sabato 31 luglio 2010

La Destra e il '68

I fascisti e il ’68, come dire, il diavolo e l’acqua santa, il rosso e il nero: forse nella storia politica italiana nessun abbinamento è più ‘eretico’ di questo. Eppure basterebbe approfondire un minimo la storia di quell’anno inquieto per scoprire che anche la destra, i neofascisti, furono protagonisti attivi di quegli avvenimenti. Una destra di lotta contrapposta a una destra di ordine e di governo, quasi un ‘conto’ da regolare in casa tra padri e figli riscaldati dalla stessa fiamma. Di questa dicotomia parla un libro appena edito di Alessandro Gasperetti, La Destra e il ’68. La partecipazione degli studenti di destra alla contestazione universitaria. La reazione conservatrice e missina (Settimo Sigillo, pp. 239, euro 20, www.libreriaeuropa.it).

Nel contributo l’autore – classe 1974, laureato in Storia contemporanea – ricostruisce storie di un Sessantotto di destra non solo dando voce ai protagonisti dei fatti, ma facendo parlare il ‘Secolo d’Italia’, il settimanale ‘Il Borghese’ o ‘Il tempo’. In appendice la posizione di Evola, il Marcuse della Destra e il famoso scritto di Adriano Romualdi ‘Contestazione controluce’.

Come nota Nicola Rao nella prefazione, ‘’da queste pagine emerge in tutta evidenza la separatezza tra l’establishment conservatore che guidava il Msi dell’epoca (il segretario era Arturo Michelini) e una nuova generazione di ventenni, nati dopo la guerra, che del fascismo non aveva vissuto nulla se non quello che era stato loro raccontato dai genitori e dagli zii. Ma che aveva scelto di militare a destra in un modo nuovo rispetto ai propri predecessori’’. Di fatto movimenti come ‘Lotta di popolo’ o ‘Avanguardia nazionale’ prenderanno le mosse proprio dalla delusione maturata il 16 marzo 1968 con i celebri fatti di valle Giulia e il tentativo di riportare il tricolore all’università La Sapienza.

Consumata ormai la frattura con la dirigenza del Msi, molti giovani trovarono nel periodico ‘L’Orologio’ quello spazio negatogli dai vertici, in sintonia con quei gruppi universitari di destra che in ‘Primula Goliardica’ prima e nella ‘Nuova Caravella’ poi, diedero una ‘spallata’ all’ambiente conservatore cercando di far ascoltare non più solo ai partiti ma alla società intera il grido di disagio che animava la contestazione studentesca. Il rifiuto di ricoprire il ruolo di ‘guardie bianche’ del sistema. La risposta degli ambienti missini fu l’intervento, anche fisico, per porre fine a una situazione di rivolta che giudicarono manovrata dal Pci. Lo scontro tra ‘alternativa e doppiopetto’, per dirla con Gianni Rossi, era appena iniziato. Valle Giulia fu lo spartiacque. Gli studenti tentavano di creare schieramenti nuoci che passavano attraverso le vecchie associazioni e le spaccavano. Generando, in questo modo, nei due partiti che piu’ avevano influenzato negativamente la politica universitaria, due atteggiamenti indecorosi, ‘’quello del PCI –scrisse Giano Accame- che ogni giorno si asciuga la faccia dagli sputi dei ragazzi per correre dietro ai ragazzi stessi, e quello del MSI che ogni giorno si asciuga la faccia dagli sputi del governo, per corrergli dietro offrendogli i propri servizi’’.

Scrive perciò Gasparetti: ‘’Coniugando l’aspetto nazionale, di cui gli universitari fascisti erano i maggiori sostenitori, e quello sociale, portato avanti con maggior vigore dalla sinistra rivoluzionaria, si sarebbe potuto creare un movimento generazionale su posizioni nazionali e sociali che, travalicando i partiti, si sarebbe potuto collocare contro il sistema nel suo insieme’’. Fu questo ‘’sogno sognato male’’, come lo ha definito Stefano Delle Chiaie, a creare occupazioni parallele e la fine del dialogo tra giovani che indossavano diverse camicie ma avevano lo stesso desiderio di celebrare la propria avversione per una società e una politica che non era grande quanto la loro attesa. La rivolta di una generazione, taglia corto questo saggio, ‘’che rifiutava l’avvilimento del sistema, dal MSI al PCI, rivendicando la sua dignità’’.

(di Gerardo Picardo)

La Destra dei rancori


Osservare il processo di decomposizione e ricomposizione della destra italiana è un esercizio anzitutto di antropologia politica. Quella, per la precisione, che comincia con l’etologia di Konrad Lorenz e finisce con la nuova epica di Wu Ming 4.

La sensazione generale è quella dell’sms inviato con foga da un parlamentare finiano all’uscita dell’Hotel Minerva: «O tutti eroi o tutti accoppati», restando indefinito il punto esatto della linea del Piave. Ci sarà l’estate, con le Camere chiuse e la politica aperta su strade nuove, o su possibili vicoli ciechi. Per questo, tra pacche sulle spalle e sguardi sconfortati, telefonate dell’ultimo minuto e discussioni rabbiose tra chi un tempo era un militante e ora è parlamentare delle due parti in litigio, l'aria cupa e tenera, avanguardista e scoglionata che si fa voce nei sodalizi messi a dura prova, nei negoziati intavolati con fretta e rabbia, nelle battute velenose di chi è incapace a fare il nemico, coinvolge anche chi semplicemente tenta di decifrarne gli ingredienti. Simbolo di questa deflagrazione, più di altri, è Giorgia Meloni, la ministra che Fini aveva pescato dal serbatoio delle forze giovanili e ora assiste all'ultimo spettacolo che avrebbe voluto vedere in vita sua, e se l'avvicinavi, già giorni fa, ti confessava che «me sento uno straccio», attorno agli stracci che volano nelle biografie di una comunità politica in liquidazione. Manifesto intimistico involontario dello stato d'animo generale è l'ammissione del piemontese Agostino Ghiglia: «Fini è stato il mio leader, ma Gasparri è il mio testimone di nozze...», il contrario del movimento di ricomposizione che unisce storie politiche distantissime, come quelle di Italo Bocchino e Fabio Granata, dal versante finiano, o Paola Frassinetti e Achille Totaro, dal versante berlusconiano.

La famosa foto in tenuta da pallone dei “ragazzi di via Milano”, la squadra del Secolo d'Italia appesa in tanti uffici come simbolo di affermazione di un'intera generazione, usata e abusata dall'uso giornalistico, rischia di finire presto negli annali della memorialistica politica. Non serve andare a bussare le poche porte aperte di ciò che poco tempo fa, poco tempo che sembra un'epoca lontana di cortei e bandiere, erano le sezioni: basta accendere il pc e collegarsi sui blog o sui social network, luoghi dove le passioni vengono esplicitate senza troppi pudori, per ritrovare il peggiore corredo linguistico, gli apostrofi contro i «traditori» e i «venduti», i «dissidenti» e «gli assetati di potere», i «radical chic» e i «populisti», gli «irriconoscenti» verso Berlusconi che li ha sdoganati o verso Fini che gli ha procurato un posto al sole, come se tutto potesse essere degradato alla bassa retorica del derby o del palio, della stracittadina tra le due metà di un forte costrette a ergere in tutta fretta una palizzata in mezzo al cortile. Lealtà e fedeltà, ingratitudine e irriconoscenza, da parole, diventano dardi infuocati da scagliare nel campo avverso. E così può moltiplicarsi all'infinito la scena di surreale di Maurizio Gasparri che attacca in tv Giuliano Compagno, il curatore del libro «In alto a destra», che ribatte a bassa voce: «Sono solo uno scrittore...», o quella del deputato campano che si ferma all'edicola, leggiucchiando i giornali, e gli s'avvicina un vecchio amico di sezione esclamando «nonostante te, abbiamo cacciato Fini».

Come se l'avesse vergato lui, il documento dell'Ufficio di presidenza del PdL. I giovani sono i più arrabbiati, gli intransigenti fanno trasfusione di bile con chi vive con maggiore contrasto il dolore di una possibilità che sfuma: le divisioni plastiche di un tempo, finiani contro rautiani, mondi paralleli che nell'Msi disegnavano universi di valore alternativi, lasciano il posto alla lotta più terrena tra «dissidenti» e «lealisti», Fabrizio Tatarella contro Giovanni Donzelli, Giammario Mariniello di qua e Vittorio Pesato di là, tutti convinti che Ragione e Torto abbiano scelto in quale parte militare. E l'eco del conflitto romano, come i cerchi concentrici di un terremoto, si propagherà velocemente in periferia. L'atmosfera che, come una nuvola bassa e satura d'umido saettante, si fa nebbiosamente strada in quello che per l'ultima volta e l'ultimo capitombolo della sua storia è stata la classe dirigente della destra italiana unitariamente intesa, nel caso del nutrito manipolo finiano rincorre metafore paracadutistiche: è l'euforia epica e incosciente che, nel bungee jumping, precede il punto di impatto, la massima tensione della corda elastica, il momento in cui il cuore si dilata perché, nel tuo foro di passione, hai paura che possa spezzarsi. Le corde solitamente sono attaccate ai ponti ma anche i ponti, in questa situazione di caos dove tutti cercano la nietzschiana stella danzante, sono saltati per aria perché, come esclama polemicamente il sottosegretario finiano Antonio Buonfiglio, «quelli che dovevano fare i pontieri alla fine hanno portato la dinamite».

Eppure i tentativi ci sono stati. Si è speso a modo suo Gianni Alemanno, uno dei più consapevoli dell'effetto micidiale di una divaricazione che, tranne il caso improbabile di elezioni a tiro di schioppo, porta con sé, prima della forza dei numeri, una catastrofe antropologica. Si sono spesi Andrea Augello e Silvano Moffa, rautiani antichi e ora momentaneamente accasati in fronti paralleli. S'è speso persino un manipolo di profondi esegeti della prima Repubblica, memori del principio che quando si provoca una crisi bisogna saper immaginare e preparare subito la via di uscita. E così prima Giuliano Ferrara e poi, alla fine, persino Paolo Cirino Pomicino è intervenuto di suo per mettere in guardia il Cavaliere dalla tentazione di schiacciare il PdL col gomito della monarchia assoluta: la tesi di Geronimo è che Berlusconi avrebbe dovuto rinsaldare l'alleanza con Fini perché «il vero avversario è Giulio Tremonti». Ritorna la metafora dei ponti saltati, il fiume Kwai di una storia prima umana che politica, e risuona un'altra frase di Nietzsche, mille volte ripetuta nei documenti politici di svolta della destra italiana: «Abbiamo lasciato la terra e ci siamo imbarcati sulla nave! Abbiamo tagliato i ponti alle nostre spalle – e non è tutto: abbiamo tagliato la terra dietro di noi». Il problema, da oggi, sta tutto davanti.

(di Angelo Mellone)

venerdì 30 luglio 2010

È finito?


Gianfranco Fini è davanti a un bivio. L’ennesimo della sua carriera politica. Ha alzato il livello dello scontro con Silvio Berlusconi a livelli finora sconosciuti e, ora, è costretto ad affrontare le conseguenze. Cosa succederà? Il «delfino» di Giorgio Almirante che ha trasformato il Movimento Sociale in Alleanza Nazionale, che ha contribuito a costruire, assieme a Berlusconi un nuovo centrodestra e un nuovo grande partito del centrodestra italiano, è giunto alla fine della sua parabola politica? Oppure si prepara a lanciare una nuova stagione? Qualcuno lo immagina come ipotetico leader di un centrosinistra diverso da quello attuale. Altri lo immaginano nei panni del Sarkozy italiano che costruisce una Destra più moderna. Abbiamo chiesto a otto giornalisti, opinionisti, osservatori delle vicende politiche italiane di dire la loro. E di rispondere alla domanda che un po’ tutti si pongono: Fini è Finito?

Il giornalista e scrittore Gino Agnese si schiera nettamente dalla parte di Fini: «Non ho dubbi che sia il leader dell’avvenire italiano. Un partito come quello di Berlusconi è un partito personale che nell’Europa Occidentale non esiste. Fini ha senza dubbio un futuro politico. È in testa in tutti i sondaggi di popolarità e questa considerazione che gli italiani di destra, sinistra e centro hanno di lui, non è una cosa senza importanza. La linea politica di Fini è innovatrice e suscita discussioni, opposizioni, consensi. L’ex leader di An prova a mettere a tema le novità del nostro tempo e in questo senso, benché abbia 58 anni, è un leader del prossimo futuro. Il nostro tempo ha messo in soffitta le categoria di destra, sinistra e centro e ci sprona all’innovazione, all’immaginazione. Ci sono delle sfide inedite alle quali non ci sono risposte che si possono dire di sinistra, destra, centro. Fini si è occupato di questo e quindi io ritengo che abbia una grande strada davanti a sé».

