giovedì 20 gennaio 2011

Le anime di Futuro e Libertà. Bocchino, Granata e Briguglio: ma non vogliamo morire finiani


La storia di Italo Bocchino, per esempio, uno dei terribili tre con Fabio Granata e Carmelo Briguglio che da destra hanno mosso guerra a Silvio Berlusconi, sarà tutta da scrivere. E possiamo metterci la mano sul fuoco. Il vero obiettivo del quarantenne in maniche di camicia – possiamo dirlo? – sarà Gianfranco Fini. E non perché Bocchino sia un traditore. Ma per ovvia evoluzione: «Sono giovane e gioco in serie A». E per via di una biografia, quella da nemico numero uno dei berlusconiani, segnata da una serie di colpi messi a segno.

Se Fini, quest’estate, inseguito da una campagna stampa per la vicenda di Monte-Carlo (l’appartamento di proprietà di An finito ai Tulliani), non s’è dimesso, si deve a Bocchino che lo ha convinto a restare davanti a una videocamera per il messaggio web poi oggetto di uno speciale tv di Enrico Mentana. Lo ha costretto a restare presidente della Camera, dunque dentro un ruolo istituzionale, e il risultato è stato di non coinvolgerlo in quella realtà territoriale qual è ormai Fli.

Giusto un partito, ciò che Fini, forse più dello stesso Berlusconi rispetto al Pdl, non ha mai amato, se è vero che durante il suo eterno ruolo di leader del Msi prima e di An dopo ha sempre disatteso le regole di un confronto con la classe dirigente e con gli stessi militanti.

Il punto di forza di Bocchino rispetto a Fini, poi, è la freddezza riguardo all’obiettivo. La violenta battaglia di Bocchino contro Berlusconi, contraddistinta anche da capricci o da sconfinamenti politici nella cerchia di amici quali il ministro Mara Carfagna, amica dell’uno quanto dell’altro contendente, non lo ha deviato dalla traiettoria. Quella che per un moderato come Bocchino è ancora uno sbocco naturale, ovvero un partito per quella maggioranza di italiani non di sinistra, dove Berlusconi è ancora fondamentale. Di certo è così per Bocchino, ma non per Fini che nutre (ricambiato) una forte pregiudiziale verso il premier: il fatto personale.

Se è nota la battuta pronunciata a denti stretti da Fini nei corridoi di Montecitorio: «Io sono disposto a incontrare ancora Berlusconi ma con una cintura da kamikaze, salterò pure io ma finalmente salterà anche lui», non ancora conosciuta è la promessa che l’ex leader di An ha fatto alla sua donna, Elisabetta Tulliani, e che ha poi raccontato agli amici: «A Natale faremo festa togliendo Berlusconi da Palazzo Chigi».

Ecco, con tutta questa inusitata passione, un algido come Fini s’è di fatto retrocesso al ruolo di moschettiere, laddove Bocchino è sempre più un solido Richelieu pronto a concedere al vecchio re d’Arcore un ruolo nel frattempo che gli sottrae pezzi di reame. O magari riprendere un campione della cerchia elettorale in Campania come Alfredo Vito, mister 100 mila preferenze, radar infallibile in quella battuta di caccia qual è la verifica delle urne sempre necessaria malgrado i proclami dell’immacolata «politica nuova». Oppure ancora più attento alle sfumature dell’establishment, tanto è vero che Bocchino, a dispetto di un’antica esclusione della destra dai giri giusti, è ben introdotto nell’alta società. A differenza di Fini, stretto fra i suoceri a Val Cannuta, ridente quartiere della Roma periferica, Bocchino frequenta Paolo Mieli.

Se Bocchino è di destra senza alcuna ombra di dubbio, tanto di destra da non essere mai stato un «sociale» durante la sua militanza di missino, ben diverso è il percorso di Fabio Granata e di Carmelo Briguglio, i due siciliani che sono assurti a ruoli di primo piano in questa vicenda politico-culturale della guerra al berlusconismo; una vicenda pregna di radici intellettuali così di sinistra da suscitare sorpresa solo in chi non conosce la storia di quel mondo. Briguglio, formatosi all’Ars, ovvero il parlamento regionale siciliano, già componente dell’area di Domenico Mennitti, Proposta, oggi al Copasir è diventato l’osso duro di ogni argomento sgranocchiato nella difficile digestione della polemica contro Berlusconi. Lui stesso, arrivato da Furci Siculo, in provincia di Messina, con la sua figura da instancabile dichiaratore alle agenzie di stampa, nonché star di SkyTg24, si mostra sodale con il suo presidente, con Massimo D’Alema in questo caso. Ma come dice Antonio Pennacchi, premio Strega per Canale Mussolini, «la rottura dei finiani con Berlusconi non è una deviazione rispetto a un’ideologia, anzi, sono perfettamente in linea con l’asse ereditario», e Briguglio e Granata, a differenza dello stesso Fini, che è stato sempre fuori dall’asse sociale e popolare, non stanno contraddicendo una sola sillaba rispetto all’alfabeto utilizzato negli anni della loro militanza di missini.

A differenza di Fini, un capo movimentista come Granata non fa che proseguire nel solco di quella che fu la battaglia della Nuova destra (tanto è vero che al suo fianco, sebbene si sia dichiarato distante e non interessato Marco Tarchi, fondatore della Nuova destra, ci sono però Monica Centanni e Peppe Nanni, animatori del Manifesto di ottobre) su ecologia, legalità, politica estera non succube dell’atlantismo.

Già assessore alla Cultura del governo siciliano, vice di Totò Cuffaro, Granata ebbe modo di farsi odiare dagli ambienti mefitici dell’isola per i suoi interventi contro la devastazione del paesaggio, a partire dalle pale eoliche fino ad arrivare agli scavi indiscriminati sui siti archeologici e nella Val di Noto promossi dalle società americane. Ebbe al suo fianco, oltre al presidente Cuffaro che lo sostenne, i grossi nomi della società civile: Giulia Maria Crespi e Andrea Camilleri.

Impegnato nella battaglia contro la mafia, Granata ha portato dentro il nuovo Fini quei temi che l’ex leader di An doveva farsi spiegare da Maurizio Gasparri. Come quando, in un convegno del Fronte della gioventù a Siracusa, giusto Gasparri chiamò Paolo Borsellino ad aprire i lavori. E se adesso il presidente dei senatori del Pdl è stato tolto dalla fotografia, verità storica impone di dire che quella della guerra ai mafiosi era il tratto distintivo di quel Msi, quello che ai funerali dell’eroe insegnò a tutta Italia a gridare: «Meglio vivere un giorno da Borsellino che cento da Ciancimino».

