martedì 31 agosto 2010

La casta degli storici che non insegna nulla


Egregi storici di professione che liquidate con disprezzo i testi e le persone che a nord e a sud criticano il Risorgimento e ne descrivono massacri e malefatte, dovreste tentare un’autocritica onesta e serena. So che è difficile chiedere a molti di voi l’umiltà di rimettere in discussione le vostre pompose certezze e il vostro sussiego da baroni universitari, ma tentate uno sforzo. Se oggi escono libri e libercoli a volte assai spericolati, poco documentati e rozzi nelle accuse, nostalgici del passato preunitario, lo dobbiamo anche a voi. Se nei libri di testo e di ricerca, se nei corsi di scuola e d’università, se nei convegni e negli interventi su riviste e giornali, voi aveste scritto, studiato e documentato i punti oscuri del Risorgimento, oggi non ci troveremmo a questo punto. E invece quasi nessuno storico di professione e d’accademia, nessun istituto storico di vaglia ha mai sentito il dovere e la curiosità di indagare su quelle «dicerie» che ora sbrigate con sufficienza.
Ho letto e ascoltato con quanto fastidio - e cito gli esempi migliori - Giuseppe Galasso, Galli della Loggia, Lucio Villari parlano della fiorente pubblicistica sul brigantaggio, i borboni, i massacri piemontesi e i lager dei Savoia. Ne parlano con sufficienza e scherno, quasi fossero accessi di follia o di rozza propaganda. Poi non si spiegano perché tanta gente affolla e plaude i convegni sull’antirisorgimento, a nord o a sud, e disprezza il Risorgimento, se un libro come Terroni di Pino Aprile sale in cima alle classifiche, se nessuno sa dare una spiegazione e una risposta adeguate alle accuse rivolte ai padri della patria. Curioso è il caso di Galasso che prima accusa i suddetti antirisorgimentali di scrivere sciocchezze e poi dice che erano cose risapute; ma allora sono vere o no, perché non affrontarle per ricostruirle correttamente o per confutarle? Ed è un po’ ridicolo criticare le imprecisioni altrui, ridurle ad amenità, e poi non batter ciglio se il suo articolo, professor Galasso, viene titolato sul Corriere della Sera «Nel sud preunitario», mentre il brigantaggio di cui qui si tratta si riferisce all'Italia postunitaria. Par condicio delle amenità.
Ma il problema riguarda tutto un ceto di storici boriosi, che detengono il monopolio accademico e scolastico della memoria. Perché avete rimosso, non vi siete mai cimentati col tema, non volete sottoporvi alla fatica di rimettere in discussione quel che avete acquisito e sostenuto una volta per sempre? Detestate i confronti e perfino la ricerca che dovrebbe essere il vostro pane e il vostro sale. Il risultato è che per molta gente questi temi sono scoperte inedite.
Per la stessa ragione, non è possibile trovare sui libri di storia, nei testi scolastici e universitari o nei vostri interventi sui giornali, le pagine infami che seguono alla rivoluzione napoletana del 1799 con intere città messe a ferro e fuoco, migliaia di morti ad opera dei giacobini rivoluzionari. Celebrate i collaborazionisti delle truppe francesi ma omettete i loro massacri, le città rase al suolo. Non è ideologica anche la vostra omertà? O ancor peggio, poi non vi spiegate, voi storici titolati del Novecento, perché libri come quelli di Giampaolo Pansa esplodano in libreria con centinaia di migliaia di lettori: ma perché voi, temendo l’interdizione dalla casta, non avete avuto il coraggio di riaprire le pagine sanguinose della guerra partigiana, il triangolo rosso e gli eccidi comunisti. Così fu pure per le foibe. Poi con disprezzo accademico sbrigate questi libri come pamphlet giornalistici, roba volgare e imprecisa. Ma quei morti ci sono stati sì o no, e chi li uccise, e perché? Quelle ferite pesano ancora nella memoria della gente sì o no? Che coesione nazionale avremo, caro Galli della Loggia, nascondendo vagoni di scheletri negli armadi?
Sul Risorgimento non avete il coraggio di rispondere a quelle domande e così contribuite in modo determinante a rendere le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia come uno stanco rituale, estraneo agli italiani, dominato dai tromboni e dalle stucchevoli oleografie. Salvo poi scrivere stupefatti e indignati che il Paese non partecipa, è assente, è refrattario. Ma non vi accorgete che lo diventa se continuate con il vostro manierismo e le vostre omissioni?
Come forse sapete, sono tutt’altro che un detrattore del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, anzi sono un fautore di lunga data dell’identità italiana, quando eravamo davvero in pochi a difenderla. Sono convinto che il processo unitario fosse necessario, che molti patrioti fossero ardenti e meritevoli d’onore, e che l’idea stessa di unire l’Italia fosse il sacrosanto coronamento di un’identità, di una storia, vorrei dire di una geografia, di una cultura e di una lingua antiche. Ma per rendere autentica quell’unità non possiamo negare le sue pagine oscure e pure infami, non possiamo negare le sofferenze che ne seguirono e lo sprofondare del sud nei baratri della miseria, della malavita e dell’emigrazione. Quella malavita organizzata che dette una mano ai garibaldini come poi agli sbarchi americani. Sono convinto che l’Unità d’Italia non portò solo guai ma modernizzò il Paese, lo alfabetizzò e lo fece sviluppare; e considero meritevoli di rispetto i cent’anni e passa che seguirono all’Unità d’Italia, la nascita dello Stato italiano e di una dignitosa borghesia di Stato, la graduale integrazione dei meridionali nello Stato, il loro grande contributo alla scuola e all’università, alle prefetture e alle forze dell’ordine, alla magistratura e all’alta dirigenza dello Stato, all’impiego pubblico e militare. Non possiamo buttare a mare più di un secolo di storia per qualche decennio finale di parassitismo.
Ma bisogna avere il crudo realismo di narrare anche l’altra faccia della storia; per amor di verità, per rispetto di quei morti e per riportare dentro l’Italia gli eredi di coloro che subirono l’Unità. Perché resta ancora da costruire un’Italia condivisa e non da dividere un’Italia già costruita.
(di Marcello Veneziani)

lunedì 30 agosto 2010

I capricci di Sua Maestà da Tripoli


Compiaciuto tra i suoi 30 cavalli berberi più belli di quelli di Ben Hur, le amazzoni di scorta con rimmel antisommossa e le sue 500 ninfette italiane prese a nolo, «Papi» Muammar benedice l'amico Silvio e tutto il popolo italiano: questa sì è un'accoglienza da Re! E chissà che anche stavolta, tra le seguaci conquistate dalla sua oratoria e da un pacco di fruscianti bigliettoni, non spunti fuori qualche convertita all'Islam...

Diciamo la verità: era cominciata male, tra Gheddafi e gli italiani. Prima il fastidio delle polemiche sulla cacciata dei nostri connazionali buttati fuori dopo la rivoluzione. Poi lo strascico del rancore per la nostra occupazione coloniale che gli aveva fatto istituire la Giornata della Vendetta. Poi i seccanti sospetti su un suo coinvolgimento in certi episodi terroristici. Poi i missili contro Lampedusa e la rivendicazione della sovranità sulle Tremiti. Per non dire di certe parole di Oriana Fallaci: «Oltre ad essere un tiranno è un gran villanzone». Peggio: «È clinicamente stupido». Peggio ancora: «È senz'altro il più cretino di tutti». Screanzata. Più ancora di Indro Montanelli, che lo aveva bollato come «un sinistro pagliaccio». Più di Reagan, che lo chiamava: «Il cane di Tripoli».

Vabbè, pietra sopra. Tutto cancellato dal rapporto con l'amico Silvio. Lui, Muammar, l'aveva detto già nel lontano 1994: «Io e Berlusconi siamo fatti per intenderci, in quanto rivoluzionari. Prevedo per lui grandi successi nella gestione dello Stato, così com'è stato nella gestione del Milan. La sua personalità è apparsa all'orizzonte cambiando tutto da cima a fondo». Certo, il Cavaliere non ha accettato tutti i suoi consigli su come risolvere le grane parlamentariste. L'anno scorso in Campidoglio, ad esempio, aveva detto: «Il partitismo è un aborto della democrazia. Se me lo chiedesse il popolo italiano gli darei il potere. Annullerei i partiti, affinché il popolo possa prendere il loro posto. Non ci sarebbero più elezioni e si verificherebbe l'unità di tutti gli italiani. Basta destra e sinistra. Il popolo italiano eserciterebbe il potere direttamente, senza rappresentanti». Quindi, all'università «La Sapienza», aveva spiegato che questa è l'essenza della democrazia: «Demos in arabo vuol dire popolo e crazi vuol dire sedia. Cioè il popolo si vuole sedere sulle sedie». Aristotelico.

Allora, alle «letterine» affittate perché ascoltassero a ottanta euro l'una il sermone maomettano, aveva rivelato: «Sapete che al posto di Gesù crocifissero un suo sosia?». Questa volta, tra i sorridenti inchini e gli ossequiosi salamelecchi dei nostri uomini di governo solitamente ostili, diciamo così, a certi discorsi, è andato oltre: «L'Islam dovrebbe diventare la religione di tutta l'Europa». Lo dicesse l'imam di una sgangherata moschea di periferia sarebbe scaraventato fuori tra strilli di indignazione. Lo dice lui? Spallucce. È la politica, bellezza.

Così è fatto, «Papi» Muammar: adora essere circondato da cammelli, cavalli e puledre. Il tutto con una sobrietà che in quattro decenni di potere è diventata leggendaria. Oddio, diciamo la verità: il Colonnello si muove nel solco di una storia antica. È un secolo che gli italiani dalla Libia si aspettano cose spropositate. Basti ricordare come, per eccitare la fantasia dei lettori prima della conquista, l'inviato de «La Stampa» Giuseppe Bevione scriveva che laggiù c'erano «ulivi più colossali che le querce» e che l'erba medica poteva «essere tagliata 12 volte all'anno» e che i poponi crescevano «a grandezze incredibili, a venti e trenta chili per frutto». Va da sé che, con questi poponi alle spalle, il re beduino della Jamahiriyya non poteva essere da meno.

Il suo piccolo Paese, disse un giorno Igor Man, «gli è sempre andato stretto». Detto fatto, si è sempre mosso alla grande. Come quando si presentò al vertice dell'Unione africana ad Addis Abeba facendosi precedere da 15 lussuosissime auto blu personali fatte sbarcare da aerei giganteschi e scandalizzò tutti con due valigie («Un regalo del nostro leader ai capi di Stato africani», spiegarono i diplomatici) piene d'oro zecchino. O quando, sceso a Roma con la solita corte di 300 attaché, pretese che gli montassero una tenda di 60 metri quadrati a Villa Pamphilii con 12 poltrone dai piedi dorati, lampade, divanetti, tavoli e «grandi incensieri per profumar l'ambiente». O quando inaugurò un pellegrinaggio attraverso Swaziland, Mozambico, Malawi, Zimbabwe e Kenia presentandosi in Sudafrica con due Boeing 707 in configurazione Vip, un jet più piccolo d'appoggio, un gigantesco Antonov russo con a bordo due autobus di lusso da 46 posti, sessanta auto blindate e 400 guardie del corpo armate fino ai denti di kalashnikov. Più, piccolo dettaglio regal-pastorale, un container frigorifero di agnelli macellati.