Donna Assunta Almirante ammette che lei Fini «non l’ha mai trattato malissimo. È la prima volta che lo faccio, in passato ho sempre cercato di attutire gli scontri perché la responsabilità della sua elezione è anche mia. Ero convintissima che un giovane dovesse succedere a mio marito. Ma adesso, l’unica cosa che dovrebbe fare è andarsene a casa. Fini ha tradito la volontà dei missini che non volevano che venisse cambiato il simbolo da Msi ad An. Io ero d’accordo sul fatto che dessero i voti a Berlusconi ma sapevo che sarebbe successo questo casino. Gli avevo suggerito: fate l’accordo esterno come la Lega, ma tenetevi la vostra casa. Non sarebbe successo niente. Adesso a mio avviso dovrebbe andarsene a passeggio. E pregherei il presidente Berlusconi di non ricominciare il discorso dell’alleanza. Avendo tante legislature e avendo possibilità di poter stare bene economicamente, Fini potrebbe andare a passeggio. Perché gli italiani non gli credono più. Il popolo italiano non lo segue più. L’unica persona che ancora penso possa essere credibile è Ignazio La Russa».

Per il conduttore di Stampa e regime su Radio Radicale Massimo Bordin: «Sarebbe un errore da parte sua se cedesse ad ipotesi diverse dal restare ancorato alla maggioranza. Anche se Berlusconi fosse finito, e a maggior ragione se fosse finito, a lui conviene rimanere attaccato all’elettorato di centrodestra. Non ha grandi chance dall’altra parte. È evidente che il suo elettorato, se c’è, è quello di centrodestra. In fondo lo stanno già tacciando di tradimento. Restando ancorato alla maggioranza potrebbe smentire questa accusa. Loro lo tacciano di collusione con il nemico, nel momento in cui non va dal nemico, gli ha levato un argomento. A me sembrerebbe un errore se dovesse percorrere la strada di ipotetici terzi poli. Fini ha ancora delle carte da giocare anche perché Berlusconi può utilizzarlo come capro espiatorio ma i problemi non dipendono solo dal presidente della Camera».

Lo scrittore e giornalista Pietrangelo Buttafuoco non ha dubbi: «Gli resta solo una possibilità che è quella di radunare attorno a sé gli uomini che lo hanno seguito e non abbandonarli. E poi deve sicuramente evitare di fare un "Predellino2". Quando Berlusconi lanciò l’idea del partito unico lui, prima disse "siamo alle comiche finali", poi andò con il premier. Quello che Fini deve fare è spiegato in ciò che non deve fare. Adesso è costretto a rompere, non può farsi umiliare e non può abbandonare gli uomini che l’hanno seguito fino adesso. È costretto ad avere un destino in solitudine. A ricominciare da zero. È un po’ come quelli che hanno avuto una grande stagione e ricominciano da zero. Ripeto non deve fare un bis del Predellino, e non deve abbandonare quelli che lo hanno difeso in questo momento così delicato. Eliminare adesso le cosiddette tifoserie sarebbe sgradevole. In ogni caso Fini non farà la fine di Follini perché pezzi importanti del potere, anche fuori dai confini italiani, lo sostengono».

Il massmediologo Klaus Davi contesta l’idea stessa della rottura: «Dobbiamo creare un impasse e uscire sui giornali di tutto il mondo per Verdini o Caliendo? Io non sono favorevole ad una crisi di governo sia che la faccia Fini, sia che la faccia Berlusconi. Anche perché non credo che gli italiani capiranno. Di certo, in questa situazione, Berlusconi è maestro. In fondo chi vince in comunicazione? Chi riesce a definire il proprio avversario. Noi abbiamo un’immagine della sinistra più dettata da Berlusconi che dalla sinistra stessa. Il premier è molto forte nel fare un marketing negativo, quindi tendenzialmente vincerà la sfida con Fini. Tra l’altro ho la sensazione che, se alla fine si andrà alle urne, il popolo del Pdl sceglierà in massa Berlusconi. Ci sarà un voto di appartenenza e difesa del Pdl molto forte. Per Fini, comunque, vedo un futuro importante perché è stato un uomo di grandissimo coraggio. Ma sul piano della comunicazione, se ci sarà una campagna elettorale, sarà difficile spiegare che si è mandato a casa un governo, in un momento come questo, per Caliendo, Verdini e la P3».

Per Emanuele Macaluso: «Fini ha accettato una collocazione politica dentro la Destra. Se esce dalla Destra le cose cambiano. E sarebbe veramente la fine di Fini. Il presidente della Camera può avere un avvenire se resta in questo ambito e costruisce una Destra diversa da quella di Berlusconi. Una Destra europea e europeista, democratica, non personalistica. Un Destra che richiami alcuni canoni che erano nella Destra nazionale e alcune ispirazioni dell’Europa. Se fa questo io credo che una battaglia politica può farla. Perché credo che molta gente di destra oggi sia un po’ stanca del partito personale di Berlusconi. C’è una parte della Destra, che non è solo quella che proviene da An, che è stanca di ciò che è hanno visto in questi 16 anni. Questa è la carta che può giocare Fini. Il danno, semmai, glielo fanno Di Pietro e alcuni esponenti del Pd che propongono coalizioni».

Lo scrittore e giornalista Giampaolo Pansa, prende a prestito il titolo di un libro di Antonio Pennacchi e lancia il «fasciocomunismo. Fini ha chiuso con il Pdl. Lui lo sa meglio di tutti. Se si segue un percorso razionale è inevitabile che lui esca e faccia il suo gruppo parlamentare. Dopodiché si vede cosa succede. La sua vicenda futura non ha più nulla a che vedere con Berlusconi. Può avere altri sbocchi? Io ne ho ipotizzato uno parlando del fasciocomunismo. Cioè di Fini che, in qualche modo, va a colmare il vuoto di leader che il centrosinistra ha in questo momento. Si può formare una coalizione diversa. Le alternative sono due: può diventare una specie di meteorite nello spazio che gira da solo (ma Fini è un buon tattico ed è molto giovane rispetto all’età media dei politici italiani, quindi non credo che voglia finire così) oppure dovrà accasarsi da qualche altra parte. L’unica altra parte sarebbe stare al centro di un centrosinistra che non sarebbe più tale ma diventerebbe una sorta di coalizione per la legalità e la giustizia. Poi se il Cavaliere perde le elezioni e le vince la coalizione guidata da Fini o vicina a Fini, la musica cambia».

Per il politologo Gianfranco Pasquino, «rispetto a coloro che si sono opposti in precedenza a Berlusconi, Fini ha il vantaggio di essere un politico. Cioè un uomo che ha una storia politica, una carriere politica e ha una biografia che segnala che è un uomo capace di lottare anche quando ha perso un po’ di potere (come è successo nel Msi). Quindi non è uno che sparisce se perde. Inoltre ha un secondo vantaggio rispetto a coloro che, perdendo, sono scomparsi: ha 15 anni meno di Berlusconi. Io non sono dell’idea di quelli che dicono che il berlusconismo è finito, però il premier ha un problema generazionale e Fini, quindi, ha automaticamente un vantaggio generazionale. Ma oltre a questi due eventi importanti, io ne trovo un terzo che segnala che è difficile che Fini esca dallo scenario politico. Il Paese ha bisogno di un partito di Destra "non cesaristico"? Certamente sì. Se quella è la prospettiva di Fini, può continuare a viaggiare. In più il presidente della Camera ha il vantaggio di avere una qualche concezione istituzionale e il Paese ha bisogno di una riforma istituzionale. Fini è quello che ha idee sufficientemente formulate. Anche su questo terreno ha molto spazio».

(di Nicola Imberti)

L'imprenditore e il politico: gli alleati che non si sono mai amati


Berlusconi e Fini non si sono mai amati. Mai. Diversi, diversissimi per stile di vita. L’uno longilineo, l’altro non propriamente slanciato, fisicamente agli antipodi. L’imprenditore di successo contro il «politico di professione». La televisione contro la sezione. Nel Partito Fini ha compiuto la sua educazione sentimentale. Per Berlusconi i partiti hanno emanato sempre i miasmi del «teatrino della politica». La necessità, il calcolo e le bizzarrie della storia li hanno messi insieme. E il divorzio si compie in un paradossale rovesciamento di ruoli. Berlusconi diventa il sacerdote della supremazia del Partito, il custode della sua Disciplina che espelle, radia, scomunica, butta fuori dal recinto sacro. Fini il dissidente, l'uomo dell'apparato che si ribella all'apparato e prende su di sé l'anatema: fuori linea, indisciplinato. Sabotatore.

Non si sono mai amati. Hanno spesso litigato. Ma hanno convissuto onorando uno schema che appagava le reciproche convenienze. Lo schema era, per Berlusconi, l'inamovibilità gerarchica: lui era il numero uno, l'altro il numero due. Per Fini lo schema coincideva, cinicamente, con il destino anagrafico: giocare al numero due, confidando sull'ineluttabilità della successione. Quando lo schema si è rotto, l'antagonismo caratteriale dei due è esploso. La convivenza si è fatta tempestosa. Si è gonfiata a dismisura l'insopportazione reciproca. Che ha conosciuto numerose tappe, scene madri, frizioni, scontri, espressioni contrariate del volto. Ora che la rottura è consumata, quella sequenza di tensioni acquista un nuovo significato. Tutto diventa indizio di una frattura irreparabile. Come nei matrimoni. Ma questo non è mai stato un matrimonio d'amore. Berlusconi pensa di essere lui lo «sdoganatore» di Fini: per questo lo considera un ingrato. Pensa che con quel suo fatidico «se fossi romano voterei Fini» pronunciato nel novembre del 1993 alla vigilia del ballottaggio per il sindaco di Roma, lui abbia fatto uscire l'allora segretario del Msi dal ghetto infrequentabile del neofascismo per portarlo in una dimensione inimmaginabile fino ad allora. Gli eredi del fascismo, gli «esuli in Patria» scaraventati grazie al suo tocco magico nell'area di governo: ecco il suo capolavoro. Fini non l'ha mai pensata così. Ha sempre sostenuto che lo «sdoganamento» è stato promosso dagli elettori di Roma e di Napoli che avevano mandato al ballottaggio lui stesso e Alessandra Mussolini. Che a quel tempo il suo partito si chiamava ancora Movimento Sociale e non ancora Alleanza Nazionale. Che la fine dell'«arco costituzionale» della Seconda Repubblica era stata decretata nelle aule giudiziarie, non in uno studio Fininvest. Per dire: non sono stati d'accordo nemmeno sul significato delle origini, sul mito fondativo. Non proprio la base migliore per un matrimonio duraturo. Che però è durato. E neanche poco: più di sedici anni. Con burrasche e scenate, ma è durato.

È durato anche quando alla fine del 1995, dopo il ribaltone che estromise Berlusconi da Palazzo Chigi e il governo Dini che il Cavaliere visse come un tradimento, Fini decise di indossare i panni di quello che si sarebbe definito il «signor No» e di ostacolare il governissimo di Antonio Maccanico: le elezioni sarebbero state rimandate sine die, la candidatura di Prodi si sarebbe indebolita, chissà come sarebbero andate le cose dal '96 in poi. Berlusconi non gliel'ha mai perdonata. Poi il signor No sarebbe diventato proprio lui, Berlusconi. Decise di far saltare la Bicamerale proprio quando Fini si dimostrava favorevole al patto (detto anche «inciucio») con D'Alema. Ma i ruoli non si sarebbero più scambiati. Si imponeva lo schema, quello del numero uno e del numero due. Ma con dispetti, ritorsioni, screzi, gesti sgarbati. Quando nel 1999 Fini organizza a Verona la conferenza organizzativa di Alleanza Nazionale, propone un'operazione di restyling con una coccinella che sparirà dal simbolo con la stessa velocità con cui era entrata, cerca di rimarcare la sua autonomia politica e culturale dal potente alleato, Berlusconi il numero uno dello schieramento politico, nonché capo dell'impero editoriale della Mondadori, arriva con camion pieni di copie del «Libro nero del comunismo» che vengono distribuite ai delegati aennini. Fini non se ne rallegrò. Anzi, si infuriò. Proprio lui che si era fatto le ossa nel Movimento Sociale, proprio lui che aveva fatto dell'anticomunismo di piazza una bandiera e una scelta esistenziale, doveva sorbirsi adesso lezioni di anticomunismo? Anche Fini non gliel'ha mai perdonata.

