mercoledì 10 agosto 2011

C'era una volta in Europa...


Se vi dicessi che c'è in Europa un Paese dove non esiste la disoccupazione, non esiste il lavoro precario, non esiste il problema dei pendolari, non esiste l'inflazione, dove le tasse sono al 10%, dove ognuno possiede una casa e quanto basta per vivere e quindi non ci sono poveri, mi prendereste per matto. E avreste ragione. Perchè questo è il Paese che non c'è. Ma è esistito. E' esistito un mondo fatto così. E si chiama Medioevo Europeo.

La disoccupazione appare, come fenomeno sociale, con la Rivoluzione industriale. Prima, con una popolazione formata al 90/95% da agricoltori e artigiani, ognuno, o quasi, viveva sul suo e del suo, aveva, nelle forme della proprietà o del possesso perpetuo, una casa e un terreno da coltivare. E anche i famigerati 'servi della gleba' (i servi casati), comunque una realtà marginale, se è vero che non possono lasciare la terra del padrone non ne possono essere nemmeno cacciati. Non esisteva il precariato perchè il contadino lavora tutta la vita sulla sua terra e l'artigiano nella sua bottega che è anche la sua casa (per questo non esiste nemmeno il pendolarismo). Il giovane apprendista non percepisce un salario, ma il Maestro ha il dovere, oltre che di insegnargli il mestiere, di fornirgli alloggio, vitto e vestiti (due, uno per la festa, l'altro per i giorni lavorativi; ma, in fondo, abbiamo davvero bisogno di più di due vestiti?). Dopo i sette anni di apprendistato il giovane o rimarrà in bottega, pagato, o ne aprirà una propria. Senza difficoltà perchè c'è posto per tutti. Gli statuti artigiani infatti proibiscono ogni forma di concorrenza e quindi, di fatto, la formazione di posizioni oligopoliste. Per tutelare però l'acquirente (oggi diremo 'il consumatore') gli statuti stabiliscono regole rigidissime per garantire la qualità del prodotto.

Nelle campagne il fenomeno del bracciantato si creò quasi a ridosso della Rivoluzione industriale quando i grandi proprietari terrieri cominciarono a recintare i loro campi (enclosure) rompendo così il regime delle 'terre aperte' (open fields) e delle servitù comunitarie (ad uso di tutti) su cui si era retto per secoli lo straordinario ma delicato equilibrio del mondo agricolo. Per molti contadini, non avendo più il supporto delle servitù, la propria terra non era più sufficiente a sostentarli. Ma fu un fenomeno tardo. Perchè la concezione di quel mondo, contadino o artigiano, era che ogni nucleo familiare doveva avere il proprio spazio vitale. Scrive lo storico Giuseppe Felloni: "Le terre sono divise con criteri che antepongono l'equità distributiva all'efficenza economica".

Le imposte, comprendendovi quelle statali, quelle dovute al feudatario, nella forma di prelievo sul raccolto e di corvèes personali, la 'decima' alla Chiesa, non superarono mai il 10%. E' vero che anche i servizi erano minimi, ma per molti aspetti di quello che noi oggi chiamiamo 'welfare' sovveniva la Chiesa, naturalmente nei modi consentiti dai tempi.

Non esisteva l'inflazione. I prezzi rimanevano stabili per decenni. Una delle rare eccezioni fu la Spagna degli inizi del XVII secolo a causa dell'oro e dell'argento rapinati agli indios d'America. E nel suo 'Memorial' Gonzales de Collerigo scrisse con sarcastica lucidità: "Se la Spagna è povera è perchè è ricca". Che è poi la paradossale condizione in cui si trovano molti Paesi industrializzati di oggi.

In quel mondo, per quanto a noi appaia incredibile, non esistevano i poveri. Il termine 'pauperismo' nasce nell'opulenta Inghilterra degli anni '30 dell'Ottocento. Fu Alexis de Tocqueville, uno dei padri del mondo moderno, ad accorgersi per primo dello sconcertante fatto che nel Paese del massimo sforzo produttivo e industriale c'era un povero ogni sei abitanti mentre in Spagna e Portogallo, dove il processo era appena agli inizi, la proporzione era di 1 a 25 e che nei Paesi e nelle regioni non ancora toccate dalla Rivoluzione industriale non c'erano poveri. Perchè è la ricchezza dei molti, alzando il costo della vita, a rendere poveri tutti gli altri. Che è quanto sta accadendo oggi in Russia, in Cina, in Albania, in Afghanistan e persino in Italia.

Su tutto questo, credo, dovrebbero riflettere coloro che fra un mese saranno chiamati a governarci.

(di Massimo Fini)

martedì 9 agosto 2011

L'Europa è al bivio: eleggiamo un leader


L’Europa ha due strade per usci­re dalla crisi: fare un passo indie­t­ro e rompere l’unione economica, tornando alla piena sovrani­tà degli Stati nazionali o fare un passo avanti e fondare davvero l’unione politica europea con un suo effettivo governo centra­le. Oggi è nel mezzo, come si addice a chi costeggia il baratro. Ha i vincoli dell’unione monetaria ma non ha le prerogative della sovranità politica, è schiava del mercato e non è padrona del suo destino. È esposta a tutte le intemperie perché non ha una Casa e nessuno che possa decidere di aprire, socchiudere o chiudere la porta.

Prima ancora dei poteri forti che mangiano quote di sovranità popolare e nazionale, l’Europa soffre i poteri deboli di un consorzio economico privo di decisione politica unitaria e di autorevole legittimazione democratica. Deve affidarsi a provvisorie coppie reali, come la Merkel e Sarkozy, prive di un mandato effettivo di sovranità per dettare legge agli altri Stati sovrani, o deve scivolare nel baratro della dipendenza economica o trascinati dal carro americano.