Potevano i figli di tanto padre non seguirne l'esempio? No. Ed ecco Hannibal e Moutassem sgommare in Costa Smeralda al volante di una Ferrari a testa fino a far saltare i nervi del giardiniere della spettacolare villa presa in affitto, furibondo per la quotidiana raccolta di cocci delle bottiglie di champagne millesimato buttate dalla finestra. Ecco il conto preteso per via giudiziaria (la famiglia si era dimenticata di pagare) dall'hotel Excelsior di Rapallo per una vacanza di Al Saadi, detto l'Ingegnere: 392 mila euro per sei settimane. Ecco lo stesso Al Saadi, capricciosamente deciso a «giocare al calciatore professionista», affittare Villa Miotti a Tricesimo: 13 mila euro al mese. Spiccioli per un uomo che, volendo farsi insegnare qualche trucco sul palleggio, raccontò Emanuela Audisio su Repubblica, ingaggiò per gli allenamenti un trainer personale esclusivo: Diego Armando Maradona. Costo: 5 milioni di dollari.

Anche queste cose però, diciamo la verità, finiscono per annoiare. Ed è così che il despota tripolino, un bel giorno, ha deciso di commissionare alla Tesco Ts di Torino un'auto disegnata da lui medesimo. Possibile? Parola dei costruttori dei due prototipi: «Durante la realizzazione di questa macchina, l'équipe tecnica di Tesco Ts ha seguito alla lettera le idee del designer, il Leader, per produrre la vettura perfetta secondo la sua visione». E come poteva essere la vettura perfetta, per sua maestà Muammar? Rifiniture in marmo. Un capriccio è un capriccio. Se no che gusto c'è ad essere il leader di una Jamahiriyya Popolare e Socialista?

(di Gian Antonio Stella)

domenica 29 agosto 2010

Silvio editore di riferimento della sinistra


Silvio Berlusconi, con Mondadori, è il più importante editore di sinistra, è vero, ma non potrebbe – come ha chiesto ieri Antonio Socci su Libero – mutare la propria ragione sociale commerciale, diventare insomma di destra, per una ragione di spicciola economia: non avrebbe più clientela. Né, tanto meno, fornitori della materia prima, gli autori che sono quello che sono perché devono andare da Fabio Fazio in tivù, devono vendere e farsi amare dalle professoresse democratiche. Tutto qua. Ecco perché l’appello di Vito Mancuso – uscire tutti dal catalogo di Segrate, tutti fuori – è caduto nel vuoto.

Non c’è casa più politicamente corretta della cultura. E Mondadori, col suo prestigio, non può avventurarsi oltre i lidi sicuri del dogma. Compreso l’antiberlusconismo di maniera. Non c’è altro marchio tra gli acculturati, poi, che la sinistra. E sempre vale – ahimè – il teorema più che perfetto stabilito da Michele Serra: “Sono doppiamente svantaggiati gli scrittori di destra. I lettori di sinistra non li leggono perché sono di destra, i lettori di destra, invece, non leggono”.

Quello che giustamente chiede Socci, “raccontare fatti nuovi, la nuova cultura che germoglia”, non può accadere per l’inamovibilità di un sistema collaudato nel luogo comune e nel riflesso condizionato: quello del buttarsi a sinistra. Lettori compresi. Io che vengo dal Cattiverio (restandoci, perfino in chiave saracena), sono un autore Mondadori, non sputo certo nel piatto in cui mangio e capisco le ragioni della Casa quando mi mandano a mangiare in cucina. L’apparato della cosiddetta immagine è assai attento nel veicolare un’aura di sacrale compostezza laica, democratica e de sinistra. La vittoria di Antonio Pennacchi allo Strega – e stiamo parlando di un grande scrittore, un comunista, non di un mammasantissima chic e radical – mi ha fatto godere oltre che per il merito, per tutto quello che ne consegue in termini di cautela. Pennacchi è un dio della parola forte e chiara, uno che non conosce la mezza misura e che ha il garbo rivoluzionario dell’Italia proletaria fascio-comunista. E’ uno che non c’entra con la cricca delle mezze vergini di sinistra, uno che non potrà andare da Fabio Fazio o da Serena Dandini e non potrò mai dimenticare quando, all’indomani dello Strega, vidi gli amici in Mondadori, segnati in volto dal terrore all’idea di vedere Pennacchi alle prese con il suo primo appuntamento pubblico: nientemeno che una serata a Viterbo, al festival di “Caffeina”. Non a Mantova, dunque, non a Capalbio, non in un posto adatto alle professoresse democratiche, ma “in mezzo a tutti quei fasci”. Nella città, insomma, dove Giorgio Almirante andava a chiudere le campagne elettorali. Ovviamente fu un trionfo, “Canale Mussolini” ebbe la sua festa ma ancora oggi, a me e a Pennacchi, c’intimano affettuosamente di stare lontani perché quando siamo insieme, io e lui, ci facciamo da reciproco detonatore per sparate fuori dal target delle professoresse democratiche (Dio le stramaledica!). E quindi zitti, a maggior ragione con il Campiello alle porte, con tutte quelle professoresse democratiche della giuria popolare, tutte così sensibili.

Quella scena, quella di Viterbo, mi svegliò il ricordo di un altro episodio, quando agli inizi della sfolgorante ascesa di Paolo Giordano, l’autore de “La solitudine dei numeri primi”, misi a disposizione il Teatro Stabile di Catania per organizzare una serata. Un’occasione anche commercialmente ghiotta: grande folla, grandi numeri, ottima visibilità. Avevamo appena collaudato una formula semplice e accattivante: fare intervistare l’autore da un lettore particolare e il nome che, per simpatia, per affinità generazionale con l’autore e per il forte richiamo di pubblico che ne sarebbe derivato, fu quello di Giorgia Meloni, il ministro. Non ci fu verso. Manco poco e avrebbe chiamato perfino Marina Berlusconi per scongiurare l’arrivo della Meloni. E quando feci questa obiezione, “Se avessi scelto Giovanna Melandri avreste certamente apprezzato la scelta”, la risposta fu: “Ma è una cosa diversa”.

Certo che è una cosa diversa buttare a sinistra la fatica promozionale, il messaggio, il mezzo, la parola e l’alfabeto ma pranzare in cucina è più dignitoso dello sputare nel piatto in cui si mangia solo perché al ristorante si accomodano i garanti del conformismo, i critici dei punti qualità sul tasso di anti-berlusconismo degli sputacchiatori a libro paga.

Ovvio che la cultura, a questo punto, specie di questi tempi, debba restare alle professoresse democratiche perché temo che nell’industria editoriale siano un tantino disinformati su quello che succede nel mondo vero. Non lo sanno che la gente preferisce la Meloni alla Melandri, non sanno neppure che “Caffeina”, il festival di Viterbo, è ambito dalla sinistra e che gli operai sono quelli di Pennacchi, non i compulsatori delle classifiche dei libri più venduti.

Temo che dei giornali, gli addetti alla confezione editoriale, sfoglino solo le pagine culturali che sono solo verminai passatisti per dirla con il Filippo Tommaso, non sensori con cui catturare “la nuova cultura che germoglia”. Ovvio che il cardinale Scola è più teologo di Mancuso, ha ragione Socci, ma temo che sarà dura risolverla in dibattito. E’ l’eterna guerra tra la fuffa e la sostanza, l’invincibilità delle cicale sopravvalutate sulle formiche operaie, con la collaborazione attiva del Caimano il quale deve pur dare al pubblico ciò che vuole. E Mondadori non dovrà mai liberarsi dei compagni, anzi.

Magari Berlusconi manco se lo ricorda di essere proprietario di Einaudi, della Mondadori sì perché, a voler essere pignoli, e a volerlo dire noi che siamo di casa, ci pubblicò un libro elettorale. Un titolo fuori catalogo, fuori collana, fuori dall’estetica perfino, cosa ben più importante dell’etica, solo che quella volta, la Casa, ebbe il buon gusto di confezionare la redazione del suddetto libro a palazzo Grazioli, non a Segrate. Giusto per non contaminare la fabbrica culturale con la propaganda.

Per fortuna l’episodio è stato dimenticato ma il commercio è commercio, e migliore venditore di Berlusconi non ce n’è, prova ne sia che quando balenò l’idea di bissare il successo dei successi, ovvero, “Il libro delle barzellette di Totti”, con “Il libro delle barzellette di Berlusconi”, ai dirigenti della casa editrice che tentavano un timido sondaggio sull’eventualità di farlo un libro così, chiedendogli un parere, il più grande editore di sinistra nel mercato rispose: “Fatelo pure il libro delle mie barzellette, altro che. Purchè venda più di quello di Totti”.

(di Pietrangelo Buttafuoco)

E Pio XI chiese al Duce: «Cambi nome a via Venti Settembre»

«Fare garbatissimamente comprendere (senza appuyer) che vi è chi subito ha concepito la speranza che il nome della via XX settembre venga cambiato…». Nel settembre 1930, un anno e mezzo dopo la sigla dei Patti lateranensi, che chiudevano la Questione Romana, Papa Pio XI cercò di spingere Mussolini a cambiare il nome della via XX settembre, che ricordava, nella capitale, il giorno della breccia di Porta Pia e dunque della caduta del potere temporale della Chiesa avvenuto nel 1870.

C’è anche questo nel volume I «fogli di udienza» del cardinale Eugenio Pacelli, Segretario di Stato, curato dal prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano, il vescovo Sergio Pagano, insieme a Marcel Chappin e Giovanni Coco (Edizioni Archivio Segreto Vaticano, pagg. 600, 45 euro). Il volume, una miniera d’informazioni per gli storici, recensito oggi da L’Osservatore Romano, è il primo di una serie e raccoglie – catalogandoli e contestualizzandoli – i fogli che il cardinale Pacelli diligentemente redigeva alla fine di ogni udienza con Pio XI, fissandone nero su bianco non soltanto le volontà ma anche le esatte parole. Questa prima raccolta, dedicata soltanto all’anno 1930, il primo che Pacelli visse quale principale collaboratore di Papa Ratti, è preceduto, oltre che dalla prefazione del cardinale Tarcisio Bertone, anche da alcuni importanti saggi introduttivi, che fanno luce come finora non era stato mai fatto sulle ragioni che spinsero Pio XI a nominare l’allora nunzio a Berlino quale suo Segretario di Stato: nonostante le indubbie e profonde diversità di carattere (irruento e decisionista il Pontefice, riflessivo e diplomatico il cardinale destinato a succedergli sul trono di Pietro nel 1939), Papa Ratti volle scegliere, spiegano i curatori, «una personalità che sapesse porre definitivamente l’accento sulle ragioni “pastorali” che ispiravano l’azione diplomatica della Santa Sede, le cui finalità non potevano apparire come subordinate agli interessi di nessuno stato, in primo luogo l’Italia». Dalle meticolose note di Pacelli (che vedeva il Papa quasi ogni mattina, ne sono state inventariate fino a questo momento quasi duemila), emergono sia la grandezza di Pio XI, sia la fedeltà e l’intelligenza del futuro Pio XII.