E poi l'elefantino di Fini con Mariotto Segni alle Europee del '99. Una digressione, una scappatella, un'avventura (finita male). Ma il matrimonio, anche stavolta, non esplose. Finché non si arriva al quinquennio della legislatura berlusconiana tra il 2001 e il 2006. Fini accetta la vicepresidenza del Consiglio (numero due), il ministero degli Esteri nelle turbolenze internazionali post-11 settembre (sempre numero due). Ma il suo umore nei confronti del numero uno è stampato sul volto di disappunto, stupefazione, disperazione che Fini non fa finta di nascondere quando Berlusconi si produce, nell'aula del Parlamento europeo, nella clamorosa gaffe sul «Kapò». Fini il numero due, seduto, tira addirittura la giacca al numero uno, in piedi. Ma in quella scena si manifesta la lacerazione umana di un matrimonio di convenienza in cui i risentimenti reciproci, le insofferenze, la suscettibilità di entrambi acquistano una preponderanza sempre più evidente, sempre meno governabile. Il partito del «predellino», Berlusconi lo fa principalmente contro l'altro, il numero due, lo «sdoganato», Fini, ribattezzato addirittura il «parruccone». Lui, il parruccone sempre più detestato da Berlusconi, bolla la scena del predellino così: «Siamo alle comiche». Ma poi quel partito si farà. Fini lo subirà. Berlusconi lo imporrà. Incapace di concepire anche il sia pur minimo dissenso, il Capo sottolinea tutti i passaggi critici del discorso di Fini alla convention di fondazione del Popolo della Libertà con plateali cenni di assenso, seduto in prima fila, accanto a Elisabetta Tulliani nientemeno: come a dire che la grande famiglia non si sarebbe sciolta mai. E invece ieri sera si è sciolta, liquefatta. Il dissenso è ufficialmente bandito. Il monolitismo del Pdl è salvo. Il Partito mistico e sacro amputa l'infezione eretica e si sottomette alla volontà unica e insindacabile del Capo carismatico. Finisce una storia, un matrimonio. Una rivoluzione che doveva essere liberale e si consuma mimando le liturgie epuratrici dei partiti comunisti. Nasce l'epoca dei probiviri buttafuori. Nel «Libro nero» si chiamavano Commissioni Centrali di Controllo. Ma quello era il «teatrino della politica».

(di Pierluigi Battista)

giovedì 29 luglio 2010

La destra immorale


Non ci siamo ancora; e poi tra poco scatta la pausa estiva e tutti riprenderanno fiato e ci penseranno su. È proprio il caso di accelerare lo “strappo” tra Pdl e finiani, obbligando magari i “pontieri” tipo Andrea Augello a prendere una posizione troppo netta che sarebbe prematura, specie ora che Casini e Rutelli – contro quella che avrebbe potuto essere anche un’ipotesi di decenza politica – hanno quasi avvertito il premier che in caso di defezione di una parte della ex An si faranno avanti loro a tamponare le falle e ad assicurare (a un certo prezzo) la salvezza della maggioranza? Però non possiamo nemmeno dissimularci la gravità anzitutto morale degli ultimi avvenimenti.

Altro che «provocazione», altro che «errore da cui prender le distanze». Può anche darsi che Fabio Granata esca con le ossa rotte dallo scontro che ha provocato; e va da sé che qualche politico da lui non lontano, ma più prudente – Augello, appunto, per esempio – lo rimproveri per aver bruciato qualche tappa intermedia. Ma insomma, chiediamoci: è davvero scritto da qualche parte che la politica sia solo tattica, abilità nell’attendere, spregiudicatezza nel mandar giù tutti i rospi in attesa del momento favorevole? E se una volta tanto fosse invece il caso di far parlare la morale e i principii? Prendete un bravo ragazzo siciliano, uno al quale la cattiva fama della sua terra dà sul serio fastidio e che venera la memoria di Paolo Borsellino; un ragazzo entrato a suo tempo nel Msi non per vane nostalgie neofasciste ma perché guidato da un forte senso dello stato e da una sincera tensione verso la giustizia sociale (ce n’erano, di ragazzi così); uno che una volta emigrato in An ha visto poi il suo partito svuotarsi dall’interno, vendersi a pezzi comprato o ricattato da Berlusconi, e che alla fine si è trovato compagno di partito di mafiosi, di ladri, d’intrallazzatori (con un modesto ma divertente contorno di teocon cattolici fanatici e ipocriti). Uno che in poche settimane si è dovuto ingozzare il caso Scajola, e poi il caso Brancher, e poi il caso Verdini, e quindi a ruota l’una dietro l’altra altre questioni infamanti spudoratamente difese dal premier e dai suoi principali reggicoda. E guardatelo all’opera nell’Antimafia, questo bravo ragazzo siciliano al quale in queste ore è stata aumentata la scorta perché chi si mette su certe strade rischia sul serio. E non volete che a un certo punto la sua coscienza non gli esca dalla bocca, dagli occhi e dalle orecchie? Fabio Granata ha parlato chiaro: non ha attaccato né il sottosegretario Mantovano né alcun altro, ma si è chiesto semplicemente il perché al “pentito” Spatuzza sia stato negato – con un esile ed evidentemente pretestuoso alibi formale – quel regime di protezione che in analoghi casi era stato concesso. Permetterete che, visto il peso della testimonianza di Spatuzza nel caso Dell’Utri (un altro bel macigno sullo stomaco del Pdl), le ragioni di quel trattamento vorremmo conoscerle anche noi. Granata si è riferito a cose obiettivamente note e conosciute da tutti: le “esternazioni” contro le procure di Palermo e di Caltanissetta, le solidarietà formulate nei confronti di Dell’Utri dopo la condanna, cose che fanno sul serio ritenere che vi siano “pezzi di governo” collusi con la malavita. Ma perché: dopo i casi Dell’Utri, Verdini & company, c’è ancora spazio per dubitare che al governo del paese vi siano parecchi di quei tipi che Gaetano Salvemini avrebbe definito “ministri della malavita”? Governo colluso?, si chiede La Russa: Granata faccia i nomi, altrimenti è un quacquaracqua. Se nel cerchio dei complici del Berluska non si fosse ormai perduto ogni ritegno, ci sarebbe quasi da chiedersi se La Russa e Granata non siano compari che si passano la battuta.

Intervenga Fini e si esprima sul suo imprudente collaboratore, starnazzano a gran voce tutti i mammasantissima pidiellini di vecchio e di nuovo lealismo arcoliano. Fini, al solito, non si farà incastrare: darà un colpo al cerchio e uno alla botte, parlerà delle “ragioni” di Granata (fingendo d’ignorare che le sue domande hanno sì sollevato sdegno, ma non ricevuto risposta) e rinnoverà “stima e fiducia” a Mantovano. Ma gli riuscirà sempre più difficile contenere lo sdegno crescente dei suoi, che non ci stanno più a far da complici al partito dalla leadership scandalosa e malavitosa. E che sanno bene che è perfettamente inutile prendersela con i Dell’Utri e i Verdini perché – dicono i francesi – le poisson sent par la tête; e – traducono i napoletani – “o’ pesce fète da’ capa”. Aspetti pure il momento più opportuno: ma si decida, e non si lasci scappare l’autobus sotto il naso.

Intanto, Fabio Granata viene minacciato di venir deferito ai probiviri: dinanzi ai quali mai sono comparsi né Dell’Utri, né Verdini. E io vorrei tanto chiedere a quell’anziano studioso e galantuomo di Vittorio Mathieu, che ai tempi del Giornale di Montanelli mi onorava nella sua amicizia: professore, ma che cosa ci fa lei nel collegio dei probiviri d’un partito egemonizzato da una banda di mascalzoni?

(di Franco Cardini)

mercoledì 28 luglio 2010

Berlusconismo addio?


Cos’è il berlusconismo? Esiste? E se sì ha esaurito la sua stagione? Silvio Berlusconi è in politica da sedici anni. È alla sua terza esperienza di governo eppure, mai come oggi, mostra evidenti segni di difficoltà. Gli uomini a lui più vicini sono coinvolti in vicende giudiziarie e sono costretti a dimettersi. Gianfranco Fini, agitando la bandiera della legalità e della questione morale, conduce una quotidiana battaglia all’interno del Pdl. Il premier prova a difendersi, ma secondo diversi osservatori avrebbe bisogno di un colpo d’ala, di un’invenzione che possa rompere il recinto nel quale sembra essere imprigionato. Per alcuni è stanco, non ne ha più voglia. È veramente così? Il Cavaliere sta seriamente pensando a passare lo scettro a qualcun’altro? E se così fosse, cosa succederà dopo? Lo abbiamo chiesto ad alcuni «osservatori esterni». Giornalisti, politologi, professori, economisti. Ecco cosa ci hanno risposto.

La giornalista Lucia Annunziata ammette di averci pensato tantissimo «e la formula su cui mi sono assestata è questa: è finito il berlusconismo, semmai c’è stato, ma non Berlusconi. Nel senso che la crisi a cui noi assistiamo è una crisi del sistema berlusconiano, ossia di questa rivoluzione ideale che lui aveva portato avanti e degli uomini che si era scelto. Però il Cavaliere è ancora, secondo me, un leader. Un leader che non ha governo, ma consenso popolare. Il berlusconismo non è mai stato importante quanto Berlusconi. Anzi era quasi un nonsense perché una leadership carismatica come la sua non può diventare un sistema di regole e di pensieri. Quindi io da lui mi aspetto ancora molte cose. Non credo sia stanco. Berlusconi è un personaggio extra politico, tutte le narrative politiche che lo hanno voluto inchiodare a una situazione o un altra hanno sempre sbagliato. Io penso che abbia ancora molte risorse. Certo, non ha creato dietro di sé un sistema».

Lo storico Giordano Bruno Guerri non pensa che il berlusconismo sia finito, anzi. «Berlusconi è saldamente al governo; ha delle strategie; ha un partito che, nonostante gli episodi ben noti, è grosso e compatto; e ha, credo, anche una filosofia di governo. Oltretutto non ha ancora compiuto quella "rivoluzione liberale" che era la missione che si era proposto. C’è da augurarsi che, prima di chiudere il berlusconismo, la faccia. Io al suo posto sarei stanchissimo. Però, per quanto lo posso conoscere, la voglia ce l’ha sicuramente. Dopo Berlusconi sopravviverà qualcosa perché lui ha formato un gruppo dirigente nuovo in parte di buona, in parte di pessima e in parte di media qualità, che proseguirà il suo cammino. Quindi non è che con un eventuale ritiro di Berlusconi finisce tutto. Rimangono i suoi eredi, i suoi allievi e una certa filosofia di vedere la politica del Paese. Una filosofia che ha raggiunto risultati positivi. Anche se manca quel risultato finale, quella rivoluzione liberale che sembra ancora lontana».


Lo scrittore e giornalista Pietrangelo Buttafuoco invita a mettere da parte gli «ismi» che «appartengono al dibattito politico del ’900 e adesso sono inefficaci. Bisogna prendere in considerazione il soggetto in sè. Berlusconi ci ha abituato ad un’icona ben precisa, alla sua faccia, al suo personaggio. Però ha sempre mantenuto un’astuzia che è quella di proporsi attraverso continue metamorfosi. Berlusconi non fa altro che aggiornare sempre questa immagine. Dare la parola fine a questo è un azzardo perché non sappiamo mai quale sarà, domani, la sorpresa. Perché ogni volta, quando tutti lo hanno immaginato all’angolo, lui ha fatto venire fuori un fuoco d’artificio. Questo è il vantaggio che lui si è procurato non solo rispetto ai suoi avversari, ma soprattutto rispetto a quelli che ha avuto, di volta in volta, come alleati. Berlusconi stanco? Il tempo passa. Lo stesso Fini, in uno dei momenti massimi di rottura, ha sottolineato che lui ha vent’anni di meno. Ma la storia è piena di regnanti prenotati in attesa di regno».

Lo psichiatra Paolo Crepet non ha dubbi: «Quando le cose rimangono ferme, anche le migliori, invecchiano. Io sono un agnostico politico, credo però che la politica abbia sempre bisogno di rinnovarsi. Quindi non so cosa voglia dire la fine del berlusconismo, ma penso di poter dire che siamo vicini ad un cambiamento. Un movimento politico forte non ha mai paura di cambiare, sono le forze deboli, gli accordi che stanno insieme con la saliva, che hanno paura. Il problema di Berlusconi sono i berlusconiani e, come sempre, quando il generale invecchia, gli ufficiali fanno delle sommosse. Al di là di questo, però, quello che mi interessa di più è che il Paese possa affrontare con forza la difficoltà che ci sarà in autunno. L’autunno sarà molto difficile (pensi solo a quello che succederà nel comparto scuola dove migliaia di persone resteranno a casa). Quindi abbiamo bisogno di un governo e non di un governicchio. Di persone che riformano il Paese e non che litigano. E poi abbiamo bisogno di ammodernarci».

Per il politologo Roberto D’Alimonte ci sono tre questioni: «Il berlusconismo, se esiste, è un’anomalia della democrazia italiana. Mi riferisco al conflitto di interessi. Questo aspetto finirà con la fine dell’esperienza politica di Berlusconi? Me lo auguro. Il berlusconismo è anche un modo di fare politica fondato sulla personalizzazione, su una comunicazione molto diretta con una forte componente populista e su un uso sapiente delle tecniche di monitoraggio e di acquisizione del consenso. Non credo che questo modo di fare politica passerà. Ma il berlusconismo è anche una strategia politica, intesa come fissazione di un’agenda della politica, ma anche come costruzione dell’unità della destra. Questa è un’eredità che difficilmente Berlusconi lascerà perché l’unità della destra è troppo legata alla sua persona. In ogni caso io credo che la fine di questa esperienza dipenda, nel breve periodo, da tre condizioni: il ritiro dell’uomo, un violento shock esterno o interno, la presenza di un’alternativa credibile. Nell’immediato non mi sembra di vedere alcuna di queste condizioni».

