martedì 28 maggio 2013

La denuncia di Ida Magli: “I governanti ci vogliono uccidere”



Minimalista, depressa, costantemente sull’orlo del baratro. E’ questa l’Italia che vuole l’Europa? O è la conseguenza di errori politici? Ne discutiamo con Ida Magli, antropologa e saggista italiana. Nel suo lavoro ha applicato il metodo antropologico alla cultura occidentale, pubblicando i risultati delle ricerche in numerosi saggi dedicati al cristianesimo, alla condizione delle donne, agli strumenti della comunicazione di massa. Ida Magli, nel 1997, con il suo saggio “Contro l’Europa”, ha previsto ciò che oggi sta accadendo in Europa, in Italia.

Dal 1997 lei afferma che l’Europa, questa Europa, è dannosa per l’Italia. Come spiega l’europeismo italiano a tutti i costi?

“Sono i governanti, i politici, i sindacalisti, più qualcuno dei grandi industriali per ovvi motivi di allargamento del mercato, ad aver imposto l’europeismo italiano a tutti i costi. Lei fa bene a sottolineare che è ‘italiano’: in tutti gli altri paesi, sebbene i governanti spingano verso l’unificazione europea, non c’è l’assolutezza che c’è in Italia, naturalmente anche a causa dell’obbedienza dei mezzi d’informazione nel tenere il più possibile all’oscuro i cittadini sugli scopi dell’Europa e sui suoi aspetti negativi, un’obbedienza quasi incredibile. Faccio un solo esempio: tanto Mario Monti quanto Emma Bonino sono stati compartecipi del più grosso scandalo avvenuto in seno al governo europeo (La Commissione Santer: Commissione Europea in carica dal 1995 al 1999, quando è stata costretta alle dimissioni perché travolta da uno scandalo di corruzione – ndr) e costretti alle dimissioni con due anni di anticipo dalla scadenza del mandato per motivazioni ignobili quali nepotismo, contratti illeciti, enorme buco di bilancio, come recitala Gazzetta ufficiale dell’UE. Ma nessun giornalista lo dice mai e nessuno l’ha mai sottolineato, neanche quando Mario Monti è stato capo del governo e oggi in cui Emma Bonino è ministro degli esteri nel governo Letta.”

Quali sono gli interessi in gioco?

“I motivi di esclusivo interesse per i governanti sono molti, ma mi fermo a illustrarne soltanto due. Il primo è di carattere politico: distruggere gli Stati nazionali e per mezzo dell’unificazione europea, distruggere i popoli d’Europa, ossia i ‘bianchi’, facilitando l’invasione degli africani e dei musulmani per giungere a un governo ‘americano mondiale’. Naturalmente per la grande maggioranza degli italiani, quella comunista, l’universalizzazione era già presente negli ideali marxisti ed è persistita, malgrado le traversie della storia, fino ad oggi in cui vede finalmente realizzati i propri scopi nel governo Letta. Si spiega soltanto così la lentezza e la tortuosità che sono state necessarie per giungere al governo Letta: era indispensabile creare le condizioni che giustificassero il vero governo ‘europeo’, abilitato a distruggere l’Italia consegnandola all’Europa. Il secondo motivo è esclusivamente d’interesse personale: si sono costruiti, spremendo e schiacciando il corpo dei sudditi, un grande ‘Impero’ finto, di carta, che non conta nulla e non deve contare nulla in base ai motivi che ho già esposto, ma che per i politici dei singoli Stati è ricchissimo. Ricchissimo di onori, di benemerenze, di poltrone, di soldi. Governare oltre cinquecento milioni di persone, con tanto di ambasciate aperte in tutte le parti del mondo, fa perdere la testa a questi politici che vengono dal nulla e che non sono nulla e che, quando manca una poltrona in patria, la trovano in Europa per se stessi, parenti, amici, amanti, con un giro immenso di possibilità e libero da ogni controllo. Non c’è praticamente nessuno dei politici oggi sulla scena che non sia stato parlamentare europeo: Napolitano, Bonino, Monti, Prodi, Letta, Rodotà, Bersani, Cofferati e tanti altri ancora, con un ricchissimo stipendio e benefici neppure immaginabili  per i comuni lavoratori. Essere parlamentare europeo significa anche impiegare il poco tempo passato a Bruxelles a tessere i legami e scambiare i favori utili per la futura carriera in patria, godendo anche alla fine di questi ben cinque anni di dura fatica, di una cosa strabiliante: la pensione per tutta la vita”.

In un suo recente intervento ha affermato che non c’è nessuna luce al termine del tunnel della crisi. Il tunnel è dunque la realtà alla quale dobbiamo abituarci?
“Sì, il tunnel è la realtà. Non dobbiamo abituarci, però, anzi: dobbiamo guardarla in faccia come realtà. Niente di ciò che dicono i politici prospettando un futuro miglioramento nel campo economico è vero e realizzabile, perché non possiamo fabbricare la moneta, come fa ogni Stato sovrano (Come fanno in questi giorni il Giappone e l’America per esempio – ndr). Una moneta uguale fra paesi diversi è una tale aberrazione che non è possibile credere a un errore compiuto dai tanti esperti banchieri ed economisti che l’hanno creato, fra i nostri Ciampi e Prodi. E’ stato fatto volutamente per giungere a una distruzione”.

Per distruggere cosa?

“L’introduzione dell’euro ha sferrato il colpo di grazia all’economia degli Stati. Se viceversa si fosse trattato davvero di un errore, allora perché, invece di metterli alla gogna, continuiamo a farci governare da quegli stessi banchieri ed economisti che non sopportano la minima critica all’euro? Dunque la situazione economica continuerà ad essere gravissima e il solerte Distruttore si prepara a consegnarci all’Europa sostenendo che mai e poi mai potremo mancare agli impegni presi e che per far funzionare l’euro bisogna unificarsi sempre di più. Questa è la meta cui si vuole giungere. Visto che la moneta unica non funziona, perché sono diverse le produzioni dei singoli Stati, cambieranno forse queste produzioni unificando le banche e le strutture economiche? Bisogna farsi prendere per imbecilli non reagendo a simili affermazioni. L’unica possibilità che abbiamo per salvarci è che sorga qualcuno in grado di organizzare una forza contraria. Io non lo vedo, ma lo spero. Lo spero perché l’importante è aver capito, sapere quale sia la verità, guardare in faccia il nostro nemico sapendo che è ‘il nemico’.”

In Italia, come in altri paesi colpiti da questo nuovo assetto di mercato che tanti chiamano crisi economica, spesso il suicidio è visto come una soluzione. Come si spiega antropologicamente che è meglio morire invece di ribellarsi?

“La spiegazione si trova in quello che ho detto: i governanti ci vogliono uccidere, lavorano esclusivamente a questo scopo, obbligandoci a fornire loro le armi per eliminarci il più in fretta possibile. Questo è il ‘modello culturale’ in cui viviamo. In base alla corrispondenza e l’interazione fra modello culturale e personalità individuale, chi più chi meno, tutti gli italiani percepiscono il messaggio di condanna a morte che i governanti hanno stabilito per noi in ogni decisione che prendono, in ogni discorso che fanno, in ogni persona che scelgono, in ognuno dei decreti, delle leggi che emanano e delle tasse che impongono. E tuttavia non se ne può parlare: la condanna a morte è chiara ma implicita, sottintesa, segreta, nascosta perché ovviamente l’assassinio individuale così come il genocidio di un popolo, è un delitto e non si può accusarne il governo, il parlamento, i partiti: nessuno. E’ questo il motivo per il quale ci si uccide: l’impossibilità a parlarne, a dirlo chiaramente perfino a se stessi, a fare qualsiasi cosa per evitarlo e ad accusare il proprio ‘padre’. Neanche Shakespeare sarebbe stato in grado di descrivere la tragedia che stiamo vivendo, per la quale stiamo morendo. Qualcuno riesce forse a rendersi conto di che cosa significhi eliminare volontariamente i ‘bianchi’, la civiltà europea, invece che tentare di allontanare il più possibile questa fine, di imprimere nella storia lo sforzo per la salvezza? Qualcuno riesce a concepire un delitto più nefando di questo: che si siano assunti il compito di agevolare  questa morte soprattutto gli italiani, i governanti italiani, quando viceversa avrebbero dovuto essere loro a impedirlo, a voler conservare il più possibile l’immensa Bellezza che gli italiani hanno donato al mondo?

I nuovi dittatori dei diritti civili


Il suicidio di Dominique Venner a Parigi martedì scorso ha compiuto una duplice dissacrazione: ha dissacrato la Chiesa perché spararsi un colpo di pistola in Notre-Dame significa profanare un luogo sacro e una fede che condanna senz'appello il suicidio. 

Ma il gesto ha dissacrato anche la nuova religione civile del nostro tempo che si sostituisce alla religione cristiana. I suoi punti fermi oltre le nozze gay e la relativa adozione, si concentrano su una serie di anatemi contro il razzismo, il sessismo, l'omofobia, l'accanimento alla vita.

I campi di applicazione si estendono ai temi bioetici, all'aborto e all'eutanasia, alle coppie di fatto e alla procreazione assistita, ai transgender e all'uso di stupefacenti, alle scuole private e all'immigrazione, con i suoi effetti collaterali. È sorto in Occidente un vero e proprio catechismo laico su questi «valori» che passa dall'America di Obama alla Francia di Hollande, ha precedenti nella Spagna di Zapatero, in Olanda e nei Paesi scandinavi dove il socialismo statalista conviveva con un libertarismo radicale. In Italia questa nuova religione civile ha sostituito il comunismo, a volte integrandosi col pacifismo e l'ecologia. La sconfitta delle culture socialiste rispetto al capitalismo e al mercato le ha portate a ripiegare sui diritti civili e sulla religione bioetica, come alibi consolatorio del fallimento sul piano della giustizia sociale. Il socialismo ha ceduto il posto al radicalismo.

Questa religione etica ha oggi una testimonial istituzionale, la presidente della Camera Laura Boldrini, autentica vestale a guardia del fuoco sacro. Chiunque metta in discussione questi principi inviolabili viene accusato dal nuovo clero laico di cadere in uno dei nuovi peccati mortali - omofobia, sessismo, razzismo, fascismo, accanimento alla vita - e viene perciò scomunicato, considerato blasfemo, peccatore e condannato alla pubblica gogna del disprezzo mediatico, fino a perseguire i trasgressori a norma di legge. La Nuova Inquisizione punisce i reati d'opinione, sancisce il moralismo giudiziario da intercettazioni e invoca norme che prevedano l'ineleggibilità per violazione dei sullodati precetti.

Questa religione etica si traduce anche in chiave politica dando luogo al famoso canone del politically correct che provvede come il Sant'Uffizio a squalificare l'avversario. La religione bioetica esercita un disprezzo antropologico verso chi si pone in difesa dei valori della famiglia, della tradizione, della natura e della vita. Anni fa parlai di razzismo etico, una forma inedita di razzismo rispetto a quello «etnico», tristemente noto nel passato. Il razzismo etico è fondato sulla pretesa superiorità di una razza di illuminati rispetto ai retrogradi, oscurantisti nemici della religione bioetica. Una razza che decide quali sono i valori ammissibili e quelli inammissibili. Al razzismo etico (e al mio libro Comunitari e liberal) si è riferito di recente Luca Ricolfi nel suo pamphlet bipartisan La Sfida. Come destra e sinistra possono governare in Italia (Feltrinelli, pp.78, euro 6).

