martedì 3 maggio 2011

Mio padre missino, ucciso dalle Br, dimenticato da tutti



Il cognome Giralucci dice poco o niente agli italiani, perfino a chi ha l’età per ricordare i famigerati anni di piombo. Eppure è legato a una data storica, in qualche modo di svolta, perché Graziano Giralucci è – con Giuseppe Mazzola, che morì insieme a lui – il primo morto ammazzato dalle Brigate Rosse. Con quel duplice omicidio – era il 17 giugno 1974, a Padova – le Br fecero il loro macabro «salto di qualità», passando dalle bottiglie incendiarie e i sequestri dimostrativi all’eliminazione fisica dei nemici. Il motivo per cui i nomi di Giralucci e Mazzola sono rimasti a lungo sepolti dall’oblio è molto semplice: i due erano militanti del Msi, quindi due fascisti, e a quei tempi uccidere i fascisti non era un reato. In più, secondo il costume dell’epoca, per diverso tempo si cercò di sostenere che Giralucci e Mazzola erano stati ammazzati non da estremisti da sinistra ma da fascisti, insomma che era stato un regolamento di conti. Anche i grandi inviati di tanti giornali «borghesi» avanzarono l’ipotesi della faida tra fascisti, come avevano già e avrebbero poi fatto – sempre sbagliando – anche per il rogo di Primavalle, per l’assassinio di Mikis Mantakas e perfino per quello di Sergio Ramelli. In quegli anni gran parte della stampa e della politica non voleva ammettere che accanto al terrorismo nero ne stava nascendo pure uno rosso. Ma il duplice omicidio di Giralucci e Mazzola era proprio opera delle Br, che infatti lo rivendicarono: e anni dopo (molti anni dopo) sono stati condannati sia i killer sia i mandanti morali, cioè i capi storici Curcio, Moretti e Franceschini.

Ora la figlia di Graziano Giralucci – Silvia, che ha 40 anni, fa la giornalista e la regista, è sposata e ha due figli – ha scritto un libro per ricordare e soprattutto per cercare di capire. S’intitola L’inferno sono gli altri ed esce oggi per Mondadori (pp. 192, e 17,50).

Silvia Giralucci non nasconde l’amarezza per le discriminazioni subite dopo l’omicidio del padre. Parla dell’«indifferenza che per tanti anni ha circondato il nostro lutto». Ricorda lo sbigottimento che provò quando seppe che Susanna Ronconi, una degli assassini di suo padre, fu nominata consulente del ministro Paolo Ferrero, nel secondo governo Prodi: «Ho sofferto molto in quel periodo… Mi faceva male che un esponente del governo usasse la Ronconi… per rimuovere uno scomodo passato di contiguità tra Br e intellettuali di sinistra… Mi faceva male constatare che l’assassina di mio padre non si sentisse in dovere di evitare i riflettori». C’è, in queste pagine, tutto il tema del drammatico isolamento vissuto dai familiari delle vittime del terrorismo. Silvia Giralucci sottolinea «la stranezza di un Paese dove chi ha testimoniato diventa un delatore mentre chi ha le spalle una storia “forte” di assassino proprio in virtù di quel passato “eroico” può accedere a posti di rilievo».

E poi, ancora, la triste sorpresa nel sapere che il Presidente Cossiga propone la grazia per Renato Curcio quando ancora non è finito il processo per l’omicidio di suo padre. E tanti ricordi amari di giorni e di incontri apparentemente banali: «Mi è capitato diverse volte di arrabbiarmi quando mi sono sentita dire da persone che scoprivano, dal cognome, di chi sono la figlia: “Conoscevo tuo padre, era un bravo ragazzo. Era di destra, ma non meritava quella fine”. Mi indignava quel “ma”. Mio padre non meritava quella fine e basta. Non la merita nessuno». Ci sono voluti trent’anni prima che il Comune di Padova mettesse una targa per ricordare il duplice omicidio di Giralucci e Mazzola. Una targa rimasta per dieci anni appesa a un palo «perché i condomini del palazzo dove papà e Mazzola erano stati uccisi rifiutavano di mettere a disposizione il muro».

