giovedì 29 novembre 2012

Così il fascismo sopravvisse al Duce


Ci fu un tempo in cui la politica era scontro di passioni e confronto di visioni; ci fu un tempo in cui i militanti sacrificavano volentieri al partito tempo e denaro; ci fu un tempo in cui la ricchezza delle idee era inversamente proporzionale alla disponibilità di mezzi. 

Anche a quel tempo l'impegno politico poteva aprire le porte della galera, ma solo per reati d'opinione o in conseguenza di una militanza troppo vivace e certamente non per furto, appropriazione indebita o truffa. Sembrano tempi lontanissimi, o forse addirittura mai esistiti, eppure la storia della politica italiana del dopoguerra parte proprio da lì, dall'accesa partecipazione delle masse alla vita politica prima che la politica, per dirla con Guccini, diventasse solo «far carriera». La militanza politica era vissuta con disinteresse e spirito di sacrificio, come ricordano a esempio le storiche divisioni tra democristiani e comunisti immortalate da Guareschi che però trascura un terzo protagonista della politica di allora: i neofascisti, tanto determinati e appassionati quanto ignorati.

Un prezioso aiuto a capire il tempo che fu ci viene da uno studio di Elisabetta Cassina Wolff, docente di Storia contemporanea all'Università di Oslo, la quale, grazie a un contributo dell'università norvegese, ha pubblicato per Mursia un saggio dedicato ai giornali e alle idee dei reduci della Repubblica Sociale Italiana: L'inchiostro dei vinti. Stampa e ideologia neofascista 1945-1953 (pagg. 394, euro 18).

Pur essendo una pubblicazione accademica, il libro è scorrevole e appassionante e arricchisce la conoscenza del mondo degli «esuli in patria», aggiungendosi agli studi di Giuseppe Parlato e ai saggi di Antonio Carioti che in anni recenti hanno fatto luce sul mondo, a lungo negletto, dei fascisti dopo Mussolini. Privi di rappresentanza politica ma ricchi di idee e passione, i neofascisti sopravvissuti alla catastrofe, prima di organizzarsi in un partito politico si confrontano e si aggregano su una miriade di riviste, ricche di appassionati dibattiti ideologici che la Wolff ha pazientemente ricostruito. Sono esaminate raccolte di pubblicazioni rarissime e spesso ignorate dagli storici, che vanno da La Rivolta Ideale a Lotta politica, da Rataplan a Asso di bastoni, da Imperium a Meridiano d'Italia, da Il Rosso e il Nero a Tabula Rasa a tutte le altre che si richiamano esplicitamente all'esperienza fascista, ragione per la quale sono stati esclusi pur interessanti periodici come Pensiero Nazionale del fascista rosso Stanis Ruinas e Pagine Libere degli epigoni dei sindacalisti rivoluzionari.

Nel variegato schieramento neofascista emergono le tre grandi correnti proposte inizialmente da Giorgio Pini e ormai accettate dalla storiografia ufficiale: quella dei «socializzatori», rivoluzionari e di sinistra; quella dei «corporativisti», sostanzialmente conservatori; e infine quella dei «tradizionalisti», seguaci di Evola e ironicamente definiti «figli del Sole».

A giudicare da come sia finita l'esperienza neofascista - seppellita con Rauti tra sputi e schiaffi - si stenta a credere che invece sia nata in mezzo a grandi slanci ideali e solide basi ideali. Il dibattito tra le diverse anime del neofascismo è acceso ma alto, e sin dall'inizio fa piazza pulita dei luoghi comuni che vedono il fascismo come una dittatura totalitaria che si impose con la violenza per agire come braccio armato del capitalismo. Il fascismo è una parte integrante della storia italiana, il tentativo di raggiungere l'effettiva indipendenza nazionale con tutte le forze disponibili e soprattutto con la partecipazione responsabile di tutti gli italiani, senza alcuna differenza, alla costruzione della casa comune. Quanto poi ai contenuti effettivi di questa rivoluzione mancata, non può che stupire il livello elevato del dibattito tra idealisti gentiliani, corporativisti conservatori e tradizionalisti evoliani. Il neofascismo, insomma, seppe andare oltre la rivendicazione del proprio passato e offrì critiche efficaci e proposte interessanti alla democrazia parlamentare di cui profeticamente denunciava l'inevitabile trasformazione in partitocrazia corrotta.

