lunedì 30 aprile 2012

Simone Weil, la bruttina non stagionata


Uccello senza corpo, piegato su se stesso, in una mantellina nera, gli scarponi neri pesanti; silenziosa, straniera e indagatrice, seduta in disparte, brutta a prima vista, almeno da adulta; il corpo assente, devastata dalla miopia, con gli occhi protesi a osservare il mondo da siderale distanza e acuta prossimità, avevi l’impressione di trovarti davanti ad un corpo estraneo, forse maledetto, e così poco umano. Vedo Simone Weil nelle sue rare foto e poi attraverso gli occhi di un poeta che la conobbe, Jean Tortel, e noto che il suo aspetto tradiva il suo pensiero: così sgraziato il primo, così pieno di grazia il secondo...


Perché scrivere di lei? Perché domani è il primo maggio e lei è forse l’unica pensatrice della condizione operaia e della vita in fabbrica. Poi perché è uscito un suo volumetto, 15 Meditazioni (Gribaudi, pagg. 104, euro 7,50). Ma soprattutto perché il suo nome circola, come una filiera sommersa in Rete, tra ragazze e ragazzi scontenti dell’ottusità spirituale del presente. Circolano i suoi pensieri trasversali, tra rivoluzionari, tradizionalisti, gruppi politici o religiosi, femministe e credenti, si allestiscono mostre, pièce teatrali, gruppi di lettura. Se vogliamo capire il presente, l’Europa spenta e il dominio dei tecnici e della finanza, l’antipolitica e il disprezzo verso i partiti, il nichilismo sociale e la spinta glocale, la santità e il sacro oltre la religione, dobbiamo leggere quella strana signorina che morì a 34 anni nel ’43.

Simone Weil apparve torva alle autorità scolastiche quando insegnava filosofia e sovversione. I rapporti scolastici la descrivevano come una sobillatrice, invasata d’ideologia e operaismo. O come un marziano - così la definì affettuosamente il suo maestro Alain - da tenere sotto osservazione, magari a distanza, allontanandola dagli alunni. Così appariva il suo astratto e rigoroso integralismo che applicava a partire da se stessa. Maledetta apparve anche ai compagni rivoluzionari, quando preferiva Trotzkij all’ortodossia socialista e sindacalista (ma Simone era a sua volta criticata da Trotzkij); quando denunciava l’irrigidimento dogmatico e violento del comunismo, quando amava la verità sopra il partito e l’umanità sopra le leggi del progresso e della storia. Molesta si rivelò per i repubblicani anarco-marxisti quando li raggiunse in Spagna e cagionò più guai che sostegno ai combattenti. Simone giudicò con orrore i suoi stessi compagni antifascisti per le loro violenze gratuite contro preti e fascisti, anche innocenti. Non furono pochi, del resto, i repubblicani che andarono in Spagna per combattere contro il fascismo ma tornarono inorriditi dal comunismo: capitò anche a George Orwell che poi lo scrisse in Omaggio alla Catalogna e tra gli italiani a Randolfo Pacciardi, che tornò anticomunista. C’è un passo splendido che racconta la purezza dell’impegno rivoluzionario di Simone e la sua sete di martirio: «Mi sdraio supina, guardo le foglie, il cielo azzurro. Giornata bellissima. Se mi prendono, mi uccidono... Ma è giusto. I nostri hanno versato abbastanza sangue. Sono moralmente complice». Simone caricava su di sé le colpe della sua parte ed era pronta a scontarle sulla propria vita.

Maldestra fu Simone Weil in fabbrica quando pretese di trasformarsi da intellettuale, insegnante e borghese, in semplice operaia alle prese con la fresatrice; ma era impacciata e rendeva poco, nonostante la sua attenzione e il suo sforzo. Di pensiero acuto ma di manualità goffa, come il suo modo di vestire e di muoversi, la sua miopia ne impacciava ulteriormente i movimenti. L’enracinement - tradotto in Italia con La prima radice - è forse il canto più intenso del radicamento, l’amor patrio, la tradizione e l’onore, scritto da un’autrice che pure veniva da un’esperienza socialista e anarchica. Gran parte delle sue pubblicazioni le dobbiamo alla cura di uno scrittore cattolico e tradizionalista, Gustave Thibon, e di Padre Perrin. In Italia fu amata dal rivoluzionario Franco Fortini, suo traduttore, e dal cattolico tradizionale Augusto del Noce che le dedicò un memorabile saggio rifuso ne L’epoca della secolarizzazione. Fu pubblicata dalle Edizioni di Comunità di Adriano Olivetti e da Borla e Rusconi grazie ad Alfredo Cattabiani e a Cristina Campo, prima di diventare autrice di culto dell’Adelphi.

Simone Weil denunciò la scomparsa simultanea dell’ideale e del reale nel nichilismo, la perdita del senso concreto e del soprannaturale come malattia dell’Europa. Che coincide con la perdita del passato: «la perdita del passato è proprio la caduta nella servitù coloniale». Il passato è il deposito di tutti i tesori spirituali, «la perdita del passato equivale alla perdita del soprannaturale». Nel colonialismo inflitto ai popoli extraeuropei la Weil legge il destino del colonialismo afflitto di cui sarà vittima l’Europa. E il passato, una volta perso, «non lo si ritrova più». 

L’uomo con i propri sforzi costruisce parzialmente il suo avvenire, ma non può fabbricarsi il passato, può solo conservarlo. Privando i popoli della loro tradizione e di conseguenza della loro anima, scrive Simone, la colonizzazione li riduce allo stato di materia umana. Le nazionalità in Europa, notava, saranno presto insidiate dalla frammentazione, dai localismi, dalle patrie regionali. La nazione si troverà schiacciata tra «scale molto più piccole e scale molto più grandi»: allude al locale e al globale che verranno.

Intuì l’Europa unita come luogo di riconoscimento delle identità diverse e delle tradizioni. L’Europa, per lei, è una specie di media proporzionale tra l’America e l’Oriente, anzi il perno. Noi europei ci troviamo nel mezzo, siamo letteralmente mediterranei. Solo l’equilibrio annulla la forza. Proiettate questi pensieri nel presente, nell’Europa che rifugge la propria identità e il proprio passato, che non riesce a comprendersi come luogo d’incontro tra Oriente e Occidente e non riesce a capire che la sua centralità, la sua regalità, è nella sua mediterraneità. Quell’intuizione metafisica è pure intuizione geopolitica e strategica. Ma la lettura canonica la tratteggia solo come una pensatrice gnostica e femminista, anoressica e asessuata, ebrea antinazista, con la sua religione intellettuale, disabitata di Dio, di riti e di fede. Poi il silenzio. Ma il silenzio prevale sulla parola, direbbe lei, la precede, la alleva e le sopravvive, ereditandone il senso.

Della sua femminilità resta solo un’immagine sfuggente: quando per farsi assumere in fabbrica alla Renault accettò che la sua amica e omonima Simone le mettesse il rossetto sulle labbra e un po’ di cipria sulle guance. L’impiegato, che in precedenza l’aveva respinta, l’assunse senza difficoltà. Per una volta nella vita volle essere graziosa e perfino seduttrice, e per conquistare non degli uomini, ma un posto in fabbrica. Per una volta il suo animo planò sulla terra e incarnandosi assunse fattezze umane, perfino femminili. 

(di Marcello Veneziani)

domenica 29 aprile 2012

Il Presidente senza qualità


Ma dove ha vissuto l'onorevole Giorgio Napolitano gli 86 anni della sua lunghissima e inutile esistenza? Nel Bophuthatswana, nel Botswana, nello Swaziland? Solo adesso scopre che “bisogna estirpare il marcio in modo che i partiti ritrovino slancio ideale e tensione morale”. Ma nei partiti, anzi nel Partito comunista, sia pur come decorativa suppellettile, e poi nelle sue successive declinazioni quest'uomo in grigio, senza qualità (la sua unica qualità è di non averne alcuna) ha fatto tutta la sua carriera. E' stato deputato per dieci legislature (dal '53 al '96), deputato europeo dall'89 al '92 e ancora nel '99, presidente della Camera nel '92 e nel '94, ministro degli Interni. E non si è mai accorto che c'era “del marcio nel regno di Danimarca” ? Contro la cosiddetta degenerazione dei partiti non ha mai emesso un vagito. Né negli anni Ottanta quando non c'era appalto senza tangente politica e il voto di scambio era davanti agli occhi di tutti. Non ha emesso un vagito nemmeno durante le inchieste di Mani Pulite quando 'il marcio' emerse in tutta la sua evidenza. Divenuto improvvidamente Presidente della Repubblica, proprio perchè amorfo e inoffensivo per tutti, ha lasciato evoluire a proprio piacere Berlusconi nella sua devastante campagna di delegittimazione della magistratura. Quello dichiarava “la magistratura è il cancro della democrazia”, un'affermazione eversiva, da galera se fatta da un presidente del Consiglio e lui zitto o si limitava ad un'omelia 'urbi et orbi', ad un omnicomprensivo e comico “non alzare i toni” valido per tutti e quindi per nessuno. C'è voluto che Angela Merkel (un uomo, finalmente) lo prendesse a calci in culo perchè si decidesse a cacciare l'energumeno che ci stava portando nel baratro.

Adesso che avverte il rischio che bruci il castello partitocratico nel quale ha vissuto per millanta anni, ben incistato come un topo nel formaggio, si è svegliato dal suo eterno torpore e tuona contro i “demagoghi di turno” uscendo dai binari della sua carica perchè il movimento di Grillo si presenta alle elezioni e il Capo dello Stato ha il dovere costituzionale dell'imparzialità.

Da un uomo del genere (che il 25 aprile ci ha ammorbato con la solita retorica sulla resistenza cui, pur avendone l'età, non ha partecipato) non accettiamo lezioni, né politiche né morali. Se la politica è quella praticata da Giorgio Napolitano e da tutti gli altri esponenti di un regime infame, paludato da democrazia mentre democrazia non è, noi abbiamo tutto il diritto di fare dell' 'antipolitica' che è la demonizzazione di turno perchè nulla cambi e noi si resti gli eterni docili e imbecilli sudditi che siamo stati fino a ora. Ma la crisi economica, di cui l'intera classe politica, col suo malaffare e con la sua miopia, è responsabile, ha aperto gli occhi anche ai ciechi. E, come si dice nei bar (luoghi da non sottovalutare), potrebbe essere venuto il tempo delle mazze da baseball. Altro che Grillo.

L'ex comico replicando a Napolitano lo ha definito “una salma”. Ma si sbaglia. Una salma deve aver avuto, per definizione, una vita. Giorgio Napolitano non ha mai vissuto o, per essere più precisi, è nato vecchio, “nu guaglione fatt'a vecchio” come scrisse di lui, impietosamente, Luigi Compagnone o “un coniglio bianco in campo bianco” come ha detto qualcun'altro. E' stato anche grazie ai conigli, di ogni genere, che l'energumeno, sicuramente dotato di una maggior vitalità sia pur volta al malaffare, ha potuto impazzare per vent'anni. Ma adesso ne abbiamo abbastanza. Degli energumeni ma anche dei conigli.

