martedì 30 aprile 2013

Massimo Fini: «Larghe intese dei responsabili del disastro sotto il patrocinio di nonno Napolitano»


Si concordi o meno con lui, Massimo Fini non può lasciare indifferenti. Le sue idee, come sempre, sono chiarissime. E anche se sa che non sono mainstream, continua ad esporle con una lucidità disarmante. Come un profeta biblico non ascoltato, da decenni parla di crollo del sistema occidentale. E oggi che il rischio c’è davvero, non si bea del suo azzecato vaticinio, ma, intervistato da IntelligoNews , lo registra come un evento inevitabile.

La politica italiana, invece, sembra non appassionarlo più di tanto. È molto attento, fin dall’inizio, al fenomeno grillino, e alla pattuglia pentastellata in Parlamento contesta di aver perso per inesperienza la partita del Quirinale. Ma anche il grande stallo politico italiano (attentato ai carabinieri incluso), per lui, dipende dalla crisi globale.

Lei è sempre stato molto attento al fenomeno di Beppe Grillo. A due mesi dalle elezioni, come giudica l’operato del Movimento 5 Stelle?

«È un po’ presto per giudicare, visto che sono lì da pochi giorni. Però credo che Grillo abbia fatto un errore sul Quirinale. Se avesse proposto subito a Bersani i nomi di Zagrebelsky o Rodotà, non avrebbe potuto dire di no. Cincischiando con la Gabanelli e Strada, però, gli altri hanno preparato l’inciucio e tutto il resto è venuto di conseguenza. Hanno perso una partita importante per inesperienza. Se intendi rovesciare il tavolo dall’interno del sistema, devi anche impararne meglio la sintassi e la grammatica».

E sul “governo del cambiamento” con Bersani hanno fatto bene a non cedere?

«Senz’altro. Il M5S si propone come alternativa assoluta a 18 anni in cui i governi di destra e di sinistra hanno commesso abusi, soprusi e illegalità, portando l’Italia al disastro economico, sociale e morale. Grillo marcherà sempre questa sua diversità, sperando che resti…»

Dove ha fallito Bersani, però, è riuscito Letta, con l’aiuto fondamentale del centrodestra. Le piace il nuovo governo?

«No, per la ragione che ho appena detto. Perché raccoglie tutti i responsabili del disastro, quelli che hanno distrutto la casa Italia. Poi si sono accorti che il tetto stava cadendo anche sulla loro testa, si sono ricompattati e rinchiusi nella fortezza istituzionale, sotto il patrocinio di nonno Napolitano».

Anche lei crede che il governo Letta sia espressione di gruppi di pressione internazionale? In poche parole: crede nel complottone del Bilderberg?

«Sono molto lontano da ipotesi complottistiche e non sono un aficionado di questi temi».

Per lei Trilateral, Bilderberg e compagnia contano meno di quanto si pensi?

«Sì, credo di sì».

Lei fa spesso arrabbiare le donne: cosa pensa della pattuglia femminile del governo Letta? La campionessa olimpica, l’immigrata, la nonna, la bella ragazza… Sono lì per merito o per coprire una casella?


«Molto probabilmente alcune sono foglie di fico, ma Letta ha fatto un’operazione impeccabile da manuale Cencelli anche in generale. È stato bravo a distribuire i ministeri secondo la forza dei gruppi che lo sostengono. E c’è anche questo mantra sulle donne che ormai è diventato ossessivo».

L’attentato ai carabinieri a Palazzo Chigi è il gesto disperato di un folle o il segno di un disagio più generale?

«È segno di un malessere più vasto che però coinvolge tutto il mondo occidentale, non solo l’Italia. In America fatti di questo genere ne sono accaduti un’infinità, anche recentemente. Il problema è che siamo stressati da un ritmo di vita e da un modello di sviluppo che non ci consentono di avere equilibrio e armonia. È una conseguenza del modello generale, insomma, che noi chiamiamo occidentale perché è iniziato qui, ma che ormai ha coinvolto anche Cina e India. Basti pensare che la prima causa di morte fra i giovani cinesi è il suicidio. Qualcosa che non funziona deve esserci… Poi ci possono essere punte di questo iceberg che esplodono, come è successo a Roma tre giorni fa».

Come se ne esce, da questa crisi infinita? Non sembra più solo un problema economico…

«Penso che non tanto tardi crollerà il mondo del denaro, il mondo nato dopo la rivoluzione industriale. Vedo questo crollo relativamente vicino nel tempo…»

E al posto di questo mondo che sparirà cosa ci mettiamo?

«Questo non lo so, ma vedo una situazione simile al crollo dell’Impero romano, che poi sfociò nel feudalesimo europeo. Se avessimo un minimo di cervello, invece di aspettare passivamente il crollo, potremmo fare alcuni ragionevoli, graduali e limitati passi indietro, come peraltro affermano alcune correnti di pensiero americane, come il neocomunitarismo, e assestarci su una linea dove non si va più avanti né più indietro. Bisognerebbe tornare a una società più semplice. Ovviamente tutte le leadership mondiali non ci pensano nemmeno. Continuano a parlare di crescita, gli americani stampano trilioni di dollari che non corrispondono assolutamente a nulla e prima o poi tutto questo ci casca addosso, dopo le prime avvisaglie dei mutui subprime, i cui contraccolpi ci sono ancora adesso. Con una bolla ancora più grande, non ci sarà scampo».

È ottimista sul futuro dell’Italia?

«No, sono pessimista. Come sono pessimista sul futuro del mondo occidentale che abbiamo creato. Lo ritengo un mondo che ha perso il senso del limite e va incontro al suo giusto destino…».

La Francia stampa euro, per gli altri l’austerity


A seguito delle vicende della Grecia, di Malta e di Cipro e a fronte delle crisi economiche, sociali ed umane che hanno investito questi Paesi, siamo arrivati al punto di essere convinti almeno di una cosa: la BCE non si sposta di un millimetro dalla sua missione e non attua politiche di favoritismo per nessuno, mantenendo fede alla suo ruolo super partes e alla sua indipendenza.

Siamo davvero sicuri?                

Il dubbio ci sale leggendo un articolo del giornale on-line tedesco Deutsche Wirtschafts Nachrichten che sostiene che la BCE, nella figura del suo Governatore Mario Draghi, abbia concesso alle banche francesi, non alla Francia intesa come Paese, il diritto di stampare moneta; arrivando finalmente a ricoprire lo stesso ruolo della FED negli USA.

Ma andiamo con ordine.

Verso la fine del 2011 la BCE,  per far fronte alla crisi di liquidità in cui erano finite le banche europee che detenevano molti titoli “tossici” dei Paesi colpiti dalla crisi del debito, ha dato via al piano di rifinanziamento a lungo termine (LTRO). Secondo questo piano le banche potevano ricevere dei finanziamenti a tassi d’interesse relativamente bassi in cambio di obbligazioni governative, titoli di stato, compresi quelli senza valore, come quelli greci ad esempio. Questa operazione è stata effettuata in due tranche:
- il 22 dicembre 2011, quando 523 banche hanno partecipato all’asta LTRO richiedendo 489,191 miliardi di euro;
- il 29 febbraio 2012, quando 800 banche hanno partecipato all’asta LTRO, richiedendo 529,53 miliardi di euro.

Tra queste banche naturalmente c’erano anche banche francesi che hanno beneficiato di questi prestiti. Come sottolinea il quotidiano tedesco: “Da molto tempo le principali banche francesi come Societe Generale, Credit Agricole e BNP Paribas sono al centro dei mercati obbligazionari. Come riporta Bloomberg, solo il Crédit Agricole ha dovuto svendere l’anno scorso beni per 3,5 miliardi di euro”. Oltre a questa fonte di flusso di liquidità, le banche francesi hanno potuto avvalersi di un mercato parallelo, fonte quasi inesauribile di finanziamento, il cosiddetto mercato STEP (Short Term European Paper). Cos’è il mercato STEP?

Si tratta di “un mercato commerciale praticamente senza regole, dove vengono immesse obbligazioni societarie e bancarie a breve termine. Qui le obbligazioni negoziate hanno un volume di circa 440 miliardi di euro. Dire che il mondo bancario francese si è ulteriormente sviluppato è estremamente creativo e ora si permette, attraverso il mercato STEP, di ricorrere ad un programma completamente nuovo, sia per la creazione di credito a breve termine, sia per una licenza molto specifica di stampare denaro”.

Questo mercato inoltre è molto pericoloso in quanto è fuori dalla Borsa e quindi con nessuna trasparenza, è orientato solo verso il sistema bancario francese e le banche francesi sono ricche di obbligazioni STEP presso la Banque de France, che a sua volta presenta rischi di default legati alle obbligazioni STEP versate come garanzia presso la BCE.

Ma questi soldi che fine faranno? Verranno iniettati nell’economia reale francese garantendo credito alle imprese e alle famiglie? Non si può che essere scettici al riguardo, è più facile  pensare che queste iniezioni di denaro abbiano più a che fare con il trattato di Basilea III e l’obbligo delle banche di aumentare la riserva monetaria al 7% al posto del 2% come avveniva fino a ora, e come avverrà fino al 2019 data d’entrata in regime ufficiale.

Questa anomalia ha portato a delle conseguenze che non sono passate inosservate, almeno fuori dal nostro Paese. Il premio nobel Paul Krugman ha recentemente dedicato un’editoriale sul New York Times, notando come i tassi d’interesse sul debito pubblico francese fossero improvvisamente crollati all’1,72%; praticamente gli stessi degli USA. Krugman sottolinea che “i mercati hanno concluso che la BCE non vuole, non può, lasciare la Francia a corto di denaro, senza la Francia non vi è più alcun euro-zona. Così per la Francia la BCE è inequivocabilmente disposta a giocare da buon prestatore di ultima istanza, fornendo liquidità. E questo significa che, in termini finanziari, la Francia è entrata nel club dei paesi avanzati che hanno le loro proprie valute e, pertanto, non possono rimanere a corto di soldi – un club i cui membri hanno costi finanziari molto bassi, più o meno indipendenti dai loro debiti e deficit”.

Quindi infine la lezione qual è? La BCE lascia fallire i Paesi periferici e i loro cittadini, condannandoli all’austerità ed ad una preoccupante escalation dal punto di vista sociale, mentre salva le banche dei Paesi “core”, seguendo passo passo le logiche del “too big to fail” che fanno tremare l’economia americana. E l’Italia? In mezzo, nel guado, ignara sul presente e sul suo futuro destino.

(di Mario Grigoletti - fonte: www.capiredavverolacrisi.com)

lunedì 29 aprile 2013

Quanto ci costerà la Bonino


Accantoniamo per un momento come Emma Bonino, neo-ministro degli Esteri, ha costruito la sua carriera politica. Chi la promuove a icona della modernità, può documentarsi, sempre che desideri farlo. Accantoniamo anche l’enfasi con la quale Marco Pannella ha accolto la nomina della sua leader, con tanto di ringraziamenti a questo e a quello e giurando che sarà “l’ultimo giapponese” di un Governo che ha tutti i connotati per compiacere le lobby internazionali e le stanze segrete del potere, massoniche e mondialiste. Non la smetterà di certo, il guru radicale – nonostante la nomina – ad agitare lo spettro dei suoi digiuni “gandhiani” contro la partitocrazia che ora osanna. Ça va sans dire.

Occupiamoci, invece, di altri aspetti. Il primo riguarda quale sarà la posizione dell’Italia in campo europeo e internazionale su quei temi definiti “sensibili” o “principi non negoziabili”, che ci stanno a cuore ma che – come dice Benedetto XVI – “sono scritti nell’anima di ogni essere umano”,  precedono qualsiasi legge statuale e valgono per tutti, credenti e non credenti.

