lunedì 14 maggio 2012

Una domanda a Fini, l'uomo con la cravatta dal colore del cane in fuga


L’ultima volta che ho incrociato lo sguardo di Gianfranco Fini è stato a un semaforo. Io aspettavo l’autobus e lui era nella sua auto blu, sulla corsia interna di via Gregorio VII, a Roma. Ci siamo guardati un istante. Giusto il tempo di riconoscerci reciprocamente (così, almeno, spero, perché forse l’ho riconosciuto solo io, non riconoscendo nulla di ciò che era stato lui). Era stato, lui, quanto di peggio la destra potesse essere in un’Italia attardata negli anni 70 del secolo scorso. Era banale e normale. Non capiva la Voce della fogna. Non sapeva neppure chi fosse Alain de Benoist. Non apriva un libro e predicava il Fascismo del Duemila. Diocenescampi quant’era ordinario Fini, specie in tema di fascismo (a proposito: i ragazzi di CasaPound, oggi, sbagliano con “fascismo del Terzo millennio”, rischiano di restare nel solco di Fini). E se fosse utile scovare le stupidaggini ideologiche, in quel leader – così incrostato di destrismo, dove tutto il cascame della propaganda piccolo-borghese vi faceva alloggio – basterebbe svelarne la biografia: dalle simpatie per i regimi sudamericani alle gite da Saddam Hussein, fino ad arrivare alla campagna contro gli immigrati. Lo ricordo come fosse oggi, così comiziava a Montesilvano: “Devono imparare l’uso del sapone”.

Era il civilizzatore, dopo di che, certo, tutto si aggiusta. A maggior ragione si aggiustano le biografie. Ed è cambiato, Fini. Ha cominciato a non farsi riconoscere più parlando la lingua sofisticata di quelli che erano stati i suoi avversari interni. Quando si farà la storia della Destra in Italia verrà fuori tutto un mondo interessante, quello degli antifiniani, quello di Flavia Perina, di Umberto Croppi, di Fabio Granata e di Tomaso Staiti di Cuddia. Discendevano da radici importanti che erano i Pino Rauti, i Pino Romualdi, i Beppe Niccolai, e che erano tre diversi modi di buttarsi alle spalle il fascismo, quello di Rauti era “lo sfondamento a sinistra”, quello di Romualdi era il conservatorismo e quello di Niccolai, invece, era il socialismo tricolore. Si cambia e Fini, per dire, non poteva accettare uno come Romualdi che, pur essendo stato vicesegretario del Partito fascista a Salò, odiava il nostalgismo. Romualdi, raffinato e cosmopolita, spiegava sempre, non senza quella sua bella parlata predappiese: “Dopo il fascismo, sono i cretini che se ne vanno a fare i fascisti”. Fu anche il promotore “dell’idea occidentale”, Romualdi.

E Beppe Niccolai, il pisano, predicava un’Italia dove ai missini doveva essere dato il compito di difendere Adriano Sofri dalle accuse di assassinio e dove perfino Piazzale Loreto potesse finalmente trasfigurarsi, nella memoria, in un atto d’amore… Nulla di tutto ciò era in Gianfranco Fini, scelto da Giorgio Almirante, imposto in luogo di una figura straordinaria qual è Marco Tarchi, destinato a cambiare anche grazie a tutte quelle personalità – Granata, Croppi, Perina, Staiti oggi non più – un tempo irriducibilmente avversarie, quando in quello sfilacciarsi degli anni 70 e poi ancora negli anni 80, Fini restava l’Italiano in Lebole. Ed è cambiato, Fini. E’ stato anche un bravo ministro degli Esteri (niente a che vedere con Franco Frattini o, peggio, con l’attuale ministro). Aveva un ruolo alla Farnesina, era calato nella parte, e aveva un ottimo collaboratore, ovvero Salvatore Sottile che non è quello delle donne, suvvia, lo sapete bene. Lui, Salvo, è piuttosto quello che ha pagato un prezzo ingiusto senza mai chiedere di essere ripagato.

Ecco, forse ci ha messo un carico di buona fede, Fini. Lo voglio credere mentre se ne va via con la sua macchina, immagino reduce dalla sua nuova dimora di Val Cannuta. E però devo confessarlo che mi è venuto difficile scrivere questo pezzo perché, insomma, tutto s’è consumato mentre l’ho riconosciuto dietro quel vetro. E il suo modo di buttarsi alle spalle una storia è stato certo il peggiore di tutti i modi. L’antifascismo non è omeopatia, è un veleno. Altrettanto quanto può esserlo, giusta caricatura berlusconiana, l’anticomunismo. Praticare l’antifascismo oggi è un rinfocolare una guerra civile che gli italiani avevano già conclusa nel 1971, nell’anno della vittoria elettorale del Msi in Sicilia. Avrei voluto dirglielo se fosse durato ancora un minuto il semaforo rosso. E’ cambiato, certo, ma come i parvenu che ragliano al cielo la propria festosa mutazione, continua a cambiare fino a diventare uno scarto di Pier Ferdinando Casini. E ha gettato nel cesso della storia un mondo fatto di almeno tre milioni di italiani. E’ riuscito, lui, con le sue cravatte sbagliate, a distruggere un partito – un ambiente, una comunità – che da Bolzano a Trapani aveva superato le persecuzioni, l’ostracismo e l’indifferenza.

L’altra domanda, quella che magari riesco a recapitargli con queste righe, è questa: “Segretario, lo hai fatto un bilancio?”. Sicuramente sì, l’avrà fatto. E si sarà detto, sottovoce, di aver perso l’asino con tutte le carrube. Avrà fatto mente locale e capito – una volta per tutte – di non avere la stima e il rispetto di tre milioni scaricati nelle fogne. E si sarà aggiustata, ben annodata al collo, la sua cravatta il cui colore è quello del cane in fuga, bandiera di un’ambizione stritolata.

(di Pietrangelo Buttafuoco)

Il fallimento di Gianfranco Fini


Avanti così e di lui resterà soltanto l’abbronzatura dal colore autunnale. Un testa di moro sempre fuori stagione, unico elemento di continuità nella carriera politica di Gianfranco Fini da Bologna: l’attuale terza carica dello Stato, già fascista del 2000 con vent’anni d’anticipo, poi berlusconiano atipico, quindi terzopolista con Pier Ferdinando Casini; e oggi relegato nella terra di nessuno, senza nemmeno il preavviso, dal più svelto genero di Caltagirone. La sindrome dell’abbandono è un tratto fondante dell’anatomia patologica catacombale: dal “non rinnegare e non restaurare” di Giorgio Almirante nei confronti del fascismo (a modo suo una prima forma di congedo dalla casa del padre Benito Mussolini) fino al “che fai mi cacci?” rivolto a Berlusconi da un Fini con indice eretto e rabbia liberatoria, passando per il lavacro antifascista di Fiuggi nel 1995, si può leggere in filigrana la microstoria di un mondo incapace di pacificarsi coi propri demoni.