(di Massimo Fini)

Marine Le Pen arbitro scomodo nella cosa finale all'Eliseo



E’ con apparente tranquillità che i francesi si avviano al ballottaggio di domenica prossima. Ma non inganni gli osservatori l’indifferenza quasi esibita degli elettori. Nei caffè, tra la gente comune, a ristorante si parla d’altro. Eppure, nell’intimità familiare, nei luoghi di lavoro, nei centri rurali come nelle grandi città la tensione è grande: non la si dà a vedere pubblicamente, insomma, ma l’attesa è dissimulata dalla normalità che sembra non condizionata dalla scelta che avrà ricadute pesantissime sulla vita sociale francese e sugli orientamenti politici europei.

Se parli con un francese, a Parigi o a Strasburgo, in un villaggio di Ille-et-Vilain o della Haute-Garonne (la Francia profonda, insomma) sorprendentemente lo vedi maggiormente appassionato nel decifrare a chi andranno i voti di Marine Le Pen. Paradossalmente è l’angelo biondo del Front National a catalizzare l’attenzione in questa seconda ed ultima fase delle presidenziali. Non era mai accaduto nella storia della Quinta Repubblica. I voti della giovane leader della destra sono contesi come mai prima dai due candidati. La via verso l’Eliseo attraversa l’elettorato lepenista e nessuno sa dire a chi andrà la maggior parte di quei voti che non sono in “libera uscita”, come si sarebbe detto un tempo, ma verranno giocati dal Fn alle elezioni legislative di giugno nelle quali la Le Pen coronerà il suo trionfo portando – e di questo sono sicuri quasi tutti gli osservatori – un gruppo del suo partito per la prima volta all’Assemblea nazionale.

I francesi sembrano più appassionati a quest’ultima estrema sfida che potrebbe cambiare la geografia politica del Paese piuttosto che al ballottaggio. Se si realizzerà il sogno della Le Pen, sia incamerando i voti che si libereranno dall’Ump qualora Sarkozy dovesse essere sconfitto, sia che si stabiliscano apparentamenti tra tutte le destre in alcuni collegi, sia che il Fn mantenga le sue alte percentuali in altri dove al secondo turno non è escluso che cela faccia da solo contro tutti (peraltro oggettivamente impossibilitati coalizzarsi contro di esso), potrebbe anche accadere che Hollande, eventualmente eletto, non abbia la maggioranza in Parlamento e, dunque, dovrebbe, come prescrive la Costituzione, affidare la guida del governo ad un esponente della sua opposizione presidenziale. La coabitazione, insomma, agita i sonni di entrambi i contendenti poiché l’arbitro Marine Le Pen si è messa di mezzo e non recita un ruolo neutrale, ma di parte, della sua parte che finirà per condizionare l’uno e l’altro dei “presidenziabili”.

A dirla tutta, la strategia della leader del Fn è semplice: attenderà Sarkozy al varco della sconfitta per veder implodere il suo Ump e partecipare alla spartizione delle spoglie. Del resto il presidente uscente in questi giorni le sta dando manforte. Rincorrendola sui suoi temi, intorno ai quali domenica scorsa ha raccolto suffragi impensabili da tutti i sondaggisti (ma non dall’interessata), l’ha di fatto legittimata. Di più: ha detto che il voto al Fn non è un voto contro la Repubblica o, comunque, da demonizzare. Dunque, nessuna meraviglia se gli elettori dell’Ump alle legislative, non potendo contare su un partito che oggi si presenta diviso, preda di una crisi di identità oltre che di nervi, nel quale il segretario Copé ed il premier Fillon se le danno di santa ragione, finiranno per scegliere la Le Pen. La quale, paradossalmente, negli ultimi giorni è stata blandita anche da Hollande che ha sdoganato il tema dei flussi migratori di clandestini, mentre la sua ex-compagna, in grande spolvero in questa fase, Ségolène Royal, intervistata da “Le Monde” ha assicurato che il problema dell’immigrazione non coincide con il razzismo, dando dunque alla Le Pen una patente di “democraticità” come la stessa non si attendeva.

Dunque, chi conquisterà i voti del Fn vincerà le elezioni. E, comunque vada, il Fn vincerà, ancorché con cifre compresibilmente modeste (ma non tanto) le legislative che le stanno più a cuore. Questa è la situazione. Secondo un sondaggio realizzato da “Liberation” tra il 22 edil 23 aprile, il 49% degli elettori di Marine le Pen sceglieranno Sarkozy, mentre il 23% convergerà su Hollande; il 28% deciderà, invece, di non schierarsi. All’uscente potrebbe non bastare. Neppure se gli elettori del centrista François Bayrou (che al primo turno ha ottenuto il 9%), almeno in parte, voteranno per Sarkozy. Hollande resta comunque in testa con quasi tutta la gauche (nonostante Mélenchon lo detesti ed Eva Joly non lo ami) che lo appoggerà.

La stampa francese è convinta che finirà così, ma questa settimana potrebbero cambiare molti equilibri. Ma resterà per fermo nella coscienza dei francesi, anche di quelli che si riconoscono comunque in Sarkozy, che il “loro” presidente, come osservano molti politologi le cui opinioni sono state rilanciate dal “Nouvel Observateur”, ha cominciato a perdere non una settima fa, ma molto tempo prima. E a causa dell’ostentazione del suo rapporto con il denaro, della sua vita privata vissuta sopra le righe, del suo familismo eccessivo e della sua aggressività, atteggiamenti contrari all’idea che si ha comunemente di un capo di Stato. Il suo iperpresidenzialismo con il suo corollario di iperpresenzialismo mediatico, i suoi annunci ad effetti e la sua sostanziale subalternità alla politica tedesca, inoltre, lo “condannano” agli occhi degli elettori che dovrebbero sostenerlo.

Può darsi che questi considerino le proposte di Hollande avventuriste ed utopiche e scelgano il male minore: Sarkozy sta facendo di tutto per accreditarlo, ma potrebbe non bastare il suo attivismo e la sua rincorsa della destra dopo che per cinque anni l’ha irrisa, vilipesa, tradita financo mettendo alla porta quegli intellettuali che gli avevano costruito la piattaforma programmatica per la vittoria del 2007: adesso li ha richiamati in servizio, ma forse è troppo tardi.

Intanto Marine si gode la scena. Comunque andrà, domenica brinderà certamente. E sarà la vera vincitrice di questa campagna di primavera.

(di Gennaro Malgieri)

In ricordo di Sergio Ramelli


sabato 28 aprile 2012

Pietrangelo Buttafuoco - Piazzale Loreto


Per essere globali servono le frontiere


Uno dei paradossi della globalizzazione è il ritorno della diversità. Ci hanno spiegato che un mondo senza frontiere è un mondo più progredito, ma anche il più convinto assertore del mercato unico, una volta all’estero vorrebbe che estero fosse, e non il rifacimento del cortile di casa sua. 

Paradosso nel paradosso, in quel cortile non si vogliono però estranei o cose estranee. «Non nel mio cortile» suona in italiano la traduzione dell’inglese not in my backyard con cui si rifiuta tutto ciò che è sentito come un’ingerenza altrui, da un progetto di alta velocità a un parcheggio, da un campo nomadi a un inceneritore… Ci siamo abituati a considerarci tutti eguali, ma continuiamo a pensare a un’eguaglianza diversificata. Un po’ come lo smaltimento dei rifiuti.

Prendiamo le nazioni e la loro tremenda patologia, il nazionalismo. A un certo punto ne abbiamo decretata la fine: troppo piccole rispetto alle prospettive di un governo mondiale, superate rispetto alla sfida della modernità. Ci abbiamo creduto ed è stato un proliferare di «piccole patrie», il localismo che suona un po’ come un nazionalismo a scartamento ridotto: una sola fermata e sei già arrivato. C’è chi dice che si tratti di un treno che non va da nessuna parte, ma questo a ben vedere è secondario, perché è proprio la chiusura quello che si vuole, globalizzata e nel nome dei diritti dell’uomo, naturalmente, il mantra universalista che mette insieme il bellicismo umanitario e il disarmo.

Parliamo tanto di città-mondo e di mobilità planetaria, inneggiamo ai surfisti della rete e ai nomadi del cyberspazio e intanto ci avvolgiamo in sistemi che sempre più ci limitano. Dalle carte di credito ai sensori ai passaporti elettronici, dalle cellule fotoelettriche ai divieti per il nostro bene (niente fumo, niente alcol, morte ai grassi, guerra agli anoressici), inseguiamo un’umanità piallata, controllata e tutta eguale. In Europa ci avevano detto che dovevamo consumare tutti e per meglio farlo ci avevano dotato di un’unica moneta; adesso ci dicono che tutti ci dobbiamo sacrificare proprio perché abbiamo una moneta unica. Per anni noi italiani non abbiamo pensato di essere greci, adesso però che siamo europei potremmo diventarlo. Fa parte del progresso.

Più si guarda all’universale e più ci si allontana dall’essenziale. La televisione ha alfabetizzato il Paese, si è detto e ridetto. Tanto vale dunque fare a meno della scuola, ormai una via di mezzo fra un optional per chi la frequenta e un obolo per il disgraziato che alla sua missione educatrice ha avuto il torto di credere. L’urbanizzazione fa a meno dei centri storici ripetiamo compiaciuti. Tanto meglio allora svuotarli e riempirli di banche e di negozi di griffes, tanto peggio per chi si ostina a viverci pensando che lì sia la civiltà e la tradizione di un popolo. L’età non è un fatto anagrafico, ancor meno un cursus honorum che dall’infanzia porta alla giovinezza, alla maturità e alla vecchiaia, tappe diverse ciascuna con i suoi diritti e i suoi doveri. Largo dunque ai quarantenni che ancora vivono in casa con la mamma, largo ai sessantenni con la vita bassa dei pantaloni sotto le natiche.

Così come la natura ha paura del vuoto, la reductio ad unum genera anticorpi spesso nocivi. Se non si può controllare il flusso dell’immigrazione, perché le frontiere rappresentano ormai il passato e il libero transito di uomini e merci il paradiso promesso, ci sarà sempre qualche sindaco, progressista, è chiaro, che in città eleverà un muro che isoli la comunità di cui, governandola, si è fatto garante. La comunità rifiutata si radicherà a sua volta nell’identità esasperata di chi difende quel poco di sé che è la sua sola ricchezza: una religione, una tradizione, i costumi, le abitudini…

Elogio delle frontiere (add, pagg. 93, 12 euro) è il pamphlet che Régis Debray (nella foto n.d.r.) ha scritto «contro l’epidemia dei muri», ovvero contro l’illusione di un mondo globalizzato che ha per corollario e contraltare proprio la chiusura e non la regolamentazione, lo scontro e non l’equilibrio. Il senza-frontierismo umanitario trasforma uno stato di confusione mentale in messianismo e «traveste da confraternita una multinazionale». È un economicismo che dà «il colpo di grazia al politico bloccato nel proprio territorio dal vincolo elettorale». È anche un tecnicismo, il trionfo dell’oggetto standard senza latitudine né longitudine, nonché un assolutismo, «la pretesa di un’onnivalenza planetaria», e un imperialismo, «l’imporre limiti agli altri e non a sé stesso».

