venerdì 10 settembre 2010

La biblioteca di Flaiano era in strada


Se l’uomo è ciò che mangia, come diceva Feuerbach, lo scrittore è ciò che legge, ovvero ciò di cui si nutre la sua mente. Al Festivaletteratura di Mantova mi hanno chiesto di parlare dei cibi mentali preferiti di Ennio Flaiano. Cioè della sua biblioteca. I libri di Flaiano sono presso la biblioteca cantonale di Lugano. Un’altra fuga di capitali intellettuali in Svizzera, come è già stato per l’Archivio Prezzolini e per altri autori italiani. Ma non si tratta di evasione, semmai di fato e disattenzione: il fato volle che Prezzolini si trasferisse a Lugano, disgustato dall’Italia. E il fato volle che Rosetta Flaiano si trasferisse alla morte di suo marito in Svizzera per curare sua figlia, che poco dopo morì. Così lasciò i libri a Lugano. Al fato, o al caso come avrebbero preferito dire i due scettici espatriati, si aggiunse poi la disattenzione dell’Italia che, nonostante qualche ammirevole tentativo, lasciò cadere fuori dai propri confini i loro archivi e i loro libri.

Chi pensa alle mastodontiche biblioteche, come a esempio quelle di Spadolini, di Pontiggia o di Firpo, resterà deluso. La biblioteca di Flaiano è più esigua e si concentra su un migliaio di libri. Libri letterari, in prevalenza, da cui emerge una forte prevalenza francese. Pochi filosofi, e nelle loro opere più letterarie, niente saggi storici, politici o d’arte. C’è Schopenhauer, c’è qualche Nietzsche ancora in edizione francese (non era partita l’opera di Colli-Montinari e Giametta) però manca Zarathustra; zero di Marx nonostante l’epoca pregna di marxismo, salvo il Manifesto del partito comunista con Engels; non c’è Heidegger, non c’è Gentile, non ci sono i filosofi della contestazione. C’è l’autobiografia di Evola, Il cammino del cinabro, qualche scritto letterario di Gramsci e di Croce. Ci sono i libri degli amici, Maccari, Longanesi, Fellini, Tonino Guerra, Giancarlo Fusco, Vincenzino Talarico con il suo Otto settembre, letterati in fuga. C’è traccia della sua matrice pescarese nella folta presenza di vocabolari di dialetto abruzzese. Suscita libidine l’Almanacco delle cocotte.

La distinzione giusta in una biblioteca, soprattutto di uno scrittore, dovrebbe essere tra libri voluti e libri subiti. Ovvero libri che tu hai cercato e libri che ti sono stati mandati, proprio come accade ai figli, voluti o nati per disguido; ma il destino dei libri come quello dei figli desta sorprese: ci si può pentire di un libro voluto e di un figlio desiderato e si può amare un libro subito o un figlio venuto per disattenzione. A volte le cose a sorpresa riescono meglio. Si nota la presenza di libri di più recenti edizioni giunti a Flaiano per grazia dell’autore o dell’editore; e si notano quelli di formazione. Mi sarebbe piaciuto capire anche la loro collocazione in biblioteca decisa da Flaiano: io per esempio divido i miei libri in quattro strati. Quelli ad altezza d’uomo sono i più consultati; quelli che devi prendere in punta di piedi sono i testi più nobili; quelli che sono in cima alla biblioteca sono evaporati per la loro inconsistenza fino alla volta, tanto sono inutili e vacui; e per legge inversa, di gravità, quelli che sono nelle file più basse, ad inferos, dove ci sono i cattivi maestri, i testi più beceri con le tesi più losche.

Ma la biblioteca più cospicua da cui attinse Flaiano fu quella più sfacciata e invisibile: fu la sua vita, le gente che incontrò e che trasfigurò nei suoi scritti, epigrammi e sceneggiature, i film che vide e che al suo tempo non poteva raccogliere in dvd. Fu soprattutto quella biblioteca a cielo aperto che è Roma. Anche lui andava la sera in via Veneto, ma descrisse non solo la gente e la mentalità di quei tavolini, ma anche i romaneschi coatti de borgata, la Roma eterna e caciarona, cazzara e vitellona; c’è Trastevere e c’è l’umanità delle periferie e dei ministeri, delle matrone e delle signorine, visti con gli occhi del moralista ironico. Flaiano descrisse gli italiani viaggiando contromano con vena grottesca e surreale. Dipinse la loro identità a rovescio, li fotografò nel loro simpatico stronzeggiare o nel loro cinico e furbo coglionare il prossimo. Notò che quella italiana non è una nazionalità, ma un professione, e che gli italiani non sono una razza, ma una collezione. Li osservava da vicino, Flaiano, e poi si rifugiava tra i suoi bei classici, in biblioteca, per cercare conferme del genere umano nella grande letteratura e nel passato remoto.