L’angolo di visuale del nuovo ministro degli Esteri è quello di voler affermare un diritto solo perché avverti un desiderio individualistico, al fine di vestire la libertà dell’autorevolezza del dovere, della responsabilità, di una sua necessità antropologica, che dovrebbe riguardare perfino l’evoluzione dell’essere umano e quindi il corso della storia. Così, il diritto umano alla vita, si trasforma nel “diritto civile” di garantire alla donna di essere proprietaria del proprio corpo, di disporne quando e come vuole. Il diritto umano a considerare la vita un dono, degno di essere vissuto con dignità fino all’ultimo respiro, si tramuta nel “diritto civile” che riguarderebbe ogni essere umano di decidere se e come por fine alla propria esistenza, con l’eutanasia o con il suicidio assistito.  Il diritto umano alla degna sepoltura dei bambini non nati a causa dell’aborto, viene negato, cosi come viene definito “eccessivo” il numero dei medici obiettori, che impedirebbero il diritto all’aborto. Il diritto umano al matrimonio tra un maschio e una femmina,  si riduce al “diritto civile” di riconoscere la possibilità, attraverso l’ideologia omosessualista, che due uomini o due donne si possano sposare ed anche adottare bambini. Il diritto umano di preservare la vita dal flagello della droga, lascia il campo al “diritto civile” di distribuirla libera nei supermercati e nelle farmacie. Il diritto umano di considerare l’embrione una persona, lascia lo spazio ad un lessico che lo definisce “grumo di cellule” o “escrescenza della carne”, che serve per contrapporre la propria visione “libertaria” all’antropologia, così come la conosciamo da millenni a questa parte.

E’ questa l’ideologia anti-umana del nuovo ministro degli Esteri e queste saranno le posizioni che esprimerà l’Italia in sede europea e internazionale. E’ questa la sua “religione laica”, che connota il suo progetto egemonico su una società secolarizzata. “Io posso essere un’ammiratrice di quel cristianesimo delle origini, il cristianesimo costantiniano – scrive Emma Bonino ne ‘I doveri della libertà’, Laterza Editore, 2012 -  perché esso ha costruito, piaccia o no, l’edificio dell’Europa; non è l’unico linguaggio, ma certamente è uno dei linguaggi fondanti della nostra eredità. Credo però che oggi questo cristianesimo abbia esaurito la sua carica vitale, storica”. Da queste convinzioni deriva anche la forsennata battaglia della Bonino e dei radicali sui beni di proprietà della Chiesa, svolta a livello europeo, in perfetta sintonia di tempi e d’intenti con le dichiarazioni espresse dal Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, attraverso il suo Gran Maestro, Gustavo Raffi.

Nel 2007, quando “Il Sole 24 Ore” dà notizia dell’apertura di un dossier della Commissione europea su «certi vantaggi fiscali delle Chiese italiane», la Bonino è ministro del Governo Prodi per le Politiche Comunitarie e si limita a dichiarare candidamente che «il Governo esaminerà le ulteriori richieste quando arriveranno». In realtà, sono proprio i radicali, e lei in particolare, ad aver agito nei confronti della Commissione europea e ad avviare un’iniziativa demagogica, capziosa e strumentale. Analoga a quella che i radicali stanno conducendo con il quesito referendario sull’abrogazione di una parte della legge sull’8 per mille, depositato in Cassazione nelle stesse ore in cui padre Federico Lombardi ha accolto nella sede di Radio Vaticana Marco Pannella, in un colloquio definito “storico” dal leader radicale.

Emma Bonino – ed è questa la seconda considerazione da fare – riceverà il sostegno concreto di tutto l’apparato burocratico della Farnesina e delle immense risorse economiche a disposizione. Nel mondo, non solo in Italia. I radicali sono dei maestri in questo. Con le loro associazioni, già perseguono progetti finanziati dall’Unione europea e dal Ministero degli Esteri. Basta scorrere i siti radicali, che documentano le alleanze, i sostegni e i finanziamenti. Figuriamoci ora cosa accadrà. Si è concessa la possibilità che la “roba” sia tanta e al servizio delle loro idee, dei loro progetti e del potere, così come si concede da decenni – anche attraverso la complicità di decine e decine di parlamentari cosiddetti cattolici – che la loro radio riceva dieci milioni di euro dallo Stato per un servizio che potrebbe svolgere gratis la Rai-Tv.

Un’ultima considerazione riguarda i legami che Emma Bonino ha da più di vent’anni con il “filantropo” George Soros, l’uomo che fece saltare nel 1992 la Banca d’Inghilterra e che concorse alla svalutazione della lira. Soros, che è iscritto al Partito Radicale e che ha dato sostegno finanziario in vari modi alle attività dei radicali, è uno tra i maggiori ideologi di quel Nuovo Ordine Mondiale che vuole dominare il mondo. Oltre a finanziare progetti che hanno riguardato la democrazia dell’est europeo e ad intervenire allo stesso modo nei confronti delle “primavere arabe”, Soros è impegnato da decenni nel “Program of Reproductive Health and Rights”, che dedica i suoi sforzi alla causa del “diritto all’aborto”.

In linea con questa prospettiva, Emma Bonino, che “copre” la sua forsennata ideologia abortiva con il lancio di campagne che hanno l’obiettivo di dipingerla come eroina dei diritti umani nel mondo, come quella sulle mutilazioni genitali femminili o quella per l’abolizione della pena di morte o quella per la creazione del Tribunale Penale Internazionale per i crimini contro l’umanità, afferma: “Il nocciolo è la bomba demografica. Ogni giorno ci sono 80mila nuovi nati. Nel contempo la vita media si allunga. Aggiungiamoci il miglioramento della qualità della vita in vaste aree, tipo Cina e India, e diventa chiaro che siamo di fronte a una crescita demografica destinata a destabilizzare sempre più la situazione. Noi proponiamo un rientro dolce della bomba demografica" (“Quotidiano Nazionale”, 27 aprile 2008). Questa balla della bomba demografica – propugnata sin dagli anni ’70 dal Club di Roma di Aurelio Peccei e dai programmi abortivi promossi dal sistema delle Nazioni Unite da decenni – un’idea eugenetica e malthusiana, si inquadra proprio nel contesto di un nuovo ordine mondiale. Quello perseguito, ad esempio, dalla “Comunità delle Democrazie” (UNDC). Questa nasce come emanazione della “Democracy Coalition Project”, nata su iniziativa dell’”Open Society Institute” di George Soros. È un’organizzazione non governativa che svolge attività di ricerca e di promozione della democrazia e dei diritti umani a livello internazionale, in particolare attraverso le Nazioni Unite, il Consiglio dei diritti dell’uomo e altri organi multilaterali. Monitora la politica estera dei governi sui diritti umani e sulla promozione della democrazia. Dell’Advisory Board dell’organizzazione fa parte Emma Bonino.

Sta di fatto che Gruppo Bildeberg, Trilaterale e tutte le organizzazioni operanti nel mondo che hanno come obiettivo quello di determinare politiche economiche e sociali per la realizzazione di disegni di pochi – e senza il beneplacito delle quali, da qualche tempo in Italia sembra non si possano costituire governi -  vanno considerate in base a quanto affermava Papa Leone XIII nell’Enciclica Humanum Genus, dedicata in particolare all’azione della Massoneria nella società del tempo: «L’ultimo e il principale dei suoi intenti è quello di distruggere dalle fondamenta tutto l’ordine religioso e sociale nato dalle istituzioni cristiane e creare un nuovo ordine».

(di Danilo Quinto - fonte: www.lanuovabq.it)

Viviamo più a lungo ma diventiamo vecchi più rapidamente


L'Istat nel ristrutturare la composizione della popolazione italiana per fasce d'età, definisce gli over 65 "giovani anziani". E' una caratteristica tipica di questa nostra società bizantina di mettere le parole al posto delle cose credendo cosi' di mutarne la natura. Smettiamola di prenderci in giro con questa ossessione della giovinezza a tutti i costi. I Romani che erano meno ipocriti e retorici di noi fissavano l'inizio della vecchiaia a 60 anni. E cosi' è anche oggi come sa chi abbia compiuto questo fatidico compleanno. Come immutato è il periodo di fecondità della donna, che raggiunge il suo apice a 27 anni per degradare poi e concludersi poco dopo i quaranta, a meno di non ricorrere a qualche artificio tecnologico degno del laboratorio del dottor Frankenstein.

Viviamo più a lungo, è vero. Ma non nei termini cosi' clamorosi di cui ci informano, non innocentemente, gli storici e gli scienziati, secondo i quali gli uomini nel Medioevo vivevano in media 32 anni. Ora, gli uomini e le donne del Medioevo si sposavano, in genere, rispettivamente a 29 e a 24 anni (solo nella classe nobiliare i matrimoni erano molto precoci, soprattutto per motivi di intrecci dinastici). Non avrebbero avuto quindi nemmeno il tempo di crescere i primi figli, invece ne partorivano a dozzine o mezze dozzine. Come si spiega? Col fatto che parlare di 'vita media' di 32 anni è una statistica alla Trilussa, perchè quella società scontava l'alta mortalità natale e perinatale. Il confronto corretto, come sanno benissimo gli scienziati e gli storici moderni anche se lo nascondono, è con l'aspettativa di vita dell'adulto. Un uomo del Medioevo viveva, in linea di massima, 70 anni. Non a caso padre Dante fissa il «mezzo di cammin di nostra vita» a 35 anni. 

Oggi l'aspettativa di vita, in Italia, è di 78 anni per l'uomo e di 83 per la donna. Abbiamo guadagnato circa dieci anni, che comunque non è poco. Bisogna vedere pero' come li viviamo questi anni lucrati in più all'esistenza. Spesso, troppo spesso, li trasciniamo portandoci addosso malattie terrorizzanti, dolorose, umilianti, dimidianti, intubati, attaccati a macchine, tenuti in vita a forza dalla medicina tecnologica tanto per confortare le statistiche sulla longevità (io, come tutti, ho paura della morte, ma ho ancora più paura che i Frankenstein moderni «mi salvino»). Ma la questione di fondo non è nemmen questa quando si parla di vecchiaia nella modernità. Nella società preindustriale il vecchio, contadino o artigiano che fosse (il 90% della popolazione), restava fino all'ultimo il capo della famiglia, attorniato dai figli, dai nipoti, dalle donne, dai numerosi bambini (oggi, in Europa, solo il 3,5% degli anziani vive con i propri figli), in una società a tradizione prevalentemente orale era il detentore del sapere, conservava un ruolo e la sua vita un senso. Oggi (a parte alcune categorie di privilegiati:i politici, gli artisti) il sapere del vecchio è obsoleto, non conta più nulla. Scrive lo storico Carlo Maria Cipolla: «Una società industriale è caratterizzata dal continuo e rapido progresso tecnologico. In una tale società gli impianti divengono rapidamente obsoleti e gli uomini non sfuggono alla regola. L'agricoltore poteva vivere beneficiando di poche nozioni apprese nell'adolescenza. L'uomo industriale è sottoposto a un continuo sforzo di aggiornamento e tuttavia viene inesorabilmente superato. Il vecchio nella società agricola è il saggio, nella società industriale è un relitto». Altro che "giovani anziani".

(di Massimo Fini)

venerdì 26 aprile 2013

La 500 di Teodoro...