Nella sua Grammatica delle civiltà, Fernand Braudel aveva già notato che tutte le culture hanno avuto i loro meccanismi di filtraggio. Debray è d'accordo e va oltre: «Sono coloro che non posseggono nulla ad avere interesse a una demarcazione chiara e precisa. I ricchi vanno dove vogliono, con un colpo d’ala, i poveri vanno dove possono, remando. Il forte è fluido». Non facciamoci inoltre ingannare su ciò che la globalizzazione ci porta in fatto di balcanizzazione: «Chi va alla deriva rischiando di perdersi ostenta il proprio luogo d'origine attraverso distintivi, veli, tatuaggi, frontiere che si possono esibire muovendosi».

C’è, scrive Debray, una saggezza del corpo, compreso anche il corpo sociale. «Quando non si sa più chi si è, si è mal disposti verso gli altri e, innanzitutto, verso sé stessi. Chiunque manchi di riconoscersi un oltre, non accetta il suo fuori. E dunque ignora il suo dentro. Chi vuole andare oltre sé stesso comincia con il delimitarsi. L’Europa ha mancato di prendere forma: non incarnandosi in nulla, ha finito per rendere l’anima. Ci vogliono buone frontiere per avere buoni vicini».

(di Stenio Solinas)

Miseria e nobiltà dei simboli politici


In molte località italiane sono in corso varie competizioni elettorali, che si affiancano alla ben più importante e decisiva esperienza francese. In tempi come i nostri, di decisa egemonia della «società del consenso» e della logica dello spettacolo, sarebbe stato legittimo aspettarsi un fuoco d’artificio d’invenzioni anche propagandistiche e di nuove affascinanti o almeno divertenti soluzioni grafico-simboliche. Con tanta abbondanza di manager strapagati che ruotano attorno al mondo politico e tanta densità di scuole informatico-telematiche e di masters più o meno gestiti direttamente o indirettamente dai partiti, c’erano tutte le premesse per vederne delle belle.

Invece, da quel punto di vista, tutto è stato bigio e deludente. Fino a qualche mese fa il Pdl si esibiva spesso in modeste scopiazzature dell’apparato elettorale statunitense: berrettini a visiera col nome del candidato principale, palloncini colorati, pon-pon girls. Non era granché originale, anzi era un po’ triste: ma sembrava proprio che i disponibili esperti di comunicazioni di massa o sedicenti tali fossero incapaci di far di più.

Una mezza eccezione, che faceva bene sperare, era forse la Lega. Invenzioni come il Carroccio, la silhouette della statua ottocentesca di Alberto da Giussano a Legnano, il «giuramento di Pontida» non erano troppo lontane dalle saghe di paese, ma rappresentavano già qualcosa. Espressioni come «Cerchio magico» e «Barbari sognanti» apparivano quasi come delle rose - o quanto meno dei ranuncoli - nel deserto.

Vero è che i «lumbàrd», stranamente ignorando la loro stessa denominazione, non amavano né amano riferirsi mai ai longobardi (che forse non hanno uno statuto di facile riferimento nell’immaginario collettivo nutrito di cattiva televisione) e si riferiscono semmai ai celti, immaginati «alla Asterix». Ma ciò si spiega bene sotto il profilo storico: la punta di diamante dei giovani confluiti nella Lega e interessati ai temi della simbolica proveniva dalla «Nouvelle Droite» di Alain de Benoist e dai «Campi Hobbit», il décor folklorizzante dei quali si rifaceva appunto al mondo celtico (e dunque alla «croce celtica», scomparsa ma sempre occultamente presente).

Si deve in effetti a un colto e intelligente architetto proveniente da quella parte politica, Gilberto Oneto, l’invenzione del cosiddetto «Sole delle Alpi», il fiore verde a sei petali in campo bianco che è senza dubbio l’invenzione grafico-simbolica più indovinata ed esteticamente più efficace del panorama italiano degli ultimi due decenni.

Per il resto, siamo davvero alla più malinconica banalità. La simbolica dei partiti, oggi, non va oltre l’apparato di vessilli color pastello (dall’azzurro al malva all’arancione, ovviamente evitando il troppo scandaloso rosso - per non dir nulla del nero - e anche il verde, un tempo in Italia caratteristico dei repubblicani ma ormai «scippato» sia dai leghisti, sia dai musulmani) e di patetiche bandiere quasi sempre bianche sulle quali quasi invariabilmente campeggia un cerchio nel o sul quale è scritto, senza alcuno sforzo di fantasia grafica, il nome del leader. Al confronto, non diciamo la falce e martello o la stella rossa ch’erano senza dubbio di grande forza, ma anche gli scudi crociati o le fiamme tricolori della prima repubblica erano dei capolavori d’inventiva, di efficacia e di eleganza. La miseria simbolica, e quindi la carenza di fantasia e di cultura che traspaiono dalla propaganda politica italiana sono una prova ulteriore del tragico abbassarsi di livello della nostra società civile.

Non è stato sempre così: al contrario. In passato, alcune trovate si rivelarono geniali. Lasciamo pure da parte la svastica nazista o il «pentacolo» delle Brigate Rosse o la stessa «croce celtica», simboli di straordinaria efficacia grafica e di intenso significato simbolico ma proprio per questo, per ovvi motivi, divenuti «maledetti» e irriciclabili; più o meno così come il fascio littorio mussoliniano, che peraltro risaliva in origine, più che all’antichità romana, alla Rivoluzione francese attraverso una lunga tradizione mazziniana e garibaldina (d’altronde va detto che il fascio è presente nella simbolica pubblica francese, statunitense e spagnola; e che la svastica viene ancora usata come simbolo religioso in area buddhista e giainista).

Ma in passato a volte bastava una lettera dell’alfabeto per lanciare una campagna di successo. Pensiamo alla «U» che Albe Steiner disegnò come iniziale del nome della testata del quotidiano del Pci, «l’Unità», e che fece epoca. Oppure all’idea dei grafici fascisti di stilizzare la caratteristica «M» della firma autografa di Mussolini, trasformandola in un «logo» che venne ripetuto ossessivamente sui giornali, sui manifesti, sui monumenti e perfino, ricamato in rosso su fondo nero, sulle mostrine di alcuni reparti della Milizia.

Come ben sapevano i miniatori medievali che ci si sbizzarrivano nei loro capilettera, la maiuscola che ben si presta a ogni sorta di virtuosismo è la «B»: possibile che nessun grafico berlusconiano o bossiano se ne sia mai accorto e che non sia mai stato tentato di raccogliere la sfida?

Intrecciando una «V» e una «W», la Volkswagen ha creato un «logo» che ha fatto il giro del mondo: chissà se Walter Veltroni ha mai provato la tentazione di appropriarsene… 

(di Franco Cardini)

giovedì 26 aprile 2012

Portogallo, la nave europea che sta andando alla deriva


Nelle vetrine di Ferìn, la libreria cara all’ottocentesco Eça de Queirós come al novecentesco Fernando Pessoa, i titoli dei libri esposti sono un grido di dolore. A dividadura, la dittatura del debito, proclama il saggio a due mani di Francisco Louça e Mariana Mortágua, Debito pubblico e deficit democratico, rilancia quello di Paulo Trigo Pereira, Contro l’autoflagellazione è l’invito di Bonaventura de Sousa Santos...

Un anno dopo il diktat della Troika europea, Fondo monetario, Banca Centrale e Ue, che in cambio di un pacchetto triennale di aiuti di 78 miliardi di euro aveva chiesto e ottenuto più tasse, libertà di licenziamento nel settore pubblico, privatizzazioni a piovere, riduzione dei salari e delle pensioni, tagli sociali, aumento delle tariffe dei trasporti, raddoppio dell’Iva, l’impressione è che la cura da cavallo inflitta ai portoghesi non avrà termine con il 2013, avrà bisogno di un nuovo prestito, pena il fallimento, nel 2014, e rischia di ammazzare il «cavallo» nel 2015. Oggi gli interessi sui buoni del Tesoro sono al 22 per cento (sopra il 7 per cento le agenzie di rating considerano uno Stato economicamente inaffidabile), la disoccupazione è al 13 per cento, non c’è crescita. Secondo Francisco Louça è una politica che porta «a una nuova recessione, alla moltiplicazione del debito, alla distruzione della produzione». De Sousa Santos è ancora più categorico quando osserva che il Portogallo è vittima «dell’arma di distruzione di massa del neoliberismo», ovvero «il capitale finanziario». Più che una moneta, l’euro è una dannazione: «Cosa accadrà quando gli europei si accorgeranno che a un cambio di governo non corrisponde un cambio di politica? Cosa accadrà quando ci renderemo conto che Papademos, Monti e Draghi hanno passaporti differenti, ma di fatto un’unica nazionalità, quella di Goldman Sachs?».

Negli anni ’90 il Portogallo era, stando all’allora presidente dell’Unione Europea Jacques Délors, «il buon allievo dell’Europa». C’erano stati l’Expo ’98 di Lisbona, il Nobel della Letteratura a José Saramago nello stesso anno, poi i campionati europei di calcio del 2004, con la nazionale portoghese in finale... L’immagine polverosa, ereditata dal salazarismo, di un Paese povero, rurale, di forte emigrazione, aveva lasciato il posto all’urbanizzazione e a una società dei consumi che, grazie ai fondi strutturali dell’Ue, favoriva la crescita e insieme l’indebitamento. Il ritorno di Macao alla Cina, l’indipendenza di Timor Orientale nel 2002, ne avevano ulteriormente marcato l’ancoraggio continentale, eppure è dal Brasile, antica colonia e insieme paradossale madrepatria, che è venuto appena un anno fa un soccorso economico, è nella Cplp, la Comunità dei Paesi di lingua portoghese che ingloba le ex colonie africane, che ha trovato nuova linfa l’antico luso-tropicalismo salazariano, una sorta di patria intemporale che parla in portoghese a 200 milioni di persone, il sogno di Fernando Pessoa: «La mia patria è la mia lingua».

Ancora negli anni ’70 del ’900 lo scrittore Miguel Torge aveva annotato nel suo diario: «Noi che siamo stati i nomadi del mondo, dovremo d’ora in avanti essere le sedentarie comparse di un’Europa in cui ci siamo sempre sentiti stretti e nella quale non abbiamo mai saputo realizzarci. Partire era il nostro modo di emanciparci. Adesso la nostra strada non sarà più quella della ricerca di vasti spazi dove affermare ciò che ci era stato rifiutato nella culla, ma quella di una scoperta interiore».