Ma nonostante questi doverosi ricordi, il libro di Silvia Giralucci è tutt’altro che rancoroso. Anzi. La figlia del missino ammazzato prende le distanze da tante manifestazioni commemorative (e strumentali) di teste rasate e croci celtiche; e tenta di capire quel che successe in quegli anni. La sua città, Padova, è un microcosmo perfetto per ricordare la follia. È a Padova che nasce lo stragismo neonazista di Franco Freda e dei suoi sodali di Ordine Nuovo. È ancora a Padova che un giovane e coraggioso magistrato, Pietro Calogero, per primo indirizza le indagini su piazza Fontana verso le complicità tra estrema destra e servizi segreti. Ed è sempre a Padova, anni dopo, che nascerà quell’Autonomia Operaia alimentata e fomentata dal professor Toni Negri. Sarà lo stesso Calogero a ordinare il famoso blitz del 7 aprile 1979 contro Negri e i suoi discepoli. Per questo verrà bollato come fascista: proprio lui.

Silvia Giralucci ricostruisce la Padova di allora - con le sue notti dei fuochi e le sue violenze quotidiane - incontrando molti dei protagonisti: Calogero appunto, e poi il docente universitario Guido Petter e la ragazza che gli si sedette sulla cattedra durante una delle tante intimidazioni del «movimento» contro «i baroni»; e ancora il giornalista Pino Nicotri, arrestato per errore perché la sua voce fu scambiata per quella del telefonista del sequestro Moro; e quindi un ex estremista che oggi è uno dei tanti piccoli imprenditori del Nord-Est che girano Bmw...

La figlia del missino ammazzato racconta tutto senza odio e senza voler giudicare. Anche perché certe pazzie si giudicano da sole, come emerge dallo stupidario offerto da alcuni ex «rivoluzionari» intervistati nel libro. «Di quegli anni ho un ricordo bellissimo. Un’intensità e una passione che non ho mai più avuto nel resto della vita… Era violenza? Direi che era ironia, non violenza»; «Era un clima gioioso»; «Il concetto di legalità è sempre molto relativo»; «Dimostrazioni di potenza, adrenalina pura. È stato il periodo più entusiasmante della mia vita. Noi volevamo rendere questa società migliore». Sono solo alcune delle idiozie usate dai «reduci» che parlano nel libro, e che hanno se non altro il merito di non farci rimpiangere il passato, cosa così rara di questi tempi.

(fonte: www.lastampa.it di Michele Brambilla)

Sulla Libia Bossi lascia il cerino al Cav. per non dire che l'alleanza è a rischio


Vorremmo occuparci dell'uccisione di Osama Bin Laden e di una caccia durata dieci anni. Vorremmo tentare una riflessione sulla probabile fine di Al Qaeda e sul destino del qaedismo come ideologia terroristica. Vorremmo scrivere della suggestiva e commovente beatificazione di Giovanni Paolo II, del significato del suo pontificato e della continuità nel magistero di Papa Ratzinger. Vorremmo dedicare qualche pensiero al disordine mondiale, alla secolarizzazione che assume con il passare del tempo connotati sempre più inquietanti, giusto l'allarme di Karol Wojtyla. Vorremmo... E invece siamo qui ad intrattenerci sulla politichetta italiana, dal fiato corto, dalla pochezza contenutistica, dalla miseria delle sue classi più rappresentative incapaci di intravvedere ben altri orizzonti oltre il recinto del cortile di casa nostra nel quale, come galli razzolanti e stizzosi, si fanno guerre insensate a fronte di quelle vere che si combattono in tanti angoli del mondo, e non soltanto con le armi convenzionali.

Certo, è pur sempre una guerra - non compresa, forse demenziale, più subita che accettata - che ci fa temere l'apertura di un fronte interno politico in queste ore. La Lega ha presentato la sua mozione parlamentare nella quale chiede che venga stabilito un termine entro cui dichiarare la fine delle ostilità contro la Libia. Pretesa più stupida della guerra stessa. Si è mai visto un conflitto a tempo? Il Pdl cosa può rispondere, che il documento è irricevibile? Significa mandare in frantumi la maggioranza, far cadere il governo, provocare un terremoto politico e istituzionale di gigantesche proporzioni. Prende tempo, il partito di Berlusconi. Offre assicurazioni, per quanto è possibile. Fa appello al buon senso. Parole, parole. I fatti, al momento, dicono due cose. Primo: se vota la mozione così com'è si espone al ridicolo, peraltro sapendo che il governo non potrà mai corrispondere al desiderio di Bossi. Secondo: se non la vota, dichiara la fine della coalizione, per quanto tecnicamente la collaborazione potrebbe comunque continuare.

