista, bene se lo prendano volentieri, al posto di Franceschini. La cosa è certa, ingrato, mio marito, oggi si rivolta nella tomba e si tappa le orecchie per non ascoltare le sue assurdità. Vuole fare carriera, non mi meraviglio, gli piacciono le opportunità. Da tempo accusa un giorno la Chiesa, poi difende gli ebrei, poi i comunisti. Bene, se lo prendano per intero”.

sabato 21 febbraio 2009

La leadership del Pd al laico e antifascista Fini

Il copyright, lo confesso, non è del tutto mio, ma io ci metto il know-how, che è poi quello che serve e che conta nel tempo dell’I Care e dello Yes, we can... E quindi, e insomma, Why not Gianfranco Fini al posto di Walter Veltroni? L’idea me l’hanno data il professor Roberto Zavaglia, che è uno dei migliori analisti di politica internazionale in circolazione, e Andrea Marcenaro, ovvero il re dei corsivisti italiani, l’uno a voce, a cena, l’altro per iscritto, sul suo giornale, Il foglio, ma quella che per loro è una boutade, può anche divenire, come avrebbe detto Ciriaco De Mita, «un ragionamendo politico». Seguitemi. Si sa che Fini è stato fascista nella stessa logica con cui è divenuto antifascista. È un professionista della politica, ovvero un contenitore vuoto disponibile a riempirsi del liquido ritenuto in quel momento più potabile. La Destra oggi soffre di un problema di sovrappopolamento: ce n’è troppa, con troppi leader più o meno in competition e tuttavia con un capo incontrastato qual è Berlusconi. A lungo Fini si è immaginato come suo delfino, ma la scienza medica è contro di lui. È dell’altro giorno la notizia di un vaccino che, stando a dei ricercatori statunitensi, porterebbe l’età media oltre il secolo di vita... Fra trent’anni, insomma, avremo ancora Silvio premier e Gianfranco in lista d’attesa... È una strada chiusa.
A Sinistra invece c’è il caos e la strada è aperta. Un po’ perché le sconfitte elettorali hanno sempre molti padri, un po’ perché quella generazione di cinquantenni è alla frutta, usurata dal suo continuo fondarsi e rifondarsi, dall’eccesso di sigle con cui si è nel tempo ribattezzata, dalla smania fratricida che l’ha pervasa, un pugnalarsi freneticamente alle spalle... È un caos umano, nel senso di leadership, ma anche politico, in quanto che cosa sia la Sinistra, che cosa sia di sinistra, nessuno lo sa più. La confusione è talmente grande sotto quel cielo che alle ultime elezioni regionali si è giocata la carta di un sardo-capitalista, Renato Soru, e su Repubblica l’intellettuale di riferimento Michele Serra si è riscoperto un teorico del Law and Order: ronde, vigilantes, magari qualche sana impiccagione preventiva ai lampioni del centro e della periferia... La deriva, dunque, è evidente, quella di una Sinistra che in mancanza d’altro scimmiotta la Destra, butta via Il Capitale e insegue i capitalisti. Chi dunque meglio di Gianfranco Fini la può rimettere in carreggiata, ridargli quell’anima sociale e solidale che è andata perduta fra l’acquisto di una barca nel Salento, una banca in Lombardia e tre camere a Manhattan?
Fini, per fare solo qualche esempio, si è dichiarato favorevole al diritto di voto per gli immigrati, difende la laicità dello Stato e l’autonomia dell’individuo, è per le coppie di fatto ed è un critico severo del cesarismo, sia vero sia presunto, ha inaugurato la sua chat-on-line e ha già fatto sapere che il Festival di Sanremo non gli piace. In una parola, e insieme moderno e antico, elitario e popolare e non è forse questo il modo migliore per incarnare oggi la Sinistra? Il linguaggio, poi. Diciamoci la verità, la «lingua di legno» di Veltroni&C si è da tempo fatta insopportabile, un ritualismo bugiardo e fumoso dietro il quale si nasconde la totale mancanza di contenuti.
Fini, invece, pur senza dire niente lo dice bene, e questo è se non altro un passo avanti sulla strada della chiarezza. Non siete convinti? Va bene, mettiamo giù allora il carico da novanta della telegenia. Si sa che il Cavaliere nero vince anche per questo e certo se gli opponi i borborigmi di Prodi, l’espressione patibolare di Fassino, il doppio mento di Veltroni, dove vuoi andare? Qui invece c'è un ancor piacente cinquantenne, un po’ stagionato ma sempre abbronzato, fresco papà, sub esperto. Vuoi mettere? Con lui sì che si riequilibra la partita, basta con le melensaggini piccolo-borghesi di pullman, caminetti, biciclette, mezze-calzette... Ma, dice qualcuno, ci sarebbe anche la carta Bersani... Dico, scherziamo? Bersani è di Piacenza, Fini è di Bologna, dialetto per dialetto meglio la dotta e la grassa Bologna che la irrimediabilmente provinciale Piacenza. Poi Bersani è calvo e non ha alcuna intenzione di ricorrere al trapianto, laddove Fini i capelli ce l’ha ancora e quindi non ha bisogno di procurarseli artificialmente. Infine, Bersani vuol dire D’Alema e allora siamo da capo a dodici, si ritorna alla celebre invettiva morettiana: «Con questi leader non vinceremo mai»...
E l’antico fascismo finiano, diranno i duri e puri, gli inguaribili, gli immarcescibili? Be’, il Duce all’inizio era socialista, che c’è di male a sperimentare il percorso inverso? Del resto, se Veltroni non è mai stato comunista, nemmeno da piccolo, se Violante dice da grande di vergognarsene, Fini almeno può affermare con orgoglio che questo tipo di abiura non ha bisogno di farla, lui comunista non è mai stato. Quanto al «nero» peccato originale, si è già cosparso più volte il capo di cenere, e per la verità non solo quello... Da qualunque parte la si guardi, la candidatura di Fini alla guida dei Pd è perfetta. È una figura istituzionale, e stato ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio, e un paladino della Costituzione, è alto come Obama... Si può fare, insomma, Yes, we can.
di Stenio Solinas