Al razzismo etico oggi non manca una precettistica moralista e una teoria dei diritti umani e individuali. Riassume queste due posizioni una coppia di recenti pamphlet di Stefano Rodotà, Elogio del Moralismo e Il diritto di avere diritti, entrambi editi da Laterza. Sin dai titoli, Rodotà esprime con chiarezza il perimetro etico di questa nuova religione. Non a caso Rodotà è diventato, dopo la sua candidatura grillina al Quirinale, l'ayatollah laico di questi nuovi pasdaran della rivoluzione mancata. Vi confluiscono in questo universo tutte le sinistre insoddisfatte, i girotondini e il popolo viola, Giustizia e libertà, i nuovi movimenti, Sel, frange del Pd e di 5 Stelle, molti quotidiani e riviste storiche di sinistra, i residui giustizialisti di Ingroia e Di Pietro e qualche esponente cattomoralista. È curioso pensare che la biografia collettiva di questo movimento trae origine dal '68 e contempla ai suoi esordi la lotta contro il bigottismo morale e religioso. Ma dopo avere demolito ogni senso morale comune, ha poi edificato un nuovo moralismo con risvolti giudiziari. A fronte di questo rigorismo puritano esercitato contro gli avversari, vi è invece la rivendicazione di un libertarismo giuridico individuale assoluto, che ben si compendia nella formula «il diritto di avere diritti». I doveri non sono presi in considerazione se non nella sfera del moralismo e della precettistica verso terzi. Ovvero: la vita è mia e me la gestisco io, ma la vita tua fa schifo assai. Permissivi in generale, però moralisti su certi temi e in alcuni casi.

Questa è oggi l'unica religione civile che serpeggia in Occidente e in Italia. Dall'altra parte, troppo pallida o naïve appare la risposta opposta. Nel versante moderato e conservatore si assiste a una frattura tra i Pragmatici, che tendono a cedere sul terreno culturale e legislativo alle richieste della nuova religione etica - si pensi ai conservatori britannici, ma è solo l'ultimo esempio - e i Cocciuti, una compatta ma perdente minoranza che protesta, si agita ma è inadeguata a sostenere le sfide culturali. Alla nuova religione civile fondata sul razzismo etico, non si può rispondere col piagnisteo reazionario e con la pura invettiva, chiudendosi nella ripetizione del passato e nei superstiti fortini. Messi fuori gioco i reazionari, il paesaggio civile appare così dominato da un'avvilente alternativa: da una parte il nuovo clero dei moralisti con la loro religione etica dei diritti civili, e dall'altra parte i cinici del nichilismo che agitano solo questioni pratiche o economiche e rifiutano di affrontare principi e temi di fondo, lasciando questo terreno al nuovo clero bioetico. Tutto questo viene dissimulato sotto la coperta liberale. Si tratta invece di vera e propria diserzione sul piano dei principi, di ignavia sul piano dei pensieri e di opportunismo sul piano dei comportamenti. Manca una risposta efficace e credibile che ripensi in modo intelligente i principi della tradizione, il rapporto tra natura e cultura, tra sfera personale e comunitaria, tra diritti e doveri, tra libertà e autorità. Non rifugiatevi dietro il comodo alibi, noi siamo liberali, scaricando tutto a livello di scelte private e individuali. Non rispondete al moralismo col cinismo, al bigottismo col nichilismo pratico. Sfidate a viso aperto il razzismo etico e il suo clero presuntuoso. Abbiate il coraggio di esprimere una visione della vita.

(di Marcello Veneziani)

domenica 26 maggio 2013

Come si rifà un sindaco


Per Gianni Alemanno, diversamente dagli altri candidati in corsa per il Campidoglio, la posta in gioco dell’imminente sfida elettorale ha un rilievo politico duplice: locale (ammesso che governare la Capitale d’Italia possa avere, in primis per il Pdl, un significato soltanto locale) e nazionale. Da un lato deve convincere i cittadini romani a confermargli la fiducia ottenuta cinque anni fa, spiegando loro che la sua sindacatura – piena in effetti di errori e occasioni mancate – è stata a conti fatti meno catastrofica di come la raccontano gli avversari più risoluti e la stampa che li spalleggia (basti un’occhiata alla copertina dell’ultimo fascicolo dell’Espresso). Dall’altro, Alemanno è l’ultimo esponente della destra italiana – quella che provenendo dal Msi ha poi dato vita per tre lustri all’esperienza di Alleanza nazionale – che possa ancora aspirare ad una carica pubblica di una certa importanza e a giocare un qualche ruolo a livello nazionale. Ed è su quest’ultimo aspetto che forse vale la pena fare qualche ragionamento.

Sfuggita alla furia demolitrice di Tangentopoli, avendo avuto il Msi un potere irrisorio durante la Prima Repubblica, la destra cosiddetta post fascista ha goduto, grazie all’alleanza stretta nel frattempo con Silvio Berlusconi, un ventennio di successi elettorali e fasti mondani. Quelli che sono stati definiti, con una bella immagine, “esuli in patria”, durante la Seconda Repubblica si sono presi una rivincita storica su chi per un cinquantennio li aveva tenuti ai margini della comunità nazionale considerandoli dei reietti o dei sopravvissuti del passato. In questo periodo, gli uomini di An non solo hanno avuto accesso a più riprese alla stanza dei bottoni, nel governo centrale e in un gran numero di amministrazioni locali, ma hanno conquistato una visibilità/rispettabilità che mai avevano avuto e hanno visto pienamente legittimate, a livello di pubblica opinione, le loro posizioni politico-ideali, per deboli o sommarie che fossero.
Sennonché l’accesso a un potere che per lungo tempo era stato loro negato ha come trasfigurato o inebetito gli esponenti (dirigenti e militanti) di un mondo che, rispetto alla deprecata partitocrazia, si era sempre vantato di ispirare la propria azione a valori alti e nobili: il senso dello Stato, il merito individuale, la fedeltà alla parola data, l’onestà, la difesa del bene pubblico, l’indifferenza alle prebende e agli agi materiali.

Convertitasi al pragmatismo e a un agire spesso spregiudicato, avendo dichiarato morte le ideologie e valutato improponibile qualunque richiamo esplicito alla propria cultura di provenienza, per non attirarsi l’accusa di nostalgismo, e non avendo nel frattempo elaborato una nuova base ideale e programmatica, non avendo fatto alcuno sforzo di ripensamento critico della propria tradizione ideologica, questa destra nel corso degli anni si è come progressivamente svuotata: insterilita sul piano culturale, umanamente ed interiormente immiserita, indebolita sul piano della tenuta morale allorché è stata chiamata a responsabilità istituzionali, infine fiaccata politicamente, anche a causa del rapporto di subalternità/sudditanza che ha finito per stabilire da un lato col berlusconismo e dall’altro con la Lega, dai quali – ancorché alleati – ha smesso di distinguersi.
Il risultato – una volta fallito il tentativo finiano, probabilmente tardivo, secondo molti mal congegnato e velleitario, di restituire autonomia politica e una minima capacità di elaborazione culturale a questo mondo, nel frattempo confluito in larga parte sotto le bandiere di un Pdl totalmente egemonizzato dal Cavaliere – è  stato quello che si è visto alle elezioni politiche dello scorso febbraio. La destra, nelle sue diverse espressioni organizzative e partitiche, ne è uscita polverizzata e marginale come mai era stata nella sua storia. I suoi rappresentanti in Parlamento, peraltro tagliati fuori da qualunque incarico, sono appena una decina.

Oggi, dopo lo choc iniziale e uscito mestamente di scena Gianfranco Fini, l’uomo sul quale è stata fatta comodamente ricadere la colpa esclusiva di un esito collettivamente tanto disastroso, si parla di rimettere insieme i cocci sparsi di questa comunità politica. E Alemanno, nel caso dovesse riconquistare il Campidoglio, parrebbe l’uomo giusto – per il prestigio e i mezzi che gli deriverebbero dal ruolo – sul quale puntare per una simile operazione. Tenendo anche conto che Roma è, per antiche ragioni storiche, la patria d’elezione della destra italiana in tutte le sue possibili espressioni: un simbolo identitario, un richiamo mitologico e ancestrale, prim’ancora che un terreno dove affondare le proprie radici organizzative e dove formare i propri ranghi.
Ma l’obiettivo di ricomporre la diaspora di questo mondo, rimettendo insieme quel che ne rimane, forse richiederebbe un’operazione preventiva di chiarimento sulle ragioni che hanno prodotto la sua débâcle. Per evitare che tutto si risolva, ammesso poi che l’operazione riunificatrice riesca, in un abbraccio nostalgico, inevitabilmente strumentale, tra reduci che temono per la propria sopravvivenza bisognerebbe insomma fare prima un collettivo e pubblico esame di coscienza, che sinora è del tutto mancato. Il che equivarrebbe a chiedersi, ad esempio, cosa non ha funzionato – sul piano politico-culturale – nella nascita, nell’azione e nelle scelte di Alleanza nazionale, un partito che in vent’anni non ha mai visto modificarsi il suo gruppo dirigente. A interrogarsi sulla natura del rapporto che la destra italiana ha stretto con Berlusconi e il berlusconismo (quanto è stato al dunque soffocante e/o penalizzante, dopo l’euforia e gli indubbi benefici seguiti all’operazione di sdoganamento operata e sempre vantata dal Cavaliere?). A domandarsi quale sia stato il senso autentico del tentativo di smarcamento da quest’ultimo condotta da Fini, invece di apostrofarlo come il traditore per eccellenza di una fazione politica che psicologicamente sembra non essersi mai emancipata dalla “sindrome di Badoglio” e dalla necessità, dinnanzi alle proprie sconfitte e manchevolezze, di cercare sempre il fellone cui appiccicare l’etichetta di voltagabbana.

Ridotta all’irrilevanza, a un passo dalla scomparsa, la destra auspica la propria resurrezione e per ciò confida – extrema ratio – nel successo di Alemanno. Ma in attesa del miracolo, mentre si infittiscono,  a leggere le cronache, i conciliaboli e le riunioni per ricostruire la vecchia e gloriosa casa madre e dare ancora una speranza a dirigenti frustrati e simpatizzanti delusi, perché essa non prova a spiegare a se stessa e agli italiani come è potuto succedere che coloro che cantavano “il domani appartiene a noi” si siano ridotti a deambulare, senza meta e a schiena bassa, in mezzo alle rovine? Colpa del destino che è sempre ingrato o più semplicemente dei propri errori, grossolani e reiterati? E in quest’ultimo caso non sarebbe politicamente saggio renderne pubblicamente conto, in modo autocritico, per rimediarli se ancora possibile o per evitare di ripeterli caso mai la fortuna dovesse offrire alla destra italiana una nuova occasione per rendersi protagonista sulla scena politica nazionale?