Molto dipende dalla malriposta convinzione d’essere in credito con la verità, per via dell’esilio in patria cui fu costretto il Movimento sociale italiano dal 1945 al ’92 (a parte un’episodica e funesta interruzione nel 1960, con l’effimero governo Tambroni). Anche di qui l’aggressività e una certa sguaiatezza che ancora oggi affiora nel discorso pubblico dei post fascisti. Ma la vicenda di Fini è dopotutto un caso a sé, una storia personale nella quale il branco c’entra poco e molto dipende dalla formidabile certezza d’essere sempre stato un passo oltre rispetto ai consanguinei. Nello stesso Fini che adesso vagola solitario fra la caligine di Montecitorio, il suo regno a scadenza ravvicinata, già alla fine degli anni Settanta abitava un solipsista pronto a immolare anime e corpi per un disegno personalissimo: macellato il Msi, identica sorte avrebbe conosciuto Alleanza nazionale, quindi il Pdl nella versione condominiale con Forza Italia, infine quella parodia del caffè delle Giubbe Rosse che non avrebbe voluto essere, ma è stata, Futuro e libertà. Un rogo continuo alimentato dalle speranze e dalle ambizioni di un sottobosco militante via via rarefattosi, sino a svaporare.

Eppure Gianfranco Fini è sembrato l’uomo politico più interessante del triennio 2009-2011. Per la prima volta la sua inclinazione al parricidio appariva legata all’esigenza di costruire un domani per la destra post berlusconiana, e non soltanto per se medesimo, una strategia e non più solo una tattica. Il Cav. gli aveva offerto suo malgrado, insieme con una strepitosa vittoria elettorale culminata nella presidenza della Camera, l’irripetibile chance di farsi adulto e rivendicare una proposta politica autonoma nel mare grande del berlusconismo. Nasceva così l’idea della destra repubblicana chiamata a incastonare il centralismo carismatico del Cav. in un patriottismo costituzionale più aperto all’Europa e alla laïcité, occhieggiante ai diritti dell’uomo che piacciono alle oligarchie del pensiero convenzionale (vedi la battaglia contro lo ius sanguinis), centrato sul terreno delle responsabilità civili come della legalità coniugata a un certo spirito libertario. Fuor di politichese: chiudere uno stato d’eccezione personalistico nato in piena Tangentopoli e ormai destinato a imminente consunzione naturale, salvando l’esperimento bipolare e la declinazione italiana di una cosa a metà tra il gollismo non dichiarato e il Führerprinzip alla brianzola. Dentro il politichese: andare con Berlusconi oltre Berlusconi. Cioè quello che oggi il democristiano Casini, e non più, e non mai Fini, ha di nuovo a portata di mano. Ma perché? In fondo il monarca di Arcore aveva servito al vassallo Gianfranco pure un’altra, inestimabile cornucopia ricolma di frutti politici: il ruolo della vittima. Berlusconi non sapeva tollerare l’indipendenza di giudizio con la quale Fini, rivestito della neutralità istituzionale garantita dall’incarico a Montecitorio, osava correggere le esuberanze dell’allora premier in materia di giustizia, temi eticamente sensibili, procedure parlamentari e perfino rapporti con l’allora opposizione. Quella fu l’autentica stagione di gloria finiana: chi avrebbe dubitato della sua centralità politica e mediatica? Per i giornali tutti divenne d’obbligo – e conveniente – spiare le prime pagine del Secolo d’Italia di Luciano Lanna e Flavia Perina; i corsivi internettiani dell’avanguardista in bermuda Filippo Rossi, le interviste del più serio professor Alessandro Campi e le più popolari comparsate televisive di Angelo Mellone. La fondazione finiana FareFuturo – pareva illudersi l’osservatore – era il marchio di un modo d’essere destri senza più troppi complessi sottoculturali, con una giovanile malmostosità verso il colonnellume rimasto incollato a Palazzo Grazioli (Gasparri, La Russa, Matteoli) o esodato a suo tempo verso lidi più estremi (Storace).

Berlusconi non sapeva tollerare. E più i suoi giornali incanaglivano, gridando al tradimento, al badoglismo consustanziale, al familisimo immobiliare di Fini (e che due palle con quel cognato in Ferrari domiciliato a Montecarlo), alle sue immersioni vietate e alle sue vacanze spiaggiate con la nuova famiglia, agli incontri editoriali coi potenti di Rcs (come Paolo Mieli, l’ex direttore del Corsera che aveva fatto l’endorsement a Prodi nel 2006); insomma più si urlava contro la ripulitura ultima di un oggettivo cafone corporale come Fini, cui non si perdonava l’audacia di avere d’improvviso delle idee culturali e nemmeno tutte sconce, e più quello saliva nell’applausometro ideale della politica, dei salotti, dell’establishment, dei media, delle logge e delle chiese. Raro esempio di autolesionismo berlusconiano, infine, fu la decisione di metterlo alla porta, “quell’ingrato”. Apice di fama e onore, per Fini, il giorno in cui Silvio Cav.-Zedong pronunciò contro di lui l’atto d’accusa nella direzione nazionale del Pdl, trasformandolo in un martire del libero pensiero con venature da icona pop. In un colpo solo Berlusconi sancì la sopraggiunta senescenza del proprio fiuto politico e la fine di una maggioranza parlamentare che sarebbe stata solo apparentemente messa in salvo da Responsabili e frattaglie varie rappattumate in giro per i corridoi del Palazzo.

Ecco, la specialità finiana sta nell’aver dissipato tutto. Carattere pigro, anima superba in un corpo longilineo sovrastato da una testa ostinatamente quadra, Fini ha lasciato che fosse l’inerzia a occuparsi del suo destino. Ha ritrovato in Casini un’alleanza motivata più da comuni risentimenti che da prospettive politiche (faute de mieux si sarebbe aggiunto Francesco Rutelli). E ha lasciato che i suoi nuovi colonnelli prendessero la testa del coro finiano: Italo Bocchino in maniche di camicia e iPad in grembo a reclamare in prima serata il berlusconicidio sul posto; Fabio Granata a farfugliare di sintesi rossobrune con tutte le consonanti sbagliate in bocca, come nemmeno La Russa; il troppo educato prof. Giuseppe Valditara a sofisteggiare come un Domenico Fisichella senza adenoidi; il radicale Benedetto Della Vedova a costruire castelli di liberismo sulla palude di una destra ancora oscillante tra i Diciotto punti di Verona e l’economia sociale di mercato. Il Secolo d’Italia santorizzato, FareFuturo convertito dal culto di D’Annunzio a quello di Gian Burrasca. Troppo, davvero troppo perché il beverone non finisse per disgustare anzitutto il capo. Il quale ha deciso di sorbire il calice fino alla feccia, pur di poter declamare che senza di lui Berlusconi era politicamente, numericamente, storicamente finito. Dopo un anno di agguati parlamentari andati in vacca, caduti e feriti e transfughi sul terreno, Lady Spread e Giorgio Napolitano si sarebbero incaricati di timbrare il concetto chiudendo il libro mastro del berlusconismo di governo.