Oscillò tra due disincanti: quello conservatore di Longanesi e quello laico-liberale di Pannunzio. Su tutto alla fine prevalse in Flaiano un sentimento di noia: «La noia è la verità allo stato puro». Una volta guardando il numero di un autobus, il 92, Flaiano pensò e annotò: «Chissà se ci arriverò al ’92. Però che noia». Il fato lo imbarcò con forte anticipo sul ’72 con la bara, come dicono a Roma sdoppiando la erre, risparmiandogli la noia di vivere altri vent’anni.

P.S. Non so perché è toccato a me aprire le danze sulla biblioteca di Flaiano. Non fui suo amico per ragioni d’età, non sono un suo studioso e nemmeno un critico letterario. Azzardo una ragione occasionale: perché quando Flaiano arrivò a Roma andò ad abitare come me in viale delle Milizie. Diciamo che ho parlato di lui in veste condominiale, per ragioni di vicinato. O forse sono stato invitato da esperto di biblioteche perdute (ma poi ritrovate, per fortuna). Sono stato presentato come «suo estimatore» e questo è vero e mi basta. Ma molti giornali mi hanno tolto da ogni imbarazzo ignorando la mia presenza a Mantova come al festival della filosofia di Modena, il cui tema coincide col mio libro. Quando leggete la formula: «interverranno tra gli altri», sappiate, io sono il signor Traglialtri. Non è per montarsi la testa, ma non mi nominano mai invano, né per i miei libri né per premi, destre o convegni. Divertente, e un po’ meschino. A proposito, dimenticavo I miserabili di Victor Hugo. Non c’è nella biblioteca di Flaiano. Forse si nascondono nelle redazioni.

(di Marcello Veneziani)

martedì 7 settembre 2010

Franz Turchi: "Il Fli è come la vecchia Dc: con la destra non c’entra"


Mica si può pensare dav­vero di sminuire il tutto a una questione di trattino: centro­destra o centro e destra. «Sia­mo vivendo un dramma uma­no e politico...» confida Franz Turchi. E spiega: «La verità è una sola: Gianfranco Fini la pa­tente di destra non ce l’ha più, l’ha gettata alle ortiche, nono­stante tenga a dire il contra­rio ». Un po’ di amaro in bocca ammette di sentirlo. Non solo perché l’aveva seguito a Fiug­gi, imbarcandosi da cofondato­re sulla fragile scialuppa di An, accettando l’idea di «lasciare la casa del padre», ma anche perché la famiglia Turchi (pri­ma il senatore Franz, poi il de­putato Luigi e ora lui, europar­lamentare fino a pochi anni fa) da decenni al timone della de­stra, tanto da risultare fondatri­ce del Secolo d’Italia , si sente tradita. Orfana. Ma ben decisa a rimanere a destra. Contraria­mente - dice Franz - a quelle che sono le intenzioni di Fini.

In realtà il presidente della Camera ha detto chiara­mente che lui a destra c’è e ci rimane. Mi par di capire che lei non ci creda trop­po...


«Non ci credo affatto. Perché non bastano le parole: oggi a contare sono i programmi. E quali sono i suoi progetti? Non ne fa cenno. Anzi, i pochi in cui si avventura sanno chiaramen­te di sinistra: cittadinanza agli immigrati, difesa dei diritti de­gli omosessuali, contrasti aper­ti con la Chiesa sulla bioetica. Tutto un patrimonio rispettabi­lissimo che non si può però cer­to definire di destra. Ma ancor di più pesa quel che non ha det­to... ».

Vale a dire?

«Anticamente la destra si ca­ratterizzava per il trinomio Dio-Patria-Famiglia che evi­dentemente oggi si è evoluto. Patria, ad esempio, va sostitui­ta, in epoca di globalizzazione, con interesse nazionale. Cosa prevede Fini nel merito? Miste­ro. Cosa intende fare per la fa­miglia? Non si sa. E restando in campo economico, cosa pen­sa del sindacato? Il vecchio Msi era molto attento alla que­stione, tanto da fondare la Ci­snal che poi divenne Ugl. Lui cosa pensa del futuro del sinda­cato? Lo vede ancora possibile protagonista - i nostri vecchi parlavano di socializzazione che oggi diviene partecipazio­ne - o per lui il mercato è l’uni­ca sponda da inseguire?».

Magari quella di Mirabello non era la sede adatta per approfondire...