Già nel 1929, dopo la stipula dei Patti, il Vaticano aveva chiesto a Mussolini di abolire la festa del XX settembre, «un’offesa fatta alla Santa Sede e per conseguenza ai cattolici d’Italia e del mondo». Tra l’agosto e il settembre 1930 Pio XI fece fare al nunzio in Italia ulteriori passi, riuscendo a ottenere dal Duce la promessa che il governo avrebbe abolito la festa. «L’Osservatore Romano» del 13 settembre poteva dunque scrivere che «il prossimo Consiglio dei Ministri» avrebbe cancellato la festa della presa di Roma istituendo invece quella dell’11 febbraio, ricorrenza della firma dei Patti. Mussolini volle subito puntualizzare: «Non vorrei che adesso cominciaste a domandarmi di cambiare il nome di via XX settembre». Ma era proprio questo che il Papa voleva, ordinando al nunzio di fare un passo in questo senso. La reazione del capo del governo fascista fu risentita: «Voi volete scatenare la più feroce reazione anticlericale. Voi rendete la mia posizione sempre più difficile. Mi sono pentito del XX settembre… Appena concessa una cosa, voi ne domandate un’altra… Pensi, nunzio, che i Comuni sono novemila, e se tocchiamo l’argomento delle strade, avremo una questione in ogni paese». Così Pio XI, che aveva già ordinato la pubblicazione di un secondo articolo sul quotidiano vaticano relativo al cambio di nome della via, lo fece bloccare: nella nota d’udienza del cardinale Pacelli, la volontà del Papa venne derubricata: «vi è chi ha subito concepito la speranza…». E via XX settembre mantenne il nome.

Tra le tante perle del volume, ci sono il giudizio di Papa Ratti sugli ecclesiastici altoatesini che facevano propaganda per la Germania («Sono pazzi!»), e la sua fulminante battuta dedicata al vescovo di Lecce, il quale era stato insignito dal governo dell’Ordine della Corona d’Italia con il grado di ufficiale: «Chi si contenta, gode».

(di Andrea Tornielli)

martedì 24 agosto 2010

Antonio Rosmini, ovvero il federalismo cattolico

Il cardinal Angelo Bagnasco ha indicato il "federalismo rosminiano" come la stella polare delle riforme che urgono al nostro Paese. Ma chi era davvero Rosmini e in cosa consisteva il suo progetto federalista per l'Italia?

Alessandro Manzoni, suo grande amico, l'aveva definito "una delle sei, sette grandi intelligenze dell'umanità": Antonio Rosmini era un sacerdote e un pensatore eclettico, forse un precursore dei tempi. Vivendo nella prima metà dell'Ottocento, Rosmini, respirò l'aria rivoluzionaria e risorgimentale che condusse, a tappe forzate, verso l'unità d'Italia.

Da cattolico convinto qual era non poteva non vedere stagliarsi con nitidezza all'orizzonte il caos che quegli anni, densi di avvenimenti turbolenti, avrebbero procurato all'Italia e all'Europa tutta.

Dopo l'ubriacatura napoleonica e la successiva fase di restaurazione, negli Stati italiani pre-unitari, si incominciava a discutere seriamente di unificazione: non era certo la gente a discettare di tali questioni, bensì le elite dell'intellettualismo illuminista, fortemente imbevute di proclami giacobini e massonici.

Proprio sulla reazione al periodo d'invasione francese e sul tema dell'unità statuale italiana si evidenziava compatto – tra il 1815 e il 1848 – un fronte "neo-guelfo", che faceva riferimento dalla Chiesa cattolica: tale raggruppamento vedeva i cattolici difendere le ragioni dello Stato della Chiesa e la persistenza degli Stati pre-unitari, magari confederati sotto la sapiente guida del Papa.

Con il 1848 tutti i sogni "guelfi" dei cattolici italiani vennero infranti e anche all'interno della Chiesa incominciarono ad evidenziarsi strategie politico-culturali di differente sensibilità in merito al "sentimento risorgimentale". Se da un lato rimaneva salda e inflessibile la posizione anti-risorgimentale dei Papi, che si succedettero sul soglio di Pietro negli anni ruggenti dell'Ottocento, Leone XII, Pio VIII, Gregorio XVI e Pio IX, sull'altra sponda vi erano alcuni isolati pensatori cattolico-liberali come Vincenzo Gioberti e Massimo d'Azeglio che propugnavano un compromesso al ribasso tra cattolicesimo e ideali risorgimentali.

Molto lavoro sotterraneo per distrarre i cattolici dal "papismo romano" fu oggetto dell'abile trama massonica sostenuta dagli ambienti più anti-clericali del "risorgimento italiano": l'unità italiana – peraltro invocata da molte delle potenze europee maggiormente anti-cattoliche – fu un pretesto per attaccare il potere temporale della Chiesa cattolica e per invadere lo Stato più antico dell'Occidente, ossia lo Stato della Chiesa.

In questo clima di turbinio politico e sociale l'universo cattolico italiano visse momenti di difficoltà rilevante che culminarono, dopo l'unità d'Italia, ad una vera e propria ondata persecutoria che giunse addirittura alla confisca di innumerevoli beni ecclesiastici e allo scioglimento forzato della Compagnia di Gesù, fondata da Ignazio di Loyola nel 1534.

L'articolo 1 dello "Statuto albertino" citava letteralmente: "La Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola Religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi". Nonostante quest'apertura retorica e pseudo-confessionale, lo Stato italiano voluto dalla massoneria e dai Savoia risultò adottare una malcelata politica laicista e giurisdizionalista.

Fu appena prima del periodo unitario che si evidenziò, tra le fila cattoliche, la lungimiranza e la serietà del pensiero federalista di Antonio Rosmini che propose un tipo di federalismo funzionale al mantenimento dell'indipendenza della Chiesa cattolica.

Per Rosmini era proprio imboccando la via federalista che l'Italia avrebbe potuto trovare la sua vera unità: proprio il Federalismo, infatti, nell'ottica rosminiana, rappresenta la soluzione più idonea del problema dell'unità d'Italia.

Il pensiero politico del sacerdote trentino si differenziava, affiancandosi, alle correnti di pensiero federaliste che si svilupparono in quegli anni: quella che faceva capo a Gioberti, quella che si rifaceva a Cattaneo e quella portata avanti da Ulloa.

Il Direttore del Centro internazionale degli studi rosminiani, Umberto Muratore, ha così sintetizzato il progetto federalista proposto da Antonio Rosmini: il progetto prevedeva un inizio di federazione italiana che abbracciasse insieme i regni di Roma, Firenze e Torino sotto forma di "Lega Politica". Questa Lega doveva essere "come il nucleo cooperatore della nazionalità italiana", un inizio aperto agli altri Stati che volessero in futuro entrare a farne parte. La Lega doveva concepirsi come una confederazione perpetua di questi primi tre Stati, sotto la presidenza onoraria perpetua del Papa.

La Confederazione doveva anzitutto elaborare una "Costituzione federale" da prepararsi mediante un' Assemblea costituente. Una volta costituitasi sarà governata da una Dieta permanente, che risiederà a Roma. I membri della Dieta vengono eletti per un terzo dai Principi, per gli altri due terzi dalle due camere dei rappresentanti del popolo.

Compiti specifici della Dieta sono gli affari comuni a tutti gli Stati: dichiarare guerra e pace, regolare le dogane e ripartire spese e entrate, stipulare contratti commerciali con Stati estranei alla Confederazione, uniformare il sistema di monete, pesi, misure, esercito, commercio, poste, procedura civile e penale. Il compito di vigilare sul rispetto dell'uguaglianza politica tra gli Stati interni e fra Stato e singoli cittadini veniva demandato a dei tribunali speciali che Rosmini chiamava "tribunali politici" o tribunali di giustizia.

I tre Stati iniziali avrebbero favorito già dal nascere il futuro ingresso nella confederazione del Regno di Napoli, di alcuni Stati minori e dei territori che si sperava venissero a liberarsi dalla dominazione austriaca. In particolare, il Lombardo -Veneto si sperava venisse a fondersi col Regno di Sardegna, formando un solo Stato; mentre Parma e Modena sarebbero confluite in uno degli altri Stati. Per cui la futura Confederazione italiana sarebbe stata formata da questi Stati: Sardegna (che comprendeva la Sardegna vera e propria, il Piemonte, la Liguria, la Lombardia, il Veneto, magari un domani il Trentino: tutti uniti come Alta Italia), Toscana, Stato pontificio, Regno di Napoli o delle due Sicilie. Quattro Stati in tutto; oggi diremmo quattro macro-regioni.

La volontà di Rosmini era quella di far convivere tutte le realtà presenti nell'Italia di allora all'interno di una cornice statuale unitaria e federale. Proprio in quest'ottica di "unità nella diversità", Rosmini intendeva salvaguardare i principi, la religione e il popolo di quell'Italia pre-unitaria che viveva una stagione di grandi smottamenti politici e sociali. Rosmini guardava agli Stati Uniti d'America e, parafrasando Alexis de Tocqueville, scrisse uno dei più belli tra i pensieri federalisti che ci sono giunti dall'Ottocento: "L'unità nella varietà è la definizione della bellezza. Ora la bellezza è per l'Italia. Unità la più stretta possibile in una sua naturale varietà: tale sembra essere la formula della organizzazione italiana".

(di Emanuele Pozzolo)

L'ex centrodestra finito a insulti


Si è arrivati addirittura allo stronzo. Che non si fossero mai amati o stimati, anche negli anni in cui erano alleati, era notorio. Ma che tra Lega e Udc dovesse finire in uno scambio cruento a base di «trafficoni» (Bossi a Casini) e «trafficanti di banche e quote latte» (Casini a Bossi) non era così scontato.

Sfondata la frontiera dell'invettiva politica, il nuovo linguaggio del centrodestra che fu ora è il pugilato delle insinuazioni. E un mondo pare inabissarsi nella questione immorale.
«Trafficare», in politica, non ha un significato innocente. O meglio: presuppone la non innocenza di chi è accusato di traffici, per congettura, non leciti. È probabile che nel «trafficone» di conio bossiano e anti-casiniano si senta l'eco di una virulenta diffidenza antidemocristiana: un trafficare nei palazzi della Prima e della Seconda Repubblica, nelle manovre, nei corridoi, nei giochi consumati nella penombra. Nella rappresaglia Udc si fa invece un riferimento esplicito agli oggetti di interesse dei «trafficanti». Le quote latte, con allusione alle multe risanate per intervento della Lega e in particolare di Renzo Bossi, ribattezzato dallo stesso padre come il «Trota». E soprattutto le banche, con allusione, con ogni evidenza, ad antichi e nuovi interessamenti leghisti a cordate bancarie e assetti di vertice delle fondazioni distribuite, come si dice, nel «territorio». Ambedue allusioni a fatti poco chiari, a interessi non innocenti. Come se l'Udc rinfacciasse alla Lega, partito molto attento a coltivare una propria diversità rispetto alla «partitocrazia», di non avere i titoli per fare la morale a chicchessia.

Tutti nella stessa barca, oramai. La battaglia politica passa per messaggi cifrati e chiamate di correità. Se esiste «Sputtanopoli», come è stata definita da Giuliano Ferrara, dentro le sue mura non si risparmiano più colpi bassi. E i primi ad alimentare dicerie, denunce oblique, sarcasmi allusivi, sono proprio i suoi abitanti del centrodestra. O dell'ex centrodestra, come oramai si deve definire.
Con il divorzio tra Fini e Berlusconi e la forsennata campagna di stampa contro il presidente della Camera ogni remora si è smarrita: la soglia della polemica aspra ma tenuta a bada da un vincolo minimo di solidarietà di schieramento è stata abbondantemente oltrepassata.