Il dibattito ideologico tra le varie anime fu intenso, esplicito e spesso sincero fino alla brutalità, come dimostra la critica di Julius Evola verso l'eccessivo opportunismo del Msi, che già nel 1953 era guidato, secondo il filosofo, da politicanti incapaci di guardare aldilà di mete contingenti. Il modello da seguire, suggeriva l'autore del celebre Gli uomini e le rovine, doveva invece essere il Partito Comunista Italiano, una forza organizzata dotata di mezzi e denaro, con un notevole peso elettorale e soprattutto una chiara e precisa visione del mondo che pretendeva, e otteneva, una granitica e intransigente fedeltà alle idee professate. Altri tempi, altri uomini, stesse rovine.

(di Luca Gallesi)

mercoledì 28 novembre 2012

Renzi spieghi che se vince Bersani, c’è Monti. E trasformi la sua faccia in slogan


Se Matteo Renzi vince alle primarie del centrosinistra, dopo, gli verrà facile diventare presidente del Consiglio. Svuoterà tutto il centrodestra a venire. Se, invece, taglia il traguardo del ballottaggio Pier Luigi Bersani, ecco: ci sarà un’altra storia. Il premier del prossimo governo, infatti, sarà ancora una volta Mario Monti. E con una maggioranza di tutti con tutti, oltretutto. Compresa la Forza Italia 0.2 di Silvio Berlusconi. Questo è il nocciolo, semplice e pieno, tutto di sostanza e senza essenza (se proprio vogliamo usare la metafora della cipolla di Aldo Busi dove non si sa mai qual è il cuore). Qui, di “quore” non ce ne deve stare punto perché è nell’aritmetica che si conclude la faccenda. Ho fatto la prova con molti elettori “de sinistra” portandoli davanti a questo osso, chiedendo loro: “Ma se è sicuro che con Renzi andate a vincere le elezioni perché non lo votate adesso, alle primarie?”. Incredibile, neppure questo argomento li smuove perché prevale, nella grande maggioranza, il riflesso condizionato dell’appartenenza, scorgono in Renzi un estraneo e non lo votano perché la sinistra non si libera dal complesso di superiorità morale, preferiscono ancora la scelta minoritaria.

Come a scansare la responsabilità di sporcarsi le mani con l’osso duro della politica. E l’unico consiglio che posso dare a Renzi, in questo frangente così caldo di politica, è quello di far circolare il ragionamento di cui ho detto sopra: meglio la gallina Renzi domani che l’uovo Bersani oggi, prossimo ad essere cotto nell’acqua della grande coalizione eterna. Solo con Renzi, la sinistra, può sporcarsi con la larga Italia all’odor di minestrone e mettere in tasca l’uomo qualunque. Certo, forse Renzi non è la sinistra ma di sicuro Bersani, con tutta la sua struttura, non è manco il Partito comunista. Nella macchina da guerra del segretario del Pd sopravvive la nomenclatura, quella casta praticona, tutta coop, ma pur sempre estranea alla natura profonda degli italiani che, al contrario, vogliono vincere aggrappandosi a quello che più degli altri somiglia a loro e Renzi, appunto, assomiglia agli italiani. Faccia uno slogan della sua stessa faccia. Farà vincere la sinistra. E riempirà tutto il vuoto a destra, ops, centrodestra.

(di Pietrangelo Buttafuoco)

lunedì 26 novembre 2012

Il Machiavelli del '900 contro il potere di tecnici e finanza


L'aveva chiamata san Casciano la sua casa del buen retiro a Plattenberg, il luogo natìo in cui tornò per trascorrere la lunga vecchiaia fino alla morte, all'età di 97 anni, nel 1985. San Casciano, come l'ultima casa-esilio di Niccolò Machiavelli, quando si ritirò dall'attività di Segretario. 

Ma Carl Schmitt confidò in un'intervista che aveva battezzato così la sua casa non solo in onore di Machiavelli ma anche perché San Casciano è il santo protettore dei professori uccisi dai loro scolari. Schmitt si identificava in ambedue, nell'autore de Il Principe, nel suo lucido realismo politico e nel suo amore per la romanità; ma anche nel Santo, perché si sentì tradito da molti suoi allievi. Quell'intervista dà il titolo a una raccolta di scritti di Carl Schmitt, curata da Giorgio Agamben e riapparsa da poco (Un giurista davanti a se stesso, Neri Pozza, pagg. 314, euro 16,50).