(di Alessandro Campi)

venerdì 24 maggio 2013

Requiem per la destra


Mai così marginale, ininfluente, inafferrabile dal secondo Dopoguerra a oggi. Così si offre la destra italiana allo sguardo di chi voglia misurarne il battito cardiaco dopo le elezioni politiche del febbraio scorso. Malgrado alcuni recenti, non disprezzabili tentativi di dilatarne la rappresentazione includendovi la ventennale vicenda berlusconiana (vedi Antonio Polito nel suo “In fondo a destra”, Rizzoli), la destra qui presa in esame è quella post fascista nelle sue più sottili ramificazioni, secondo la filiera che dal Movimento sociale italiano ha via via generato: Alleanza nazionale (1995-2008), un terzo del Pdl guidato da Gianfranco Fini (2008-2012), la Destra di Francesco Storace (2007) e Fratelli d’Italia (2012). La quota di ex missini rimasta nel partito berlusconiano e riconducibile a Maurizio Gasparri ha programmaticamente rinunciato a un collegamento esplicito con l’area politico-semantica della destra. All’inventario delle sigle va naturalmente aggiunta la formazione di Fini, Futuro e libertà (2011), disastrosa scommessa personale del più longevo e discusso leader nella storia post fascista. Quanto alle così dette forze residuali anti sistemiche presentatesi agli elettori, da CasaPound e Forza nuova alle innumerevoli fiammelle sparse, la totalità dei loro voti è appena superiore alla loro completa irrilevanza sulla scena.
I numeri fuoriusciti dall’ordalia delle urne – Fratelli d’Italia 1,95 per cento; la Destra 0,64 per cento; Futuro e libertà 0,46 per cento; Forza Nuova 0,26 per cento; CasaPound Italia 0,14 per cento; Fiamma tricolore 0,13 per cento – ci dicono al dunque che i vari affluenti della destra italiana sono oggi rappresentati da una decina di Parlamentari (nove FdI; due finiani uno dei quali, Benedetto Della Vedova, viene dal Partito radicale). E’ un dato di grande interesse politico, poiché segnala la quasi sopraggiunta estinzione di un equivoco storico nato nel 1995 a Fiuggi, quando l’Msi si è suicidato nel letto di Procuste di An senza neppure la forza di elaborare il proprio lutto. Molte delle prefiche di allora versarono lacrime d’occasione senza aver ancora compreso di candidarsi, in quel preciso momento, al ruolo di esecutrici testamentarie del mondo che veniva da Giorgio Almirante, Arturo Michelini e Pino Romualdi. Ma questa è una tragicommedia già ampiamente vivisezionata (ce ne siamo occupati nel 2007 con “Il passo delle oche”, Einaudi).
La novità del momento è questa: ammessa per ipotesi retorica che la temperie del Ventennio mussoliniano sia rappresentabile come una possente tempesta d’acciaio piombata sui cieli italici dal 1922 al 1945, a distanza di quasi settant’anni si stanno definitivamente prosciugando le pozzanghere di quella tempesta, gli acquitrini sopravvissuti al Fascismo. Come ha scritto il terzaforzista Gabriele Adinolfi, “adesso non veniteci a cantare la solita solfa della riunificazione. Il Msi è stato definitivamente sotterrato. Se non si riuscirà a immaginare e concretizzare un futuro peronista non si potrà che assistere al continuo declino per scissioni” (noreporter.org). Ma più che di declino è bene parlare di dissoluzione per sfinimento. E non è detto che sia un male.
La scomparsa di cui stiamo parlando riguarda anzitutto una “classe dirigente”: uomini e donne che autoproclamandosi “di destra” hanno progressivamente dissipato una rendita ben radicata nell’Italia del Novecento, dimostrandosi completamente inadatti a rappresentare le idee e le istanze delle quali s’erano improvvisati cantori e portavoce. A meno di ritenere, e non è così, che nel corredo genetico della destra siano contenuti come legge di natura l’insopprimibile tendenza al malgoverno e, in casi non rari, alla delinquenza. L’esperienza della destra di potere, appuntamento epocale reso possibile dall’affiliazione al berlusconismo, è al riguardo un banco di prova inoppugnabile. Messa più volte, dal 1994 a oggi, in condizioni di governare l’Italia da Palazzo Chigi, senza contare numerose regioni e altrettanto importanti enti locali, la destra si è sfarinata elettoralmente e ha rovinosamente perduto la sua credibilità politica. Il corredo di scandali, denunce per nepotismo e inchieste giudiziarie che ha accompagnato la fine della giunta Polverini nel Lazio e che accompagna ora l’ingloriosa fine-sindacatura romana di Gianni Alemanno vale come testimonianza plastica di una bancarotta morale non meno che strategica. Che tutto questo sia stato possibile è un fatto, per quanto stupefacente agli occhi del senso comune. Come tutto questo sia avvenuto è questione sulla quale dovrà soffermarsi chiunque si sentirà chiamato a ricostruire sulle rovine della destra.
  
Che fai, mi cacci?
C’è stato un momento nel quale la così detta destra finiana, già contrafforte malgré soi del neonato Popolo della libertà, ha dato l’impressione di volersi sottrarre a una subalternità non più tollerabile nei confronti di Silvio Berlusconi. Nel 2010, sorretto dalle speranze variopinte dei mezzi d’informazione persuasi dell’imminente trapasso del berlusconismo, Gianfranco Fini si è intestato la battaglia del patricida. Accusato d’infedeltà e ingratitudine dai pretoriani del Cavaliere (molti dei quali provenienti dalle file di Alleanza nazionale), Fini ha dato l’impressione di voler costruire una destra di stampo europeo, un po’ neogollista (tendenza Chirac), un po’ troppo giovanilistica, con punte di radicalismo sociale (la battaglia per il riconoscimento dello ius soli agli extracomunitari, una certa improntitudine sulle questioni di natura bioetica) e non senza occhieggiamenti verso il così detto establishment editorial-finanziario dichiaratamente ostile a Berlusconi. Malgrado i notevoli chiaroscuri biografici dell’allora presidente della Camera, compresa la brutta storia della casa di Montecarlo appartenente alla Fondazione di An e assegnata per vie tortuose al cognato di Fini, la sola volontà di rompere con il patriarca di Arcore sembrava trovare un promettente riscontro nei sondaggi. Uno psichismo diffusamente compiacente verso l’impresa finiana ha insinuato nei protagonisti della rottura la certezza di poter vincere per vie parlamentari, infliggendo una sfiducia brutale al governo Berlusconi. All’immediato fallimento dell’espediente tattico, non è seguita una fase di riorganizzazione politica e di ridefinizione culturale autentica. Semplicemente, Fini e i suoi hanno immaginato di dover soltanto rinviare il tempo della vendemmia. Negli interstizi dell’attesa è emerso il vuoto della proposta di Futuro e libertà: tagliati i ponti con il passato prossimo (del passato remoto è inutile qui parlare ancora), a Fini è riuscita più congeniale l’eliminazione diretta della parola “destra” dal proprio arsenale retorico. La sua offerta si è richiamata anzi all’esigenza di rompere del tutto con categorie che a suo dire erano ormai deprivate di senso: la dialettica destra/sinistra è così uscita dal cono di luce del delfino almirantiano, ma senza che a questa eliminazione sommaria corrispondessero un disegno dai contorni precisi, una base identitaria, una prospettiva intorno alla quale conservare, rendere coeso e incrementare l’insieme dei consensi e delle aspettative ingenerate. Il risultato di questa meccanica è stato l’avvicinamento “destinale” a Pier Ferdinando Casini e della sua Unione di centro, cui è seguita l’accettazione acritica del tecno-governo di Mario Monti con l’intermittente consiglio/sostegno di Luca Cordero di Montezemolo. L’entente, come noto, è sbocciata nella formazione di liste sorelle (unitaria per il Senato) che sono apparse come la sommatoria di calcoli, debolezze e vanità comuni. Gli elettori ne hanno fatto giustizia, consegnando Fini e i suoi consiglieri al limbo degli esuli in Patria. Anzi dei senza Patria e basta. A distanza di tre anni dalla nascita dei primi focolai di dissenso nel Popolo della libertà, è difficile che l’azzardo di Fini possa essere rubricato sotto la categoria della destra in rivolta contro l’assimilazione violenta alla compagine berlusconiana. Se innegabile era la tendenza livellatrice e monocratica esibita dall’allora premier, altrettanto manifesta è stata poi la natura personalistica, politicistica e velleitaria di Futuro e libertà. Di là dalla rimasticazione episodica degli slogan futuristi primonovecento, di là dalla improvvisata modernolatria dei pochi (e presto abbandonati) intellettuali alla corte di Fini, non è stato possibile individuare alcun nucleo politico o ideale degno di sopravvivere alla fragorosa condanna elettorale. Ma il danno d’immagine, per un mondo che almeno nei presupposti e nelle provenienze individuali non è possibile disgiungere dall’archetipo post fascista, quello è chiaro e distinto. E sarà durevole.

Che fai, mi riprendi?
Gli altri gruppi della così detta destra italiana, accomunati senz’altro da un livore furibondo nei confronti del loro ex sovrano Gianfranco Fini, sono nati o sono cresciuti ora in conflitto ora in rapporto di vassallaggio con Berlusconi. La Destra di Storace è stata allestita come controparte identitaria anti finiana, ma al tempo stesso si è più volte proposta come un cuneo di ribellione conficcato ai fianchi del Cavaliere. Salvo poi ripiegare appena possibile, calendario elettorale alla mano, nella più confortevole ombra di Arcore. Le immagini di Daniela Santanchè nella sua versione paleo berlusconiana, poi storaciana (la “destra con la bava alla bocca” che non accetta di stare sdraiata) e infine nuovamente, appassionatamente accanto al capo del Pdl, ci danno la misura delle oscillazioni mostrate dalla classe dirigente post fascista. In questo quadro, Storace si è impegnato a impersonare un ruolo di vaga ed equivoca testimonianza identitaria non poi così dissimile rispetto a quello svolto dall’estrema sinistra post bertinottiana (con conseguenze simmetricamente funeste).
Su tutt’altro fronte, quel che resta della Destra sociale di Gianni Alemanno ha combusto la propria immagine di forza alternativa allo strapotere berlusconiano, all’amletismo finiano, al tatticismo superficiale degli storici avversari interni Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri. La totale assenza alemanniana dal discorso pubblico innescato con la nascita di Futuro e libertà si è perfettamente combinata con il tentativo di procedere a un berlusconicidio pre elettorale sanzionato dal mondo clericale (da Comunione e liberazione in giù) con cui il sindaco di Roma è infeudato da sempre. In poche parole, dall’inverno scorso Alemanno ha cullato il sogno di un’iniziativa di conio popolare che procedesse alla rimozione dolce (ma nondimeno completa) dell’ostacolo Berlusconi. Receduto dall’azzardo, causa colpo di reni della vittima sacrificale, Alemanno è stato fra i primi a ritornare all’ovile proclamando nuovamente una fedeltà tanto palloccolosa quanto inane. Il che non è gli bastato, tuttavia, per riconquistare una dimensione nazionale degna della sua superbia, né per sfuggire alle conseguenze del suo disastroso quinquennio al Campidoglio.
Una debolezza parallelamente meschina caratterizza l’operazione Fratelli d’Italia. Il volto non più acerbo della leader (ed ex ministro pidiellino) Giorgia Meloni è insufficiente a coprire il pizzetto consunto dell’ex berlusconiano d’acciaio Ignazio la Russa. Concepito come un disperato tentativo di differenziarsi dal declinante benefattore di Arcore, nell’auspicio di contenere l’emorragia di voti destinati all’astensione o al grillismo, il gruppo di Meloni è appassito prima ancora di germogliare per la semplice ragione che non aveva alcunché da offrire al suo potenziale elettore che non fosse già stato offerto in precedenza con l’etichetta del Pdl. Per quale ragione un cittadino che ha votato prima An e poi Pdl avrebbe dovuto premiare Fratelli d’Italia? E in effetti, a ben guardare la composizione di quel deludente uno-e-qualcosa per cento rimediato nelle urne, si comprende con facilità che la cifra origina nel pacchetto sempre più impoverito delle clientele militanti di una corrente (la Destra protagonista) un tempo egemone in An e dalla quale, con una coerenza che gli va riconosciuta, si è distaccato l’iper berlusconiano e mai fascista Maurizio Gasparri.