Non si fa che sparare, con annessa e adeguata ripresa polemica nei commenti e nelle interviste degli esponenti politici fedeli al premier, su case, vecchie e nuove parentele, cognati, contratti di affitto, raccomandazioni Rai, favori e favoritismi grandi e piccoli, appartamenti, attici, contratti di locazione, società off-shore, paradisi fiscali. Improvvisamente nel quartier generale del centrodestra «garantista», custode della privacy, sensibile a una visione non moralistica della vita e della politica ci si scatena per i «traffici» di case e metri quadri. Non solo contro Fini, ma contro i finiani (l'ultimo sotto tiro: Luca Barbareschi). Chi fino a poco tempo fa denunciava come un'accanita intrusione negli affari privati e personali del premier la denuncia delle sue frequentazioni a Casoria e Palazzo Grazioli oggi non conosce freni e inibizioni nell'agitare la «questione morale» su compravendite e appartamenti. Persino sulle segnalazioni in Rai. Proprio loro, che dovettero subire un processo mediatico (sepolto quello giudiziario) sulle segnalazioni di Berlusconi a favore di attrici e conoscenti.

La frontiera oltrepassata, appunto. Tant'è che tra i finiani si è imposta la tentazione della rappresaglia, mettendosi a sventolare con pari veemenza acquisti di ville a prezzi stracciati, ricorso delle aziende berlusconiane a società off-shore e così via e più attuali guai affaristico-bancari dei vertici del Pdl. Ognuno rinfaccia all'altro «traffici» poco chiari. Di grande o piccola entità, ma comunque riconducibili alla categoria del non ammirevole, del non moralmente immacolato. Si seppelliscono così antiche solidarietà di coalizione, ma anche un codice della polemica che anteponeva la prudenza «garantista» all'offensiva «colpevolista». Oggi il colpevolismo è il nuovo lessico degli ex garantisti. E le ostilità, le avversioni personali, i risentimenti compressi esplodono non appena la cornice che tutto teneva assieme si sgretola. Alleanze che si sfasciano sulla questione «immorale» e nuovi abbracci con gli alleati del tempo che fu si dissolvono nella diffidenza generale, tra traffichini, trafficoni e trafficanti. C'era una volta il centrodestra.

(di Pierluigi Battista)

lunedì 23 agosto 2010

C'è Mirabello nel destino di Fini

Da Mirabello a Mirabello. La cittadina del Ferrarese è nel destino di Gianfranco Fini. Lì, nel corso di una Festa Tricolore, piuttosto ruspante come usava a quei tempi, Giorgio Almirante, ormai stanco e ammalato, lo investì quale suo successore pur senza farne il nome, ma soltanto tracciandone il profilo che tutti riconobbero. Era il 1987 e sulle spalle di quel giovanotto di trentacinque anni cadde l’eredità di un movimento che da neofascista era diventato di Destra, sia pure tra mille contraddizioni e tanti problemi identitari irrisolti. Il vecchio leader era certo di mettere in mani sicure il partito che insieme con Michelini, De Marsanich e Romualdi, non sempre in sintonia tra di loro, aveva contribuito a fondare e che per circa un ventennio si era riconosciuto in lui.

Scegliendo Fini, Almirante saltava due generazioni di dirigenti, consapevole che il Msi necessitava di sangue nuovo da far scorrere nelle antiche vene. Insomma la continuità attraverso la modernità. Fu questo il suo lascito ed in quell’affollato spiazzo di Mirabello dove avveniva, non senza emozione, il passaggio del testimone da uno degli ultimi "repubblichini" - che aveva resistito all’assalto dell’antifascismo militante per oltre mezzo secolo, onorando la democrazia ed il Parlamento (come da tutti riconosciuto), ma tenendosi stretto alla consegna di "non rinnegare, non restaurare" - all’ambizioso segretario del Fronte della gioventù, chi era presente ricorda che fu come se nell’aria si fosse all’improvviso materializzato l’antico sogno almirantiano che a tanti sembrava un ossimoro: la "nostalgia dell’avvenire". Fini era l’avvenire. Dopo ventitré anni quel ragazzo invecchiato, come tutti noi che abbiamo memoria dei fatti di allora, ritorna a Mirabello, non più incredulo e un po’ spaventato (come lui stesso ammise) avendo consapevolezza del compito che lo attendeva, ma da presidente della Camera dei deputati, all’apice quindi di una carriera politica indubbiamente sfolgorante, dove sulla piazza testimone di tanti comizi non batterà, come ci si poteva attendere, il sole di Austerlitz. Fini, fanno sapere dal suo entourage, tuttavia pronuncerà nientedimeno che un "discorso alla nazione", presumibilmente non alla maniera di Fichte, né di De Gaulle (sembra siano altri i suoi riferimenti attuali), ma non sappiamo che cosa dirà.

Certo, parlerà di "futuro". Del resto come potrebbe evitarlo avendo intitolato ad esso tutta l’ultima parte della sua azione politica? Ma anche l’anno dopo l’ascesa alla segreteria del Msi-Dn a Mirabello parlò di futuro: niente di nuovo allora? Lo vorremmo tanto. Perché all’epoca, e negli anni successivi, sempre a Mirabello, il futuro di Fini erano i valori che si sposavano con la prassi possibile di un movimento che cercava di andare verso la gente senza abdicare, ma rivendicando orgogliosamente le sue origini; erano gli ideali senza reducismo che sapesse di muffa; erano l’onore, la fedeltà, la lealtà, il sacrificio sposati con la tradizione storica nella quale i militanti e gli elettori si riconoscevano. La fine degli anni Ottanta annunciavano smottamenti politici che pochi riuscivano a vedere o soltanto ad immaginare. Pinuccio Tatarella fu tra questi e con lui una manciata di giovani che, più o meno eretici, più o meno litigiosi, sentivano che gli anni Novanta sarebbero stati diversi dai decenni che si erano consumati e, dunque, il Msi, quel loro partito percepito come pulito, ma "inutile" dalla maggioranza degli italiani, avrebbe avuto un ruolo. Sappiamo come è andata e ci piacerebbe, nel nome di una storia non disprezzabile, che Fini il 5 settembre lo riconoscesse a Mirabello. E rassicurasse anche sul non trascurabile particolare che la "destra nuova", della quale poco si sa, non sarà mai una "non destra" o qualcosa di camuffato tanto per occupare uno spazio.

Ci dispiace mettere le mani avanti, sperando che nessuno si offenda, ma le incursioni recenti di Fini e dei finiani in campi incogniti (dalla biotetica alle unioni omosessuali, dal giustizialismo a certo relativismo etico e culturale, per non dire di dimenticanze istituzionali in ossequio ad un "patriottismo costituzionale" che non appartiene alla storia né al lessico della destra) ci lasciano piuttosto perplessi. Colpa nostra, naturalmente, che non siamo stati capaci di staccarci da certi stereotipi che ancora ci rimandano a cosucce come la patria, la nazione, lo Stato, la persona, la visione spirituale del mondo e della vita, la tradizione che si rinnova. E ci ostiniamo a ritenere che il solo orizzonte di una destra possibile oggi è quello di una "rivoluzione conservatrice" che altrove - vedi Cameron - in salsa post-moderna stanno riconoscendo. A Mirabello per quasi trent’anni abbiamo sentito parlare di queste cose, insieme a tante altre. E non dispiaceva per niente agli ascoltatori, anche quando dissentivano. Sapevano comunque che lì c’era un futuro che non avevano bisogno di cercare altrove. E ora?

(di Gennaro Malgieri)

domenica 22 agosto 2010

Fascisti su Venere


L’amore conta. Perfino sovrabbondante è quello che circonda Gianfranco Fini e i suoi farefuturisti nella tenzone contro il regime berlusconiano. Una corrispondenza d’amorosi sensi, e sinistri, alla quale il fascista è storicamente sensibili fin dai tempi delle catacombe. Come nulla poteva illanguidire il cuore granitico di un camerata più del sorriso d’una compagna appena uscita dal collettivo femminista dedicato all’interdetto di giacersi con un antidemocratico, così nulla poteva inorgoglire l’autostima in camicia nera più d’una lusinga intellettuale del comunista egemone di turno – “ma come fai ad essere fascista, tu che hai queste idee così avanzate?”.
La meccanica non è cambiata, si è anzi dilatata con gli anni e lievita adesso che il finismo ambisce al martirologio antiberlusconiano. Non c’è soltanto chi, come Fiorella Mannoia reclama da mesi un Fini alla guida del Pd; né l’orgia di affetti si limita all’ospitalità solidale che il Fatto Quotidiano riserva alle idee e ai blog finiani; né tutto si compie con la svenevolezza nella quale Repubblica incornicia quasi ogni giorno le prestazioni libertarie del presidente della Camera (da ultimo c’è il poeta di corte pachistano adottato in spiaggia ad Ansedonia tra le dune della gente che piace alla sinistra che piace). Ieri s’è aggiunto sul Manifesto, per Fini, lo spettacolare coming out fasciocomunista del prof. Alberto Asor Rosa: “… ha giocato un ruolo positivo nelle ultime vicende il ‘fascismo di sinistra‘ cui attinge la formazione di diversi componenti del suo gruppo (non di Fini, naturalmente), e che io giudico migliore del berlusconismo”. Non fa una piega. Dal sansepolcrismo a Salò, dal manifesto di Verona alle speculazioni di Beppe Niccolai, tutto si teneva nel cerchio rossobruno del socialfascismo missino. Mancava, questo sì, l’ultima riabilitazione sentimentale, la certificazione da sinistra che Nicola Bombacci non morì invano. Infine il cuore traboccante di Asor Rosa, camerata in camicia rossa, ha colmato la distanza. A saperlo ci si poteva risparmiare il lavacro di Fiuggi, bastava maganellare il Cav. 15 anni prima. Eccolo, il rimpianto dei farefuturisti. Ma si sa che l’amore ha i suoi tempi.