«Eppure ha parlato dei pro­blemi dei precari, come se tutti gli altri, a cominciare dal cen­trodestra, non se ne preoccu­passero. Ma un conto è far pro­paganda, altro è porre sul tavo­lo delle soluzioni. Lui che in­tende fare a riguardo nella scuola e nella ricerca, ad esem­pio? Noi, centrodestra, credia­mo sia ormai necessaria una selezione rigorosa nei percorsi come stanno cercando di fare Tremonti e Gelmini. Andare verso una scuola e una univer­sità del merito, privatizzando­le magari e perseguendo l’idea dei contributi privati da defi­scalizzare. Lui cosa vuole in materia? Quali sono i suoi pro­getti? Facile sostenere che l’at­tuale centrodestra sia vecchio e loro il futuro e l’innovazione. Ma bisogna intendersi: quale futuro e quale innovazione? Proprio il discorso di Fini mi sembra vecchio: quello dei vec­chi partiti laici, Pri e Pli in pri­mo luogo e dei liberali europei a Strasburgo. Un discorso lai­co, attento ai poteri forti, senza più cenni alle istanze di destra nel suo vocabolario. Pieno ri­spetto per le sue scelte, sia chia­ro. Ma non ci venga più a dire che resta uomo di destra. Non è più così. Non è più credibile».

Eppure proprio a Mirabello Fini ha ipotizzato un patto di legislatura col centrode­stra, facendo capire di sen­tirsi parte della famiglia. Lei, Turchi, non ci crede?


«È che non credo che si pos­sa avere il piede in due scarpe. Come si fa ad avere posizioni vicine a quelle dei socialisti eu­ro­pei e a ipotizzare un lungo ac­cordo con una destra italiana che da Cavour a Berlusconi ha ben chiare non solo le sue ma­trici ma le proprie direttrici di marcia? Come si fa a far finta di niente quando il suo Secolo ar­riva a citare Togliatti come pun­to di riferimento? Tempo fa parlavo con Giulio Andreotti che mi rivelò di esser stato mes­so in angolo dalla Dc quando decise di rimanere fedele a De Gasperi contro un partito che i fanfaniani spostavano a sini­stra. Mi ha detto che quel che occorre in questo paese è “coe­renza”. Io credo di averla, co­me i colonnelli ma anche i tan­ti soldati che Fini ha abbando­nato al loro destino. Non mi pa­re l’abbia invece lui, che non esita un secondo a mettersi di traverso pretendendo non so­lo spazio ma anche l’idea di es­sere il depositario del verbo della destra».

Per cui...


«...questo Futuro e Libertà non è casa nostra. Non c’entra nulla con la destra moderata italiana, ha paletti di confine in­certi e confusi. Non ha pro­grammi chiari e convincenti, e si muove come se avesse cam­biato bandiera. Di certo c’è una cosa: il Fini di Mirabello 2010 col centrodestra o con la destra non c’entra più nulla. Che c’azzecca? , direbbe qual­cuno. Mentre è chiara la sua rincorsa a fare la vecchia Dc: prima si tratta al centro e poi si allarga a sinistra. Un film già vi­sto, molto scadente».

(di Alessandro M. Caprettini)

Così è affondato il sedicente capo


Dopo sedici anni di immersione subacquea negli abissi del berlusconismo, Fini riemerge a pelo d’acqua e dice: preferisco la montagna. O Gianfranco, non te ne sei accorto prima che non ti piaceva nulla di Berlusconi e del suo piglio da monarca, che detesti tutto della maggioranza in cui sei stato eletto presidente della Camera, dal partito-azienda al presidenzialismo, dalla legge elettorale alla tua legge sull’immigrazione, dal pacchetto giustizia alla scuola e al fisco? E, dopo aver coabitato per sedici anni ventimila leghe sotto i mari, scopri ora che la Lega tira troppo per il Nord e poco per l’Italia? Ma va, non te n’eri mai accorto che Bossi non era propriamente un patriota risorgimentale, un romanesco verace e un sudista convinto? E con che stomaco citi ora la destra che hai demolito in tutte le sue versioni?

Come prevedevo facilmente alla vigilia del discorso di Mirabello, Fini ha rotto gli indugi e ha detto con fermezza che vuol tenere il piede in due staffe. Fate schifo, amici, alleati e camerati di una vita - ha detto -, il partito non esiste, ma io resto con voi. Esempio mirabile di finambolismo, variante sleale del funambolismo. Soffermiamoci su quattro passaggi chiave.

1) Il pdl non esiste. Lo penso anch’io, che da tempo traduco Pdl in Partito del Leader, aggiungendo però che Pd è Partito del e non si sa di cosa. Il partito non esiste, però esiste un leader, esiste un governo ed esiste un grande popolo di centrodestra. Non esiste una leadership del partito che faccia da pendant al premier, è vero, ma questa carenza riguarda chi avrebbe dovuto occupare quello spazio: a cominciare dal cofondatore, Fini, che è sparito per anni e ora si riaffaccia alla politica. Non s’è visto nel Pdl l’accenno di un contenuto, di una linea, di una strategia culturale e politica che andasse al di là di Berlusconi. Ma se il Pdl è niente, come dice Fini, immaginate cosa sarà una particella ribelle del niente, denominata Fli? Se il Pdl non esiste, ci può essere la scissione dal nulla?