Che fai, mi ignori?
Se la caduta delle destre istituzionali dipende in larga parte dal fatto che, sequestrate dai loro piccoli cacicchi vanitosi e imbelli, non erano più “di destra” in senso tradizionale da circa vent’anni, il “sonno” delle destre radicali extraparlamentari trova una sua ragione nella quasi totale assenza di leadership carismatiche e messaggi auscultabili all’esterno della claustrofobica catacomba neofascista. In questa congiuntura il brodo di coltura antisistemico italiano è stato fecondato dalla proposta millenaristico-settaria che il comico Beppe Grillo ha condiviso con il guru dell’e-commerce Gianroberto Casaleggio. Un lavoro scientifico, il loro, che per la verità è cominciato da diversi anni e che si è talmente rafforzato da attirare come un magnete perfino le limature di ferro dello scontento estremista, sia di destra sia di sinistra. Nel frattempo i cuori neri si baloccavano con le loro solite, logore liturgie intonate al culto della sconfitta neofascista e con l’immancabile rivalità fra consanguinei. Fatta eccezione per il movimentismo di CasaPound, reso popolare dal recupero del migliore dannunzianesimo ma viziato spesso da pulsioni avanguardistiche inconcludenti, non c’era una sola buona ragione per la quale le destre anti sistemiche dovessero presentarsi alle elezioni immaginando di non venirne malamente sbertucciate.

Requiem o palingenesi?
In natura nulla va perduto, è così perfino nell’Italia a sovranità limitata, assoggettata alla germanizzazione del suo sistema economico-finanziario e appetita dal capitalismo apolide responsabile della crisi internazionale. Dunque anche per la destra c’è speranza. Non è possibile qui aggettivare oltremisura la destra di riferimento, ma certo è che per rinascere bisogna essere stati qualcosa nel passato. E’ a una destra tradizionale che si può o si deve guardare, nel senso più alto, nobile e purtroppo negletto dalla maggior parte delle formazioni esistenti: ogni altro tentativo e ogni altra variante essendo falliti alla prova dei fatti recenti. Il grillismo è un fenomeno di falsa rottura transeunte ed è destinato prima o poi a liberare energie insospettabili, dopo aver caoticamente rilegittimato alcune idee e istanze di sovranità politica e culturale tipicamente di destra. Chi un domani sappia saldare questo accumulatore di energia con un circuito elitario, nel quale le nuove personalità di riferimento siano realmente formate lungo linee di vetta metapolitiche (frutto di una disciplina perfino interiore, siamo portati a dire), potrà modellare un corpo adatto al manifestarsi di una “destra eterna” che attende la sua prossima incarnazione. Quando il sole avrà estinto l’ultima pozzanghera.

(di Alessandro Giuli - fonte: www.ilfoglio.it)

De Turris: “Da Kabobo a Brescia: l’Italia dei pregiudizi vive di eterno doppiopesismo”


Ci fosse ancora qualche dubbio che l’art.1 della Costituzione “più bella del mondo”, come gongola Benigni, sia ormai “L’Italia è una repubblica fondata sulla regola dei Due Pesi Due Misure”, ce li tolgono definitivamente alcuni fatti recentissimi. Dove si dimostra ancora e sempre che quel che la Sinistra di varie sfumature fa, non lo può fare la Destra di varie sfumature, e quello per cui viene condannata la Destra lo si concedere alla Sinistra & Affini. Che il punto di vista ognora prevalente e che detta regole e valori resta quello cosiddetto progressista, anche se ha torto marcio alla luce dei semplici fatti.

Ecco questi esempi:

1)  Un ghanese, tal Kabobo, che si dichiara “perseguitato politico” non si sa con quali prove, se ne va in giro all’alba per le strade di Milano armato di spranga e piccone e fa strage di italiani dalla pelle bianca, ammazzandone selvaggiamente tre e ferendone altri. Vendetta razziale? Rancori politici? Pazzia improvvisa? Non si sa ancora, il problema non sembra pertinente, ma sta di fatto che nessuno ma proprio nessuno si è posto la domanda di chi magari siano i “responsabili morali” o i “cattivi maestri” dei suo gesto, lucido o folle che sia. Magari gli stessi  italiani che non lo  hanno accolto con i dovuti rispetti e non gli hanno dato immediatamente uno stipendio… Sul fatto, atroce e allarmante, nessuna presa di posizione di chi lo avrebbe dovuto fare per dovere istituzionale, come la ministra italo-congolose (così si è definita lei stessa) dell’Integrazione voluta dal Pd. Almeno a me non risulta.

Come che sia, il giorno di Santa Lucia del 2011, un ragioniere toscano, Gianluca Casseri, noto nel mondo della fantascienza e autore di due libri, fornito di regolare porto d’armi nonostante fosse un depresso cronico, prende la pistola e a Firenze ammazza due venditori ambulanti senegalesi, poi si spara. Un comportamento standard per una depressione mai o mal curata: omicidio e poi suicidio come in moli altri casi precedenti. Ma qui la questione è diversa perché si scopre che è una persona di destra: i morti poi sono negri e non bianchi, quindi è razzismo, quindi si devono cercare i “mandanti morali” e i “cattivi maestri”, con conseguente caccia alla streghe guidata da l’Unità e da Gad Lerner. Risultati, ovviamente zero, ma si innesca un clima assurdamente inquisitorio al fine di condannare un certo ambiente culturale di destra. Resta lo sputtanamento di cui nessuno pagherà la colpa.

2) Alla manifestazione del PdL di Brescia centri sociali e militanti di Sel hanno accolto le donne che vi partecipavano al grido di “puttane” e “troie”. Solidarietà da parte di gruppi, partiti, associazioni di Sinistra così attenti alla “dignità femminile” oltraggiata? Nessuna. Interventi di donne che ricoprono cariche importanti? Nessuno. Proclami delle istituzioni, segnatamente della Presidenza della Camera retta da una donna, Laura Boldrini, eletta nelle file di Sel, e sempre pronta a scendere in difesa dei deboli e del sesso cui appartiene soprattutto se offeso via internet? Nessuno. Solo la reazione della stampa di centrodestra e poi del Pdl, la induce a fa emettere un comunicato dal suo capoufficio stampa (certo Natale a suo tempo capo dell’Usigrai, e quindi si può capire come fosse oggettivo e indipendente il sindacato interno Rai) con due-righe-due di condanna del tutto generica.

Ben diverso il comportamento se vengono sfiorate le signore sinistre, magari solo con insulti a distanza sul web… E poniamo il caso che qualche becero di destra appelli il segretario di Sel, Vendola, come “brutto frociaccio” o semplicemente “frocio” o “recchione” o “culattone”, e  poi vedrete che reazioni ve ne saranno, e come!. Scommettiamo?

3) Il vicepresidente del consiglio Alfano partecipa a questa manifestazione del suo partito? Indignazione come se piovesse. Ilo presidente del consiglio Letta partecipa alla riunione per votare il nuovo segretario del suo partito, il Pd? Tutto normale, nessuno ci fa caso.

La situazione è assolutamente intollerabile non solo per il suo aspetto ingiusto, quanto soprattutto per l’ipocrisia in mala fede di cui è palmare manifestazione. Vent’anni di “alternanza” fra centrodestra e centrosinistra bene o male al potere, non ha cambiato di un millimetro la situazione di pregiudizio e faziosità. Alla Sinistra è consentito tutto, e quel che non va lo si tollera, giustifica, lo si assolve, lo si minimizza. A Destra non se ne fa passare una anche se sono lo specchio delle cose di Sinistra. Non c’è alcun equilibrio e la bilancia dei giudizi è taroccata. Il fatto è che la cosiddetta “opinione pubblica” che prevale nella condanna o nella assoluzione non è’ quella della gente comune, ma quella che creano con i loro pareri e prese di posizione politici, giornalisti, magistrati e intellettuali. Sono quelli che strillano di più, che hanno più spazio sulla stampa e in televisione, che cosi straparlando sembra che interpretino il sentire comune, che interpretino il pensiero e gli umori di tutti gli italiani. Non è affatto così ovviamente, però sembra che  riescano a controllarlo e gestisrlo dato che appaiono in maggioranza sui media soffocando le voci contrarie. Di fronte a tutto ciò ci si sente impotenti,ma non per questo si devono abbassare le armi, controbattere. Perché sino a quando l’Italia sarà una Repubblica del Doppiopesismo non si uscirà dalla crisi morale e culturale del nostro Paese. Non si uscirà da quella guerra civile fredda, indiretta, strisciante a bassa intensità che va avanti da venti anni per la non accettazione aprioristica dell’avversario ideologico e politico. E che sta aumentando proprio perché esiste adesso un “governo di larghe intese” che ha messo sullo stesso piano (o quasi) gli angeli del centrosinistra e i demoni del centrodestra.

(di Gianfranco de Turris - fonte: www.barbadillo.it)

Tortora e i "garantisti" liberi servi di Berlusconi


Nell'ormai famosa domenica del comizio di Berlusconi a Brescia ha suscitato molte polemiche la presenza di tre ministri Pdl. Anche se sarebbe meglio che quello degli Interni controllasse che le manifestazioni di piazza si svolgano senza scontri, stando al Viminale, invece di aizzarli con la sua presenza, questo è un falso problema rispetto alla questione principale. Che riguarda le dichiarazioni di Berlusconi sulla sentenza della Corte d'Appello di Milano che lo ha condannato per una colossale frode fiscale (caso Mediaset). Dichiarazioni che si legano strettamente a quelle fatte il giorno prima, subito dopo la sentenza. In questo caso il Cavaliere non si è limitato a generici attacchi alle 'toghe policitizzate', ma ha accusato personalmente sei giudici (i tre della Corte d'Appello e i tre del Tribunale di primo grado) di averlo condannato «pur sapendo che sono innocente». Cioè hanno sentenziato con dolo, che è il reato più grave che un magistrato possa commettere nell'esercizio delle sue funzioni. Ora, le cose sono due. O Berlusconi dice il vero e ne ha la prova (che non puo' consistere, tautologicamente, nel fatto che l'hanno condannato) e allora suo interesse e dovere è di denunciare i magistrati felloni alla prima Procura della Repubblica. Perchè non lo fa? Oppure è un volgare calunniatore, le cui false accuse, dato il suo ruolo, dovrebbero svegliare l'attenzione del Capo dello Stato.