Non è un caso ma un destino che Carl non si chiami Karl. La matrice cattolico-romana e latina è decisiva nella sua biografia intellettuale. La tradizione a cui si richiama Schmitt è lo jus publicum europaeum, di cui «padre è il diritto romano e madre la Chiesa di Roma»; la fede in cui nacque, visse e morì è quella cattolica apostolica romana; «la concezione di Schmitt - notava Hugo Ball - è latina»; la lingua latina era per lui «un piacere, un vero godimento»; un suo saggio chiave è Cattolicesimo romano e forma politica, e l'annesso saggio sulla visibilità della Chiesa. E non solo. La critica di fondo che Schmitt rivolge alla sua Germania è «il sentimento antiromano» che la percorre da secoli e che sostanzia la differenza tra cultura evangelica e cattolica. È una divergenza che spiega molte cose del passato e anche qualcuna del presente. Compresa quell'asprezza intransigente dei tedeschi e di altri popoli di derivazione protestante verso i Paesi mediterranei di formazione greco-latina e cattolico-romana. È quello per Schmitt il vero spread tra tedeschi e latini.

Ma Schmitt va oltre e coglie l'incompatibilità tra «il modello di dominio» capitalistico-protestante dei tedeschi e il concetto romano-cattolico di natura, col suo amore per la terra e i suoi prodotti (che Schmitt chiama terrisme). «È impossibile - scrive Schmitt - una riunificazione tra la Chiesa cattolica e l'odierna forma dell'individualismo capitalistico. All'alleanza fra Trono e Altare non seguirà quella di ufficio e altare o fabbrica e altare». È possibile invece che i cattolici si adattino a questo stato di cose. Per Schmitt il cattolicesimo ha il merito d'aver rifiutato di diventare «un piacevole complemento del capitalismo, un istituto sanitario per lenire i dolori della libera concorrenza». Schmitt ravvisa un'antitesi radicale tra l'economicismo, condiviso dai modelli americano, bolscevico e nordeuropeo, e la visione politica e mediterranea del cattolicesimo, derivata dall'imperium romano. Rifiuta pure di riferirsi ai valori perché di derivazione economicista.

Nei saggi e nelle interviste raccolti da Agamben, figura anche un testo che apparve in Italia nel '35, in un'antologia curata da Delio Cantimori col titolo di Principi Politici del Nazionalsocialismo. Peccato che non siano stati più ripubblicati il saggio introduttivo di Cantimori e la prefazione di Arnaldo Volpicelli che sottolineava le divergenze tra fascismo e nazismo, e fra la teoria di Schmitt sull'Amico e il Nemico e l'idealismo di Gentile, a cui egli si ispirava, per il quale il nemico era accolto e risolto nell'amico, ogni alterità era superata nella sintesi totalitaria e «sostanza e meta ideale della politica non è il nazionalismo ma l'internazionalismo». Qui sta, diceva Volpicelli, «la differenza fondamentale e la superiorità categorica del corporativismo fascista sul nazional-socialismo». A proposito di Hitler, Schmitt ricorda che una volta confessò di provare compassione per ogni creatura e aggiunse che forse era buddista. Hitler era gentile nei rapporti personali, nota Schmitt, e non aveva mai visto il mare. Riferendosi al suo ascendente sul pubblico, rileva «la sua dipendenza quasi medianica da esso, dall'approvazione, dall'applauso interiore».

Le interviste percorrono i punti centrali delle opere di Schmitt: la critica al romanticismo che sostituisce Dio e il mondo con l'Io; il Nomos della terra e la contrapposizione con le potenze del mare; la derivazione teologica dei concetti politici; la dialettica amico-nemico; la teoria del partigiano e la sovranità come decisione nello stato d'eccezione; quel decisionismo peraltro estraneo alla sua indole («Ho una peculiare forma di passività. Non riesco a capire come la mia persona abbia acquisito la nomea di decisionista», confessa con autoironia). E poi la sua raffinata passione letteraria, anche in questo erede di Machiavelli.