Ho fatto questo. Mi sono fatto prestare una 500. Non è però una di quelle nuove ma proprio una di quelle con le marce a doppietta e il tettuccio. Una, appunto, con la targa nera e le cifre bianche in rilievo. L’ho messa in moto e sono arrivato dalle parti di Villa Borghese. Non potendo entrare con la vettura ho cercato un albero che si sporgesse tanto da poterne prendere l’ombra e lì ho spento il motore. Tirando il freno a mano ho cercato di ribaltare il sedile. Ci sono riuscito e mi sono disteso. Con gli occhi chiusi ho svegliato nel ricordo la parola “Italia”, ma ripetuta tante volte. In quel sonno tutto forzato ho sentito l’odore della colla e, nelle dita – contratte – ho avvertito come dei tagli ricavati dalla carta: forse fogli ciclostilati, magari manifesti, perfino pagine di libri affilati come rasoi dell’Atto Puro.

Ancora con gli occhi chiusi ho sentito battere in petto l’allegria di una piazza “tricolore e festante” e poi ancora il frastuono di una vita tutta nuova dove tanta gente raccolta da ogni dove diventa d’improvviso importante: qualcuno è ministro, un altro è direttore di Rete, potenti di vario genere sono altri, quindi ci sono i villeggianti a Montecarlo, molti diventano ladri, tanti restarono onesti e tutti, tutti quelli di quel sonno fatto in macchina, dalla polvere di una sezione arrivano al Palazzo per poi essere restituiti al fine corsa di un nulla di fatto. Ho fatto questo, ieri, per salutare un amico. Fu il suo giaciglio la 500, la sua tana a Villa Borghese, e lui ci abitò lì – in una Cinquecento come questa da dove rialzo lo schienale – per fare sognare tutta quella gente. Tutti rimasti senza niente. Ed è l’alpha e l’omega di un destino politico, lui. E’ Teodoro Buontempo.

(di Pietrangelo Buttafuoco)

Buontempo, il fascista perbene che non ha mai fatto carriera


L'ultima volta che ho visto Teodoro Buontempo è stato non molti anni fa, a una cena organizzata dal direttore di un quotidiano di cui era divenuto fresco collaboratore con una rubrica dal titolo assertivo com'era nel suo stile, qualcosa tipo «Io la penso così» o «Dite la vostra che io dico la mia».

Abruzzese, Teodoro si mascherava dietro la rudezza e la testardaggine della sua regione ma, politicamente parlando, era molto meno naïf di quello che voleva far credere, e in un mondo quale quello neo e post-fascista fra gli anni Sessanta e gli anni Novanta del secolo scorso, fu in grado, quanto a tattica e strategia, di muoversi all'interno del suo partito con autorevolezza e successo.

In quella cena, di là dai capelli divenuti ormai tutti bianchi, c'era ben poco che lo differenziasse da quello che, circa quarant'anni prima, avevo conosciuto. Era stato nel corso di uno scontro universitario alla Sapienza di Roma, conclusosi con lui alla guida di un corteo di cui, a un certo punto, era divenuto l'unico membro, un megafono in una mano, una sega nell'altra. Avete letto bene, una sega. Correndo lungo via Siena con altri «camerati», Teodoro aveva adocchiato gli arnesi sparsi di un lavoro in corso da cui gli operai avevano velocemente sloggiato sentendo le urla belluine di inseguitori e di inseguiti, e aveva tirato su la prima cosa trovata per terra, per poi rigirarsi e partire al contrattacco. «Compagni/attenti/Ci stiamo incazzando», aveva urlato ritmando, e questi saggiamente avevano pensato che non fosse il caso di andare oltre.

«È l'orizzonte di vita che mi manca», mi disse quella sera. «Continuo a ragionare come se davanti a me ci fossero venti, trent'anni e invece razionalmente so che non è così. Siccome fisicamente e mentalmente mi sento bene, la cosa mi fa ancora più incazzare». Aveva mandato i figli a studiare in un college inglese, sposato quella che era stata la sua fidanzata storica, laureata in Filosofia e intellettuale tanto quanto lui manifestava per gli intellettuali puri non voglio dire disprezzo, ma fastidio misto a derisione. Fra le leggende che gli circolavano intorno, c'era quella di un congresso della gioventù missina nel quale un virgulto dell'allora Giovane Italia aveva chiuso il suo discorso citando Ugo Foscolo. «Questo Foscolo lo abbiamo espulso mesi fa», aveva tuonato lui in risposta, dal banco della presidenza. Vera è però la replica a un gruppo di evoliani, meglio evolomani, che lo assillava con l'età del kalijuga, il tempo della decadenza senza speranza. «Con il vostro Evola, in politica ci fate le pippe», era stata la replica. Non aveva tutti i torti.

Della generazione missina che poi divenne forza di governo ed ebbe ministri e sottosegretari, Teodoro non fece parte. Parlamentare per più mandati, non è però mai andato oltre il Comune, la Provincia e la Regione, e credo che questo orizzonte lo racconti meglio di qualsiasi necrologio. Visti i nomi, e le facce, di molti di quelli che ebbero cariche nazionali governative, non siamo di fronte a un'insipienza, o a una mancanza di ambizione. Più semplicemente, per uno che aveva cominciato a fare politica dormendo in macchina non avendo i soldi nemmeno per una pensione in zona Termini, c'era, credo, una sorta di rispetto per una passione militante che era stata la sua ragione di vita e che una successiva agiatezza media non aveva mai trasformato in una sinecura o nell'idea del posto fisso. Mi rendo conto che, detto oggi, può suonare retorico o patetico, ma c'è stato, ancora sino al penultimo decennio del secolo scorso, l'idea che la politica fosse un servizio e non un mestiere e che non si vivesse di politica, ma per la politica. Penso che, saggiamente, Buontempo, che da giovane era chiamato «Er Pecora» per la sua regione d'origine e certi orribili giacconi pelosi, via via che il tempo passava e gli ideali svanivano, si fosse reso conto che muoversi all'interno di realtà locali che conosceva bene fosse più soddisfacente e più in linea con la sua storia esistenziale che esplorare lidi lontani dove, inevitabilmente, sarebbe stato succubo di qualcuno e di qualcosa più forte, come potere, come pressione, come convenienze, di lui.

Politicamente, non c'era nulla che unisse Buontempo al sottoscritto, ma umanamente c'era fra noi quella simpatia che unisce chi al fondo ti rispetta e sa, che in quello che fa, c'è la buona fede e non il calcolo. Dell'avventura missina fino al lavacro di Fiuggi, Teodoro fu al livello giovanile un protagonista, anche contro l'età che a un certo punto lo mise fuori proprio per ragioni anagrafiche. Ciò non gli impedì comunque di avere un seguito e di esercitare un potere. Di quello che avvenne dopo, fu una sorta di esule riottoso e a suo modo coerente, nostalgico di una linea sociale e popolare, legato al proprio passato e non disposto, in nome del futuro, ad abiurarlo più di quello che la sua dignità gli avrebbe consentito. Era fegatoso e sincero, una persona perbene.

(di Stenio Solinas)

Epitaffio per il Pecora, con il suo ovile di ferraglia, passioni e aneddoti


Attraversava la notte romana, Teodoro Buontempo – i sampietrini restituivano il calore del sole, cena con cozze, una grappa e grandi risate. Abbracciava spazzini, salutava coatti, chiacchierava con tutti. Avvinghiava il cronista dell’Unità e spartiva storie e risate e memorie di botte – mai di risentimenti. “In Abruzzo dicono che solo due animali non si addomesticano: il lupo e il cafone. E io so’ lupo e cafone”. Raccontava sempre, Teodoro. Della monaca camerata che gli faceva il saluto romano, di quando abitava con Evelino Loi detto “Stasera mi butto” perché periodicamente saliva in cima al Colosseo e minacciava il gesto estremo, della discoteca dove si era esibito nel “fascio disco dance” – diceva. Gli anni Novanta di gloria destrorsa sorgente, l’odor di fogna alle spalle, come la Cinquecento amaranto parcheggiata a Villa Borghese dove dormiva appena arrivato a Roma: er Pecora, appunto, nel suo ovile di ferraglia e di passioni. Andò in visita alla Camera dei Lord a Londra – e al ritorno ne traeva stupori e risate e affilate considerazioni. “Mah… Uno stava con la panza per aria, uno si scaccolava, un altro metteva i piedi sul tavolo… Lo sai che te dico? Che alla fine, là dentro, l’unico vero Lord ero io!”.

Era simpatico, Teodoro, straordinariamente simpatico. Molto umano – con quell’odore di terra e di fatica e di scontri, del vero rimosso dal birignao del politicamente corretto che fa tutti uguali, e tutti noiosi. E di così tante storie. E forse di qualche rimpianto. “Ma scusa, non era meglio quando voi eravate comunisti e noi fascisti?”. Una notte la passammo a far ore piccole, dopo un fortuito incontro tra edicole e piazze, con il professor Augusto Barbera, illustre costituzionalista e deputato Pds, e Primo Greganti, il compagno G., che molto Teodoro elogiò e molto ammirò – “è stato in cella e non ha parlato, uno coi coglioni, mica come ’sti cagasotto del Polo”. E il caffè e un’altra grappa e ancora risate. “Viviamo in una società di merda, se non dai un pugno allo stomaco nessuno si accorge di niente”. E ti sorprendeva spiegandoti che non mangiava carne perché la memoria dell’animale ucciso, il suo sangue, per sempre conserva l’incancellabile attimo di terrore della morte – e il ragionare suo quello di Plutarco, che sublime e feroce contro il divorare bestie si scagliava, quasi ricalcava. “Ma tu non sei mussoliniano, sei plutarchiano!”. E allora si faceva pensoso, e poi ancora rideva: “Plutarchiano va bene, ma pure mussoliniano non è male”. E rideva pure quel giorno d’estate a Montecitorio, quando fu superato all’ingresso da una collega polista arditamente abbigliata, pantaloni pitonati e maglietta al minimo. Sulla soglia, i soldatini di guardia seguivano con sguardo sbavante il vistoso posteriore dell’eletta che transitava in mezzo a loro. Così, nell’afa di luglio, s’udì nella piazza rimbombare l’urlo d’allarme di Teodoro: “Ahò, fate largo, che mo’ lì dentro arriva la società civile!” (arrivò, purtroppo).

Era la perfetta icona del fascista da sbattere in gazzetta, in quei pazzotici anni Novanta, pur se lui, per ben figurare, e per adeguatamente sfottere Repubblica che gli chiedeva quali libri avesse mai letto, si consigliava e comunicava: “‘Sexual Personae’, di Camille Paglia” – fu allora un fiorire di pensose, filosofiche interviste al Pecora venuto da Ortona – che ne godeva, e ancor di più ne sghignazzava. Rivendicava e s’accalorava: “Rischiavamo la pelle e la libertà mentre la società degli anni Settanta scopava, ballava, si divertiva e comprava il televisore a colori…”. Riuscì a parlare in Aula per 28 ore di seguito, “mangiavo miele e acciughe, come Enrico Caruso”. Gli regalai un paio di gemelli con il fascio littorio, rinvenuti in un cassetto. “A me certo non servono”. “A me sì!”. Li scrutò con ardita tenerezza, poi passò lo sguardo dubbioso sui colleghi polisti lì a fianco: “Se me li metto, a quelli gli piglia un colpo!”. Un giorno, con giusto sdegno, una raffinata collega spagnola lo intervistava su certe fiaccolate contro i trans che aveva animato. E lui, cercando le parole nella lingua ignota, provò così a spiegarsi: “Vede, segniorìta, los frocios…”. Fu pieno di passioni, di pensieri molto politicamente scorretti, di vita dura che bruciava. Ma almeno è sempre vita vera.

(di Stefano Di Michele)

Un politico fieramente impresentabile



L'immagine più viva e surreale che ho di Teodoro Buontempo è disteso nudo sulla scrivania, con le mutande e gli anfibi, a prendere il sole che filtrava nella redazione del Secolo d'Italia in via Milano 70 a Roma.