Che Granata sia diventato oggi un eroe della sinistra, omaggiato perfino a Cannes dai cineasti, com’è successo alla proiezione dei Malavoglia di Pasquale Scimeca, non è solo un episodio della interessante metamorfosi degli ex missini, ma della incapacità della sinistra di vigilare i propri stessi confini. Non hanno saputo fare neppure quel lavoro che, al contrario, ha ben potuto costruire la destra dei «sociali». Ed è perciò che ha dovuto fare la destra ciò che la stessa sinistra non ha saputo approntare nel ventennio berlusconiano, inventare un’opposizione.

(di Pietrangelo Buttafuoco)

giovedì 13 gennaio 2011

Sorpresa Le Pen


Chi ha sempre guardato con occhio ideologicamente disincantato alla figura di Jean-Marie Le Pen e al suo partito, il Front National, espressione di un’ultradestra galouise, non può stupirsi più di tanto del sondaggio Tns-Sofres che accredita le idee lepeniste appoggiate da più di un francese su cinque. Le Pen, una specie di leader dalle dieci vite, uno di quei capi che in Italia classificheremmo tra la razza con la pellaccia da prima Repubblica, domenica prossima lascerà la presidenza del partito, probabilmente nelle mani della figlia Marine. Dal quel momento può aprirsi, nella Francia dello scontento sarkozista e della sinistra in ambasce d’idee, una stagione politica ricca di sorprese. Perché sempre lo stesso sondaggio segnala che una quota crescente di elettori dell’Ump, la destra costituzionale che sta al governo, guarda senza paraocchi a ciò che finora la politica francese ha relegato nell’impensabile: un accordo elettorale con il Fn. E si tratta del 35% di elettori dell’Ump, che non sono pochi vista la pessima stampa di cui soffre il partito lepenista, caso più unico che raro di partito sempre forte nei suffragi ma condannato a una totale emarginazione politica in virtù del sistema elettorale a doppio turno.

In verità, da quando nel 2002 si è consumato lo shock del ballottaggio tra il vecchio lottatore del FN e Jacques Chirac per la presidenza, la strategia della destra gollista è stata quella di esaurire progressivamente il bacino elettorale lepenista rubando poco a poco le battaglie che avevano fatto, ad esempio, del Fn il primo partito operaio: sicurezza, lotta all’immigrazione clandestina, identità nazionale. E così via, in un catalogo che raccoglie l’intera famiglia delle destre europee dentro e fuori il Ppe. Si può anche definire questo tipo di strategia come una specie di gestione a fini elettorali delle paure diffuse, eppure la storia sta dimostrando che queste idee continuano a funzionare, nella loro potenza evocativa capace di attecchire nei timori profondi dei francesi, anche al di là dell’effettiva coerenza con quanto accade nella vita quotidiana degli elettori. Tra l’altro, uno dei risultati migliori ottenuti da Sarkozy durante e dopo la sua corsa elettorale del 2007 fu quella di evitare che alcune pulsioni – l’inconscio burrascoso che si agita in qualsiasi popolo sotto la forma del fantasma del "diverso" – potessero diventare incontrollabili, se lasciate nelle sole mani di un partito escluso di fatto sia dal governo sia dalla rappresentanza parlamentare.

Oggi che il sarkozismo annaspa, e si aggroviglia pure nella cattiva gestione di faccende complesse come il grande dibattito sull’identità francese, inaugurato qualche mese fa in pompa magna e naufragato in una sostanziale ingestibilità, l’ipotesi di una specie di "costituzionalizzazione" del Fn, analoga a quanto avvenuto dal 1994 con la destra italiana, può non essere più fantapolitica. Si tratta solo di smetterla di considerare il Fn per quel che non è, ovvero un partito neofascista, e valutare se la destra radicale francese può seguire quel percorso di normalizzazione e di inserimento nella politica delle alleanze che più di dieci anni fa aveva già teorizzato un ideologo dimenticato del lepenismo "moderato", Bruno Mégret. Oggi questo compito potrebbe assegnarselo Marine Le Pen, guardacaso giudicata troppo moderata dai movimentini dell’estrema destra, operando una ripulitura della classe dirigente e una modernizzazione di idee e programmi. Stimolando una nuova ipotesi di rupture.

(di Angelo Mellone)

Ebbene sì, sono un traditore


Antonio Di Pietro ha dichiarato: “Chi è control’Unità d’Italia è un traditore”. Io sono un traditore. L’Italia migliore e più vitale è stata quella preunitaria. L’Italia dei Comuni, delle Repubbliche Marinare, dei Granducati. L’Italia-laboratorio dove, con l’affermarsi, a Firenze e nel piacentino, di una forte classe di mercanti (che oggi si chiamano imprenditori) ha avuto inizio laModernità. L’Italia della grande letteratura, Dante, Petrarca, Cavalcanti, Boccaccio, poi il Tasso e l’Ariosto su su fino a Foscolo, Manzoni, Leopardi. L’Italia della grande arte, Piero della Francesca, Paolo Uccello, Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Botticelli, Caravaggio, Tiziano, Tiepolo. L’Italia delle cattedrali, delle chiese, delle pievi, dei borghi e del suo straordinariopaesaggio (oggi ampiamente e unitariamente sconciato) che sono poi i motivi per cui i turisti stranieri vengono ancora da noi.

L’Italia unitaria, dal punto di vista culturale, ha avuto ancora un buon periodo ai primi del Novecento, con le avanguardie, la grande stagione delle riviste, La Voce, La Ronda, La Cerba, il Leonardo e durante il fascismo, dove fummo primi in un settore modernissimo quale il design industriale. Sul secondo dopoguerra, cinema e qualche eccezione a parte, è meglio stendere un velo pietoso.

Politicamente l’Italia unita ha fatto due guerre. Una l’ha vinta cambiando alleato, nell’altra ha sbagliato alleato e l’ha persa nel più ignominioso dei modi spaccando, in questo caso sì, il Paese in due. Piazzale Loreto resta, simbolicamente e concretamente, una vergogna indelebile. Nel dopoguerra, a parte l’euforia della ricostruzione (è facile essere felici quando si è salvata la pelle), è stato un disastro, soprattutto a partire dalla fine degli anni Sessanta. Siamo l’unico Paese al mondo ad avere quattro mafie (quella propriamente detta, la camorra, la ‘ndrangheta, la Sacra Corona Unita), ai primissimi posti per la corruzione, svuotati di ogni contenuto che non sia materiale e di ogni valore che non sia il Dio Quattrino. Che cosa dovremmo celebrare, presidente Napolitano?

Lo Stato nazionale, come ogni costruzione umana, non è eterno. Ha avuto la sua funzione in un determinato periodo storico. Nacque, in Europa, per motivi di difesa ed economici perché l’infinità di dazi danneggiava quel libero mercato che proprio allora stava prendendo piede. Ma oggi, in Europa, nessuno Stato nazionale è così grande e forte da poter assicurare da solo la propria difesa, né così piccolo e coeso da poter dare risposta alle esigenze identitarie che, in epoca di globalizzazione, si fanno sempre più impellenti. In quanto al commercio non solo non ci sono più dazi ma, in Europa, nemmeno confini.