Ma quando la Giunta tecnocratica s’è insediata – novembre scorso –, il finismo era già collassato a sua insaputa. Prima ancora che l’elettore ne decretasse l’inanità al netto o al lordo del Terzo polo. Se l’uscita dall’orbita berlusconiana era scontata e per molti aspetti salutare perfino, non lo è stata però la protervia con la quale i finiani si sono accaniti contro il Cav. Di un antiberlusconismo sempre meno carsico, distillato da una destra sempre più chiodata, ci siamo occupati per tempo, individuandone i limiti immanenti: c’erano già Antonio Di Pietro e il Fatto in quota plebea, più i borghesi azionisti e i girotondini del centro storico. E infatti andò che i finiani di concetto rimasero disoccupati, come il generoso Lanna, ripiegarono in una feritoia travagliesca, come la Perina, ovvero si ritirarono al caldo della politologia accademica come Campi. Quanto al post berlusconismo moderato, scaltro e bifido, come poteva Fini illudersi di scavalcare il doroteo Casini? E infatti anche il presidente della Camera è rimasto politicamente disoccupato: assente ingiustificato nei conversari della maggioranza tripartita; incapace di spiegare a se stesso e al suo piccolo mondo nuovo con quale faccia avrebbe potuto scendere a patti con Berlusconi e i suoi dopo aver sottoscritto la vulgata anti Caimano, anti Egoarca e anti Bunga bunga scritta nel palinsesto del popolo di Rep. Ma, al tempo stesso, come si fa ad accoccolarsi intorno a Mario Monti (e Fini a parole lo fa di continuo) senza partecipare dello spirito grancoalizionista che alimenta l’esperimento tecnocratico, sia pure obtorto collo?
Il principio di non contraddizione non è mai stato un problema per l’ex delfino di Almirante: fascista e antifascista, statalista e liberista, guelfo e laicista, bossiano e multiculturalista, anti americano e atlantista, proibizionista e radicale, e via così. In tempi non sospetti fu canonizzata questa spregiudicata logica dell’“et-et” – una versione paracula delle nuove sintesi della Nouvelle Droite di Alain de Benoist e Marco Tarchi – e se ne concluse che per reggere tale vertigine basta non credere in nulla. Al punto da poter ricominciare da capo: nei mesi d’oro del finismo anti Cav. sentimmo dire (in privato) da un dirigente di Futuro e libertà che il loro antifascismo di maniera era in definitiva l’unico modo di essere modernamente fascisti (de sinistra e à la page). Eppure non è più sufficiente, qui e ora, ridurre l’equazione personale di Fini al luogo comune (sebbene autentico) del rinnegatore che ha restaurato soltanto il peggio del missinismo. Fini una sua autenticità l’ha via via raggrumata, un profilo di assoluta sterilità è riuscito a darselo, non diciamo uno stile, ma quasi, intonato alla fungibilità universale: io non sono più nulla, tutto mi è possibile essere, che si fa dopo il Cav.? Domanda ormai anacronistica.

Perché la sublimazione figurativa del più sveglio fra i camerati di allora, transitando per lo stadio della riserva repubblicana cui va stretta la casacca del capobranco in cerca di voti, ha prodotto un risultato chimicamente indecidibile e politicamente irrilevante. Non che un giorno Fini non possa tornare ministro, o addirittura vicepremier, in omaggio alla logica del repêchage oligarchico nella quale eccelle il ceto parlamentare italiano. Si fatica, tuttavia, a comprendere in nome di quale pelle, di quale ulteriore incarnazione tipologica l’ex capo di An dovrebbe pervenire a tanto. I suoi caporali lo vorrebbero giù dalla torre di Montecitorio, in piedi fra le rovine a far valere le qualità innegabili della sua oratoria. Ma per dire che cosa? E a chi? A Destra s’indovina il richiamo della foresta lepenista, un magnete custodito da Storace e che già attrae maledettamente i colonnelli ammanettati al Pdl. Al centro non c’è un voto, a parte quelli che Casini non vuole più mettere in comune. Di lato scorre Italo, con Luca di Montezemolo in divisa da capotreno e una paccata di inviti per berlusconiani e tecnocrati che vogliano giocare alla politica con lui.

Desolazione. Quante volte ancora Gianfranco Fini potrà dire “in qualche modo”… “lei fa torto alla sua intelligenza”… “gli italiani sono più informati di quanto lei pensa”… “lei ragiona con categorie del secolo scorso”… “il punto non sono i contenitori ma i contenuti”… senza sembrare quel “disco rotto” che in troppe occasioni gli è servito da banalità metaforica per uscire dall’angolo? Almirante gli ha insegnato che, in mancanza di argomenti politici sonori, si può sempre manifestare “nostalgia del futuro” e vedere l’effetto che fa. Però bisogna per lo meno avere alle spalle uno straccio di popolo, in tasca dei quattrini, in testa un disegno e sopra ancora uno sponsor autorevole. E anche qui non ci siamo. Sondaggi cupi, tesoreria disadorna, Terzo polo dissolto. Ah, gli sponsores: Carlo De Benedetti e il suo Gruppo Espresso hanno vezzeggiato l’ego di Fini pur di farne un pugnale affilato per le Idi del Cav. Adesso hanno altri pensieri, devono cucinarsi Passera e Montezemolo per scongiurare che diventino la prosecuzione sdoppiata del Cav. con altri mezzi e chic. Figurarsi se il presidente uscente della Camera possa servirgli all’uopo. Nella Milano dei Lumi nessuno se l’è mai davvero filato, Fini. Gli hanno sempre preferito Casini e Rutelli, meglio rappresentati nel variopinto patto di sindacato Rcs. Tranne Paolo Mieli, che ama gli sport intellettuali estremi e figura tra i pronubi delle nozze di Fini con Rizzoli (ma provate a dirgli in una stradina buia e deserta che gli ha fatto lui da ghost writer per “Il futuro della libertà” e sentirete la sua sacrosanta smentita affondare nella vostra giugulare). Quanto a Futuro e libertà, agli occhi di Fini ha lo stesso fascino di una Alleanza nazionale in miniatura, ma potrebbe ancora tornargli utile nell’ottica dell’ennesima diluizione in un cartello in cui lui possa continuare a non portare voti e a chiedere una verifica a ogni batosta elettorale.