Era l'estate dell'81. Sembrava un catafalco e i colleghi/camerati ci ridevano su, trattandolo da morto e lui incurante. Buontempo è stato la balia di mezzo Msi romano, Fini incluso. Alcuni figliocci non gli vennero su bene. Rautiano, animatore di radio Alternativa, oratore sanguigno, pitbull da combattimento in assemblea e in borgata, nobilmente ruvido e fascisticamente incline al cazzeggio, Teodoro fu sempre impresentabile e ne fece un titolo di nobiltà. Fascista di strada, homeless, emigrato abruzzese, metà lupo marsicano e metà pecora, da cui il soprannome, ricercato dai compagni, Buontempo aveva i quattro quarti dell'impresentabilità e li mostrava con fierezza. Fu molto popolare, fece battaglie dure e denunce ancora più taglienti del malaffare, che imbarazzavano anche i vertici inciuciosi del suo partito. 

Presidente de La Destra di Storace (un tandem ruspante con le cioce), Teodoro uscì pulito anche dalla recente porcata alla Regione Lazio, eppure fu assessore alla Casa. Un proverbio militante diceva: Rosso di sera Buontempo je mena. Ma a menarlo furono loro, una sera, a Campo de' Fiori. Per uno sfregio del destino o per una rivincita estrema, Buontempo è morto a cavallo del 25 aprile. Anche lui, a modo suo, ha festeggiato la Liberazione. Onore a Teodoro, per dirla come piaceva a lui. Non visse da pecora.

(di Marcello Veneziani)

lunedì 22 aprile 2013

L’esito inevitabile di una «fusione a freddo» mai riuscita


La Waterloo del Pd è il punto d’arrivo di una tormentata traversata del deserto. Percorso accidentato lungo il quale gli smarriti epigoni del Pci e i cattolici-democratici «margheritini» si sono incontrati per dar vita a un soggetto unitario il cui vizio d’origine è stata la «fusione a freddo»: il centrosinistra moribondo non è stato rivitalizzato da un’operazione abborracciata e contraddittoria. Questa esperienza, alla quale gli stessi protagonisti oggi guardano sgomenti, è stata segnata da diffidenze perfidamente coltivate e da risentimenti che hanno condizionato rapporti umani e strategie politiche. Una miscela esplosiva che più volte nel corso degli ultimi anni - a tacere dei fallimenti dell’Ulivo e dell’Unione prodiani - ha messo a repentaglio il Pd segnato da povertà ideale e culturale, molta supponenza e divorato da ambizioni inappagate di singoli e gruppi. La resa dei conti, sempre rimandata, tra le varie fazioni sedimentatesi nel partito fino a renderlo un vociante sinedrio nel quale il «tutti contro tutti» è stata l’unica regola osservata rigidamente, è avvenuta nel momento politicamente più complicato della vita della Repubblica. Si è, infatti, approfittato dell’estrema debolezza della politica, incapace di rinnovarsi e di fronteggiare crisi economica e malessere sociale, per scatenare l’inferno al proprio interno in occasione dell’elezione del capo dello Stato. A Montecitorio è come se i Democratici avessero celebrato il loro congresso piuttosto che concorrere all’individuazione di una personalità ampiamente condivisa da mandare al Quirinale.

Comunque si vorrà «leggere» l’autodistruzione del Pd, si converrà nel giudicare altamente irresponsabile l’atteggiamento di questo partito, guidato da una nomenklatura palesemente inadeguata e impresentabile, tale da costituire un serio problema per la nostra democrazia. Rifiutandosi di accettare il responso elettorale che suggeriva ben altro approccio alla crisi, Bersani, assecondato dai suoi più stretti collaboratori e da parlamentari «nuovisti» che nel vecchio Pci non avrebbero fatto neppure gli attacchini, in due mesi ha sfidato il buon senso e si messo sotto i piedi le regole più elementari della politica umiliando, oltretutto, le stesse istituzioni.

Animato dall’ostinazione di diventare premier senza avere i numeri per costituire una qualsivoglia maggioranza al Senato, ha blandito i «grillini» facendo eleggere presidenti dei due rami del Parlamento personaggi a loro graditi. Ha perso quaranta giorni prima di abbandonare l’illusione di prendere possesso di Palazzo Chigi producendo una rottura col presidente della Repubblica che è stato costretto a «inventarsi» i saggi per guadagnare tempo e arrivare all’elezione del suo successore. Su questo appuntamento «cruciale» Bersani è caduto definitivamente: ha corteggiato tutti, grillini, Pdl, Lega, Monti e ha bruciato in due giorni i padri fondatori del Pd stesso, Marini e Prodi. Adesso è nudo. La sua classe dirigente, apprese le sue dimissioni e quelle della Bindi, si è sbandata.

Dalle 19 di venerdì 19 aprile il Pd non c’è più. Sopravvive come sigla appiccicata su un contenitore vuoto. Della sua dissoluzione non porta la responsabilità soltanto Bersani, naturalmente. Anche Renzi, il furbetto del partitone, avrebbe qualcosa da spiegare. Ha lavorato per se stesso (s’era capito da subito) come un partitocrate d’antico stampo, alla faccia del rinnovamento. Cinicamente ha affondato Marini e forse Prodi dopo averlo proposto. Non creda di salvarsi dal naufragio.

La crisi del Pd, culturale e politica, è irrimediabile col personale che si ritrova. Va rifondato come soggetto di sinistra passando attraverso una salutare scissione che, peraltro, è nell’ordine delle cose. Si è capito che post-comunisti e post-democristiani, lacerati nelle rispettive file da opzioni contrastanti e da personalismi insanabili, non sono più in grado di riattaccare i cocci. Un «nuovo inizio» s’impone. Sarà Fabrizio Barca, certamente il più dotato intellettualmente e politicamente tra coloro che non portano nessuna responsabilità nella disfatta, a costruire il soggetto della sinistra, fondato su una chiara linea strategica? Tutto lo fa pensare. Certo è che un’altra traversata del deserto si profila davanti a quel che resta del Pd. Intanto il Paese non può aspettare. Si facciano, dunque, da parte rottamati e rottamatori. Una storia è finita. E resta ben poco da «narrare», se non lo sconcerto degli italiani e la figuraccia esportata in tutto il mondo.

(di Gennaro Malgieri)

mercoledì 17 aprile 2013

L'assurda democrazia del primo che passa


La cuoca di Lenin. Ma certo, come non averci pensato prima, è tutto così semplice, così naturalmente democratico, l'idea non di un Paese, ma di un gigantesco condominio dove si risparmia sulla luce, ci si muove in bicicletta, si pratica una piacevole autarchia e per guidare il governo, o per rappresentarlo al suo vertice istituzionale, è sufficiente, appunto, una collaboratrice domestica... Milena Gabanelli, ideale presidente della Repubblica per i grillini on line non se la prenda a male... È brava nel suo mestiere, si sa, ma nell'ottica della semplicità come in quella della eventuale competenza al ruolo, vale quanto il mio portiere. Se si vuole, colf e portieri a parte, il modello è una sorta di Islanda, con rispetto parlando, del Mediterraneo, non fosse che per abitanti, tutta l'Islanda sta dentro Catania e che per storia pregressa, luci e ombre, splendori e miserie, grandezze, mania di grandezza e disastri, l'Italia non è l'Islanda e, sempre con rispetto parlando, preferisco fallire come italiano che riuscire come islandese.

La fine della politica è anche questo, il rimodellamento della democrazia dal basso, senza filtri né ordinamenti, fiduciosi nelle virtù salvifiche e assembleari della Rete, minoranza che si finge maggioranza, va da sé; la fine, dico, come idea, come guida, come scopo ultimo di una comunità nazionale. È la rinuncia a selezionare e a crescere, a sperimentare la crisi e il conflitto. Non è la cura, ma un altro modo di manifestarsi della malattia in un Paese che da anni ormai naviga a vista, non sapendo più da dove è partito né a quale porto dovrebbe attraccare.

La fine della politica è però anche questo. Dopo aver avuto un sistema bloccato nel nome di un'impossibile alternanza, abbiamo messo su un finto maggioritario nel quale coalizzarsi era la condizione necessaria per vincere, ma non sufficiente per governare. Nella difficoltà a costruire un vero bipolarismo, con i due più grandi partiti che insieme non facevano la metà del corpo elettorale, ne abbiamo impiantato uno artificiale che si portava con sé i difetti, ma non i pregi, di quello proporzionale. L'insipienza e la cecità degli attori politici hanno fatto il resto.

Il risultato è la cachistocrazia attuale da un lato, ovvero il governo dei peggiori, la république des camarades, la repubblica dei compari, dall'altro, per riprendere il titolo di un celebre pamphlet di Robert de Jouvenel targato anni Trenta... Questo miscuglio di antico e moderno non deve sorprendere. La fine del Novecento si è portata con sé anche la fine della forma-partito che aveva tenuto a battesimo: militanti, gruppo dirigente e quadri intermedi fusi insieme in un sistema oligarchico onnivoro e però autosufficiente, sulla falsariga di quello industriale che economicamente gli era cresciuto a fianco e che a sua volta con il Novecento si è inabissato. Il post-fordismo non ha riguardato soltanto la fabbrica, ma al posto di de-localizzare, ridurre, tagliare e concentrare, il sistema dei partiti si è mosso, nella sua totalità, in una logica in cui il militantismo che scompariva di pari passo con il venir meno delle fedi politiche, veniva sostituito da un professionismo remunerato, gente che non viveva weberianamente per la politica, ma, più semplicemente, di politica. Tutto ciò reso possibile da un accordo di vertice, i camarades-compagni della repubblica parlamentare, responsabili di un finanziamento pubblico mascherato da rimborso elettorale che è un unicum nell'ordinamento democratico europeo: non legato cioè alle spese sostenute o ai voti ottenuti, ma al numero degli aventi diritto al voto, del corpo elettorale insomma. I Lusi, i Fiorito eccetera vengono da qui, partiti che incassano molto di più di quello che spendono e che capitalizzano ciò che non è loro. La cachistocrazia sostituisce la passione politica con l'interesse economico e il controllo delle risorse, il compagnonnage assicura la tenuta...

È da qui che bisognerebbe ripartire, da una nuova legittimità, da un nuovo mito fondante, non dalla seduzione superficiale di chi, coniugando la tecnologia all'individualismo, si illude da monade di essere massa, dà libero sfogo a invettive e recriminazioni scambiate per pensiero e si condanna a una virtualità travestita da esperienza, pietosa nei suoi effetti pratici quanto esaltante nella assoluta mancanza di freni inibitori, paradigma di quel populismo politico dove tutto è semplice, è terra terra, sanamente volgare, dal linguaggio alla soluzione dei problemi, una sorta di gara di rutto libero...

L'ossessione per il controllo e la trasparenza aggiungono a tutto ciò un retrogusto vagamente totalitario, l'idea di un esercito telematico di guardiani-guardoni della virtù pronto alla denuncia-gogna del reprobo, la sindrome del rivoluzionarismo irresponsabile e immobile degli italiani, il suo progressismo generico e intollerante, il suo esasperato atteggiamento moralistico, la retorica demo-qualunquista fatta di presa diretta con la «gente», di collegamenti con le piazze, di mitologie sul comune cittadino, di appelli, di marce, di firme, di petizioni...

Non bisogna illudersi più di tanto su un Paese reale che si contrappone a quello legale, una «società civile» opposta e contraria a quella «politica». Sono gli italiani, siamo noi italiani, il problema.

(di Stenio Solinas)

Draghi: l'euro vivrà, voi morirete


Riportiamo i passaggi più significativi dell’articolo di un giornalista e scrittore italiano molto conosciuto, Maurizio Blondet, che ha voluto riportare sul suo sito di informazione www.effedieffe.com delle frasi che il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha dichiarato in occasione della conferenza stampa della Bce del 4 Aprile scorso; frasi che nessun giornale ha colto, ma che, come leggerete, sono di fondamentale importanza alla luce del dibattito attuale sulla permanenza nell’euro.