Basta girare per Lisbona per rendersi conto del paradosso di una capitale imperiale e insieme terra di frontiera, «testa dell’Europa» eppure «cafro d’Europa», patria malata e «patria enigmatica», l’imperialismo pessoiano come «fatto mentale»... Nel XIX secolo delle colonie e delle conquiste, l’anacronismo coloniale del Portogallo è qualcosa di cui gli stessi intellettuali portoghesi hanno perfetta cognizione. Storicamente parlando, l’impero è morto tre secoli prima, quel giorno d’agosto del 1578 in cui l’imperatore-bambino D. Sebastiao scomparve nelle sabbie marocchine di Alcácer-Quibir. Da allora, il corpo dell’impero non è stato altro che un «cadàver adiado», un cadavere procrastinato, e quindi un impero materiale postumo, tutto da reinventare, ma solo ormai in forma mitica e poetica. Quando nel 1890 il Portogallo pensa d poter dire la sua nella spartizione africana unendo Angola e Mozambico, e quindi Atlantico e Pacifico, è l’Inghilterra a porre il veto con un ultimatum tanto protervo e scarno quanto efficace. Di lì a un decennio la monarchia portoghese vedrà un duplice regicidio, re ed erede al trono, e l’avvento della repubblica, e il Novecento darà al Portogallo il primato dell’instabilità: 45 governi fra l 1910 e il 1926, assassinii politici e colpi di Stato.
Arroccata sull’estremo limes dell’Europa, a picco su un Oceano Atlantico che è scoperta, viaggio, esplorazione, ma non culla di civiltà, Lisbona ha nella settecentesca Praça do Comércio la celebrazione di un destino che è anche una maledizione. La volle il marchese di Pombal dopo il terremoto che aveva distrutto la città, ne fece il simbolo di un popolo di navigatori che intanto era divenuto un popolo di emigranti. L’Arco della Vittoria che la delimita sul fronte della terra ferma ha per corona le statue dei navigatori illustri del passato, ma è sulle pietre di quella piazza che re Carlos I e suo figlio vennero assassinati in nome dell’anarchia e della repubblica. Fino ancora a quarant’anni fa, studi e studiosi nordamericani classificavano i portoghesi come l’unico gruppo di emigranti di un Paese europeo a cui era rifiutata l’origine europea. 

Nel suo Atlantico periferico (Diabasis), Boaventura de Sousa Santos, prendendo gli shakespeariani Prospero e Calibano come simboli del colonizzatore e del colonizzato, non può fare a meno di notare che il Portogallo-Prospero era non solo calibanizzato nella sua realtà continentale, ma meticcio per origine, finiva cafrizzato nelle sue proprie colonie e semi-calibanizzato in quelle delle altre potenze europee... Fuori luogo e fuori tempo, sempre e comunque.

Eppure, non è meno anacronistico il riposizionamento sull’Europa che nel XIX secolo la «generazione del ’70» capitanata da Eça de Queirós propugnò in saggi e romanzi e che come un fiume carsico arriverà alla «rivoluzione dei garofani» del secolo successivo, nata per mano di militari che non volevano più combattere per difendere un impero coloniale che costava alla madre patria più di quello che rendeva. Cosmopolita, amante della Francia e dell’Inghilterra, diplomatico di carriera, Eça ne era perfettamente consapevole. I Maia, La colpa del prete Amaro, L’illustre casa dei Ramìres, romanzi straordinari, descrivono una nazione popolata da nobili decaduti e da politici corrotti, dove l’ignoranza e il bigottismo la fanno da padrone e di là dalle scimmiottature delle mode altrui e dalla retorica su un passato glorioso non si sa andare. C’è un’identità e una specificità portoghese che portano il Paese a essere comunque e sempre periferia dell’Europa, una periferia atlantica senza un centro cui fare riferimento.

I Maia di Eça de Queirós è anche però un canto d’amore per Lisbona dello stesso tenore di quello che, trent’anni dopo, Pessoa dedicherà, in lingua inglese, alla città. Ancora oggi la pasticceria Cister e il ristorante Tavares, il teatro de Trinidade e la Casa Havaneza, l’Hôtel Central e i salotti del Gremio, le sale di Las Janelas verdes, divenuto albergo, e che nel romanzo raffiguravano il Ramalhete, la casa della dinastia dei Maia che dava il nome al romanzo, rimandano a una geografia sentimentale, i quartieri di Rossio e di Chiado, che è la stessa della Lisbona pessoiana.

La statua in bronzo di questo poeta dalle molteplici identità, che campeggia davanti al caffè La Brasileira, si gemella con quella di Queirós che non molto lontano avvolge una Verità femminile nuda e a braccia spalancate. Fra i due, il monumento a Luis de Camöes, nella omonima piazza, lega anche il cantore dei Lusiadi nella disperata ricerca di un ubi consistam: «I portoghesi siamo d’Occidente/ andiamo cercando la terra d’Oriente».

Frontiera in movimento, universalismo precoce. Dal 2001, con il Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, il Portogallo è anche il principale laboratorio critico della cosiddetta «globalizzazione alternativa e antiegemonica», ennesima rilettura di un rapporto incompiuto e della volontà di evadere da confini assegnati e segnati. Un altro modo per non rassegnarsi a «calzare troppo presto le pantofole dei pensionati della storia», secondo la formula di Eduardo Lourenço in Mitologia della saudade. E per pensare che se il Portogallo resta un problema, forse l’Europa non è la sua soluzione.

(di Stenio Solinas)

martedì 24 aprile 2012

Ecco perché da noi non c’è una Le Pen. Intervista a Pietrangelo Buttafuoco


E poi una mattina ti svegli e scopri che Marine Le Pen è al venti per cento. Con tutti che chiacchierano e parlano e dicono e postano e twittano. Chi mestamente preoccupato, chi a sostenere «nulla sarà come prima», chi vagamente gongolando, chi «ve l’avevo detto», come se davvero in questa stagione indefinita non ci resta da dire a noi italiani che, attenzione, la «Francia siamo noi». 

Capitano mattine così. Poi magari ti senti anche con una vecchia conoscenza per scambiare qualche parere e mettere su un’intervista, magari uno come Pietrangelo Buttafuoco, che di certe cose se ne intende.

Marine Le Pen cambia la storia della Francia e dell’Europa?

«Eh, quanta fretta. Di fronte a qualsiasi fenomeno scatta l’istinto, il riflesso condizionato, a piazzare l’etichetta. L’ho detto anche al mio caro amico Saviano, di cui mi sembra stai citando il tweet».

Vero. Il tono era piuttosto preoccupato.

«La Francia non è l’Italia. Lì le storie di vandeani e giacobini riescono a convivere. Le ferite si rimarginano, anche quelle più profonde delle nostre. I prodotti che trovi sul mercato delle idee hanno un passato forte, radici profonde e alle spalle c’è tutta la Francia, con una solidità che resiste a tutte le scosse».

Chi è la figlia di Le Pen?

«È la Francia più profonda, quella che ha attraversato tutte le svolte e le rivoluzioni. È la Francia di Giovanna D’Arco. È Andrea Chénier. È, nella variante belga, il ciuffo ribelle e conservatore di Tintin. C’è da sempre, sta lì, torna, s’inabissa e ricompare».

Eppure la famiglia Le Pen evoca la destra nazionalista, la xenofobia, via gli stranieri, non vogliamo gli immigrati. Non c’è solo la tradizione, ci sono anche le porte chiuse.

«Strumentale».

Strumentale?

«Sì ed è un peccato. Voglio anzi sottolinearlo con chiarezza. Quando la destra per opportunismo, per racimolare qualche voto in più, rimesta nella paura, punta l’indice verso l’immigrato, rinnega se stessa, cancella le sue intuizioni politiche. Si svende, insomma».

E ottiene il 20 per cento dei voti.

«No, non ottiene voti. Li perde. Lo sai quale è lo slogan che sta premiando Marine Le Pen?».

Spara.

«L’euro ha fallito».

Il 20 per cento quindi è poco.

«Pochissimo».

Tutto quello che manca è il prezzo da pagare alla cattiva fama.

«Sta accadendo quello che molti già sospettavano. Come si fa ad amare una moneta senza indirizzo, senza casa».

Chi sarà il Le Pen italiano?

«Secondo te?»

Per ora ci sono i voti. Sono parcheggiati in quel cinquanta per cento di indecisi, stanchi, disillusi, e tutti quelli che «non se la bevono».

«Parte di questo capitale tornerà in gioco. Chi lo prende?»

L'impressione è che in prima fila ci sia Grillo, qualcosa può prendere Storace, una parte resta nell'orbita leghista. Il resto è da vedere. Qualcuno pensa che sia tutt’ora berlusconiano.

«Possibile. Ma questo vale a bocce ferme. La verità è che in questo gioco la partita, almeno in Italia, non sia ancora iniziata davvero. Il voto di chi comincia a chiedere l’uscita dall’euro, di chi non si arrende a un Europa di tecnici e di banche, è ancora in gran parte in cerca d’autore. Non c’è un lepenista in Italia. Nessuno che possa raccogliere un successo concreto. Ma ci saranno sorprese».

Cioè?

«Sai chi potrebbe prendere quei voti?».

L’idea era chiederlo a te. Questa bene o male sarebbe un’intervista.

«Travaglio».

Stai scherzando?

«No, no. Lo dico sul serio. Non è una provocazione. È un’uomo di destra, alle sue spalle c’è la destra montanelliana e anche quella serietà sabauda, quello stile un po’ scomodo ma che viene da una lunga tradizione. Non è la destra dei tecnici e neppure quella delle banche».

È una destra che non verrà mai votata da libertari e garantisti.

«È la destra della legge e dell’ordine».

Meglio la destra liberale, liberista e libertaria.

«Che tanto destra non è. Travaglio sarebbe interessante. Come in Sicilia si prepara la sorpresa delle sorprese».

Quasi quasi viene voglia di non saperlo.

«Antonio Ingroia che, per quanto si dichiari partigiano è un altro legge e ordine, più di un Ronald Reagan e già pronto per la politica».

Ronald Reagan quando faceva lo sceriffo, cattivo, nei western. Non il presidente.

«Gli sceriffi stanno sempre con i buoni».

L’Europa comunque è al cambio di stagione. Che faranno gli italiani?

«Lo dico sottovoce, sperando che nessuno ci senta, ma il popolo italiano spesso mostra gli istinti peggiori. Sa essere carogna. È vendicativo. Non si vergogna del tradimento. C’è sempre un sacerdote che accompagna questa o quella metamorfosi. Non abbiamo una storia condivisa come in Francia. Il Risorgimento è stato raccontato male, la guerra civile dopo il ventennio è stata raccontata male. Qui il passato è sempre di parte. Quando cambia una stagione non si sa mai dove si va a finire. L’unica cosa certa è che in politica quando si crea un vuoto presto viene riempito».

(di Vittorio Macioce)

Partita ancora aperta


Il distacco non è incolmabile. La gauche ha cantato presto vittoria immaginando che Hollande avrebbe stracciato Sarkozy al primo turno. Ma neppure il presidente uscente contento. Il fantasma della sconfitta lo accompagnerà fino al 6 maggio. Non è un buon segno, ed è umiliante per un presidente, arrivare secondo dietro lo sfidante: è la prima volta che accade nella storia della Quinta Repubblica. Sarkozy, comunque, l'ha scampata bella. Se Hollande avesse ottenuto un più largo suffragio, non dovrebbe da oggi preoccuparsi di come recuperare voti, eventualità che Aurelie Filippetti, sua portavoce, aveva escluso dopo che dalle terre d'oltremare erano venute fuori proiezioni francamente esagerate in favore del candidato socialista.

Adesso si porrà il problema degli apparentamenti, tutt'altro che facili, per tentare di contrastare la rimonta di Sarkozy. Il presidente potrebbe non aver fatto il pieno al primo turno, ma nessuno può dire se riuscirà a recuperare dal bacino degli astensionisti i suffragi necessari per restare all'Eliseo. Chiederà nuovamente, come accadde nel 2007, a Francois Bayrou di dargli una mano, ma questa volta il leader del MoDem, farà pesare il suo appoggio chiedendo la poltrona di primo ministro. Un'eventualità, del resto, affiorata durante la campagna elettorale che tuttavia farà dormire sonni tranquilli a Sarkozy.