Deve però essergli chiara la rotta personale, altrimenti il gioco tornerà noioso. E sopra tutto devono aprirgli un uscio nuovo. Ed ecco schiudersi il volto arcigno della realtà: secondo in casa Berlusconi, ai bei tempi; terzo in casa Casini (dopo Rutelli), fino all’altroieri; in un eventuale Partito della nazione a trazione centrista (una roba alla Luigi Federzoni, non aggiungiamo altro) e ibridato con quel che sarà del Pdl dopo la sterzata moderatissima impressa da Angelino Alfano e Angelo Bagnasco, uno come Gianfranco Fini che razza di posto potrebbe occupare? I suoi farefuturisti lo supplicheranno di tornare a D’Annunzio: vado verso la vita, a sinistra! Con Vendola? Ai margini dell’opposizione gruppettara alla nuova maggioranza monstre popolar-post-berlusconiana? Auguri. Altrimenti ci sarebbe lo spazio per una seconda conversione? Servirebbe l’ultima delle facce bronzee per sfilare nuovamente al passo delle oche davanti a Fabrizio Cicchitto e Mariastella Gelmini. Meglio la solitudine. Foss’anche la presidenza di un’Authority grattata a forza di suppliche. Lì poi si lavora poco.

(di Alessandro Giuli)

Mircea Eliade: il filosofo che indagò il "senso religioso"


Mircea Eliade ha firmato alcuni dei saggi più interessanti del secolo scorso. Notevole è stata l’influenza del suo lavoro, anche fuori dall’ambito accademico, dal recinto degli studiosi di religioni e del sacro in generale. In centinaia di pagine Eliade ha raccontato «lo sciamanesimo e le tecniche arcaiche dell’estasi», il mito dell’eterno ritorno (ben più antico di Nietzsche, addirittura primordiale), l’alchimia ovvero la scienza occulta nella lavorazione dei metalli, il significato delle feste dei solstizi e degli equinozi, la varietà delle tecniche yoga. Si è anche occupato di occultismo, mode culturali, simbologia, ma il suo lavoro più noto è giustamente il poderoso trattato di storia delle religioni: un vero classico per gli appassionati dell’argomento.

Lo studioso rumeno è invece meno noto come romanziere; eppure scrisse una decina abbondante di opere narrative. Probabilmente tutte interessanti, dati il personaggio, la vastità, la profondità degli interessi. Qualche anno fa Francis Ford Coppola ha trasformato in film «Un’altra giovinezza», fresco di stampa per la collana narrativa di Jaca Book, è invece «Gaudeamus». Si tratta del secondo romanzo di Eliade, scritto nel 1928, quando era poco più che ventenne, molti anni prima del suo coinvolgimento nella Legione dell’Arcangelo Michele di Corneliu Codreanu, l’ordine iniziatico cristiano- ortodosso, nazionalista e antisemita (purtroppo, anche se la cosa era tutt’altro che rara nella Romania di allora).

È bene ricordare che negli anni della maturità, Eliade non diede mai adito al minimo segnale di antisemitismo in alcuna delle sue opere. Nella Legione di Codreanu cercava ben altro. Risulta chiaro dalla lettura del romanzo giovanile, anche perché marcato è l’elemento autobiografico. Entriamo infatti nella vita di uno studente universitario (non antisemita, sebbene non gli manchino cattivi esempi intorno) che parla in prima persona, come in un diario. Accompagnato dallo scorrere delle stagioni che mutano l’animo quanto e come il paesaggio esterno, il protagonista vive esperienze amorose e sessuali, avventure del pensiero e tensioni religiose. Soffre un po’ la scissione fra il richiamo dei sensi, (la bella compagna d’università dai capelli neri), e il l’elevazione del pensiero e dello spirito. Vorrebbe spingersi oltre le frontiere intraviste dal suo autore favorito: Giovanni Papini. Se l’italiano non è riuscito ad acquisire il sapere assoluto, ha dichiarato fallita la missione ed è tornato sotto la rassicurante cupola della Chiesa cattolica, il giovane rumeno non intende arrendersi. Ed è capace di studiare per giorni e notti intere, senza mai alzarsi dalla sedia. Materie impegnative, per giunta, come il sanscrito e l’ebraico. Naturale che si ammali per il tropo poco sonno ed eccessiva tensione nervosa, per la febbrile indagine su quali siano i limiti della sua volontà. Provvidenzialmente, sarà il suo professore di logica a dare i consigli migliori: trovarsi una fidanzata, andare in osteria e non fare il filosofo, non avere fretta di accedere alla sapienza. Sempre sulle orme dell’insegnante, (dietro il personaggio si nasconde l’intellettuale Nae Ionescu), il giovane si riavvicinerà al cristianesimo. Proprio come Eliade, che per tutta la vita, nonostante la conoscenza del tantra indù e buddista e di quasi tutti i culti della terra, anzi proprio per quel motivo, fu cristiano ortodosso. Ulteriore conferma che in Cristo tutte le religioni si incontrano, come succede a spirito e carne.

(di Luca Negri)

Alla fine ha vinto Marx. Siamo tutti uguali: individualisti e nichilisti


Marx ha vinto e vive con noi. Non è una boutade o un paradosso, è la realtà. Il marxismo separato dal comunismo -e la sua utopia scissa dalla sua profezia - è lo spirito del nostro tempo. Viviamo in piena epoca marxista. Non mi riferisco solo alla crisi economica presente né solo al fenomeno previsto da Marx ed ora effettivamente avverato della ricchezza concentrata in poche mani, con una minoranza sempre più ricca e ristretta e una maggioranza sempre più vasta e povera.

Dobbiamo rifare i conti con Marx, e non solo perché ci siamo formati in un’epoca - come scrive Dürrenmatt - in cui «essere marxisti era una specie di dovere» - un dovere che noi trasgredimmo. Ma soprattutto perché il marxismo impregna il nostro oggi. Scrive Marx nel Manifesto: «Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra e gli uomini sono finalmente costretti a osservare con occhio disincantato la propria posizione e i reciproci rapporti». È la prefigurazione più precisa della nostra epoca. Il marxismo fu il più potente anatema scagliato contro Dio e il sacro, la patria e il radicamento, la famiglia e i legami con la tradizione; una teoria che si fece prassi pervasiva. Fu una deviazione la sua realizzazione in paesi premoderni, come la Russia e la Cina, la Cambogia o Cuba. Contrariamente a quel che si pensa, il marxismo non si è realizzato nei paesi che hanno abbracciato il comunismo, dove invece ha fallito e ha resistito attraverso l’imposizione poliziesca e totalitaria; si è invece realizzato nel suo spirito laddove nacque e si rivolse, nell’Occidente del capitalismo avanzato.