(di Alessandro Giuli)

Fini e il complotto inglese

Il presidente della Camera alfiere anticattolico. La politica eretica del ribelle del Pdl si trasforma in esoterica. Dalla Fiamma al compasso il passo è brevissimo. Basta farsi un giretto in rete per scoprire un Altro Mondo che nelle cronache ufficiali dei giornaloni non trova spazio. Eppur si muove qualcosa nella critica ultracattolica, tra gli storici di provata fede, nelle stanze di chi è abituato, per cultura, formazione e tradizione, a vedere sottili e invisibili trame. E allora ecco che la visita di Fini alla Chatam House nel febbraio del 1995, il think tank della politica inglese, laicissimo salotto della City, acquista per questi osservatori un carattere particolare. Non un semplice "strappo" dal fascismo, non solo la condanna di Mussolini statista, ma una trama e un ordito che preludono a un'alleanza con i poteri forti oltre il canale della Manica. È un fil rouge che conduce dalle stanze di Chatam House alla redazione dell'Economist, il settimanale che da un bel po' ha adottato Fini come "uomo nuovo" della politica italiana. A differenza del Cav egli non è unfit per governare l'Italia, anzi.
Certo, su Montecarlo deve dare qualche spiegazione, ma aggirato l'ostacolo monegasco, Gianfranco potrà contare sul gruppo editoriale per giocare la sua partita. «The most able», il più abile, per l'Economist è Fini che – toh! – è anche «il più determinato a limitare l'influenza della Chiesa cattolica nella vita degli italiani». Strane coincidenze che nel bosco del cattolicesimo tradizionalista trasformano Fini in una seria minaccia.
Non è l'establishment degli storici che parla. Non è farina del blocco culturale che decide cosa è buono e cosa è cattivo. Quella che viaggia soprattutto sui blog della rete è una lettura alternativa della storia contemporanea che si sta facendo e disfacendo. Una visione che spegne la Fiamma e apre il compasso, la cronaca non isterica ma esoterica della mutazione finiana dal post-fascismo a un laicismo talmente hard da far tramontare persino "l'illuminismo" e dunque approdare a posizioni anticattoliche, giacobine e, dulcis in fundo, massoniche. Fantasie della rete? Paranoia? Complottite? Qui facciamo cronaca. Le posizioni di Fini sui temi della famiglia, del fine vita, della bioetica sono lontane anni luce da quelle della Chiesa e distanti da quelle del partito d'origine, An, e da quello che ha cofondato e ora vuol affondare, il Pdl. Dove c'è il business della bioetica, dove si muovono milioni e milioni di dollari in ricerca e sperimentazione, le tesi finiane sono oro colato. Dove? In Gran Bretagna, of course. Londra e la sua Borsa (il London Stock Exchange) sono secondo un rapporto della Deloitte il secondo mercato mondiale per numero di aziende operanti nel settore biotech, mentre l'Italia, ai primi posti nel mercato farmaceutico, è ben oltre la decima posizione. Fini è il cavallo di troia perfetto per quel mondo e il nemico vero della Chiesa che non può scindere il dogma dalla ricerca scientifica. Quando nel maggio scorso The Economist scrisse in un editoriale che l'Italia era divisa in due all'altezza di Roma, battezzò il nuovo Stato «Regno delle due Sicilie», ma con in più il simpatico nickname di «Bordello». Chi legge queste provocazioni britanniche con occhi non leghisti, vi ha colto un attacco diretto alla Santa Sede, l'apice di una nuova sperduta e incivile regione. Attacchi alla Chiesa, elogi a Fini. Se non è la perfida Albione, di certo è l'astuta Inghilterra che non vuole né l'Euro né soprattutto l'Europa fondata sulle radici cristiane.

venerdì 20 agosto 2010

Sardegna: protestano ancora i pastori, blocchi all'aeroporto di Alghero

Ancora un protesta in Sardegna del movimento dei pastori. Dopo il blocco nei giorni scorsi all'aeroporto di Olbia, stavolta a farne le spese sono stati i passeggeri diretti all'aerostazione di Alghero-Fertilia. Di fatto lo scalo non è stato occupato dai manifestanti del Movimento Pastori Sardi, ma le strade che conducono all'aerostazione sono bloccate con il risultato che i viaggiatori non possono raggiungerla in auto. Centinaia gli allevatori che hanno manifestato sulla strada provinciale che collega Alghero con lo scalo di Nuraghe Biancu impedendo, così, l'accesso ai passeggeri. Attualmente i voli stanno partendo con qualche minuto di ritardo per consentire ai viaggiatori, fra cui molti turisti, di raggiungere il terminal. I passeggeri, infatti, sono costretti a percorrere alcuni chilometri a piedi in quanto le vie di accesso sono state bloccate anche dalle forze dell'ordine, ed il gran caldo sta rendendo ancora più disagevole il percorso verso lo scalo.

I DISAGI - Con polizia e carabinieri in tenuta antissommossa non vi è stato alcun contatto: le forze dell'ordine hanno presidiato gli ingressi dell'aeroporto e i manifestanti non hanno cercato di forzare il blocco. Una manifestazione tutto sommato tranquilla con l'unica eccezione per i disagi provocati ai passeggeri in partenza che devono prendere l'aereo. Forti le proteste da parte degli utenti, molti hanno perso il volo e le successive coincidenze internazionali. La decisione del Movimento Pastori Sardi di dirigersi verso l'aerostazione è stata presa al termine dell'assemblea che si è svolta questa mattina nel piazzale di un agriturismo a circa tre chilometri dall'aeroporto. Disagi anche a Cagliari. Un centinaio di trattori degli agricoltori e allevatori della Coldiretti ha raggiunto il centro città da una strada laterale rallentando il traffico degli automobilisti.

Bocca il "partigiano" sdoganò il Duce prima di Pansa

Celebrando giustamente Giorgio Bocca, La Repubblica riesce ad essere imprecisa anche con una sua firma, dicendo che compirà i novant’anni a fine agosto. Li ha compiuti in realtà il 18 agosto, ed io vorrei associarmi per fargli gli auguri che merita. Per non guastare la festa non tirerò in ballo i soliti scheletri giovanili dall’armadio, il suo fascismo giovanile, il suo articolo razzista del ’42, e nemmeno i suoi vizi proverbiali, l'attaccamento arcaico al soldo o la sommarietà un po’ grossolana dei suoi libri. Ma parlerò di una cosa che è stata dimenticata nelle celebrazioni del Bocca partigiano: il suo revisionismo storico sul fascismo. Bocca precedette Pansa nel revisionismo storico. Nell’83 pubblicò con Garzanti un testo revisionista, Mussolini socialfascista, in cui l’autore più citato era un ragazzo di destra, il sottoscritto, allora autore di un saggio su Mussolini, che secondo un grande firma di Repubblica, Enrico Filippini, Bocca aveva saccheggiato. Nello stesso anno dialogò con Almirante su Storia Illustrata diretta allora da Guerri. Poco prima aveva dialogato con me sull’Espresso, condividendo la necessità di sdoganare la destra e dialogare (il servizio di supporto era firmato da Paolo Mieli). E scrisse risposte sorprendenti per un libro collettaneo, Il fascismo ieri e oggi a cura di Enzo Palmesano, che pubblicai nel 1985 in una collana di Ciarrapico. Vi offro una sintesi virgolettata, senza commenti, del suo revisionismo.

«Il rinnovato interesse intorno a Mussolini e al fascismo è dovuto al fatto che la cultura italiana si è resa conto che la storia del fascismo, così come è stata scritta dagli antifascisti in questi anni, è storia da rivedere. È una storia che io chiamerei di famiglia». «Il più grave errore mi sembra quello di aver raccontato la storia del fascismo come la storia di un movimento autoritario, violento... Ma la realtà del fascismo nascente è tutt’altra: il fascismo è un movimento violento e autoritario che reagisce a un’altra minoranza, altrettanto violenta e autoritaria, come quella socialcomunista». «Tra socialismo e fascismo c’è una matrice culturale comune, ci sono delle illusioni comuni: che gli uomini possano essere cambiati in breve spazio di tempo». «Nel 1936, all’epoca dell’impero credo che il 90% degli italiani approvasse quello che rappresentava anche il loro sogno». «Il consenso ci fu per tutto il periodo, diciamo così riformistico del fascismo, fino al patto con la Germania».

«Gli intellettuali italiani, secondo la loro tradizione millenaria, passarono subito al servizio del fascismo. Si sa che i professori universitari che non giurarono fedeltà al fascismo furono tre e non di più (in realtà erano undici, ndr). Tutti gli altri si misero dalla parte del fascismo che verso di loro, in verità, a differenza di altri regimi totalitari, fu piuttosto morbido. Il fascismo si differenziò proprio nell’essere largo nel lasciare autonomia alle scienze e alle arti». «C’era una posizione abbastanza permissiva da parte del fascismo». «Mussolini in campo culturale è stato un grandissimo giornalista e un politico professionale del suo tempo... come Gramsci, Togliatti, Nenni. Rispetto agli altri dittatori totalitari Mussolini era un uomo di mondo, aveva letto i libri giusti, aveva dei rapporti corretti con la cultura, mentre Hitler e Stalin non li avevano». «Al di fuori del giornalismo non ha mai preso un soldo dallo Stato». «Per il delitto Matteotti non credo che si possa parlare di mandante diretto, credo che sia stato interpretato in modo estensivo un suo scatto di malumore... Mussolini diede in escandescenza contro di lui ma senza mai dire “uccidetelo”». «La politica sociale del fascismo fu nei primi anni una politica riformista normale, furono introdotte alcune leggi che facilitavano l’agricoltura, mettevano un primo ordine nei luoghi di lavoro; assicuravano con l’IRI un industrialismo assistito, una rinuncia al capitalismo feroce». «Eravamo un paese arretrato, con una classe imprenditoriale anch’essa arretrata, e ad un certo punto fu giocoforza fare un’economia protezionista». «Il fascismo, nato come regime di massa, fece partecipare alla vita politica un numero maggiore di persone. I ceti medi, infatti, che nel regime liberale non avevano contato, sotto il fascismo, pur nei modi e nei limiti previsti, partecipavano alla vita politica». «Non è esistito un razzismo degli italiani diverso dal razzismo di tipo coloniale... era politica di dominio non di sterminio». «Il popolo italiano le leggi razziali non le ha sentite per niente; l’adozione delle leggi razziali per adeguarsi alla Germania nazista furono una prova di subalternità rispetto alla Germania». «In tutto il fascismo fino al 1935, non c’è la minima traccia di razzismo antisemita». «Le affinità tra nazismo e fascismo sono pochissime e sono affinità di metodo: sono due regimi di massa, a partito unico, autoritari; ma le differenze sono molto più grandi delle somiglianze. Veramente fra fascismo e nazismo non c’è alcuna parentela». «La concezione della razza resta fondamentale per differenziare il fascismo dal nazismo». «Mussolini dell’ultimo periodo è stato un Mussolini con le mani legate, indubbiamente. Io credo che il motivo dominante dell’alleanza con la Germania sia stata la paura». Tesi sposata de Renzo De Felice.

Ora Bocca condanna il revisionismo di Pansa, di cui fu precursore, critica i giudizi controversi sul fascismo di storici, scrittori di destra e di Berlusconi, assai più miti dei suoi, usa il fascismo come equivalente del nazismo, imputando razzismo e sterminio. Com’era diverso il Bocca di un ventennio fa rispetto al novantenne d’oggi. Comunque auguri di cuore, Giorgio; e supera alla grande Indro, almeno in longevità.

(di Marcello Veneziani)

giovedì 19 agosto 2010

Ostilità e retorica spericolata

È impressionante l’impasto di retorica, narcisismo e faziosità che si è condensato nei commenti e nelle reazioni pubbliche alla morte di Francesco Cossiga. Incapace di raccontare e giudicare uno dei suoi più illustri e controversi protagonisti, è come se l’Italia ufficiale (ma anche quella anarchica e tumultuosa che si muove nell’universo parallelo dei siti online) si fosse dimostrata incapace di raccontare e giudicare se stessa. Un diluvio di parole magniloquenti ha sommerso una figura che suscitava consensi, ma anche conflitti. Un rincorrersi di stereotipi ha appiattito e svilito, facendone un santino o un ritratto demoniaco, il ruolo che Cossiga ha incarnato per decenni. L’ennesima occasione perduta per riflettere su se stessi. Sorvolando sul coro incresciosamente protagonistico dei mille «mi disse», «mi svegliò», «mi confessò» (è spuntato anche, perla rara, un «seduti a tavola, mi guardò a lungo») che in Italia fiorisce contagiosamente all’indomani di una morte eccellente, si è celebrato il rito degli ammiccamenti, dei pregiudizi, degli arruolamenti postumi di un irregolare purissimo della politica italiana. La sua irregolarità fu ridotta in vita a una manifestazione di bizzarria e di incontrollata umoralità. E tale sembra rimasta anche post mortem, sebbene mitigata dal rispetto che si deve ai grandi della storia italiana che scompaiono. In compenso si è scatenata l’ostilità chiassosa e irriducibile di chi ha costruito attorno alla figura di Cossiga un alone di tenebre e di segreti inconfessabili. Come se Cossiga fosse nella migliore delle ipotesi il depositario omertoso dei misteri che hanno insanguinato l’Italia e, nella peggiore, il burattinaio di ogni stragismo, di ogni terrorismo, di ogni nefandezza compiuta nella storia repubblicana.