I berluscones hanno contestato il controcomizio degli oppositori. «C'erano delle bandiere rosse» ha accusato l'ineffabile Brunetta. Embè, da quando in qua è proibito sventolare bandiere rosse? E' forse diventato un reato? Reato è che alcuni simpatizzanti di Berlusconi siano stati presi a calci e pugni. Ma questo rientra, in prima istanza, nella competenza del ministro degli Interni se fosse stato al suo posto, invece di nascondersi prudentemente dietro il palco.

Infine, moralmente ripugnante è stato il tentativo di Berlusconi di autocristificarsi in Enzo Tortora. Il presentatore fu arrestato il 17 giugno del 1983 con l'accusa di essere colluso con la camorra e fece sette mesi di carcere. Eletto un anno dopo europarlamentare nelle liste radicali, si dimise nel dicembre del 1985 rinunciando all'immunità e torno' ai domiciliari per essere alla fine assolto con formula piena il 15 ottobre 1986. Quando era ai domiciliari lo andai a trovare a casa sua, in Via dei Piatti a Milano. Ero stato il primo giornalista a prendere le sue difese («E io vado a sedermi accanto a Tortora», Il Giorno, 25/5/1983), mentre la canea dei colleghi, molti dei quali sarebbero in seguito diventati 'ipergarantisti' a pro di Berlusconi e della sua cricca, si accaniva su di lui, godendo dell'umiliazione del presentatore famoso, mostrato in Tv in manette. Ebbi cosi' modo di conoscerlo meglio. Era un galantuomo, un liberale vero, colto, schivo, solitario, dal carattere non facile. Mi ricordo la rabbia della sorella, Anna, quando, qualche anno dopo, i tangentisti, incarcerati non per un 'flatus vocis' di qualche pentito che riferiva 'de relato' ma colti con le mani ne sacco, si atteggiavano a vittime, paragonandosi a Tortora. Per fortuna oggi non puo' più sentire (è morta di cancro, come Enzo) e si è risparmiata almeno quest'ultima ignominia.

(di Massimo Fini)

giovedì 23 maggio 2013

De Benoist: “La morte volontaria di Venner? La più conforme all’etica dell’onore”


Alain de Benoist, lei conosceva Dominique Venner dal 1962. Al di là della pena o del dispiacere, è stato stupito dal suo gesto? Sebbene egli avesse da tempo rinunciato alla politica, questo gesto è coerente con la sua vita, la sua lotta politica?
“Ora mi disgustano soprattutto certi commenti. «Suicidio d’un ex dell’Oas», scrivono gli uni, altri parlano d’una «figura d’estrema destra», d’un «violento oppositore del matrimonio gay» o di un «islamofobo». Senza contare gli insulti di Frigide Barjot, che ha rivelato la sua vera natura, sputando su un cadavere. Costoro non sanno nulla di Dominique Venner. Mai hanno letto una sua riga (su oltre 50 libri e centinaia d’articoli). Ignorano perfino che, dopo una gioventù agitata – che lui stesso raccontò in Le cœur rebelle (1994), tra le sue opere migliori -, aveva rinunciato a ogni forma d’azione politica da quasi mezzo secolo. Esattamente dal 2 luglio 1967. Infatti ero presente quando comunicò la decisione. Da allora Dominique Venner s’era dedicato alla scrittura, prima con libri sulla caccia e sulle armi (nel settore era un esperto riconosciuto), poi con saggi storici scintillanti per stile e spesso autorevoli. Aveva poi fondato La Nouvelle Revue d’histoire, bimestrale d’alta qualità.

“Il suo suicidio non mi ha sorpreso. Da tempo sapevo che – sull’esempio degli antichi Romani, e anche di Cioran, per citare solo lui – Dominique Venner ammirava la morte volontaria. La giudicava la più conforme all’etica dell’onore. Ricordava Yukio Mishima e non a caso il suo prossimo libro, che il mese prossimo sarà edito da Pierre-Guillaume de Roux, s’intitolerà Un samouraï d’Occident. Fin d’ora se ne può misurare il carattere di testamento. Dunque questa morte esemplare non mi stupisce. Mi sorprendono momento e luogo.

“Dominique Venner non aveva «fobie». Non coltivava alcun estremismo. Era un uomo attento e segreto. Con gli anni, il giovane attivista dell’epoca della guerra d’Algeria s’era mutato in storico meditativo. Sottolineava volentieri quanto la storia sia sempre imprevedibile e aperta. Ci vedeva motivo per non disperare, infatti rifiutava ogni forma di fatalismo. Ma era innanzitutto un uomo di stile. Ciò che apprezzava di più nelle persone era la tenuta. Nel 2009 aveva scritto un bel saggio su Ernst Jünger, spiegando la sua ammirazione per l’autore delle Scogliere di marmo con la sua tenuta. Nel suo universo interiore non c’era posto per i cancan, per la derisione, per le liti di una politica politicante che giustamente disprezzava. Perciò era rispettato. Cercava la tenuta, lo stile, l’equanimità, la magnanimità, la nobiltà di spirito, talora fino all’eccesso. Termini il cui senso sfugge a chi guarda solo i giochi televisivi”

Dominique Venner era pagano. Ma ha scelto una chiesa per porre fine ai suoi giorni. Una contraddizione?

“Penso che lui stesso abbia risposto alla domanda nella lettera che ha lasciato, chiedendo di renderla pubblica: «Scelgo un luogo altamente simbolico, la cattedrale di Notre-Dame di Parigi, che rispetto e ammiro, perché fu costruita dal genio dei nostri avi su luoghi di culto più antichi, ricordando origini immemorabili». Lettore di Seneca e Aristotele, Dominique Venner ammirava specialmente Omero: Iliade e Odissea erano per lui i testi fondanti d’una tradizione europea nella quale riconosceva la sua patria. Solo Christine Boutin può immaginare che si fosse «convertito all’ultimo secondo»!

Politicamente questa morte spettacolare sarà utile, come altri sacrifici celebri, quello di Jan Palach nel 1969 a Praga, o quello più recente dell’ambulante tunisino che in parte provocò la prima «primavera araba»?

“Dominique Venner s’è espresso anche sulle ragioni del suo gesto: «Davanti a pericoli immensi, sento di dover agire finché ne ho la forza. Credo necessario sacrificarmi per rompere la letargia che ci opprime. Mentre tanti uomini si rendono schiavi della loro vita, il mio gesta incarna un’ etica della volontà. Mi do la morte per svegliare coscienze addormentate». Non si potrebbe essere più chiari. Ma si avrebbe torto non vedendo in questa morte volontaria ben oltre il contesto angusto dei dibattiti sul «matrimonio per tutti». Da anni, Dominique Venner non sopportava più di vedere l’Europa fuori dalla storia, vuota d’energia, dimentica di sé. Diceva spesso che l’Europa è «in letargo». Ha voluto svegliarla, come Jan Palach, in effetti o, in un altro periodo, Alain Escoffier. Così ha provato la sua tenuta fino in fondo, restando fedele alla sua immagine del comportamento di un uomo libero. Ha scritto anche: «Offro ciò che resta della mia vita in un’intento di protesta e fondazione». Questa parola, fondazione, è il legato di un uomo che ha scelto di morire in piedi”.

Suicida contro il suicidio della civiltà



Non sbrigate il suicidio in Notre Dame come il gesto di un invasato estremista. Dominique Venner aveva forte e tragico il senso dell'onore, della civiltà e della decadenza. Il suo libro più bello, Il bianco sole dei vinti, insegnò a molti giovani, anche in Italia, la nobiltà della sconfitta. Il Suicidio nella Cattedrale (degno aggiornamento del celebre Assassinio nella Cattedrale) è un atto che desta dissenso e ammirazione.

Non si può condividere un suicidio, tantomeno la profanazione di una Chiesa con un gesto che ha un senso rituale nel Giappone di Mishima ma non nell'Europa cristiana. E non si può condividere il suicidio per amor di tradizione (e non banalmente contro le nozze gay, come s'è scritto): meglio dar la vita per una causa che togliersela; meglio compiere gesti per la famiglia e non contro la sua negazione. Ma non posso nascondere l'ammirazione. Tra mille suicidi per ragioni personali c'è qualcuno che si suicida per una ragione superiore, condivisibile o meno; si uccide per la civiltà e non per gelosia, debiti o malattia. Certo, c'è dietro l'estetica della decadenza e forse un modo nobile per sottrarsi alla vecchiaia.

C'è pure l'aspirazione alla luce nera della gloria maledetta, forse. Ma è comunque un gesto di grandezza, sulla scia francese di Henry de Montherlant più che di Drieu La Rochelle. Il paradosso è stato immolarsi per una civiltà, profanandola nel suo luogo più sacro. Montherlant (omosessuale) si uccise da pagano tra le rovine pagane. Comunque, onore a Venner, uomo in piedi tra gelatine umane.

(di Marcello Veneziani - fonte: www.ilgiornale.it)

“Lui è tornato”. Hitler 2.0


Scrivere di Adolf Hitler è come spararsi un colpo in bocca a Notre Dame, non c’è dubbio, solo che “Lui è tornato”, s’è svegliato a Berlino, immerso in un olezzo di benzina: “Forse Eva” – si chiede, spolverando la propria uniforme – “voleva smacchiarmi la giacca?”.
Lui è tornato e, in pochi mesi, ha già macinato in Germania oltre seicentomila copie del libro scritto da Timur Vermes (edito in Italia da Bompiani). E’ tornato Lui ed è così plausibile in questo suo tornare che i lettori, pagina dopo pagina, non si chiedono “chissà come va a finire”, piuttosto: “Vediamo come va a ri-cominciare”.

C’è sempre un momento in cui Mefistofele, nel Faust, sodomizza gli angioletti. Figurarsi cosa potrà fare Lui, ora che “è tornato”. Mefistofele acchiappa le proprie prede per le alucce, le deturpa incapricciandosi di chissà quale loro burrosa malia ma mai e poi mai il diavolo trova nel lettore un complice, anzi: ci si ritrae leggendone le avventure e Goethe, allora – sorvegliando i propri versi – sfodera il registro comico e così seduce il lettore sicché anche Lui, tornando, torna nel buonumore.
E’ tornato Lui e i berlinesi che lo incrociano per strada, riconoscendolo – “è meglio di Bruno Ganz…” – lo scambiano per una comparsa di “Scherzi a parte”. Quelli della televisione, avvisati, lo adocchiano, non gli fanno neppure un provino e ne fanno presto una star nel programma comico più importante.
Tornato in gran spolvero, Lui, invece che nelle birrerie di Monaco, come un Crozza racconta negli studi televisivi il futuro con un ragionamento semplice ed evidente: la terra è piccola e l’umanità è prolifica. Chi si accaparrerà le risorse fondamentali per la sopravvivenza, il popolo più gentile o la schiatta più forte?