A questo punto sono plausibili due vie: una di ripresa degli Stati nazionali con le loro piene sovranità politiche, popolari e monetarie, ammettendo che l’Euro non riesce ad attraversare la tempesta e dunque si scioglie. Fare il passo indietro, allacciare patti ma evitare le unioni. Oppure fare quel benedetto passo avanti. Come? Innanzi tutto lavorando alla nascita di uno Stato Europeo a partire dalla elezione popolare di un capo dello Stato europeo. O meglio, se si vogliono preservare gli assetti interni e le differenze tra Stati monarchici e Stati repubblicani, un presidente del Consiglio europeo eletto dal popolo, con un governo europeo. L’investitura popolare rappresenterebbe simbolicamente l’unità del popolo europeo, darebbe autorevolezza al suo leader e al suo governo, che non sarebbe più una commissione col suo presidente ma un vero decisore politico, un sovrano seppure a tempo, con un suo governo super partes .

E consentirebbe di rimediare al peccato originale dell’Unione europea: quello di non essere stata mai decretata da un referendum del popolo sovrano europeo. Un mutamento così importante nella vita e nella costituzione degli Stati che non è mai passato dalla legge difondazione della democrazia, il voto dei cittadini, la deliberazione dei sovrani. So che una scelta di questo genere comporterebbe mille traumi, problemi e controindicazioni. Ma non possiamo continuare con un’Europa impotente, che vive un rapporto diseguale con il principale partner, gli Stati Uniti d’America, che ha un suo leader a investitura popolare. Ma anche con gli altri grandi soggetti mondiali: la Russia, la Cina, l’India. La crisi finanziaria da pericolo può essere trasformata in una formidabile occasione costituente. In che cosa cambierebbe l’assetto europeo? Avrebbe unità di decisione in politica estera, militare, economica. Le identità nazionali resterebbero sul piano delle culture e dei popoli, e il campo delle sovranità territoriali su base nazionale riguarderebbe alcuni ambiti essenziali dell’assetto pubblico,quelli che più toccano la storia, il carattere e la vita dei popoli.

Ci sarebbe poi un ambito intermedio in cui le differenze di partenza molto forti dovrebbero essere gradualmente superate: penso al sistema sanitario e previdenziale, per esempio, ad alcune leggi di sistema della tutela ambientale o dei codici civili e penali, insomma a una nutrita sfera di competenze in movimento. Questa attuale è un’Europa dimezzata, anzi decapitata. All’Europa manca oggi la testa e manca il simbolo visibile della sua unione, che è alla base di un vero patriottismo europeo, fonte di coesione e di proiezione nel futuro. Manca la grande politica che sa fondare nuovi assetti, vorrei quasi dire nuove tradizioni. Una confederazione europea sarebbe oggi una grande novità sul piano internazionale, un’iniezione di fiducia sulle piazze, i mercati e i palazzi d’Europa, e finalmente un investimento politico sul futuro, con un’investitura di popolo, come si addice a una vera democrazia. Ciò ridisegnerebbe la mappa dei poteri, i governi ripensati come governatorati, il ruolo della Banca centrale europea, interno e non superiore alla sovranità popolare e politica, la forza di un Grande Interlocutore unito sul piano internazionale. Da anni, forse da decenni, non nascono più novità, non si produce più storia, si gioca sulla difensiva e sulla ripetizione dell’esistente. È il momento di giocare all’attacco, di aver l’audacia di spostare l’agenda dei problemi dalle miserie del presente all’ambiziosa grandezza di un progettofuturo. E se va male, che tornino gli Stati nazionali, piuttosto che queste servitù senza potestà. Riportiamo la Borsa dentro la casa europea e non l’Europa dentro la Borsa. Siamo uomini, popoli e culture e non indumenti, carte e monete.

(di Marcello Veneziani)

Quale allegria?


A voler disegnare la cupa estate di un’epoca in una sola smorfia - giusto al fin della licenza - non è che una scucchia trista, delusa e mogia a far da maschera. Ed è la faccia di un anonimo peone della maggioranza di governo. Questo signor Veneranda lo scorgiamo a Montecitorio nel pomeriggio del discorso di Silvio Berlusconi fatto “a Borse chiuse”. Sta per dare la mano al premier, pronto a carpirgli un sorriso o almeno un raggio di quel sole che da sempre Silvio Berlusconi ha fatto vanto di tenere in tasca ma il peone gira i tacchi e se ne va. Triste, deluso e mogio.

A riannodare i fili della lungimiranza, allora, c’è da tornare al fatidico parlare a “un’Aula sorda e grigia”. Così è l’aula di Montecitorio. I parlamentari, infatti, sembrano passanti al crocicchio. Stanno tutti fermi in attesa del verde, ovvero: che finisca, una volta per tutte, e si vada via. E non c’è verso per farne un bivacco per buontemponi. Eugenio Scalfari, invano, ha sperato che a quel punto, nella cautela delle “Borse chiuse” esplodesse “una risata omerica”. Stanno, al contrario, tutti compresi. Se ne tornano tutti alle loro case.

Nessuno ride. E se un tempo anche gli avversarsi sorridevano a Berlusconi, quasi rammaricati del dover tenere la parte in commedia, quella degli antipatici, adesso sono i ministri, i fedelissimi, e anche le belle signore, ad allargare le braccia. E sono solo musi lunghi. L’unico che riesce a far ridere di cuore Berlusconi è il suo acerrimo nemico, Antonio Di Pietro: “Aspetto una sua cartolina da Antigua!”. E Di Pietro, infine, è l’unico che riesce a farlo uscire al naturale. A volte sembra che Berlusconi, come l’ammiraglio Nelson, cerchi qualcuno che riesca “finalmente” a farlo fuori.

Due, infatti, sono le opzioni per la sua uscita di scena. La prima è quella di fare come Nelson che, a bordo di una piccola nave, si esponeva ai colpi d’artiglieria dei nemici indossando tutto ciò che aveva di sgargiante per farsi beffe di loro e farsi “finalmente” colpire. Fu, appunto, colpito all’omero. Inchiodato da una pallottola che, seguendo il bersaglio della spallina dorata, ebbe a fermarsi sulla colonna vertebrale.