Per Franco Debenedetti, imprenditore ed ex senatore Ds, «il berlusconismo, come modello di formazione di consenso politico è stato una novità nella politica italiana. Questo modello, basato sulla capacità di magnetizzare i consensi e, quindi, sulla capacità di formare coalizioni, è strettamente legato alla figura di Berlusconi. Ma non è solo per motivi fisiologici che siamo giunti alla fase finale di questa esperienza. Credo ci sia anche una ragione politica: Berlusconi è riuscito a radunare tutti i voti della non sinistra italiana, ma non è riuscito a formare una destra, sia nella sua coesione sia soprattutto nella sua cultura politica. Questo è il vero problema politico che c’è oggi. Perché a sinistra anche il Pd, fallita l’ambizione veltroniana dell’autosufficienza, è alla ricerca di una sua identità, tra richiami di modelli desueti, e tentazioni vendoliane. In entrambi i casi potendo al massimo mirare ad apportare i propri voti a una futura coalizione».

Per il direttore del Riformista Antonio Polito «l’esperienza politica del berlusconismo non è terminata altrimenti non saremmo qui a parlarne. Naturalmente il berlusconismo è una cosa così unica, essendo legata già nel nome ad una persona, che sapremo veramente se ha un futuro soltanto quando ci sarà un delfino. È un po’ come il gollismo che è nato quando qualcuno ha governato dopo De Gaulle. Questo è un po’ il grande mistero. La vera domanda non è se è finito il berlusconismo ma se, quando Berlusconi non ci sarà più politicamente, rimarrà un fenomeno chiamato berlusconismo o si passerà ad altro. Il punto vero per cui la stagione politica di Berlusconi continua è che, intanto, lui si appella a modi di ragionare e sentimenti che sono molto radicati nel Paese. Modi di ragionare e sentimenti che l’altra parte politica ha disprezzato e irriso a lungo. Per cui, anche se uno sa che poi Berlusconi le cose non le fa, sa che gli altri farebbero peggio».

Il professor Luca Ricolfi mette subito le mani avanti: «Io lo pensavo nel 2005 e sbagliavo. Per me era già finito allora. Ad un osservatore disincantato verrebbe da dire che sì, siamo alla frutta. Però, non vedendo solide alternative all’orizzonte, uno può anche pensare che Berlusconi è l’unico cemento che resta al centrodestra per cui, finché non trovano un "cemento alternativo" resterà. Lui scomparirà non quando avrà esaurito la sua "forza propulsiva" come direbbe Berlinguer, quella l’ha esaurita da tempo. Uno che promette la riduzione delle tasse da quasi vent’anni e ci sta portando al massimo della pressione fiscale nella storia del Paese, forse dovrebbe lascia perdere. L’unica alternativa che si vede è Tremonti che, però, è detestatissimo dal suo partito. Gli altri chi sono? Formigoni, Fini, Casini? Mi sembrano tutti non all’altezza. E quindi aspettiamo che nasca un altro astro. In ogni caso Berlusconi non ha alcuna intenzione di ritirarsi perché, se si va alle elezioni con lui si vince, senza non si sa. Io fossi un colonnello del centrodestra me lo terrei stretto».

(di Nicola Imberti)

Noi, le fogne e i rutti di Langone


Langone chi? Il critico gastronomico? Il critico liturgico? Sì, lui. Langone Camillo. Ieri sul Foglio ha inanellato una serie di luoghi comuni sul Msi, Fabio Granata e il neofascismo che meriterebbero di comparire in un bignamino di storia patria a uso dei camionisti. Ci sono cose che non si digeriscono, e Langone non sembra digerire Granata. Avesse letto Nietzsche – e sicuramente lo avrà fatto – saprebbe che secondo il filosofo le cattive morali scaturiscono da cattive digestioni. L’uomo che digerisce male non si rinnova, tutto gli rimane sullo stomaco e il lento sminuzzamento di ciò che ha ingerito si appiccica come giudizio bilioso sul mondo circostante, separando i buoni dai cattivi. Diciamo che Langone ha esercitato questo vezzo da “ultimi uomini” su Fabio Granata e sulla sua storia (che è anche la nostra, e perciò siamo obbligati a scriverne).

Veniamo al nocciolo delle sue argomentazioni: «Voi – dice a Granata – non siete mai stati di destra, voi eravate neofascisti. Voi siete stati concepiti nel 1943 durante la stesura del Manifesto di Verona e siete perciò repubblicani e non monarchici, rivoluzionari e non conservatori». L’incipit non è neanche così male: rivoluzionari e non conservatori. Potremmo anche starci. Ma Langone lo dice perché vuol arrivare a confutare che Granata e la sua famiglia politica abbiano traghettato la “destra” nel Pdl. «Voi avete fatto confluire nel Pdl la storia del neofascismo». Pagina per Langone impresentabile, che si trova dove si trova solo per gentile concessione di Berlusconi «umanamente troppo buono» che si è fatto carico, appunto, dei neofascisti, «rottami della storia» che nessuno voleva.

Pregiudizi? Peggio. Malafede. Intanto se la destra nel lungo dopoguerra è stata confinata nel recinto missino ciò è avvenuto perché nessun altro rivendicava quell’etichetta e perché il regime partitocratico trovava comodo che a fare il lavoro sporco dell’anticomunismo di piazza (con le consgeuenze nefaste che la cronaca degli anni di piombo ha registrato) ci fossero solo i missini. Dove si trovasse all’epoca Langone non ha importanza e non ce ne frega niente, ma il dato storico non si può cambiare. Il Msi era collocato a destra per questo, e la destra era il neofascismo anche e soprattutto per questo.

Poi Langone passa a confutare la ragione stessa dell’esistenza del Msi perché – argomenta – non si poteva più essere fascisti nel 1946 nel nome di un Mussolini liquidato come «un deficiente entrato in guerra perché gli piaceva essere applaudito a Piazza Venezia». Magari, nel giudizio, Langone sarà stato sviato dal paragone con altri e più recenti capi carismatici, ma di certo il semplicismo rozzo con cui si accosta all’argomento non fa onore alla profondità della sua analisi. Se tra una rubrica di enogastronomia e l’altra ne avesse voglia, gli consigliamo la lettura del libro postumo di Giano Accame, "La morte dei fascisti", nel quale si spiega con dovizia di particolari perché il neofascismo non poteva non esistere dopo Piazzale Loreto e quali controverse eredità il “deficiente” avrebbe trasmesso alla popolazione italiana, ancora oggi incapace di trovare una via di conciliazione con una memoria che andava ben al di là delle adunate oceaniche e che si è tradotta anche in morte, sangue, disperate storie di fedeltà, testimonianze di amor patrio, totale dedizione a ideali che non si volevano abbandonare all’umiliazione. Certo, per capirlo, bisogna far parte di un certo tipo di umanità, quella che conta, come scriveva Wilhelm Fürtwangler nei suoi "Appunti", anime sensibili alle sofferenze dell’Occidente. Invece oggi, sempre per dirla con Fürtwangler, è il tempo di «scrocconi giocherellanti dell’uman genere, sfacciati, impudenti, cinici» che non sanno «che cosa fosse, che cosa ancora sia, l’Europa». Dove si collochi Langone è fatto che interessa il suo foro interiore, non noi.

Andiamo avanti. A Granata viene imputato l’uso dell’aggettivo “antica” per definire quella tradizione della destra che An avrebbe portato in dote al Pdl. Antica, secondo l’invettiva del Foglio, è la destra di De Maistre e di Dante. Non certo quella di Granata, visto che il Msi non era altro che «la Rsi senza il governicchio di Salò». Una formazione caricaturale, perdente, sopravvissuta a macerie storiche che mai si sarebbero dovuto “restaurare”. In più quella tradizione neofascista non sarebbe neanche così nobile, e qui veniamo a un altro punto forte dell’articolo, in quanto le sezioni del Msi – come testimonia Marcello Veneziani nel suo libro "Sud" – non erano che «tane puzzolenti di reduci e reietti, petomani e ruttatori».

In questo caso sarà stata forse la cattiva bibliografia cui appoggia le sue impressioni, o la forte antipatia che Granata deve avere suscitato in Langone per avere agitato una questione morale che coinvolge anche Denis Verdini oppure il fatto che semplicemente, come accade a molti acuti colleghi, parla di cose che non sa e lo fa con l’arroganza di chi non sa di non sapere. Sarebbe anche bastato non prendere a esempio di tutte le sedi missine una sede missina di Bisceglie, ma Langone in questo passaggio del suo articolo ha voluto infierire, optando per il paragone iperbolico. Ma lo possiamo rassicurare: gente siffatta non si trovava nelle sezioni del Msi. C’era gente normale, italiani perbene, da non confondere con i compagni di merende con cui Langone magari si siede a tavola (e non sempre pagando il conto...).

Infine l’ultimo rutto del nostro Langone (tanto per restare in tema) è riservato all’aggettivo “trasparente” con cui Granata ha definito la tradizione politica da cui proviene. Langone osserva che i neofascisti, bombaroli per definizione e terroristi per gentile concessione (allora) del duo consociativo Dc-Pci, non potevano essere certo trasparenti, semmai portatori di una storia limacciosa. Chi le ha messe infatti le bombe sui treni se non loro? E qui il cerchio, signori, si chiude. I sinistrorsi finiani sono trattati dai somari berlusconiani come i neofascisti lo erano dalle squadre di Potere Operaio. Si trova sempre infatti qualche millantatore che, credendosi un “unto del Signore”, dice chi deve stare sul rogo e chi dev’essere salvato, e che mostra indulgenza solo con chi rinnega il proprio passato eretico. I “pentiti” del Msi che prendono ordini da Berlusconi entreranno nel regno. Gli altri no, gli altri sono come gli eretici “relapsi”, ricadono sempre nell’errore, non perdono il vizio, appesantiscono lo stomaco di Langone e di chissà quanti altri scribacchini che si esercitano in queste ore nel giornalismo da “cattiva digestione”. Ma la secrezione che alla fine viene distillata da questi alambicchi va a finire sempre lì, nelle fogne il cui colore nero sarebbe la cifra identificante della storia di Granata e della nostra, ma che sono anche la cloaca accogliente dove vanno a depositarsi i ragionamenti di Langone. I Granata di un tempo non sono stati messi a tacere dall’antifascismo militante di PotOp, figuriamoci se può riuscire nell’intento, oggi, uno che va in giro a descrivere come sono fatte le acquasantiere delle chiese d’Italia.

(di Annalisa Terranova)

giovedì 22 luglio 2010

Borsellino, un'altra autobomba era pronta a uccidere il giudice


Ecco le verità che stanno affiorando dopo diciotto anni di «depistaggi colossali», per dirla con le parole del procuratore di Caltanissetta Sergio Lari nel giorno delle audizioni palermitane all’Antimafia guidata da Beppe Pisanu. E sono verità che fanno male a tutti, ai magistrati che hanno fatto le indagini, che hanno giudicato gli imputati, che hanno condannato all’ergastolo degli innocenti.

Agli apparati di sicurezza, alle forze di polizia che non sono state in grado di coltivare le piste giuste. Ai livelli politico-istituzionali che hanno fatto finta di non sapere quello che stava accadendo.

Quando Sergio Lari, gli aggiunti Bertone e Gozzo, il pm Nicolò Marino hanno raccontato l’inchiesta sulla strage di via D’Amelio (l’audizione è stata segretata), i commissari dell’Antimafia sono rimasti sconvolti, increduli. Come è possibile che per tanti anni nessuno si sia mai accorto della fine che aveva fatto il motore della 126 imbottita di esplosivo? Come se facesse parte di una strategia raffinata, quella di alimentare misteri che tali poi non erano. Chissà dove è finito il motore? Chi l’ha fatto sparire? C’è lo zampino dei servizi, non è farina del sacco di Totò Riina...

Dubbi, domande, sospetti che si sono inseguiti per 18 anni. Bene, quel motore non è mai sparito da via D’Amelio per il semplice fatto che è rimasto accanto ai resti della macchina e dei corpi maciullati delle vittime.

Secondo mistero: da dove e chi ha premuto il pulsante del telecomando dell’autobomba? Sono 18 anni che se ne parla. Si è favoleggiato sullo splendido castello che sovrasta Palermo e che si trova sul Monte Pellegrino: il Castello Utveggio, dove aveva una sede distaccata l’allora Sisde, oggi Aisi, il servizio segreto civile. E’ stato il cavallo di battaglia del consulente Gioacchino Genchi. Anche questo da oggi non è più un mistero. La postazione da dove è stato premuto il pulsante è all’ultimo piano di un edificio con tre scale che si trova in linea d’aria a centocinquanta metri da via D’Amelio, il palazzo dei Graviano, i costruttori prestanome dei Madonia, la famiglia mafiosa a cui appartiene come mandamento via D’Amelio.