Un’ostilità che fa da contrappeso alle spericolate retoriche celebrative, recitate anche, anzi soprattutto, da chi in vita fu feroce avversario politico di Francesco Cossiga, fino a chiederne, ai tempi delle esternazioni e delle «picconate» dal Quirinale, l’«impeachment» e la messa sotto accusa per tradimento della Costituzione. È vero, succede spesso che quando se ne va un protagonista così ingombrante della scena pubblica, la commemorazione prenda il posto dell’analisi e della riflessione. Ma succede raramente con queste dimensioni e anche, spiace dirlo, con dosi così massicce di ipocrisia e doppiezza. Le cose aspre che Cossiga diceva sulla magistratura, sul sistema politico, sui partiti vecchi e nuovi, sulle ideologie che li hanno sorretti, sugli uomini e sulle donne che ne impersonavano il destino, e anche sul ruolo dei cristiani nella politica italiana sono state semplicemente cancellate nei commenti e nei discorsi pur commossi dopo la morte di quel politico anomalo, di quell’intellettuale irrequieto e, appunto, irregolare. Sono rimasti invece i pregiudizi e i luoghi comuni di chi è assolutamente convinto che Cossiga fosse una figura detestabile, destinata a portarsi nella tomba i segreti più conturbanti e destabilizzanti della storia italiana. L’omaggio formale e l’invettiva, la mummificazione precoce o l’odio verso un uomo e un politico che sapeva raccontare molte più verità dei suoi più felpati e prudenti colleghi: ancora una volta l’Italia ha mostrato il suo lato peggiore porgendo il suo ultimo saluto a Francesco Cossiga. Un patriota che però non amava il «coro» italiano e ha voluto lasciarci restando solo con il suo inno della Brigata Sassari.

(di Pierluigi Battista)

mercoledì 18 agosto 2010

In onore del Presidente Francesco Cossiga

Ceccio da Chiaramonti l’eterno provocatore

«Te la diamo vinta, basta che stai zitto», titolò a un certo punto Cuore, dopo la milionesima puntata del tormentone esternatorio. Ora che se n’è andato, però, saranno probabilmente in tanti a sentire, in certi momenti di passaggio, la mancanza della voce di «Ceccio da Chiaramonti», come Francesco Cossiga con vezzo autoironico si era ribattezzato rivendicando l’amata «sarditudine». La voce più imprevedibile della politica italiana. La più corrosiva. La più irridente.

«È come il tempo nel Maine: prima o poi cambia», lo immortalò un dì Arturo Parisi, che lo conosceva da quando faceva il chierichetto in quella chiesa sassarese di San Giuseppe che ha avuto tra i parrocchiani Antonio Segni e suo figlio Mario più il giovane Cossiga più tutti i suoi cugini Berlinguer (da Enrico a Giovanni, da Sergio a Luigi) più Luigi Manconi. E la sua svolta, da presidente-notaio ossequioso delle liturgie a pirotecnico picconatore del mondo che lo aveva eletto a larghissima maggioranza («i partiti si erano illusi di aver spedito al Quirinale un uomo scialbo, di seconda fila, disciplinato e obbediente») fu davvero un uragano.

Cominciò dando battaglia al giudice Felice Casson fino a proclamare la fedeltà a Gladio: «Sono uno di quei ragazzi che il 18 aprile faceva parte di una formazione armata, a Sassari, come in tante altre città d'Italia. Giovani dicì armati dall'arma dei carabinieri, per difendere le sedi dei partiti e noi stessi nel caso i comunisti, perdute le elezioni, avessero tentato un colpo di Stato ». Furente con la «sua» Dc e soprattutto con Giulio Andreotti dai quali si sentiva sempre più isolato, allargò il tiro. E prese a mettere in discussione tutto e tutti. Davanti allo sconcerto, sulle prime, ci rise su: «Qualcuno dice che sono un po’ matto. Ma dalla diagnosi di schizofrenia si è passati a quella di nevrosi e ormai siamo vicini a un leggero stato d'ansia. Alla fine del mio mandato sarò completamente sano ».

Feroce nelle battute sugli altri, si sentiva libero di sorridere anche di se stesso. Fino a dire a Claudio Sabelli Fioretti: «Sono stato il peggior Presidente nella storia. Sono quello che ha combinato di meno. Ho causato un sacco di guai. Sono stato il peggiore e il più inutile. Sono stato un velleitario. Sono stato dannoso. Ho fatto venir meno la funzione di una delle grandi istituzioni dello Stato. La mia presidenza era priva di qualunque autorità reale». Lo pensava davvero? Mah... È lecito dubitarne. Ogni tanto, nelle sue sventagliate, sbagliava mira. E magari poi si scusava. Come fece con l'ex procuratore di Napoli: «Nella vita accade talvolta di sbagliarsi, anche gravemente. Occorre allora il coraggio di riconoscerlo. Ed è quello che oggi faccio con Agostino Cordova con il quale sono stato in grave, anche se parziale dissenso su alcune sue iniziative giudiziarie quando era procuratore di Palmi.

Gli chiedo pubblicamente scusa per giudizi forse grossolani e affrettati e atti che non volevano essere offensivi da me compiuti nei suoi confronti ». Quali atti? Una serie di regali. Ai quali il magistrato aveva reagito con una denuncia. Dove spiegava, come riassunse l'Ansa, «d'avere ricevuto in dono un triciclo, una papera-salvagente e "Supercluedo" un gioco da piccoli detective, accompagnati dall' invito di prendersi una vacanza». C'era tutto Cossiga, nei regali che faceva. Alla senatrice Tana De Zulueta, che gli pareva naif, consegnò «Alice nel paese delle meraviglie». A Massimo D'Alema inviò un bambolotto di zucchero: «Siccome Berlusconi dice che mangia i bambini...» A Franco Mazzola, un fedelissimo accusato di tradimento, fece recapitare 30 denari di cioccolato. A Cesare Salvi, reo d'aver chiesto l'abolizione dei senatori a vita, mandò un pacco di pannoloni perché «la smettesse di avere gli incubi notturni e di fare la pipì a letto».

Passata la metà della vita a controllarsi fino a raggiungere tutti i traguardi possibili, trascorse l'altra metà infischiandosene di ogni liturgia. Anzi, più scandalizzava e più si divertiva. Come quando, alle prime manifestazioni dell'Onda studentesca, consigliò a Roberto Maroni di «infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città». Dopo di che? «Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri». Nel senso che... «Nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale». Anche i docenti? «Soprattutto i docenti». Le avesse dette venti anni fa, quelle cose, sarebbe venuto giù il soffitto. Adesso, alzarono un po’ tutti le spalle: «Uffa, Cossiga!».

Marcello Dell'Utri ne diede una definizione folgorante: «Ormai è come il nonno di casa: fai finta di niente anche se esce in mutande ». Lasciato il Quirinale a 64 anni ancora da compiere, tre lustri prima dell'età in cui comunemente gli altri presidenti vengono eletti, confidava agli amici di annoiarsi, in quella sorta di pensione anticipata di lusso. Si era dunque ritagliato uno spazio eccentrico. Dal quale si divertiva a lasciar cadere dentro la politica italiana tutte le provocazioni possibili (spesso dense di verità che nessun altro poteva permettersi di confessare) come certi monelli lanciano petardi in mezzo alle cerimonie solenni. Implacabile «impiccababbu» sugli avversari (a Marcello Pera che l'aveva accusato di rubare parlamentari come i suoi avi rubavano pecore, rispose ricordando che «che nella tradizione italiana i nomi inanimati sono sempre stati assegnati a chi aveva incerte origini. Lascio dunque immaginare al presidente Pera quale fosse il mestiere delle sue ave») aveva il merito di non risparmiarsi le auto-punzecchiature. Neppure nella veste di Externator: «In realtà non esterno: comunico. Parlo e qualche volta straparlo. Eccedo».

Dotato di un'ottima opinione di se stesso, per dirla con un eufemismo, si prendeva il lusso di confidare con leggerezza gli errori più gravi: «In nome della carità e della solidarietà ho sbagliato. Credevo che la politica economica dello stato dovesse ricalcare le linee della San Vincenzo. Abbiamo scambiato la solidarietà con lo spreco. La solidarietà con l'inefficienza. Pensavamo che i soldi non sarebbero finiti mai». Forte di questa disponibilità all'autocritica, si prendeva il lusso parallelo di non prendere sul serio nessuno: «Ho una grande stima per i comici. Sa di chi ho paura io? Di quelli che, credendosi seri, fanno ridere». Lasciò dunque agli archivi una serie di battute omicide per il puro gusto di stupire. Su Paolo Cirino Pomicino: «Nell'Udr non può far correnti. Al massimo correnti d'aria». Su Romano Prodi: «È la rivincita di Dossetti su De Gasperi». Su Enrico La Loggia: «Non è mia abitudine bastonare i servi al posto del padrone». Su Giuliano Amato: «Ha la vocazione alla ciliegina. Gli altri fanno le torte e lui le completa». Su Rocco Buttiglione: «Scusate, sapete dirmi a quest' ora come la pensa Buttiglione?». Su Gianni Letta: «È come padre Giuseppe, l'eminenza grigia di Richelieu. Ma lui è l'eminenza azzurrina». Ma soprattutto su Silvio Berlusconi. Una per tutte: «Pa-Peron». A rendergli l'ultimo saluto, potete scommetterci, andranno tutti. Anche quelli che non lo sopportavano. Quanto all'epigramma, uno lo suggerì lui stesso. Beffardo: «Per una ricostruzione della mia vita vedrei bene dialoghi in stile "A cena con il diavolo"».

(di Gian Antonio Stella)

Cari amici finiani che ci fate con Fini?


Cari finiani, io vi conosco da anni, almeno molti di voi. E so che voi con Fini c’entrate poco o niente. Quelli che conosco io provengono da due correnti del Msi che erano agli antipodi di Fini: i seguaci di Rauti e di Beppe Niccolai (e Mennitti). Avete creduto da ragazzi in molte cose valide. Volevate liberarvi del nostalgismo fradicio e furbetto che commercializzava la memoria del duce a fini elettorali, una specie di simonia politica con ignoranza culturale di base, di cui accusavate all’epoca Fini. Sognavate una nuova destra e consideravate i moderati e i centristi come il nemico principale. Larga parte di voi proviene dal sud e dunque il clima della guerra civile tra partigiani e repubblichini lo avete vissuto solo di riflesso: per noi, ragazzi del sud, il nemico principale era il moroteismo più che il comunismo. Anche per questo vi piacque l’idea di andare oltre la destra e la sinistra, lanciata da Rauti e con altro linguaggio da Beppe Niccolai. Era l’idea di superare le lacerazioni del passato, di capire che bisognava rispondere alle sfide odierne del capitalismo globale, di rifondare la politica su basi comunitarie, di aprirsi a nuove e antiche sensibilità come l’ambiente, il recupero dei centri storici, l’idea di tradizione, l’identità non chiusa nel recinto ringhioso del nazionalismo ma aperta alla dimensione locale e alla civiltà europea, il senso del sacro. Ora sembra preistoria, ma allora era storia. Quella di oggi è dopostoria. Io vi conosco, Pasquale, Silvano, Fabio, Carmelo, Roberto, Umberto, Peppe, Flavia, Marcello, Marco ecc., eravate tra quelli che nel Msi giudicavano Fini nullapensante e nullacredente. Non mi rivolgo agli arrivisti futuristi, alcuni dei quali ho la responsabilità di aver avviato al giornalismo, arrampicatori disposti a vendersi la mamma e a voltarti le spalle il giorno dopo che non sei più il loro direttore. E non mi rivolgo a chi ha condotto Fini a vari disastri (dall’Elefantino con Segni alla decapitazione di Italia settimanale). Mi rivolgo invece a chi ha militato in quel partito sognando progetti culturali e grande politica, campi hobbit e tabula rasa, tradizione e trasgressione. Non potete trincerarvi nella ridotta di Montecarlo, consegnare la vostra matrice politica e ideale all’ultimo inquilino che vi bruciò casa e poi vendette il suolo per trenta denari a più acquirenti. Avete eletto Fini a collettore di tutti i malcontenti verso Berlusconi o qualche colonnello; ma non potete combattere il vuoto della politica con un leader di cui vi è nota la vacuità.