Le dichiarazioni di Draghi
 
Un giornalista del sito Zero Hedge gli pone questa domanda:
 
Se, poniamo, la situazione in Grecia o Spagna peggiora ancora, e quei Paesi sono obbligati ad uscire dall’eurozona, esiste un piano per far sì che i mercati non collassino? Esiste una qualche rete di protezione strutturale, specialmente nell’area dei derivati? E la seconda domanda è: cosa accadrebbe della sua Emergency Liquidity Assistance che avete dato a Cipro, circa 10 miliardi di euro, se il Paese lascia l’eurozona?

Il presidente risponde
 
Lei sta ponendo domande così ipotetiche che non ho una risposta…beh, posso dare una risposta parziale. Questo tipo di domande sono formulate da gente che sottovaluta di gran lunga quel che l’euro significa per gli europei, per l’euro-area. Essi sottovalutano di molto la quantità di capitale politico che è stato investito nell’euro. È per questo che continuano a chiedere cose come: “Se l’euro si spacca? Se un Paese abbandona l’euro?”… Non è come una porta scorrevole. È una cosa molto importante. È un progetto dell’Unione Europea. Sicché spendete il fiato invano quando continuate a chiedere a gente come me “cosa accadrebbe se…”. Non esiste un piano B.
In secondo luogo, la BCE ha mostrato la sua determinazione nel combattere ogni rischio di ridenominazione (sic). E l’OMT con le sue precise norme, ed agente entro il suo mandato, esiste appunto a questo scopo. Così rispondo alla sua prima domanda. La seconda domanda era sull’ELA, ma ancora una volta è subordinata a “se Cipro lascia…”. Di nuovo, non abbiamo in mente questo… Nessun piano B.

Ma soprattutto ha dichiarato

La gente come me ha investito tutte le sue fortune, la sua autorità, carriere e prestigio nella costruzione dell’euro. Se l’euro si spacca, noi persone veramente importanti andiamo a pallino: perdiamo tutto, prestigio, carriere, autorità, soldi e potere. Perciò non ci sarà mai un’uscita dall’euro. Troppo grande è il capitale politico che ci abbiamo investito.

Dunque forse per la prima volta, Draghi ha detto la verità: e la verità è che i vertici europei, i banchieri, gli eurocrati non stanno cercando di salvare gli europei, siano essi gli italiani, i ciprioti, i greci o gli spagnoli; stanno cercando di salvare a tutti i costi se stessi e l’euro. Pesantissima infatti la frase pronunciata in seguito da Draghi, "L’euro non è una porta scorrevole; l’euro è la porta della prigione che abbiamo chiuso a tripla mandata; e tanto peggio per voi, carcerati, se morirete di disoccupazione, fame e freddo".
Lo smantellamento dell’euro sarebbe per la Bce un vero e proprio suicidio politico, quindi non avverrà.
 
Il commento di Blondet

Alla fine dell’articolo, il giornalista italiano esprime il suo rammarico per la situazione del suo popolo e dichiara,
 
Mi spiace per voi, italiani. Voi che a milioni perderete il lavoro perché avete voluto stare nell’euro «forte»; che vi suiciderete perché Equitalia vi chiede immense cifre che non avete come Imu per seconde case che non vi servono, che non potete permettervi ma che non potete vendere, perché le banche non danno i mutui; mi dispiace per voi che le avete provate tutte per tenere la testa fuori dall’acqua, e adesso non sapete più cosa fare, non avete più speranza; mi spiace per i vostri figli che sono senza lavoro, ma anche senza istruzione, conoscenze e cultura per andare all’estero a cercarlo – perché avete voluto e difeso la scuola «facile e di massa». Mi spiace per voi, soprattutto, perché anch’io oggi dipendo da voi, la mia pensione viene pagata dai giornalisti che sono al lavoro – e che vengono licenziati ormai a vagonate.

Ma poi dice che la colpa è stata proprio nostra
 
Ma da un punto di vista oggettivo e spassionato, voi meritate di finire così. Perché in maggioranza schiacciante, vi siete occupati solo di calcio. Non di economia, «perché è difficile», né di politica, «perché tanto fanno quello che vogliono». Perché non avete studiato né lingue né mestieri reali, perché tanto «il benessere» era assicurato come tutti «i diritti» che vi dicevano di avere. Perché non avete capito come cambiava il mondo. Perché non esiste un popolo più provinciale, più abbandonato agli impulsi di pancia, più imperioso nel volerli soddisfatti subito e tutti, più ottusamente aggrappato ai propri interessi più corti e di breve respiro, più litigioso e incapace di unirsi di voi; incapace di scegliersi comandanti fra i migliori; più incivile e passatista ed arretrato culturalmente, più spregiante dell’intelligenza così rara fra voi; mai visto un popolo che espelle all’estero centinaia di migliaia di suoi giovani, i migliori, perché «troppo qualificati» per noi; mai visto un popolo più beotamente prono ad adorare gli idoli sbagliati, che vi venivano proposti all’adorazione di volta in vola. Un popolo così, non merita di vivere.
Vi è piaciuto Ciampi. Avete venerato Veronesi, Saviano; avete deriso «i complottisti» che vi dicevano la verità, perché «il tg non lo dice».
Se siete di sinistra, avete fatto di tutto per stroncare Renzi («infiltrato di destra») e preferito Bersani, ed ora sperate in Barca, perché è «un compagno» (un compagno che vi terrà dentro l’euro, la prigione dei popoli). Avete avuto gran rispetto di Monti. Avete voluto credere che il nemico interno è l’Evasore Fiscale anziché il Parassita Sociale, ancorché siate nel Paese che l’amministrazione pubblica tassa come gli stati scandinavi, ma dandovi servizi come gli africani.

Infine, conclude

E avete gran rispetto e considerazione anche di Draghi. Draghi vi ucciderà farà del vostro Paese un deserto di industrie, e le industrie che muoiono non torneranno più nemmeno quando tornerete alla lira per disperazione e necessità. È terribile quel che vi accade e vi accadrà, perché anch’io sono uno di voi. Ma sul piano oggettivo, avete quello che meritate. Che avete scelto. Che avete voluto.

(fonte: www.forexinfo.it)

domenica 14 aprile 2013

«Io e l'incubo del rogo»


«Io mi sono salvato perché ero il più piccolo. Avevo 4 anni e dormivo qui, in camera da letto, con mamma e papà, insieme con la più piccola tra le mie sorelle, Antonella, che di anni ne aveva nove. I nostri genitori ci hanno trascinato di peso verso la porta e giù per le scale. Le due sorelle più grandi, Silvia di 18 anni e Lucia di 14, dormivano là, nel tinello, e si sono calate dal balcone». 

Silvia è caduta, si è rotta due vertebre e tre costole, ma si è salvata. Virgilio, il più grande — avrebbe compiuto 22 anni ad agosto — e Stefano, che ne aveva compiuti dieci a febbraio, dormivano laggiù in fondo, nella cameretta. Sono morti bruciati vivi. E non hanno mai avuto giustizia. Prima sono state vittime di una vergognosa campagna di bugie e mistificazioni orchestrata dalla sinistra. Poi sono stati strumentalizzati dalla destra per far sopravvivere una liturgia ideologica. Io mi batto perché i loro assassini paghino. E perché la loro memoria resti viva senza bisogno di essere mitizzata o usata». 

Giampaolo Mattei è un grand’uomo. E non solo perché è alto, grosso, mite. Perché è riuscito a crescere senza odio, nonostante la sua famiglia sia stata vittima di una delle vicende più turpi della storia repubblicana. Nel pavimento della sede della sua associazione, in una viuzza di periferia in riva al Tevere, ha riprodotto la pianta della casa di Primavalle, incendiata con la benzina la notte del 16 aprile 1973, quarant’anni fa, da almeno tre militanti di Potere operaio: Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo. Ma la mistificazione comincia già sui quotidiani del giorno dopo, che il superstite dei fratelli Mattei ha ritagliato ed esporrà nella mostra sugli anni di piombo a Roma, che sta contribuendo a organizzare. Ci saranno anche le foto dei suoi fratelli. Virgilio ragazzo, che sorride accanto alla sua fidanzata Rosalba. Stefano bambino, nudo sul lettone. 

«Non ci sarà la foto di Virgilio affacciato alla finestra, già sfigurato dal fuoco. Lo so che è considerata il simbolo della tragedia. Ma è una foto che per la mia famiglia non esiste: abbiamo conservato le pagine dei vari giornali, e hanno tutte un buco in mezzo. Le mie sorelle ogni volta ritagliavano la foto e la gettavano via, per impedire che nostra madre la vedesse. Quando l’immagine appariva ai telegiornali, uno di noi si alzava e si metteva tra la mamma e il video. Un giorno l’Msi romano tappezzò la città con quella foto. Mio padre chiamò un dirigente per lamentarsi: i manifesti furono tolti. È l’unica volta che l’ho sentito parlare del rogo in cui morirono i suoi figli. Se n’è andato dodici anni fa, senza aggiungere altro». 

«Guardi, questi sono i titoli dei quotidiani del giorno dopo. Lotta continua: “La provocazione fascista oltre ogni limite arriva al punto di uccidere i suoi stessi figli”. Il Manifesto: “È un delitto nazista”. L’inchiesta coinvolse Diana Perrone, figlia di uno dei proprietari del Messaggero, che fece una campagna innocentista, culminata con il titolo a tutta pagina: “Assolti! La vergognosa montatura fascista è crollata…”. Gli intellettuali di sinistra si mobilitarono. Franca Rame scrisse a Lollo: “Ho provato dolore e umiliazione nel vedere gente che mente senza rispetto nemmeno dei propri morti…”. Le vittime erano diventate carnefici. Quando Clavo e Grillo furono fermati in Svezia, Alberto Moravia lanciò un appello perché fossero accolti come esuli politici e non venissero estradati. Umberto Terracini li difese. Riccardo Lombardi scrisse: “Caro compagno Lollo, voglio incoraggiarti a resistere alla persecuzione…”». 

In Appello i tre furono condannati per omicidio preterintenzionale, ma in contumacia. Solo nel 2003, a reato prescritto, Lollo confessò tutto in un’intervista al Corriere della Sera, poi confermata a Porta a Porta, chiamando in causa altri tre militanti. «Mi risulta che ora la Procura abbia riaperto l’inchiesta. Spero ancora che si arrivi a punire i responsabili. Nessuno tocchi Caino, d’accordo. Ma ad Abele chi pensa? Lollo oggi è un uomo libero, forse sta in Brasile. Clavo e Grillo fuggirono in Nicaragua, non hanno fatto neppure un giorno di carcere. Non li odio, ma ho dentro tanta rabbia. Quante menzogne, quante prese in giro. Guardi questo libro, non firmato: “Incendio a porte chiuse”. Montarono la tesi della faida tra missini. Tirarono fuori persino presunte amanti di mio padre, per istillare il dubbio della vendetta passionale…».

«È vero che il clima all’interno del Msi era pesante: mio padre stava con Almirante, talora lo scortava, era contro Ordine nuovo e i rautiani. Ma il pericolo veniva dagli estremisti di sinistra. La sezione di cui mio padre era segretario era intitolata a Giarabub, l’oasi del deserto libico dove gli italiani avevano resistito agli inglesi. Anche papà aveva fatto la guerra, gli americani lo presero prigioniero ad Anzio e lo tennero due anni nel Fascist criminal camp di Hereford, in Texas, con Alberto Burri, Gaetano Tumiati, Giuseppe Berto. In un quartiere rosso come Primavalle, la sezione del Msi era il bersaglio. Il clima dei mesi precedenti al rogo era terribile: quasi ogni giorno una molotov, un’aggressione. Ma pareva impossibile che si arrivasse a uccidere».