La seconda opzione è quella di andarsene come se andò Charles De Gaulle: uscendo di scena con sprezzatura. Quella della cartolina da Antigua è un’uscita alla De Gaulle. Quella alla Nelson, invece, è un’uscita di scena più laboriosa e leggendaria: ci vollero tre ore per morire e quel grande le impiegò bevendo vino e limonata. Quando capì, infine, di essere arrivato all’ultimo bicchiere disse: “Finalmente ci sono riusciti a farmi fuori”. Dopo di che venne rinchiuso - era bassino, piccoletto, monco di un braccio - dentro un barile colmo di brandy.

La gravitas segnò quel momento. I francesi poterono dire di averlo “finalmente” messo a morte ma Napoleone Bonaparte, più realisticamente che cavallerescamente, sentenziò: “l’Inghilterra diventerà piccola cosa quando la Francia avrà tre ammiragli come Nelson”. Ecco, più realisticamente che goliardicamente è quello che Di Pietro, in privato, dice a proposito di Berlusconi. Non scorge ammiragli nell’opposizione. E neppure lui - simpatico quanto quello - ride del suo nemico.

La tristezza si addice al momento, questo. Non va più in onda il Bagaglino. Incandescente, ma come pece che lorda di urticante cupezza ogni sorriso, resta sovrano l’umorismo della compagnia dell’Hotel Lux: il Crozza e la Guzzanti, giusto per fare degli esempi, che per far ridere devono imbastire processi senza mai praticare quel sentimento del contrario d’ascendenza pirandelliana con cui Mario Natangelo, invece, formidabile vignettista del Fatto, riesce a far ridere capovolgendo di genio e non di odio. E, appunto, come si fa a non deliziarsi nella sorpresa di vedere il Silvio ritratto giusto da Natangelo nelle vesti di Chiarchiaro, lo jettatore della “Patente”, già maschera interpretata da Totò? Ma questa non è risata, è letteratura. A forza di lamentarci dell’assenza di un nuovo Ennio Flaiano dimentichiamo che, al tempo, nessuno poteva accorgersene di averlo un Flaiano. E magari adesso c’è, non fa i film con Federico Fellini, forse gira video, scambia file di parodie con la Sora cesira oppure disegna vignette...

la tristezza si addice al momento, dunque. Tanto grande è stato il sorriso con cui è cominciata questa magnifica storia di begonie e fazzoletti detergenti, feticci di “Una storia italiana” (il primo libro cult della “discesa in campo” di Berlusconi), tanto larga è la stagna plaga dell’incarognirsi per sopravvivere.

Nessuno ride e non c’è lo struggimento di un tramonto. Non si presenta nessuno alla soglia della Cripta dei Cappuccini, qui non si contempla il crollo della Felix Austria, piuttosto lo svaporare dell’ottimismo. E c’è qualcosa di sfatto se perfino Lino Banfi, recandosi in via del Plebiscito per andare a salutare il Cavaliere, se ne esce intristito.

La tristezza si addice al momento, infine. E pure il silenzio. Se un ministro si sfoga al telefono, se dice di qualcuno : “E’ un cretino”, per un nonnulla di una cosa detta così, per sfogarsi, si apre una crisi perchè conversare all’apparecchio - qualunque sia, per cellulare o per e-mail - è come parlare al vento: arriva contraccambiato a tutte le orecchie, comprese quelle del cretino. Quasi si apre una verifica di governo ed è sconsigliabile anche una chiacchierata per il gusto di parlare, come è successo al ministro Stefania Prestigicaomo. E come si può stare allegri quando si è tutti ascoltati? Neppure nell’Urss del Krokodil, la celebrata rivista satirica sovietica poteva immaginare una situazione tale.

Tutte quelle cose che cantano la gloria del berlusconismo saranno poi restituite dalla storia, nessuno, intanto, trova scampo nella caduta e se banchetto c’è stato nel chiudersi del berlusconismo, il dessert si presenta per tramite di torte che lievitano livide di veleno e di sospetto - è la stessa cosa - e se nessuno prende a cuor leggero la giornata è poi cosa ovvia che l’ultimo dei sottosegretari si dica disponibile ad essere convocato alla riunione del Gabinetto di governo anche a Ferragosto e non c’è, insomma, un Renato Rascel pronto a cantare: “E’ arrivata la bufera, è arrivato il temporale / chi sta bene e chi sta male / e chi sta così così”.

Nessuno ride. Non riesce a far ridere Pier Luigi Bersani con il suo andare ad asciugare gli scogli. L’accoppiata con Crozza è stucchevole. E’ un’operazione di regime. Collaudata nella telegenia “de sinistra”. Di gran lunga superiore, invece, per comicità e naturalezza e per velocità di web, è il gioco degli specchi tra Nichi Vendola e Checco Zalone. Ma la satira, la comicità e l’ironia sembrano riavvolgersi intanto che il momento svapora. “Intanto va detto che non tutti ridono per le stesse cose - ci dice Michele Serra, scrittore, autore di satira e firma di Repubblica - e per fortuna. In questi ultimi anni c’è chi è stato di ottimo umore e chi di pessimo dipende dai famosi punti di vista, dallo sguardo che si riesce ad avere sul mondo. Questo per dire che io credo nel relativismo satirico almeno quanto in quello etico. Al netto di questo, dico che la storia politica italiana (e dunque la satira politica italiana, di conseguenza) non è stata e non è leggera. E’ una storia (anche) di fazioni, di odio, di sangue e di attentati, che si riflette in una satira politica piuttosto feroce, noir, raramente scanzonata. Sto parlando della satira vera, non delle barzellette sui politici che sono avanspettacolo romano, con tutto il rispetto per l’avanspettacolo e anche per Roma. I grandi autori, i grandi giornali e i grandi comici hanno adoperato a piene mani umori forti e anche fortissimi, e usato il rasoio del vivisettore o dell’anatomista molto più del randello di gomma che fa ‘bonk’ ma non lascia tracce. Prendi Mannelli o Vincino o Altan o Corrado Guzzanti e trovi più Grosz che la commedia dell’arte”.