Non scardinò il sistema capitalistico, ma fu l’assistente sociale e culturale nel passaggio dalla vecchia società cristiano-borghese al neocapitalismo nichilista e globale. La società dei consumi, dei desideri e dei mondi virtuali ha realizzato, nella libertà, il compito e la definizione che Marx dava del comunismo: «è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente». L’utopia comunista è stata realizzata a livello planetario, ma sul piano individuale e non collettivo, come invece pensava Marx. Nel segno dell’individualismo di massa e non del comunismo e della sua abolizione dello Stato, della proprietà privata o delle diseguaglianze. Non sconcerti questa lettura individualistica di Marx. Nell’Ideologia tedesca, Marx dichiara che il fine supremo del comunismo «è la liberazione di ogni singolo individuo» dai limiti locali e nazionali, famigliari e religiosi, economici e proprietari. Il giovane Marx onora un solo santo nel suo calendario: Prometeo, l’individuo eroico e liberatore. Uno dei primi scopritori dell’essenza individualistica che si celava dentro la buccia collettivista di Marx fu Louis Dumont in Homo aequalis.

La società capitalistica globale ha realizzato le principali promesse del marxismo, seppur distorcendole: nella globalizzazione ha realizzato l’internazionalismo contro le patrie; nell’uniformità e nell’omologazione ha inverato l’uguaglianza e il livellamento universale; nel dominio globale del mercato ha riconosciuto il primato mondiale dell’economia posto da Marx; nell’ateismo pratico e nell’irreligione ha realizzato l’ateismo marxiano e la sua critica alla religione; nel primato dei rapporti materiali, pratici e utilitaristici rispetto ai valori spirituali, morali e tradizionali ha realizzato il materialismo marxiano; nella liberazione da ogni legame organico e naturale ha realizzato il prometeismo marxista nella sfera individuale; nella società libertina e permissiva ha inverato la liberazione marxiana dai vincoli famigliari e matrimoniali; e come Marx voleva, ha realizzato il primato della prassi sul pensiero. Il marxismo, fallito come apparato repressivo a Est, si è realizzato come radicalismo permissivo a Occidente, separandosi dal comunismo anticapitalista, messianico e profetico. E ora si realizza anche nell’Estremo Oriente, in Cina e Corea, nella forma del mao-capitalismo, il comunismo liberista.

La spinta ideologica del marxismo si condensa in forma di mentalità; la sua avanguardia intellettuale assume il controllo del potere culturale, come una setta giacobina che vigila sulla conformità al politically correct; mentre nei rapporti sociali ed economici, il marxismo si conforma alla società globale e neocapitalistica di massa. Di cui è stato in definitiva la Guardia Rossa, a presidio della rimozione della Tradizione. Lo spirito del marxismo si realizza in Occidente, facendosi ideologicamente radical, economicamente liberal.  

Ha perso i toni violenti del marxismo - la cruenta lotta di classe e la dittatura del proletariato - lasciati alle rivoluzioni del Terzo Mondo e frange estreme d’Occidente; ma con essi ha perso anche l’anelito alla giustizia sociale e il radicamento nel proletariato e nella classe operaia. La società di massa dell’Occidente ha portato a compimento la previsione di Marx: la proletarizzazione dei ceti medi ma dopo l’imborghesimento del proletariato. La borghesia si universalizza come stile di vita e modello, ma il suo allargamento coincide col suo abbassamento di status socio-economico al rango proletario. Quel che Marx non aveva capito era che il disincanto, la secolarizzazione, l’ateismo non avrebbero risparmiato nemmeno il comunismo e la sua vena escatologica e profetica. 

Arrivo a dire che il comunismo dell’est è stato sconfitto dal marxismo occidentale, col suo materialismo pratico, la sua irreligione e il suo primato dell’economia che hanno sradicato più che nelle società comuniste il seme vitale dei principi e degli assetti tradizionali. Non a caso i marxisti d’Occidente si sono convertiti allo spirito radical e liberal, all’individualismo, al mercato e alla liberazione sessuale, dismettendo la liberazione sociale. La lotta di classe ha ceduto alla lotta di bioclasse nel nome dell’antisessismo e l’antirazzismo. Anche la difesa egualitaria delle masse di poveri ha ceduto alla tutela prioritaria dei «diversi».

Il marxismo resta attivo sotto falso nome e falsa identità, quasi in forma transgenica, come spirito dissolutivo della realtà e del suo senso, del sacro e del fondamento, dei principi e delle strutture su cui si è fondata la società tradizionale. La fine del marxismo, a lungo enunciata, è un caso di morte apparente. 

(di Marcello Veneziani)

martedì 8 maggio 2012

Delio, elogio del cazzotto "una tantum"


Perchè tutti (o quasi) noi maschi abbiamo tifato per Delio Rossi, l'allenatore della Fiorentina che, irriso e sbeffeggiato dal giocatore Adem Liajic, appena sostituito, gli si è gettato addosso colpendolo con tre o quattro cazzotti ben assestati? Perchè, in questo mondo femmineo, abbiamo visto, finalmente, una reazione virile. Ci voleva del coraggio a 52 anni suonati, al limite dell'infarto, per battersi con un ragazzo di vent'anni, un atleta nel pieno della sua forza, per di più serbo, e suonargliele. Con quell'atto Rossi ha perso, forse, la sua autorità di allenatore, ma ha riguadagnato la sua dignità di uomo.

Naturalmente a livello ufficiale e istituzionale c'è stata l'esecrazione generale per Delio Rossi, così come era avvento quando un passante aveva mollato un cazzotto al quarantenne Daniele Capezzone, che invece di restituirglielo era andato a 'chiagne' da mammà.

In Italia si può fare di tutto, farsi pagare la metà della casa, avere frequentazioni mafiose, grassare denaro pubblico, e rimanere all'onore del mondo, ma se uno, preso da comprensibile ira, sferra un cazzotto è irrimediabilmente out.

Il benessere, insieme a suo figlio il 'politically correct', ha compresso innaturalmente tutti i nostri istinti fra cui c'è anche l'aggressività. E un quantum di aggressività è invece necessario perchè fa parte della vitalità. Il nostro atteggiamento tremebondo di fronte agli immigrati deriva proprio da questo: che loro sono vitali, noi non più. Qualche tempo fa mi è capitato di assistere in corso Buenos Aires, una grande strada commerciale di Milano, a questa scena. Due giovani italiani, un ragazzo e una ragazza sui tren'anni, hanno incrociato un albanese che ha squadrato dalla testa ai piedi, con insistenza, la donna, in un modo oggettivamente offensivo. Il ragazzo si è permesso di dire qualcosa all'albanese che lo ha ripagato con un tremendo ceffone. E il ragazzo, tenendosi la guancia: “Ma no, parliamone...”. Parliamone? Doveva riempirlo di botte.