Quando l’Europa sarà politicamente unita, gli Stati nazionali perderanno ogni ragion d’essere. I suoi punti di riferimento periferici non saranno più gli Stati, ma le “macroregioni”, cioè aree geografiche economicamente, socialmente, culturalmente e climaticamente coese, che potranno anche superare gli attuali confini nazionali (non si vede perché non dovrebbero unirsi, per esempio, la Savoia e la Valle d’Aosta, il Tirolo con l’Alto Adige e il Trentino, la Riviera di Ponente con la Costa azzurra e la Provenza). Quelli che andiamo quindi gloriosamente a celebrare sono i 150 anni di un’istituzione morente.

(di Massimo Fini)

L’elitario esoterismo dell’islamico Guénon


A sessant’anni dalla sua morte, avvenuta il 7 gennaio del 1951, René Guenon può dirsi un autore molto più influente di quanto si potesse supporre dopo quarant’anni di oblio. Ma tale riabilitazione non è proprio avvenuta nel segno che avrebbero sperato lui e i suoi seguaci più devoti. Francese di Blois, classe 1886, Guénon fu un ènfant prodige degli angiporti e dei salotti della Parigi spiritualista della Belle Èpoque.

Fu accolto e "iniziato" in numerose conventicole spiritualiste o massoniche fra cui il martinismo, una chiesa gnostica, la massoneria scozzesista, gruppi neotemplari (uno dei quali fondato da lui medesimo su ordine di Cagliostro). Molto intelligente ma di cultura indisciplinata, il viso appuntito, gli occhi penetranti, Guénon si definiva un metafisico e diceva di essere in contatto con emissari dell’islamismo sufi, del taoismo, dell’induismo e delle più rare e misteriose tradizioni religiose. Collaborò con molte riviste, anche cattoliche, combattendo, nella prima fase della sua attività, teosofia e spiritismo (che giudicava pericolosi accessi al mondo infero).

Nel 1912, si convertì segretamente all’Islam. Nei quarant’anni che seguirono scrisse numerose opere, oggi quasi tutte tradotte da Adelphi (Il Regno della quantità e i segni dei tempi, La grande triade, Introduzione generale allo studio delle dottrine indù) o da piccoli editori d’estrazione massonica. Al centro delle sue riflessioni, di stampo apocalittico, ci sono: il concetto di "tradizione", un particolare perennialismo, una critica radicale della civiltà moderna e una dottrina minuziosa sulla coppia oppositiva esoterico-exoterico.

Il tutto, squadernato per guidare i pochi capaci di scorgere la luce in mezzo alle tenebre sempre più dense dei tempi ultimi. Quanto al cattolicesimo, per lui era una sorta di guscio vuoto, spiritualmente "inattivo". Spiegava i motivi di tale situazione con ragionamenti complessi e capziosi ma alla base c’era la mancanza di fede nella resurrezione di Cristo. Affermava che tutto ciò che di buono poteva venire dalla "forma" del cattolicesimo, arrivava dall’influsso di altre tradizioni più antiche che in esso si erano innestate.

Nel 1930 si trasferì al Cairo e divenne sheik di una conventicola sufi. La sua scarsa conoscenza della tradizione che principalmente intendeva criticare, il cristianesimo (ignorava quasi completamente la Patristica) ha pregiudicato il valore dei suoi studi sul simbolismo e sulla storia comparata delle religioni, sebbene sia possibile raccogliere, nelle sue pagine, intuizioni interessanti.
L’influenza di Guénon, ribattezzatosi ’Abd al-Wâhid Yahyâ, è stata a lungo limitata all’ambito dello spiritualismo militante. Nel tempo, però, piccoli gruppi hanno continuato a ricercare una (impossibile) concordanza tra il suo pensiero antimodernista e il cattolicesimo. È il caso di Marcel Clavelle, attratto dalle suggestioni esoteriche dello scrittore di Blois. Nessuno, oggi, che riconosca il depositum fidei potrebbe seriamente prendere in considerazione lo gnosticismo di Guénon.

Per lui la tradizione esoterica, trasmessa segretamente sin dai primi cristiani, rappresenterebbe l’essenza vera di quella «superiore realizzazione tradizionale», in pratica la salvezza, che sarebbe divenuta impossibile al comune praticante cattolico ancorato al "dominio religioso o exoterico"; un dominio limitato alla regolazione della morale, al devozionalismo e al (da Guénon vituperato) misticismo. In tale visione (tipica delle trattazioni magico-occultistiche romantiche) l’esoterismo diviene parallelo ma indipendente dall’exoterismo.

Lui stesso riconosceva parzialmente valide soltanto l’Ortodossia e l’islam cui si convertì. Nell’ambito spiritualistico (iniziatico, gnostico), invece, il suo influsso è andato via via ampliandosi tanto che oggi può considerarsi come uno dei pensatori più influenti nel demi monde esoterico e nello gnosticismo massonico (molte le logge a lui dedicate). Fenomeno più recente, invece, è l’interesse che le sue opere suscitano nell’esoterismo popolare, nello spiritualismo pop e persino New Age che s’è appropriato dei suoi modi e dei suoi concetti.

La distinzione fra esoterico ed exoterico si è diffusa in saggi di pseudostoria religiosa, nelle cataste di thriller sulla ricerca delle verità perdute, nei drammoni sulle origini del cristianesimo, nelle inchieste da carta patinata su misteri ed enigmi, nelle trasmissioni in seconda serata sulle verità inconfessabili. Così Guénon l’aristocratico, l’elitario flautato, il silente circondato da discepoli riservatissimi e devoti, come Frituhof Schuon, è divenuto, per una perfida eterogenesi dei fini, un maestro malgré lui di quella che lui stesso avrebbe chiamato l’antitradizione.

Ma la contraddizione era ben dentro al suo pensiero: teorizzando l’esistenza di una super-religione riservata ad un’élite di iniziati, capaci di passare da un culto all’altro, da una religione all’altra, si è trovato a condividere quest’idea con le masse ribollenti degli zeloti del relativismo.

