martedì 26 aprile 2011

Sai Baba è morto, l'illusione continua


La morte di Sathya Sai Baba, forse il più popolare guru indiano della seconda metà del secolo XX, induce a qualche riflessione sul successo che ha avuto in Occidente e in particolare in Italia, dove ha trovato seguaci fra ex-sessantottini affascinati dall'Oriente, professionisti - fra cui diversi medici, che hanno scelto di andare a lavorare nell'ospedale da lui fondato in India - e perfino un sacerdote lombardo, don Mario Mazzoleni (1945-2001), che la scelta senza riserve per Sai Baba ha condotto fino al dramma della scomunica. Ma chi era Sai Baba?

Satyanaryan Raji (1926-2011) nasce nel 1926 a Puttaparthi nell'Andra Pradesh (India del Sud). A quattordici anni entra in uno stato di esaltazione al termine del quale, il 23 maggio 1940, annuncia «Sono Sai Baba», assumendo lo stesso nome di un santo asceta, Sai Baba di Shirdi (1856-1918), molto popolare in India. Da allora comincia a raccogliere seguaci in un piccolo ashram, che oggi con il nome di Prashanti Nilayam è diventato un intero sobborgo di Puttaparthi.

Sathya Sai Baba - come è normalmente chiamato in India proprio per distinguerlo da Sai Baba di Shirdi - invita a tornare alle scritture tradizionali dell'India e a sperimentare Dio come stato di coscienza superiore, che è già dentro di noi e che può essere raggiunto non tanto attraverso la conoscenza, ma per mezzo di un'esperienza diretta che non è disgiunta dal compimento del proprio dovere e dal servizio reso agli altri. Dio, pertanto, per Sai Baba non è un'entità esterna separata dall'uomo, ma uno stato di consapevolezza che ciascuno di noi può raggiungere.

I fedeli considerano Sathya Sai Baba un avatar - cioè un'incarnazione divina - integrale (purnavatar), come Krishna; secondo loro, la storia è stata anche percorsa da «amshavatara», avatar «parziali», tra cui Gesù Cristo, Sri Ramakrishna (1836-1886) e Sri Aurobindo (1872-1950), ma solo il loro maestro è stata un'incarnazione totale e perfetta. Contrariamente ad altri maestri indiani - che considerano i miracoli come appartenenti a una sfera inferiore - Sathya Sai Baba ha affidato la prova del suo carattere di avatar ai segni straordinari o «siddhi». Ha così offerto ai seguaci ogni sorta di «miracoli», sia nel regno psichico (chiaroveggenza, profezie, apparizioni a migliaia di chilometri di distanza), sia nel regno fisico. Dalle mani del maestro usciva ogni giorno una cenere sacra (vibhuti) cui erano attribuite proprietà miracolose. Il maestro era inoltre ritenuto capace di fare apparire oggetti di ogni genere: statuette devozionali, anelli d'oro, il linga simbolo di Shiva, e perfino monete d'oro che recavano, come data del conio, l'anno di nascita del devoto per cui erano state «prodotte».

Questi fenomeni hanno portato molti specialisti occidentali a liquidare Sathya Sai Baba come espressione di un sincretismo superstizioso estraneo al «vero» induismo. Ma questo giudizio si scontra con il fatto che Sathya Sai Baba ha decine di migliaia di seguaci in India, pacificamente considerati devoti indù. L'induismo non ha una Chiesa o autorità che possano decidere chi è indù e chi non lo è. La più grande organizzazione indù, la Vishwa Hindu Parishad, espressione di un nazionalismo spesso intollerante verso le altre religioni che controlla il secondo partito politico indiano, ha sempre esaltato Sathya Sai Baba come un modello d'induismo, difendendolo dalle accuse di pedofilia che ne hanno turbato gli ultimi anni di vita, anche perché il guru di Puttaparthi ne ha sempre sostenuto i progetti politici. Uno dei più vicini collaboratori e oggi dei candidati alla successione di Sai Baba, il novantenne Prafullachandra Natwarlal Bhagwati, è stato presidente della Corte Suprema indiana, il più alto magistrato dell'immenso Paese asiatico. L'induismo non è il sistema «puro» insegnato in qualche università occidentale ma un complesso coacervo di miti, riti e devozioni popolari dove oggi sono entrati anche, come componenti essenziali per decidere almeno in India chi ne fa parte, il nazionalismo e la politica.

Sathya Sai Baba ha avuto successo anche in Occidente, come si è accennato, soprattutto in Italia. Una lettura di questo successo non può che fare riferimento alla grande crisi culturale degli anni 1960, che ha avuto il suo momento emblematico nel 1968. Il Sessantotto non ha eliminato - né sarebbe stato possibile - le domande di senso e di sacro che vivono nel cuore di ogni uomo, ma ha gettato un lungo sospetto sull'Occidente e sul cristianesimo. Ne è nato un pregiudizio favorevole nei confronti di tutto quanto è orientale e di tutto quello che si presenta come eterodosso rispetto al cristianesimo. Dai contestatori delle università a musicisti come i Beatles molti hanno preso la strada dell'India. Il fatto che molti italiani abbiano scelto Sai Baba si spiega con un gusto del miracoloso che non è estraneo alla nostra tradizione nazionale e che forse non sarebbe stato soddisfatto da forme d'induismo più «colte» e filosofiche.

Tuttavia, se si supera il clamore intorno ai «miracoli» e si cerca di capire in che cosa consiste l'insegnamento di Sathya Sai Baba, si scopre che il suo centro è la ricerca di Dio o del Divino non come Persona, al di fuori di noi, ma come stato della nostra coscienza. Si tratta dunque, come spesso accade in Oriente, di una «enstasi», qualche cosa che lo storico delle religioni Mircea Eliade (1907-1986) distingue rigorosamente dall’estasi. Nell'«enstasi» si entra sempre di più in se stessi e ci si chiude a ogni possibile trascendenza, mentre nell’estasi ci si apre al di fuori di sé verso un Dio trascendente. L'illusione, chiudendosi in se stessi, è quella di attingere così l'Essere, mentre al massimo - come ha notato un ex induista della generazione del 1968 belga, poi convertito e oggi sacerdote cattolico, padre Joseph-Marie Verlinde - si arriva al «Sé inteso come atto primo dell'esistenza che è soltanto e sempre l’atto di un essere creato e non dell’Essere divino increato». Il rischio, alla fine, è quello di un «narcisismo senza Narciso», secondo la formula del missionario e indologo francese Jules Monchanin (1895-1957). Chi s'illudeva, magari grazie a Sai Baba, di sfuggire alla prigione della soggettività, percepita come tipicamente occidentale, finisce per ritrovarsi rinchiuso a doppia mandata in quella stessa prigione. Sathya Sai Baba è morto, ma l'illusione continua.

(di Massimo Introvigne)

domenica 24 aprile 2011

Buona Pasqua


Scimus Christum surrexisse a mortuis vere:
Tu nobis, victor Rex, miserere.

venerdì 22 aprile 2011

Persino per Toni Negri Silvio è perseguitato


Aperte le virgolette: «Il potere giudiziario è diventato un potere quasi autocratico. A quel tempo il partito dei giudici era appena nato: il loro potere è diventato esorbitante grazie a un patto con la sinistra istituzionale che aveva dato alla magistratura mano completamente libera».

A quel tempo significa il 1983. Ma chi è l’autore di queste parole esplosive? Berlusconi, certamente Berlusconi.

Riapriamo le virgolette: «Sia ben chiaro, non metto assolutamente in discussione l’esercizio della giustizia e la sua indipendenza. Il dramma inizia quando la giurisdizione sostituisce interamente la giustizia, quando occupa e alla fine domina lo spazio politico».

Insomma, questo Berlusconi, sempre la solita solfa. L’unica novità, sembra, è che si fa risalire il «patto» scellerato addirittura alla fine degli anni Settanta e non alla sua discesa in campo.

Ancora virgolette, ma con sorpresa: «Quello che è stato fatto dai giudici contro l’estrema sinistra alla fine degli anni Settanta è stato ripetuto dieci anni dopo contro i socialisti e i berlusconiani. È stato orrido, questo déjà vu...». È davvero Berlusconi? Quel riferimento ai magistrati contro l’estrema sinistra avrà fatto venire qualche sospetto ai lettori. Che, infatti, hanno ragione. Il brano non è del capo del governo, bensì di Toni Negri, guru dell’estrema sinistra pensante e operante.