C'è una ragione di forte attualità del pensiero schmittiano. È la sua doppia previsione della spoliticizzazione che avrebbe portato al dominio mondiale dei tecnici e dell'avvento di guerre umanitarie che sarebbero state più inumane delle guerre classiche, perché condotte nel nome del bene assoluto contro il male assoluto. L'intreccio fra tecnica, economia e principi umanitari è l'amalgama che comanda oggi il mondo. Per assoggettare i popoli, scrive profeticamente nel '32, «basterà addirittura che una nazione non possa pagare i suoi debiti». Schmitt descrive «la cupa religione del tecnicismo» e nota che oggi la guerra più terribile può essere condotta nel nome della pace, l'oppressione più terrificante nel nome della libertà e la disumanità più abbietta nel nome dell'umanità. L'imperialismo dell'economia si servirà dell'alibi etico-umanitario. Il potere, avverte Schmitt, è più forte della volontà umana di potere e tende a sovrastare in modo automatico, impersonale: «non è più l'uomo a condurre il tutto, ma una reazione a catena provocata da lui». Non dunque un complotto ordito da poteri oscuri ma un automatismo indotto da una reazione a catena non più controllata dai soggetti umani. Quella reazione a catena passa dall'incrocio fra tecnica e finanza ed è visibile nell'odierna crisi globale. Da qui la necessità di rifondare la sovranità della politica. E di ripensare al Machiavelli del '900, quel tedesco in odore di romanità che ipotizzava la nascita di un patriottismo europeo. La Grande Politica di Schmitt e il suo nemico: il Tecnico, bardato di etica, a cavallo della finanza.

(di Marcello Veneziani

sabato 24 novembre 2012

Bombe su una popolazione inerme

Hanno ucciso Supermario con un omicidio "tecnico"


Ecco il primo romanzo double face. O meglio, un romanzo che cambia di «genere» a seconda di quando lo si legge. Se lo si legge entro il 24 novembre è fantapolitica. Se lo si leggerà dopo il 24, e non sarà avvenuto quel che racconta, sarà storia alternativa o ucronia. Ma cosa racconta? L'assassinio di Mario Monti il 24 novembre 2012 nel centro di Roma: un attentato dinamitardo all'altezza della mostruosa Ara Pacis di Meyer. È auspicabile che nessuno s'indigni, dato che negli ultimi dieci anni sono apparsi romanzi, film, opere teatrali che hanno descritto l'assassinio, esplicito o implicito, del Cavalier Silvio Berlusconi. Nessuno ha mai protestato, e gli si è allungata la vita. Il fatto è che i nostri due ultimi premier non sono stati e non sono simpatici a molti ambienti politici, oltre che a un cospicuo numero di italiani, e l'antipatia si riverbera anche nelle opere d'invenzione letteraria.

Adesso Pierfrancesco Prosperi, architetto di professione e scrittore di fantascienza (ma anche di fantastico, orrore, poliziesco e spionaggio, oltre che sceneggiatore di fumetti) dal 1960, firma Bersaglio Mario Monti (Reverie, pagg. 200, euro 15) concretizzando gli umori degli anarco-insurrezionalisti, i seguaci delle teorie di Bakunin, che però trovano il loro humus in una nazione che dimostra un tessuto sociale sfilacciato, una specie di sindrome di assuefazione alla violenza quotidiana, che non reagisce più emotivamente ai disastri che la circondano. Tra le righe di quest'opera si legge una denuncia del degrado generale del Paese, al quale hanno concorso le ribalderie e l'arroganza degli uomini del Potere.

Prosperi adotta una tecnica che gli riesce molto bene (si pensi ai due romanzi sull'Islam italiano editi da Bietti): procede per capitoli cronologici intrecciando le vicende di più personaggi, descrivendo scene in apparenza slegate, inframmezzando il tutto con documenti (articoli, estratti di libri, dichiarazioni, comunicati ecc.) tra il vero e il falso, comunque plausibili. Soltanto alla conclusione tutti i tasselli andranno al posto giusto e tutto sarà chiaro. O quasi, dato che nelle storie di Prosperi domina il Caso o il Fato, che si diverte a giocare scherzi beffardi e inaspettati.