Non so se la Lega, pur con tutte le ragioni che può vantare (in effetti i bombardamenti sembrano eccessivi anche a noi, posto che non abbiamo la vocazione di servire Sarkozy ed assecondarne le ambizioni) si rende conto che il passo che si accingerebbe a compiere (è d'obbligo il condizionale per chi spera in un rinsavimento) porterebbe ad una inevitabile implosione della maggioranza cui non seguirebbe comunque necessariamente la fine della legislatura poiché il presidente Napolitano non scioglierebbe mai il Parlamento in costanza di un conflitto armato. Se lo facesse, darebbe luogo ad un'altra anomalia: un Paese in guerra impegnato in una campagna elettorale nel corso della quale si parlerebbe di processi, zoccole e bombe. Spettacolo da incubo.

Allora, semmai le cose dovessero precipitare, e cioè che la Lega dovesse tenere il punto, a Berlusconi, non convergendo sulla mozione - al momento non si vede come potrebbe fare - non resterebbe che rassegnare le dimissioni ed aprire la crisi sulla politica estera e di difesa: un'altra anteprima mondiale che esporrebbe l'Italia al pubblico ludibrio.

Non so se Bossi ha un retropensiero. Per una volta me lo auguro. Se avesse di proposito puntato così in alto al fine di ottenere dell'altro (sottosegretari, Consob a Milano, posizioni in Rai, eccetera), per quanto deprecabile il metodo usato, una via d'uscita la si potrebbe comunque trovare. Se, invece, come più d'uno sospetta, vuol proprio farla finita con il centrodestra perché tra i suoi si manifesta, in maniera crescente, una certa insofferenza, allora non c'è niente da fare e non resta che rassegnarsi. L'opposizione canterà vittoria ed il centrodestra canterà il proprio de profundis.

È uno scenario possibile? Purtroppo sì. Ed anche se non dovesse andare nei termini descritti, non si è lontani dal vero nel ritenere che una crepa vistosa, incolmabile, si è prodotta comunque nella coalizione. Perciò, per quanto ci si possa mettere una toppa, niente sarà più come prima. La legislatura andrà avanti fin quando potrà, stancamente, per oggettiva impraticabilità del campo a disputare la partita elettorale. Nel frattempo si approfondiranno le divisioni nel Pdl ed ognuno cercherà rifugio dove si ritiene più al riparo. Balcanizzazione del centrodestra? E che altro, se no?

Gheddafi ha dichiarato guerra all'Italia per rispondere all'attacco dell' "amico" Berlusconi. Un primo risultato l'ha ottenuto. Ha fatto scoppiare una guerra politica in Italia le cui vittime conteremo tra breve. Speriamo di sbagliarci.

(di Gennaro Malgieri)

lunedì 2 maggio 2011

E io sto con (Omar) Massimo Fini


No, Massimo Fini è proprio indifendibile. L’apologia del Mullah Omar (roba al cui confronto l’apologia del fascismo diventa quisquiglia e pinzillacchera) viene a concludere un percorso intellettuale strafottente, sfacciato, scandaloso. Un abbietto crescendo di mostruosità. Al rogo, al rogo!

E se non possiamo farlo col corpo del Massimo degli Imperdonabili- oltretutto un Narciso autoreferenziale della peggiore razza- facciamolo almeno col suo spirito. Veleno allo stato puro, travasato di libro in libro.

Massimo Fini, l’avvelenatore. Oltretutto recidivo. Cominciò col dirci che forse la Ragione aveva Torto, che gli illuministi non erano poi così illuminati, che, nonostante tutto, si stava meglio quando si stava peggio, ai tempi dell’Ancien Régime, prima che Liberté, Egalité e Fraternità iniziassero l’allegra vendemmia di teste ghigliottinate. Proseguì riabilitando quel porco di Nerone alla faccia dello stoico santo-subito Seneca e quell’anarchico di Catilina alla faccia del Remigio alla legge ligio Cicerone.

Dopodiché mostrò tutta la sua acrimonia di anti-moderno, anti-capitalista, anti-liberista, prendendosela, a mo’ di un redivivo Pound antiusuraio, col denaro “sterco del demonio”.