Ecco, ha ragione Friederich Nietzsche, è solo per celia che gli uomini si lamentano della propria epoca, in verità non se la sono mai passata meglio. E quel povero Berlusconi, tutto quel sole tenuto in tasca? “Quanto a Berlusconi - prosegue con severo sorriso Serra - io il sole in tasca non sono mai riuscito a vederglielo, ma sa, anche qui è puramente una questione di punti di vista. A me metteva tristezza già ai tempi di ‘Dallas’, quando cronista ventenne andavo alle presentazioni dei telefilm in via Rovanio, a Milano, e la moquette era troppa ovunque, e tutti sorridevano troppo, soprattutto lui”.

“Quale allegria?”, cantava Lucio Dalla: “L’allegria è la cosa più bella del mondo ma non va sprecata o inflazionata, diventa facilmente sciocchezza (il riso abbonda eccetera...). Comunque l’allegria e la risata, per quelli della mia tribù, in questi anni sono stati una faccenda del tutto privata, ognuno ha perseguito la felicità in modo proprio, a casa sua, ed è stato un bel paradosso, per le persone di sinistra, trovare un rimedio privato alle delusioni pubbliche. Sulla scena pubblica, diciamo che ho visto confrontarsi due tristezze: una diretta, quella della sinistra sconfitta e impotente, l’altra quella indiretta del berlusconismo col sorriso d’ordinanza, la cravatta d’ordinanza, le convention, tutta robetta rispettabile quando si tratti di radunare bravi impiegati di un’azienda, ma spaventosamente triste quando diventa modello ‘politico’, cose da non credere...”

Nessuno, comunque, ride. “Adesso è vero che l’atmosfera è particolarmente malinconica. Con qualche piccolo vantaggio, perchè la malinconia riesce a mitigare almeno in parte la volgarità, la foia di potere. Da una olgettina immalinconita mi aspetto riflessioni sulla vita che prima non poteva permettersi. Un poco di malinconia fa bene a tutti. Anche alla satira. Si diventa più riflessivi, più profondi, magari perfino meno faziosi”.

Nessuno ride. Non c’è più uno sanguigno, vivo e perfino pittoresco a ispirare quei comici che pure sono stati l’avanguardia nella guerra al Cavaliere, quasi un obbligato Cnl nell’Italia del dopo Berlusconi. “No, io rido”, dice Natangelo. Lui è il più giovane degli autori di satira, collaboratore di Linus e firma del Fatto. “Sono in vacanza ma ogni giorno chiamo il giornale per proporre una vignetta. La situazione è certamente cambiata rispetto a un anno fa quando il primo a fare satira, depotenziandola di tutte le deflagrazioni contro il potere, era Berlusconi stesso. Passavo giornate senza che una sola idea potesse superare le sue trovate. Ovvio, faceva ridere defraudando il principio primo della satira: castigat ridendo mores. Faceva ridere senza castigare i costumi, con ritmi ripetitivi. La sua barzelletta della mela, per dire, è ancora più vecchia della mala d’Adamo ed Eva ma adesso che è così dimesso, meno caciarone, senza più Apicella al fianco, ho trovato ancora qualcosa da azzannare. L’ho dipinto come uno jettatore, è vero, ed è il suo contrappasso totale, giusto per lui che si teneva il sole in tasca. E c’è qualcosa ancora da sbranare perchè abbiamo oltrepassato lo stadio delle ’comiche finali’. Siamo, infatti, alla contemplazione degli sgoccioli e se qualcuno si azzarda a dirmi - come succede ogni sei mesi - che la satira è morta, lo iscrivo d’ufficio al pellegrinaggio organizzato dai parlamentari”.

Nessuno ride. “E’ vero, nessuno ride”, conferma Carlo rossella. Vero conoscitore del mondo con tutte le sue relative informazioni sull’uso Rossella, che se la gode al modo dei viaggiatori, ci regala l’ausilio di un titolo di François Sagan assai efficace: “Bonjour tristesse”.

Nessuno ride. “E come si potrebbe? Avevamo un miliardario ridens, ci ritroviamo adesso un pagatore triste. La mestizia che si respira alla buvette della camera dei deputati procura asfissia e nessuno può dire di essere stato sepolto da una risata. Non c’è più quel gorgogliare di buonumore nei ristoranti, come quando da Fortuntao o alla Rosetta, a Roma, andavamo io, Lino Jannuzzi, Diego Della Valle e Sandro Bondi. Non ci sono le feste e se ci sono, sono solo raduni di soliti sfigati sudati e sconosciuti. A sinistra non sanno ridere, a destra peggio: sono lugubri. I giornali di desta, mi spiace dirlo, sono macabri. Di tanto in tanto torna un ruggito di Forattini ma a destra sono grevi. Non hanno più un Guareschi”.

Con qualcuno si ride. “Solo il Fatto - assicura Rossella - mi fa ridere. Marco Travaglio, con la sua monomania antiberlusconiana, fa ridere. Riesce in un’arte assai difficile essendo molto più facile far piangere. E’ un’Italia troppo cattolica la nostra per ridere. Pochi sono gli italiani in grado di infischiarsene e sogghignare. Enrico Mentana sa ridere. E Michele Santoro mi fa ridere. Ma quello che immalinconisce è sapere di non avere più quelle serate con Alberto Moravia, Federico Fellini ed Ennio Flaiano. L’Italia è pur sempre la patria di Alberto Arbasino ma c’è nell’aria qualcosa che ha tolto brio. L’ultima serata memorabile l’ho trascorsa a Capri. All’Aurora. Con Christian De Sica e Valentino Garavani. S’è cominciato a parlare di Luchino Visconti e di Helmut Berger, dopo di che, Christian, ha fatto tutto un racconto sul mondo degli omosessuali assai divertente. A parte questa cena, le altre due occasioni in cui ho riso sono state quando ho visto il nuovo film di Pupi Avati, ‘Il cuore grande delle ragazze’. C’è infatti una Micaela Ramazzotti degna di Monica Vitti. La Ramazzotti ha una grande vis comica. E poi, l’altra ristata, l’ho vissuta quando ho accompagnato Woody Allen a colazione. Abbiamo fatto una piacevole conversazione e a un certo punto, toccando i temi alti della metafisica, mi ha detto: ‘Sono molto contrario alla morte’. Una battuta così, in questa Italia cattolica, e lo dio io che cattolico sono, è impossibile”.