Ad agitare le sue notti sarà quell'angelo biondo di Marine Le Pen, vera trionfatrice, che sfiorando il 20% ha ipotecato il terzo posto ed ha lanciato il Front National come nessuno si attendeva verso nuove frontiere. Ha solo 43 anni, è la prima volta che corre per la presidenza, ha rinnovato il suo partito e punta decisamente sulla sconfitta di Sarkozy nella certezza che la sua uscita di scena farà implodere l'Ump buona parte del quale intende ereditare per costruire un nuovo movimento «sovranista-patriottico»: lo ha detto a chiare lettere venerdì scorso chiudendo la campagna elettorale, lo ha fatto intendere nei mesi scorsi quando l'inquilino dell'Eliseo la snobbava per poi rincorrerla sul tema della «preferenza nazionale». La Le Pen si attendeva il risultato ottenuto, ben superiore a quello che i sondaggi pronosticavano, come scriveva il «Journal du dimanche». Certamente non mancherà di far sentire il suo peso alle legislative di giugno anche se il sistema elettorale penalizza il Front National impossibilitato ad apparentarsi al secondo turno.

È guardando anche al rinnovo dell'Assemblea nazionale che i prossimi quindici giorni verranno vissuti dai due contendenti. Entrambi agiteranno lo spauracchio della coabitazione - che in passato penalizzò il secondo mandato di Mitterrand ed il primo di Chirac - possibilissima in un quadro politico poco chiaro e, dunque, pretenderanno dagli elettori un'investitura piena tanto per la presidenza quanto per il Parlamento.

Da questo punto di vista la sinistra estrema potrebbe dimostrare il suo interesse ad appoggiare Hollande anche se Mélenchon - che ha ferocemente attaccato il candidato socialista nelle ultime manifestazioni rispolverando il suo armamentario anticapitalista e populista più retrivo - ha deluso rispetto alle aspettative. Il suffragio raccolto, comunque, autorizza il capo del Front de la gauche a chiedere al «presidenziabile» l'esplicito appoggio mettendolo in grave imbarazzo. Infatti, Hollande non potendo contare sulla forza che sperava di avere, e dunque di tenersi le mani libere, dovrebbe intessere con chi da sinistra lo ha duramente contestato patti che certamente gli farebbero perdere quella parte di elettorato moderato che lo ha votato più in odio a Sarkozy che per convinzione.

Da stasera a Tours, nel grande meeting dell'Ump, il presidente dice che metterà la Francia davanti al proprio destino. Dirà che la forza del Paese è nella sua unione e che soltanto lui potrà garantire la coesione necessaria per superare la crisi economica e sociale che il classismo di Hollande finirebbe per acuire. Deve sperare, Sarkozy, che coloro che lo hanno abbandonato al primo turno ritorneranno all'ovile nel momento delle decisioni che non ammettono ripensamenti. Combatterà l'avventurismo, mostrerà maggiore passione per quella Francia profonda che aveva dimenticato, si mostrerà incline a comprendere le ragioni del patriottismo tradito e contrarrà un nuovo patto con i ceti avviliti dalla sua politica fiscale. Ma davanti a lui più che la sagoma sbiadita di Hollande, si staglierà l'immagine di Marine Le Pen. E non sarà un'immagine quietante. Se potesse Sarkozy le darebbe metà dell'Eliseo in cambio dei voti del Front National, ma sa che impossibile. La fiamma ormai scalda milioni di cuori in Francia e potrebbe bruciare molte ambizioni.

(di Gennaro Malgieri)

lunedì 23 aprile 2012

De Benoist, idee ribelli per superare la crisi


Che fine ha fatto la nouvelle droite e come interpreta la nostra epoca? Dico il movimento culturale nato a Parigi proprio nel 1968, con la fondazione di un istituto di ricerca, il Grece, e ramificatosi poi in mezza Europa nei decenni seguenti. E dico l'epoca della crisi economica globale, con l'avvento dei tecnici, il collasso della politica, e in Francia con le imminenti elezioni per l'Eliseo. Penso alle tracce sparse lungo questi anni, i numerosi libri e gli incontri, le riviste El´ments, Nouvelle École, Krisis. Di tutto questo il principale animatore è stato Alain de Benoist, in questi giorni in Italia, fra conferenze e tv. Ormai vicino ai 70 anni e agli 80 libri, De Benoist vive la strana solitudine del pensatore comunitario. Osserva da anni, appartato e attento, il travaglio della nostra epoca, isolato in una dignitosa marginalità. Non scende a compromessi perché «un uomo politico può dire il contrario di quel che pensa, perché la finalità del suo discorso è accedere al potere. Ma un intellettuale non può farlo, perché la sua opera è la sola cosa che resterà di lui». Da decenni subisce ostracismo in tutta Europa, talvolta perfino aggressioni. Qualche anno fa in Italia fu invitato a un convegno di liberal ma poi gli fu revocato l'invito perch´ il liberal Andrè Glucsmann impose di eliminarlo: o me o lui. In età grave continua a suscitare scandalo culturale come a trent'anni. Ma più frequenti sono i muri di omertà e le finzioni di inesistenza.

Due suoi nuovi libri giungono ora in Italia, curati entrambi da Giuseppe Giaccio. Uno è una lettura del nostro tempo, Sull'orlo del baratro (Arianna, euro 9,80, pagg.182) che descrive l'euro-fallimento del sistema finanziario. L'altro è una nuova, ponderosa raccolta di sue interviste, Il pensiero ribelle (Controcorrente, euro 30, pagg.445). De Benoist è una voce libera, inascoltata e acuta da più di quarant'anni, con una multiforme cultura e sterminate letture. Il suo primo testo notevole fu Visto da destra, ma ha sparso opere rilevanti lungo i decenni. Tra i suoi iniziali compagni di strada, un italiano, corrispondente de Il Tempo da Parigi, Giorgio Locchi, che scrisse con lui Il Male Americano. Da noi un gruppo di giovani intellettuali italiani venuti dal neofascismo alla fine degli anni '70 dette vita nel suo solco alla nuova destra. Pur nel suo percorso singolare, De Benoist in Francia ha trovato interlocutori venuti da altri mondi: da Alain Caill´ e la scuola antiutilitarista a Serge Latouche, da Louis Pauwels agli ex-gauchiste Jean Cau e Regis D´bray al sociologo Michel Maffesoli.

Nella nostra epoca si è compiuta la pars destruens che prefigurò de Benoist: il collasso della politica, la fine delle ideologie, il primato della tecnica e dell'economia, il dominio mondiale della finanza, l'omologazione planetaria sotto la buccia retorica dei diritti umani. In particolare, l'avvento dell'Europa dei mercati - e l'Italia commissariata dai tecnici, sta vistosamente divaricando, a livello popolare, la destra economica e transnazionale dalla destra politica, nazionale e popolare. La stessa sorte di Sarkozy sembra decisa dal suo progressivo appiattirsi sulle ragioni della destra economica e sul deciso allontanarsi dalla destra popolare e sociale che lo portò all'Eliseo. Nella sua disamina, De Benoist è spietato con lui, senza peraltro amare il lepenismo, almeno quello paterno. Ma inserisce il fallimento di Sarkozy nel più vasto asservimento degli Stati ai mercati e dei governi alle banche, tramite il debito pubblico. De Benoist non è avverso all'unione europea e all'euro, anzi è un fautore di antica data dell'Europa; ma ne rigetta il totale asservimento alle oligarchie finanziarie e tecnocratiche. Auspica una svalutazione nominale e reale, ipotizza un ritorno alle monete nazionali, invoca nuove forme di protezionismo e di intervento sociale, discute il reddito di cittadinanza, denuncia lo sradicamento che legittima l'immigrazione come esercito di riserva del capitalismo, reputa la politica - a destra come a sinistra - inadeguata ad affrontare la crisi. Ma chi dovrà poi guidare questo processo non si sa. Certo non possono farlo gli intellettuali. Ma c'è in de Benoist qualcosa di analogo e di affine agli intellettuali gauchiste, seppure riguardante i mezzi e i metodi più che i fini: il ruolo centrale dell'intellettuale, il progetto culturale di un'Enciclopedia, l'ipotesi di un gramscismo elitario, la critica del liberismo, dell'americanismo e del consumismo, la visione transnazionale e la forza del legame comunitario affidata alla «cittadinanza delle idee» più che alle consonanze radicali, religiose, naturali. E sullo sfondo alcuni nodi che lo rendono indigesto alle culture e alle sensibilità più diffuse a destra: il neopaganesimo con punte anticristiane (si veda oltre il suo testo Come si può essere pagani? anche il bel dialogo Eclissi del sacro con lo scrittore cattolico Thomas Molnar), il nominalismo filosofico, il faustismo tecnologico che mal si amalgama con l'apertura ecologista, uno strisciante terzomondismo filo-islamico in funzione antiamericana e un'idea di democrazia organica fondata sulla fratellanza, che odora di Rousseau.

Ma si avverte in de Benoist la ricerca incessante di nuove sintesi per dar vita a una rivoluzione conservatrice e per superare i vecchi arsenali in disarmo, che de Benoist definiva ne Le idee a posto come «miti incapacitanti». In definitiva, della nouvelle droite si può dire quel che dice lo stesso de Benoist della rivoluzione conservatrice mitteleuropea in un'intervista compresa nel Pensiero Ribelle: «Le idee che ha lanciato non hanno mai trovato una vera cristallizzazione storica».
Oggi viviamo estenuati la risacca di tre crisi mondiali abbattutesi con cadenza decennale: la caduta del Muro di Berlino e dell'Unione Sovietica e poi la guerra in Iraq, alle soglie degli anni Novanta, che coincisero con la nascita dell'Europa; l'attacco alle torri e il conflitto con l'Islam alle soglie del duemila che poi coincisero con la nascita dell'euro; e la crisi economica dei nostri anni, che poi coincide con il presente collasso. Sul bordo di questa crisi abissale ritrova smalto, ragione e fondamento il pensiero della nouvelle droite. E de Benoist giganteggia nella sua solitudine di pensatore europeo. Piaccia o non piaccia, è uno dei rari, grandi europei pensanti rimasti nel nostro tempo.

(di Marcello Veneziani)

Marine Le Pen è la vera vincitrice. La sua destra parla ai giovani


Il vero fenomeno del primo turno presidenziale in Francia ha un volto di donna ed è Marine Le Pen. Diffondendo i dati degli exit poll da terra straniera, l'hasthag radiolondres l'ha soprannominata “Norimberga”. Neppure troppa fantasia, il refrain del “pericolo bruno” che avanzava. Eppure la leonessa del Front National è riuscita a ottenere un risultato storico, «ben oltre quello di suo padre» Jean-Marie che nel 2002 arrivò fino al secondo turno contro Jacques Chirac. Se c'è una notizia, eccola qui. In attesa di analisi del voto che ci dicano, per esempio, quali sono state le zone in cui Marine ha fatto il pieno e se si è confermata la simpatia degli under 25 verso di lei, i dati grezzi di questa prima puntata della corsa all'Eliseo confermano che la politica francese continuerà a fare i conti con la forza elettorale del Front National e nei prossimi anni, grazie al suo nuovo leader. Surprise titolano i siti Internet e oggi titoleranno molti giornali, ma francamente di sorpresa, per chi ha osservato e studiato Marine, ce n'è davvero poca. Semmai la solita conferma che i sondaggi condotti durante la campagna elettorale sottostimano la forza dei candidati del FN.