Non gli bastava, perché difese (da evoliano inconsapevole o perfettamente cosciente?) la femmina tutta “eros” e magari anche un po’ “tanathos” contro la donna, diciamo, “emancipata”, poco o per nulla femmina, ma furiosamente femminista, e subito dopo scrisse una vita di Nietzsche in cui il presunto e presuntuoso Superuomo rivelava tutti i suoi limiti di Superomino, con tante umane, troppo umane, subumane passioni e debolezze.

E alla fine se la prese con l’Occidente e la democrazia, demistificando immortali principi, carte costituzionali, istituzioni internazionali, progresso, guerre giuste, bombe intelligenti ecc. ecc., e contrapponendo al “migliore dei mondi possibili” l’abominevole grido del Ribelle, un po’ fascio e un po’ compagno, un po’ libertario e un po’ talebano, in ogni caso Distruttore di Europa, America e dintorni, soprattutto nei loro interventi umanitari, con incorporata diffusione del Verbo. E adesso il libro su Mullah Omar, Male Assoluto di tutti i Mali Assoluti, con tanto di provocatoria dedica al soldato Matteo Miotto, padano e veneto d.o.c., fatto fuori da un cecchino in Afghanistan.

Che ci facciamo lì?, si chiede l’Imperdonabile Massimo, parafrasando Chatwin.

Domande disgustose, indegne di quel lib-lab che un tempo Massimo era, dunque meritevoli del rogo. Però va data alle fiamme anche la “lettera aperta” di Matteo Miotto. Perché se Fini sta dalla parte dei Talebani, Miotto, prima di andare all’altro mondo per mano di un cecchino, ammirava negli afgani un popolo “che nasce, vive e muore per amore delle proprie radici, della propria terra e di essa di nutre”.

Non sarà che l’Occidente e più che mai l’Italia “sotto tiro” o, quanto meno, “sotto schiaffo” debba fare l’esame di (in)coscienza?

(di Mario Bernardi Guardi)

martedì 26 aprile 2011

Sai Baba è morto, l'illusione continua


La morte di Sathya Sai Baba, forse il più popolare guru indiano della seconda metà del secolo XX, induce a qualche riflessione sul successo che ha avuto in Occidente e in particolare in Italia, dove ha trovato seguaci fra ex-sessantottini affascinati dall'Oriente, professionisti - fra cui diversi medici, che hanno scelto di andare a lavorare nell'ospedale da lui fondato in India - e perfino un sacerdote lombardo, don Mario Mazzoleni (1945-2001), che la scelta senza riserve per Sai Baba ha condotto fino al dramma della scomunica. Ma chi era Sai Baba?

Satyanaryan Raji (1926-2011) nasce nel 1926 a Puttaparthi nell'Andra Pradesh (India del Sud). A quattordici anni entra in uno stato di esaltazione al termine del quale, il 23 maggio 1940, annuncia «Sono Sai Baba», assumendo lo stesso nome di un santo asceta, Sai Baba di Shirdi (1856-1918), molto popolare in India. Da allora comincia a raccogliere seguaci in un piccolo ashram, che oggi con il nome di Prashanti Nilayam è diventato un intero sobborgo di Puttaparthi.

Sathya Sai Baba - come è normalmente chiamato in India proprio per distinguerlo da Sai Baba di Shirdi - invita a tornare alle scritture tradizionali dell'India e a sperimentare Dio come stato di coscienza superiore, che è già dentro di noi e che può essere raggiunto non tanto attraverso la conoscenza, ma per mezzo di un'esperienza diretta che non è disgiunta dal compimento del proprio dovere e dal servizio reso agli altri. Dio, pertanto, per Sai Baba non è un'entità esterna separata dall'uomo, ma uno stato di consapevolezza che ciascuno di noi può raggiungere.

I fedeli considerano Sathya Sai Baba un avatar - cioè un'incarnazione divina - integrale (purnavatar), come Krishna; secondo loro, la storia è stata anche percorsa da «amshavatara», avatar «parziali», tra cui Gesù Cristo, Sri Ramakrishna (1836-1886) e Sri Aurobindo (1872-1950), ma solo il loro maestro è stata un'incarnazione totale e perfetta. Contrariamente ad altri maestri indiani - che considerano i miracoli come appartenenti a una sfera inferiore - Sathya Sai Baba ha affidato la prova del suo carattere di avatar ai segni straordinari o «siddhi». Ha così offerto ai seguaci ogni sorta di «miracoli», sia nel regno psichico (chiaroveggenza, profezie, apparizioni a migliaia di chilometri di distanza), sia nel regno fisico. Dalle mani del maestro usciva ogni giorno una cenere sacra (vibhuti) cui erano attribuite proprietà miracolose. Il maestro era inoltre ritenuto capace di fare apparire oggetti di ogni genere: statuette devozionali, anelli d'oro, il linga simbolo di Shiva, e perfino monete d'oro che recavano, come data del conio, l'anno di nascita del devoto per cui erano state «prodotte».