2) Il governo sotto schiaffo. L’Italia sognava da una vita un governo di legislatura in grado di governare e decidere. E questa volta ce l’aveva. Ma Fini ci offre di tornare alla concertazione, al ricattuccio permanente, alla mediazione di partiti e partitini. E dire che la destra aveva costruito la sua fortuna sul presidenzialismo e sul capo del governo decisionista. Ora Fini diventa il megafono della vecchia Italia che vuole governi deboli, poteri forti e convergenze larghe. Perciò piace ad avversari, procure, circoli di stampa e gruppi di affari. Il governo indebolito, sotto schiaffo, è una manna per loro.

3) Fini sogna una legge elettorale che sancisca la fine del bipolarismo. Se Fini fosse davvero il leader del futuro direbbe: la legge che abbiamo voluto, me compreso, offende la sovranità popolare, ridiamo agli italiani la possibilità di decidere gli eletti con preferenze o uninominale. Ma aggiungendo: però salviamo la governabilità e il rafforzamento dell’esecutivo, col premio di maggioranza e poi magari con l’elezione diretta del premier o del capo dello Stato. Invece no, Fini chiede di poter sfasciare il bipolarismo e restituire il Paese agli aghi della bilancia, ai terzisti e ai giochini di palazzo.

4) Infine, la destra. A Mirabello è davvero rinata An, come dice Maroni, è sorta un’altra destra, come scrive la Repubblica che si commuove perfino a sentir citare Almirante da Fini (che lo ha tradito trentatré volte)? No, la furbata di portarsi il santino nipotino di Tatarella e il santone fascistone di Tremaglia, di arruffianarsi la vecchia base con un paio di citazioni del vecchio repertorio missino, non sono la destra. E tanto meno sono la destra moderna, nuova e futurista di cui si eccitano i finiani. E poi «le radici della destra» non sono a Mirabello, come ha detto Fini. Sarebbe davvero poca roba una destra con quelle radici lì, così corte e contorte. No, le radici della destra sono in luoghi, storie, opere, pensieri, tradizioni che non si possono ridurre alla piccola storia del finianesimo, nel suo viaggio tra le rovine, dal Msi ad An, dal grande nulla del Pdl al piccolo nulla del Fli. La destra è un popolo e non una setta, è una cultura e non una citazione rubata, è un disegno civile e politico e non una carriera personale, è una comunità e non una musica da Camera, un progetto di riforma dello Stato e non una riforma elettorale per sfasciare un governo e scroccare un partito. E chi è di destra nutre amor patrio, cioè amore dei padri, mica dei cognati. Trovo ridicolo il titolo del Corsera: «A Mirabello Gianfranco batte Almirante» notando che la folla di domenica era maggiore di quella dei tempi di Almirante. Ma per forza, quella missina era la festa innocua di un piccolo partito ai margini della politica, questo è un evento mediatico e politico che ha riflessi sul governo e sul Paese. Anche Bruto, se avesse fatto una conferenza stampa dopo aver pugnalato Cesare, avrebbe avuto il pienone.

A proposito di titoli, ne ho trovato sul medesimo giornale un altro, favoloso e stucchevole: «Elisabetta e quel bacio dal palco: sono qui per lui»; ma per chi volete che fosse la Tulliani a Mirabello, per Donato La Morte, per i tortelli di zucca? Questo per dire che era stata una facile profezia la ola in favore di Fini dei grandi giornali: saranno anche loro asserviti a qualcuno come i tg e i giornali berlusconiani deprecati dal medesimo Fini? Ma no, ma che dite...

Dopo Mirabello il bilancio dell’operazione finiana è il seguente: un governo e un partito azzoppati, elezioni alle porte, una destra decapitata e spaccata che piace così ridotta solo agli avversari. Complimenti. Un vero leader.

(di Marcello Veneziani)

domenica 5 settembre 2010

Donna Assunta: Fini a Mirabello offende memoria di Giorgio

«È una provocazione, la prova che Gianfranco ha perso del tutto il senso del pudore. Non voglio neanche sentire quello che dirà».

Addirittura.

«Anzi no, è peggio di una provocazione. È una cosa ridicola. Poteva andarsene da un'altra parte ma a Mirabello no. La considero un'offesa alla memoria di mio marito e alla coscienza delle persone di destra che hanno consentito a Fini di arrivare dov'è arrivato. Vuol sapere la verità? Mi fa pena».

Mirabello. Dove nel 1987 Almirante designò l'erede.

«E quanta gente c'era quel giorno. Una folla oceanica. No, Fini non si doveva permettere di tornare là. C'è un momento per parlare e uno per stare zitti. Gianfranco doveva parlare un mese fa, assumendosi la piena responsabolità della faccenda dell'appartamento di Montecarlo. Oggi, invece, deve solo stare zitto. Invece è stato zitto un mese fa e domenica farà sentire la sua voce».