Irresistibile è il comico che non può produrre documenti d’identità, che sfrutta al meglio le proprie competenze e perciò impara ad adoperare un coso strano, scuro, il telecomando; buffissimo, poi, il tentativo di farsi un indirizzo e-mail con le proprie generalità per vederselo negato; inarrestabile, infine, nel suo pragmatico senso della contemporaneità: sconsiglia l’uso dei caratteri gotici per non abusare di nostalgie e adotta il termine “homepage” perché la lingua della Patria, insomma, tanto più parole nuove accoglie ancora di più si rafforza.

Questo Hitler di Vermes non assomiglia affatto al “Grande Dittatore” di Chaplin perché rispetto a quella caricatura è l’originale, un Hitler di YouTube sconvolto nel sapere che al vertice della nazione ci sia una “donna tozza”. E’ Angela Merkel. Lui, tornando, non l’ha vista nella foto che tutti noi abbiamo visto ieri, nell’uniforme della Ddr (qui sotto). E’ oggi il Cancelliere. E “infonde l’ottimismo di un salice piangente”.

E’ tornato, dunque. Hitler conquista il pubblico con la propria divisa e con le parole che aveva già proferito. I suoi monologhi, infatti, sono i “Monologe im Führerhauptquartier” e la gente lo applaude rapita al punto che la società di produzione vince il più importante premio e la ragazza al ricevimento, nell’hotel dove alloggia, presa dal suo carisma, gli rivolge il regolamentare saluto: Heil Hitler.
E’ Lui. Incontra per strada delle pazze prese dalla stessa bizzarria: raccolgono la cacca dei propri cani. E’ Lui. Riconosce nei passanti dei turchi, segno evidente, questo, della proficua collaborazione del Reich con l’Anatolia. E’ Lui. Fa irruzione nella sede del partito neonazista e siccome l’unico revisionismo che funziona è sempre quello che ciascuno si fa da sé, Hitler affronta i propri eredi e li umilia al punto di essere fatto oggetto di un attentato dai militanti dell’estrema destra che vedono in Lui che è tornato il nemico che li fa ridicoli e inutili.
Lui però è Lui. Dopo l’agguato ha capito di essere mancato da troppo tempo e di dover ricominciare da zero. E di ri-cominciare.

(di Pietrangelo Buttafuoco - fonte: www.ilfoglio.it)

Almirante nel suo funerale fascista l’apoteosi e insieme la disfatta di un’epoca


Il primo ricordo che ho di Giorgio Almirante è un ricordo abbastanza “umido”. Non in senso lato, ma di un’umidità tutta reale. Ero appena arrivato, sul treno della notte Roma-Pescara, nel grande albergo di Montesilvano dov’era ospitato, nel settembre del 1971, il primo corso per dirigenti politici del Fronte della Gioventù. Colpa dei sedili di legno di una vecchia terza promossa seconda, o merito dei molti corsisti che stazione dopo stazione lo avevano affollato animandolo di discussioni e cori, non ero riuscito a chiudere occhio. Per levarmi il sonno di dosso, subito dopo aver preso possesso della camera, non avevo trovato di meglio che fare un tuffo nella piscina dell’albergo e ora, vestito decorosamente ma col costume gocciolante in mano, mi trovavo nella hall per ritirare le chiavi.

Anche Lui si trovava lì. Imbarazzato per la situazione e afflitto dalla mia adolescenziale timidezza di diciottenne che sapeva tutto di Evola, di Nietzsche, e di un Guénon letto nell’edizione originale francese, ma non sapeva nulla della vita, abbozzai un labile cenno di saluto, che non fu ricambiato. Nella settimana che seguì non ebbi più contatti diretti con lui; ebbi modo però di farmi una prima idea dell’uomo il cui avvento alla segreteria del partito era coinciso con la mia adesione alla Giovane Italia (il mio primo atto politico era stata la partecipazione ai funerali del suo predecessore Michelini, di cui mi fu affidata da reggere la corona dell’ambasciata spagnola).

Debbo aggiungere che di contatti diretti neppure ne cercai. In quel tempo, con la beata faziosità dei vent’anni, noi giovani eravamo schierati in buona misura con Rauti e con Pino Romualdi, che prendevamo un po’ in giro per le sue pose ducesche e il suo compiaciuto non smentire la voce che lo voleva figlio naturale di Mussolini, ma rispettavamo come padre di Adriano e fondatore dell’“Italiano”, un mensile d’ispirazione longanesiana che pubblicava a sue spese, attingendo (bei tempi!) agli onorari da parlamentare.

Con Almirante avevamo un rapporto che si potrebbe definire di ammirazione conflittuale, che trovò conferma anche in quell’occasione. Naturalmente, non ricordo tutti i suoi interventi negli incontri, che seguì da cima a fondo, con straordinaria attenzione, com’era nel suo stile. Ricordo però il suo discorso conclusivo, che rappresentò un’eloquente tirata d’orecchie nei confronti di molti di noi, ma che finì per scatenare nella sua conclusione applausi scroscianti, per quella caratteristica del pubblico di destra di applaudire oratori che esprimono concetti opposti, purché li esprimano bene, che faceva imbestialire Marco Tarchi. Almirante ebbe parole di sarcasmo nei confronti di qualche congressista sommariamente acculturato, che citava Spengler chiamandolo Splenger, di critica nei confronti degli “evoliani”, identificati con i lectores unìus libri, di blanda ironia nei riguardi delle cene extra moenia in cui qualche dirigente si era intrattenuto con Rauti. Ma soprattutto, prendendo spunto dal maltempo che in quella fine settembre aveva reso l’Adriatico dannunzianamente selvaggio, ci ricordò che fuori dell’albergo ci attendevano “un cielo e un mare in tempesta” da un punto di vista non solo meteorologico. Un monito che, presi com’eravamo dall’euforia per il trionfo del Msi alle amministrative siciliane, ci parve peccare di un eccesso di pessimismo.

Quando incontrai di nuovo Almirante la profezia si era invece avverata. Era la primavera del 1975 e gli anni di piombo incombevano su tutti noi. A Firenze, però, si era verificato uno strano miracolo. Alle elezioni universitarie – le prime dopo che il ’68 aveva decretato l’ostracismo ai “parlamentini” studenteschi – il Fuan era riuscito a ottenere, anche per il fortunato gioco dei resti, un seggio alla facoltà di Architettura, la più rossa d’Italia. Giorgio Almirante era stato invitato a festeggiare l’evento.

Pranzammo insieme a lui in un ristorante di campagna. Al termine del convivio, uno studente che era stato magna pars nel successo – un estroverso fuori corso e fuori sede abruzzese – prese la parola. Tremai per lui, ricordando i rimbrotti di quattro anni prima, anche perché avevo intuito, dal modo in cui la sua destra aveva indugiato sul deretano non ritroso di una cameriera callipigia, che il ragazzo era un po’ avvinazzato. E in effetti il discorso che tenne oscillò fra l’estremista e lo sconclusionato. Almirante però non se ne adontò e replicò cortesemente come se prima di lui avesse parlato Demostene.

Al sollievo per la burrasca scampata seguì una sottile malinconia. Compresi che Almirante non era più il leader di un movimento in ascesa, ma il segretario di un partito oggetto di un’offensiva giudiziaria, parlamentare e soprattutto extraparlamentare senza precedenti e non poteva permettersi di tirare le orecchie a quei giovani che ogni giorno rischiavano la pelle nelle scuole, nelle università, nelle piazze, nelle fabbriche. Pensai ai funerali cui aveva dovuto partecipare, alle aggressioni che aveva dovuto subire, alle calunnie cui non aveva potuto ribattere e me lo figurai “bello di sventura” come l’Ulisse del suo diletto Foscolo.

Incontrai Giorgio Almirante molti anni più tardi, al termine della sua odissea terrena. L’epoca delle persecuzioni era finita e i suoi funerali venivano trasmessi in diretta televisiva. “Funerali fascisti”, titolò (mi sembra) il “manifesto”, e non a torto. Dopo il passaggio alla Destra nazionale – voluto da quello stesso segretario che da eterno avversario di Michelini inneggiava alla “sinistra sociale”, – la scissione demonazionale e la successiva “rimissinizzazione” del partito, poco o nulla era cambiato nell’iconografia e nella scenografia. Mancava solo la corona dell’ambasciata di Spagna, anche perché la Spagna non era più franchista.

Quei funerali furono l’apoteosi e al tempo stesso la disfatta di Giorgio Almirante. Furono il suo trionfo perché dimostrarono che era riuscito a guidare il suo partito nella palude della prima repubblica salvaguardandone l’identità, tenendolo lontano dal contagio della partitocrazia che, di lì a quattro anni, avrebbe travolto la prima repubblica. E l’aveva fatto guadagnandosi il rispetto di molti avversari e i funerali in diretta in quella Tv di Stato che fino a pochi anni prima lo accoglieva,  riluttante, solo nelle tribune politiche. Ma rappresentarono anche la sua sconfitta, perché dimostrarono che Almirante non era riuscito a fare del suo partito una forza di governo, a farlo uscire dalle sacche del neofascismo, a farlo a abbandonare la tentazione di gestire la rendita elettorale del voto nostalgico e/o di protesta, e aveva finito, trascorsi gli anni di piombo, per considerare l’arco costituzionale un comodo riparo dalle intemperie della politica.

A differenza del suo predecessore Michelini, non era riuscito a portare il Msi nell’area di governo e nel socialismo tricolore e nelle avances di Craxi aveva scorto più un tentativo di abigeato del volo nostalgico che l’occasione per sottrarre al loro isolamento gli “esuli in patria”.

Fu questo il vero errore di Giorgio Almirante. Non avere scritto sulla “Difesa della razza” (in prevalenza reportages etnografici sulle varie regioni italiane), colpa difficilmente rinfacciabile in un’Italia che ha avuto per presidente della Corte Costituzionale l’ex presidente del Tribunale supremo della Razza. Non avere, come fu accusato, tolleranza per il terrorismo di destra, da lui sempre condannato: e neppure di aver paragonato, al congresso del Msi nel 1970, le ausiliarie della Rsi alle “ragazze di Tombolo”. Ma di essere rimasto, a differenza del fascista “storico” Michelini, un uomo della Repubblica sociale, che percepiva la sconfitta come un blasone e il frigorifero in cui venivano conservati – secondo la definizione andreottiana – i voti missini una garanzia contro le infezioni batteriche della prima repubblica.

L’esperienza insegna purtroppo che i bambini tenuti troppo a lungo sotto una campana di vetro sono i primi a soccombere al contagio al primo contatto con gli altri, per l’impossibilità di maturare gli specifici anticorpi. E quanto è avvenuto a buona parte della vecchia classe dirigente missina ne costituisce – spiace dirlo – una conferma.

Eppure, astrazion fatta per i limiti del politico, rimane l’uomo. Di cui la stessa mediocrità dei successori dimostra l’inusuale grandezza. Rimane lo straordinario oratore, il parlamentare espertissimo, che il Parlamento, proprio per eccesso d’amore,  come sostiene Paolo Armaroli, processò in un celebre volume. Rimane il capo partito divenuto, man mano che i suoi baffi s’imbiancavano, l’umanissimo pater familias di una comunità umana tenuta insieme anche dal suo esempio. Rimane il padre putativo che accompagnò all’estremo saluto troppi figli, vittime di una guerra civile assurda, di anni formidabili, nell’accezione latina del termine, per cui solo un folle o un criminale può nutrire nostaglia. Rimane il papà di Venturini, di Falvella, dei fratelli Mattei, di Mantakas, di Ramelli  e di tanti altri.