Ecco, a volere disegnare la cupa estate di un’epoca in una sola smorfia - giusto al fin della licenza - la scuccchia trista, delusa e mogia, fa da maschera definitiva. In questo immergersi di memoria e nostalgia ci siamo però persi il titolo. Scusi, Rossella, quale era? “Glielo ripeto ma nella versione proposta a suo tempo da Flaiano: Bonjour stronzesse”.

(di Pietrangelo Buttafuoco)

lunedì 8 agosto 2011

Come nell'antica Roma gli Usa aspettano l'arrivo dei "barbari"


L’intervista di Paul Kenne­dyal Corriere di domeni­ca 6 agosto ripropone il tema del declino e caduta dei grandi Imperi tema ispirato al ca­polavoro di Edward Gibbon «De­cline and fall of the Roman Empi­re ». Ci sono forse orde barbariche ai confini dell’Occidente pronte a travolgere ogni difesa a saccheg­giare chiese e a violentare vergini consacrate? No, soltanto un pro­blema di deficit e un declassa­mento del grado di solvibilità del debito pubblico americano per­petrato (peraltro con clamoroso errore aritmetico) da Standard & Poor da tripla A ad AA+. Eppure tutti aspettano con il fiato sospe­so quello che succederà domatti­na, lunedì sui mercati finanziari.

Nell’era informatica non è più questione di orde a cavallo: basta un clic sul computer per mettere in ginocchio una nazione di cen­to o duecento milioni di abitanti. E il dito su quel mouse lo può met­ter chiunque anche noi semplici privati cittadini per abbandona­re un btp in cambio di un meno redditizio ma più sicuro bund.

Dal 1941 ad oggi non era mai suc­cesso che il tesoro americano su­bisse un declassamento, né era mai incorso in una serie di crisi economiche una peggio dell’al­tra dal 1929. Siamo dunque al de­clino preludio alla caduta dell'Im­pero americano? E si possono fa­re confronti con ciò che accadde all'impero romano nel quinto se­colo? Edward Luttwak, anni fa, scris­se 'La grande strategia dell'impe­ro romano' per mostrare come gli antichi signori del mondo avessero saputo saggiamente am­ministrare la loro decadenza e Paul Kennedy ribadisce che tutti gli imperi sono destinati a decli­nare e a cadere, solo questione di tempo. L'importante è che si trat­ti di un declino lento e guidato. I crolli improvvisi sono sempre traumatici. L'apice dello zio Sam è stato la discesa sulla lu­na dell'astronave Apollo e molti quel giorno co­minciarono a fantastica­re di voli su Marte. Si sbaglia­vano: il progresso del terzo mil­lennio sarebbe stato di tipo informatico, ossia il potere sarebbe stato di chi sa prendere decisioni nel tempo di un clic. Dif­ficile dunque fare paragoni con l'impero romano che per appren­dere di un cedimento della fron­tiera nel suo centro decisionale doveva attendere almeno due set­timane, tempo brevissimo tutta­via per quei tempi lontani.

Ma la finanza ebbe un ruolo in quei frangenti? Ci furono declassa­menti? In un certo senso: l'economia è sempre fondamentale nella vita di uno stato e nell'efficienza di un esercito ma le condizioni sono qui, come già si è detto, molto di­verse. L'impero romano dovette sostenere una pressione sui confi­ni di trecento anni quasi ininter­rotti con uno sforzo militare im­mane. Sotto Adriano l'esercito contava trentasette legioni schie­rate sui confini e sulle retrovie, con un numero di soldati non di molto inferiore a quello dell'eser­cito americano di oggi. Il costo di un simile apparato impegnato continuamente a rintuzzare inva­sioni su una frontiera che­si esten­deva dalla Britannia al golfo persi­co era iperbolico. Da dove veniva­no le risorse? Soltanto dall'econo­mia interna: gli scambi con l'oriente erano a senso unico, e cioè denaro che usciva dall'impe­ro romano per acquistare oggetti preziosi dall'India e dalla Cina. Nei tempi più bui si arrivò a fonde­re le statue e i monumenti per ot­tenere il bronzo per coniare le mo­nete con cui pagare gli stipendi dei soldati. Sappiamo addirittura che i comandi di legione avevano addirittura le loro zecche che coniavano denaro che si aggiunge­va al circolante e tendeva a gene­rare inflazione. Un po' come suc­cede ora quando la FED decide di stampare dollari da pompare nel sistema e consentire di pagare (anche) le spese militari sempre crescenti. A livello sociale le clas­si­dirigenti tesero a scaricare il pe­so della spesa militare sulle classi meno abbienti che si sentirono oppresse. Certi intellettuali si spinsero a dire che era meglio fug­gire fra i barbari che restare sotto il giogo fiscale dell'Impero. L'ec­cessiva pressione fiscale uccise il patriottismo e alla fine ci si ridus­se ad arruolare barbari per com­battere e respingere altri barbari.

Dal canto loro le classi ricche americane preferiscono che si li­mitino le spese sociali piuttosto che aumentare le tasse ai più ab­bienti e sono disposte a far ri­schiare il fallimento allo stato pur di ottenere il loro scopo. Ma qui i paragoni si fermano. Grazie a dio il tempo degli eserci­ti e delle cannoniere è fi­nito anche se il control­lo di focolai locali di guerra comporta spese spaventose che a loro vol­ta alimentano un'industria bellica fiorente. L'impero americano inoltre non è un impero espansivo né lo è più la vecchia Europa che avrebbe ancora molto da dire se potes­se integrare ancora di più le sue politiche e la sue economie mentre la Cina, monolitica e autocratica, potenzial­mente forte di dieci milioni di soldati po­trebbe in teoria domi­nare il mondo. Ma non ci pensa nemme­no.