Il passaggio è a pagina 28 di un suo libro abbastanza recente, Il ritorno (Rizzoli 2003), pubblicato poco dopo il successo planetario di Impero, per il quale Time inserì Negri tra «le sette personalità che stanno sviluppando idee innovative in diversi campi della vita moderna». Può darsi, anche se di certo Negri non è un personaggio amabile.

Prima dirigente dei giovani dell’Azione Cattolica, poi socialista, infine fondatore, teorico e stratega di Potere Operaio insieme a Oreste Scalzone e a Franco Piperno. Fu processato per associazione sovversiva e insurrezione armata e condannato a 30 anni, nel 1984. Il processo si svolse sulla base del «teorema Calogero», dal nome del sostituto procuratore di Padova: il quale fu accusato da Amnesty International, insieme a altre autorità italiane, di avere manipolato la vicenda e avere commesso numerose irregolarità. La pena venne poi ridotta a 17 anni. Nel frattempo Marco Pannella aveva candidato Negri alla Camera, sostenendo che era vittima di leggi repressive imposte dal Partito comunista italiano con l’entusiastico appoggio della magistratura. Negri venne eletto, ma sarebbe ugualmente tornato in galera, dopo l’autorizzazione all’arresto concessa dal Parlamento, così fuggì in Francia. Ci rimase per 14 anni, insegnando all’università, finché decise di rientrare in Italia, per scontare la pena: prima in prigione, poi in semilibertà, fino al 2003. Due anni dopo Le Nouvel Observateur lo inserì tra i venticinque «grandi pensatori del mondo intero».

Non giurerei che lo sia davvero, ma non sbagliava quando parlò di una giustizia che «occupa e alla fine domina lo spazio politico»: prima contro l’estrema sinistra, poi con Tangentopoli, oggi contro Berlusconi. Ovvero contro gli avversari di quelli che Berlusconi chiama «i comunisti».

«Dovevano ricacciarmi in galera, nei meandri della persecuzione giudiziaria... troppo spesso in Italia le cose si risolvono così».

Sarebbe interessante sapere cosa pensa delle attuali vicende processuali di Berlusconi, oggi, il quasi ottantenne Toni Negri. Magari durante una cena a Arcore.

(di Giordano Bruno Guerri)

La cultura di destra? Clandestina, ma viva


Chi ha ucciso la cultura di destra? Le piste al vaglio degli inquirenti sono quattro: la sinistra, Berlu­sconi, Fini, il suicidio. O per dir meglio, le ipotesi finora avanzate sono le seguenti: a) l’egemonia culturale della sinistra con la sua cappa ideologico-mafiosa le avrebbe negato gli spazi di libertà e visibilità fino a soffocarla; b) l’egemonia sottoculturale del ber­lusconismo in tv e in politica l’avrebbe per metà corrotta e per metà emarginata; c) l’insipienza della destra politica avrebbe de­molito ogni ragione culturale e ideale della destra, fino all’epilo­go indecente finiano; d) la cultu­ra di destra è evaporata per la sua stessa inconsistenza.

La riapertura del caso, dopo an­ni di silenzio, è dovuta alla ripubblicazione di un saggio di Furio Jesi, Cultura di destra (già Garzanti, ora Notte­tempo), uscito negli anni Set­tanta. È già un brutto indizio che si regredisca ai feroci e cupi anni Settanta con un trattato di criminologia culturale. Jesi, che morì precocemente nel 1980, convoca in un tribunale ideologico grandi autori, da Eliade a Kerényi, da Evola a Spengler, fino a Pirandello e D’Annunzio, arrivando perfi­no a Carducci e a De Amicis, so­cialista patriottico qui accusa­to di razzismo. Per Jesi la cultu­ra di destra è connotata dal raz­zismo e dall’antidemocrazia, dalle «idee senza parole», dalla mitologia irrazionalistica e dal culto della morte. Jesi liquida la cultura di destra come «una pappa omogeneizzata» (se c’è una cosa che ripugna alla cultu­ra di destra è la pappa omoge­neizzata) che esige valori non discutibili con la maiuscola: «Tradizione e Cultura, Giusti­zia e Libertà, Rivoluzione». È curioso notare che eccetto la Tradizione, quei valori sono di­chia­rati indiscutibili e maiusco­li a sinistra; Giustizia e Libertà è pure il nome di un movimento antifascista di ieri e di oggi.

Nella prefazione alla nuova edizione, che ignora i numerosi saggi sul tema usciti nel frattem­po negli ultimi 32 anni, Andrea Cavalletti sostiene che la cultu­ra di destra è «caratterizzata, in buona o in cattiva fede, dal vuo­to ». Ora, a parte l’assurdo di de­dicare centinaia di pagine al «vuoto», ne avessero dalle sue parti di «vuoti» come quei gigan­ti del pensiero e della letteratu­ra prima citati... E conclude allu­dendo, come è ovvio, a Berlu­sconi: la cultura di destra ama la relazione tra «la moltitudine e il vate» e perciò si ritrova nel pre­sente: «un simile benefattore è il tipo politico dei nostri giorni», «il linguaggio delle idee senza parole è la dominante di quan­to oggi si stampa e si dice» (ma che dice? Oggi dominano le pa­role senza idee e la stampa non è certo in mano alla cultura di destra) e la cultura di destra è egemone perché «ciò che la ca­ratterizza è la produzione del vuoto dal vuoto» (ma crede che Evola e Spengler siano i precur­sori di Lele Mora e Fede?). Con un livello così misero, capite il disagio nel discutere sulla cultu­ra di destra. E capite perché ne­ghino ancora, al più grande filo­sofo italiano del ’900, Giovanni Gentile, una via a Firenze dove fu ucciso dopo aver predicato la concordia in piena guerra civi­le.

Ma torno alla domanda inizia­le su chi ha ucciso la cultura di destra. Sono plausibili tutte le piste indicate ma a patto di chia­rirle meglio.

Certo, la cultura dominante di sinistra, dopo un periodo di dialogo e apertura, si è reincatti­vita e condanna la cultura di de­stra alla morte civile. Sono lon­tani i tempi in cui un editore co­me Laterza pubblicava, facen­do 15 ristampe, un saggio sulla cultura della destra di un auto­re di destra. In seguito, inaspri­to il clima, lo stesso editore ha declinato l’invito a integrare quel testo con i dialoghi dell’au­t­ore con Dahrendorf e con Bob­bio. Oggi dialogano solo se ti di­chiari antiberlusconiano. Ma la cultura di sinistra era egemone e faziosa già ai tempi in cui fiori­va la cultura di destra; dunque l’ipotesi è fondata ma non ba­sta.

Certo, la sottocultura televisi­va, il frivolo e il banale domi­nanti hanno reso straniera la cultura di destra, la fanno senti­re a disagio, fuori posto. Ma quella sottocultura imperversa­va dai tempi della Carrà e dei quiz, di Giovannona coscialun­ga e affini; e allora non c’era an­cora il berlusconismo. Insom­ma pure questa ipotesi è fonda­ta ma non basta.

Anche l’insipienza della de­stra politica è storia vecchia, Fi­ni l’ha portata al suo gradino ul­timo e più infame, ma sarebbe troppo ritenere che le sue piro­ette abbiano cancellato la cul­tura di destra. Quella cultura non viveva all’ombra di un par­tito; per la stessa ragione non può essere uccisa dalla politi­ca.

All’evaporazione, infine, non credo; piuttosto è vera la ra­refazione dei talenti, anche per il clima di cui sopra, tra nemici di fuori, ignoranti di dentro e il nulla che tutto pervade. Nel ge­nerale degrado della cultura, anche quella di destra spari­sce. Della cultura di sinistra so­pravvive la cappa di potere, l’as­setto mafioso e intollerante, non certo l’elaborazione di idee. Non mancano pulsioni autodistruttive, nella cultura di destra, derivate da pessimismo endogeno e sconforto esoge­no. Ma la cultura di destra ha dismesso i panni della cultura militante, panni vecchi e fuori tempo, ed è tornata al Padre. Si è fatta invisibile e celeste, me­no legata alla storia e alla lotta, più essenziale ed esistenziale, liberata dalle categorie ideolo­giche. Quegli autori citati, no­nostante alcuni brutti risvolti, restano grandi ed è meglio che non siano sporcati nella conte­sa politica e siano lasciati alla loro grandiosa solitudine.

Al termine delle indagini sommarie, si può dire: la cultu­ra di destra non è stata uccisa e vive sotto falso nome; o forse fal­so era il nome di «destra» che le fu affibbiato. Per metà non la ve­diamo perché abbiamo perso gli occhi della mente, accecati dal livore presente e dalla nullo­crazia. Per metà non si fa vede­re lei, perché si è spostata su pia­ni diversi, impolitici. È passata alla clandestinità e non ha per­messo di soggiorno.