Questi fenomeni hanno portato molti specialisti occidentali a liquidare Sathya Sai Baba come espressione di un sincretismo superstizioso estraneo al «vero» induismo. Ma questo giudizio si scontra con il fatto che Sathya Sai Baba ha decine di migliaia di seguaci in India, pacificamente considerati devoti indù. L'induismo non ha una Chiesa o autorità che possano decidere chi è indù e chi non lo è. La più grande organizzazione indù, la Vishwa Hindu Parishad, espressione di un nazionalismo spesso intollerante verso le altre religioni che controlla il secondo partito politico indiano, ha sempre esaltato Sathya Sai Baba come un modello d'induismo, difendendolo dalle accuse di pedofilia che ne hanno turbato gli ultimi anni di vita, anche perché il guru di Puttaparthi ne ha sempre sostenuto i progetti politici. Uno dei più vicini collaboratori e oggi dei candidati alla successione di Sai Baba, il novantenne Prafullachandra Natwarlal Bhagwati, è stato presidente della Corte Suprema indiana, il più alto magistrato dell'immenso Paese asiatico. L'induismo non è il sistema «puro» insegnato in qualche università occidentale ma un complesso coacervo di miti, riti e devozioni popolari dove oggi sono entrati anche, come componenti essenziali per decidere almeno in India chi ne fa parte, il nazionalismo e la politica.

Sathya Sai Baba ha avuto successo anche in Occidente, come si è accennato, soprattutto in Italia. Una lettura di questo successo non può che fare riferimento alla grande crisi culturale degli anni 1960, che ha avuto il suo momento emblematico nel 1968. Il Sessantotto non ha eliminato - né sarebbe stato possibile - le domande di senso e di sacro che vivono nel cuore di ogni uomo, ma ha gettato un lungo sospetto sull'Occidente e sul cristianesimo. Ne è nato un pregiudizio favorevole nei confronti di tutto quanto è orientale e di tutto quello che si presenta come eterodosso rispetto al cristianesimo. Dai contestatori delle università a musicisti come i Beatles molti hanno preso la strada dell'India. Il fatto che molti italiani abbiano scelto Sai Baba si spiega con un gusto del miracoloso che non è estraneo alla nostra tradizione nazionale e che forse non sarebbe stato soddisfatto da forme d'induismo più «colte» e filosofiche.

Tuttavia, se si supera il clamore intorno ai «miracoli» e si cerca di capire in che cosa consiste l'insegnamento di Sathya Sai Baba, si scopre che il suo centro è la ricerca di Dio o del Divino non come Persona, al di fuori di noi, ma come stato della nostra coscienza. Si tratta dunque, come spesso accade in Oriente, di una «enstasi», qualche cosa che lo storico delle religioni Mircea Eliade (1907-1986) distingue rigorosamente dall’estasi. Nell'«enstasi» si entra sempre di più in se stessi e ci si chiude a ogni possibile trascendenza, mentre nell’estasi ci si apre al di fuori di sé verso un Dio trascendente. L'illusione, chiudendosi in se stessi, è quella di attingere così l'Essere, mentre al massimo - come ha notato un ex induista della generazione del 1968 belga, poi convertito e oggi sacerdote cattolico, padre Joseph-Marie Verlinde - si arriva al «Sé inteso come atto primo dell'esistenza che è soltanto e sempre l’atto di un essere creato e non dell’Essere divino increato». Il rischio, alla fine, è quello di un «narcisismo senza Narciso», secondo la formula del missionario e indologo francese Jules Monchanin (1895-1957). Chi s'illudeva, magari grazie a Sai Baba, di sfuggire alla prigione della soggettività, percepita come tipicamente occidentale, finisce per ritrovarsi rinchiuso a doppia mandata in quella stessa prigione. Sathya Sai Baba è morto, ma l'illusione continua.