Tutte le economie dipendono da tutte e so­no alla continua ricerca di un equilibrio difficilissi­mo. C'è che pensa che se l'impero romano avesse tro­v­ato il modo di resistere anco­ra cinquant'anni avrebbe po­tuto bypassare il medioevo. Ipotesi audace quanto affasci­nante e comunque impossibile da verificare. L'attuale Impero d'Occidente vive di sicuro un momento critico ma ha le risorse, i cervelli e tecnologie per superarlo. Parafra­sando una risposta che Hitler avrebbe dato a chi gli aveva detto di non sottovalutare la forza del papa e del Vaticano si potrebbe di­re: 'Quante divisioni corazzate hanno 'Standard and Poor?'

(di Valerio Massimo Manfredi)

Ma un grande impero può gestire il tramonto


«Il declassamento dell'America da parte di Standard & Poor's dovrebbe essere benvenuto. I politici americani se lo meritano. I repubblicani e i democratici non hanno concluso un accordo finanziario. Hanno concluso un accordo politico per formare un supercomitato politico che deciderà quali tagli apportare alla spesa pubblica. E se non lo deciderà, dopo alcuni mesi scatteranno dei tagli automatici».

Al telefono dalla sua abitazione presso l' Università di Yale, Paul Kennedy fa una pausa. «Ma ci rendiamo conto delle dimensioni del debito sovrano americano, 16 mila 300 miliardi di dollari, e della battaglia politico-finanziaria che potrebbe divampare l' anno prossimo alle elezioni? C'è quasi da augurarsi che anche le altre due agenzie di rating Moody' s e Fitch declassino l'America, in modo che il supercomitato sia costretto a prendere misure di risanamento del debito vere, e non a breve, bensì a medio e lungo termine. Ce ne è bisogno urgente, come in Europa».

La crisi americana ha trovato lo storico inglese in procinto di rivedere il suo bestseller «L'ascesa e il declino delle grandi potenze». «Pubblicherò la seconda edizione a gennaio del 2013, il venticinquesimo anniversario della sua uscita - dichiara Kennedy, che darà alle stampe, nel 2012, il libro che ha quasi finito di scrivere sulla Seconda guerra mondiale -. Ma ne cambierò solo l'introduzione, aggiungendo alcune riflessioni».

Le più importanti?

«Per quanto concerne l' America, osserverò che l' attuale crisi conferma il suo declino, e ribadirò che i suoi leader dovranno gestire il declino con intelligenza, in maniera da renderlo il più graduale, modesto e tollerabile possibile». Lo studioso fa un' altra pausa. «Voglio essere cauto: qualsiasi declino di una grande potenza è relativo, sia rispetto ad altre potenze che al proprio passato. L' America continuerà a espandersi, ma meno della Cina a esempio, e meno rapidamente di prima».

Lei non sembra sorpreso dall' annuncio della Standard & Poor's.

«No. Il debito pubblico americano esplose negli Anni Ottanta perché il presidente Reagan, repubblicano, ridusse troppo le tasse e aumentò troppo le spese militari, provocando gravi deficit di bilancio. Negli Anni Novanta il presidente Clinton, democratico, ne contenne la crescita riportando il bilancio in attivo. Ma con Bush figlio e con Obama il deficit di bilancio è salito alle stelle: sotto Obama, che ha ereditato da Bush il disastro finanziario del 2008, si è triplicato. Ripeto: il debito sovrano americano è oggi a un livello inaccettabile».

Secondo lei Obama ha commesso molti errori nel dopo 2008?

«Obama ha fatto quello che i suoi consiglieri gli hanno suggerito. Per salvare la finanza e rilanciare l' economia ha stampato dollari ed emesso obbligazioni che sono stati comprati da Paesi come la Cina e il Giappone. Ma occorre anche altro, occorrono sacrifici, inclusi aumenti delle tasse, sebbene i repubblicani siano ideologicamente contrari».

Sarà possibile rimediare alla crisi?

«Sì. L'America si ridimensionerà, con che misure finanziarie non saprei dirlo, dipenderà dalla battaglia politica ed elettorale dei prossimi 18 mesi. Ma penso che si ritirerà dall' Iraq e dall'Afghanistan, che non manderà più eserciti smisurati in Medio Oriente e in Asia, riducendo il numero delle truppe. Manterrà i suoi impegni con la Nato e il Giappone, ma non aprirà nuovi fronti come la Libia. Non ha alternative».

Nel 2000 si parlava ancora di un altro secolo americano dopo il XX. Era una utopia?

«Guardi i titoli dei libri che escono adesso: La fine della specificità americana, Dopo l' egemonia americana, Il cambio della guardia Usa-Cina, ecc. Pochi credono in un secondo secolo americano. Il Pentagono, anzi, è ossessionato dal timore che il XXI sia un secolo cinese, dietro le quinte non si parla d' altro. Il fatto è che la durata degli imperi, anche benevoli come si dice dell' America, si riduce sempre di più. Cinquecento anni fa l'Olanda e l'Inghilterra eclissarono la Spagna, poi tramontarono, la prima più velocemente della seconda. Tra parentesi, entrambe seppero evitare sia un collasso improvviso sia un declino graduale ma catastrofico».

Un impero tuttavia non tramonta solo per questioni economiche e finanziarie.

«Charles Kupchan, l'autore de La fine dell' era americana , un libro del 2003, afferma che il declino dell' Occidente è anche culturale. Sono d' accordo con lui. Non molti anni fa si pensava che il mondo intero avrebbe accettato i valori occidentali. Non è stato così. Ci sono popoli che sembrano preferire regimi autoritari, o che interpretano la democrazia in modo molto diverso dal nostro. Noi stessi non siamo sempre rispettosi dei nostri valori, solo pochi Paesi si attengono completamente, per esempio, alla Dichiarazione dei diritti dell' uomo. I nostri valori vengono sfidati soprattutto dall' Islam, che li rigetta e propone i suoi».

E questo che cosa comporta?