(di Marcello Veneziani)

mercoledì 20 aprile 2011

Gli è rimasta la forza cieca, si sta perdendo l’italia


Ma Silvio Berlusconi lo sente o no il lamento delle migliaia di professori e magistrati che l’hanno votato e non vorrebbero smettere di farlo? Non è così che uscirà sano dalla tempesta, non polverizzando il sistema linfatico e l’apparato osseo della cosa pubblica (l’insegnamento e la giustizia); non cannoneggiando il Quirinale; non convalidando il prolasso delle viscere militanti che, come zeloti moderni, evocano il brigatismo e gli anni di piombo. Da quasi vent’anni sappiamo che non si può reclamare gravitas da chi non ce l’ha, e il Cav. non ce l’ha. La sua forza sta nell’abbattimento di ogni mediazione protocollare, nel dire l’indicibile e nel fare l’impossibile (o a volte soltanto prometterlo).

In mancanza di concorrenza decente, stabilito che il suo anarchismo è preferibile all’anti Stato rappresentato dalla sinistra dei senza patria e da una borghesia rancida, priva di radici e coraggio, è venuto naturale giudicare Berlusconi come una febbre salutare. Ma adesso? Adesso il cappio delle procure d’assalto, i latrati del circo mediatico e gli sputi degli ingrati stanno trasformando il Cav. in un ossesso. Le sue buone ragioni – e sono ancora numerose – lo ammalano; e così nell’uomo che vinse al grido di Forza Italia è rimasta una cieca forza taurina e sta scomparendo l’Italia. In altri tempi gli avremmo chiesto di onorare la maestà della Patria in ogni sua forma, foss’anche quella degenerata di un togato in cattiva fede. Oggi comprendiamo che la posta in gioco è per lui altissima: la libertà di non finire in galera e di non vedersi espropriare dei beni famigliari dai soliti amici dei nemici. Sicché l’Italia viene dopo: primum vivere, deinde rem publicam gubernare. Finora avevamo ritenuto indispensabile il contrario: per sopravvivere come cittadino il premier non può fare altro che reggere degnamente la cosa pubblica.

Non abbiamo cambiato idea, temiamo però che si sia modificata la natura delle parti in tragedia. Né i buoni né i cattivi hanno più un disegno da offrire a se stessi e al teatro circostante, che non coincida con la resa senza condizioni del nemico. E’ vero, il Cav. ha dalla sua l’aura del perseguitato. Ma agli occhi della storia, vincitore o sconfitto, dovrebbe rifulgere sopra tutto colui che si è posto lo scrupolo di non lasciare dietro di sé macerie e briganti.

(di Alessandro Giuli)

Un combattente non deve cedere all’urlo dei pescivendoli


Il Cav. ha sempre ragione. Ma sta sbagliando. Sbraca. Il Cav. traccia il solco e però ha una spada con cui non sa difendersi. Un combattente, infatti, non deve cedere ai pescivendoli. Quelli da campagna elettorale. E non può offrire il destro ai nemici ponendosi nei loro confronti sotto forma di caricatura.
Il Cav. che vuole attorno a sé chiunque sia pronto a credere, obbedire e combattere deve poi agire di conseguenza: con gravitas eroica. Non con l’incedere da macchietta. Rischia di vivere i suoi cento giorni da leone solo per farli sfumare in un solo giorno, come una pecora, quando verrà tosato dai magistrati e messo a nudo dalla cronaca, se solo continuerà con le mattane da sovversivo.

Deve infatti smetterla con il massimalismo creativo. Il Cav. che ha tutte le ragioni, funestato com’è dall’ostilità dei ferocissimi buoni, non deve sporcarle con l’ingenuità della rabbia. Peggio ancora con la furbizia. Il Cav. deve ricordarselo che ci resterà nella storia, i suoi persecutori no, ma non deve dimenticare che il piedistallo, quello dei posteri, se lo edificherà con il granito dello stile. Smetta dunque di fare il simpatico, diventi davvero serpente e quindi leone.

Il Cav., certo, è anche dolce, ha voluto fare un salutino affettuoso al pm, quello gli ha detto di contenersi, di non fare battute, sarebbe stato più opportuno un severo distacco, anche perché – anche perché – se solo il Cav. venisse tradotto in carcere, imputato di tutto com’è, sarebbe liberato a furor di popolo. Il Cav. ha il popolo, un popolo tutto suo dal quale dovrebbe tenersi lontano. Oltre il carisma, di cui abbonda, ci vuole il crisma, e non può essere tutta quella tifoseria a incoronarlo il Cav. anche perché i pretoriani che esprime non sono pronti alla lotta ma agli agguati.

(di Pietrangelo Buttafuoco)

sabato 16 aprile 2011

Rogo di Primavalle: 38° anniversario senza giustizia

Sparare a un fascista non è (ancora) reato


Se negli anni Settan­ta del Novecento «uccidere un fasci­sta » non era «un re­ato », può anche darsi che negli anni Duemila del XXI secolo c’è chi possa pensare che gambizzare «un estremista di destra», secondo la definizione del quotidiano Europa , «un neofascista», secon­do Il Riformista , «un fasci­sta del terzo millennio», secondo Il Corriere della Sera , possa essere consi­derata un’attività sporti­va e quindi un passo avan­ti sulla via della concor­dia nazionale. L’Italia è davvero uno strano Paese e se la classe politica non dà il meglio di sé, non è che quella giornalistica, la classe dei colti, degli opinionisti e dei maître-àpenser , de­gli intellet­tuali sem­pre in catte­d­ra e dei pro­fessori più o meno emeri­ti, brilli per compostez­za.

Per anni è stato detto e ripetuto che fra la destra e la cultu­ra c’era uno iato, un’ im­potentia coeundi oppure generandi , e da lì non po­teva venire altro che roba volgare, dozzinale, ma poiché la natura ha paura del vuoto ci ha pensato la sinistra a recitare anche quella parte in comme­dia. Prendete le loro fir­me migliori: è tutto un in­veire sui difetti fisici, veri e supposti, sull’indegnità del corpo che si rispec­chia naturalmente in un’indegnità dell’anima, sul minus habens che è un poveraccio e quindi una vergogna per la de­mocrazia, sul paragone zoologico: verme, lombri­co, larva. È un giornali­smo di sinistra lombrosia­no, con il sopracciò e con l’indice puntato: come è volgare l’avversario, e non si permetta di ridere, non c’è niente da ridere, dovrebbe vergognarsi di ridere, bisognerebbe che qualcuno gli spaccasse la faccia, così imparerebbe a non ridere. C’è sempre una statuetta o un trep­piedi da tirare, che sarà mai, quello sì che fa ride­re, è goliardia, uno scher­zo.

Colleghi un tempo iro­nici e disincantati, te li ri­trovi con la bava alla boc­ca a dare del servo, del venduto, del prezzolato, tra un conato di vomito e l’altro, baroni universita­ri amanti del popolo e del­la democrazia partecipa­tiva ti si ripresentano co­me fautori del golpe fatto con il pennacchio dei ca­rabinieri, e naturalmen­te c’è spazio per comici, guitti, can­tanti e sal­timbanchi di ogni gene­re e grado, quelli che siccome è satira posso­no dire «la qualun­ que»: l’av­versario co­me portatore di cancro, flagello sociale, sentina di ogni putredine, escre­mento umano. Senza andare a scomo­dare la memoria degli «an­ni di piombo», sorprende che i più eccitati nel lin­guaggio siano proprio quelli che, maneggiando­­lo per mestiere, dovrebbe­ro sapere che le parole so­no pietre, che c’è un lin­guaggio armato che spes­so e volentieri fa da batti­strada alla violenza arma­ta ( Do you remember «i cat­tivi maestri »? Non è basta­to, si vuole continuare?).

Ma certo,c’è una volga­rità che è figlia della mo­dernità e un’impudicizia e una mancanza di gusto di cui si farebbe volentie­ri a meno. Ma il risveglio moralista di chi ieri sdoganava le giovannone coscia lunga e i pierini scorreggioni, teorizzava il diritto alla «sessualità innocente» dei più piccoli, sbraita­va contro la censura e inneggiava al corpo sciol­to, al corpo nudo, al sesso libero, al libero scam­bismo (sempre dei corpi, non delle merci), al porno d’autore e al porno per tutti, amava la società libertina del Settecento contrapponen­dola alla cupezza cattolica della Controrifor­ma, non voleva «né vergini né madonne, ma solo donne» un po’ fa ridere. Dopo decenni di battaglie contro le beghine, le«madonne pelle­grine », l’ipocrisia sessuale eccetera, eccetera, eccetera, ritrovarseli compunti a difesa del fo­colare domestico e contro la mercificazione della donna, lascia perplessi.