(di Massimo Introvigne)

domenica 24 aprile 2011

Buona Pasqua


Scimus Christum surrexisse a mortuis vere:
Tu nobis, victor Rex, miserere.

venerdì 22 aprile 2011

Persino per Toni Negri Silvio è perseguitato


Aperte le virgolette: «Il potere giudiziario è diventato un potere quasi autocratico. A quel tempo il partito dei giudici era appena nato: il loro potere è diventato esorbitante grazie a un patto con la sinistra istituzionale che aveva dato alla magistratura mano completamente libera».

A quel tempo significa il 1983. Ma chi è l’autore di queste parole esplosive? Berlusconi, certamente Berlusconi.

Riapriamo le virgolette: «Sia ben chiaro, non metto assolutamente in discussione l’esercizio della giustizia e la sua indipendenza. Il dramma inizia quando la giurisdizione sostituisce interamente la giustizia, quando occupa e alla fine domina lo spazio politico».

Insomma, questo Berlusconi, sempre la solita solfa. L’unica novità, sembra, è che si fa risalire il «patto» scellerato addirittura alla fine degli anni Settanta e non alla sua discesa in campo.

Ancora virgolette, ma con sorpresa: «Quello che è stato fatto dai giudici contro l’estrema sinistra alla fine degli anni Settanta è stato ripetuto dieci anni dopo contro i socialisti e i berlusconiani. È stato orrido, questo déjà vu...». È davvero Berlusconi? Quel riferimento ai magistrati contro l’estrema sinistra avrà fatto venire qualche sospetto ai lettori. Che, infatti, hanno ragione. Il brano non è del capo del governo, bensì di Toni Negri, guru dell’estrema sinistra pensante e operante.

Il passaggio è a pagina 28 di un suo libro abbastanza recente, Il ritorno (Rizzoli 2003), pubblicato poco dopo il successo planetario di Impero, per il quale Time inserì Negri tra «le sette personalità che stanno sviluppando idee innovative in diversi campi della vita moderna». Può darsi, anche se di certo Negri non è un personaggio amabile.

Prima dirigente dei giovani dell’Azione Cattolica, poi socialista, infine fondatore, teorico e stratega di Potere Operaio insieme a Oreste Scalzone e a Franco Piperno. Fu processato per associazione sovversiva e insurrezione armata e condannato a 30 anni, nel 1984. Il processo si svolse sulla base del «teorema Calogero», dal nome del sostituto procuratore di Padova: il quale fu accusato da Amnesty International, insieme a altre autorità italiane, di avere manipolato la vicenda e avere commesso numerose irregolarità. La pena venne poi ridotta a 17 anni. Nel frattempo Marco Pannella aveva candidato Negri alla Camera, sostenendo che era vittima di leggi repressive imposte dal Partito comunista italiano con l’entusiastico appoggio della magistratura. Negri venne eletto, ma sarebbe ugualmente tornato in galera, dopo l’autorizzazione all’arresto concessa dal Parlamento, così fuggì in Francia. Ci rimase per 14 anni, insegnando all’università, finché decise di rientrare in Italia, per scontare la pena: prima in prigione, poi in semilibertà, fino al 2003. Due anni dopo Le Nouvel Observateur lo inserì tra i venticinque «grandi pensatori del mondo intero».

Non giurerei che lo sia davvero, ma non sbagliava quando parlò di una giustizia che «occupa e alla fine domina lo spazio politico»: prima contro l’estrema sinistra, poi con Tangentopoli, oggi contro Berlusconi. Ovvero contro gli avversari di quelli che Berlusconi chiama «i comunisti».

«Dovevano ricacciarmi in galera, nei meandri della persecuzione giudiziaria... troppo spesso in Italia le cose si risolvono così».

Sarebbe interessante sapere cosa pensa delle attuali vicende processuali di Berlusconi, oggi, il quasi ottantenne Toni Negri. Magari durante una cena a Arcore.

(di Giordano Bruno Guerri)

La cultura di destra? Clandestina, ma viva


Chi ha ucciso la cultura di destra? Le piste al vaglio degli inquirenti sono quattro: la sinistra, Berlu­sconi, Fini, il suicidio. O per dir meglio, le ipotesi finora avanzate sono le seguenti: a) l’egemonia culturale della sinistra con la sua cappa ideologico-mafiosa le avrebbe negato gli spazi di libertà e visibilità fino a soffocarla; b) l’egemonia sottoculturale del ber­lusconismo in tv e in politica l’avrebbe per metà corrotta e per metà emarginata; c) l’insipienza della destra politica avrebbe de­molito ogni ragione culturale e ideale della destra, fino all’epilo­go indecente finiano; d) la cultu­ra di destra è evaporata per la sua stessa inconsistenza.