Ma soprattutto i commissari di Palazzo San Macuto hanno avuto un sussulto quando i magistrati di Caltanissetta hanno raccontato uno scenario incredibile, e che sarà materia di approfondimenti investigativi: Cosa Nostra aveva attivato una seconda squadra operativa in grado di intervenire in via Cilea, dove abitava Paolo Borsellino (lo ha raccontato il pentito Antonino Galliano). Insomma, quel maledetto giorno due autobombe erano pronte a esplodere: una sotto casa del magistrato, l’altra sotto l’abitazione della madre di Paolo Borsellino. Solo a riassumere questi tre misteri si comprende subito quanto sia stata «anomala» la strage Borsellino, quanto lontana dal cliché dei Corleonesi.

Al di là di Gaspare Spatuzza - e poi delle ritrattazioni dei tre vecchi pentiti Candura, Scarantino e Andriotta - e delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino e della sua copiosa documentazione, le novità di Caltanissetta arrivano tutte dal lavoro tecnico sulle prove, sulla documentazione raccolta all’epoca, e lasciata inspiegabilmente nel dimenticatoio.

La polizia scientifica centrale ha ricostruito la scena del crimine. L’ha suddivisa in cinque parti, l’ha resa vera con un collage, un puzzle composto da migliaia di fotografie, di frammenti di video, anche quelli amatoriali. E quante sorprese hanno lasciato stupefatti persino gli uomini della Scientifica. La prima scoperta è stata il motore. Era lì, non hanno dubbi, l’hanno scritto nella loro perizia gli uomini della Scientifica. Chi c’era in quella postazione del palazzo dei Graviano? E come si è arrivati all’individuazione del palazzo? Probabilmente il Giovanni Brusca di via D’Amelio potrebbe essere Fifetto Cannella o lo stesso Giuseppe Graviano. E’ una ipotesi, ancora tutta da riscontrare, ma che siano loro gli inquirenti di Caltanissetta non hanno molti dubbi.

Le foto, i filmati mostrano addirittura le cicche di sigaretta a terra, sul pavimento dell’attico del palazzo Graviano. Si vede anche un vetro, probabilmente un riparo per chi doveva premere il pulsante. Ricordate Capaci? Ben presto fu individuato il casolare a metà strada tra Isola delle Femmine e Capaci da dove Giovanni Brusca premette il pulsante dell’esplosivo che fece saltare Giovanni Falcone, la moglie, la sua scorta. Quelle cicche di sigarette, il Dna, le indagini che andarono in porto.

Perché per via D’Amelio non è stato fatto lo stesso. Si scopre solo adesso che a poche ore dalla strage arrivò una segnalazione anonima. Una signora molto arzilla disse al telefono: «Ho visto del movimento all’ultimo piano del palazzo Graviano. Guardate che i Graviano sono dei prestanome dei Madonia...».

E poi il sospetto che quel giorno fossero pronte due squadre operative di Cosa nostra, una che si appostò in via Cilea, dove abitava Paolo Borsellino. L’altra in via D’Amelio. Da chi era composta la squadra di via Cilea? Che fine ha fatto la seconda auto imbottita di tritolo? Chi doveva premere il pulsante dell’innesco?

Domande alle quali i magistrati di Caltanissetta stanno cercando di dare risposte. Colpisce la considerazione di Gaspare Spatuzza che quando riconosce in Lorenzo Narracci (funzionario dei servizi segreti) l’uomo presente nel garage dove si stava imbottendo di esplosivo la 126 che doveva servire per la strage di via D’Amelio, commenta: «E’ l’unico attentato con l’esplosivo che abbiamo gestito noi che va in porto».

E già, i Graviano, la famiglia di Brancaccio. E gli attentati non riusciti, come quello di via Fauro (doveva saltare in aria Maurizio Costanzo), o l’autobomba dell’Olimpico, che alla fine del gennaio del 1994 doveva fare una ecatombe di carabinieri.

Le indagini sulle stragi palermitane hanno ancora bisogno di tempo per arrivare a una conclusione. In autunno dovrebbe avviarsi il meccanismo per la revisione dei processi che hanno condannato all’ergastolo degli innocenti. Stiamo parlando degli esecutori materiali della strage.

E poi c’è il capitolo «doloroso» dei depistaggi, delle calunnie. Sono coinvolti alcuni poliziotti che condussero le indagini: Vincenzo Ricciardi, Mario Bo, Salvatore La Barbera. Se fosse ancora vivo sicuramente sarebbe indagato anche Arnaldo La Barbera che guidò quel gruppo di investigatori.

E l’ultimo capitolo da approfondire è quello della trattativa, del coinvolgimento di pezzi delle istituzioni. All’Antimafia, gli inquirenti di Caltanissetta hanno ribadito quello che era già noto, con le dichiarazioni di Massimo Ciancimino. Borsellino viene ucciso anche per la trattativa che era stata avviata dal Ros dei carabinieri di Mario Mori e Beppe De Donno. Perché due giorni dopo la strage, con i funerali di Paolo Borsellino ancora da celebrare, l’allora colonnello Mario Mori va subito a Palazzo Chigi per rivelare a Fernanda Contri, capo di gabinetto del presidente del Consiglio Giuliano Amato, che aveva intavolato un certo discorso con Vito Ciancimino?

A proposito di questione morale


La questione morale è una cosa serissima e a volte pericolosa da maneggiare. I francesi lo sanno bene, avendo loro una tradizione nobile e rispettata di pensatori moralisti (“les moralistes”); e perché hanno conosciuto per primi nell’età moderna la forza rivoluzionaria della morale che tracima nel moralismo della volontà generale (“très moralisante” e giacobina). Hanno avuto il Terrore con i suoi Robespierre e Marat e Saint Just che scriveva furibondo “provate la vostra virtù o entrate nelle prigioni”; Saint Just che intimava: “I prìncipi devono essere moderati, le leggi implacabili”, i princìpi senza appello”. “E’ lo stile ghigliottina”, commenterà Albert Camus nel suo “Uomo in rivolta”. E c’è sempre qualcosa di puro, aspro e ghigliottinante dietro la parola “morale” quando la s’intreccia alla parola “giustizia” per contrapporla al presunto nulla-morale di un nemico del momento. Quando insomma, come dice Geminello Alvi interpretando la frase evangelica “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati” (Matteo 5,6), si dimentica che la giustizia è tale se “evolve a un risanare nell’armonia. E cambia nome, diviene quel più di bontà e prudenza che è la misericordia”. Perché “chi giudica è sempre e solo il demonio” (“L’anima e l’economia”, Mondadori 2005).

In Italia la questione morale è storicamente come uno sciame di cattivi pensieri in una mente troppo piccola per trattenerli tutti e metterli in ordine. Ma è pure un palpabilissimo romanzo d’appendice in cui giocano a rincorrersi scandali innegabili, tecnocrazie giudiziarie, sovietismi inconsci, e non da ultimo certi familismi finanziari che si proteggono con piglio calvinista dall’aggressione di altre famiglie ricche più basse (che poi magari vincono e diventano calviniste e chiuse). Il meccanismo si affaccia a cadenza ciclica, crea scompiglio e svapora. Di volta in volta la questione morale viene evocata come un’urgenza imperativa e negletta. In tempi non lontani, è stato così all’alba degli anni Ottanta quando Enrico Berlinguer evocò, appunto, la questione morale in un’intervista a Eugenio Scalfari. Era il 28 luglio 1981 e il segretario del Partito comunista italiano disse al fondatore (e allora direttore) di Repubblica: “I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti”.


E poi: “I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni a partire dal governo, il risultato è drammatico”. “Essi hanno degenerato recando così danni gravissimi”. Di qui l’orgoglio della diversità comunista (“Il Pci non li ha seguiti in questa degenerazione, ecco la prima ragione della nostra diversità”), e la nuova bandiera da issare: “La questione morale è il centro del problema italiano”. E siccome si era allora in piena turbolenza da infiltrazioni massoniche piduiste, Berlinguer aggiunse: “Oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare o spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le operazioni che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela”. Lo sciame sarebbe tornato dopo il crollo del muro di Berlino, nei primi anni Novanta, con Mani pulite. Con la frana della così detta Prima repubblica, indebolita dalla corruzione e sgretolata dalle procure. Fu la stagione del dipietrismo tonante, quando perfino Achille Occhetto si convinceva che “per fortuna siamo alla fine del regime”.

Mentre l’anima giustizialista del Pci-Pds gonfiava il petto e, come ha scritto il senatore Giovanni Pellegrino nel suo “La guerra civile” (Bur-Rizzoli 2005), accadeva che le inchieste di mafia e corruzione aperte dalla magistratura venissero “doppiate” dalla nomenklatura post-comunista (“i pentiti prima venivano sentiti da Caselli, poi da Violante”, all’epoca presidente della commissione Antimafia). Adesso, nuovamente, l’eterno ritorno del sospetto si spande sulla quotidianità italiana. Sul groviglio politico-finanziario che avvolge, come fosse nato dalle radici di un unico rampicante, la scalata in Rcs e le offerte d’acquisto per la banca Antonveneta e la Bnl (con o senza l’aiuto del governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio); le nomine dei vertici Rai e la sopraggiunta e presto decaduta collaborazione finanziaria tra Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi (isolato a sinistra, soltanto il senatore ds Franco Debenedetti ha disapprovato pubblicamente il contegno del fratello Carlo). Un patto inedito, conveniente e chiacchieratissimo. Un patto unilateralmente sciolto da CdB per ragioni, appunto, di opportunità morale e dopo ch’era insorta, sconfessandolo con dimissioni e brontolii, la crema militante (o anche solo simpatizzante) della sua associazione Libertà e Giustizia. Sylos Labini, Giovanni Sartori, Enzo Biagi.

Ma perfino il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, ha voluto sigillare la protesta con un fondo contro “il diavolo” Cav. Ricavandone nell’ordine: la palinodia di CdB; una risposta tra il vittimista e lo spazientito del Cav. e l’opportunità di replicargli, a brutto muso per una volta ancora. E’ stato invece, come tutti sanno, il prodiano Arturo Parisi a disseppellire la questione morale facendone il lamento dei giusti (per autoproclama) contro il risorgente malaffare che coinvolgerebbe anche i Ds, con quel loro presunto baratto per portare Claudio Petruccioli alla presidenza della Rai e con quel loro atteggiamento per lo meno tollerante verso Chicco Gnutti, Stefano Ricucci e altri “scalatori” (il prediletto è Giovanni Consorte di Unipol). Si sa come l’hanno presa i Ds, e fra loro sopra tutto quelli che non hanno mai aderito al “partito delle procure”. Tipo Emanuele Macaluso, figura storica del socialismo riformista. Macaluso ha scritto che Parisi avrebbe “vomitato” quanto Prodi teneva in pancia. Chissà se è vero. In ogni caso l’accusa dei prodiani ha trovato il suo vento e si è levata. Sostenuta dagli editoriali della domenica di Eugenio Scalfari su Repubblica (“La morale perduta”; svolgimento: “Quest’intenso discutere di morale mi allarma. Sono infatti convinto che quando la morale diventa argomento di vivace discussione, essa stia scomparendo dai comportamenti degli individui e dei gruppi sociali”. Segue predica morale con citazione berlingueriana, tocco antiberlusconiano, polemica su Bankitalia e sulla timidezza dell’opposizione. Coda d’insoddisfazione per il contegno dalemiano) e di Barbara Spinelli su La Stampa. Spinelli se possibile è quasi definitiva e le rincresce molto “la grande illusione che Mani pulite fosse servita a qualcosa” perché “il malaffare permane” e “ha ragione Arturo Parisi quando parla di questione morale”. Così, mentre l’Unità si fida poco finanche del passo indietro di De Benedetti, faccende di dimensione e consistenza vaga, imprecisa, vengono trattate con tetraggine d’altri tempi.

Emanuele Macaluso si è arrabbiato, dicevamo. Secondo lui “non è così semplice la cosa e la questione morale va inquadrata nella storia politica d’Italia”. Perché “c’è sempre stata la questione morale, in uno Stato come il nostro sostanzialmente immorale, mai di diritto perché ha convissuto con mafia e scandali. A cominciare dalla fine dell’Ottocento con quello della Banca Romana”. Di fondo “c’è una storia tipica fatta di moralismi e trasgressioni le più incredibili. In cui lo Stato italiano ha sempre oscillato tra le leggi eccezionali e le tolleranze. Ed emergenza e tolleranza non fanno uno Stato di diritto. Proprio il contrario. Eppoi basta pensare alle inchieste parlamentari sulla mafia condotte mentre lo Stato trattava con la mafia. Idem con il terrorismo: abbiamo questa doppiezza su cui bisogna riflettere preliminarmente”. Detto questo, è vero che dalla fine dei Settanta qualcosa cambia nel Pci che si propone come forza di rottura non solo ideologica ma adesso prevalentemente morale. L’intervista di Berlinguer – è sempre Macaluso – coincide con l’emergenza P2. L’impasto di una loggia massonica dove figuravano iscritti di tutti i tipi. Dai capi dei carabinieri a finanzieri, politici, poliziotti, servizi eccetera. Una specie di raduno di uomini che rappresentavano lo Stato ma in un recinto parallelo. Berlinguer aveva la preoccupazione fondamentale di una crisi dei partiti, del sistema politico. Partiti che decidevano su tutto. La sua idea era di fare un passo indietro. Eravamo dentro una crisi del sistema cominciata con la morte di Aldo Moro. Non c’era ricambio politico. Ma ci siamo ancora dentro, in questa crisi endemica”. Forse perché “Berlinguer commise l’errore di non capire che il problema non era solo di far fare un passo indietro ai partiti, ma di rendere agibile il sistema con le alternative di governo, cioè con un Pci che non si limitasse allo strappo con i partiti comunisti dell’Est. Berlinguer ebbe la remora di non dire chiaramente che il partito poteva essere forza di governo, con una piena adesione alla socialdemocrazia europea.