Si può anche mandare, come accadde, Ilona Staller, in arte Cicciolina, a Montecitorio, ma ritrovare gli ap­passionati di quella candidatura sdegnati del parlamento-bordello suona un po’ surreale. Ma certo, la destra è becera e un tempo so­steneva che i comunisti mangiassero i bambi­ni, ma la descrizione dell’Italia data dalla sini­s­tra colta, un concentrato di piduismo, mafia, camorra, un lupanare dalle Alpi alle Piramidi, una nazione di evasori fiscali e di debosciati rincretiniti dal tubo catodico che cos’è, acqua di rose, violetta Parma, Penhaligon’s (lo dicia­mo per la sinistra che occhieggia al British sty­le )? Poi si stupisce se l’italiano la manda a farsi fottere e non la vota neppure per sbaglio.

(di Stenio Solinas)

venerdì 15 aprile 2011

La Costituzione tradita da chi la sbandiera


L’opposizione in Italia si è barricata dietro la Costituzione e Berlusconi si è riparato dietro gli italiani. Questo, in sintesi, il bilancio della contesa politica.

Credo che sia giusto affrontare il nodo costituzionale, in modo libero, critico e spregiudicato, partendo da una serie di domande. Si può amare la Costituzione sopra ogni altra cosa, Italia inclusa? Si può pensare davvero che un Paese possa restare unito dal patriottismo costituzionale? Si ritiene sul serio che la Costituzione sia la sola, vera garanzia di libertà, democrazia e rispetto dei diritti umani? E si può davvero pensare che la Costituzione sia un dogma fuori dalla storia e dal suo tempo, eterna e immutabile? Lasciate che io dubiti di ciascuna delle quattro affermazioni.

Per cominciare, ogni paese civile e ogni buon cittadino non deve amare ma più semplicemente e più concretamente rispettare la Costituzione del suo Paese, perché in quel perimetro di regole e principi ci sono le norme basilari su cui è fondata la cittadinanza. Ma le regole vanno rispettate, non amate; amarle sarebbe troppo o troppo poco, e rischia di risolversi in retorica o ideologia.

Non è poi vera l’affermazione, più volte ripetuta, che i regimi dispotici non hanno o non riconoscono le costituzioni, facendo gli esempi dell’Italia fascista che calpestò lo Statuto Albertino o la Germania di Hitler che stracciò la Costituzione di Weimar, e così la Spagna di Franco e altri regimi autoritari. L’Unione Sovietica aveva una Costituzione federale, repubblicana e democratica eppure fu un regime totalitario, accentratore, antidemocratico e negatore dei diritti umani. Così altri paesi comunisti e totalitari provvisti di costituzione. Persino il regime di Chavez, metà castrista e metà populista, non ha rigettato la Costituzione venezuelana scritta a immagine e somiglianza della Costituzione italiana. Non basta una carta per garantire la libertà, la democrazia e il rispetto dei diritti umani. Pensate alla prima dichiarazione dei diritti umani con la Rivoluzione francese, e poi pensate al Terrore, alla ghigliottina e alla persecuzione dei dissidenti che ne seguirono, nel nome di quegli stessi principi. Le carte costituzionali sono una condizione necessaria ma non sufficiente per la libertà, la democrazia e i diritti umani.

L’Italia ha una buona carta costituzionale, equilibrata, scritta bene e in modo chiaro. Non nacque dal nulla, ma dalla storia. Le sue radici normative interne furono lo Statuto Albertino e la Costituzione della Repubblica romana del 1849. Le sue radici internazionali furono la Costituzione di Weimar, le costituzioni francesi, ma anche delle altre grandi democrazie. E tuttavia si avverte il peso specifico della vita, della cultura e delle ideologie italiane.

La Costituzione fu il frutto di un compromesso di alto profilo fra tre culture visibili ed egemoni, più una invisibile e indicibile. La cultura laico-liberale, di Einaudi e Croce ma anche di Calamandrei, per intenderci; la cultura cattolico-democristiana, di De Gasperi, Dossetti e Sturzo; la cultura socialista di Togliatti e Nenni. Ma c’era anche un convitato di pietra, che potremmo chiamare la cultura nazionale del ’900: la Costituzione e l’ordinamento statale della Repubblica italiana ereditano dallo Stato fascista il Concordato tra Stato e Chiesa, il Codice civile e penale di Rocco, le leggi sulla tutela ambientale di Bottai, la riforma scolastica di Gentile e Bottai, la Carta del Lavoro del ’26, il sistema previdenziale, il modello economico misto tra pubblico e privato, l’umanesimo del lavoro di Gentile. Aggiungo una considerazione curiosa e irriverente: la Repubblica vinse il referendum perché i fascisti repubblicani non votarono per la monarchia, o perché internati e privati dei diritti politici o perché avversari dei Savoia dopo il 25 luglio. La loro astensione, voluta o forzata, fu determinante per la vittoria della Repubblica... I paradossi beffardi della storia.

Triste è invece il capitolo della Costituzione disattesa, restata sulla carta, sopraffatta dalla Costituzione materiale. Si pensi al mancato riconoscimento giuridico di sindacati e partiti, alla partecipazione dei lavoratori nella gestione delle aziende, e a tante altre sue parti. Per non dire dei tradimenti subiti lungo la strada, l’ultimo dei quali è la violazione del diritto costituzionale dei cittadini di scegliersi i propri rappresentanti, voluta da una legge sostenuta sottobanco da quasi tutti i partiti perché consegna il Parlamento nelle mani degli oligarchi di partito. Uno scippo di sovranità su cui nessuna magistratura - anche la stessa massima magistratura, la presidenza della Repubblica, garante e custode della Costituzione - ha mai recepito nulla, ricorrendo alla Corte costituzionale. È lecito passare dal sistema proporzionale al sistema uninominale e maggioritario, ma è incostituzionale negare ai cittadini il diritto di designare i propri delegati. Ma nessuno solleva il problema, salvo poi scendere in piazza in difesa della Costituzione intoccabile.

Su queste premesse, un arco «costituzionale» assai vasto che va da Scalfaro a Ciampi, dalla sinistra a Fini, vagheggia il patriottismo della Costituzione come cemento del Paese. Ma nessun patriottismo può nascere da un perimetro di regole. I patriottismi non nascono dalle carte e da atti di fondazione così recenti. E tantomeno in un Paese cattolico e mediterraneo come il nostro, dove non vige l’osservanza suprema della Legge e del Testo scritto, come nei Paesi di formazione calvinista e protestante. Più vivo e più vero resta, come ripeto da tempo, il patriottismo della tradizione, ovvero la comune appartenenza che deriva da una storia comune, dalla vita di un popolo, le sue eredità, i suoi caratteri, la sua cultura e la sua natura. È questo il senso della nostra tradizione di pensiero, di Vico e Machiavelli, dove il vero e il certo, l’ideale e il reale, La Repubblica di Platone e la feccia di Romolo, si incontrano sul piano della storia e della vita dei popoli. E questo ancor di più vale per un Paese come l’Italia che non sorge come nazione politica ma come nazione culturale. E dunque il peso della sua storia e della sua letteratura, della sua lingua e della sua civiltà è preminente rispetto agli ordinamenti statali e alle carte costituzionali.

Del resto, di amor patrio non si accenna minimamente nella nostra Costituzione e se ne può cogliere la ragione storica contingente: venivamo da una guerra perduta e dall’ubriacatura fascista e nazionalista, eravamo un Paese a sovranità limitata, e questo impose la sordina all’amor patrio. Infatti di patria si parla solo all’art. 52 a proposito della difesa dei confini; un tema per certi versi oggi più urgente che nel passato e per altri superato dopo Schengen e nella società globale. Ma l’idea difensiva della patria non può esaurire l’amor patrio che non si esercita solo in caso di necessità estrema, ma anche in positivo come un legame d’affetto, di identità e di storia con la propria matrice.

Insomma la Costituzione è troppo recente per fondare l’amor patrio e troppo vecchia per essere immutabile col nuovo millennio e dopo più di 60 anni.