La riapertura del caso, dopo an­ni di silenzio, è dovuta alla ripubblicazione di un saggio di Furio Jesi, Cultura di destra (già Garzanti, ora Notte­tempo), uscito negli anni Set­tanta. È già un brutto indizio che si regredisca ai feroci e cupi anni Settanta con un trattato di criminologia culturale. Jesi, che morì precocemente nel 1980, convoca in un tribunale ideologico grandi autori, da Eliade a Kerényi, da Evola a Spengler, fino a Pirandello e D’Annunzio, arrivando perfi­no a Carducci e a De Amicis, so­cialista patriottico qui accusa­to di razzismo. Per Jesi la cultu­ra di destra è connotata dal raz­zismo e dall’antidemocrazia, dalle «idee senza parole», dalla mitologia irrazionalistica e dal culto della morte. Jesi liquida la cultura di destra come «una pappa omogeneizzata» (se c’è una cosa che ripugna alla cultu­ra di destra è la pappa omoge­neizzata) che esige valori non discutibili con la maiuscola: «Tradizione e Cultura, Giusti­zia e Libertà, Rivoluzione». È curioso notare che eccetto la Tradizione, quei valori sono di­chia­rati indiscutibili e maiusco­li a sinistra; Giustizia e Libertà è pure il nome di un movimento antifascista di ieri e di oggi.

Nella prefazione alla nuova edizione, che ignora i numerosi saggi sul tema usciti nel frattem­po negli ultimi 32 anni, Andrea Cavalletti sostiene che la cultu­ra di destra è «caratterizzata, in buona o in cattiva fede, dal vuo­to ». Ora, a parte l’assurdo di de­dicare centinaia di pagine al «vuoto», ne avessero dalle sue parti di «vuoti» come quei gigan­ti del pensiero e della letteratu­ra prima citati... E conclude allu­dendo, come è ovvio, a Berlu­sconi: la cultura di destra ama la relazione tra «la moltitudine e il vate» e perciò si ritrova nel pre­sente: «un simile benefattore è il tipo politico dei nostri giorni», «il linguaggio delle idee senza parole è la dominante di quan­to oggi si stampa e si dice» (ma che dice? Oggi dominano le pa­role senza idee e la stampa non è certo in mano alla cultura di destra) e la cultura di destra è egemone perché «ciò che la ca­ratterizza è la produzione del vuoto dal vuoto» (ma crede che Evola e Spengler siano i precur­sori di Lele Mora e Fede?). Con un livello così misero, capite il disagio nel discutere sulla cultu­ra di destra. E capite perché ne­ghino ancora, al più grande filo­sofo italiano del ’900, Giovanni Gentile, una via a Firenze dove fu ucciso dopo aver predicato la concordia in piena guerra civi­le.

Ma torno alla domanda inizia­le su chi ha ucciso la cultura di destra. Sono plausibili tutte le piste indicate ma a patto di chia­rirle meglio.

Certo, la cultura dominante di sinistra, dopo un periodo di dialogo e apertura, si è reincatti­vita e condanna la cultura di de­stra alla morte civile. Sono lon­tani i tempi in cui un editore co­me Laterza pubblicava, facen­do 15 ristampe, un saggio sulla cultura della destra di un auto­re di destra. In seguito, inaspri­to il clima, lo stesso editore ha declinato l’invito a integrare quel testo con i dialoghi dell’au­t­ore con Dahrendorf e con Bob­bio. Oggi dialogano solo se ti di­chiari antiberlusconiano. Ma la cultura di sinistra era egemone e faziosa già ai tempi in cui fiori­va la cultura di destra; dunque l’ipotesi è fondata ma non ba­sta.

Certo, la sottocultura televisi­va, il frivolo e il banale domi­nanti hanno reso straniera la cultura di destra, la fanno senti­re a disagio, fuori posto. Ma quella sottocultura imperversa­va dai tempi della Carrà e dei quiz, di Giovannona coscialun­ga e affini; e allora non c’era an­cora il berlusconismo. Insom­ma pure questa ipotesi è fonda­ta ma non basta.