Ebbe l’idea di poter superare la crisi di sistema sollevando la questione morale e cercando l’acquisizione, nella coscienza storica, della diversità comunista”. Ma se ci fu inadeguatezza allora, esiste oggi ed è esistita fino a ieri l’altro una coazione a ripetere secondo la quale Mani pulite è stata la prosecuzione (incompiuta) con mezzi giudiziari della battaglia morale che ancora agita i girotondi e i Sylos Labini. “Mani pulite è dentro quella logica. Arriva quando il sistema è già in coma e nel pieno della crisi totale dei partiti. Non è vero che la crisi arriva da Mani Pulite, già nel 1992 il fenomeno era visibile nella Lega che portava a Roma 80 parlamentari. Tangentopoli arriva veramente nel 1993, ed è l’epilogo di quella crisi. Una rinuncia della politica che fu evidente in occasione del famoso discorso di Bettino Craxi, quando il leader socialista pose alla Camera la questione su quanti sapevano del sistema di finanziamenti illeciti. Craxi disse quello che disse e nessuno si alzò, allora fu chiaro cos’era la rinuncia della politica. Qualcuno ha pensato che il braccio della magistratura potesse aiutare la riconversione del sistema politico. Io non ho mai creduto all’asse Pds-Ds-Magistratura. C’è stato qualcosa, vabbè, con Violante. Ma era il convincimento che, siccome la magistratura in assenza della politica aveva preso il suo ruolo, tutto sommato quel ruolo avrebbe favorito il ricambio. Neanche per sogno, invece”.

Oggi è diverso ma in fondo, dice Macaluso, “siamo ancora lì. Non c’è stata la ricostruzione di un sistema di partiti, che si sono frantumati come si è frantumato il progetto berlusconiano del 1994. Come la società civile che doveva surrogare quella politica in crisi. Tutte balle. Oggi ancora una volta si è rinunciato a una battaglia per ricostruire le grandi forze politiche e collegarle al mondo. La questione di cui più si parla, il comportamento di Bankitalia, suggerisce che è inutile pigliarsela con i giudici quando è la politica a mancare. In America quando hanno dovuto colpire certi fenomeni hanno colpito approntando una legge adeguata. Una risposta della politica. Da noi la politica non è stata in grado di concludere nulla dopo lo scandalo Parmalat”. Pure il sottofondo moralistico è rimasto uguale? Il caso di De Benedetti fa scuotere la testa a Macaluso. “La sinistra pensa che De Benedetti possa essere il proprio oracolo. Invece lui, nella pratica di intrecciare affari e politica, è come Berlusconi. Lo ha sempre fatto, ha sempre avuto le mani in pasta nella costruzione di governi attraverso associazioni e giornali. Sempre con l’obiettivo di influenzare la politica, sempre tenendo fermi i suoi affari. Questa la logica. Oggi la cosa è venuta un po’ più allo scoperto per il legame tra i due. Ecco cosa rimprovero alla sinistra: di avere pensato che l’Ingegnere potesse essere un patriarca della sinistra”. Quanto alle insinuazioni sui Ds, “non sono iniziative d’occasione. Coloro che attaccano sono gli epigoni di una storia. Usano metodi che in passato furono usati da esponenti del Pci contro i loro stessi compagni. Cosa è l’intervista al Corriere di Parisi? Il tentativo di solleticare il girotondismo, da una parte, e dall’altra certe forze della borghesia per dire loro: badate non vi fidate di questi ex comunisti. Il discorso è indirizzato alle fasce plebee (anche se in mezzo c’è qualche professore universitario), perché di plebeismo si tratta nel caso dei girotondi. Ma anche però alla Confindustria e ad altri poteri per dire: state attenti che questi qui, i Ds, poi si mettono d’accordo con gli uomini che sono arrivati all’ultimo momento. I Ricucci i Fiorani i Consorte. E siccome Parisi sapeva certamente che i vari Della Valle avevano fatto le loro polemiche contro i lanzichenecchi, ha pensato bene di dire: noi siamo un’altra cosa. Il professore vi può garantire anche questo.

E’ stato tutto un gioco per fottere i Ds. I quali Ds sono un po’ coglioni, non si accorgono delle cose, anche se ora reagiscono”.
Altro ex Pci disincantato, Duccio Trombadori, altro uomo di sinistra estraneo alle prefetture di polizia morale. Esplicito. Secondo Trombadori “Berlinguer tentò di far uscire il Pci dalla osservanza ad Est e dalle sue proprie contraddizioni, invece che per la strada maestra della socialdemocrazia, accentuando una linea tradizionale di stampo radical-azionista: dunque virtuista, ideologicamente antifascista e tendenzialmente forcaiola. Il rinnovamento socialista-democratico dell’Italia, e la vocazione nazionale popolare del Pci, veniva subordinata al pregiudizio della bonifica dei partiti come se questi ultimi fossero i veri e i soli responsabili della nota corruttela istituzionale. Il singolare connubio di azionismo laicista e massonico e radicalismo comunisteggiante segnò anche la politica “europea” di Berlinguer per svincolare il suo partito dal confronto con la alternativa socialista e liberale che in Italia gli indicava Craxi”. Questo “grande peccato d’origine” ha fatto da battistrada ai successivi sviluppi storico-politici “di cui il Pci è stato oggetto e soggetto per varie circostanze fino ad oggi facendo dell’Italia quel ‘paese anormale’ che è, con buona pace di Massimo D’Alema che, sia pure con qualche variante, è stato seguace diretto della linea berlingueriana. O almeno lo fu senza mai rompere”. Anche per Trombadori “nei primi anni Ottanta, le accuse di Berlinguer avevano una consistenza. Ma tutto fu estremizzato al punto tale da far precipitare gli equilibri politici fino allo sfascio della Prima repubblica”.

uel messaggio antipolitico “non poteva poi non piacere a certi esponenti del managerialismo di Stato, vissuti all’ombra ma non del tutto compromessi con le logiche di partito. Come per esempio quei tecnocrati democristiani per lo più ‘di sinistra’ che ritrovavano nella linea berlingueriana una specie di verginità per un capitalismo di Stato che intendeva mantenere il suo potere attraverso l’appoggio del partito comunista”. Antonio Socci, giornalista Rai, editorialista del Giornale, ha toccato questo capitolo in un’inchiesta scritta nel 1987, insieme con Roberto Fontolan, per il settimanale “Il Sabato”. Titolo, “Tredici anni della nostra storia”. Un lavoro che ha procurato a Socci notorietà e un sacco di antipatie. Nella puntata numero 14 Socci incrocia la questione morale. Ci arriva un poco di striscio ma ci arriva, e lo fa partendo dai “grandi potentati contro le formazioni politiche”. Siamo alla metà dei Settanta e nel mondo della finanza azionista (“tecnocrazia e grande industria”, all’epoca nome e cognome della Fiat) prende forma il progetto di laico-illuminista (così nella definizione di Giorgio Galli che Socci riporta) di “colonizzare il Pci portandolo su posizioni liberal (per questo nasce nel ’76 la Repubblica di Scalfari e Caracciolo, cognato di Agnelli). E comprarsi la Dc (come fosse in svendita) per farne un partito repubblicano di massa: i due poli. Così matura la candidatura di Umberto Agnelli nella Dc. I risultati del 20 giugno 1976 portano il Pci al 33,8 per cento (la Dc è al 38,9). Ci sono dunque le condizioni per realizzare quel patto fra produttori che assesterebbe un brutto colpo al sistema dei partiti. E la sua forma non può essere che quella di un accordo tra una Dc ‘agnelliana’ e un Pci scalfarizzato. I giochi sembrano ormai fatti. A far saltare il piano saranno Moro e Andreotti”.

Da qui muove una ricognizione su “Andreotti il guastafeste” scelto da Aldo Moro per reggere il governo che, con l’astensione del Pci, procederà al risanamento di conti pubblici voraginosi e all’abbattimento di una spaventosa inflazione. Eppure, scrive Socci che fino al 1980 le varie “aree tecnocratiche” si trovano “coalizzate” contro la segreteria Dc. Nel 1980, dopo la sconfitta di Andreotti, l’Italia è in mano ai potentati economici e finanziari (i partiti sono impotenti e sconfitti): si prepara il grande scontro interno al Palazzo”. Molto in breve: l’inchiesta ripercorre l’incredibile vicenda di Moro (anno 1978), rapito nel giorno in cui il governo Andreotti (il Pci nella maggioranza) doveva presentarsi alle Camere. Poi, tra un’allusione e l’altra, tra una deduzione e la successiva sul ruolo della P2 contro la Dc di Moro e Zaccagnini: “Fatto sta che, scomparso Moro, l’istigazione di Scalfari verso il Pci ebbe finalmente successo. ‘Dal ’79 in poi’ racconta Scalfari ‘la questione morale’ ha preso il posto del compromesso storico nell’agenda berlingueriana. Quella è stata secondo me la svolta di fondo, nella evoluzione del Pci… In questi dieci anni’, conclude, ‘il nostro gruppo di opinione e soprattutto le testate giornalistiche che lo rappresentano, la Repubblica, l’Espresso e Panorama, ha adempiuto egregiamente, per la sua parte, al ruolo di laicizzare la chiesa comunista’. E’ un brano rivelatore – ora è di nuovo Socci – il grande cavallo di battaglia è proprio lo spauracchio dello scandalismo: la questione morale viene da loro contrabbandata come la degenerazione del sistema dei partiti, che va dunque ‘riformata’. (Ma lungi da loro per esempio l’idea di ‘moralizzare la finanza o la Grande industria). Il tam tam si farà assordante verso il 1980 grazie anche ai giornali del gruppo Rizzoli (controllato da Licio Gelli): la via d’uscita che questi indicavano doveva essere una sorta di golpe istituzionale che portasse al governo dei tecnici […]”.

Cronologicamente:
1) Alla fine del 1979 il Pci abbandona Andreotti; nell’agosto dell’80 scoppia la bomba alla stazione ferroviaria di Bologna, culmine di una “spettacolare e sospetta escalation del terrorismo”;
2) Collassa la credibilità dei partiti, “causa di sfacelo e corruzione. Con il novembre 1980 la parola d’ordine assordante è: questione morale”.
3) Flaminio Piccoli diventa segretario della Dc, il suo vice e futuro successore è Ciriaco De Mita, “la prospettiva per quelle lobbies che vollero questa svolta nella Dc”. Sarà De Mita a nominare Romano Prodi al vertice dell’Iri.
4) Il Corriere della Sera fa da grancassa alla richiesta di un “governo dei tecnici” guidato da Bruno Visentini.
“Con i partiti ridotti a fantasmi di se stessi (o burattini di molti burattinai)” – concludono Socci e Fontolan – “tre grandi lobbies sono ormai padrone assolute della piazza”. Queste lobbies, ora convergenti ora no, nell’inchiesta risultano essere la P2 di Gelli “che controlla i giornali del gruppo Rizzoli”, il gruppo Agnelli (“giornali, Confindustria, Mediobanca eccetera) e il gruppo “De Benedetti, Caracciolo, Scalfari”. Oggi Antonio Socci conferma che in quegli anni “Berlinguer, invece di parlare di quello politico, all’improvviso prese a parlare un linguaggio moralistico-metafisico”.

E’ in quegli anni, negli anni Settanta, che “si affacciò l’idea tecnocratica di ascendenza azionista, secondo la definizione di Augusto Del Noce, che ha sempre contestato i grandi partiti popolari usciti vincitori o sconfitti dalle elezioni del 1948: Dc, Pci e Psi. Questa casta d’illuminati ha sempre creduto che per destino dovesse rappresentare il governo vero dell’Italia. Fino ad allora s’erano dovuti accontentare della Banca d’Italia, di ministeri economici e giornali. Poi, finalmente, si sono sentiti pronti a prendere le redini dell’Italia”. La realtà che ha oggi davanti a sé Antonio Socci è completamente diversa. Persino da Tangentopoli. “Oggi gli schieramenti non sono così netti”. Secondo lui “l’unica risonanza di tipo moralistico è in effetti percepibile intorno alla vicenda De Benedetti-Berlusconi. Lì sì, è come ci fosse un problema di sangue. Ciò che in una splendida inchiesta di Luca Ricolfi, ricercatore all’Università di Torino, viene chiamato ‘razzismo etico’: una posizione ideologica tipica del centrosinistra, che consiste nel ritenere moralmente inferiore gli avversari”. Quanto al resto, “mancano gli ingredienti, gli elementi materiali per costruire il teatrino. Le plebi non si lasciano infiammare dai nomi di Ricucci e degli altri. Non è neppure chiaro chi siano. In più non c’è l’alto grado di impatto emotivo rappresentato dai risparmiatori penalizzati da Parmalat”. Il presupposto, dice Socci è che “il meccanismo giustizialista, dal punto di vista filosofico, ha un’essenza giacobina, manichea e gnostica. Ha bisogno di una chiara, nettissima delimitazione delle parti in causa. Bianco e nero.