(di Mario Iannaccone)

Riapre l’inchiesta su Primavalle: tre indagati


Da Roma a Rio de Janeiro fino a Managua. Rimbalza come una biglia nel flipper la notizia della clamorosa riapertura dell’inchiesta sul rogo di Primavalle. Schizza impazzita dall’altra parte dell’Oceano nel giorno in cui il Giornale rivela che Achille Lollo, uno dei tre mostri di Potere Operaio condannati a 18 anni quali assassini «colposi» dei fratelli Mattei bruciati vivi il 16 aprile del 1973, è tornato a Roma libero da pendenze giudiziarie (mai scontato un giorno di galera, condanna prescritta) dopo una latitanza trentennale trascorsa soprattutto in Brasile. La procura di Roma, che nell’ottobre scorso aveva archiviato il supplemento di inchiesta nato nel 2005 dalle dichiarazioni choc del condannato Lollo sulla compartecipazione all’agguato anche dei compagni Diana Perrone, Elisabetta Lecco e Paolo Gaeta (indagati e poi archiviati) ha messo sott’inchiesta nuovamente questi tre soggetti. Che risultano iscritti a modello 21 per il reato di strage, in concorso fra loro. E ciò alla luce di nuovi elementi top secret emersi nelle indagini e dagli accertamenti incrociati dopo il confronto fra le interviste rilasciate da Lollo con quelle del compare di Pot Op, Manlio Grillo (anche lui condannato per Primavalle al pari di Manlio Clavo) rifugiatosi in Nicaragua insieme al brigatista Alessio Casimirri col quale inaugurò il ristorante Magica Roma.

Latitanza dorata col placet dei sandinisti che diedero ospitalità a rifugiati rossi del calibro di Guglielmo Guglielmi, Tommaso Gino Liverani, Giovanni Lucchesi, Maurizio Leonelli, Angelo Vignolo, Almachiara D’Angelo, Enrico Castaldo, Daniela Dolce e molti altri. I magistrati romani hanno ripreso e sviluppato il fascicolo nato dalle dichiarazioni di Lollo (archiviato tre mesi fa) sulla base di quanto esternato in più interviste da Grillo, oggetto di specifica richiesta di rogatoria dei pubblici ministeri alle autorità di Managua. Nella prima intervista a Repubblica, del 17 febbraio 2005, l’ex katanga diventato maestro di diving a Managua smentiva l’amico Achille sostenendo che a partecipare materialmente all’attentato erano stati solo loro, che Lollo «aveva fantasie da borgataro», che dunque «i tre accusati da Lollo erano innocenti». Di lì a poco, alla giornalista Solange Manfredi, Grillo fece ulteriori rivelazioni che in parte smentivano le sue frasi virgolettate precedentemente da Repubblica. Specie laddove escludeva il coinvolgimento di Paolo Gaeta e Diana Perrone, senza invece fare alcun riferimento a Elisabetta Lecco, quasi a voler lasciare intendere la fondatezza del coinvolgimento di quest’ultima nell’esecuzione dell’agguato con una tanica di benzina.

L’interesse dei pm per Manlio Grillo punta soprattutto a fare luce su determinati aspetti che l’ex Pot Op ha sollevato nelle sue confessioni. A cominciare dall’interrogatorio a caldo subìto in Svizzera da Oreste Scalzone, Valerio Morucci e Jaroslaw Novak interessati a capire come si erano svolti realmente i fatti di Primavalle. Per passare alle presunte raccomandazioni dell’avvocato Tommaso Mancini, attraverso suo fratello Enzo, sul profilo «negazionista» da tenere con i media rispetto all’uscita kamikaze di Lollo.

La necessità di sentire Manlio Grillo in qualità di testimone, con l’obbligo di dire la verità, nascerebbe dunque dalla necessità di appurare le sue reali conoscenze sull’eventuale coinvolgimento di Paolo Gaeta, Diana Perrone ed Elisabetta Lecco. E in subordine per cercar di capire, una volta per tutte, se l’azione di Primavalle fosse un’iniziativa sporadica e isolata oppure rientrasse in una precisa strategia criminale inserita nel contesto della lotta armata che un’organizzazione come quella di Potere Operaio (nella quale militava Morucci, futuro brigatista rosso) poteva aver realizzato in tandem con affiliati alla formazione militarista della stella a cinque punte. Anche perché nella chiacchierata con la giornalista Solange il buon Grillo si lasciò andare a confidenze devastanti. Una su tutte. L’esistenza di un Grande Vecchio, burattinaio della lotta armata: «Altri due compagni, di cui uno è il capo effettivamente, a te lo dico, che è quello che ci ha detto “Fate sto nucleo e poi vediamo”, capisci? Quello è uno grosso, quello sta fuori. Si è salvato pure da tutte ’ste cose delle Brigate Rosse. Non ho mai capito, nessuno l’ha mai saputo, il nome di questo. È uno potente adesso - continua Grillo - già allora era potente a livello politico, potente ai livelli di Br e caso Moro. Duemila persone in galera e di lui? Da nessuno è mai stato fatto il nome suo». Anche di questo la procura di Roma vuol chiedergli conto.

(di Gian Mario Chiocci)

martedì 11 gennaio 2011

Maometto rinasce


(A seguito degli attentati contro i cristiani in Egitto proponiamo quanto scrisse il Dottor Plinio Corrêa de Oliveira sull'islam nell'ormai lontano 1947, quando ancora nessuno avrebbe osato fare simili previsioni).

Quando studiamo la triste storia della caduta dell'impero dell'Occidente ci costa capire la miopia, la superficialità e la tranquillità dei romani davanti al pericolo che si veniva formando. Roma soffriva, per aggiungere agli altri mali, di un’inveterata abitudine di vincere. Ai loro piedi stavano le più gloriose nazioni dell'antichità, l'Egitto, la Grecia, tutta l'Asia. La ferocia dei Celti era definitivamente ammansita. Il Reno e il Danubio costituivano per l'Impero una splendida difesa naturale. Come mai aver paura che i barbari che vagavano nelle selve vergini dell'Europa centrale potessero esporre a serio pericolo una così immensa struttura politica?

Abituati a questa visione, i romani non hanno avuto la flessibilità di spirito per capire la situazione nuova che pian piano si stava creando. I barbari hanno scavalcato il Reno, hanno incominciato la loro invasione, davanti a loro la resistenza delle legioni romane era debole, indecisa, insufficiente. Però i romani continuavano a ignorare il pericolo, ossessionati da un lato dalla sete assorbente dei piaceri, e dall'altro illusi da quello che si potrebbe chiamare in una detestabile terminologia freudiana "un complesso di superiorità". È ciò che spiega il sopore mortale in cui si sono conservati fino alla fine. Anche se consideriamo dentro questo insieme il mistero dell'inerzia romana, il quadro ci sembra particolare e magari un po’ forzato. Lo capiremo meglio se consideriamo un altro grande mistero che si para davanti ai nostri occhi, dal quale siamo in un certo modo partecipi: la grande inerzia dell'Occidente cristiano di fronte alla rinascita del paganesimo afroasiatico.

L'argomento è troppo vasto per essere trattato in blocco. Basterà, per comprenderlo bene, considerare soltanto uno degli aspetti del fenomeno: il rinnovamento del mondo musulmano.