La Costituzione non è immodificabile nel nome di una visione teologica della Carta, che Ciampi definì la nostra Bibbia laica; ma ogni Carta è figlia del suo tempo e nella nostra carta c’è tutto il sapore del Novecento, delle sue ideologie, dei suoi conflitti, del suo linguaggio. Oggi per esempio difficilmente si esordirebbe dicendo che la nostra è una Repubblica «fondata sul lavoro». Asserzione nobile e significativa ma non universalmente rappresentativa, se si considera che il prolungamento dell’età media e dell’età giovanile ha reso il nostro Paese abitato in maggioranza da cittadini che non lavorano più o non lavorano ancora. Meglio sarebbe in linea di principio stabilire che la nostra è una repubblica fondata sul rispetto della persona e della comunità, mediante i diritti e i doveri di ciascuno e di tutti, e dunque la libertà, il lavoro e la dignità dei suoi cittadini. E sarebbe opportuno esplicitare nella Costituzione l’amor patrio e fondare la nostra democrazia sul principio di responsabilità personale e comunitaria e sulla finalità del bene comune. Sul piano degli ordinamenti, alcune modifiche ci sono già state, come la modifica del titolo quinto della Costituzione riguardo l’assetto federale. Non sarebbe affatto inconcepibile se la nostra democrazia si riconfigurasse da Repubblica parlamentare in Repubblica presidenziale, come la Francia o gli Stati Uniti. Ipotesi che i padri costituenti non presero in considerazione perché uscivamo dall’esperienza di una dittatura; ma che oggi sarebbe pienamente legittima. Peraltro c’è una lunga e rispettabile storia di proposte in questo senso: da Pacciardi a Craxi passando per Almirante, il gruppo democristiano di Europa ’70 e sul piano scientifico, il gruppo di Milano guidato da Miglio.

Certo, le modifiche della Costituzione vanno fatte con maggioranze qualificate e non semplici, risicate e occasionali, perché devono esprimere una volontà larga, profonda e duratura. Ma altre modifiche potranno darsi se si considera che siamo oggi nell’Unione europea, viviamo in una società globale, ci sono i flussi migratori, nuovi scenari e nuovi reati legati alle nuove tecnologie, alla bioetica e alle violazioni della privacy. Senza considerare gli sconfinamenti dei poteri istituzionali. Insomma bisogna avere una visione laica e non teologica della Costituzione, considerarla figlia e non madre della storia, dettata dal proprio tempo e dalle forze prevalenti dell’epoca e non dettata da Dio a Mosè sul Monte Sinai. Una Costituzione da rispettare, non da imbalsamare; e modificarla nelle sue parti più deperibili è un modo per rispettarla sul serio.

(di Marcello Veneziani)

Pietrangelo Buttafuoco: la destra? Un socialismo tricolore


Poiché tu non sei solo un giornalista e uno scrittore, ma anche e soprattutto uno dei più lucidi e autorevoli intellettuali di destra, ci puoi spiegare perché in Italia non sembra poter esistere una destra normale, europea, votabile?

Perché temo che ci sia un equivoco. Qui tutti, e per anni, abbiamo pensato che la destra fosse una roba che derivava dal fascismo, mentre Benito Mussolini appartiene di diritto a una certa storia del socialismo. Quindi, a lungo, tutto ciò che è arrivato da destra altro non era che un socialismo tricolore, il quale non poteva però immettersi in un’idea conservatrice.

Le conseguenze di questo equivoco?

Molte contraddizioni, la più grande delle quali è il berlusconismo. Vedi, a parte la sua capacità di portare al potere tette e culi, piaccia o no Berlusconi è veramente un liberale, e il liberalismo è quanto di più estraneo possa esserci alla cultura della vera destra.

Così, a un certo punto, c’è stata l’illusione di Fini…

Illusione, definizione esatta.

Quindi? In prospettiva?

Sai… la destra, in punta di filologia, è riassumibile nel concetto di Dio, patria, famiglia. E, ma adesso ti sto provocando anche un po’ per disperazione, quei tre concetti, se ci pensi, sono ben saldi nella declinazione islamica. E io che sono siciliano vorrei ricordati che, in fondo, dalle mie parti, l’epoca saracena viene ricordata come un’epoca eroica, di magnificenza, di gastronomia inarrivabile.

(fonte: www.leiweb.it)

Le Pen: se eletta, Francia fuori alla Ue


«Se verrò eletta alla presidenza francese proporrò un referendum per far uscire la Francia dall'Unione europea»: lo ha detto la leader del Fronte Nazionale d'estrema destra francese, Marine Le Pen.

Sull'emergenza immigrati, per la figlia del leader storico dell'estrema destra francese, l'Europa ha fatto fiasco. E' pronta a discuterne con il ministro leghista Maroni. «Se vuole ricevermi nei prossimi mesi sarebbe molto interessante parlare di questa cosa, serve una riflessione seria sulla fine dell'Ue», ha aggiunto la leader del Fronte nazionale, sottolineando poi che «l'Unione europea brilla della luce di una stella morta».

La leader del Fn francese capisce la posizione del presidente del consiglio italiano. «Capisco Silvio Berlusconi, che di fronte all'inerzia dell'Europa approfitta delle regole europee per alleggerire il fardello». «Del resto - ha proseguito - sono perfettamente d'accordo con Berlusconi quando dice che gran parte di questi clandestini non vogliono restare in Italia ma andare in Francia o in Germania». «Paradossalmente - ha concluso - a causa delle regole di Schengen, essi possono farlo attraverso la concessione di un permesso di soggiorno temporaneo. I fatti mi hanno dato ragione. L'Unione europea non ha fatto nulla» per aiutare l'Italia a rispondere ai flussi di immigrati clandestini provenienti dal Nordafrica. Dobbiamo chiedere con urgenza la sospensione dello spazio Schengen».

(fonte: www.unità.it)

mercoledì 13 aprile 2011

Caro Francesco, non difendo i kamikaze

Caro Borgonovo,

anche a me piacciono le belle ragazze (c’ho scritto un libro: Dizionario erotico. Manuale contro la donna a favore della femmina). Ma non le ho mai pagate. Questo però non c’entra niente col mio libro. Tu sembri ossessionato dal berlusconismo esattamente come i suoi avversari, con una visione provinciale che non fa onore né all’una né all’altra parte.

Nei Talebani io difendo innanzitutto il diritto elementare di un popolo, o di una parte di esso, a resistere all’occupazione dello straniero, comunque motivata. Altrimenti dobbiamo avere il coraggio e la coerenza di prendere la tanto conclamata Resistenza italiana, che fu in realtà opera di poche migliaia di uomini e di donne coraggiose, e di buttarla nel cesso. Degli afgani, e in generale dei cosiddetti “popoli tradizionali”, io apprezzo alcuni valori prepolitici che sono venuti completamente meno in Occidente: coraggio, fisico e morale, dignità, lealtà, rispetto della parola data («Il Mullah Omar se promette una cosa la fa», dice Abdul Salam Zaeef che si è distaccato da tempo dal movimento talebano ma che ha conosciuto da vicino il leader) e, per quello che riguarda in particolare i Talebani, l’integrità e l’incorruttibilità. Quando il Mullah Omar si rifugia presso il capo tribale Walid i marines vanno sul posto e ne chiedono l’immediata consegna. Sulla sua testa pende una taglia di 25 milioni di dollari. Con una cifra simile, da quelle parti, si compra tutto l’Afghanistan e anche un po’ di Pakistan. Walid farà solo finta di trattare, per permettere a Omar di guadagnare terreno sui suoi inseguitori. Quando Zaeef, che non è un cuor di leone, viene catturato dagli americani che prima lo sottopongono al “trattamento Abu Grahib”, che non è una deviazione sessuale di qualche soldato o soldatessa depravati ma una pratica della “cultura superiore”, poi alle torture vere e proprie e quindi gli promettono libertà e un mucchio di soldi, Zaeef risponde: «Non c’è prezzo per la vita di un amico e di un compagno di battaglia». Tu sai - perché la cronaca ce lo dice ogni giorno - a quali prezzi oggi si vendono gli uomini e le donne in Italia, senza che ci sia bisogno di metterli sotto tortura. E non parlo solo di denaro, ma degli umilianti infeudamenti, al bacio delle babucce, a cui tantissimi si sottopongono pur di avere, quasi sempre immeritatamente, un posto di rilievo nella società.

I bombardamenti da diecimila metri di altezza, spesso con i robot, i Dardo e i Predator, non sono solo un modo vigliacco di combattere sono esattamente la ragione per cui la Nato, pur così strapotente, sta perdendo la guerra all’Afghanistan. Scrive Ahmed Rashid, considerato il maggior esperto delle vicende dell’Asia Centrale e della questione afgana in particolare: «L’indisponibilità della Nato ad accettare perdite di vite umane la costringe a diperdere dalla potenza aerea (...) ma così facendo l’Alleanza perde la speranza di conquistare la popolazione» (A.Rashid, Caos Asia, p.411, Feltrinelli, 2008).