«Almirante per noi era una persona di famiglia. Ai suoi comizi veniva sempre il momento in cui citava i fratelli Mattei. I militanti ci baciavano e ci abbracciavano. Io volevo saperne di più, di notte fingevo di dormire e scendevo in cantina a leggere i ritagli, quelli con il buco al posto della foto. Donna Assunta venne al mio matrimonio. Ma poco per volta siamo stati dimenticati. Fini, Gasparri, i capi della destra romana non si sono mai fatti vivi. Da quando è diventato sindaco sento Alemanno. Anche la Meloni ci ha aiutati. Veltroni ha avuto coraggio, è venuto a trovare mia madre senza telecamere, ci ha fatto incontrare i familiari dei morti di sinistra, ho abbracciato la mamma di Valerio Verbano, il padre di Walter Rossi. I militanti di estrema destra non me l’hanno perdonato. Ho ricevuto insulti, minacce. Ma io non voglio che i miei fratelli diventino pretesto per manifestazioni di revanscismo fascista e scontri con i centri sociali. I miei fratelli voglio ricordarmeli vivi. Quando nel 2008 ho scritto un libro, “La notte brucia ancora”, sulla copertina ho messo una loro foto al mare, in costume da bagno, felici. Mi piacerebbe tanto ritrovare Rosalba, la fidanzata di Virgilio, perché mi parli un po’ di lui. So che era romanista perché sulle bare misero il tricolore e il gagliardetto giallorosso, che però si sono polverizzati quando abbiamo tolto i miei fratelli dal loculo per seppellirli nella cappella che papà aveva preso al Verano. Con le famiglie delle altre vittime non è una pacificazione; io non ho litigato con nessuno. Preferisco parlare di condivisione. Mettiamo in comune la rabbia e il dolore, la difesa della verità e della memoria».

(fonte: www.corriere.it)

La grazia ipocrita allo 007 Usa colpevole di sequestro


Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha graziato d'ufficio, cioè sua sponte, senza che vi fosse una richiesta dell'interessato e nemmeno delle autorità statunitensi, Joseph Romano, nel 2003 capo della base militare Nato di Aviano, condannato il 19 settembre 2012 dalla Cassazione, e quindi in via definitiva, a 7 anni di reclusione per il rapimento, a Milano nel febbraio 2003, dell'Imam radicale Abu Omar, di null'altro colpevole che di essere tale. Con Romano sono stati condannati dalla cassazione 22 agenti Cia che parteciparono all'operazione, compreso il capo dell'Intelligence americana a Milano, Bob Lady. Condanne cui si sono aggiunte, per ora solo in Appello, quelle di altri tre agenti Cia che operavano a Roma sotto vesti diplomatiche.

In questa operazione che gli Americani chiamano di «Extraordinary rendition» (in cui 007 Usa sono autorizzati a compiere qualsiasi tipo di reato in territorio straniero, in violazione di tutte le norme del diritto internazionale, col pretesto della lotta al terrorismo) Romano ebbe un ruolo centrale. Come capo della base Nato di Aviano, che gode di extraterrritorialità, fece entrare gli autori materiali del sequestro. Da qui trasportare Abu Omar nell'allora amico Egitto di Mubarak, dove la tortura è ammessa e praticata, fu un gioco da ragazzi. E infatti nelle prigioni egiziane Abu Omar fu sottoposto a torture fisiche e umiliazioni in stile Abu Ghraib, Guantanamo e anche peggio.

Giorgio Napolitano non poteva concludere in un modo peggiore il suo settennato. Il fatto stesso che abbia sentito il bisogno di motivare il suo atto dietro cavilli giuridici, giudicati da tutti i giuristi interpellati, nella più benevola delle ipotesi, «schiocchezze», dimostra che aveva la coda di paglia. La grazia è una prerogativa esclusiva del Capo dello Stato, un retaggio del potere regale, e puo' concederla a suo insindacabile giudizio. Ma Napolitano, con tipica ipocrisia catto-comunista, ha voluto travestire con abiti giuridici, tra l'altro sconfessando in questo modo ancora una volta, alla maniera di Berlusconi, la Magistratura italiana, una decisione squisitamente politica. Lo conferma il fatto che Joseph Romano, da tempo latitante e al sicuro negli Stati Uniti, come tutti gli altri 007 condannati, non correva alcun rischio di finire in carcere. Non solo perchè gli americani, che non ammettono che i loro militari siano giudicati all'estero mentre pretendono che quelli dei loro nemici siano spediti davanti al Tribunale internazionale dell'Aja, non ce lo avrebbero mai consegnato (come è avvenuto per il pilota responsabile della tragedia del Cermis, 20 morti, come avviene per i militari Usa di base a Napoli che stuprano le ragazze partenopee, rifugiandosi poi nell'extraterritorialità), ma perchè tutti e sei i ministri della Giustizia avvicendatisi dopo la vicenda di Abu Omar (Castelli, Mastella, Scotti, Alfano, Palma, Severino) appena insediati si sono affrettati a rassicurare gli americani che rinunciavano a dar corso alla ricerca dei latitanti in campo internazionale. Ci eravamo quindi già appiattiti come sogliole ai piedi degli Usa, cui è consentito nel nostro Paese fare cio' che vogliono, commettere anche, restando impuniti, i reati più ripugnanti, come il sequestro di persona e, sia pur interposto Egitto, la tortura. Il Presidente Napolitano ha voluto fare un ulteriore atto di servaggio. Per chi a cuore, nonostante tutto, la dignità del nostro Paese, suonano mortificanti le parole pronunciate dallo svizzero Dick Marty, relatore del Consiglio d'Europa per le indagini sui 'voli segreti' della Cia: «Non è un atto di giustizia , ma di sudditanza verso gli Stati Uniti».

(di Massimo Fini)

Lo strano caso di Fini, demolitore della destra



Non riuscirono la legge Scelba, l'antifascismo militante, l'arco costituzionale, i processi, le violenze, gli scontri di piazza, la ghettizzazione, le scissioni pilotate e mille altri accidenti a far sparire la destra in Italia. Ci è riuscito il suo ex leader Fini (salvo accusare Berlusconi della sua scomparsa, lui che portò la destra al governo, ma la destra si rivelò incapace d'incidere). 

Esce ora il libro di un costituzionalista e una penna affilata, Paolo Armaroli, già parlamentare di An, dal titolo significativo: «Lo strano caso di Fini e il suo doppio» (edito da Pagliai). Armaroli fa la storia del dottor Jekyll/Hyde della destra italiana ma conviene sulla tesi che alla morte di Tatarella - il suo burattinaio - Fini fu ossessionato dall'idea di liberarsi di Berlusconi. Legittima aspirazione, ma a tre condizioni: una, di non succhiare benefici e incarichi da chi vuoi abbattere; due, di non fare del proprio partito la pallida fotocopia del suo; tre, di essere un vero leader e non solo uno speaker. In Fini non ci fu niente di questo, lo muoveva solo il rancore, più qualche ormone vagante.

Chi, come me, lo criticava da tempo e prevedeva questa parabola (Armaroli ha contato negli anni cinquanta miei pezzi su Fini) non lo faceva da berlusconiano ma da uomo di destra tradito da un suicidio con infamia. Fini non meriterebbe il necrologio politico se non avesse trascinato nella sua follìa omicida-suicida tre partiti e mezzo, un'area politica, un governo e un Paese. A volte anche microbi possono produrre catastrofi.

(di Marcello Veneziani)

sabato 13 aprile 2013

Il ricordo del rogo di Primavalle. Giampaolo Mattei: i miei fratelli non vengano usati per creare nuovi scontri


Una pagina intera del Corriere della Sera è dedicata oggi al quarantesimo anniversario del rogo di Primavalle (avvenuto il 16 aprile del 1973) in cui persero la vita Stefano (nella foto n.d.r.) e Virgilio Mattei. È una lunga, composta e commovente conversazione di Giampaolo Mattei, che all’epoca dell’eccidio aveva 4 anni, con Aldo Cazzullo. Giampaolo sta preparando una mostra sugli anni di piombo: ci saranno i ritagli dei giornali che all’epoca dei fatti parlarono con infamia di “faida interna” tra missini e ci saranno le foto dei fratelli uccisi, un Virgilio sorridente, e Stefano bambino seduto sul letto. Giampaolo parla anche di un’altra foto, quella in cui compare Virgilio affacciato alla finestra, il volto divenuto una maschera nera a causa del fuoco. Una foto storica ma che non ci sarà. “Lo so – dice Giampaolo – che è considerata il simbolo della tragedia. Ma è una foto che per la mia famiglia non esiste: abbiamo conservato le pagine dei vari giornali, e hanno tutte un buco in mezzo. Le mie sorelle ogni volta ritagliavano la foto e la gettavano via, per impedire che nostra madre la vedesse. Quando l’immagine appariva ai telegiornali, uno di noi si alzava e si metteva tra la mamma e il video”.

Poi si ricorda la mobilitazione degli intellettuali di sinistra per Achille Lollo, difeso anche da Alberto Moravia e Franca Rame, il clamoroso ribaltamento della verità in base al quale le vittime diventarono carnefici. Fu una delle campagne di mistificazione più infami del dopoguerra. “Lollo oggi è un uomo libero – dice Giampaolo – forse sta in Brasile. Clavo e Grillo fuggirono in Nicaragua, non hanno fatto neppure un giorno di carcere. Non li odio, ma ho dentro tanta rabbia. Quante menzogne, quante prese in giro. Guardi questo libro, non firmato, Incendio a porte chiuse. Montarono la tesi della faida tra missini. Tirarono fuori persino presunte amanti di mio padre, per istillare il dubbio della vendetta passionale…”.

Poi affronta il tema urticante della pacificazione, mostrando che anche un fratello può ricordare senza odio. Parla del sindaco Veltroni, che gli ha fatto incontrare i parenti delle vittime dell’altra parte. L’abbraccio con la madre di Valerio Verbano, l’incontro con il padre di Walter Rossi. “Mettiamo in comune la rabbia e il dolore…”. E si trasmette anche un esempio a chi ha ancora voglia di opposti estremismi. Nell’ambiente di destra c’è chi l’ha presa male. A Giampaolo non è stata perdonata la mano tesa verso chi ha pianto i morti di sinistra. Le sue parole, però, costituiscono la miglior risposta ai fanatici di un culto dei morti che va bel al di là del rispetto e dell’omaggio ai martiri, ma sconfina spesso e volentieri nella strumentalizzazione dei ragazzi più giovani, intruppati nel rito del “presente” come soldatini disciplinati ma inconsapevoli. Ecco le parole di Giampaolo: “Ma io non voglio che i miei fratelli diventino pretesto per manifestazioni di revanscismo fascista e scontri con i centri sociali. I miei fratelli voglio ricordarmeli vivi. Quando nel 2008 ho scritto un libro, La notte brucia ancora, sulla copertina ho messo una loro foto al mare, in costume da bagno, felici…”. Si può ricordare, si deve ricordare, anche fuori da coreografie cupe e anacronistiche.

domenica 7 aprile 2013

Il grillismo visto da Marco Tarchi


Primi scricchiolii nel corpaccione del Movimento 5 Stelle. Alcuni parlamentari si sono stufati dei continui no inflitti agli altri partiti e chiedono di potersi confrontare, per esempio con il Pd, per superare la fase di stallo. E qualcuno di loro sarebbe pronto a votare la fiducia e a traslocare nel gruppo misto. Che succede nel Movimento? Ne parliamo con il professor Marco Tarchi, politologo e studioso di populismo (tra i suoi libri, ricordiamo “L’Italia populista”, pubblicato dal Mulino), ordinario di Scienza Politica all’Università di Firenze.