Ricordiamo rapidamente alcuni dati generali del problema. Come si sa, il mondo maomettano abbraccia una striscia territoriale che comincia in India, passa per l'Arabia e l'Asia minore, raggiunge l'Egitto e va a finire nell'Oceano Atlantico. La zona di influenza dell'Islam è immensa sotto tutti i punti di vista: territorio, popolazione, ricchezze naturali. Però fino a qualche tempo fa certi fattori inutilizzavano in maniera quasi completa tutto questo potere. Il legame che potrebbe unire i maomettani di tutto il mondo sarebbe, evidentemente, la religione del Profeta. Però questa si presentava divisa, debole, e totalmente sprovveduta di uomini notabili nelle sfere del pensiero, del comando, o dell'azione. Il maomettanismo vegetava e questo sembrava bastare perfettamente allo zelo degli alti dignitari dell'Islam. Lo stesso piacere per la stagnazione e per la vita semplicemente vegetativa era un male di cui anche era colpita la vita economica e politica dei popoli maomettani dell'Asia e dell'Africa.

Nessun uomo di valore, nessuna idea nuova, nessuna impresa veramente grande poteva affermarsi in questa atmosfera. Ogni nazione maomettana si chiudeva su se stessa, indifferente ad ogni cosa che non fosse il piacere tranquillo e piccolo della vita quotidiana. Così ognuno viveva in un mondo proprio, diversificato dagli altri dalle loro tradizioni storiche profondamente diverse, tutti separati dalla loro reciproca indifferenza, incapaci di capire, desiderare e realizzare un opera comune. In questo quadro religioso e politico così deprimente, lo sfruttamento delle ricchezze naturali del mondo maomettano, ricchezze che considerate nel suo insieme costituivano uno dei maggiori potenziali del globo, era manifestamente impossibile. Tutto, quindi, non era altro che rovina, disaggregazione e torpore.

Così l'Oriente trascinava i suoi giorni mentre l'Occidente arrivava allo zenit della sua prosperità. Dall'era vittoriana, un'atmosfera di giovinezza, di entusiasmo e di speranza soffiava nell'Europa e nell'America. I progressi della scienza avevano rinnovato gli aspetti materiali della vita occidentale. Le promesse della Rivoluzione trovavano credito e negli ultimi anni del XIX secolo vi erano coloro che aspettavano il XX secolo come l'età dell'oro dell'umanità. È chiaro che un occidentale messo in questo ambiente si rendeva conto profondamente dell'inerzia e dell'impotenza dell'Oriente. Parlargli della possibilità di rinascita del mondo maomettano gli sarebbe sembrato qualcosa di così irrealizzabile e anacronistico quanto il ritorno agli abbigliamenti, ai metodi di guerra, e alla mappa politica del medioevo.

Di questa illusione viviamo ancora oggi. E, come i romani, fiduciosi nel Mediterraneo che ci separa dal mondo islamico, non ci rendiamo conto che fenomeni nuovi ed estremamente gravi accadono nelle terre del Corano. È difficile abbracciare in una descrizione sintetica fenomeni così vasti e ricchi come questi. Però in modo generale si può dire che dopo la seconda guerra, tutto l'Oriente – e con questa espressione vogliamo significare in un senso molto ampio abbracciando nella sua totalità le zone di civiltà non cristiana dell'Asia e dell'Africa - ha cominciato a subire un fenomeno di reazione antieuropeo e molto pronunciato. Questa reazione aveva due aspetti un po’ contraddittori ma ambedue molto pericolosi per l'Occidente. Da una parte, le nazioni orientali cominciavano a soffrire con impazienza il giogo economico e militare dell'Occidente, manifestando un'aspirazione ogni volta più pronunciata per la sovranità piena, per la formazione di un potenziale economico indipendente e di grandi eserciti propri. È ovvio che questa aspirazione comportava una certa "occidentalizzazione", cioè l'adattamento della tecnica militare, industriale e agricola moderna, del sistema finanziario e bancario euroamericano, all'Asia ecc.. D'altra parte però questo risveglio patriottico provocava un rinnovamento dell'entusiasmo per le tradizioni, abitudini, culto, storia nazionali. È superfluo aggiungere che lo spettacolo degradante della corruzione e delle divisioni alla quale stava sottomesso il mondo occidentale favoriva lo stimolo all'odio contro l'Occidente. Da questo proveniva la formazione in tutto l'Oriente di un nuovo interesse per i vecchi idoli, di un "neopaganesimo" mille volte più combattivo, risoluto e dinamico che il paganesimo antico. Il Giappone è un tipico esempio, ultratipico forse, di tutto questo processo che tentiamo di descrivere. Il gruppo ideologico e politico che lo ha messo nella categoria di grande potenza e che ha avuto per lui l'ambizione del dominio del mondo è stato esattamente uno di quei gruppi neopagani ostinatamente attaccati ai vecchi concetti di divinità dell'imperatore ecc.

Ora, un fenomeno più lento, però non meno vigoroso di quello del Giappone, è accaduto in tutto il mondo Orientale. L'India, l'Egitto, la Persia, la Turchia, queste potenze possiamo dire si sentono orgogliose del loro passato, delle loro tradizioni, della loro cultura e desiderano conservare con zelo nello stesso tempo mostrandosi fieri delle loro ricchezze naturali, delle loro possibilità economiche e militari, e del progresso finanziario che stanno ottenendo. Giorno dopo giorno loro diventano più ricchi, costruiscono città dotate di un sistema governativo efficace, di una polizia bene attrezzata, di università strettamente pagane ma molto sviluppate, di scuole, ospedali, musei, tutto ciò che per noi significa in qualche modo potere del progresso materiale. Nelle loro casse l'oro si va accumulando. Oro significa possibilità di acquistare armamenti. E armamenti significano prestigio mondiale. È interessante osservare che l'esempio nazista ha impressionato fortemente l'Oriente. Se un grande paese come la Germania ha avuto un governo che ha lasciato il cristianesimo e non è rimasto rosso di vergogna di ritornare agli antichi idoli, cosa c'è di vergognoso nel fatto che un cinese o un arabo rimangano nelle loro religioni tradizionali?

Tutto ciò ha trasformato il mondo islamico e ha determinato in tutti i popoli maomettani, dall'India al Marocco, un sussulto che significa che il sonno millenario è finito. Il Pakistan – stato mussulmano indù alla vigilia dell'indipendenza – l'Iran, l'Iraq, la Turchia, l'Egitto sono i punti alti del movimento di risveglio islamico. Però nell'Algeria, nel Marocco, nella Tunisia, l'agitazione va in crescendo. Il nervo vitale dell'islamismo rivive in tutti questi popoli facendo rinascere in loro il senso dell'unità, la nozione dell'interesse comune, la preoccupazione della solidarietà e il piacere della vittoria.