Gli afgani, e anche i Talebani, non sono mai stati terroristi. Non c’era un afgano nei commandos che abbatterono le Torri Gemelle. Non un solo afgano è stato trovato nelle cellule, vere o presunte, di Al Quaeda, scoperte dopo l’11 settembre. Ci sono arabi sauditi, tunisini, algerini, marocchini, egiziani, yemeniti, ma non afgani. Nei durissimi dieci anni di guerriglia contro gli invasori sovietici, i mujaheddin afgani non si sono resi responsabili di un solo atto terroristico, tantomeno kamikaze (eppure un’aeroflot poco difesa non era difficile da trovare). Il terrorismo è estraneo alla loro cultura. Sono dei guerrieri, che è cosa diversa. E se all’inizio del 2006, dopo un contrastato dibattito della Shura talebana, il Mullah Omar ha dato l’autorizzazione ai comandanti militari, che la chiedevano, di accompagnare le tradizionali tattiche della guerriglia con gli attentati terroristi, è perché contro un nemico che, a differenza dei sovietici, non ha nemmeno la dignità di stare sul campo e si rende irragiungibile e spesso invisibile, combattendo con i robot, che cose resta a una resistenza?

In Afghanistan, c’era Bin Laden. I Talebani se lo sono ritrovati in casa, non ce lo avevano portato loro, ma, due anni prima che il loro movimento nascesse, il nobile Massud, molto apprezzato in Occidente, a differenza di Omar, per combattere un altro “signore della guerra”, Heckmatyar. Comunque sono passati dieci anni. Bin Laden in Afghanistan non c’è più e, ammesso che sia mai esistita, nemmeno Al Qaeda. La stessa Cia ha calcolato che su circa 50 mila guerriglieri solo 359 sono stranieri, ma sono ceceni, uzbeki, turchi, cioè non arabi, non waabiti che hanno in testa la jihad universale contro l’Occidente.

Nei documenti del Pentagono e della Cia i combattenti talebani, cui si sono aggiunti nazionalisti afgani di ogni provenienza, sono definiti insurgents, insorti. Solo i ministri La Russa e Frattini, insieme a qualche loro reggicoda, continuano a chiamarli “terroristi”. La rivolta talebana non è più solo talebana, ma come documentano tutti i reportage è una ribellione all’occupazione dell’arrogante straniero che crede, con una buona dose di egocentrismo oltre che di infantilismo, che i propri valori, perché sono i propri, siano i migliori dimenticando non solo la lezione di Montaigne che nel famoso capitolo dei Saggi intitolato I cannibali e dedicato agli indigeni sudamericani scrive: «Certo, per noi loro sono cannibali, ma ai loro occhi i cannibali siamo noi», ma anche quella sul relativismo culturale di Levi Straus che non era un estremista talebano, ma un filosofo e antropologo francese che aveva conosciuto molti popoli che hanno storia, tradizioni, diritto di famiglia, forme di giustizia, concezione della vita e della morte completamente diverse dalle nostre.

Infine tu sembri rimproverarmi, Borgonovo, di scrivere quello che scrivo “stando al calduccio della mia casa borghese”. A parte che la mia casa è tutt’altra cosa, come ti renderai conto quando verrai a trovarmi, il punto non è questo. Tu, difensore del diritto della libertà di espressione, non ti rendi conto che in questo modo castri ogni possibilità di critica. O uno fa il Byron e va a battersi personalmente per la libertà della Grecia oppure le sue parole non contano.

Io credo di aver esercitato il coraggio nella sola forma possibile in democrazia: che è il coraggio morale. Io ho scritto sempre e solo ciò che pensavo, non mi sono mai infeudato a partiti, bande, lobbies, sono stato sempre un ’chevalier seul’ e per questo ho pagato prezzi durissimi, sul piano professionale, sociale e, alla fine, anche esistenziale. Altro che i “sessantottini” cui tu, forse perché hai ancora il latte sulle labbra, sembri apparentarmi. Sulla coerenza intellettuale, morale, esistenziale e anche materiale penso che ci siano pochi, in questo Paese, che abbiano diritto di darmi lezioni.

(di Massimo Fini)

Caro Massimo, tu stai con i terroristi


Caro Massimo Fini,

trovo che qualche volta tu sia estremamente simile al tuo odiato Silvio Berlusconi (dev’essere per questo che mi piace così tanto leggerti). Come il Cavaliere, dimostri in alcune occasioni un singolare attaccamento alle passioni della gioventù, alla vitalità che sprigiona dai vent’anni. Mi pare che sull’argomento tu abbia anche scritto uno dei tuoi libri più belli (Ragazzo. Storia di una vecchiaia, edito da Marsilio). Mentre il presidente del Consiglio preferisce circondarsi di belle fanciulle in fiore, tu apprezzi invece la compagnia di barbuti combattenti musulmani come il Mullah Omar, al quale hai dedicato una biografia che nei giorni scorsi è stata al centro di un dibattito su queste pagine. È proprio dei giovani appassionarsi alle cause perse, difendere le posizioni più estreme con sprezzo del pericolo e delle critiche altrui. In più, è necessaria pure una bella faccia tosta, dote di cui non sei certo privo.

Tuttavia, il gioco è bello quando è corto: raggiunta la maggiore età, a difendere lancia in testa i talebani si fa la figura dei sessantottini che tu disprezzi, quelli che a sessant’anni suonati circolano ancora con i sandali e i capelli lunghi in simil-paglia. Nel tuo libro, tu elogi il Mullah Omar e i guerriglieri afgani perché si misurano sul campo con i propri nemici e si battono col coltello fra i denti per difendere la patria. In compenso, deprechi gli americani e gli eserciti occidentali in genere perché preferiscono bombardare invece che inviare i corpi speciali casa per casa a stanare gli avversari. Permetti, ma qui si tratta di fare gli eroi col culo, pardon, le baionette, degli altri. Mentre il nostro sedere riposa al calduccio sulla sedia vicino alla scrivania, è bello sbertucciare i marines perché se ne stanno al sicuro nelle basi invece di calare nei villaggi mediorientali e magari perdere gli arti inferiori su qualche mina. Ed è semplice - troppo - dipingere i soldati, compresi i nostri, come ragazzotti imbelli, laddove imbelle è l’anticamera di imbecille. Il fatto che i Paesi occidentali cerchino il più possibile di evitare la spedizione di truppe di terra non è una vigliaccheria bensì una conquista. Tu parli di guerra “posteroica” e sostieni che i conflitti hanno perso negli anni la loro funzione in qualche modo “igienica”. Ma che diavolo c’era di eroico nei massacri all’arma bianca dei tempi che furono? E nelle migliaia di caduti sul campo, mutilati, monchi, orbi e menomati assortiti che le battaglie fabbricavano su scala industriale? Nulla, caro Massimo, nulla.

Quanto alla vigliaccheria di scagliare bombe dall’alto e far perire civili innocenti, possiamo anche essere d’accordo. Ma non sono altrettanto vigliacchi gli attentati dei kamikaze a cui hanno fatto ricorso - come tu stesso scrivi - i talebani? E non fu esempio di suprema vigliaccheria l’attacco alle Torri Gemelle ordito da Al Qaeda? (E spero tu sia convinto del fatto che c’era Al Qaeda dietro e non qualche fantomatico complotto pluto-giudaico-massonico). Questo è il punto: la guerra in Afghanistan, per quanto terribile, è stata una reazione, una risposta dura a un attacco in terra americana che mirava a colpire l’Occidente tutto. E, concedilo, se i talebani hanno diritto a difendere l’Afghanistan, noi abbiamo diritto a difendere le nostre tradizioni, cercando dove possibile di evitare massacri. Quando questi avvengono, ci sono centinaia di associazioni (i tuoi amici sempre politicizzati di Emergency, ad esempio), giornali, tivù eccetera pronti a denunciare le angherie statunitensi ed europee. Non risulta che in Afghanistan viga la stessa libertà di critica al regime.

Se parlassimo della guerra in Libia, sarei d’accordo con te. Lì non c’è stata nessuna aggressione, si tratta di un folle intervento “umanitario” che fa comodo soltanto a inglesi e francesi. Ma il discorso afgano e iracheno è ben diverso. Tu ammiri il Mullah Omar perché “per una questione di principio” non ha consegnato Bin Laden agli Stati Uniti. Ammettiamo che sia vero. Tradotto, significa: per una questione di principio ha permesso che il suo popolo venisse martoriato dai cacciabombardieri. Grande intuizione politica.