«Che dobbiamo ripensare all' insegnamento di Vico, di Rousseau, di Stuart Mill, di Keynes, i maestri della nostra società e della nostra economia. Le crisi del 2008 e del 2011 sono sì globali ma le abbiamo prodotte noi, e tocca a noi risolverle. Se non lo faremo affretteranno il nostro declino, perché alimenteranno le tensioni sociali. Non a caso la Cina, che controlla la massima parte del debito americano, ha accusato l' America di vivere al di sopra delle proprie possibilità».

Le chiedono mai di fare previsioni sui tempi del declino dell' America o dell'Occidente?

«Me lo chiedono spesso. La tv musulmana Al Jazeera , per esempio, vorrebbe sapere quando più o meno crollerà l' impero americano. Ma il declino delle grandi potenze può durare secoli, se gestito bene: quella degli Asburgo incominciò a declinare trecento anni prima della scomparsa. E in Occidente, l' America e l' Europa potrebbero seguire percorsi diversi. A mio giudizio, l' Europa non è ancora riuscita a esprimere tutto il suo potenziale, ingente in termini di risorse umane e naturali, e di civiltà. Purtroppo i suoi attuali leader politici non hanno lo stessa spinta all' unità dei padri fondatori».

Che cosa pensa dell' Italia?

«Sono innamorato dell' Italia, e spero proprio che supererà le difficoltà che ha incontrato, lo ha fatto anche in periodi precedenti. È innegabile che sia in declino rispetto a potenze come la Germania. Ma rispetto ad altri Paesi dell' area dell' euro è ancora prospera, e svolge un ruolo importante nel Mediterraneo e in Europa».

Nell' «Ascesa e il declino delle grandi potenze» non ci sono errori che desidera correggere?

«Devo ammettere che mentre previdi l' ascesa dell' Asia orientale e della Cina in particolare, non previdi l' inspiegabile eclissi del Giappone negli Anni Novanta. Quando scrissi il libro, sembrava che il Giappone invadesse il mondo».

Che decennio ci attende?

«Un decennio, mi auguro, meno traumatico di quello che abbiamo attraversato. Gli equilibri tra le grandi potenze e tra i blocchi regionali continueranno a cambiare, temo non a nostro favore, ma non c' è motivo per cui l'America e l'Europa si abbandonino al panico. Il nostro quadro diventerà più chiaro dopo le elezioni presidenziali americane del 2012».

(di Caretto Ennio)

venerdì 5 agosto 2011

Sopra l’eskimo, i Ray-Ban: quel giorno in cui i compagni incontrarono i fasci...

Trent’anni fa, nel 1981, ci fu il primo dialogo tra gli intellettuali di destra e gli intellettuali di sinistra. Non in assoluto, per carità, ma dopo la guerra degli anni di piombo. Gli orazi e i curiazi si videro a casa di uno di loro, Gianfranco de Turris, per registrare, sotto i quadri dadaisti di Julius Evola, un dialogo tra Massimo Cacciari, Giampiero Mughini, Gennaro Malgieri e io che ero il più giovane ma promossi l’incontro per pubblicare quel confronto in occasione del debutto di una rivista, Omnibus, che avrei diretto io.

Ci incontrammo guardinghi davanti a Montecitorio, aspettando che Cacciari uscisse dal Parlamento perché lui era deputato del Pci. E lui nel viaggio ci rivelò con nostra grande libidine che era cugino di Piero Buscaroli, firma per noi di culto. Poi ci vedemmo con Mughini che era stato direttore responsabile di Lotta Continua e portava ancora viva la memoria del ’68 parigino, ma aveva anche un padre fascista. Ci vedemmo a cena da De Turris e registrammo il colloquio, che poi sbobinai e pubblicai nel paginone centrale della neonata rivista. Che durò solo un numero, perché lo spirito dialogante della rivista non piacque all’editore, il grand’uomo Giovanni Volpe, che era però all’antica, destra gusto classico.

Mughini ha ricordato quella sera e lo spirito furtivo di congiura con cui venne a quell’incontro proibito, scrivendo un paio di giorni fa su Libero a proposito della ristampa di C’eravamo tanto a(r)mati, libro di testimonianze miscelate destro-sinistre uscito nell’84, e oggi riedito da Manuel Grillo, in ricordo di suo padre Pino (edizioni Settecolori, pagg. 240, euro 20; a cura di Maurizio Cabona e Stenio Solinas; informazioni: www.settecolori.it).

In quel tempo la sinistra scopriva Nietzsche e Schmitt, Jünger e Heidegger, frequentava Céline e magari leggeva di nascosto Evola, di seminascosto del Noce, e di striscio altri. Noi giovani intellettuali di destra tenevamo a quel patrimonio di autori e di temi, ma cominciavamo a ibridarli con il nazionalpopolare di Gramsci e la sua idea di conquistare la società attraverso la cultura, con la scuola di Francoforte e la critica al modello capitalistico e consumistico occidentale, con Pier Paolo Pasolini populista reazionario e una fila d’autori sul confine tra destra e sinistra o ben oltre.

Che ne fu di quel dialogo? Se ne fecero degli altri anche più significativi. Coinvolsero Accame e Niccolai, Cardini, Tarchi, Solinas e il piccolo mondo della nuova destra e a sinistra Marramao e Giorgio Galli, Pellicani e altri, più piccoli mondi revisionisti come Mondoperaio o la rivista Pagina dove scrivevano Galli della Loggia e Mieli, Massimo Fini e Battista, Ferrara, lo stesso Mughini. Il dialogo servì almeno a una cosa: a far capire che la destra non era solo muscoli&nostalgia, ma c’era chi pensava il presente e si proiettava nel futuro. Emerse la nuova destra, si lessero e commentarono riviste e rivistine, libri e tesi di quella galassia; ricordo pure un dialogo elementare ma fecondo su l’Espresso che ebbi con Giorgio Bocca, seguito da un’inchiesta di Mieli sulla nuova destra e ripreso da la Repubblica con un’inchiesta a puntate di Enrico Filippini. C’erano ancora il comunismo e il neofascismo, l’Urss e l’arco costituzionale, ma c’era pure la Nouvelle Droite, e da noi Craxi, il socialismo tricolore, Cl e una vivacità culturale oggi impensabile.