Niente di questo è rimasto campato in aria. La Lega Araba, una confederazione vastissima di popoli musulmani raduna oggi tutto il mondo maomettano. È alla rovescia ciò che fu nel medioevo la Cristianità. La Lega Araba attua come un vasto blocco davanti alle nazioni non arabe, e fomenta in tutto il nord Africa l'insurrezione. L'evasione del gran muftì (Abd-el-Krim) è stata una chiara manifestazione della forza di questa Lega. La liberazione di Abd-el-Krim è più che questo, è un'affermazione del proposito deliberato in cui si trova la Lega di intervenire negli affari dell'Africa settentrionale, promuovendo l'indipendenza dell'Algeria, Tunisia e Marocco. È quello che abbiamo dimostrato nella sezione del giornale "7 giorni in rivista" dell'ultimo numero. Sarà necessario avere molto talento, molta perspicacia, delle informazioni eccezionalmente buone, per rendersi conto di ciò che significa questo pericolo?

(di Plinio Corrêa de Oliveira - “Legionario”, Giugno 1947)

domenica 9 gennaio 2011

L'era dei Cesari


Di tanto in tanto registriamo, con sorpresa, la straordinaria attualità di Oswald Spengler. In tempi di crisi, si dirà, è fatale che egli riemerga per ricordarcene i prodromi e le conseguenze che previde ed analizzò nei primi trent'anni del secolo scorso. Ma era tutt'altro che scontato, soltanto qualche decennio fa, che la sua morfologia della storia contribuisse, con tanta efficacia, a decifrare fenomeni che ci tengono in apprensione. I cicli storici che egli aveva delineato e sezionato nel Tramonto dell'Occidente sono una traccia interpretativa della quale non possiamo fare a meno, unitamente alle diagnosi di altri studiosi come Arnold Toynbee, Johan Huizinga, Ortega y Gasset.

Ma quanto di più politico scrisse, a cominciare da Jahre der Entscheidung, pubblicato in Germania nel 1933 con un titolo che non poteva essere più azzeccato, «Anni decisivi», appunto, sorprendentemente oggi si rivela una sorta di manifesto della crisi europea di fronte alle quale non c'è nessun Cesare, come all'epoca qualcuno impropriamente si riteneva, capace di dominarla.

Rileggiamo perciò, nella nuova edizione proposta dalla Editrice Clinamen, curata e tradotta da Beniamino Tartarini, con il titolo «Anni della decisione» (pp. 212, 15,90 euro), la spietata descrizione spengleriana di un mondo in dissoluzione, che se idealmente prosegue il discorso del «Tramonto», se ne distacca perché investe il declino nelle sue implicazioni più immediatamente socio-politiche che morfologico-culturali disegnate queste come inevitabili aurore e rinascite storiche di popoli e civiltà. Gli «anni decisivi» di Spengler si iscrivono nell'ampio libro della decadenza del quale, comunque, costituiscono le pagine della speranza se soltanto dovessero realizzarsi alcune condizioni che, a posteriori, abbiamo capito che erano irrealizzabili per una serie infinita di motivi.

Il libro consolidò la fama dello studioso monacense che aveva già messo i tedeschi davanti al loro destino tra il 1918 ed il 1922 con la sua opera più celebrata, assumendosi il compito - come aveva già fatto in Pessimismus?, tra l'altro - di richiamare gli europei alla riscoperta dei loro valori contro l'americanismo ed il bolscevismo, criticando aspramente l'economicismo quale destino finale dell'uomo (L'uomo e la tecnica, resta emblematico quanti altri mai) e mettendo in guardia il vecchio Continente dalla proletarizzazione che stava assumendo proporzioni gigantesche e sulla quale si sarebbe saldata la «rivoluzione mondiale bianca» con la «rivoluzione mondiale di colore».

Hitler non accolse con favore l'opera; i nazisti la criticarono aspramente per le allusioni, tutt'altro, al «plebeismo» delle «camicie brune» e perché l'autore era un aristocratico che non gradiva la strumentalizzazione e l'irreggimentazione delle masse. Di diverso avviso fu Mussolini che commissionò la traduzione italiana a Vittorio Beonio Brocchieri, uno dei migliori germanisti dell'epoca, dopo che egli stesso lo aveva segnalato con una recensione anonima sul «Popolo d'Italia». Anche la gioventù tedesca non amò Jahre der Entscheidung: non infiammava gli animi, ma offriva soluzioni di tipo rivoluzionario-conservatore che se fossero state seguite probabilmente la storia avrebbe avuto un altro esito.

Spengler non si diede cura delle critiche. Il suo sguardo era rivolto altrove. Agli «anni decisivi» che si approssimavano: gli esiti non riuscì a vederli poiché la morte lo colse nel 1936, a soli cinquantasei anni, alla vigilia della disintegrazione dell'Europa, mentre si affermavano tutte le fosche previsioni che aveva formulato. Consapevole, comunque, che sarebbe accaduto quello che aveva cercato di far comprendere ai suoi contemporanei: l'inevitabile fallimento di tutte le mitologie progressiste che avevano trasformato la civiltà (Kultur, come la chiamava) europea. E concludeva: «Forse già in questo secolo, le ultime decisioni aspettano il loro uomo. Di fronte ad esse i piccoli obiettivi e concetti della politica odierna rovinano nel nulla». Chi può dire che non avesse ragione?

(di Gennaro Malgieri)

venerdì 7 gennaio 2011

Il volto luciferino dell'Occidente

(Intervista di Maurizio Blondet al filosofo Massimo Cacciari)

«II Papa deve smettere di fare il katéchon!», esclamò d'improvviso Massimo Cacciari. Mi stupì la sua foga, e ancor più il fatto che subito dopo parve pentirsi, come se la parola gli fosse sfuggita. Era un giorno del settembre 1993, e io lo stavo intervistando nella sua casa tersa, piena di volumi. Fuori, Venezia si sfaceva nel suo mare fecale, sotto un cielo grigio.

Katèchon? Non ricordo molto di greco. Dovetti chiedergli che cosa volesse dire. «Katéchon è Ciò che trattiene», rispose Cacciari guardandomi incerto: «Ciò che trattiene l'Anticristo dal manifestarsi pienamente. San Paolo, ricorda?». Ora ricordavo: Seconda Lettera ai Tessalonicesi (2, 6 e seguenti). Il passo enigmatico in cui Paolo di Tarso accenna al futuro manifestarsi dell'Anticristo, Anomos: «II figlio di perdizione, colui che si contrappone e s'innalza sopra tutto quel che si adora come Dio, tanto che siederà egli stesso nel tempio di Dio, spacciandosi per Dio». Ma non crediate che la venuta dell'Anticristo sia imminente, aggiunge subito l'apostolo. C'è qualcosa che «trattiene» l'Antícristo dall'irrompere nel mondo.