Ed è per questo che, nel ricordarlo, e ricordando con lui gli anni di una perduta giovinezza, non posso fare a meno di avere gli occhi umidi, magari nascondendoli. Come il costume da bagno che quella mattina di settembre cercai invano di dissimulare di fronte a lui.

(di Enrico Nistri - fonte: www.barbadillo.it)

martedì 21 maggio 2013

Morto suicida a Notre Dame Dominique Venner, uno storico fuori dal coro. Uno di noi


Bisogna conoscere la Francia – e non da ignaro turista – per sentire veramente la morte di Dominique Venner. Bisogna conoscere – e amare – la Francia degli “intellettuali di Francia”, totalmente diversi dai chiacchieroni eunuchi che si fregiano del titolo a casa nostra. Di qualunque “parte” siano, in Francia gli intellettuali finiscono in ospedale e in galera e – in molti casi – finiscono fucilati da chi ha paura delle loro parole. Non a caso, nei bistrot intorno a Rue des Pyramides, si parlava di De Gaulle come del fucilatore di poeti. 

Un intellettuale francese di destra alla soglia degli ottant’anni non può non aver fatto la guerra di Algeria, possibilmente nei paracadutisti. Non può non essere stato in carcere almeno un anno, perché sosteneva gli insorti dell’Oas o perché ne faceva parte. Non può non essere passato per le mani dei tabasseurs della polizia e – una volta fuori dal carcere – non può non essere finito sotto le spranghe dei trotzkisti di Lutte Ouvriere. Ma questa è la storia di decine di migliaia di “ragazzi normali” della Francia che abbiamo imparato a sentire per decenni come la nostra seconda casa. Ma i francesi, inoltre, scrivono e leggono come se la carta fosse carne e il sangue inchiostro. E un intellettuale francese, oltre alle cicatrici di ordinanza, deve avere al suo attivo almeno cento libri. Venner era uno storico stimato e affermato. Paradossalmente uno dei maggiori esperti di comunismo – di Marx, Lenin e persino Gramsci – che ci fosse in Francia. E quando si dice storico si intende storico, uno che trova documenti mai pubblicati prima, fa ricerche e svela retroscena documentandoli, non uno che riempie le pagine con le versioni autorizzate dall’ortodossia accademica. 

Sulle agenzie italiane – ma non in quelle francesi e non a caso – di Venner si dice che era un fiero oppositore dei matrimoni tra coppie gay, così, tanto per attualizzare la notizia e dargli una nota di colore. Dalla cronaca di questi mesi pare che i francesi che si oppongono ai matrimoni omosessuali siano svariati milioni, ma non tutti con esperienze di militanza, non tutti affermati storici, non tutti con centinaia di titoli al proprio attivo, non tutti ottantenni. E non tutti che, di fronte all’inesorabile crepuscolo della propria esistenza, dopo aver tutto dato e forse tutto ricevuto, come l’irrangiungibile Drieu pongono fine volontariamente alla propria esistenza, scegliendo come gli stoici quando e come morire dopo aver tentato, come Yukio Mishima, di fare della propria vita la propria più grande opera d’arte. E se la propria vita è stata dedicata alla santità della Patria, è sull’altare di quella santità che vale la pena di immolarsi. Sull’altare di Notre Dame de Paris Venner ha posto fine alla propria esistenza terrena con un ottocentesco colpo di pistola. Per continuare la sua vita in eterno tra le braccia della Madre di Dio, Madre di Francia e Madre dei francesi.

(di Marcello de Angelis)

Romualdi e Almirante, morti 25 anni fa. Berlusconi ha divorato l'identità della destra


Venticinque anni fa, a distanza di poche ore, si spengono Pino Romualdi il 21 maggio ed il giorno dopo Giorgio Almirante. La destra italiana perde simultaneamente i suoi riferimenti carismatici. Ma non si sente orfana e nessuno pensa che con la loro scomparsa sia destinata all’estinzione.

Entrambi erano stati i fondatori del Msi nel dicembre 1946, avevano con alterne fortune guidato il partito tra i marosi dell’antifascismo militante, lo avevano fatto diventare un soggetto politico di ragguardevole consistenza elettorale e si erano intestato il suo «rinnovamento» mettendolo, un anno prima, nelle mani del giovane Gianfranco Fini, consapevoli che era venuto il momento di liberare il partito dalle scorie del nostalgismo.

Romualdi ed Almirante erano più avanti della classe dirigente missina al punto di «saltare» due generazioni per assicurare un futuro non marginale alla loro creatura. Ovviamente non avrebbero mai immaginato che in un quarto di secolo l’eredità di quel Movimento sociale si sarebbe dissolta come neve al sole, finendo prima fagocitata da un alleato onnivoro al quale non ha saputo opporre la legittima resistenza che pure ci si attendeva e poi irretita dall’impoliticità di un leader che avrebbe dovuto costruire la nuova destra all’interno del vasto e «plurale» contenitore berlusconiano.

Oggi non rimane più niente del sogno di Pino Romualdi e Giorgio Almirante. A destra c’è il nulla o poco più. In un ventennio, lo spazio di potere dilatatosi davanti ad essa, non è stato riempito di nessun contenuto politico, tanto che al crepuscolo della parabola berlusconiana è più probabile che si ricomponga un centro, vagamente di ispirazione democristiana, che una destra nazionale, solidarista, conservatrice, di stampo europeo.

È mancato quell’interventismo di carattere ideale e culturale, che pure ci si attendeva, da parte di chi aveva dato vita ad Alleanza nazionale, un movimento ambizioso e con le carte in regola per aspirare alla guida del Paese, mettendo le idee a posto, ma senza rinnegare i principi ed i valori fondanti la sua presenza nel panorama politico italiano.

A riprova che privi di cultura politica i partiti possono vivacchiare, agevolati anche dalle favorevoli circostanze, ma poi, in assenza di un progetto identitario forte e riconoscibile sono destinati a scomparire.

Per ciò che concerne la destra, paradossalmente, essa non c’è, eppure c’è. Nel senso che se dal punto di vista parlamentare è irrilevante, esiste nel Paese come un diffuso sentimento politico che attende di essere convogliato in un contenitore che abbia caratteristiche tali da offrire ai contenuti più che un «ricovero» un approdo dal quale ripartire.

È la speranza di molti e, probabilmente, è anche il solo modo per impegnare in «nuovo inizio» gli elementi della diaspora che faticosamente tentano di rimettere insieme ciò che è andato in frantumi. Operazione ad alto rischio con elevatissime probabilità di suscitare aspettative che potrebbero andare deluse, ma che pure va tentata come sostengono coloro che «abitano» le destre e vorrebbero ridurle ad unità superando personalismi e idiosincrasie, consapevoli che la pur problematica ricomposizione non potrebbe prescindere dall’inclusione di tutti coloro che, a diverso titolo, vi si riconoscono.

Non è soltanto un problema di «appartenenza», ma di democrazia. Curiosamente, Romualdi in un articolo sul Secolo d’Italia, ap- parso il 28 agosto 1986, osservava che «non la sinistra è mancata al funzionamento della nostra democrazia, ma la destra. Di sinistra in Italia ce n’è stata e ce n’è fin troppa… È la destra che non c’è».

E concludendo si augurava che essa «deve essere una vera forza politica, capace di essere in concreto una grande e determinante forza di opposizione, ma nello stesso tempo, e non a parole, una vera forza di alternativa». Non immaginava Romualdi che sarebbe diventata pure forza di governo, ma con quali risultati?

Troppo comodo attribuire alla sciagurata scelta di Fini i rovesci della sua parte politica. Tutti sono stati in qualche modo responsabili, a cominciare da coloro che hanno avallato e sostenuto la «fusione a freddo», senza neppure immaginare che operazioni del genere vanno preparate con cura e fatte sedimentare tra gli elettori, tra i militanti e per di più necessitano di giustificazioni culturali che francamente non vi sono state a seguito del discorso del predellino.

L’amalgama tra esperienze diverse riuscì quando si costituì An; ma poi che cosa è stato di quel progetto riformista in senso presidenzialista, delle tendenze statualiste che arditamente s’immaginava che potessero convivere con l’economia sociale di mercato, della partecipazione politica e sociale, del sovranismo e dell’etica della comunità fondata sulla identità nazionale, tematiche agitate a Fiuggi ed accolte coninteresse anche dagli avversari?

Niente di tutto ciò è stato trasformato in organica proposta politica. E poco per volta è sbiadito fino a scomparire. Venticinque anni dopo la morte di Romualdi e di Almirante, la destra si guarda attorno e non si ritrova. O meglio sa che c’è, ma non ha una casa. È tempo che la cerchi cominciando col riannodare i fili di una storia che s’intreccia con quella della nazione. La sua assenza rende oggettivamente più povera la nostra democrazia che non ha bisogno di reduci politici, ma di costruttori di un avvenire possibile.

(di Gennaro Malgieri)

lunedì 20 maggio 2013

I profeti dell'Apocalisse sedotti dal nichilismo


Stiamo confondendo la nostra vecchiaia con la fine dei tempi? Ovvero sta finendo il nostro tempo e pensiamo - figli di un'epoca egocentrica - che finisca il Tempo e arrivi l'Apocalisse? Ho avuto questo pensiero irriverente dopo aver letto due libri gemelli (eterozigoti) dedicati al Katechon. 

 Li hanno scritti due maturi filosofi, Giorgio Agamben - Il mistero del male. Benedetto XVI e la fine dei tempi (Laterza, pagg. 68, euro 7) - e Massimo Cacciari - Il potere che frena (Adelphi, pagg. 211, euro 13). Agamben e Cacciari proseguono da tempo due cammini paralleli: uscirono in sincronia con due libri francescani, prima che sorgesse un Papa di nome Francesco. Si ispirano ambedue a San Paolo e a Carl Schmitt nella sua teologia politica. Affrontano entrambi, fuori dalla fede, il doppio tema della Chiesa di Cristo e del Potere temporale: il potere che seduce e induce all'Anticristo e il potere che frena, ritarda o trattiene dalla rovina, cioè il Katechon. Si pongono entrambi il problema della fine dei tempi, il mysterium iniquitatis e l'avvento dell'Anticristo che verrà a sedurre coloro che sono morti nell'Anima. E si pongono entrambi, senza dare risposte salvifiche, il grande tema escatologico, la via della salvezza. Siamo davvero alla fine dei tempi o questa percezione già in altre epoche ha pervaso lo spirito del tempo e si affaccia a ogni giro di boa?

Vero è che Agamben avverte: l'ultimo giorno è ogni giorno, non solo ora, e dunque non solo quest'epoca che stiamo vivendo. La stessa cosa, in fondo, suggerisce Cacciari sottolineando che non è solo la condizione storica che stiamo vivendo a indurci alla riflessione escatologica, ma più radicalmente è la condizione umana, tragica in sé e non solo adesso.