Alle 2 di ieri pomeriggio, Assunta de Medici nata Stramandinoli vedova Almirante, la Donna Assunta della destra italiana insomma, è in faccende di casa affaccendata: «Sto pulendo l'argenteria. Lavoro sempre io, sa?», dice al Riformista prima che la chiacchierata finisca, inevitabilmente, all'attesa per l'intervento di Fini in programma domani.

Ha sentito, Donna Assunta? Nel Pdl c'è chi si stava organizzando per andare a contestarlo.

Fatti suoi. Non m'importa. Tanto domenica se ne starà lì a parlare protetto dalle forze di pubblica sicurezza. Anzi, temo che quel giorno non ci sarà neanche un poliziotto in servizio da quelle parti. Saranno tutti appresso a lui, purtroppo.

E se qualche contestatore azzardasse un saluto romano?

Non so se Fini si meriterà di essere salutato romanamente, fascistamente. Io, che nasco monarchica, sul saluto romano la penso sempre allo stesso modo.

Come?

È igienico. Ed evita di dover stringere tante mani sudate.

Sia sincera, Donna Assunta. Lei ce l'ha ancora con Fini per la svolta di Fiuggi.

E certo che ce l'ho ancora con lui. Quel cambio di nome è stato un tradimento.

Dicevo che, per “colpa” di Fiuggi, lei non crede più a...

Io non credo più a nessuno di loro. Salvo giusto Storace, che ha fondato La Destra pagando l'altissimo prezzo di rimanere da solo. E La Russa, che ha mantenuto i patti con Berlusconi. D'altronde, tutti gli altri non hanno capito che dovevano fare come la Lega di Bossi, che io stimo, e rimanersene a casa propria. Ma una volta che sono entrati nella casa del padrone, che si aspettavano? Per il resto non credo più a niente e nessuno. Neanche alla vita. Sto diventando eretica.

Ma lei, che è così vicina ai temi della legalità, non è indignata per la faccenda del processo breve di Berlusconi?

Questa cosa del processo breve, a onor del vero, un po' fastidio mi dà. Però non ne so molto. E poi, mi scusi, il processo non dovrebbe essere sempre breve? O mi sbaglio?

Sì, ma l'interesse personale del premier verso questa legge...

Sia come sia, il governo pensi a stare più vicino ai magistrati, che spesso non hanno neanche i soldi della benzina.

Ecco, Donna Assunta, su questo lei e Fini sareste senz'altro d'accordo.

Io, in questo momento, da Fini voglio soltanto due cose. La prima è che si assuma le responsabilità della faccenda di Montecarlo, salvando l'onore di due galantuomini come Pontone e La Morte, che hanno soltanto obbedito ai suoi ordini. E poi voglio che sia fatta chiarezza su tutti i beni che appartenevano al Movimento sociale. Voglio sapere che fine hanno fatto i cento miliardi di lire che c'erano in cassa nel 1988, quando morì Almirante. Perché può darsi pure che Gianfranco sia stato messo in difficoltà dai nuovi parenti. Ma ha un'età, ormai è grandicello, deve sapersi assumere le proprie responsabilità.

Ammetterà, però, che la campagna nei confronti di Elisabetta Tulliani non è stata delle più delicate.

Non conosco la signora Tulliani ma una cosa la voglio dire. Daniela (Di Sotto, ex moglie di Fini, ndr) s'è dimostrata una gran signora. È stata abbandonata, eppure neanche adesso ha detto una parola. Lo sa che cosa sono in grado di fare le donne quando vengono lasciate, no?

(di Tommaso Labate)

venerdì 3 settembre 2010

Per Staiti meglio del Cav. e della “becerodestra” ci sono Fini e il Mago Zurlì


Si può anche finire col recuperare un avversario disprezzatissimo, anzi, in questo caso forse lo si può dire: odiatissimo. “Con i suoi mille difetti e con tutta la sua disarmante mancanza di coraggio, preferisco il politico Fini all’atteggiamento padronale di Berlusconi. Per la verità, mi andrebbe bene anche il Mago Zurlì a capo del governo”. Non sembra un complimento a Fini, ma lo è, se a pronunciare queste parole è Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse, uno di quegli uomini che la destra ereticale e orgogliosamente minoritaria ha monumentalizzato in vita; l’aristocratico, per nascita e uso di mondo; l’ex missino, oggi settantottenne, che in opposizione a Gianfranco Fini, assieme ai discepoli di Beppe Niccolai e Pino Romualdi, abbandonò l’Msi quando l’ex delfino di Almirante tornò a esserne segretario nel 1991. “Da un po’ di tempo Fini ha preso a dire cose che in parte condivido”, dice. “Certo, un gran coraggio non l’ha mai avuto e il coraggio uno se non ce l’ha non se lo può dare. Ma è sempre stato anche un fortunato Fini, uno che è nato ‘con il fiore nel culo’. Come le zucchine. Vedremo se darà seguito alle promesse. Ho settantotto anni e i miei orizzonti, va da sé, sono molto limitati. I sogni me li sono lasciati alle spalle e non mi aspetto niente. Ma l’umiliazione di vedere questo Pdl nel quale non mi riconosco, anche dal punto di vista estetico e antropologico, non avrei mai immaginato di poterla vivere”.