Capisco il vostro disagio per il clima, le alleanze, certe convivenze; capisco pure la critica al berlusconismo e alla Lega. Ma non vi viene il dubbio che se idee e temi vostri sono stati accantonati, se ruoli chiave e ministeri strategici sono stati lasciati all’incuria o agli alleati, la colpa non sia degli alleati ma di chi doveva rappresentarvi? Non vi viene il dubbio che i vostri temi storici, legalità inclusa, siano stati disertati dal monarca di An? Io non mi aspettavo da Berlusconi che promuovesse le idee di nuova destra, di Niccolai o di Rauti; mi aspettavo da lui che battesse la sinistra alle elezioni, che sfondasse nell’area dei moderati che votavano Dc e dintorni, che favorisse la nascita di una democrazia decisionista, su base diretta e popolare, che mettesse insieme la Lega, i moderati e la destra ex missina e portasse al governo la destra emarginata, senza offenderne la provenienza. Tutto sommato credo che lo abbia fatto. Temo che chi non abbia fatto il suo dovere sia invece il vostro leader che distrusse ogni destra, inclusa la vostra.

E allora vi chiedo: ma che c’entrate con lui voi, con i vostri percorsi e la vostra biografia, che c’entrate con Montezemolo, le logge e le lobbies e che prospettiva è puntare su Casini, Rutelli e magari pure Bersani, stringervi dietro Napolitano, farvi usare da la Repubblica e dintorni e magari pure dai giudici schierati? Credete che sia più coerente e più proficua questa scelta piuttosto che restare alleati di Berlusconi e Bossi e dei vostri ex camerati? Non pensate che sia meglio per voi un leale sostegno a questo governo con precise richieste di riforme vere, anziché beceri ricatti per indebolire e inguaiare il governo; e poi per fine legislatura si lavora a un quadro politico rinnovato, candidando fra tre anni Berlusconi a ruoli super partes o extrapartes, Quirinale o Pontificato, per intenderci? Non pensate che questo sia un disegno politico, e quello finiano sia invece solo cupio dissolvi, un programma vendicativo di dissoluzione del Pdl? Non pensate che sia più utile far emergere nei governi locali e nazionali altri Marzio Tremaglia piuttosto che remare contro gli stessi? Sulla legalità, poi, vorrei chiedere al portabandiera finiano Fabio Granata, che apprezzo per l’intelligenza e l’ardore: ma perché oggi chiedi dimissioni a tutto spiano di chi è inquisito, e fino a ieri sei stato vice di Toto Cuffaro in giunta e tuttora sostieni, mi pare, Lombardo, entrambi inguaiati dalla giustizia? Spiegami la differenza. Non spiegarmi invece perché hai chiesto le dimissioni di Brancher, Scajola ecc. perché le ho chieste anch’io. Sulla legalità non fate sconti ma non risparmiate nemmeno il sostegno a chi come Maroni e Alfano combatte non a parole ma con grandi risultati la criminalità.

Ricordo troppo bene come la pensavano tanti di voi, alternativi a Fini. Chiedo a chi proviene dalla nuova destra: ma veramente pensate di affidare a Fini le vostre idee di un tempo, o davvero pensate di poter riempire voi quel contenitore vuoto, che gruppi più potenti già veicolano? Ma poi, non vedete che Fini studia da solista e non sopporta partiti e truppe al seguito? Volete morire finiani, così a poco si è ridotto il vostro orizzonte politico? Pensate piuttosto a rifondare dentro il Pdl quella cosa che un tempo si chiamava destra e che oggi forse merita di chiamarsi in altro modo. Provate a farla pesare di più, a incidere sulle decisioni del governo presente e a proiettarvi dopo l’esperienza di questo governo per rigenerare la politica, che oggi fa pena. Ve lo dico senza malizia e senza tornaconto, da lontano, con inalterata amicizia.

(di Marcello Veneziani)

venerdì 13 agosto 2010

Vi racconto la vera sindrome di Gianfranco

Ma perché lo ha fatto? Gira e rigira è quella la domanda su Fini che resta senza risposta. Tutti parlano del pasticciaccio brutto, da Montecitorio a Montecarlo, tutti conoscono le tappe dell'escalation ma in fondo non ci sono risposte alla domanda che pure sento ripetere ovunque io vada: ma cos'ha nella testa Fini, perché ha combinato tutto questo casino, dove vuole andare? Non pretendo di darvi una risposta convincente, mi limito a comporre le possibili spiegazioni in un racconto che tiene conto di tutte le più accreditate versioni, eccetto le tempeste ormonali. Escludo anche le cause patologiche, tipo la scatola cranica dei dobermann che a una certa età comprime il cervello e li fa impazzire, fino ad azzannare il padrone.

Fini soffriva della sindrome di Salieri. Sapete, Salieri era un musicista che non sopportava il successo del suo collega Mozart e dicono che abbia avvelenato il suo più famoso amico-rivale. Per tradurlo in termini correnti, diciamo che Fini ha vissuto per anni alla destra del Padre, soffriva del complesso del vicario; apparire sempre coprotagonista, cofondatore, spalla e cognato del Re, alla lunga logora e frustra. Non dimentichiamo il lato umano, la psicologia elementare. La stessa cosa accade al principe Carlo che ha passato una vita a fare l'erede, ma la regina non schioda e ora prevedono di bypassarlo. A Carlo per la rabbia gli sono cresciute le orecchie, a Fini il rancore.

A ciò si aggiunge la frustrazione dei sondaggi, dove Fini spopolava. E questo gli dava un senso di insofferenza anche verso il suo partito e la sua destra: si era convinto di essere più amato del suo partito e più grande della sua destra. In realtà confondeva la popolarità con il consenso, il generico apprezzamento con il voto. Se è per questo anche Almirante era ammirato da mezz'Italia e detestato dall'altra metà, ma poi visse al 5 per cento, per dirla con una poesia di Montale. Così Bertinotti. Mai confondere gradimento e consenso. Ma questa convinzione, probabilmente alimentata da chi gli sta vicino, lo ha portato a far crescere l'autostima e a nutrire un duplice fastidio: verso Berlusconi che gli faceva ombra, pur essendo più basso di lui, ma anche verso la sua destra, dalla base ai colonnelli tutti, che considerava con disprezzo la sua palla al piede, senza accorgersi che era il suo fondamento: è come un uccello che se la prende con l'aria perché fa resistenza al suo volo senza accorgersi che è l'aria a sostenerlo in volo, e senz'aria cadrebbe a terra.

Abbiamo così due spiegazioni di partenza, intrecciate e compatibili. Ma direte voi, un vero politico sa pazientare, conosce i tempi giusti per uscire allo scoperto, non rompe il gioco a metà fino a inimicarsi i suoi stessi elettori. Fini era il naturale successore di Berlusconi, e dopo la diaspora di Casini ancora di più; era perfino accettato dalla Lega, verso cui solo ora ha scoperto i suoi livori nazionalistici. Perché allora non ha avuto pazienza? Qui viene l'ipotesi chiave. Fini ha il terrore di succedere a Berlusconi come premier, ha orrore del gran lavoro, sa che sarebbe schiacciato sotto il peso del governo, non ce la farebbe. Lui aspira al ruolo di Speaker Supremo, cioè di presidente della Repubblica. Perché lui vuol essere Capo ma senza la fatica di governare; vuol essere sopra i partiti e non dentro, perché ha nausea dei medesimi, è single. Bello fare il presidente della Repubblica, magari qualche bel discorso a reti unificate, ricevi i potenti della Terra, passi dal Principato di Monaco al regno d'Italia, fai immersioni nelle tenute di Stato... Per andare al Quirinale deve azzoppare il suo più temibile concorrente interno, Berlusconi, e amicarsi la sinistra, senza aspettare il turno per Palazzo Chigi. Ecco, la partita è il Colle.

In tutto questo, capirete bene che a Fini il suo partitino gli serve solo come leva provvisoria, come calzante per mettersi le scarpe presidenziali; poi non serve più. Dopo aver scaricato il Fronte della Gioventù, l'Msi, l'elefantino, An, avete ancora qualche dubbio che Fini non sia disposto a sbarazzarsi dei suoi?

Non trascurate poi l'incoraggiamento avuto: dopo una vita d'insulti e di ghetto perché fascista, non gli è parso vero l’elogio della stampa e della sinistra.

Alla costruzione del movente manca però la causa scatenante. Quando Fini ha svoltato? Dicono al predellino che Fini ha subìto; ma sapeva che correndo da sola An, svuotata da anni di sfinimento, avrebbe perso voti. Io penso a due altre ipotesi, una vistosa e l'altra nascosta. La causa vistosa accadde due anni fa. È la convinzione finiana che Striscia la notizia lo abbia killerato per conto del Cavaliere, mandando in onda quei terribili filmati sulla Tulliani e Gaucci. Fu la svolta. Lui chiese la testa di Ricci e di Confalonieri, fece il diavolo a quattro, annunciò la fine di Mediaset... E invece, mi ha raccontato Antonio Ricci, il filmato andò in onda quasi per caso, anticipato da uno spezzone su Blob; giaceva lì da qualche giorno, lo tirarono fuori per casuali circostanze, senza parlarne con i vertici di Mediaset che magari avrebbero tentato di bloccarlo... Lui se la legò al dito, come poi col Giornale. Perché Fini è vendicativo, non ha la duttilità del politico intelligente né la magnanimità del vero capo.

Insomma la causa prossima fu Gaucci. Non è una gran bella causa e non è certo una base adatta per diventare presidenti della Repubblica, semmai per diventare presidenti del Perugia calcio, completando la successione a Gaucci...

In alternativa, se cercate una ragione più alta, complessa e dietrologica, ve ne prospetto un'altra concomitante: si narra dell'ostilità di Fini al progetto berlusconiano dell'accordo con Putin sul gasdotto che passa dall'Iran; un progetto sgradito agli ambienti che stanno dietro a Fini, che lo seguono da tempo, non solo agli Esteri, e lo hanno sdoganato nei luoghi giusti. Non so quanto sia vero, ma fa emergere anche l'ipotesi che Fini, come è sempre stato, sia eterodiretto, guidato, telecomandato. Insomma questo è il quadro generale delle ipotesi. Ora mi direte voi che ci azzecca con tutto questo il progetto politico, o addirittura culturale, la destra più moderna, la libertà, il futurismo, la legalità, e pure il suo partitino provvisorio, il suo pied-à-terre in aula. Ora i conti tornano, le contesse un po' meno...