La regola fondamentale del gioco è questa: deve essere abbastanza chiaro per il pubblico quali sono i due fronti. Da una parte deve esserci il male assoluto (a suo tempo Craxi), dall’altra il bene assoluto (a suo tempo Di Pietro). Oggi non li vedo questi giocatori. La cosa funziona ancora per Berlusconi, il brutto sporco e cattivo. Ma adesso non si capisce granché da che parte stia Berlusconi. Certo, se riusciranno a tirarcelo, allora sì, allora il giochetto potrebbe funzionare”. Fermo restando però che “neanche i bambini crederebbero a Prodi nel ruolo di bene assoluto mentre solleva una ‘questione morale’. Al massimo può avvalersi di un piccolo spunto propagandistico per una campagna elettorale che parte alla lontana. Una furbatella. Ma onestamente, Prodi nelle vesti del giacobino giustizialista non è credibile, è dal 1978 che fa il ministro. Non è che sia precisamente una vestale”. C’è infine un elemento che Socci vuole illuminare: “Rispetto a quanto scrivevo dieci anni fa, contro il moralismo usato come arma ideologica, riconosco che c’è comunque un problema oggettivo di moralità. L’alternativa non può essere tra il giustizialismo e la totale mancanza di regole e d’un minimo di correttezza. Nel caso attuale non riuscirei a scrivere dove come e perché le regole non hanno funzionato”. Qualcuno si avvantaggerà della situazione? Lo farà in senso “antipolitico” come sembrò durante Tangentopoli? “Sia nella vicenda di Berlinguer sia in Tangentopoli il vero monstrum era l’Italia dei partiti. Quella vissuta in un sistema bloccato in cui non c’era ricambio né controllo. Fondamentalmente era un’Italia politica con grande cultura d’appartenenza, con realtà popolari. Oggi non è così. Anzi paradossalmente se dovessimo dire cosa c’è rimasto dell’Italia dei partiti, diremmo Ds e An. Tangentopoli ebbe successo anche perché cadde in concomitanza con una finanziaria da novantamila miliardi di vecchie lire, il prelievo forzoso dei conti correnti e così via. La gente si sentiva fisicamente, personalmente derubata. Ma ormai la questione morale è uno slogan, potrebbe anche essere impugnata dal centrodestra, come in effetti avvenne nel caso Telekom Serbia (al di là della mazzetta presa o meno, la questione investì la liceità di finanziare il dittatore Milosevic). Di più: da un punto di vista culturale sarebbe proprio la destra la legittima proprietaria della questione morale-politica. I “partiti forchettoni” era una formula adottata dal vecchio Msi. In fondo quale è stato l’effetto più grande, oltre alla distruzione della Dc, di Tangentopoli? La fine dell’arco costituzionale e la ‘legalizzazione’ del Msi”.

(di Alessandro Giuli)

lunedì 19 luglio 2010

La politica al tempo del colera

Il Caimano cade, sta per cadere, cadrà domattina, cadrà fra due giorni. È quel che giurano i tanti abituati a confondere i propri desideri con la realtà. Invece Silvio Berlusconi non cadrà per niente. Soprattutto perché non ha nessuna intenzione di cascare. È un suo ferreo proposito durare sino al 2013, ossia alla fine della legislatura. In quel momento terminerà pure il settennato di Giorgio Napolitano. E anche il più distratto degli italiani sa che il Cavaliere tenterà di arrivare al Quirinale.

Il lettore del Bestiario non si stupisca. Non sono diventato, all’improvviso, un tifoso di Berlusconi. Devo ricordare che appena una ventina di giorni fa avevo suggerito a lui e a Umberto Bossi di dimettersi, se volevano salvare il centrodestra. Come immaginavo, il mio consiglio è finito nel cestino. A riprova che entrambi non hanno nessuna voglia di gettare la spugna. Pur sapendo che, per restare in sella, dovranno pagare un prezzo molto alto. E quale sia lo spiegherò nell’ultima parte di questo Bestiario.

Ormai siamo in molti a pensare che il Cavaliere durerà. Parlo di osservatori indipendenti, come tento di essere io. Per quel che mi riguarda, me lo fanno pensare alcuni segnali assai chiari. Primo fra tutti, il suo atteggiamento nei confronti di Gianfranco Fini. Il presidente della Camera, e cofondatore del Pdl, è diventato il nemico pubblico numero uno del Caimano. È inutile ricordare tutti i passaggi della sua guerriglia, quotidiana e incessante. Serve di più domandarsi perché Berlusconi rimandi di continuo la resa dei conti con Fini. E non lo cacci dal partito con tutta la truppa, grande o piccola che sia.

Le risposte sono diverse e spesso fantasiose. Il Cavaliere teme che Fini possieda delle carte per ricattarlo. Oppure ha paura delle rivelazioni sulla vita interna del Pdl che Fini, una volta espulso, potrebbe fare. È quanto mi hanno detto alcuni big del centrodestra. Ma io credo che il motivo vero sia un altro: nel rimandare lo show down con l’ex amico, Berlusconi ha pensato soprattutto al proprio futuro. E a una sequenza di eventi da far gelare il sangue. La riassumo così: uscita dei finiani, caduta del governo, lunga crisi, ricorso alle urne, sconfitta del centrodestra e fine della favola bella di Silvio.

Lo stesso quadro, sia pure rovesciato, forse se lo è proposto Fini. Potrebbe andarsene dal Pdl e fare un suo partito, gli uomini e i mezzi finanziari ce li ha. Potrebbe persino rimanere presidente della Camera. E dopo? Non gli resterebbe che una via d’uscita: cercare, con non poca fatica, di diventare il leader di un mostro a quattro teste, destra, centro, sinistra riformista, sinistra radicale. Con un programma di un solo punto: liberarsi del Caimano. Sembra facile, ma non è così. Fini non è uno sciocco e si sarà pur domandato che cosa accadrebbe se il Mostro Quadricipite dovesse perdere il confronto elettorale con il Cavaliere. Sarebbe la morte della propria carriera politica. Non gli resterebbe che fare l’istruttore di pesca subacquea.

È per questo che lo stallo ostile fra i due potrebbe durare a lungo, con esiti infausti per un Paese in crisi. Certo, lo stallo sarà pesante soprattutto per il Cavaliere. Alle prese con un impegno ciclopico: mettere mano alla crisi che sta distruggendo il Pdl. Berlusconi ha già dichiarato che sarà questo il compito delle sue vacanze d’agosto, tutte di lavoro. Ma neppure lui è il mago Zurlì, specialista in miracoli.

La tragica e fantozziana verità è che il Pdl è un morto che cammina. Non lo dice il Bestiario. Lo dicono con una frequenza allarmante osservatori di centrodestra. I due ultimi in ordine di tempo sono Luigi Amicone e Francesco Damato. Il primo è il direttore di Tempi, il settimanale vicino a Comunione e liberazione, e il suo lungo intervento ha un titolo schietto: “Come si rompe un partito”. Il secondo ha pubblicato su Il Tempo di Roma una geografia sconvolgente dei guai del Pdl, “Il caos in periferia”.

Che cosa è accaduto in questi mesi? La mia impressione è che, fino a quando Berlusconi è sembrato onnipotente, la crisi interna al Pdl sia rimasta nascosta alle spalle del trono. Poi, insieme ai primi incidenti giudiziari per due ministri e altre eccellenze, è emersa di colpo e con una rapidità sorprendente. Mi ha fatto pensare all’epidemia descritta in un grande romanzo di Gabriel García Márquez, “L’amore al tempo del colera”. Dapprima si ammala qualcuno, poi si ammalano tutti e infine tutti muoiono. Il colera ha già distrutto, o quasi, le tante sinistre. Adesso sta intaccando il centrodestra. E va all’assalto anche della Lega. I sintomi del male si vedono già, nelle liti fra i capi leghisti e nell’emergere del correntismo verde. Un guaio che Bossi e il suo staff negano, ma che sta sotto gli occhi di tutti.

Dobbiamo rallegrarcene? Penso proprio di no. Chi si frega le mani per il disastro del partito avversario, è un suicida. Tutte le democrazie parlamentari hanno un bisogno vitale di buona politica e di partiti sani. Altrimenti tutto cade nelle mani dei cosiddetti Poteri forti. Da noi ne esiste uno solo: la magistratura, un potere che sta diventando sovrano. Può fare bene, ma anche sbagliare.

Da cittadino, credo sia stato un errore pesante condannare il capo del Ros, il generale Giampaolo Ganzer. E sono contento che nel Partito democratico si sia alzata almeno una voce in suo aiuto: quella di Arturo Parisi, ministro della Difesa al tempo di Romano Prodi. Parisi è sardo, Ganzer carnico. Come diceva mia nonna, il sangue non è acqua.

(di Giampaolo Pansa)

IN MEMORIAM

domenica 18 luglio 2010

Flavio Carboni e gli affari col trucco di "Repubblica" in Sardegna


Sarebbe un grave errore quello di farsi prendere per mano dal «regista» che, dai contenitori della Commissione parlamentare P2, scarica, alla pubblica opinione, palate di fatti a getto continuo, perché poi, alla fine, si perda il filo di tutto. Polverone, per non capire più nulla.
Occorre non smarrirsi. Occorre rimanere attaccati all'essenziale e dell'essenziale chiedere, puntualmente e caparbiamente, ogni possibile chiarimento.
E cominciamo a disboscare.
La prima constatazione da fare è stabilire che non è vero nulla che, scoperti Gelli e la sua banda, le cose in Italia abbiano cominciato a marciare su binari diversi perlomeno puliti. Le cose, in Italia, anche dopo Gelli e con Spadolini, il presidente del Consiglio dei ministri dell'emergenza morale, sono continuate ad andare così come andavano ai tempi di Gelli. E tutti, chi consapevolmente, chi inconsciamente, si sono adeguati all'antico andazzo.
Vediamo di dare corpo a questa affermazione, cominciando dall'alto. È il maggio 1982. Il presidente della Repubblica riceve al Quirinale il gran maestro della massoneria, appena eletto, il repubblicano Armando Corona.
L'unico quotidiano a darne l'annuncio, per esteso e con evidenza, è "la Repubblica" di Scalfari-Caracciolo che così commenta:
«L'incontro di ieri ha avuto come tema principale il rinnovamento della massoneria, sempre più tesa a liberarsi di una pesante eredità: i guasti e le trame nelle quali si era dibattuta negli ultimi decenni, soprattutto per colpa dei gran maestri che si erano succeduti. Gamberini, Salpini e Battelli crearono e alimentarono il potere di Gelli, dando alla sua loggia segreta, la P2, tutti i crismi della legalità massonica. Pertini concludeva la "Repubblica" ha raccomandato a Corona di adoperarsi affinché i massoni italiani possano sempre più imboccare la via degli «ampi orizzonti», liberi da qualsiasi forma di segreto, sulla scia dell'esempio anglosassone».
Raccomandazioni inutili, perché la vicenda del banchiere Roberto Calvi ci dice che Armando Corona, e prima di essere nominato gran maestro e dopo che lo è diventato, ha continuato a gestire, nel segreto, e perfino a livello della Presidenza del Consiglio dei ministri, i guasti e le trame di cui prima si occupava Licio Gelli.
Infatti dalle «registrazioni» eseguite da Flavio Carboni, registrazioni ora all'ascolto dei commissari della P2, che apprendiamo che la sistemazione del "Corriere della Sera" (il grande pacco, per usare l'espressione di Calvi), fin dal gennaio 1982, cioè quando Armando Corona non era ancora stato eletto gran maestro della massoneria, «dipendeva tutta da lui, era tutta nelle sue mani».
È lo stesso Calvi a dire di avere spiegato la questione «ad Armandino», e di rimando il latitante, amico della malavita, Flavio Carboni, dice a Calvi: «Intanto Corona precisi il suo pensiero e le sue istruzioni, chiarisca la sua posizione perché è lui che si deve vedere con Spadolini».
E Flavio Carboni dà anche i particolari dell'incontro Corona-Spadolini: il mercoledì successivo (è da stabilire se a colazione o a cena), presenti altre due persone, una di queste Aristide Gunnella (l'amico di Di Cristina Giuseppe, il boss mafioso della droga, quando è stato ucciso aveva, in tasca assegni per tre miliardi di lire!).