La visione escatologica si nutre però degli eventi eccezionali che hanno scosso di recente la Chiesa; le dimissioni del papa teologo, la profezia di Celestino, poi l'avvento del papa francescano, la compresenza dei due papi nel Vaticano, i tormenti della fede. Agamben considera un atto di coraggio le dimissioni di Ratzinger, ma alla fine argomenta in modo laico, mediante le categorie di legalità e legittimità, filtrate da Schmitt, che servono a delineare il potere e le sue fonti, ma sono estranee alla missione evangelica e pastorale di un pontefice, non affrontano l'irrevocabilità del ruolo di Santo Padre e non considerano il significato religioso e spirituale della Tradizione. Agamben oppone la Chiesa escatologica alla Chiesa immersa nella storia, o come egli scrive, nell'economia. E giudica la rinuncia di Ratzinger come un'affermazione della prima contro la seconda. In realtà, lo stesso Schmitt, così citato da Agamben come da Cacciari, ci ricorda la visibilità della Chiesa romana, e non oppone la prima alla seconda ma considera la Chiesa spirituale incarnata nel suo corpo storico e istituzionale.

Agamben invece sostiene che la Chiesa abbia una struttura bipartita, metà «decora», appartenente a Cristo, e metà «fusca», appartenente al diavolo. È una visione gnostica della Chiesa, il cui corpo ecclesiale diventa tomba della sua spiritualità, non sposa di Cristo ma del funesto demiurgo. Liberandosi del corpo ecclesiale, Ratzinger ha avuto «il coraggio di mantenersi in relazione con la propria fine». Ma può farlo un cattolico investito dal Santo Apostolato di guidare la Chiesa? È una scelta ascetica e monacale, si dirà. Ma non c'è il rischio che per un Papa suoni come una scelta di tipo protestante, abdicare al pontificato per dedicarsi al soliloquio interiore con la propria coscienza, anziché restare nella Comunità ecclesiale, alla guida della Chiesa visibile? Per Agamben quello di Ratzinger è coraggio escatologico, in cui la verità spirituale coincide con la sua morte al mondo, e dunque con la rinuncia al ruolo pastorale. Da qui la visione apocalittica della Chiesa, viva solo in punto di morte, nell'Ultimo Giorno. Non soffia in Agamben come in Cacciari una versione mistica del nichilismo contemporaneo? Non il nichilismo gaio del nostro tempo ma un nichilismo profetico e apocalittico, che trae luce dalla notte e cerca la salvezza nel suo annichilirsi, dove la vita eterna coincide con l'essere per la morte. Non San Paolo ma Martin Heidegger sembra l'Apostolo di questa profezia.

Ma la prospettiva dell'apocalisse nasce solo nell'ambito della Chiesa e della Cristianità? È percepita solo in chiave religiosa come la sfida estrema tra il Katechon e la Bestia, tra Cristo e Anticristo? In realtà la diffusa percezione della fine dei giorni sorge dall'espansione infinita della tecnica, dell'economia, dei mezzi di distruzione e anche di salvezza, offerti dalla tecnica. E a quest'apocalisse tutta mondana corrisponde un Katechon mondano, un potere che frena e trattiene dalla morte e dalla vecchiaia, dal dolore e dall'impotenza, che coincide ancora con la tecnica e i suoi portentosi mezzi di salvezza temporale, di prolungamento artificiale. Se la convinzione religiosa di essere alle soglie dell'Ultimo Giorno è ricorrente nella storia universale, legata a date, profezie, eventi catastrofici, avventi mostruosi al potere, la percezione odierna della fine del mondo è legata a fattori inediti nella storia dell'umanità: mai era successo che gli uomini sulla terra si moltiplicassero fino a superare i sette miliardi, mai era accaduto a tal punto lo sfruttamento tecnologico dell'universo, l'inquinamento, la produzione senza precedenti di consumi e rifiuti, il possesso di armi di distruzione, il prolungarsi della vita. E si potrebbe continuare.

L'idea di essere alla fine del mondo è ciclicamente emersa nella storia dell'uomo ma i fattori su cui questa volta si fonda non hanno precedenti e non hanno una diretta attinenza religiosa, escatologica. Certo, si potrebbe dimostrare che l'espansione universale della Tecnica sorge sulla contrazione della Spiritualità.

Ma è difficile poi andare oltre. Cosa dovrebbe fare il pensiero? Aspettare e propiziare il Katechon o auspicare che s'affretti la fine del mondo? E senza la prospettiva trascendente il Katechon non rischia di essere risolto nella tecnica che salva nel tempo a prezzo di rinunciare al destino? Non è la tecnica, del resto, che sostituendosi a Dio, ha sottratto il potere dalle mani dell'uomo? Non è l'automatismo il nuovo dispotismo e la reazione a catena, come scriveva Schmitt nel suo Dialogo sul potere, il suo motore? Per attraversare la linea occorre aprirsi alla luce sorgiva dell'essere, altrimenti si resta avvolti nella notte del nichilismo. C'è o non c'è Dio alla fine dei tempi? È necessario pensarlo per decidere come predisporsi all'uscita.

(di Marcello Veneziani)

Gigi Riva lascia la Nazionale dopo cinquant’anni di azzurro



Deve essergli costato parecchio annunciarlo, non foss’altro perché quest’anno ha festeggiato il cinquantenario con Coverciano. O forse proprio per rendere il giusto tributo alle Nozze d’oro con l’azzurro che Gigi Riva – l’unica persona che nella carta d’identità ha avuto licenza di sostituire il suo nome e cognome con quello di Bomber – ha detto basta.

L’idea peraltro non è nuova, me ne parlava già da anni, e complice qualche acciacco ha deciso di attuarla senza troppe cerimonie. Com’è nel suo stile: asciutto, stringato e sintetico. Del resto da quando Gigi è diventato patrimonio dell’Unesco, nel senso che uno esce, uno entra, ma lui è sempre lì, statuario, unico e iridescente nei nostri cuori,  non ha più bisogno del ruolo di team manager o foss’anche quello di presidente della Figc per essere il numero 1 di sempre. Così numero 1 che è lo stato due volte: 1&1, 11 appunto.

Per noi sardi è stato così da sempre, per i tifosi azzurri l’incoronazione è avvenuta un po’ più tardi. Ma quella data è precisa, così come l’orario: erano le 16,34 del 20 ottobre 1973, quando a 11 minuti dalla fine segnò il 2-0 alla Svizzera all’Olimpico di Roma. Gol numero 35 in nazionale, record assoluto stabilito appunto quarant’anni fa e che nessuno ha mai osato mettere in discussione. Semplicemente perché inarrivabile, come quei palloni scagliati dal suo magico sinistro.

La prima volta che attraversò il cancello di Coverciano, nel 1963, era per una convocazione nella nazionale Juniores. Il presidente del Legnano, Caccia, si era raccomandato di presentarsi con la divisa dei lilla. Eravamo in pieno Boom economico. Oggi di quel Boom ci è rimasto impresso nell’orecchio l’eco dei suoi tiri. E la sua persona. Vera, immutabile, seria. Proprio poche ore fa ho visto uno spot sugli Special Olympics in cui è testimonial per la regia del bravo Jacopo Fullin. Vedrete che anche quello lascerà il segno e sfonderà le reti. Perché è nel suo destino.

(di Nanni Boi, fonte: www.barbadillo.it)

Così soldi e tv hanno ammazzato il gioco del calcio


Fino a qualche tempo fa almeno nelle tre ultime giornate di campionato le partite si giocavano tutte la domenica e alla stessa ora perchè le squadre che erano il lotta per lo scudetto o per la retrocessione o per l'ammissione alla Coppa dei Campioni non potessero avantaggiarsi conoscendo il risultato delle rivali. Domenica scorsa è stato infranto anche quest'ultimo tabù. E' vero che gli organizzatori hanno avuto l'accortezza di raggruppare le partite delle squadre che si battevano per non retrocedere alla mattina, ma la Fiorentina, in questa alchimia, ha giocato prima del Milan cui contende il posto per entrare nei preliminari di Coppa. Il tutto naturalmente per esigenze televisive. La Tv ha stuprato il calcio. Lo spia. Un giocatore che ha ricevuto un tremendo pestone non puo' ululare una sacrosanta bestemmia, che l'arbitro non ha sentito o ha saggiamente ignorato, perchè il 'labiale' lo inchioda. Ha osato entrare perfino nel sacrario degli spogliatoi. E alla fine del primo tempo un giocatore, sfinito, viene arpionato dall'intervistatore perchè dica le solite ovvietà.

Questa pervasività televisiva non è che uno degli aspetti di quel business che ha spogliato il calcio di tutti gli elementi rituali, simbolici, mitici, identitari, irrazionali che ne hanno fatto la fortuna per più di un secolo. Tifare significa riconoscersi in una squadra, nella sua storia, nella sua tradizione, nei suoi colori, nella sua maglia, in certi giocatori-simbolo, nel suo carattere la cui continuità era assicurata dal passaggio di testimone di generazione in generazione fra gli 'anziani' e i giovani del vivaio. Tutto sparito. O quasi. Giocatori, anche importantissimi, cambiano squadra ogni anno o addirittura nella stessa stagione con tanti saluti alla regolarità dei campionati. Ci sono squadre che giocano con undici stranieri. Abbandonati i vivai (eppure il Barcellona ha dimostrato che si puo' costruire una grandissima squadra quasi esclusivamente con la 'cantera', Iniesta, Xavi, Busquets, Piqué e lo stesso Messi che vi arrivo' a tredici anni). Del resto appena appare in una squadra di media classifica un ragazzino promettente le 'grandi' glielo ranzano via subito a suon di milioni. Casi come quelli di Riva, di Antognoni, di Bulgarelli che rimasero tutta la vita in squadre fuori dal giro delle 'grandi' non si ripeteranno più. Nemmeno le maglie sono più sacre, in trasferta gli sponsor pretendono che abbiano colori diversi. Come si fa ad identificarsi? Intanto sul campo si assiste a scene grottesche. Una volta c'era un arbitro coadiuvato da due guardialinee. Adesso c'è il 'quarto uomo' e quattro semiarbitri piazzati sulla linea di porta. Per decidere su un fallo fanno un'assemblea.

Il calcio era una grande festa nazionalpopolare, una 'festa di tutti', interclassista. Allo stadio sedevano accanto l'imprenditore e il suo operaio. Adesso, con la politica degli abbonamenti, la 'suburra' viene stipata dietro le porte (eppoi ci si meraviglia se accadono incidenti). C'è chi ha Sky e chi non ce l'ha. Da interclassista il calcio è diventato classista, riproducendo, come uno specchio, cio' che accade nella società italiana.

Con tutte queste belle innovazioni il calcio da stadio (l'unico, vero, calcio) ha perso dal 1982, anno dell'introduzione del 'terzo straniero', il 40% degli spettatori. Si è ridotto a spettacolino televisivo, come una qualsiasi 'Domenica in', da fruirsi solipsisticamente a casa. E perdendo tutti i suoi contenuti specifici susciterà un interesse sempre più generico, vago, intercambiabile che, come tale, prima o poi si rivolgerà altrove. Gli apprendisti stregoni avranno cosi' ucciso, per avidità e overdose, 'la gallina dalle uova d'oro', e il razionalismo nella forma del denaro avrà realizzato, è il caso di dirlo, l'ennesimo autogol.

(di Massimo Fini)