Anche l’insipienza della de­stra politica è storia vecchia, Fi­ni l’ha portata al suo gradino ul­timo e più infame, ma sarebbe troppo ritenere che le sue piro­ette abbiano cancellato la cul­tura di destra. Quella cultura non viveva all’ombra di un par­tito; per la stessa ragione non può essere uccisa dalla politi­ca.

All’evaporazione, infine, non credo; piuttosto è vera la ra­refazione dei talenti, anche per il clima di cui sopra, tra nemici di fuori, ignoranti di dentro e il nulla che tutto pervade. Nel ge­nerale degrado della cultura, anche quella di destra spari­sce. Della cultura di sinistra so­pravvive la cappa di potere, l’as­setto mafioso e intollerante, non certo l’elaborazione di idee. Non mancano pulsioni autodistruttive, nella cultura di destra, derivate da pessimismo endogeno e sconforto esoge­no. Ma la cultura di destra ha dismesso i panni della cultura militante, panni vecchi e fuori tempo, ed è tornata al Padre. Si è fatta invisibile e celeste, me­no legata alla storia e alla lotta, più essenziale ed esistenziale, liberata dalle categorie ideolo­giche. Quegli autori citati, no­nostante alcuni brutti risvolti, restano grandi ed è meglio che non siano sporcati nella conte­sa politica e siano lasciati alla loro grandiosa solitudine.

Al termine delle indagini sommarie, si può dire: la cultu­ra di destra non è stata uccisa e vive sotto falso nome; o forse fal­so era il nome di «destra» che le fu affibbiato. Per metà non la ve­diamo perché abbiamo perso gli occhi della mente, accecati dal livore presente e dalla nullo­crazia. Per metà non si fa vede­re lei, perché si è spostata su pia­ni diversi, impolitici. È passata alla clandestinità e non ha per­messo di soggiorno.

(di Marcello Veneziani)

mercoledì 20 aprile 2011

Gli è rimasta la forza cieca, si sta perdendo l’italia


Ma Silvio Berlusconi lo sente o no il lamento delle migliaia di professori e magistrati che l’hanno votato e non vorrebbero smettere di farlo? Non è così che uscirà sano dalla tempesta, non polverizzando il sistema linfatico e l’apparato osseo della cosa pubblica (l’insegnamento e la giustizia); non cannoneggiando il Quirinale; non convalidando il prolasso delle viscere militanti che, come zeloti moderni, evocano il brigatismo e gli anni di piombo. Da quasi vent’anni sappiamo che non si può reclamare gravitas da chi non ce l’ha, e il Cav. non ce l’ha. La sua forza sta nell’abbattimento di ogni mediazione protocollare, nel dire l’indicibile e nel fare l’impossibile (o a volte soltanto prometterlo).

In mancanza di concorrenza decente, stabilito che il suo anarchismo è preferibile all’anti Stato rappresentato dalla sinistra dei senza patria e da una borghesia rancida, priva di radici e coraggio, è venuto naturale giudicare Berlusconi come una febbre salutare. Ma adesso? Adesso il cappio delle procure d’assalto, i latrati del circo mediatico e gli sputi degli ingrati stanno trasformando il Cav. in un ossesso. Le sue buone ragioni – e sono ancora numerose – lo ammalano; e così nell’uomo che vinse al grido di Forza Italia è rimasta una cieca forza taurina e sta scomparendo l’Italia. In altri tempi gli avremmo chiesto di onorare la maestà della Patria in ogni sua forma, foss’anche quella degenerata di un togato in cattiva fede. Oggi comprendiamo che la posta in gioco è per lui altissima: la libertà di non finire in galera e di non vedersi espropriare dei beni famigliari dai soliti amici dei nemici. Sicché l’Italia viene dopo: primum vivere, deinde rem publicam gubernare. Finora avevamo ritenuto indispensabile il contrario: per sopravvivere come cittadino il premier non può fare altro che reggere degnamente la cosa pubblica.

Non abbiamo cambiato idea, temiamo però che si sia modificata la natura delle parti in tragedia. Né i buoni né i cattivi hanno più un disegno da offrire a se stessi e al teatro circostante, che non coincida con la resa senza condizioni del nemico. E’ vero, il Cav. ha dalla sua l’aura del perseguitato. Ma agli occhi della storia, vincitore o sconfitto, dovrebbe rifulgere sopra tutto colui che si è posto lo scrupolo di non lasciare dietro di sé macerie e briganti.

(di Alessandro Giuli)