L'altra conferma, poi, è che il travaso del carisma dal padre fondatore alla figlia è riuscito, un caso forse unico nella storia politica europea, data la forte matrice personalistica che Jean-Marie Le Pen aveva impresso al suo partito. Marine è davvero il prodotto della politica postmoderna e televisiva, e lo è in senso positivo: spigliata, comunicativa, seducente, allenata a percepire tendenze e umori della società francese e a trasformarle in battaglie politiche, dotata di una capacità di popolarizzare i concetti talmente nitida che le è costata l'accusa di “banalizzare” questioni politiche complesse. La sua biografia di avvocato quarantaquattrenne e madre di tre figli, divorziata e risposata, poi, ne fa un prototipo di donna molto distante dagli stereotipi conservatori della “custode del focolare”. Per questo, nel suo anno di leadership del Front National, ha focalizzato la promozione della sua immagine rivolgendosi a quelle categorie – in primis le stesse donne – dove la destra-destra non aveva mai goduto di larghi consensi, a maggior ragione in Francia, dove temi come le donne single e madri o la crescente laicizzazione della società sono molto più discussi che in Italia. Ma doveva fare politica, prima, immergersi nel campo di battaglia della caccia al volto, dimostrare a militanti ed elettori di essere qualcosa di più della figlia del capo, scrollarsi di dosso l'ipoteca della predestinata. C'è riuscita, ben prima di affacciarsi al balcone mediatico delle presidenziali, imponendosi, all'esterno, in importanti contese elettorali e, all'interno, avendo la meglio nelle dinamiche correntizie di un partito come il Front National, difficile da frequentare per un donna, figuriamoci per un'avvocatessa in tailleur.

Nel 2010 si è candidata in una regione difficile politicamente e depressa economicamente come il Pas de Calais (per intenderci, quello raccontato nel film Giù al Nord), ottenendo una percentuale quasi identica a quella dei sarkozisti. È andata avanti, e ha trionfato lo scorso anno al congresso del FN contro Bruno Gollnisch, esponente della «vecchia guardia» del partito e maggiormente gradito all'establishment interno, che non vedeva di buon occhio le tendenze «moderniste» di Marine. Perché, osservando la storia del Front National e in generale dell'estrema destra francese, Marine Le Pen è una modernizzatrice. Dell'immagine e della piattaforma politica del partito. O un'abile rabdomante delle paure che circolano nella società francese. Le due cose convivono, non c'è dubbio, e la rendono un oggetto politico interessante, non c'è dubbio.

Nonostante i proclami di una grandeur ritrovata, anzi mai persa, sparsi da Sarkozy, e l'improbabile piattaforma progressista elaborata da Hollande, questa campagna elettorale ha fatto i conti più con i timori dei francesi sull'Europa, la disoccupazione, l'emarginazione della Francia dallo scacchiere internazionale, anche dopo l'avventura bellica in Libia. A questo insieme di incertezze e inquietudini Marine è riuscita a dare una forma politica e una grande efficacia comunicativa. Ascoltandola in televisione o ai comizi, il fardello dell'estremismo si dileguava immediatamente. Il suo programma elettorale e la retorica esibita in questi mesi hanno girato attorno al fallimento dell'Europa, dell'euro, del mercato comune, delle tecnoburocrazie di Bruxelles, e certamente il suo score personale indica un forte sentimento antieuropeista trasversalmente diffuso tra i francesi (e, aggiungiamo, entro breve destinato a scoppiare anche da noi).

Ma il FN si è presentato anche come il partito della difesa dello Stato, dell'intervento pubblico, della laicità dell'istruzione, del principio «prima i francesi» in chiave di politiche sociali, della «meritocrazia repubblicana», persino di un ecologismo ancorato alla campagna dei prodotti a «chilometro zero» che in Italia affascina la sinistra. Il programma di un tradizionale partito di destra, insomma, aggiornato al nuovo millennio e al contesto di crisi globale. In molti - anche calcolando la somma dei suoi voti con quelli di Sarko, vicina al 50% - si chiedono da tempo se prima o poi deciderà di portare avanti il rinnovamento del FN, ancorando il suo partito all'avvenire delle destre moderate. Ma ieri, brindando al successo, Marine avrà pensato ad altro.

(di Angelo Mellone)

sabato 21 aprile 2012

Grillo? Come Berlusconi. Intervista a Marco Tarchi


Così scriveva Velio Spano parlando del movimento politico l'Uomo qualunque: «I suoi dirigenti sono tristi speculatori delle sventure d’Italia, torbidi giocolieri che tentano di riesumare il fascismo vestendolo da pagliaccio».
Era il 1946 ma sembra oggi. Dalle segreterie di partito si sono alzate infatti grida manzoniane contro il nemico populista Beppe Grillo. Da Pier Luigi Bersani a Nichi Vendola, fino a Pierferdinando Casini, nessun leader politico ha risparmiato critiche feroci al comico genovese che agita la forca, tra le folle in festa, contro la corrotta oligarchia italiana.
Populista. Qualunquista. Campione d'antipolitica. Persino fascista, si è sentito dire. La politica tradizionale abbaia. Il giullare continua a farsene beffa. Il consenso al suo movimento nel frattempo cresce. Ma cos'è davvero Beppe Grillo? Da dove viene e dove va l'umore rancoroso del suo impegno pubblico?

ANTIPOLITICA: REPERTORIO ABUSATO. Se è vero che il grillismo è ascrivibile a quella lunga tradizione di populismi che hanno caratterizzato il 900 italiano, riflette Marco Tarchi, politologo, tra i più attenti studiosi dei movimenti 'antipolitici' del secolo scorso (suo L' Italia populista. Dal qualunquismo ai girotondi, Il Mulino), è altrettanto vero che nel suo attacco ai professionisti della politica Grillo non è solo: Antonio Di Pietro, Nichi Vendola, Silvio Berlusconi attingono tutti a piene mani «al repertorio psicologico e stilistico del populismo a piene mani, ciascuno però secondo le proprie caratteristiche».
E però contro Grillo si appunta l'ira dei sovrani. La reazione dei partiti è sproporzionata, il ravvedimento nullo. Perché, ragiona Tarchi, se anche il Movimento 5 stelle alle prossime amministrative dovesse avere un successo clamoroso, questo non cambierebbe le abitudini della politica «che a mio avviso è, in questa fase, incapace di autoriforma».

È bastato un sondaggio per mandare in tilt i partiti: il Movimento 5 stelle al 7% alle prossime amministrative. Hanno accusato Grillo persino di fascismo. Che cosa ne pensa?

A chi straparla di nuove forme di fascismo collegandole a questo caso non c’è niente da replicare. Sono argomenti polemici di nessuna consistenza, la cui presa è confinata a piccole nicchie di nostalgici che amano sfogare i loro umori in una eterna guerra alle ombre.

Il comico è stato anche definito «populista» e qualcuno ha chiamato in causa l'antipolitica.

È vero che Grillo, nelle sue esternazioni, esprime per più versi la mentalità populista e fa ricorso ad argomentazioni antipolitiche.

Che cosa intende per populismo?

Una forma mentis che fa del popolo - idealizzato - il depositario delle virtù civiche e il vero unico sovrano della “polis”, l’unica fonte di legittimazione delle istituzioni, a partire da quelle rappresentative fondate sulle elezioni.

Un'idea che collide con il principio della 'delega', su cui si fonda la democrazia rappresentativa.

L’antipolitica dei populisti è opposizione alla classe politica professionale, ritenuta strutturalmente incapace di servire gli interessi dei cittadini perché troppo interessata a difendere la propria rendita di posizione.

Opposizione popolo-oligarchia, discorso da caudillo latino-americano. Grillo ne è la declinazione italiana?

Nel contesto italiano, il “grillismo” riprende la visione del populismo latinoamericano e la utilizza per spronare l’opinione pubblica a delegittimare le Caste, politiche, economiche, giornalistiche e via dicendo.

Furia distruttiva o anche istanze costruttive?

Come in ogni movimento spontaneo, ce ne sono molte e confuse. Mi pare che a prevalere siano l’insofferenza verso l’arroganza dei potenti, il desiderio di riappropriazione dal basso dei meccanismi decisionali e un forte desiderio, spesso venato di ingenuità, di affermare il primato dell’etica in ogni campo dell’agire pubblico.

Ci sono formazioni politiche in Europa assimilabili al 'grillismo'?

Ci sono state, e ci sono, molte espressioni di questo stato d’animo. Basta pensare a quando Coluche, un comico popolarissimo, si presentò alle elezioni presidenziali in Francia. Incarnare lo stato d’animo dell’“uomo qualunque” è una tentazione ricorrente, in politica.

Ma la candidatura di Coluche risale al 1981. Il 'qualunquismo' di oggi che faccia ha?

Ci sono varie formazioni populiste sparse in molti Paesi, nonché singoli personaggi che affermano di rappresentare la “società civile”. Ne abbiamo visti molti: da presidenti di squadre di calcio (Tapie in Francia, Gil y Gil in Spagna, per non parlare delle vicende italiane) a magistrati, da industriali a presentatori televisivi. Talvolta fanno centro, ma i loro successi sono effimeri.

Industriali e presidenti, dice. L'antipolitica dunque non è solo 'dal basso'?

Quello di 'antipolitica' è un concetto controverso, che è stato utilizzato nei modi più svariati - parlando di antipolitica “dall’alto” in casi come quelli di Ronald Reagan, Silvio Berlusconi e Charles de Gaulle, e di antipolitica “dal basso” nel caso di movimenti di protesta.

Che cosa distingue Grillo da Berlusconi?

Distinguerei fra antipolitica tout court, ovvero quel sentimento che conduce a prendersela sempre e comunque con “chi sta in alto”, in una sorta di sistematico anti-élitismo, e posizioni anti-partitiche o anti-istituzionale, che propriamente antipolitiche non sono anche se spesso come tali vengono etichettate.

Dal punto di vista narrativo, il discorso pubblico del Cav assomiglia molto a quello di Grillo: la battuta, lo scherno, la beffa velenosa che piega l'avversario.

Entrambi risentono di un’estrazione borghese ma amano posare a uomini del popolo. Ovviamente, un imprenditore e un attore comico non possono recitare il copione su un registro identico. Né all’uno né all’altro, però, sfugge che l’ironia è un’arma efficace in politica, se la si sa usare nel modo opportuno.

Si può tracciare un filo di continuità tra esperienze come quella dell'Uomo qualunque di Guglielmo Giannini, della Lega Nord e del Movimento 5 stelle?

Fatte le opportune differenze, sì. Tutte rivolgono un appello all’uomo “della strada”, sincero, spontaneo, laborioso, onesto, affinché, per dirla alla Giannini, non si faccia «far fesso» dai politici di professione e si riprenda lo scettro del potere, da costoro sequestrato.

Vendola ha definito il fenomeno-Grillo un “mix inquietante” di istanze di estrema destra ed estrema sinistra. Condivide questa analisi?