Qui, ad esempio, la storia del killer Nico Raimondi che ha un conto psicologico e morale in sospeso con il Potere, e quella del poliziotto Michele s'intersecano sino all'incontro decisivo nel momento cruciale che si concluderà in modo del tutto inaspettato. Su di loro aleggia la figura del presidente del Consiglio, del tecnico per eccellenza, la cui personalità e la cui carriera sembrano avere la loro fonte in Il Grigiocrate, la «biografia non autorizzata» di Grandi, Lazzeri e Marcigliano, edita da Fuorionda, di cui Reverie, specializzata in ucronie, è una costola. Monti è considerato una specie di taumaturgo della politica europea: risolve la crisi atomica con l'Iran e il problema del rigassificatore di Brindisi, riporta in Italia una famosa collezione d'arte (ma non i marò dall'India...), addirittura salva un'impiegata dell'Agenzia delle Entrate ostaggio di un attentatore. E pare addirittura avere virtù miracolose: l'impiegata, moglie del poliziotto Michele, ritiene infatti che sia stato proprio Lui con le sue parole a far sì che sia rimasta finalmente incinta... Potere del Verbo tecnico!

Ma Monti è inviso alla frangia più oltranzista degli anarchici internazionalisti guidata da un misterioso aristocratico francese vestito di bianco e con papillon, molto snob ma devoto alla causa del popolo che soffre. Il mondo è abbastanza marcio per farlo cadere nel caos dal quale rinascerà una società di eguali. È l'Effetto Domino e bisogna cominciare dall'Italia, considerata «il ventre molle dell'Occidente». Così si prepara l'attentato che si verificherà sul lungotevere il 24 novembre 2012. Non ci resta che leggere e aspettare...

(di Gianfranco de Turris)

In democrazia casa Pound può manifestare


La manifestazone indetta da Casa Pound, circolo di estrema destra che, autorizzata dalla Questura, dovrebbe svolgersi oggi a Roma con partenza da Piazza della Repubblica e arrivo al Co- losseo, ha sollevato lo sdegno e l'indignazione di una collezione di “democratici e antifascisti” (il circolo Mario Mieli, Queer Lab, la Casa internazionale delle Donne, le Madri per Roma città aperta, attivisti della sinistra, con l'aggiunta di Luca Telese, attuale direttore di Pubblico, che in un recente passato ha lavorato per un quotidiano notoriamente antifascista e antirazzista come Il Giornale).

I “democratici e antifascisti” hanno chiesto alla Prefettura di vietare il corteo e di chiudere la sede romana di Casa Pound richiamandosi anche alla legge Scelba del 1952 che vieta la ricostituzione del partito fascista (alla quale Palmiro Togliatti che, a differenza di costoro, non era un cretino, si oppose perché capiva benissimo che si comincia con i fascisti e si finisce con i comunisti) e alla più recente legge Mancino (specchiatissimo personaggio coinvolto, sia pur per falsa testimonianza, nell'inchiesta palermitana sui rapporti e i presunti accordi Stato-mafia) che punisce, con la reclusione, le manifestazioni di “odio razziale”. Ora, secondo il volantino distibuito da Casa Pound, la manifestazione è contro “la casta, i tecnici, la finanza, i mercati, le Banche, l'usura”. Non si vede che cosa ci sia di “fascista” in tutto questo, sono obiettivi che potrebbero essere tranquillamente abbracciati anche dai ragazzi dei “centri sociali” oltre che da moltissimi cittadini che non si riconoscono né nella destra né nella sinistra.

Sono stato invitato un paio di volte dai ragazzi di Casa Pound a presentare i miei libri (e, “democra- tici” permettendo, ci tornerò il 22 febbraio), così come, in molte altre occasioni, da circoli culturali che si richiamano alla sinistra e all'estrema sinistra. E a Casa Pound non ho notato nulla di facinoroso, di violento, di “fascista” (ciò non ha impedito ai “centri sociali” romani di inserirmi in una minacciosa “lista nera”, così come il Congresso in-ternazionale ebraico per aver io difeso non Priebke ma i suoi diritti, mi ha bollato da “nazista”, ignorando, almeno lo spero, che mia madre, Zinaide Tubiasz era ebrea e che ha visto l'intera sua famiglia di origine sterminata dai nazisti sul fronte russo-tedesco).