Questo verboten assoluto alla aggressività fisica ha poi un'altra, e più grave, conseguenza. A furia di essere scomunicata l'aggressività, come una molla troppo compressa finisce per esplodere, di colpo e d'improvviso, nelle forme più mostruose: l'automobilista che, armatosi di cacciavite, uccide per un sorpasso o la serie infinita dei feroci delitti delle 'villette a schiera' come li definisce Guiso Ceronetti e di cui son piene le cronache. Tutto procede secondo la norma nelle 'villetta a schiera', non c'è polvere, non c'è calcare nelle lavatrici, lei prende 'activia' per 'aiutare la sua naturale regolarità', ai bambini, dio guardi, non si può dare nemmeno uno scapaccione. Ma viene il momento in cui questo ordine diventa insopportabile e precipita nel più sanguinario disordine. Non si può e non si deve pretendere, come vuole l'astrattezza illuminista, di eliminare totalmente l'aggressività umana, oggi espulsa anche dal mondo del calcio che, nel suo significato più profondo, è una metafora della guerra (adesso la Tv spia anche il labiale per punire un giocatore che, preso un tremendo pestone, si è lasciato andare a una sacrosanta bestemmia).

Come sapevano gli antichi l'aggressività non va eliminata, ma incanalata in modo da essere controllabile cosicchè non superi il livello di guardia. I neri africani, come ho raccontato nel Battibecco di ieri, ricorrevano alla festa orgiastica e alla guerra ritualizzata. Noi occidentali non possiamo più fare la guerra, né vera né finta ( la deleghiamo alle macchine e ai robot), abbiamo perso la passione nazionale e quella delle ideologie, viviamo di numeri e fra i numeri, Iban, Cin, Pin, Cellulari, i-phone, i-pad, insomma nel mondo virtuale. Che ci resta? Un vecchio sano, caro cazzotto, una tantum, può essere uno sfogo salutare per evitare guai peggiori. Per me Delio Rossi è un'icona. Un Mito.

(di Massimo Fini)

lunedì 7 maggio 2012

Gli errori di Nicolas


La speranza, già flebile e tremante, è svanita definitivamente poco dopo le 17. Dai primi exit poll diffusi in Belgio è stato subito chiaro che François Hollande sarebbe stato il settimo presidente della République. L'avventura di Nicolas Sarkozy è finita dopo cinque anni. 

La maggioranza degli elettori gli ha negato la fiducia scegliendo il «molle» socialista di Tulle, dipartimento di Corrèze, un uomo «normale» secondo se stesso. Ed ha sconfessato colui che della «rupture» aveva fatto la sua bandiera deludendo buona parte di quel mondo che gli aveva affidato la rinascita della Francia. I dati sono impietosi: disoccupazione al 10%, rapporto deficit-Pil al 5%, insicurezza sociale ed impoverimento a livelli mai registrati nella storia della Quinta Repubblica.  

L'introduzione di ben quarantuno nuove imposte ha reso incolmabile la diffidenza del ceto medio che lo votò con entusiasmo.  Tanto per non farsi mancare niente, Sarkozy si è legato in maniera strettissima alla Germania della Merkel assecondandone la «volontà di potenza finanziaria» sull'Europa tradendo così il lascito politico gollista. Sarkozy, insomma, ha fatto di tutto per perdere. Disattendendo promesse, rinnegando principi, riprendendo gli stessi a puri fini strumentali, portando la guerra nel Mediterraneo dopo aver «inventato» e fatto ratificare da tutti gli Stati interessati, nell'estate del 2007, l'Unione per il Mediterraneo come rilancio del Processo di Barcellona.

Ha deluso in patria e fuori, ha rotto con i «simpatizzanti» conservatori di mezza Europa e con i partner nordafricani e mediorientali. Un disastro. Eppure, consapevole di quanto la sua caduta potesse essere rovinosa, si è lanciato in una campagna elettorale all'insegna della «France forte», incurante della sua debolezza evidenziata anche dal familismo, dal nepotismo, dall'affarismo e dalla spregiudicatezza nel servirsi dei soldi di coloro che sarebbero  diventati suoi nemici per la sua scalata politica. Nei giorni scorsi sono tornati alla ribalta i finanziamenti ottenuti da Gheddafi, mentre Dominique Strauss-Khan ha adombrato sospetti sul comportamento di ambienti vicini all'Eliseo nel determinare le sue disgrazie. Troppi i fronti aperti. Che tuttavia non gli hanno impedito, fino all'altro ieri, di sostenere che i francesi avrebbero vissuto la più grande sorpresa, cioè a dire la sua miracolosa rimonta. Si è sbagliato ancora una volta. Illudendosi, forse, che gli elettori del Fn lo avrebbero comunque votato e che i centristi di Bayrou non gli avrebbero voltato le spalle come il loro leader che si è esplicitamente dichiarato per Hollande. Al contrario, il "soccorso rosso" ha funzionato alla perfezione. I suffragi del fronte della sinistra, controllati da Jean-Luc Mélenchon, sono stati preziosissimi allo sfidante che grazie ad essi ieri sera ha spodestato colui che è stato accusato di non aver saputo incarnare la sua funzione.  

Diceva De Gaulle che il «presidente-monarca» deve avere l'hauteur, il pathos della distanza, la dignità del ruolo. I francesi questo vogliono vedere nell'inquilino dell'Eliseo e non tollerano che sia dominato da un'avidità di potere che lo portato a privilegiare i suo fini personali, come Sarkozy ha  fatto facendo nominare il figlio poco più che ventenne a presidente della Defense, il più ricco complesso finanziario ed affaristico francese, piuttosto che impegnarsi nel risanamento delle banlieu dove non ha mai messo piede o nel contrasto alla povertà che sta dilagando dove più intensa è il conflitto tra disperati autoctoni ed immigrati. La Francia, insomma, non è più sana di quanto lo fosse cinque anni fa. È per questo che ieri ha scelto il male minore. O, almeno, così hanno creduto coloro che hanno votato Hollande. 