(di Marcello Veneziani)

Pedofilia: intervista a don Fortunato di Noto


«Questi sacerdoti che si sono macchiati del gravissimo reato di pedofilia hanno reso vergogna a se stessi e alla Chiesa tutta». Non prova a giustificare, don Fortunato Di Noto, parroco in Sicilia, da vent’anni "cacciatore" di pedofili e sostegno per le vittime con la sua associazione Meter. «Qualcuno ha provato a minimizzare, ha parlato di "scivoloni" o di "debolezze": no, sono fatti gravissimi. Chi ha sbagliato deve prendersi le sue responsabilità e pagare, prima di tutto davanti a Dio e alla propria coscienza, poi davanti alla giustizia, ai bambini e alle loro famiglie, ma infine anche davanti alla Chiesa, che - non dimentichiamolo - è parte lesa».

Lo si dimentica spesso, invece: la Chiesa, l’istituzione che nel Dna porta scritta la difesa dei più piccoli e dei fragili, fondata sui severi dettami d’amore di Gesù (Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina.., Matteo 18,6), «è preoccupata del danno ai bambini, prima che ai preti - sottolinea don Di Noto -, ovviamente a maggior ragione quando l’abuso avviene da parte di un sacerdote. Il concetto che oggi si fatica a far passare è proprio questo: la Chiesa sta rispondendo con energia non per il fatto che esistono i sacerdoti pedofili, ma perché ha sempre lottato per proteggere l’infanzia e in generale i bisognosi».

Quando il reato avviene al suo interno, dunque, la ferita sanguina più copiosa. Facile immaginare, ad esempio, quanto una comunità parrocchiale soffra quando il suo parroco viene accusato di un crimine così orrendo, nel caso risulti davvero colpevole. «Per questo non chiedo sconti, anzi, penso che, come ha detto il Papa, i vescovi debbano essere fermissimi nel portare alla luce con verità e coraggio questi casi e reagire con decisione nella loro azione pastorale - continua Di Noto -, però pretendo che lo stesso sforzo, urgentissimo e necessario, riguardi tutto l’orrore della pedofilia, non solo la minima percentuale che coinvolge i preti». Invece quale Stato ha fatto altrettanto e con la forza del Papa? Quale altra confessione religiosa? Tenuto conto che in Italia si registrano circa 21mila casi di pedofilia ogni anno e che nell’ultimo decennio i casi di abusi da parte di preti italiani sono un centinaio, è chiaro che la piaga è dilagante altrove.

Premesso che per la Chiesa anche un solo prete colpevole è un abisso di sconforto e grida giustizia, lo strazio delle vittime non guarda da dove venga l’abuso: sarebbe ora che la tolleranza zero imposta con forza straordinaria dal Papa trovasse pari vigore nelle istituzioni laiche e nei governi. «Ogni mese Meter denuncia alle procure italiane e straniere in media seicento siti che, alla luce del sole, svendono un vero inferno senza che nessuno faccia niente - dice don Di Noto -. Vi si vedono adulti che stuprano e seviziano a volto scoperto anche neonati, persino padri che violentano le proprie figlie. Abbiamo chiesto che vengano ufficialmente divulgati i volti degli aguzzini con la scritta "wanted", ma nessuno si muove». E i media? Nessuno scandalo, nemmeno una "breve" sui giornali, come se dei bambini in realtà non interessasse poi tanto. Quello che interessa è l’abusatore, sempre che sia prete. Anche se, da recenti approfondimenti basati sui fatti, nel grande gorgo della pedofilia mondiale i religiosi sarebbero responsabili al 3%. L’altro 97% è "derubricato", non si ne parla affatto. «È grave perché quando nella lotta alla pedofilia subentra una lotta ideologica, la prima è sconfitta. E meno male che è venuto fuori questo scandalo tra noi preti - sorride Di Noto - così chi fino a oggi legittimava la pedofilia come un diritto ora invece grida a gran voce...». Non occorre andare lontano, basta sfogliare i giornali di dieci anni fa per leggere ad esempio che "in uno Stato di diritto essere pedofili o sostenerne la legittimità non può essere considerato reato" e la pedofilia è solo "una preferenza sessuale" (1998, documento del Partito Radicale contro la legge 269). O per ritrovare politici e intellettuali di spicco, oggi giustamente severissimi, ma che pochi anni or sono parlavano della pedofilia come del "diritto dei bambini ad avere una loro sessualità, ad avere rapporti tra loro, o con gli adulti".

E a proposito di leggi, «aspettiamo ancora la ratifica delle norme che puniscono l’istigazione e l’apologia della violenza sui bambini», ricorda Di Noto. C’è una proposta di legge firmata da 160 deputati bipartisan che giace dimenticata, così come la Convenzione di Lanzarote, che chiede pene più aspre: «Nell’attesa la Polizia delle Comunicazioni ha già le indagini impacchettate ma non può agire».

Fini: un killer di padri


La storia della destra mai nata attende un finale. Ma a margine della guerra in corso tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini resta appesa una domanda, anzi due: dove va la destra, ci sarà ancora una destra in Italia?

“Dove va la destra non so” dice Antonio Pennacchi a Panorama «non faccio il mago. Posso solo dire dove mi piacerebbe che andasse: vorrei che scegliesse una direzione guaresco-togliattiana”. La proposta del vincitore del premio Strega, autore di Canale Mussolini, nonché esegeta della radice “fascio-comunista” nella viva vena italiana, è quella di un ritorno all’unità di popolo. “Giovannino Guareschi è un grande. E non tanto per quello che ci ha lasciato nei suoi libri ma” spiega Pennacchi “per i film di Peppone e don Camillo, le pellicole da lui controllate, l’intera opera immortale dove il racconto della sua destra, quella del suo profondo anticomunismo, è reso come materia viva nel risultato: nella rappresentazione della fatica di tutti di restare uniti. Uniti nella diversità. Prima degli interessi dei singoli, e delle aziende, vale l’interesse del popolo. E questo lo voleva Guareschi. E così pure Palmiro Togliatti”.

Un disinnescare le micce di un’eterna guerra civile. Berlusconi sdogana Fini e la destra che ha atteso per mezzo secolo di tornare in scena trova oggi un epilogo amaro. “Premesso che la destra coincide con la critica e la comprensione del fascismo” sostiene Davide Rondoni, tra i massimi poeti contemporanei, cattolico, protagonista del Meeting di Cl, “la destra è finita da un pezzo, da quando ha scelto di essere puramente politica e non culturale. La guerra tra Berlusconi e Fini è solo una pura lotta di logge, è solo un altro cinema, l’unico fatto vero è che la destra non c’è”. E il berlusconismo? “Non è destra”. E Fare futuro, Futuro e libertà? “Non è destra. Non fanno la destra”.

Mario Desiati
, romanziere, direttore editoriale della Fandango, ha raccontato la destra attraverso le pagine di Vita precaria e amore eterno (Mondadori). Ecco il suo punto di vista: “Della destra che ricordo della mia adolescenza poco rimane in questo Pdl. La destra, infatti, ha una forte base proletaria, ha avuto linfa e forza dalla gioventù. Il protagonista del mio libro lo immagino oggi elettore di Francesco Storace, ma è anche vero che tanti, a destra, in Puglia, oggi votano per Nichi Vendola. È la variabile del tatarellismo. Quelli nati e cresciuti in quel laboratorio oggi saccheggiato dai futuristi di Fini non possono proprio votare per i Quagliariello e i Fitto”. Vendola è sangue di popolo, la destra proletaria ha sempre cercato di farsi nazione e stato. Alessandro Giuli, vicedirettore del Foglio, autore di un fortunato saggio Einaudi dal titolo Il passo delle oche. L’identità irrisolta dei neofascisti, un’indagine calata dentro la destra, così dice: “La definizione della destra è presto fatta, il senso dello stato, la res publica, l’omaggio ai costumi dei padri. Berlusconi di sicuro appartiene alla terza casta, quella dei produttori di beni, insomma è un bottegaio fuori posto. Ma Fini e i suoi non rappresentano certo la destra. Fosse solo per il necessario requisito di riconoscere i padri. Ne hanno ammazzati tanti di padri che neppure un serial killer”. Nessuno rappresenta la destra, insomma? “Ecco” sentenzia Giuli “i magistrati non politicizzati”. E poi? “Gli insegnanti non sindacalizzati”. La toga e la cattedra, e poi anche la caserma: “Ovvio”.

Dov’è, dunque, la destra, esiste ancora? “C’è solo quella di Berlusconi” risponde Luciano Sovena, amministratore e anima dell’Istituto Luce. “Lui è la destra, lui è il liberale. Io che me lo guardo ogni giorno, per lavoro, l’archivio del Novecento, posso ben dire che le due categorie, destra e sinistra, alla resa dei conti non ci sono più“. Al termine della notte di un lungo Novecento dunque. Un attento lettore di Louis-Ferdinand Céline qual è Stenio Solinas dice: “La fine che aspetta questa destra è il suo inizio, non essere mai esistita“. Ma il sentimento diffuso di destra, quello che comunque alligna? “Sentimento diffuso di moderatismo, direi. È solo rassegnazione. E cinismo. Ma quella è l’Italia, qualcosa che come la destra, appunto, alligna ma non esiste”. Una voce squillante a destra è senz’altro CasaPound, il centro sociale movimentista e creativo che trova voce nel suo leader, Gianluca Iannone: “Il futuro della destra? Politicamente bisogna attendere i risultati dell’ennesima contorsione finiana, ultimo capitolo di una storia personale e opportunista. La destra è stata incapace di concepire la grande politica. Potrà vincere ancora le elezioni, congiure di palazzo permettendo, ma non sa pensare il futuro”.

La destra macina dibattiti, interventi, proposte. A cura di Giuliano Compagno, filosofo, allievo di Mario Perniola, è uscito un libro dal titolo In alto a destra. C’è il racconto di tre anni di idee. Tre anni che sono stati il prologo di questa guerra appena conclusa tra Fini e Berlusconi. Gli interventi sono di Alessandro Campi, Umberto Croppi, Luciano Lanna, Flavia Perina, Annalisa Terranova e Filippo Rossi. Indubbiamente da destra si detta l’agenda di quella che un tempo sarebbe stato lo stanco appalto dell’egemonia culturale della sinistra. La destra finalmente c’è, ma per non esserci.

Che fine farà questa destra, dunque. Ma anche: che fine farà questo Paese. Antonio Scurati, un altro fra gli scrittori italiani, tra i più amati, una voce dichiaratamente di sinistra, editorialista della Stampa, offre questo suo punto di vista: “La destra ha un compito epocale: riportare il Sud in Italia e poi portare la nostra nazione in Europa. Siamo obbligati a studiare il nostro destino con un occhio storico e non con le trappole del cronachismo. Francamente non voglio morire cinese. L’Italia è prossima a dividersi e alla destra è dato il compito di allargare lo sguardo geopolitico e trovare un esito alla nostra condizione, prossima al disgregarsi. Ma il berlusconismo, si sa, è stato un fenomeno di costume, non un capitolo della politica. E questo è lo scoglio su cui naufraga Berlusconi”. Ecco, uno scoglio a destra.

(di Pietrangelo Buttafuoco)