Staiti di Cuddia, sembra di capire, ha una singolare simpatia per Fini. Condizionata a una premessa: che l’ex leader di An pratichi una sorta di sacrificio rituale, che si abbatta, come un kamikaze, contro il Cavaliere. “Dovrebbe avere il coraggio di rompere definitivamente, creare un partito, piegare il governo”, dice. Ma lei voterebbe mai per Fini? “Non credo”. Questa è forse la maledizioni di Fini. L’ex leader di An suscita simpatie “a contrario”. Ma quanti lo voterebbero sul serio? Anche Staiti chiede al suo antico avversario di farsi esplodere a Palazzo Grazioli senza offrire nulla in cambio? “Non so se è un suicidio o una resurrezione. Adesso Fini mi sembra al centro della narrazione politica da una posizione molto ambigua. Si vorrebbe tutti infatti sapere, alla fine, da che parte si fermerà il pendolo. Metterà in crisi il governo, o non lo farà? In attesa che si sciolga il dubbio, non mi sento in grado di manifestare alcuna apertura di credito nei suoi confronti. Nel senso che: ‘Prima vedere soldi, poi cammello’”. Dunque chissà.

Lavoriamo di fantasia: Fini conquista il governo, quale destra deve incarnare? Cosa deve essere oggi la destra? “Io non so più se posso definirmi di destra. Queste definizioni sono diventate talmente vaghe da aver perso ogni significativa connotazione. Però, per il bene di questo paese, vorrei si manifestasse una destra non beghina, non bigotta, meno ossequiente ai poteri forti internazionali, capace di far recuperare all’Italia una coscienza di sé. Il Risorgimento ha avuto un senso perché alla fine aveva contribuito a dare una missione a questo paese: il Mediterraneo. Trent’anni fa qualcuno aveva ipotizzato un mercato comune del Mediterraneo che forse avrebbe permesso di dare qualche risposta anticipata ai problemi dell’immigrazione o della delocalizzazione economica. Sfide storiche che oggi la Lega vuole risolvere al modo di quella che ho sempre definito la ‘becerodestra’”. Scusi, cos’è la “becerodestra”? “Oggi in questa categoria ci rientrano i tipi alla Gasparri, un tempo la becerodestra era il Borghese dopo Longanesi. Gianna Preda, parlandone da viva, era un po’ così”. Insomma per Staiti è rimasta soltanto la becerodestra? “Credo che nel prossimo futuro ci aspetti un conflitto culturale tra la destra antiunitaria, rappresentata dalla Lega, e una destra nazionale che potrebbe vedere la luce”.

Potrebbe essere Fini? “Se sarà coraggioso o fortunato, sennò potrebbe essere qualcun altro”. Una specie di Lega tricolore. “Anche a me danno noia il degrado dei campi nomadi o il vedere certi quartieri delle nostre città trasformati in suk. Ma sono cose che andavano previste e affrontate prima, con un progetto di lungo periodo, ambizioso, non coi toni sguaiati ed emergenziali che ci propinano adesso. Va trovato il modo di far sì che gli immigrati stanziali possano diventare orgogliosi di essere italiani. In questo sono d’accordo con Fini. Gheddafi, pochi giorni fa, ha detto una cosa vera nel ricatto che ha lanciato all’Europa: da noi c’è un miraggio di ricchezza. Se ci pensiamo, è sempre stata la fame a scatenare i meccanismi predatori e di conquista. I barbari furono spinti da queste meccaniche. Ora si tratta di sviluppare risposte nuove, anziché attingere al peggiore bagaglio della peggiore destra”. Una volta Staiti appellò Fini “l’uomo Lebole”. Con questo epiteto voleva colpirne l’aspetto e la sostanza piccolo borghese, il suo pensare borghese, forse denunciarne la presunta vacuità. Lo direbbe ancora? Staiti sorride. “A quel tempo mi telefonò la sua prima moglie, Daniela Di Sotto. Mi disse, risentita: ‘Ma come l’uomo Lebole? Gianfranco veste da Cenci!’. Ecco, Fini è tutto in questa telefonata”.