In rue de la Convention, quartier generale sarkozysta, sono immediatamente cominciate le grandi manovre per tentare di salvare il salvabile. L'Ump è a rischio di implosione. I fedelissimi dell'ex-presidente difendono la sua azione di governo ed anche la campagna elettorale spostata radicalmente su temi lepenisti. Gli avversari, a cominciare dal segretario Copé e, con qualche distinzione, il premier Fillon, gli rimproverano di aver abbandonato i moderati. Il partito, come s'era capito nei mesi  scorsi, senza bussola, privo di un'identità unanimemente condivisa. La spaccatura potrebbe avere conseguenze devastanti: i vecchi gollisti reclamano un ritorno ai valori ed ai principi ispiratori del movimento; i più giovani immaginano un'intesa con Marine Le Pen in vista delle legislative del 17 giugno, contrastata però dai maggiorenti del partito. Come andrà a finire? E, soprattutto, che cosa farà Sarkozy? Di certo non guiderà l'Ump alle elezioni per il rinnovo dell'Assemblea nazionale e, dunque, non si candiderà, aprendo scenari impensabili in tutta la destra, compresa quella del Fn.  

Sarà francese tra i francesi, come ha detto ieri sera. Hollande, invece, ha il gravoso compito di ricucire una Francia profondamente divisa. E soprattutto dovrà passare dalle parole ai fatti ricominciando a tessere una nuova tela con tutti i governanti dell'Unione a cominciare dalla Merkel che ieri ha subito uno smacco elettorale non da poco nello Schleswig-Holstein, anticipo di ciò che potrebbe accadere in tutta la Germania  tra un anno.

(di Gennaro Malgieri)

domenica 6 maggio 2012

La forma capitale come modus vivendi. Intervista ad Alain de Benoist


Come ha scritto bene Eduardo Zarelli, la società della crescita è un’antisocietà. Allora, la decrescita è l’unica soluzione possibile per tornare a essere comunità?

«Che siano di destra o di sinistra, tutti gli uomini politici oggi non vedono altre soluzioni ai loro problemi che quella di un “ritorno alla crescita”. Il problema è che le politiche adottate di rigore e d’austerità pesano sui salari e sul potere d’acquisto, diminuiscono le entrate fiscali e favoriscono la disindustrializzazione, tutte cose che annullano completamente qualunque prospettiva di crescita. Le previsioni degli organismi internazionali sono eloquenti a questo riguardo. Sebbene l’Europa sia entrata in recessione, l’ideologia della crescita è sempre presente negli spiriti. Questa riposa su un mito, che è anche un errore di logica : non ci può essere crescita materiale infinita in uno spazio finito. Ora, la Terra è uno spazio finito, dove le riserve naturali si fanno sempre più rare. Sarebbe quindi necessario finirla con l’ossessione della crescita e della produttività in cui sono  confluite tutte le grandi correnti politiche del XX secolo. Ma per far questo bisognerebbe “decolonizzare” l’immaginario economico, arduo compito che non si può portare a termine dall’oggi al domani».

Un tempo si salvavano gli Stati e si facevano fallire le banche. Oggi accade esattamente il contrario: a vincere è l’usura

«Proibendo alle proprie banche centrali di farsi prestare capitali ad un tasso d’interesse nullo, come accadeva di norma in passato, gli Stati si sono posti  nell’obbligo di chiedere prestiti alle banche ed ai mercati finanziari a dei tassi variabili, arbitrariamente fissati da questi ultimi. Questo si è tradotto in un innalzamento del  debito pubblico che oggi è divenuto insopportabile. Non arrivando a riassorbire i loro deficit strutturali, gli Stati non possono affrontare il problema del debito, se non indebitandosi sempre più. Di fatto, in tal modo si è creata una situazione simile a quella dell’usura.

In Francia, dove l’ammontare del debito ha ormai raggiunto circa 2000 miliardi di euro, ovvero il 90% del prodotto interno lordo (PIL), il semplice pagamento degli interessi del debito equivale a 50 miliardi di euro l’anno. Le logiche usuraie si ritrovano nella maniera in cui i mercati finanziari e le banche possono fare man bassa sugli attivi reali degli stati indebitati, impadronendosi dei loro averi a titolo d’interesse dei loro debiti, di cui la parte principale è costituita da una montagna di denaro virtuale che non potrà mai essere rimborsato. Le banche ed i mercati virtuali sono i  Shylock dell’epoca attuale».

Il rapporto incongruente tra l’economia speculativa e quella reale è anche dovuto alla virtualità del denaro che rende sempre più arduo stabilire limiti e corrispondenze?

«La decisione presa unilateralmente dagli Stati Uniti nel 1971 di sopprimere la convertibilità del dollaro in oro ha rappresentato la fine del sistema ereditato dagli accordi di Bretton Woods (1944), ed allo stesso tempo ha marcato l’inizio della globalizzazione finanziaria. Il denaro, ormai, non ha più altro referente che se stesso. È nato così un nuovo capitalismo, che si distingue dal vecchio industriale e commerciale per due tratti fondamentali: la sua completa deterritorializzazione (non è più legato ad alcun territorio particolare) e l’espansione della sfera finanziaria a discapito di quella produttiva. Basti vedere le somme che vengono quotidianamente scambiate sui mercati finanziari e in borsa, per constatare come il denaro non abbia più alcun rapporto con l’economia reale».

Il capitalismo e l’immigrazione sono le due facce della stessa medaglia: la destra liberale e affaristica e la sinistra umanitaria e globalizzata.

«Fin dalle sue origini, il capitalismo ha rivelato una profonda affinità col nomadismo internazionale. Già Adam Smith  diceva che la vera patria del commerciante è quella dove può realizzare il massimo profitto. Prendere posizione a favore del principio del “lasciar fare, lasciar passare”, cioè della libera circolazione di uomini e merci, così come ha sempre fatto il capitalismo liberale, significa mantenere le frontiere per gli inesistenti. Dal punto di vista della Forma-Capitale, la Terra non è che un immenso mercato che la logica del profitto ha la vocazione di scoprire integralmente, impegnandosi in una perpetua fuga in avanti. Il capitalismo, come aveva ben visto Marx, riguarda tutto ciò che ostacola questa fuga in avanti in quanto ostacolo da far sparire. In questa prospettiva, il ricorso all’immigrazione appare come un mezzo per mantenere bassi i salari e le conquiste sociali dei lavoratori autoctoni. È in questo senso che l’immigrazione costituisce “un’armata di riserva del capitale” bella e buona. Il paradosso è che molti avversari del capitalismo vorrebbero vedere continuare l’immigrazione, perché s’immaginano di trovare nella massa degli immigrati una sorta di “proletariato di ricambio”. E’ una delle varie incongruenze».

In Italia il potere economico ha scalzato quello politico, con il passivo plauso di quest’ultimo, ca va sans dire. A suo avviso, cosa può capitarci ancora di peggio?