Ma le impressioni che ho avuto frequentando saltuariamente i ragazzi di Casa Pound sono personali e possono anche essere sbagliate. Ma la questione, qui, è un'altra. Ed è di principio. Una democrazia, se vuole essere tale, deve accettare tutte le opinioni, tutte le idee, anche quelle che le paiono più aberranti e le sono radicalmente antagoniste. È il prezzo che la democrazia paga a se stessa e che la distingue dai regimi totalitari. L'unico discrimine, in democrazia, è che nessuna idea, giusta o sbagliata che sia, può essere fatta valere con la violenza. Leggi come quella Mancino, che vietano le manifestazioni di idee o addirittura l'espressione di alcuni sentimenti, sono leggi liberticide degne del Codice fascista di Alfredo Rocco (io ho il diritto di odiare chi mi pare, fermo restando che se gli torco anche solo un capello devo andare dritto e di filato in gattabuia).

I sedicenti “democratici e antifascisti” che vogliono impedire il corteo dei ragazzi di Casa Pound, perché “fascisti”, prima di sparare cazzate demagogiche dovrebbero almeno cercare di capire che cos'è realmente una democrazia. Ma temo che sia un'impresa disperata e che avesse ragione Mino Maccari quando affermava: “I fascisti si dividono in due categorie: i fascisti propriamente detti e gli antifascisti”.

(di Massimo Fini)

giovedì 22 novembre 2012

Marco Tarchi: diffidano della base, conta il capo


Marco Tarchi, politologo, il centrodestra italiano ha molti problemi con la successione post-berlusconiana. Ma anche in Francia, come dimostra l’Ump, le cose non vanno bene. Come mai tutta questa allergia alle primarie?

"Dipende da due caratteristiche psicologiche (verrebbe da dire antropologiche) degli ambienti di destra. Da un lato c’è la considerazione che gli elettori dei partiti di questa area hanno della politica: la ritengono un male inevitabile, un settore delicato in cui devono mettere bocca solo i competenti e gli addetti ai lavori, quindi non se ne vogliono occupare troppo. Rifuggono dal militantismo, hanno interessi maggiori nella vita. Dall’altro lato c’è la tendenza ad affidarsi alle qualità umane (e politiche) di singoli soggetti – i “capi” – più che a quelle di un’indistinta base. Diffidano del collettivo, delle assemblee. Vogliono guide certe e univoche".

Le primarie stanno facendo bene al Pd, si vede dai sondaggi. Ma quale effetto potrebbero avere sul Pdl, con una tale frammentazione di candidature?

"Prima di parlare dei benefici effetti delle primarie sul Pd aspettiamo i risultati. Sulle reazioni dei delusi è meglio non azzardare pronostici. Per i motivi che ho ricordato, molti elettori del centrodestra (riguardo agli iscritti e soprattutto ai militanti e ai dirigenti, il discorso da fare sarebbe tutt’altro) non gradirebbero scontri fratricidi e toni pesanti: ne hanno visti e sentiti fin troppi negli ultimi anni, e lo hanno dimostrato con esodi e disaffezioni. Preferirebbero una designazione univoca e, almeno formalmente, corale".

Il paradosso del Pdl sembra essere questo: da partito a guida carismatica a partito a guida incerta. È la sua nemesi?

"Sicuramente, perché quando ci si affida a un “uomo provvidenziale”, si finisce per fare a meno di dirigenze stabili e articolate, scelte sulla base di precise capacità e competenze. Si ascende nelle gerarchie solo per effetto della benevolenza del capo, o tutt’al più – se si è in presenza di un partito-coalizione qual è il Pdl, in virtù di accordi (sempre soggetti a contestazioni) fra le componenti.
Non sono stati pochi gli studiosi che, di fronte al perdurare dell’onnipotenza berlusconiana, con i suoi corollari di scarsissima collegialità direttiva, hanno ipotizzato un tracollo al momento della successione. Pare non avessero torto".

Quale futuro per la componente più vicina agli ex An?