Nel pantheon di An non c’è posto per Almirante

Nel tempo a cavallo fra la Seconda e la Terza Repubblica, quello in cui i partiti si sono abituati a riscrivere velocemente le proprie identità, un nuovo manifesto politico, o un nuovo pantheon di padri spirituali, innescano facilmente la polemica, se non addirittura - come in questo caso - il giallo. È successo ieri, che, intorno all’ultimo documento congressuale di Alleanza nazionale, quello preparato in vista del cosiddetto «congressino», quello chiamato a decidere lo scioglimento del partito nel Popolo della Libertà, si accendesse la fiamma della polemica, non tanto per i nomi nuovi, ma per uno che manca: quello di Giorgio Almirante.
È bastato, infatti, che nel pomeriggio di ieri le agenzie iniziassero a battere l’elenco di nomi che il gruppo di lavoro chiamato a stendere il documento aveva messo insieme, perché si accendessero delle reazioni. La prima, quella di donna Assunta Almirante (ovviamente), simbolicamente più importante, dato il rapporto di suo marito con la storia di An. Ma poi anche citazioni, correzioni di tiro, persino qualche diniego. I fatti, in breve sono questi. Al fianco del documento, c’è una lista di nomi una An’s list in cui saltano subito all’occhio molte new entry. Nomi del tutto fuori dalla politica, come quelli dei due padri della letteratura italiana, Dante Alighieri e Alessandro Manzoni.
Nomi di intellettuali antifascisti come Piero Gobetti e Pietro Calamandrei; ex comandanti partigiani, poi fondatori dell’industria di Stato, come Enrico Mattei. E poi anche divagazioni nel costume, nella musica che portano i nuovi costituenti del Pdl a inserire fra i loro miti e riferimenti Mogol e Lucio Battisti, ma anche un cantante lirico come Luciano Pavarotti. I nomi dei politici, citati nel documento, invece sono quattro, di cui tre viventi: Pinuccio Tatarella, indicato come precursore del nuovo partito unico, Helmut Kohl, l’ex cancelliere tedesco, nume tutelare del popolarismo europeo, e poi i due fondatori, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi.
Curioso, che al cronista in cerca di un timbro di paternità, gli uomini del gruppo di lavoro diano risposte elusive. «Io nel pantheon non ho proprio messo mano - spiega Angelo Mellone giovane intellettuale di centrodestra, uno dei principali estensori -, per questo rivolgetevi agli altri». E anche Gennaro Sangiuliano, altro storico estensore di documenti del partito, anche lui giovane, (ha iniziato con le tesi per il congresso di Bologna del 2003), pur avendo sopportato il grosso del lavoro di coordinamento, declina responsabilità: «Quei nomi sono usciti fuori da un lavoro di brain storming collettivo, io tutt’al più ho messo i punti e le virgole». E sicuramente Mellone e Sangiuliano sono due che volano alto, si occupano dei grandi problemi, ma chiunque poteva intuire, che la presenza o l’assenza di un nome come quello di Giorgio Almirante, proprio in uno dei più delicati momenti di passaggio identitario, avrebbe acceso le polveri.
Gli altri curatori dei testi congressuali sono Alex Voglino, un quadro alemanniano come Luigi Di Gregorio, e un solido giornalista politico come Salvatore Dama (attualmente in forza a Libero). Ma quei nomi, si scopre scavando più in là, sono stati davvero frutto di una mediazione collettiva, per esempio Mattei è stato voluto da La Russa così come Gobetti è entrato nella selezione in quanto discepolo di un altro nome come Giuseppe Prezzolini.
Il tempo della politica mordi e fuggi, dell’immagine, della velocità televisiva, determina anche questi inconvenienti. I nomi cambiano, le identità si trasformano, gli apparati intellettuali vengono imbracati in nuovi dispositivi identitari, che hanno bisogno della forza delle icone per arrivare altrettanto velocemente a destinazione. Tant’è vero che lo stesso problema si è creato anche a sinistra, dove si discusse per anni dei pellegrinaggi di Walter Veltroni sulla tomba di un cattolico come Dossetti. A guardarle male sono appropriazioni identitarie, ad essere benevoli sono movimenti di assestamento, quasi tellurici.Il grande paradosso che resta, quando si dileguano le nubi del giallo, è che tutti i nuovi padri, che i partiti dell’era mediatica si scelgono, sono cresciuti fuori dalle case politiche che adesso li accolgono nei loro templi. Forse, al fianco di nuovi lucenti pantheon, bisognerà creare dei musei, in cui raccogliere anche le reliquie neglette di coloro che vengono dismessi, per far posto ai nuovi idoli.
di Luca Telese