«La cosa peggiore sarebbe senza dubbio che gli Italiani si ritrovassero in una situazione ancora più disperata di quella dei Greci ! È in ogni caso rivelatore che Mario Monti sia arrivato al potere attraverso una sorta di colpo di stato legalizzato. Ed è ancora più rivelatore che una delle conseguenze della crisi finanziaria attuale sia che i Paesi del Sud d’Europa si ritrovino sotto l’autorità di tecnocrati e di finanzieri formati da Goldman Sachs o Lehman Brothers, cioè dai principali responsabili della crisi, mentre le classi medie o popolari, per niente format, sono chiamate a farne le spese. Da ciò emerge chiaramente che la crisi dello Stato-Nazione è interamente legata alla presa di controllo ed alla “neutralizzazione” della politica da parte del potere economico e finanziario, sostituito dall’espertocrazia della Commissione di Bruxelles».

Ritorno al protezionismo, istituzione di un reddito di cittadinanza, eliminazione dell’euro sono alcune soluzioni che Lei propone per salvare l’Europa. Ma come scavalcare la Commissione europea, la Banca mondiale e le imprese multinazionali che sono il bacino del libero-scambismo?

«L’instaurazione di un protezionismo comunitario, la nazionalizzazione delle banche, la separazione delle banche di credito industriale e di deposito, la monetarizzazione del debito da parte delle banche centrali etc. sono delle soluzioni parziali che da sole non basteranno per uscire dal sistema. Una reale rottura consisterebbe nel finirla col principio dell’illimitato e della sovraaccumulazione, che sono alla base dell’espansione del Capitale (la logica del “sempre più”). Per il momento, nessuno sa veramente come arrivarci. È la ragione per la quale la mia impressione è che questo sistema affonderà, ma non abbattuto dai suoi avversari, quanto piuttosto sotto l’effetto delle proprie contraddizioni interne. La fuga in avanti finisce sempre a un muro. È in questo senso che ho potuto scrivere che il sistema del denaro finirà a causa del denaro stesso».

Non abbiamo né una sovranità nazionale, è vero, ma neanche europea. Le guerre di cui scandalosamente ci rendiamo complici, sono una dimostrazione della nostra inettitudine decisionale?

«Ci sono varie questioni a cui rispondere. Il dramma che concerne le sovranità popolari non è che queste spariscano, ma che non si trovino riportate ad un livello più elevato, ovvero quello europeo. Per il momento, la sovranità politica sta scomparendo in un buco nero e il potere decisionale è passato nelle mani dei tecnocrati e dei banchieri.

Le guerre avviate da un ventennio dai paesi occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti d’America, si pongono come “depoliticizzate”, all’occorrenza “umanitarie” a supporto delle operazioni di polizia internazionale. Che sia in Irak, in Afganistan o in Libia, aspettando la Siria e l’Iran, queste guerre sono delle aberrazioni dal punto di vista geopolitico. Si rivelano altrettanto criminali quando si guardano i risultati ai quali hanno condotto. Consacrano infine la scomparsa di fatto del diritto internazionale così come lo abbiamo conosciuto».

Quello che si è evince chiaramente dalla Sua opera è che il capitalismo non riguarda solo la sfera economica, ma l’intero nostro modus vivendi. Per questo non basta un cambiamento, ma occorre una rivoluzione interiore?

«In effetti sarebbe un grande errore guardare al capitalismo solamente come ad un sistema economico. Esso è anche un sistema “antropologico”, nel senso che riposa su un modello umano ben specifico, quello dell’Homo œconomicus, il produttore-consumatore che si presume mirare perennemente alla sola massimizzazione del proprio interesse materiale. Rompere con la logica della Forma-Capirale implica, da questo punto di vista, rompere non solo col produttivismo ambientale, ma anche con l’utilitarismo, lo spirito calcolatore, l’assiomatico dell’interesse, o ancora con l’idea che tutti i valori possono e devono essere ridotti al solo valore di scambio. In altre parole, si tratta di uscire da un mondo dove niente ha più valore, ma dove tutto ha un prezzo. Lei ha utilizzato l’espressione “rivoluzione interiore”. Non è esagerato».

Localizzare significa rendersi autonomi?

«Si può dire questo. L’azione locale, che sia di ordine politico (gioco della democrazia diretta, per rimediare alla mancanza di legame sociale) o economico (rilocalizzazione della produzione e del consumo) può aiutare le comunità viventi a riconquistare la loro autonomia, cioè a dotarsi dei mezzi che permettano loro, conformemente al principio di sussidiarierà (o di competenze sufficienti) di rispondere da sole ai problemi che le riguardano».

sabato 5 maggio 2012

La “Spendig review”? Tutto cominciò con “l’Austerity”


In principio fu l’austerity. Ma proprio in principio. Quando la maggior parte di voi, naviganti in rete, eravate nella mente di Giove, non eravate manco nati e quell’Italia degli anni ’70 (del secolo scorso) stringeva la cinghia. Era il tempo in cui non si poteva andare in automobile la domenica. Fu in quei giorni che si vide affisso sui muri un manifesto che fece epoca. Venne ideato da un grande giornalista, Giorgio Pisanò, direttore de “Il Candido”, fu proprio un progenitore dell’antipolitica. Ci stampò sopra gli emblemi dei partiti del cosiddetto “Arco Costituzionale”, e ne ricavò uno slogan assai efficace: «POPOLO BUE, LI HAI VOTATI? ADESSO PEDALA!».

In principio fu l’austerity, dopo di che, certo, siamo così provinciali che l’imprinting sulla economy ce lo siamo procurati per tramite di Alan Friedman. Gli stessi economisti assai in voga, oggi, non scrivono dal suolo patrio ma, come minimo, sempre dagli Usa. Redigono in coppia come Giavazzi & Alesina, inzeppano di economics facendo perfino comics ogni dettato ma, soprattutto, non è possibile ricavare una frase di almeno dodici parole che non abbia almeno dieci in slang anglo-usury.

E dunque: spread future, factoring, fair price, fair value, joint venture, blue chip, bond, capital gain, cable, yield, limit high, naked position, zero coupon, day order, dealer, kick-off meeting, key reversal day, AAA (american accountant association), head & shoulders, hedging, capital asset, irr (internal rate of return), grey market, bear, broker, bull, cash & carry, day-trader, duration in the money, nasdaq, range, stock of exchange, warrant…

Quando si tratta di seminare confusione o, ancora meglio, impastare vaselina per meglio fregare il prossimo, specie in tema di portafoglio, l’uso della lingua bank offre utili eufemismi, la signorina Spread ci assilla da non poco, sull’onda di Pisanò ancora oggi sottoscriviamo, con una glossa, la santa massima di Bertold Brecht «Fondare una banca è più criminale che svaligiarla».

Ecco, adesso la glossa, da Franco Battiato: «Il giorno della fine non ti servirà l’inglese».

(di Pietrangelo Buttafuoco)