No. Almeno per ora, non vi riscontro né violenza né fanatismo. Certo, lo stile gridato di Grillo e la radicalità di alcune delle posizioni assunte e delle soluzioni raccomandate autorizza a parlare di demagogia, ma le accuse di estremismo mi sembrano strumentali. E paradossali in bocca ad un esponente politico che le ha subite, e continua in parte a subirle, sulla propria pelle.

Perché il grillismo spaventa tanto i leader politici?

Perché rischia di alienare ulteriormente, e stabilmente, una parte non trascurabile dell’elettorato da loro presa. E perché sconvolge gli allineamenti lungo l’asse sinistra-destra, che negli ultimi decenni si sono dimostrati utilissimi a conquistare consensi di ampi settori di opinione che magari esprimevano scetticismo nei confronti di partiti e programmi ma erano attratti dalla logica epidermica dello scontro diretto, del “noi contro loro”, dell’antipatia per “l’altra parte”.

La politica che scalcia contro Grillo fa un buon servizio a se stessa?

Ovviamente no. Non fa, anzi, che portare acqua al suo mulino.

Se il Movimento 5 stelle prendesse il 7% alle prossime elezioni, quali ricadute potrebbe avere sugli altri partiti?

Credo che contro Grillo entrerebbero in campo le armi pesanti della demonizzazione e ci dovremmo abituare a quotidiani sermoni, messe in guardia e allarmi provenienti dalle varie sedi istituzionali. Ma niente cambierebbe nei comportamenti basilari della classe politica, che a mio avviso è, in questa fase, incapace di autoriforma.

Esiste una correlazione tra crisi dei partiti politici tradizionali, ascesa delle tecnocrazie, e il successo di movimenti politici come quello di Grillo?

Senza dubbio. Un elemento tipicamente populista del “grillismo” è il desiderio di semplificare i processi politici, renderli comprensibili a tutti e trasparenti (si pensi all’impegno dei militanti e degli eletti del Movimento 5 stelle a filmare i lavori di tutti i consigli comunali, provinciali e regionali). Tutto ciò che fa parte degli arcana imperii è indigesto a Grillo e ai suoi.

Si parla molto di fine dei partiti a guida carismatica: tramonto di Umberto Bossi, uscita di scena di Berlusconi. Il consenso riscosso da Grillo però sembra contraddire questa analisi.

Nella civiltà dell’immagine, la personalizzazione e la leaderizzazione della politica sono fenomeni difficilmente reversibili. Mi chiedo, fra l’altro, se la Lega Nord potrà davvero mantenere una solida base di consenso se rinuncerà a una guida carismatica, perché i populisti amano un rapporto diretto con un capo, che erigono a loro ventriloquo. Un partito “normale” non li attrae e non li mobilita.

Grillo è il Bossi del XXI secolo?

Gode di una capacità di trascinamento molto accentuata in alcuni settori minoritari dell’opinione pubblica perché «dice a gran voce quello che molti pensano e bisbigliano».

Però è già fortemente contestato da non pochi quadri intermedi del suo movimento.

Affidarsi alla Rete è utile ma pericoloso, soprattutto quando poi si sponsorizzano liste elettorali che eleggono rappresentanti nei consigli degli enti locali: costoro, inevitabilmente, finiscono per “istituzionalizzarsi” ed entrano in conflitto con le istanze radicali che avevano alimentato il loro consenso.

Il grillismo di lotta rischia il cortocircuito con quello di governo?

Grillo può evitare il rischio cortocircuito restandosene confinato al suo blog o alle apparizioni in pubblico in mezzo ai sostenitori festanti, ma gli eletti del Movimento 5 stelle con molte probabilità ci sprofonderanno, come nelle sabbie mobili.

Il populismo che viene attribuito a Grillo è lo stesso che, secondo alcuni analisti, caratterizza il discorso pubblico di Di Pietro e Vendola?

Al repertorio psicologico e stilistico del populismo tutti e tre attingono a piene mani, ciascuno però secondo le proprie caratteristiche. Si va dal tipo ruspante a quello del tribuno per approdare al colto affabulatore mai dimentico degli apologhi personali popolareschi.

(fonte: www.lettera43.it)

lunedì 16 aprile 2012

Pansa: ecco come la sinistra ha smesso di essere sinistra


"Attenzione a Maurizio Landini. Il capo della Fiom è un apprendista, ma è una spina nel fianco della Camusso e presto potrebbe anche essere decisivo, se non negativo per le sorti italiche". Giampaolo Pansa ha stilato il suo girone dantesco e vi ha collocato tutti i tipi sinistri del bel paese. Per ognuno ha individuato un vizio, che ne riassume la storia politica, quasi sempre un fallimento. E il reggiano Landini, il meccanico di Montagna, lo ha collocato nel girone degli apprendisti, assieme assieme a Niki Vendola, Matteo Renzi e Luigi De Magistris. Succede che l’autore del Sangue dei Vinti, si travesta da moderno Dante Alighieri e inizi a fare un viaggio nella sinistra italiana, raccontandone 20 anni di illusioni e sconfitte, manie e sogni infranti. Il tutto è rilegato da Rizzoli con il titolo di “Tipi sinistri”.

Pansa, ci è ricascato. Ancora un libro contro la sinistra. Ma quando la smetterà con questo viziaccio di parlar male dei compagni e si concentrerà su Berlusconi?

E io che posso farci? Mi dica lei quanti e quali risultati ha ottenuto la Sinistra in questi anni a forza di concentrarsi sul male Berlusconi?

Secondo lei?

Non è riuscita a dare un’alternanza pacifica tra un lato e l'altro dello schieramento politico...

Un po’ per colpa del Cavaliere...

Certo, ma ad un certo punto si è abbandonata alla convizione che senza Berlusconi i miracoli crescessero nei prati. Ma non è andata così. Il fatto è che l’Italia non è un paese di sinistra. Siamo qui a celebrare un’incompiuta.

Che adesso trova spazio tra i gironi danteschi...

E dato che le idee camminano sulle gambe, voglio raccontare ai miei lettori come è fatta davvero questa Sinistra. Quello che non fanno certi ambienti librari e intellettuali per i quali a Sinistra c’è sempre il sole e a destra piove. No, non è così.

Da chi incominciamo?

Ad esempio dal vostro conterraneo Landini.

Il meccanico della Montagna...

Cresciuto all’ombra utopistica di Sabatini e Rinaldini nella Fiom. E’ un conservatore come lo sono tutti i capi sindacali. Il sistema mediatico lo sta facendo diventare grande, ma rischia di essere negativo nell'avvenire di oggi.

Prodi.

Girone degli sconfitti. Democristiano. Un fuor d'opera. La prova che la Sinistra non riesce a vincere da sola. Punta al Quirinale.

Bersani.

Superstiti, con D’Alema, Fassino e Veltroni. Un vigile del fuoco che non ha l’acqua per spegnere l’incendio in casa sua.

Di Pietro.

Isterici. I cannibali amano l’agguato.

Rutelli.

Dispersi. Gli chiesi se fosse convinto di battere Berlusconi. Mi rispose: 'Si è sciolto l’iceberg degli indecisi'. Un kamikaze.

Adesso che succede?

Io vedo due scenari. O Monti prosegue con un partito dietro nuovo come lo ipotizza Casini oppure vince la Sinistra.

E siamo da capo...

Appunto. Rischiamo il disastro.

Colpa della Casta.

Anche perchè adesso la gente è arrabbiata davvero. Insomma il trio della fotografia di Vasto mi spaventa e non poco.

(di Andrea Zambrano)

sabato 14 aprile 2012

Quel mito inaffondabile ancorato al Novecento


Era talmente inaffondabile, il Titanic, che un secolo dopo essere colato a picco, nella notte fra 14 e 15 aprile del 1912, ancora continua a navigare. Storia, romanzo, metafora, termine di paragone ne assicurano la rotta e permettono di indicarne latitudine e longitudine sotto l'ottica di una società divisa in classi e quindi destinata al disastro; di una fiducia nella tecnica tanto assoluta quanto cieca; di un capitalismo senza freni e perciò votato ad autodistruggersi; di un titanismo ideologico-politico proprio di chi nel giro di un ventennio avrebbe provocato due guerre mondiali e ipotecato l'intero Novecento. Non è un caso che sia stato Winston Churchill a definire «titanico» il XX secolo allora appena cominciato e adesso che da poco più di un decennio ne siamo fuori, l'impressione è che in realtà ci siamo ancora dentro. È cambiato tutto, ma solo perch´ tutto restasse come prima.

L'orchestrina del Titanic che suonava mentre il transatlantico centrava l'iceberg racconta il suicidio inconsapevole di una civiltà, ma la sua musica non è molto diversa da quella di una società dei consumi occidentale immersa nella tempesta perfetta monetaria e speculativa che non ha saputo né prevedere né contenere e da cui si ostina e pensare di poter sfuggire riducendo le vele, mettendosi alla cappa e aspettando che passi. Allo stesso modo, il mito del progresso che sconfigge la forza bruta degli elementi e della natura, non è dissimile dal mito della «fine della storia» che all'indomani della scomparsa del comunismo si incaricava di raccontare una nuova alba, unica e pacificata, sulla mappa geopolitica del globo terrestre.

Storia, romanzo, metafora, termine di paragone. All'indomani della uscita cinematografica del Titanic di James Cameron, l'allora presidente cinese Jiang Zemin vi vide una parabola della lotta di classe. «I passeggeri di terza classe (il proletariato) si oppongono valorosamente all'equipaggio della nave (vili scagnozzi e leccapiedi dei capitalisti)». Dopodiché, invitò i compagni marxisti a studiare il modo in cui la pellicola dipingeva le classi e la distribuzione delle ricchezze: «arricchirsi» era divenuto «glorioso» e quindi tanto valeva andare a scuola da chi l'aveva già teorizzato...

Curiosamente, ma non troppo, il film metteva in cattiva luce quegli stessi elementi che al tempo del disastro erano stati esaltati: il controllo emotivo, la distinzione dei modi, in pratica il saper morire dei privilegiati di prima classe (123 passeggeri annegati su un totale di 175). Una sorta di conformismo all'incontrario che però la dice lunga su come, nel tempo, a uno stereotipo positivo si fosse sostituito soltanto il disprezzo e/o la caricatura, come se una classe dirigente, e dunque un’élite, non dovesse nemmeno più avere un codice comportamentale, un'etica e un'estetica a cui conformarsi.

«Tutta la nostra civiltà assomiglia al Titanic, nella sua potenza e nella sua impotenza, nella sua sicurezza e nella sua insicurezza. Non c'era alcun ragionevole rapporto fra il livello delle misure previste per il lusso e per il piacere e il livello delle misure previste per il bisogno e per la disperazione. Il progetto si era concentrato troppo sul benessere e poco sul disagio: proprio come lo Stato moderno». In questo giudizio di G.K. Chesterton, scritto a ridosso della tragedia, c'è materia interessante per un'ulteriore comparazione fra quella civiltà e la nostra. Lasciamo stare ciò che in ogni storia umana è un insieme di ambizioni e di arroganze, di privilegi e di ingiustizie, di sotterfugi e di nobiltà. Sta di fatto che, per restare al nostro Occidente, un secolo dopo, la società di massa ha vinto la sua partita sulla società di classe, così come il Welfare e lo Stato sociale hanno preso il posto del puro e semplice sfruttamento padronale.