(di Salvatore Merlo)

giovedì 2 settembre 2010

Gli anni settanta erano di destra


C'è una fetta di cultura, di musica, di arte, di spettacolo del nostro Paese della quale per mezzo secolo è stata ufficialmente negata l'esistenza. È la cultura di destra, anche se chiamarla così appare fuorviante. Forse sarebbe più esatto chiamarla «cultura alternativa», ma ognuno può definirla un po' come gli pare. Tanto il risultato non cambia. Nella geometria dei «politicamente corretti» per certa gente proprio non c'era posto. Altrimenti cadeva tutto il castello dell'equazione: cultura uguale sinistra, ignoranza uguale destra pervicacemente affermato per anni dagli intellettuali organici del Pci. Negli anni Settanta, ma anche prima e dopo, non sono esistite solo le manifestazioni d'arte legate al cosiddetto «arco costituzionale» ma, per fortuna, anche iniziative di altro sapore e colore. Ma mentre le manifestazioni della sinistra extraparlamentare hanno trovato un riconoscimento (e qualche volta anche l'approvazione) ufficiale, quelle di segno opposto venivano sistematicamente ignorate. Così cantanti del calibro di Leo Valeriano (ma non solo lui) tenevano concerti, pubblicavano dischi, animavano dibattiti, ma tutti rigorosamente «dal vivo».

Mai un'eco sulla stampa (quella di grosso calibro), o in tv (allora c'erano solo Rai1, Rai2 e, dal 1979, anche Rai3). Ma la vita vince sempre, come diceva il protagonista di «Jurassic Park» e a trenta e più anni di distanza, cascato il muro di Berlino, sfracellato l'impero Sovietico, vaporizzato il Pci, seppellita l'ascia di guerra insieme a falce e martello... ecco che riappaiono «i fantasmi del passato». Un termine preso in prestito dalla canzone «Il mio canto libero», di Lucio Battiti, che fu, ed è ancora, il più completo e conosciuto di quegli artisti «non allineati». Ma non l'unico. Arrivano in questi giorni in libreria due saggi che sollevano il velo di sconclusionato silenzio che per anni ha coperto interessanti manifestazioni culturali che non piacevano ai santoni dell'«arco costituzionale». Uno è dedicato alla musica e, più generalmente, allo spettacolo: «Il nostro canto libero. Il neofascismo e la musica alternativa: lotta politica e conflitto generazionale negli anni di piombo», un testo ampio e complesso (circa 300 pagine), Castelvecchi editore, 22 euro. Scritto a quattro mani da due studiosi: Cristina Di Giorgi e Ippolito Edmondo Ferrario è un approfondito resoconto dei fermenti culturali, chiamiamoli di destra, che animarono i '70. Nel silenzio più totale.

Da band musicali come «La Compagnia dell'Anello» e «Gli Amici del Vento» a cabarettisti importanti, come Pippo Franco, è descritta la storia di una cultura che si è mossa tra i prati dei Campi Hobbit alle cantine del centro storico della Capitale. Tutta gente che faceva venire l'orticaria ai tromboni organici dell'intellighenzia rossa. Così nei Settanta capitava di vedere in tv un giovanissimo Nanni Moretti azzuffarsi (verbalmente per carità) con Mario Monicelli (è accaduto nel 1977). Ma che oltre alla cultura «gruppettara» di sinistra ce n'era una altrettanto vigorosa di diverso colore non lo diceva nessuno. Oggi c'è un problema: così la politica di destra che cresce e si afferma sempre di più rischia di sembrare atterrata come un disco volante da un altro pianeta. E non è così: quei fermenti esistevano, sono cresciuti e hanno dato frutti. Che vediamo oggi. In alcuni casi anche in modo plateale e gioioso, come quando Renata Polverini, appena eletta presidente della Regione Lazio, ha cantato in piazza, a squarciagola, in modo sacrosanto e liberatorio (anche se un po' stonato) «Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi», di Battisti.

Decisamente più politico «Fuori dal cerchio. Viaggio nella destra radicale italiana», un «mattone» da 380 pagine del professor Nicola Antolini. Uno storico «fu comunista» che, con un'impostazione rigorosamente scientifica, ha analizzato attraverso delle interviste il «cuore nero» che negli anni Settanta animava la vita profonda di molte città. Scrive Antolini: «Spesso la storia tende a plasmarsi su forme diverse, a seconda di chi la racconta. Non solo le interpretazioni e le teorie, ma anche le ricostruzioni dei fatti possono differire di molto nelle diverse versioni». La parola «revisionismo» è brutta, ma necessaria. Fino a poco tempo fa è stata raccontata una storia alla quale manca un pezzo e non solo per l'immediato Dopoguerra. Oggi si comincia a riappiccicare «quel pezzo», anche se ai tromboni organici, questo, ancora fa venire l'orticaria. E si comprassero una crema.

(di Antonio Angeli)

Dice Pino Rauti che (da Fiuggi in poi) il vero leader dei missini è il Cav.