Che fine ha fatto la compattezza ostentata nei primi giorni della nuova legislatura?

Io mi chiederei piuttosto che fine abbia fatto l’impegno di rispettare il programma del Movimento che i candidati alle “parlamentarie” avevano sottoscritto. Lì si diceva chiaramente che gli eletti del M5S non avrebbero dovuto accettare alcuna forma di alleanza o coalizione, limitandosi ad eventuali convergenze di voto su specifiche proposte di legge. Chi oggi se ne infischia dimostra di essersi rapidamente fatto catturare da quei modi della politica tradizionale che Grillo e i suoi seguaci da anni vanno deprecando. Ed è miope, perché legarsi in qualunque modo all’uno o all’altro dei partiti che hanno suscitato l’indignazione di gran parte dell’opinione pubblica svuoterebbe il carniere elettorale di parecchie delle prede conquistate il 24 e 25 febbraio. Essere – o quantomeno apparire – estranei al sistema e, ancor più, alla logica delle scelte di campo determinate dallo spartiacque sinistra/destra è stato il primo punto di forza dei grillini.

Il Movimento dimostra un problema di organizzazione politica della classe dirigente?

Ce l’ha, e grosso. Aver inviato in Parlamento centosessanta esponenti non socializzati da tempo a una visione strategica e una cultura politica ampia e comune è stato un azzardo, che potrebbe tramutarsi presto in errore. Almeno per adesso, con il solo dialogo concesso dai blog, non si può costruire il tessuto connettivo di una forza politica omogenea. E il rischio di diventare il punto di raccolta di frange lunatiche che su cinque temi (le “stelle”) concordano, ma su tutto il resto si dividono, è elevato. Tanto da obbligare a sottostare a una guida unica e personalizzata. Che però, malgrado le apparenze, non dispone di poteri taumaturgici.

Grillo dice a chi vuol fare accordi: “Hai sbagliato voto”. Condivide?

Sì. Anche se servirebbe di più affiancare all’elenco delle critiche verso l’esistente una progressiva serie di proposte – e di visioni, perché la razionalità non è l’unico elemento determinante del consenso in politica, anzi spesso vi svolge un ruolo secondario – che qualifichino la diversità dai concorrenti in un modo più definito. Certo, sui programmi è più facile dividersi che sulle proteste, ma se si vuole durare e gettare radici, è un passaggio obbligato.

Secondo lei lo streaming e la trasparenza assoluta sono un problema per la politica, che ha bisogno anche dei suoi momenti di trattativa non squadernati in diretta web?

Gli “arcana imperii” sono sempre stati un ingrediente fondamentale della politica e credo che lo resteranno. Tanto è vero che anche il M5S ha bisogno di riunirsi a porte chiuse per chiarirsi le idee, rannodare i rapporti interni e deliberare linee di azione su argomenti che fin qui Grillo – il vero interlocutore degli elettori – ha toccato solo marginalmente e i suoi sostenitori ancora meno. Va detto che, finora, la pretesa di trasparenza (rivolta agli altri) è stata uno strumento polemico efficace, così come l’uso delle dirette web per documentare incompetenze, goffaggini, vuote retoriche.

Vede un rischio nel concedere “tutto il potere” alla gente e nel pensare che, leninisticamente, anche una cuoca possa fare il capo di Stato?

Sì, ma non posso ignorare il fatto che sia i politici di professione che i tecnici sono i responsabili unici, più che principali, della crisi della gestione della cosa pubblica che ha provocato quella disaffezione diffusa che oggi percepiamo. E che l’argomentazione populista, di cui Grillo è un interprete di qualità, secondo cui il primo male della politica odierna è la confisca del potere che la democrazia assegna al popolo da parte di élites autoreferenziali e rapaci ha parecchi motivi di fondatezza. Personalmente, ritengo che l’uso ponderato e ben organizzato ma ampio di strumenti di espressione diretta delle prerogative decisionali dei cittadini – un po’ sul modello svizzero, per intendersi – gioverebbe molto al ristabilimento di un rapporto di fiducia fra governanti e governati. Il principio della rappresentanza ha finito con lo svuotare, usando come pretesto l’incompetenza delle masse, il principio secondo cui la legittimità del comando deriva dal popolo. Ma questa, piaccia o no, è l’essenza della democrazia.

Secondo lei è Grillo il vero avversario di Renzi? Vede punti di contatto fra i due?

Non mi sembra che di punti di contatti ce ne siano molti. Si dice che entrambi siano populisti, ma c’è una differenza fondamentale. Grillo offre un esempio di populismo molto vicino al tipo ideale di questa mentalità, di cui sa cogliere gli elementi più diffusi fra la gente, mentre quella di Renzi è una sorta di contraffazione del modello, di cui vengono ripresi solo alcuni elementi stilistici. Entrambi fanno leva sul nuovismo, ma ne propongono declinazioni molto diverse. Il portavoce e ispiratore del M5S si colloca fuori della diade sinistra/destra; il sindaco di Firenze vuole starci in mezzo. Sono certamente avversari, ma non credo che il futuro politico dell’Italia li vedrà unici protagonisti.

venerdì 5 aprile 2013

Intervista ad Alain de Benoist


Come ha scritto bene Eduardo Zarelli, la società della crescita è un’antisocietà. Allora, la decrescita è l’unica soluzione possibile per tornare a essere comunità?

«Che siano di destra o di sinistra, tutti gli uomini politici oggi non vedono altre soluzioni ai loro problemi che quella di un “ritorno alla crescita”. Il problema è che le politiche adottate di rigore e d’austerità pesano sui salari e sul potere d’acquisto, diminuiscono le entrate fiscali e favoriscono la disindustrializzazione, tutte cose che annullano completamente qualunque prospettiva di crescita. Le previsioni degli organismi internazionali sono eloquenti a questo riguardo. Sebbene l’Europa sia entrata in recessione, l’ideologia della crescita è sempre presente negli spiriti. Questa riposa su un mito, che è anche un errore di logica: non ci può essere crescita materiale infinita in uno spazio finito. Ora, la Terra è uno spazio finito, dove le riserve naturali si fanno sempre più rare. Sarebbe quindi necessario finirla con l’ossessione della crescita e della produttività in cui sono  confluite tutte le grandi correnti politiche del XX secolo. Ma per far questo bisognerebbe “decolonizzare” l’immaginario economico, arduo compito che non si può portare a termine dall’oggi al domani».

Un tempo si salvavano gli Stati e si facevano fallire le banche. Oggi accade esattamente il contrario: a vincere è l’usura.

«Proibendo alle proprie banche centrali di farsi prestare capitali ad un tasso d’interesse nullo, come accadeva di norma in passato, gli Stati si sono posti  nell’obbligo di chiedere prestiti alle banche ed ai mercati finanziari a dei tassi variabili, arbitrariamente fissati da questi ultimi. Questo si è tradotto in un innalzamento del  debito pubblico che oggi è divenuto insopportabile. Non arrivando a riassorbire i loro deficit strutturali, gli Stati non possono affrontare il problema del debito, se non indebitandosi sempre più. Di fatto, in tal modo si è creata una situazione simile a quella dell’usura.

In Francia, dove l’ammontare del debito ha ormai raggiunto circa 2000 miliardi di euro, ovvero il 90% del prodotto interno lordo (PIL), il semplice pagamento degli interessi del debito equivale a 50 miliardi di euro l’anno. Le logiche usuraie si ritrovano nella maniera in cui i mercati finanziari e le banche possono fare man bassa sugli attivi reali degli stati indebitati, impadronendosi dei loro averi a titolo d’interesse dei loro debiti, di cui la parte principale è costituita da una montagna di denaro virtuale che non potrà mai essere rimborsato. Le banche ed i mercati virtuali sono i  Shylock dell’epoca attuale».

Il rapporto incongruente tra l’economia speculativa e quella reale è anche dovuto alla virtualità del denaro che rende sempre più arduo stabilire limiti e corrispondenze?


«La decisione presa unilateralmente dagli Stati Uniti nel 1971 di sopprimere la convertibilità del dollaro in oro ha rappresentato la fine del sistema ereditato dagli accordi di Bretton Woods (1944), ed allo stesso tempo ha marcato l’inizio della globalizzazione finanziaria. Il denaro, ormai, non ha più altro referente che se stesso. È nato così un nuovo capitalismo, che si distingue dal vecchio industriale e commerciale per due tratti fondamentali: la sua completa deterritorializzazione (non è più legato ad alcun territorio particolare) e l’espansione della sfera finanziaria a discapito di quella produttiva. Basti vedere le somme che vengono quotidianamente scambiate sui mercati finanziari e in borsa, per constatare come il denaro non abbia più alcun rapporto con l’economia reale».

Il capitalismo e l’immigrazione sono le due facce della stessa medaglia: la destra liberale e affaristica e la sinistra umanitaria e globalizzata.

«Fin dalle sue origini, il capitalismo ha rivelato una profonda affinità col nomadismo internazionale. Già Adam Smith  diceva che la vera patria del commerciante è quella dove può realizzare il massimo profitto. Prendere posizione a favore del principio del “lasciar fare, lasciar passare”, cioè della libera circolazione di uomini e merci, così come ha sempre fatto il capitalismo liberale, significa mantenere le frontiere per gli inesistenti. Dal punto di vista della Forma-Capitale, la Terra non è che un immenso mercato che la logica del profitto ha la vocazione di scoprire integralmente, impegnandosi in una perpetua fuga in avanti. Il capitalismo, come aveva ben visto Marx, riguarda tutto ciò che ostacola questa fuga in avanti in quanto ostacolo da far sparire. In questa prospettiva, il ricorso all’immigrazione appare come un mezzo per mantenere bassi i salari e le conquiste sociali dei lavoratori autoctoni. È in questo senso che l’immigrazione costituisce “un’armata di riserva del capitale” bella e buona. Il paradosso è che molti avversari del capitalismo vorrebbero vedere continuare l’immigrazione, perché s’immaginano di trovare nella massa degli immigrati una sorta di “proletariato di ricambio”. E’ una delle varie incongruenze».

In Italia il potere economico ha scalzato quello politico, con il passivo plauso di quest’ultimo, ca va sans dire. A suo avviso, cosa può capitarci ancora di peggio?

«La cosa peggiore sarebbe senza dubbio che gli Italiani si ritrovassero in una situazione ancora più disperata di quella dei Greci ! È in ogni caso rivelatore che Mario Monti sia arrivato al potere attraverso una sorta di colpo di stato legalizzato. Ed è ancora più rivelatore che una delle conseguenze della crisi finanziaria attuale sia che i Paesi del Sud d’Europa si ritrovino sotto l’autorità di tecnocrati e di finanzieri formati da Goldman Sachs o Lehman Brothers, cioè dai principali responsabili della crisi, mentre le classi medie o popolari, per niente format, sono chiamate a farne le spese. Da ciò emerge chiaramente che la crisi dello Stato-Nazione è interamente legata alla presa di controllo ed alla “neutralizzazione” della politica da parte del potere economico e finanziario, sostituito dall’espertocrazia della Commissione di Bruxelles».

Ritorno al protezionismo, istituzione di un reddito di cittadinanza, eliminazione dell’euro sono alcune soluzioni che Lei propone per salvare l’Europa. Ma come scavalcare la Commissione europea, la Banca mondiale e le imprese multinazionali che sono il bacino del libero-scambismo?