Sulla nave da crociera Costa Concordia che si inchina per sempre davanti all'isola del Giglio non ci sono gli emigranti e le terze classi del Titanic, ma un popolo di vacanzieri per i quali il lusso è un all inclusive. C'è la crisi economica, ma non si vuole rinunciare al proprio quarto d'ora di benessere. L'imperizia, l'incuria, la ricerca del capro espiatorio e l'arroganza tecnologica lo accompagnano, anche se, di fronte alla fuga dalle responsabilità, il rifarsi a codici antichi di comportamento suona patetico proprio perché da quei codici un'intera società si è intanto affrancata considerandoli retorici, reazionari, persino fascisti. La Costa Concordia è il Titanic del XXI secolo: meno tragica, meno epica, più prosaica. Comunque sott'acqua.

(di Stenio Solinas)

venerdì 13 aprile 2012

Un Paese di cattivi esempi


Il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera in margine al workshop Ambrosetti di Cernobbio ha affermato che occorrerebbe una «sanzione sociale» nei confronti degli evasori fiscali. Parole sacrosante. Bisognerebbe alzare degli steccati che facciano sentire isolati coloro che violano le regole. È l’unica difesa che rimane a chi, con sacrificio e fatica, le regole le rispetta. Ma la «sanzione sociale» dovrebbe operare ben al di là dei reati fiscali. Invece in Italia avviene l’esatto contrario. Adriano Sofri, condannato a 22 anni per l’omicidio del commissario Calabresi, è diventato, per meriti penali, editorialista principe del più importante quotidiano di sinistra, La Repubblica, e del più diffuso settimanale della destra «Panorama». Le rare volte che mi chiamano a tenere lezioni (inutili) di giornalismo in qualche università o liceo alla fine ai ragazzi che si affollano intorno a me per sapere come si fa a entrare nel nostro mestiere, dico: «Ammazzate un commissario di polizia o, se proprio non avete questo stomaco, rubate al popolo italiano». E mi riferisco ai tangentocrati che hanno ottenuto, senza avere alcuna preparazione specifica, il ruolo di editorialisti in questo o quel giornale o di conduttori televisivi.

Luigi Bisignani, adepto della P2 di Licio Gelli, fu condannato nei primi anni ’90 a due anni e sei mesi di reclusione per finanziamento illecito. Si pensava che un tipo con quei precedenti non potesse nemmeno affacciarsi a un ufficio della Pubblica Amministrazione. E invece lo ritroviamo qualche anno dopo, all’epoca della «Tangentopoli Due», ascoltatissimo consigliere dell’Amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato Lorenzo Necci. Basta? Non basta. Rispunta di nuovo nella cosiddetta «P4» imputato di reati contro la Pubblica amministrazione, ma indispensabile «consigliere» dell’Ad dell’Eni Paolo Scaroni che ha bisogno del suo aiuto per concludere contratti petroliferi con la Libia di Gheddafi.

Il ministro Claudio Scajola si fece pagare metà di una lussuosa abitazione dall’imprenditore Anemone imputato di una serie di reati legati alla ricostruzione dell’Aquila e non solo. Uno così, se esistesse una «sanzione sociale», avrebbe dovuto scomparire dalla vita politica. E invece è tornato quasi subito all’onor del mondo e sarebbe ancora lì ad impartire lezioni «urbi et orbi» se non fosse arrivato il governo Monti.

Fabrizio Corona, arrestato per lo scandalo di «Vallettopoli» è diventato una star, un divo, un mito. Dopo il «boom economico» gli italiani hanno avuto una mutazione antropologica. Negli anni ’50 l’onestà era un valore vent’anni non ha certo aiutato la costante, capillare, violentissima e devastante campagna di delegittimazione della magistratura italiana condotta da Silvio Berlusconi, dai suoi giornali, dai suoi parlamentari. Se si mette in dubbio la sanzione penale come si può sperare che ci sia una «sanzione sociale»?

In ogni caso la questione è culturale e quindi di difficilissima soluzione. Come ha scritto il bravissimo cronista del «Corriere» Luigi Ferrarella lo spread fra noi e la Germania non è solo economico, è etico: «Il presidente della Repubblica tedesco ci ha messo sette minuti per dimettersi, da noi il Parlamento ha votato che una marocchina era egiziana». Ed è detto tutto.

(di Massimo Fini)

giovedì 12 aprile 2012

Tremonti: dalla crisi si esce limitando il potere della finanza


Giulio Tremonti non ha bisogno di presentazioni. Per anni è stato il ministro dell’economia dei governi Berlusconi ed è stato parte integrante del gotha politico europeo e mondiale. Con la caduta, lo scorso autunno, dell’esecutivo guidato dal Cavaliere, Tremonti è temporaneamente uscito di scena per dedicarsi alla scrittura di Uscita di sicurezza il suo ultimo libro, edito da Rizzoli e pubblicato all’inizio dell’anno, nel quale fa il punto sulla terribile crisi economico-finanziaria in corso. Uscita di sicurezza è un durissimo atto di accusa contro il potere finanziario definito senza giri di parole un “fascismo bianco”, una nuova forma di dittatura che mina alle fondamenta la democrazia occidentale. Con Giulio Tremonti abbiamo parlato del contenuto del libro e delle proposte da lui presentate per superare questo difficile momento storico.

In Uscita di sicurezza l’aspetto che probabilmente colpisce di più il lettore è la denuncia della nascita in Europa di un nuovo tipo di dittatura: il fascismo finanziario. Si tratta di una “provocazione” per risvegliare le coscienze dei lettori o crede davvero che la democrazia occidentale sia in pericolo?

“Fino a poco tempo fa il capitalismo era combinato con le ragioni dei popoli e con lo Stato sociale. Negli ultimi anni è però avvenuta una mutazione che ha causato una caduta degli antichi valori su cui per secoli si è basato il nostro mondo. Nel mio libro cerco di fare capire la pericolosità di questa mutazione e la necessità di tornare ai vecchi principi”.

Ha scritto anche che la “la finanza all’ultimo stadio” si è messa “a governare in presa diretta facendo uso dei tecnici”. Questo vale anche per il governo tecnico italiano?

“Nel mio libro non ho mai usato la parola Italia. Come riferimento ho sempre usato il caso della Grecia”.

Come giudica il modo in cui i “tecnici” stanno affrontando la crisi?

“Quello che sta succedendo in queste ore conferma che ancora non siamo nella via di uscita giusta per superare la crisi. Dal 2008 in poi per descriverla ho sempre usato una immagine, quella dei videogames. E’ come essere dentro un gioco, arriva un mostro lo batti, ti rilassi e arriva un secondo mostro più grande del primo. Prima il sistema bancario salta e per salvarlo si usano i fondi degli Stati. Poi il sistema finanziario, salvato dagli Stati, attacca senza pietà i bilanci pubblici e allora si usano i soldi delle banche centrali, in Europa della Bce. Ma, come gli ultimi eventi stanno dimostrando, la calma dura poco e il sistema torna ad essere pericoloso come era prima”.

Cosa fare quindi per interrompere questo “videogame” da incubo?

“In primo luogo bisogna uscire dall’attuale sistema ovvero bisogna ridurre il potere della finanza e impedire ai signori banchieri di usare i risparmi dei cittadini per speculare. Così come è ora se la scommessa va bene guadagnano loro se va male perdono i cittadini. In secondo luogo bisogna avviare un grande programma di opere pubbliche europee finanziato attraverso l’emissione di Eurobond. Questa visione assomiglia a quanto fece l’America dopo la grande crisi del 1929 con il varo del New Deal”.

Perché pensa che una visione simile sia fattibile?

“Perché man mano che la crisi esce dal solo ambito finanziario ed entra nella vita delle famiglie le persone e la politica si risvegliano. Questo per esempio è quello che successe in America all’inizio degli anni ’30 e che molto probabilmente succederà presto anche in Europa”.

Fino ad ora però, come lei stesso scrive, la politica è stata sconfitta dalla finanza. Perché questo è successo?

“L’ultimo grande atto della politica fu alla fine degli anni ‘90 con la globalizzazione. Questo processo per tempi e per metodi fu deciso dalla parte ‘illuminata’ della politica che pensava ad un mondo diverso basato sull’ideologia del mercato. Con la globalizzazione il mercato ha preso il sopravvento perché è stato più forte, più ricco, perché ha avuto una ideologia. Con la globalizzazione gli Stati contano sempre di meno, i politici eletti negli Stati ancora di meno e invece il mercato globale coi suoi poteri, mezzi e figure domina su tutto”.

Lei è stato parte integrante del gotha politico mondiale. Più di uno potrebbe chiedersi perché non ha provato a cambiare le cose.

“In realtà, come posso dimostrare in tanti documenti ufficiali, ci ho provato ma non ci sono riuscito”.

Perché non ci è riuscito?

“Sono fenomeni che hanno una dimensione storica. Neanche il presidente Obama, che pure aveva chiari i problemi da affrontare, ci è riuscito. Ripeto però che adesso è ancora presto ma prima o poi i popoli capiranno che vengono impoveriti e umiliati dalle politiche attuali e reagiranno votando per chi propone politiche diverse”.

Come abbiamo visto prima, per uscire dalla crisi lei propone un piano di investimenti in opere pubbliche. L’Europa preferisce però fare l’opposto e proseguire con l’austerity. Quale è il suo giudizio in merito?

“Faccio una premessa. Io sono abbastanza vecchio da ricordare il G7 e abbastanza giovane per aver visto il nuovo G20. La nascita di quest'ultimo riflette il cambiamento del mondo. Per l’Europa è finita l’età delle colonie e i vantaggi che questo potere comportava. Adesso contano tantissimo anche gli Stati che un tempo erano emergenti. Questo cambiamento fa sì che per l’Europa non sia più possibile che il deficit cresca più velocemente del prodotto interno lordo e rende necessario un maggiore controllo dei conti pubblici e quindi una revisione dello Stato sociale. Sottolineo però una revisione e non una eliminazione del Welfare State. Lo Stato sociale europeo è una cosa che dobbiamo conservare altrimenti si entra davvero nella barbarie che tanti grandi banchieri vogliono convinti che sia nel loro interesse. Perciò dobbiamo adattarlo perché è finita l’età delle colonie ma non possiamo distruggerlo”.

Torniamo un attimo alla ricetta per uscire dalla crisi: opere pubbliche. Perché sono così importanti?

“Nel XX secolo il motore della crescita è stata l’automobile. Era una cosa che sognavi di notte, che ti dava un modo diverso di esistere. E’ stata davvero un mito. L’auto ha portato tutto il resto: le strade, le autostrade, i viaggi, il turismo, ecc. La new economy o tante altre nuove scienze stanno dando moltissimo all’economia ma non sono l’equivalente dell’auto come mito di progresso e di successo. Per rilanciare davvero l’economia serve un rilancio delle grandi opere pubbliche come era nell’idea iniziale dell’Europa”.

Della green economy cosa pensa? Può essere un volano di sviluppo?

“Penso di sì. Penso che sia una cosa molto importante. Non abbiamo ancora tutti gli elementi definiti e condivisi ma certamente è un campo fondamentale su cui investire risorse pubbliche”.

(fonte: www.tiscali.it)