“Non si dovrebbe lamentare, proprio lui che dentro Alleanza nazionale era un dittatorello”. Pino Rauti, 84 anni a novembre, è rotondamente irritato da Gianfranco Fini da almeno trent’anni, da quando cioè il pupillo di Giorgio Almirante cominciava la scalata al partito che solo il fondatore di Ordine Nuovo tentò, con breve successo, di contestargli. All’epoca le posizioni erano invertite: Rauti era l’eretico, Fini il garante della tradizione. “Vorrei ricordare a Servello che quando ero segretario del Msi, e lui mio vice, noi tentavamo di rinnovare il partito mentre Fini diceva: sulla mia fronte c’è scritto fascista”. Era la breve stagione della leadership di Rauti, terminata in un disastro elettorale 18 mesi dopo la vittoria del congresso di Rimini del gennaio ’90.

Oggi però, per una sorta di nemesi, attorno al presidente della Camera si ritrova buona parte dell’antica gioventù rautiana allergica alla fascisteria dei labari e dei gagliardetti: “E’ sconcertante – ammette l’anziano leader – Non li riconosco. Non so che fine abbiano fatto le cose che diceva Moffa quand’era federale a Roma per mio conto”. Posizioni di forte sapore socialista – nazionale sia chiaro – e ambientalista, senza contare qualche non garbata antipatia personale. Gli aneddoti giovanili, in giro, si sprecano: Pasquale Viespoli per dire, oggi capogruppo finiano in Senato, nel 1977 prese a schiaffi il suo attuale leader che – da capo del Fronte della Gioventù – voleva impedire lo svolgimento del Campo Hobbit a Montesarchio.
“Oggi l’ambizione, anche culturale, di Fini è quella di costruire un’idea nuova di destra, ma s’è messo su una strada sbagliata”, spiega Rauti. E la strada è sbagliata fin dal 1995 di Fiuggi: “Quella è la grande cesura”, dopo la quale la destra di massa è il Cavaliere: “Un prodotto politicamente nuovo che s’è insediato su un consenso preesistente. E lo ha rafforzato parecchio”.

Il dissidio tra i due adesso, “al contrario di quanto crede Servello”, non è affatto personale, né contingente: “Ci sono diversità di fondo, eccome: basti pensare all’immigrazione, alla cittadinanza, alla bioetica. Non mi pare che Fini si stia rifacendo alla tradizione della destra, neanche missina”. In realtà, insiste, “non fa altro che riaffermare la sua antica vocazione allo sfascio”, l’unica vera costante della sua politica. “Non nego che nel mio giudizio possano pesare le storie passate”, concede l’anziano teorico dello sfondamento a sinistra, ma “Fini lo conosco fin da ragazzo e posso parlare di lui con cognizione di causa”. Prendiamo la casa di Montecarlo: “O sapeva, ed è grave, o non sapeva, ed è ancora più grave. La scelta è solo tra immoralità e ignoranza”. A questo punto, però, la strada è obbligata: “Se vogliono essere coerenti devono fare un partito”, certo “a quel punto bisognerà riconsiderare il ruolo del presidente della Camera: ci sarebbe una forte discrasia tra il processo che ha portato Fini su quella poltrona e la situazione che si verrebbe a creare”.

Non c’è niente che piaccia, a Rauti, di questo “sgomitare” del suo ex rivale per delle “piccolezze”, nemmeno il tema della legalità, “giusto, purché non sia agitato con puntigliosa pretestuosità”. Il Cavaliere, spiega, “è senza dubbio sotto attacco delle procure, c’è un andazzo inquisitorio contro di lui, quindi è normale che si difenda. E parla uno che con i pm ha avuto e ha a che fare: pensi che ancora adesso sono sotto processo per la strage di Brescia senza essere stato nemmeno interrogato”. Nonostante siano distanti anni luce, l’ex missino (e ordinovista e membro dei Far e fan dei colonnelli greci, una sorta di antologia del postfascismo repubblicano) ha una simpatia istintiva per Silvio Berlusconi: “L’ho incontrato molte volte e sempre da parte sua c’è stata stima e cordialità. Notava sempre ironicamente che ho molti capelli e io gli rispondevo che era l’unica cosa che avevo più di lui. Spero di vederlo a settembre, voglio capire che succede, ma comunque prima incontrerò Gianni Letta, un vecchio amico: quando io ero caposervizio al Tempo, lui era corrispondente da Avezzano”. Il premier peraltro, quali che siano i suoi difetti, “anche solo da un punto di vista di strumentalità oggettiva, ha un enorme merito storico: ha bloccato e, in qualche caso spazzato via, l’egemonia culturale della sinistra che durava fin dal 1945”. Un Cav. vendicatore degli ex fascisti, che adesso rischia per loro mano: “I propagandisti di Fini sono molto abili; se gli si dà il tempo di organizzarsi e crescere ancora, il logoramento di Berlusconi è inevitabile”.

(di Marco Palombi)