È l'ipotesi del «grande pacco» da gestire e da spartire. E vengono fuori i nomi dei possibili acquirenti del "Corriere della Sera". Dice il banchiere: «Carlo non può uscire dal discorso "Corriere della Sera"».
È Carlo Caracciolo, l'editore, insieme con Scalfari, de "la Repubblica" e de "L'Espresso".
E Carboni, a questo punto della conversazione, sbotta: «E se vi dico che lunedì vedo Berlinguer?».
Per capire: riallacciate alcuni fili. Nel «gran pacco» ci sono: Armando Corona che, di intesa con il presidente del Consiglio, gestisce il tutto, il gruppo editoriale Caracciolo-Scalfari; Flavio Carboni (che registra), socio in affari con Caracciolo ma, come vedremo, socio in intrallazzi con Armando Corona e faccendiere di quella sinistra DC che, proprio in quei giorni, sta divisando di eleggere Ciriaco De Mita segretario nazionale.
Ecco precisati gli aspetti essenziali della vicenda, aspetti che non vanno assolutamente confusi nel polverone dei fatti che, come fuochi d'artificio, vengono fatti scoppiare in grembo alla Commissione P2, onde confondere le idee.

Ha ragione Tremaglia: siamo ad una guerra fra due bande. Ed io, ora, sto tratteggiando la fisionomia di una di queste bande non trascurando l'altra che non è meno maleodorante di questa.
L'identikit della banda, che voleva dare ad intendere agli italiani di- «moralizzare» la vita pubblica, pur avendo sempre gestito le proprie cose con i metodi di Gelli, spunta, inconfondibile, dall'ambiente di malaffare rappresentato da questo portaborse miliardario, Flavio Carboni, che si è fatto 60 miliardi nello spazio di tre anni.
Descrivere la vita di questo filibustiere del Palazzo è tratteggiare l'identikit di coloro che, molto peggio di lui, di lui si sono serviti, ritenendo di far fessi gli italiani con sbandierate moralizzazioni che altro non erano che azioni truffaldine.
La fortuna di Flavio Carboni si chiama l'accoppiata Corona-Caracciolo, ed è strettamente legata alle vicende dell'acquisto da parte dell'editoriale "L'Espresso", del quotidiano "La Nuova Sardegna".
L'editoriale "L'Espresso" (Caracciolo-Scalfari) acquista dalla SIR finanziaria, fra l'aprile e il dicembre 1980, la maggioranza delle azioni della "Nuova Sardegna". Al termine di una complessa, e tutt'altro che limpida vicenda di ripartizioni delle azioni della società editrice "Nuova Sardegna", si ha questa situazione: "L'Espresso" 52%; SOFINT S.p.A., 35%; Franco di Suni 5%, Edisar s.r.l. 4%; SIR finanziaria 4%.

Dietro questa ripartizione c'è l'inganno. Ed è un inganno che, innanzi tutto, colpisce, moralmente, il Consiglio Regionale della Sardegna che, nel dare corso alla vendita della "Nuova Sardegna", aveva stabilito condizioni tassative, una delle quali che l'acquirente avesse sì una quota rilevante della proprietà, ma non maggioritaria e che la rimanente fosse destinata, sotto la supervisione del Consiglio Regionale sardo, ad operatori economici dell'isola.
Ed invece si scopre che l'editoriale "L'Espresso" di Caracciolo-Scalfari e la SOFINT di Flavio Carboni-Pellicani Emilio hanno, rispettivamente, il 52 per cento e il 35 per cento.
Come è stato possibile?
Ce lo dice lo stesso Caracciolo che, nel difendersi dalle contestazioni di avere acquistato "La Nuova Sardegna" truffaldinamente, scrive, in data 10.7.1981, al presidente della SIR Finanziaria (Gianni Fogu), affermando che tutto quanto è stato fatto e perfezionato, «dietro il previsto accordo con il presidente del Consiglio regionale» e che «se lo ritiene può all'occorrenza, mettere a disposizione la relativa corrispondenza».

Chi era, al tempo dei fatti su menzionati, il presidente dei Consiglio regionale della Sardegna? Armando Corona, il nostro Armandino.
Le domande, a questo punto, sono più di una. Flavio Carboni, a cui Caracciolo con il benestare di Corona, concede il 35 per cento delle azioni della "Nuova Sardegna", è uomo che interessa al principe-editore, socio di Scalfari, o interessa ad Armandino Corona?
Se interessa quest'ultimo, la successiva domanda è d'obbligo: lo scambio perché Corona conceda, alle spalle e all'insaputa del Consiglio regionale della Sardegna, all'editoriale "L’Espresso" il 52 per cento, è quello che Caracciolo dia, a sua volta, a Flavio Carboni, braccio destro di Calvi, il 35 per cento delle azioni della "Nuova Sardegna"?
E perché? Forse perché Calvi, a sua volta, avrebbe appoggiato Armandino a salire sul trono di gran maestro della massoneria?

Supposizione non vera? Allora è vera quest'altra, per cui Corona vuole Carboni nella proprietà della "Nuova Sardegna" perché i profitti delle sue cliniche sono investiti nelle pianificazioni urbanistiche di Flavio Carboni, pianificazioni che la "Nuova Sardegna", da sinistra, protegge con i suoi articoli?

Non è così? Allora, altra variante: Flavio Carboni fa comodo a Carlo Caracciolo, cioè è un prestanome, dietro il quale c'è il disegno editoriale, politico e industriale, che vede «insieme» la sinistra DC (in testa De Mita e l'attuale presidente della Giunta regionale sarda Angelo Roich), il gruppo editoriale Scalfari-Caracciolo, la «nuova destra» rappresentata da settori del PRI (Visentini - De Benedetti), tutti tesi e favorevoli all'intesa con il PCI?
Non lo si dimentichi: l'operazione dell'acquisto della "Nuova Sardegna", da parte di Caracciolo-Scalfari, avviene nel 1980, quando il PRI governa la Sardegna insieme col PCI.

Sono domande a cui si deve rispondere. Anche perché, sia Caracciolo, sia Armando Corona, interrogati dalla Commissione sull'informazione del Consiglio regionale sardo, circa il non rispetto dei patti nella vendita della "Nuova Sardegna", hanno dato risposte divergenti.
Dove sta la verità?

«Conosce De Mita? Sì. L'ho conosciuto due anni fa, all'epoca della sua nomina a vice segretario della DC. Me l'ha presentato un amico, di cui ho altissima stima, Angelo Roich (presidente della giunta regionale sarda - N.d.R.) una persona delle migliori, davvero inattaccabile sotto il profilo morale». (Parla l'allora latitante Flavio Carboni, "L'Espresso", 1.8.1982)
Fermiamoci un po’: De Mita. Quando intorno al 22 giugno u.s. (il cadavere di Calvi è ancora caldo) vengono pubblicate le notizie della partecipazione di De Mita a cene organizzate da Flavio Carboni, il capo ufficio-stampa del segretario nazionale della DC, Clemente Mastella, invia note irate in cui si dice che ciò è completamente falso, in quanto «De Mita aveva incontrato Carboni una sola volta, e per pochi minuti, di pomeriggio, in compagnia dell'editore Carlo Caracciolo».
«Corona ha anche raccontato ai commissari della P2 della cena, in casa Carboni, presenti il segretario nazionale della DC De Mita, l'editore Caracciolo, monsignor Hilary e l'uomo politico Roich. Alla cena -ha detto Corona- mi invitò Carboni, dicendomi che De Mita voleva conoscermi. De Mita, a quella cena -ha detto Corona- espose a grandi linee il discorso che avrebbe tenuto il giorno dopo al congresso del suo partito». ("Corriere della Sera", 30 luglio 1982)

Qui non ci sono dubbi. Le bugie vengono dette da De Mita. E che bugie! Ora c'è anche la testimonianza di Armandino Corona, ma di quella cena sono venute fuori le fotografie. Non solo. "L'Europeo" (12.7.1982) pubblica, in bella evidenza, una fotografia di De Mita che, a braccetto di uno sconosciuto, esce dal Palazzetto dello Sport dove si tenevano i lavori del congresso nazionale della DC. Il settimanale, nella didascalia, si limita a scrivere: «sotto, il segretario nazionale della DC, Ciriaco De Mita». Non una parola dei personaggio che ha sottobraccio.
Chi è costui? Un amico? Un delegato? L'autista? Un guardaspalle? Mistero.

Passa qualche giorno e l’Agenzia Repubblica (15.7.1982) riproducendo la foto de "L'Europeo", avverte: guardate signori, che l'uomo accanto a De Mita è I'...uomo del giorno, cioè il faccendiere sardo Flavio Carboni, sulle cui tracce sono puntate le polizie di tutta l'Europa e oltre.
"L'Europeo", credete voi, che accortosi di avere mancato il colpo, corregga il tiro dicendo nel numero successivo: guardate la foto l'abbiamo pubblicata noi, ed è vero, l'uomo sottobraccio a De Mita è proprio Flavio Carboni. È uno scandalo!
Per carità, il rizzoliano "L’Europeo" si guarda bene dal fare un discorso simile. E come se nulla fosse, riproduce (numero del 27.7.1982) sì la foto, ma senza De Mita, con la didascalia: «a destra il latitante Flavio Carboni, colpito da mandato di cattura dopo la scomparsa del banchiere Roberto Calvi».
E De Mita che è, affettuosamente, accanto? Scomparso.
Questa è la ...deontologia professionale di certi settimanali che vorrebbero raccontare agli italiani la bella favola della moralizzazione della vita pubblica!
È evidente: lo sterco accomuna tutti. E su tutti i versanti.

Comunque, per riassumere: la presidenza della Repubblica, antesignana nella moralizzazione della vita pubblica, riceve, con tutti gli onori, Armando Corona che, al momento dell'...uso non altro dimostra di essere, e nella migliore delle ipotesi, che un faccendiere (Pertini direbbe un giannizzero); la presidenza del Consiglio dei ministri, che ha fatto dell'emergenza morale la sua direttiva principale va a cena con il gran maestro onde stilare con lui la «strategia» per spartire il gran pacco, cioè il "Corriere della Sera"; il segretario nazionale della DC, appena eletto al grido «rinnoveremo moralmente la DC», va subito a cena con portaborse intriganti e amici della malavita; il gruppo Caracciolo-Scalfari, grondante moralizzazione da tutti i pori, si trova «dentro» tutte le porcherie; Vaticano e massoneria, all'ombra dei soldi, si incontrano, trattano e concludono, fra abbondanti e succose portate e libagioni. Il tutto in un confronto di faccendieri il migliore dei quali è amico della malavita, il peggiore della mafia e della camorra.
Questo è il quadro su cui cadono, come diversivo, i provvedimenti dell'austerità. Cancellare dalla memoria degli italiani porcherie e assassinii, per derubarli meglio. È la direttiva.

Già, dimenticavamo, e i comunisti? "l'Unità" (20.7.1982), fra l'altro, ha scritto quanto segue:
«Il gran maestro amico di affaristi che fanno affari con uno scambio mercantile con uomini politici, che organizzano registrazioni, ricatti e incursioni nelle correnti di partiti di governo; un gran maestro amico protettore e protetto da banchieri; un gran maestro amico di alti prelati ed editori di giornali; un gran maestro indifferentemente amico e socio di laici e cattolici, amici degli amici; un gran maestro che può far salire le scale della carriera a magistrati che saranno poi a lui devoti ed ubbidienti; un gran maestro che ha trovato mezzi e modi per sfasciare la giunta di sinistra in Sardegna e, vedi caso, viene poi eletto presidente della Regione un amico di Carboni a sua volta amico, suo; un gran maestro amico, confidente, consigliere del presidente del Consiglio. Ma non c'era in una loggia un altro personaggio che cominciò con questi metodi, con questo tipo di legami un'inarrestabile ascesa sino a sedersi sullo scanno massimo della P2? Non vorremmo che sciolta, per legge (e per chi ci crede) la P2, si vada via via costituendo la piramide di una P3».

Sì, è vero, le cose stanno così come "l'Unità" le descrive. C'è solo un piccolo, importante «particolare». È che fino a quando Armando Corona, il gran massone, è stato, in Sardegna e fuori, il più valido sostenitore dell'intesa con il PCI, tutto andava bene. Anzi benissimo. Anche gli affari di Corona, detto Armandino.
Appena il gran maestro, per giochi suoi e con mentalità tipicamente doppiogiochista «alla Licio Gelli», si è fatto regista di altre maggioranze, su Corona (e sui suoi affari) sono piovuti i fulmini del PCI.
Corona è quello che è. Ma anche il PCI è quello di sempre: non il moralizzatore, ma il ricattatore.
«Se stai con me, ti farò fare quello che vuoi, puoi rubare a piacimento. Se ti metti contro, grido "al ladro!"».
Ditemi voi, cari Lettori, se il PCI può davvero rinnovare la vita pubblica italiana!


(di Beppe Niccolai "Rosso e Nero" - Secolo d'Italia 6 agosto 1982)