Ultimo punto: tu ammiri il fatto che i talebani abbiano quasi eliminato la corruzione e sembri soddisfatto quando racconti un particolare agghiacciante, cioè che ai corrotti vengono tagliate le mani. Provi uno strano piacere nel pensare che in Italia, fossero applicate analoghe misure, il parlamento sarebbe pieno di monchi. Beh, a me quest’idea fa rabbrividire. E non perché ami i corrotti, ma perché credo che la civiltà risieda anche nel prendere le distanze da questo genere di orrori. Mi sembrano, estremizzati, gli stessi discorsi che intellettuali come Madame Barbara Spinelli producono dai loro salottini di Parigi. Invitano a ribaltare il regime di Berlusconi, dicono che è peggio di Gheddafi, berciano che i corrotti politicanti vanno messi alla gogna. E nel frattempo sostengono l’intervento umanitario in Libia. Quando tu ti entusiasmi per i moncherini, mi ricordi questi giustizialisti al caviale e la similitudine non ti dona molto. Probabilmente, il tuo Mullah Omar andrebbe molto d’accordo con i tuoi amici del Fatto, con l’ayatollah Marco Travaglio in testa. Vista l’abbondanza di talebani in casa nostra, mi sembra superfluo dedicarsi alla celebrazione dei talebani altrui.

(di Francesco Borgonovo)

lunedì 11 aprile 2011

Lasciamo l'Europa: ci costa e non ci aiuta


Lasciati soli davanti all'invasione degli immigrati. Abbandonati quando la speculazione finanziaria internazionale ha fatto sentire il morso sul debito pubblico italiano. Bacchettati però quando si tenta di difendere le aziende nazionali come altri paesi hanno fatto tranquillamente senza le reprimende di Bruxelles. E con le mani legate - talvolta perfino con la camicia di forza - quando provi a balbettare qualcosa di fisco o di sviluppo.

Ma a che serve l'Unione europea per l'Italia?

Da anni ci sentiamo ripetere che se I'Italietta non avesse aderito al trattato di Maastricht e alla moneta unica, saremmo tutti finiti gambe all'aria rischiando il fallimento del paese. Eppure dopo tanti anni i risultati ottenuti sono evidenti, e portano tutti il segno meno. L'Italia cresce di meno da quando è entrata nell'euro. La disoccupazione invece è salita progressivamente e inesorabilmente. Il divario fra Nord e Sud si è allargato: la spaccatura del paese è più evidente, con una parte che si sente attratta e alla pari con la locomotiva tedesca e l'altra parte destinata a sprofondare. Il debito pubblico è cresciuto esponenzialmente ed è diventato perfino più fragile di prima.

Siccome l'unione monetaria è stata realizzata imponendo una moneta unica a tutti e vincoli stretti ai paesi più deboli, ma non si è fatta carico dei guai comuni (le ricchezze sono state unificate, però a ciascuno è restato il suo debito), i vantaggi per l'Italia sono stati assai piccoli. Sostanzialmente solo due: meno inflazione (ma soprattutto deflazione, che non è gran vantaggio per l'economia) e denaro meno caro, anche se ormai viene concesso con il contagocce proprio grazie alle regole internazionali. Tutto il resto è peggiorato. In modo così sensibile da aprire per la prima volta la discussione-tabù: e se fosse meglio uscire dall'Europa di Maastricht seguendo la Gran Bretagna che non ci è mai entrata?

Che sia meglio ha osato dirlo nell'autunno scorso un economista di grido come il professore Paolo Savona, che ha addirittura implorato l'Italia di liberarsi «dal cappio europeo che si va stringendo al collo», sostituendo «il poco dignitoso vincolo esterno con una diretta responsabilità dei gruppi dirigenti. Si aprirebbe così la possibilità di sostituire a un sicuro declino un futuro migliore attraverso il re-impossessamento della sovranità di esercitare scelte economiche autonome, comprese quelle riguardanti le alleanze globali».

Di quelle parole Savona non è affatto pentito, e, anzi, è ancora più convinto assistendo ai fatti di queste settimane. Di fronte a Libia, Tunisia, e all'incendio del Mediterraneo l'Europa politica ha brillato per assenza. Quella militare proprio non esiste, e ognuno procede in ordine sparso. L'ondata migratoria che si prepara non sembra interessare Bruxelles: l'Europa è composta in maggioranza da paesi che credono di non venire toccati, e quindi è caso che dovranno sbrogliarsi da soli Grecia, Spagna, Francia e soprattutto Italia Quel fantoccio di polizia delle frontiere (con sede a Varsavia) che è Frontex si è limitata a inviare una navetta rumena e due piccoli aerei per affrontare quello che giustamente Silvio Berlusconi ha definito lo «tsunami umano».

I fatti di questi giorni hanno definitivamente chiarito - se mai ce ne fosse stato bisogno - che in caso di emergenza l'Italia deve cavarsela organizzativamente e finanziariamente da sola. L'Europa non le serve. Invece Bruxelles sarà più rapida di un falco quando si tratterà di fermare le norme per proteggere Parmalat, ma soprattutto gli allevatori italiani, dalla posizione dominante di Lactalis. Come sarà fulminea a fermare sul nascere qualsiasi politica industriale o fiscale passi mai perla testa dei governanti italiani.

Uscire dall'euro è forse rischioso sul breve, e un po' di terremoto per forza lo provoca. Ma potersi riappropriare delle leve del proprio governo e decidere da soli davvero non ha prezzo. E potrebbe diventare la vera occasione per l'Italia.

(di Franco Bechis)

Condannati alla crescita


Dopo la tragedia di Fukushima sono state avanzate le soluzioni più svariate: centrali nucleari “sicure” di terza o quarta generazione, rafforzamento del già consistente apparato idroelettrico e, naturalmente, valorizzazione delle cosiddette fonti di energia “alternative” o “pulite”, fotovoltaico, solare termico, eolico. Non esistono fonti di energia che, usate in modo massivo, non siano inquinanti, in un modo o nell’altro. Alcuni anni fa in una piattissima regione fra Olanda e Belgio, battuta dal vento, furono impiantate trecento enormi torri eoliche. Gli abitanti ne uscirono quasi pazzi. Per il rumore delle pale e perché erano abituati ad avere davanti agli occhi una pianura sconfinata che ora trovavano sbarrata da queste torri. Un foglio di carta in una casa è un innocente foglio di carta, centomila fogli ci soffocano. Non c’è niente da fare.

Nessuno ha osato proporre la soluzione più ovvia: ridurre la produzione. Questo è il tabù dei tabù. Perché il nostro modello di sviluppo è basato sulla crescita. A qualunque costo. Il lettore avrà sentito dire mille volte, e non solo in questi tempi di crisi, da politici, di destra e di sinistra, da economisti, da sindacalisti: “Bisogna stimolare i consumi per aumentare la produzione”. Se la guardate bene, a fondo, questa frase è folle. Perché vuol dire che noi non produciamo più per consumare, ma consumiamo per produrre. Che non è il meccanismo economico al nostro servizio, ma noi al suo.

La crescita non è un bene in sé. Anche il tumore è una crescita: di cellule impazzite. Il tumore dell’iperproduttività finirà per distruggere il corpo su cui è cresciuto. Non perché verranno a mancare le fonti di energia e le materie prime come nel 1972 ipotizzavano che sarebbe avvenuto entro il Duemila quelli del Club di Roma nel loro libro-documento I limiti dello sviluppo (magari ci avessero azzeccato, saremmo stati costretti ad autoridurci per tempo): la tecnologia è probabilmente in grado di risolvere questo problema. Ma per la ragione opposta. Un modello che si basa sulle crescite esponenziali, che esistono in matematica ma non in natura, quando non potrà più crescere, perché non troverà più mercati dove collocare i propri prodotti, imploderà su se stesso. Sarà uno tsunami economico planetario.