Ė qualcosa di misterioso, di cui san Paolo deve aver già parlato in passato ai fedeli di Tessalonica. «Non vi ricordate come io, quand'ero tra voi, vi dicevo tali cose? Perciò voi sapete che cosa sia quel che lo trattiene (=katéchon), affinché sia manifestato a suo tempo. Perché è già al lavoro il mistero d'iniquità, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene. Allora sarà la manifestazione dell'Iniquo». Che cosa può essere «ciò che trattiene» l'Anticristo? Cercai di ricordare. Mi risposi che, genericamente, doveva essere la fede cristiana, forse la Chiesa, i sacramenti. Cosi pareva intenderlo Cacciari, del resto, e mi stupì anzitutto che egli pretendesse dal Pontefice che «smettesse» di fare ostacolo all'Anticristo, che cessasse di far da argine alla Perdizione. Per quanto patetico appaia oggi quest'argine, se è poi la Chiesa, di fronte all'edonismo e alla secolarizzazione ‑ se sono questi i segni dell'Anticristo ‑ come si può chiedere al Papa di non opporsi al Male? Mi domandai anche: perché Cacciari desidera accelerare l'avvento dell'Anticristo?

La nostra conversazione, fino a quel momento, non faceva prevedere quell'esito. Lo stavo interrogando sui «valori» della cosiddetta «etica laica». Mi rispose, sarcastico, che ‑ per cominciare ‑ andava sgombrato il campo dall'abuso, dalla ripetizione a vanvera del termine «etica». «Ethos, o per i latini Mos, non è affatto ciò che noi oggi intendiamo per "etico'' o "morale". Ethos non indicava comportamenti soggettivi; indicava la "dimora", l'abitare in cui ogni uomo si trova alla nascita, la radice a cui ogni uomo appartiene. In questo senso, un greco non era più o meno "etico" per sua scelta o volontà. Egli apparteneva a un ethos. A una stirpe, a un linguaggio, a una polis. Che non era stato lui a scegliere».

Come nell'Induismo, osservai: dove un uomo, per il fatto di nascere in una precisa casta, appartiene alla sua casta. Ed è soggetto allo swadharma, la «legge» (dharma, che significa anche «dovere» e «destino») propria della sua (swa) casta. In India non esiste una morale; esiste un dharma per ogni casta, e il dharma del contadino è diverso da quello del re, ciascuno ineluttabile e non evitabile.

Cacciari annui: «Ogni società tradizionale ha, o meglio è, un ethos. Ogni società tradizionale, come un albero rovesciato, ha la sua radice nella legge divina, nel nomos. La legge della polis, dice Erodoto, è l'immagine di Dike». L'ethos, ripete, impone all'uomo valori che non è lui a scegliere, a decidere, ma a cui appartiene. Ma in Europa questa appartenenza è entrata in crisi quasi fin dall'inizio. Per l'uomo europeo è venuto molto presto il tempo della frattura con l'ordíne degli dèi; il tempo della decisione. L'ethos era già in crisi profonda con l'Ellenismo, «cosmopolíta» ossia sradicato. «E duemila anni fa, l'ethos ha cessato completamente di esistere».

Duemila anni fa, quando Cristo apparve nel mondo? «Sì, il Cristianesimo è stato dirompente rispetto a ogni ethos». Per provarmelo, Massimo Cacciari cercò un passo nel De Civitate Dei. Non riuscì a trovarlo; me ne dette un riassunto ad sensum. «Sant'Agostino lo dice chiaramente: la Città di Dio è pellegrina in terra; ne segue che il cristiano non ha casa o è a casa sua dovunque. Il cristiano "non si cura" dei diversi costumi, delle diverse leggi, delle diverse istituzioni con cui la pace terrena si ottiene o si mantiene». (Ho scoperto dopo che Massimo Cacciari cita quel passo con precisione nel suo Geo‑filosofia dell'Europa, editore Adelphi, p. 116: è il cap. XIX, 12‑17, del De Civitale Dei). Il Cristianesimo non ha più radici in costumi tradizionali, in una polis specifica, in un ethos; non ha più nemmeno una lingua sacra.

Ciò vuol dire, continuò, che il Cristianesimo si rivela essenzialmente sovversivo dell'Antichità e dei suoi valori; che esso spezza definitivamente i legami fra gli dèi e la società. L'ethos antico era una refigione civile; gli dèi erano, inevitabilmente, gli dèi della polis, Erano dèi di ferro: Socrate fu condannato perché la sua libera investigazione offendeva gli dèi della polis, ma radicavano l'uomo, lo riparavano dalla decisione. Il Cristianesimo, consumando la rottura con gli dèi della Città, sradica l'uomo: «Con il Cristianesimo comincia la nostra "etica" come decisione, come un sistema di valori che io scelgo, come "libero arbitrio"». Uno stato doloroso: il Cristianesimo, nella visione di Cacciari, getta l'uomo nella libertà come un naufrago è gettato nel mare in tempesta.

«E la Chiesa è perfettamente consapevole di quanto sia tragica la libertà che ha donato all'uomo. Già Agostino paventa che, sradicati gli dèi della Città, la città dell'uomo diventi il campo dove si scontrano meri interessi, il regno della forza. Per questo tutta la cultura cristiana è un correre ai ripari contro la tragedia che ha provocato, una tensione disperata a riparare il pericolo che viene dalla frattura tra la Città di Dio e la città dell'Uomo. In questo senso, è davvero la Chiesa a fondare la civiltà europea. Perché l'Europa, la sua storia, è la storia di questo sradicamento, dell'angoscioso obbligo di decidere che deriva dalla perdita definitiva dell'ethos. Ė la storia delle soluzioni disperate che l'Europa via via escogita per darsi leggi "morali" le quali ‑ senza sopprimere la libertà ‑ trattengano la società dal divenire il campo della pura violenza».

Ma queste norme, non più radicate nel Sacro, sono per forza precarie, sostenne Cacciari; esse devono continuamente essere «superate». «E qui è la grandezza dell'Europa e la sua miseria: il suo sforzo bimillenario per dare norme a una libertà che è sempre sul punto di delirare. Il fatto è che il Cristianesimo, liberando l'uomo dall'ethos, libera in lui la potenza del pensiero: il potere di mettere in discussione ogni tradizione ricevuta, il potere che tutto oltrepassa».

Non potei fare a meno di notare lo stupefacente corollario a cui conduceva quest'ordine di pensieri: la secolarizzazione totale che viviamo sarebbe dunque figlia della sovversione originaria operata dal Cristianesimo. In apparenza antagonisti, l'Illuminismo libertino di cui subiamo gli esiti estremi, e la Chiesa, avrebbero in realtà la stessa radice. Protestai (temo troppo debolmente) che non poteva essere; che anche l'ethos cristiano è radicato nel sacro... Cacciari m'interruppe con impazienza: «La vera differenza è che il Cristianesimo sa che la volontà dell'uomo è ferita. Che diventando libero, l'uomo diventa libero di fare il male. Ogni "morale" laica e illuminìsta presuppone il contrario: che ogni uomo ha in sé i princìpi universali dell'azione. Che il bene è scritto nella sua coscienza, e gli basta seguirla».