«L’instaurazione di un protezionismo comunitario, la nazionalizzazione delle banche, la separazione delle banche di credito industriale e di deposito, la monetarizzazione del debito da parte delle banche centrali etc. sono delle soluzioni parziali che da sole non basteranno per uscire dal sistema. Una reale rottura consisterebbe nel finirla col principio dell’illimitato e della sovraaccumulazione, che sono alla base dell’espansione del Capitale (la logica del “sempre più”). Per il momento, nessuno sa veramente come arrivarci. È la ragione per la quale la mia impressione è che questo sistema affonderà, ma non abbattuto dai suoi avversari, quanto piuttosto sotto l’effetto delle proprie contraddizioni interne. La fuga in avanti finisce sempre a un muro. È in questo senso che ho potuto scrivere che il sistema del denaro finirà a causa del denaro stesso».

Non abbiamo né una sovranità nazionale, è vero, ma neanche europea. Le guerre di cui scandalosamente ci rendiamo complici, sono una dimostrazione della nostra inettitudine decisionale?


«Ci sono varie questioni a cui rispondere. Il dramma che concerne le sovranità popolari non è che queste spariscano, ma che non si trovino riportate ad un livello più elevato, ovvero quello europeo. Per il momento, la sovranità politica sta scomparendo in un buco nero e il potere decisionale è passato nelle mani dei tecnocrati e dei banchieri.

Le guerre avviate da un ventennio dai paesi occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti d’America, si pongono come “depoliticizzate”, all’occorrenza “umanitarie” a supporto delle operazioni di polizia internazionale. Che sia in Irak, in Afganistan o in Libia, aspettando la Siria e l’Iran, queste guerre sono delle aberrazioni dal punto di vista geopolitico. Si rivelano altrettanto criminali quando si guardano i risultati ai quali hanno condotto. Consacrano infine la scomparsa di fatto del diritto internazionale così come lo abbiamo conosciuto».

Quello che si è evince chiaramente dalla Sua opera è che il capitalismo non riguarda solo la sfera economica, ma l’intero nostro modus vivendi. Per questo non basta un cambiamento, ma occorre una rivoluzione interiore?

«In effetti sarebbe un grande errore guardare al capitalismo solamente come ad un sistema economico. Esso è anche un sistema “antropologico”, nel senso che riposa su un modello umano ben specifico, quello dell’Homo œconomicus, il produttore-consumatore che si presume mirare perennemente alla sola massimizzazione del proprio interesse materiale. Rompere con la logica della Forma-Capirale implica, da questo punto di vista, rompere non solo col produttivismo ambientale, ma anche con l’utilitarismo, lo spirito calcolatore, l’assiomatico dell’interesse, o ancora con l’idea che tutti i valori possono e devono essere ridotti al solo valore di scambio. In altre parole, si tratta di uscire da un mondo dove niente ha più valore, ma dove tutto ha un prezzo. Lei ha utilizzato l’espressione “rivoluzione interiore”. Non è esagerato»

Localizzare significa rendersi autonomi?

«Si può dire questo. L’azione locale, che sia di ordine politico (gioco della democrazia diretta, per rimediare alla mancanza di legame sociale) o economico (rilocalizzazione della produzione e del consumo) può aiutare le comunità viventi a riconquistare la loro autonomia, cioè a dotarsi dei mezzi che permettano loro, conformemente al principio di sussidiarierà (o di competenze sufficienti) di rispondere da sole ai problemi che le riguardano».

mercoledì 3 aprile 2013

Piero Buscaroli presidente di una Repubblica sociale e ghibellina


Gino Strada al Quirinale è sempre meglio di Emma Bonino. Figurarsi il paradosso, allora. Per non dire di Romano Prodi. Ancora una volta meglio il fondatore di Emergency. Pure De Rita, Amato, Celentano, Moira Orfei, suvvia: sono tutti pastorelli del presepe di mezza molatura. E dunque Gino Strada tutta la vita. Al netto della padella, si sa, è sempre meglio la brace. E siccome sulle cose impossibili nessuno ci può contraddire, ecco, un nome – per una Repubblica, sociale e degna della vena ghibellina – io ce l’avrei, ed è quello di Piero Buscaroli. Sarebbe perfetto per il Quirinale, il Busca, ha il volto d’antico romano perché è ancora più antico dei probi viri dell’Urbe. Ha un così radicato orgoglio patriottico da coltivare il sentimento più nobile, quello di odiare gli amici. Ha coniato per se stesso, ma la rubo volentieri, la definizione di “cittadino coatto della Repubblica italiana”. Una volta rispedì indietro, al capo dello stato, la pergamena su cui veniva certificata un’onorificenza non richiesta, un qualche cavalierato per riconoscergli i meriti nella sua inarrivabile competenza in tema di musica e anche lì, con la stilografica, sul retro del diploma scrisse: “Non accetto riconoscimenti da chi non riconosco”. Neppure suo cugino Massimo Cacciari riesce a tenergli testa. Sarebbe perfetto come presidente di una Repubblica ideale perché poi, ovviamente, applicherebbe alla lettera la Carta. Quella del Carnaro va da sé. Integrata coi Diciotto punti di Verona.

(di Pietrangelo Buttafuoco)

È peggio il mondo "usa e getta" o l'eco fascismo?



Nel 1977 comprai una confezione di punti metallici, trentasei anni dopo continuo a usare quei punti e la confezione è solo a metà. Mi commuove pensare che da ragazzo feci un acquisto per la vita. Peccato che si tratti di un'inezia come i punti metallici. Per il resto i miei cellulari durano un anno, i computer due o tre, le stampanti anche meno. E tutto, dagli alimenti ai vestiti, scade maledettamente sempre più in fretta. In epoca neofrancescana come la nostra, acquista grande importanza la denuncia delle cose pianificate per durare sempre meno.

È uscito in questi giorni in Italia un efficace libretto di Serge Latouche - quel Latouche che piace alla nuova eco-sinistra e alla nuova destra e piace ora ai grillini - intitolato Usa e getta che narra «le follìe dell'obsolescenza programmata» come dice il sottotitolo (edito da Bollati Boringhieri, come le altre sue opere, pagg. 114, euro 14,50). Latouche è l'autore più noto della decrescita felice e dell'abbondanza frugale, due ossimori per rendere dolce il sacrificio e gioiosa la rinuncia. L'obbiettivo è riproporre i limiti dello sviluppo e dei consumi, come si disse nel '72, ma come aveva già detto Mussolini alle soglie degli anni Trenta criticando l'utopia dei consumi illimitati. Il capostipite di questa denuncia di Latouche fu Vance Packard, l'autore de I persuasori occulti, che già nel 1960, mentre noi ci beavamo nel boom economico, in The Waste Makers denunciava la pianificazione del guasto, la vita breve delle cose programmata per tenere vivo il ciclo dei consumi. Prima di lui Thorstein Veblen aveva anticipato considerazioni analoghe nella sua La teoria della classe agiata, anche se lui parlava di adulterazione, non di obsolescenza.

Molti arnesi sono oggi programmati per sfasciarsi presto; e riparare costa più che comprare il nuovo. La filosofia del consumo si basa sulla crescita illimitata fine a se stessa, per nutrire il capitalismo. Ma anche, aggiungiamo noi, per salvaguardare i livelli di benessere raggiunti dalle masse come mai era accaduto. Bisogna saper vedere le cose interamente, da ambo i lati. Però le risorse non sono illimitate e la popolazione cresce a ritmo spaventoso. Il parametro lo indicò il presidente americano Eisenhower che già negli anni '50 per fronteggiare la recessione disse: comprate qualsiasi cosa (mitico precursore di Berlusconi). Latouche così descrive «la giostra diabolica: la pubblicità crea il desiderio di consumare, il credito ne fornisce i mezzi, l'obsolescenza programmata ne rinnova la necessità». E cita i guru di quest'industria che si autodefiniscono «mercanti di scontento» e si prefiggono di farci «sbavare». Meglio dieci ladri che un solo asceta, così Günther Anders coglieva l'essenza del consumismo e i suoi veri nemici. Alla falsificazione, nota Latouche, è d'ostacolo la tradizione che amava trasmettere anche le cose di generazione in generazione e reputava virtù il risparmio e la durata. Ma in questa prospettiva Latouche finisce con incontrare e rivalutare il fascismo, per la sua politica dell'autarchia, per il riciclaggio delle cose e i prodotti a chilometro zero; ma anche per l'uso dei filobus che utilizzavano il carbon fossile anziché la benzina.

Una lettura significativa al riguardo è la ricerca di Marino Ruzzenenti, L'autarchia verde (Jaca Book, 2011) dove quella politica degli anni Trenta è vista come laboratorio della green economy. Ma il fascismo, va detto, avviò pure un processo di forte modernizzazione e industrializzazione. Più in generale la visione di Latouche collima con quella visione della vita basata su «non sprecare il pane quotidiano» come diceva un manifesto d'epoca, l'elogio del risparmio, l'etica del sacrificio francescano che Mussolini definì «il più santo degli italiani il più italiano dei santi». Temi cari a Latouche che però poi teme nella nostra epoca il sorgere di forme di «ecofascismo».

Ma dove porta la critica catastrofista di Latouche e Dupuy, di Susan George e Paolo Cacciari, degli «obiettori di crescita» contro l'obsolescenza programmata? È sacrosanta la denuncia della fragilità prestabilita delle merci, la loro deperibilità, sia programmata che psicologica o simbolica. È vera la denuncia della scomparsa di tanti mestieri fondati sulla riparazione. Ed è comprensibile il rimpianto del tempo antico, con le sue cose durevoli come i sentimenti. Ricordo anch'io con tenerezza chi risuolava le scarpe, chi riparava e rammendava ogni cosa; da noi c'era perfino chi riaffilava le lamette usate... Ma quel che vale sul piano poetico vale sul piano economico e sociale? Qui risale l'aspetto utopico, l'idealizzazione di pratiche che avevano anche il loro rovescio e si inserivano in un modello di vita che non sarebbe più accettato. E poi come si esce da questa società? Con la catastrofe, dice Latouche che in un altro, recente libro a più mani (Dove va il mondo?, sempre di Bollati Boringhieri) vede come una fortuna: esplode la bolla finanziaria, crolla il sistema finanziario, finisce l'euro. Ma poi la catastrofe si abbatterà sulla vita reale dei popoli, e saranno dolori per tutti, a partire dai più poveri e più deboli.

In secondo luogo la difesa dell'eco-sistema, tra green economy, riciclaggio e limitazione dei consumi, ha efficacia se è una politica mondiale. Se Paesi enormi in crescita come la Cina o l'India si sottraggono a questi limiti, sono imprese destinate alla sconfitta planetaria. Qui emerge il non detto o il detto in modo contraddittorio: per fronteggiare adeguatamente la corsa folle dei consumi e la devastazione del pianeta, occorrerebbe un governo mondiale unico e autoritario. E Latouche da un verso teme il dominio di un Amministratore unico mondiale, un Grande Fratello «decisamente poco fraterno», ma dall'altro riconosce che le misure efficaci in tema ecologico richiedono Stati forti, ampie statalizzazioni, uso in comune di beni durevoli, economie collettive e scelte coercitive. E questo inquieta. Non so se il giogo valga la candela... Ma questo ci riporterebbe nei paraggi del fascismo, ecofascismo o socialfascismo, che alla fine resterebbe l'unico modello coerente con le richieste di Latouche per uscire da questo modello di società; uno Stato forte che decide, interviene, limita e tutela. Altrimenti non restano che risposte puramente locali a problemi che restano però mondiali; e poi class action, appelli e proteste circoscritte.

O l'arcadia, il rimpianto poetico del passato. O la speranza mistica che alla fine solo un dio ci potrà salvare. A questo punto, meglio affrontare le cose con attivo realismo, fuori da utopie e tirannie ma anche fuori da inerzie e complici cecità.

(di Marcello Veneziani)