"Più che dalla loro volontà, dipenderà dalle mosse degli altri settori – ormai molto frastagliati – presenti nel partito. Potrebbero aprirsi spiragli di opportunità all’interno di un nuovo gruppo dirigente unificato, oppure potrebbe rendersi necessario, per contare, staccarsi e puntare su una lista federata a una sorta di replica di Forza Italia ma più caratterizzata a destra. Non sono certo che gli ex-An resteranno uniti in questa fase turbolenta: alcuni loro esponenti si sono avvicinati ai berlusconiani “storici” e non vedrebbero di buon occhio un ricongiungimento con La Destra di Storace, necessario al progetto di cui ho fatto cenno".

Buttafuoco, sul rogo dell'ironia c'è posto per tutti


Ora che la Rai ha cancellato Questa non è una pipa, i fan di Pietrangelo Buttafuoco se lo ritrovano almeno in libreria con Fuochi (Vallecchi, euro 14,50), in uscita il 28 novembre, un «best of» di incursioni politiche degli ultimi anni. 

Buttafuoco è forse il miglior fabbro del giornalismo cattivo. Sin da quando, praticante al Secolo d'Italia a inizio anni '90 firmava un boxino con lo pseudonimo Dragonera. Il direttore Gennaro Malgieri chiudeva il giornale ma non controllava la rubrica. La mattina dopo leggeva attentamente, prendeva carta e penna e cominciava a scrivere biglietti di scuse. Buttafuoco riuscì a farlo litigare con tutti, da donna Assunta agli alti papaveri dell'Msi.

Buttafuoco, pur lanciando frecce infuocate a destra e a sinistra, è più un umorista che un polemista. Usando la tecnica indiretta alla Pirandello: l'apparenza comica lascia intravedere la tragedia. Un esempio: la scena in cui l'autore descrive l'incontro con Gianfranco Fini in una strada di Roma. Spiega Buttafuoco, ex militante dell'Msi «tradito» da un Fini alla disperata ricerca di legittimazioni centriste: «È riuscito, lui, con le sue cravatte sbagliate, a distruggere un partito - un ambiente, una comunità - che da Bolzano a Trapani aveva superato le persecuzioni, l'ostracismo e l'indifferenza». Ma nella scena dell'incontro i due non si parlano: Fini è nell'auto blu. Si guardano attraverso il vetro, si riconoscono per l'attimo che basta al giornalista per notare una cravatta che ha il colore del «cane in fuga, bandiera di un'ambizione stritolata».

Molte frecce infuocate in questo libro sono riservate alla sinistra della gente che piace. Ecco Tiziano Terzani. «L'orientalista non si veste da orientale, il latinista non si veste da antico Romano, il grecista non si veste da Aristotele. Con la banalità antioccidentale non si fa orientalismo, ma nobile caricatura, più che orientalisti si fabbricano dei disorientati». Per spiegare il successo di Fabio Fazio, si recupera la fenomenologia di Mike Bongiorno di Umberto Eco: «Al tempo del Mike, la tivù non era ancora diventata il cuscino trapuntato di colte sfumature, quello che è Fazio Fabio, cuscino di pregiate natiche».

E Oriana Fallaci? I due erano divisi da potenti motivazioni ideali. Destra «spirituale», saracena, socialista quella di Buttafuoco, destra illuminista, amica degli Usa, cattolica solo come lascito storico, quella della Fallaci. Dal «coccodrillo» di Buttafuoco per la «nemicona»: «Chi scrive adora Oriana Fallaci, non fosse altro che per un delizioso tormentone cui la sottoponeva Giuliano Ferrara. Chi scrive era al Foglio, giornale, ai tempi, con articoli non firmati. Ogni volta che le capitava sotto il suo attento occhio un pezzo appunto anonimo ma di suo gusto, chiedeva a Giuliano: “Chi ha scritto quest'articolo?”. E Ferrara, divertito, piano piano le diceva: “But', But', Butta'... Buttafuoco”. E giù urla: “Quello strrronzooo d'un maiaaale!”».

Troviamo un Dell'Utri «gatto di marmo imperturbabile e però ironico», un Berlusconi «a cui piace piacere al punto di anteporre il fottere al comandare». E nel ritratto-intervista che Buttafuoco gli dedica, Scalfari comincia con lo spiegare all'autore una mossa imparata da ragazzino, nei balilla: come si fa il saluto romano.

(di Bruno Giurato