L'illuminismo è pelagiano nel senso più lato, aggiunse: nega il peccato originale, crede che l'uomo possa salvarsi da sé. «Di più: ogni etica laica suppone che tutto ciò che si manifesta in me come mia natura è buono. Dunque i miei appetiti vanno soddisfatti perché buoni. Anzi, di più: perché necessari. Lungi dal predicare, come fanno i parroci, che gli appetiti vanno "ordinati", il laicismo pone proprio gli appetiti alla base del vivere civile».

Come, come? «Per esempio, la borghesia crede che il libero espandersi degli egoismi e degli interessi individuali dia luogo a quell'armonia collettiva che chiama "mercato", e di cui scopre adorante le leggi: le "leggi del mercato". Il Marxismo, dal canto suo, ha creduto che dalla lotta scatenata fra le forze economiche potesse nascere l'armonia finale, la "società senza classi". Ė la scoperta delle economie politiche. Che non a caso sorgono nell'Ottocento, insieme all'estetica».

L'estetica è la «scienza» che scopre le leggi dei godimento soggettivo, come l'economia politica è la «scienza» che scopre le leggi dell'interesse individuale, mi spiegò. «Sono queste due "scienze" a costituire la Modernità, e precisamente questa Modernità che oggi il Cattolicesimo si trova davanti come il Nemico».

Il giovane filosofo nero‑barbuto alludeva al Nemico finale, all'Anticristo? «Negli ultimi settant'anni», continuò lui, «La Chiesa ha creduto che il Nemico fosse il Comunismo. Non era sbagliato; il Comunismo ha scatenato, ha portato alle ultime conseguenze, la volontà di potenza europea. Il Comunismo affermava: l'uomo si salva da sé, armato di economia e di estetica. La Chiesa, giustamente, l'ha sentito come una sfida mortale. Oggi che il Comunismo è caduto, però, contro la Chiesa si rizza il Nemico vero, il Nemico finale: un sistema estetico‑economico totalmente secolarizzato».

Qui capivo meglio a che cosa Cacciari alludesse: quell'ultimo Nemico era già stato identificato dal chiaroveggente Del Noce. Ẻ il Capitalismo ulteriore al Comunismo, che ingloba in sé le larve psichiche e sociali scampate alla decomposizione del marx­leninismo: «l'intellettuale dissacratore come custode del nichilismo», «trasformato in funzionario dell'industria culturale alle dipendenze del potere» economico. E' «lo spirito borghese allo stato puro» a cui si riduce la copula necrofila del Capitalismo con lo spettro del Marxismo, devitalizzato della sua tensione escatologica. Del Noce aveva previsto: il Comunismo sconfitto, «trasformato in una componente della società borghese ormai completamente sconsacrata», dominata «da una nuova classe che tratta ogni idea come strumento di potere». Il Comunismo addomesticato in «partito radicale di massa, adatto a mantenere l'ordine in un mondo da cui qualsiasi religione è scomparsa»; quello del Capitalismo internazionalista, del Nuovo Ordine Mondiale tecnocratico.

Insomma: il peggio dei due sistemi che, falsi antagonisti, anelavano in realtà ad adottarsi l'un l'altro: sì, poteva ben essere questa una buona descrizione dell'Anticristo. Ma Cacciari già continuava: «Per anni la minaccia comunista ha causato un'alleanza forzata tra la Chiesa e il sistema laico borghese. Ora quest'alleanza, che era finta fin dal principio, non è più possibile. Nessuna composizione è possibile tra la Chiesa e lo spirito borghese, con la sua "etica laica". Per un motivo preciso: che il cristiano deve mettere in discussione ogni sistemazione puramente terrena. Lui, "pellegrino" su questa terra, sa che ogni sistemazione della Città dell'Uomo è transeunte, che deve essere superata».

La sovversione cristiana si volge dunque ora contro il totalitarismo borghese‑radicale? «Lo spirito estetico­-economico borghese non tollera di essere messo in discussione; non ammette di poter essere superato». Mi parve di leggergli negli occhi l'evocazione paolina del Figlio di Perdizione, «colui che s'innalza sopra tutto quel che si adora come Dio». Cercai di fare dello spirito: «Ma l'essenza della società borghese è il liberalismo, e per principio il liberalismo mette in discussione ogni principio...». ...«Il sistema borghese tollera di essere discusso solo al proprio interno», sancì Massimo Cacciari: «Verso ciò che è esterno ai suoi "valori", non ha pietà». E mi elencò i genocidi liberali: a cominciare dallo sterminio dei Pellerossa. «I Pellerossa erano radicati nel loro ethos, e l'Americano vedeva nel loro ethos un sistema di non‑libertà. Lo sterminio delle società sacrali, degli ethoi tradizionali, è prescritto dal liberalismo per il "bene" stesso dell'uomo». Ed enumerò: per sradicare il Giappone dal proprio sacro nomos, non ci volle nulla di meno che l'olocausto nucleare. Migliaia di tonnellate di bombe furono necessarie per stroncare fascismo e nazismo, «forme di neo‑paganesimo che cercavano di ricollegare la società a un Ethos». E il Vietnam, la Guerra del Golfo, l'intervento «umanitario» in Somalia nel 1993.

«Non si faccia illusioni: anche contro la Chiesa non esiterà a usare la più inaudita violenza, se la Chiesa si rifiuta di diventare un semplice supporto della società borghese. Ciò che la Chiesa non può fare: perché il cristiano è necessariamente sovversivo di ogni potere politico che si pretenda autonomo. Già negli Stati Uniti si teorizza come l'Avversario irriducibile sia l'Islam. Anche contro la Chiesa il conflitto diverrà sempre più drammatico. Da una parte la Chiesa e l'Islam, e dall'altra una "etica" laicista sempre più occasionale, e nello stesso tempo sempre più radicalmente universale, nella sua pretesa di essere l'unica valida».

Purtroppo credo abbia ragione, risposi. Forse viviamo davvero sull'orlo dei tempi ultimi. Sappiamo che cosa aspetta i credenti: la resistenza eroica al di là di ogni umana speranza, il martirio. La Chiesa lo sa: è scritto nella sua tradizione.

Fu allora che Cacciari lo disse. «II Papa deve smettere di fare il katéchon!». Poi, come pentito, precisò: «Voglio dire che lei, come cattolico, sa come finirà. Verrà l'Anticristo e trionferà, ma sarà sconfitto»

(fonte: http://www.ariannaeditrice.it/)