La civiltà del dialogo fu un bene in sé anche se non produsse nuove sintesi né opere memorabili, almeno in quella linea. Si prolungò per tutti gli anni Ottanta, poi sopravvisse a sprazzi in seguito. Ma il clima, dopo il terremoto del ’92-93 si incattivì e andò peggiorando gradualmente ma progressivamente. Fino a che si è spento negli ultimi anni ogni sussulto di dialogo anche per estinzione delle parti in campo e delle case madri rispetto a cui emanciparsi. Riemerse il terzo incomodo, il liberalismo, che spostò temi e interessi su altri versanti che ponevano al centro l’individuo, il privato e il mercato. Sorse una mezza sinistra liberal e radical e una presunta destra liberale-liberista; ma con la scoperta liberale crebbe lo spirito illiberale che negava il dialogo, le identità e le differenze. Scomparve pure traccia di una cultura cattolica, di cui sopravvissero isolati residui. Poi venne la notte, la cultura da un verso si liberò dalle etichette, ma dall’altro smise di incidere sulla realtà civile. E la politica da un verso si liberò dai fumi ideologici del ’900 ma dall’altro si impoverì di idee e di respiro culturale. In compenso crebbe il livore, la distinzione razziale tra chi sta di qua e chi sta di là, del bipolarismo si prese la faziosità ma non i contenuti.

Il dialogo prosegue in cielo, o in seduta spiritica, tra le anime di Pound e di Pasolini, i pensieri di Gentile e di Gramsci, le trasgressioni di Céline e di Camus. Dialogo tra morti; o forse, non disperiamo, tra non ancora nati.

(di Marcello Veneziani)

lunedì 1 agosto 2011

Ideali e legami


In un lembo d'Italia, quasi ai margini della grande storia nazionale, s'intrecciano e si consumano tra la fine dell'Ottocento e i primi quarantacinque anni del Novecento, quattro storie di amicizia e passioni, tradimenti ed incomprensioni, distacchi e riconciliazioni nella cornice di un destino complesso e tragico che ha segnato la vita di un'intero popolo. Tra Predappio, Santa Sofia e Civitella, un triangolo di appena venti chilometri, dove la commedia umana è esplosa, nell'arco di tempo ricordato, nei colori accesi degli amori e della politica, delle virtù rivoluzionarie e dei fervori giornalistici dando luogo ad una eccentrica narrazione del carattere di genti appassionate e geniali, umorali e generose, l'incontro tra Benito Mussolini, Nicola Bombacci, Leandro Arpinati e Torquato Nanni è l'esemplificazione di ciò che quella terra è riuscita a seminare, nel bene e nel male.

Il raccolto sappiamo quale è stato, ma se qualcuno lo avesse dimenticato Giancarlo Mazzuca e Luciano Foglietta ce lo ricordano in un denso e coinvolgente saggio appena uscito: «Sangue romagnolo. I compagni del Duce» (prefazione di Sergio Zavoli, pag. 254, euro 18, Minerva edizioni). I protagonisti biografati, a vario titolo amici, sodali e ad intermittenza "nemici" (ma mai fino in fondo e comunque sempre e soltanto sul piano politico, poiché quello umano mai fu in discussione) oltre a raccontarci una parte non marginale della vicenda personale del capo del fascismo, ci introducono ad una storia unitaria che potrebbe intitolarsi al socialismo irrisolto.

Oppure, se si preferisce, alla tentazione di un'utopia che comunque ha attraversato il regime mussoliniano fino al suo epilogo, segnato non soltanto dallo scempio di piazzale Loreto, ma anche dal grido strozzato davanti al plotone d'esecuzione partigiano a Dongo di Bombacci, fondatore del Partito comunista d'Italia nel 1921: "Viva il socialismo!".

Si compiva così, l'ultimo atto di un dramma italiano iniziato molti anni prima, quando i due amici romagnoli, sognando la rivoluzione, finirono per trovarsi l'un contro l'altro e poi ancora insieme ma distanti ed infine tutti e due appesi per i piedi ad un distributore di benzina davanti ad una folla feroce e urlante. Il Duce e l'amico di Lenin. Questi che venne respinto ed estirpato dalla storia che aveva scritto con le sue azioni da compagni cinici ed ideologicamente azzimati: Gramsci e Bordiga prima, Togliatti e Longo poi. L'altro tradito da chi lo aveva osannato, fin nella sua stessa famiglia. Ed il loro sangue romagnolo tinse un ramo del lago di Como.

La stessa fine toccò ai due amici di entrambi, Arpinati e Nanni, fascista l'uno ma in disgrazia poi, antifascista l'altro, ma a modo suo mussoliniano non foss'altro per aver lavorato con il socialista di Predappio prima all'Avanti! e poi al Popolo d'Italia, massacrati senza ragione in quel di Malacappa, quaranta giorni prima del 25 aprile, da un commando di otto partigiani. Nanni fece scudo con il suo corpo a Leandro, ma tutti e due stramazzarono a terra, l'ex ministro mandato al confino e l'avvocato antifascista rimasto fedele ad una certa idea di socialismo. Perché dovevano morire? Mazzuca e Foglietta nel dettagliato racconto delle traversie dei compagni di Mussolini ci fanno capire come la morale di tutta la loro storia è quella di un "mutuo soccorso" tra amici non sempre in sintonia, ma legati a qualcosa di molto più profondo della politica nell'accezione corrente. Una questione di "sangue" o di fedeltà agli ideali della giovinezza? Non lo sapremo mai.

Certo è che il legame profondo che caratterizzò le esistenze tumultuose e tragiche dei quattro romagnoli, paradossalmente, come dimostrano i tanti episodi ricordati dagli autori di questo suggestivo libro, superò fascismo ed antifascismo, socialismo e nazionalismo, sostanziandosi comunque di una fede rivoluzionaria che nessuno riuscì a soddisfare a pieno, ma soprattutto si radicò in un sentimento di amicizia capace di abbattere steccati e divisioni.

(di Gennaro Malgieri)