Questo il futuro prevedibile. Ma basta il presente. La spietata competizione economica fra Stati – questa è, in estrema sintesi, la globalizzazione – passa attraverso il massacro delle popolazioni del Terzo e ora anche del Primo mondo. In termini di più lavoro, di più fatica, di stress, di angoscia, di un perenne pendolo fra nevrosi e depressione in una mancanza di equilibrio e di armonia che ha finito per coinvolgerci tutti. E gli stessi autori de I limiti dello sviluppo, che non erano dei talebani, ma degli scienziati per di più americani, del mitico Mit, quindi dei positivisti, non ponevano la questione solo in termini tecnici, ma umanistici e concludendo il loro documento scrivevano: “È necessario che l’uomo analizzi dentro di sé gli scopi della propria attività e i valori che la ispirano, oltre che al mondo che si accinge a modificare, incessantemente, giacché il problema non è solo di stabilire se la specie umana potrà sopravvivere, ma anche, e soprattutto, se potrà farlo senza ridursi a un’esistenza indegna di essere vissuta”.

Ma non sono stati ascoltati. Corre, corre la “società del benessere”, col suo sole in fronte e le sue inattaccabili certezze, e, come un toro infuriato, non si rende nemmeno conto, mentre già gronda sangue, che, in ogni caso, al fondo non più tanto lontano dalla strada delle crescite esponenziali, l’aspetta la spada del matador.

(di Massimo Fini)

L'immigrazione riguarda tutti


Ombre sinistre s'allungano sull'Europa. Dopo decenni di retorica comunitaria, sfociati nel risibile Trattato di Lisbona, privo di principi ispiratori e contraddittorio sulle strutture organizzative, quel che abbiamo davanti a noi è un puzzle di egoismi pre-bellici, caricature perfino degli antichi nazionalismi. Non era questo che immaginavano i Padri della nuova Europa uscita dalla guerra civile continentale.

La crisi mediterranea è stato il detonatore che ha fatto esplodere conflitti latenti e sempre sopiti in ragione delle logiche mercantili ed economicistiche. Ma quando la politica ha fatto irruzione nelle cancellerie europee sono tornati a svolazzare fantasmi che si ritenevano archiviati per sempre.

Oggi, di fronte alle ondate migratorie gestite malissimo ed al rischio concreto che le contorsioni geopolitiche facciano deflagrare i rapporti già precari tra le nazioni, il pericolo che si materializza la balcanizzazione del Vecchio Continente dovrebbe indurre coloro che fanno parte dell'Unione al recupero di un minimo di ragionevolezza allo scopo di trovare un sostenibile accordo nel fronteggiare tanto l'imponente flusso migratorio quanto l'identità stessa continentale incontestabilmente smarrita. La piccola politica, insomma, non serve più; anzi, al cospetto dei danni che ha prodotto, sarebbe bene che la si archiviasse senza indugio. E gli Stati più responsabili, di conseguenza, si domandino piuttosto quale politica può essere funzionale a ristabilire rapporti tali che consentano di affrontare insieme quella che nei prossimi anni potrebbe configurarsi come una lotta per la sopravvivenza. Le cifre dei migranti di questi mesi, per quanto importanti, fanno ridere se si pensa alle masse che potrebbero arrivare dall'Africa e dall'Asia nei prossimi anni in un'Europa che ha rinunciato ad approntare una politica demografica per concentrarsi sulla gretta conservazione dell'esistente che sarà travolto dai nuovi ingressi.

«Regressione delle nascite, morte dei popoli», era il titolo di un libro che alla metà degli anni Venti dello scorso secolo fece scalpore in Europa. Lo scrisse un giovane studioso spengleriano, Richard Korherr, che mise i suoi contemporanei davanti al loro destino: l'esaurimento spirituale di una civiltà che, rinunciando a procreare, avrebbe visto il vuoto colmato dai cosiddetti «popoli giovani» e fecondi, desiderosi di impadronirsi di ciò che gli occidentali lasciavano morire. Mi rendo conto che discutere tematiche del genere con gli «statisti» che affollano gli schermi televisivi è impresa disperata, Ma se non ci si rende conto che al cospetto di un'invasione come quella che si prospetta non si possono chiudere occhi e frontiere di cartapesta lasciando ai più esposti l'onere dell'impossibile difesa del Continente, i risultati saranno devastanti. Perciò i Paesi dell'Ue che ostentano indifferenza quando non aperto egoismo davanti ad una crisi umanitaria e ad una rottura geopolitica come quelle che si stanno producendo nel bacino mediterraneo, condannano se stessi al suicidio ed affossano definitivamente la prospettiva di costruire un'unità di popoli e di Stati in grado non solo di sopravvivere, ma soprattutto di ricomporre un'entità politica che possa affrontare le grandi crisi di civiltà che connoteranno il questo secolo.

Mentre il fronte anglo-franco-tedesco ritiene di poter menare le danze in Europa, stringendo una miope alleanza che s'allargherà già domani in Lussemburgo ad altre nazioni, sostanzialmente contro l'Italia lasciata sola, dalla sponda sud del Mediterraneo si stanno muovendo falangi di disperati che, leggi o non leggi, in tutti modi faranno valere la loro forza.

Come si comporteranno Cameron, Sarkozy, Merkel e compagnia cantante? Spareranno su chiunque voglia «sfondare» le loro frontiere? È follia soltanto pensarlo. Se l'Europa ha ancora un senso (sempre che l'abbia avuto) lo dimostri, senza parti di essa si arrocchino inutilmente, per il semplice motivo che vi sono fenomeni che non possono essere respinti facendo finta che riguardino altri. L'immigrazione è tra questi. Chi conosce la storia delle civiltà, sa che essa ne ha stravolto i connotati.

(di Gennaro Malgieri)

sabato 9 aprile 2011

Meglio il Mullah dei politici corrotti: lui ha combattuto per il popolo

Caro Giampiero, c’era una battuta che facevo a teatro, nel mio Cyrano, se vi pare..., che riscuoteva un certo successo. Dicevo, storpiando un po’ l’italiano per esigenze di spettacolo: «Nego nel modo più assoluto che il Mullah Omar sia meno rappresentativo della sua gente del fatto che qui da noi si infili una scheda in un’urna e salta fuori Renato Schifani». Boato. Con ciò non intendevo dire, come non lo intendo nel mio libro, che noi dobbiamo cuccarci il Mullah, ma nemmeno che dobbiamo imporre gli equivalenti di Schifani, i nostri valori, le nostre istituzioni a un popolo, che tu stesso definisci «remotissimo», che ha una storia, tradizioni, sistemi familiari, concezioni della vita e della morte completamente diversi da quelli che si sono sviluppati in Occidente a partire dalla Rivoluzione industriale.

Ma questa è già ideologia. Nel mio libro io riporto fatti, dati, documenti. Racconto innanzitutto come nasce il movimento talebano. Se non si conoscono le sue origini e le sue ragioni, non si può capire come mai i Talebani si siano affermati in Afghanistan e l’abbiamo governato per sei anni, fino all’invasione americana e all’occupazione della Nato. I leggendari comandanti militari che avevano sconfitto l’Unione Sovietica, i “signori della guerra”, i Massud, gli Ismail Khan, gli Heckmatyar, i Dostum, impegnati in una feroce guerra civile per la conquista di un potere lasciato vacante dall’uscita di scena dei russi, si erano trasformati, con i loro sottoposti e vassalli, in bande di borseggiatori, di ladri, di taglieggiatori, di stupratori (di stupratori, Giampiero, tu che difendi, giustamente, la dignità della donna), di assassini che vessavano in ogni modo la popolazione agendo nel più pieno arbitrio. Il movimento talebano, che nasce letteralmente dall’iniziativa di quattro ragazzi, Omar, Ghaus, Hassan e Rabbani, che avevano combattuto giovanissimi gli invasori sovietici, è una reazione a questo intollerabile stato di cose. Dirà il giovane Omar: «Come potevamo starcene tranquilli vedendo tanti crimini commessi contro le donne e la povera gente?».

I giovanissimi Talebani sconfiggeranno i ben più esperti e meglio armati “signori della guerra” non solo per la fortissima carica ideale che li anima ma perché hanno il pieno appoggio della popolazione che non ne può più di quegli abusi, riporteranno l’ordine e la legge nel Paese, sia pure una dura legge, la sharia, e daranno all’Afghanistan sei anni di relativa pace tra tanti di guerra. E l’appoggio della popolazione lo conservano tutt’oggi di fronte ad altre violenze, quelle dei bombardieri Nato che, secondo un rapporto dell’Onu del 2009, sono in gran parte responsabili delle circa 60mila vittime civili (maschi adulti, vecchi, donne e bambini) provocate da dieci anni di guerra all’Afghanistan.

ELEMENTI CRUCIALI

Tu poi, nella tua recensione, non affronti alcuni fatti cruciali e non lo fai, credo, perché sono inconfutabili.
1) Nell’Afghanistan guidato dal Mullah Omar c’era sicurezza. Come mi ha detto Gino Strada, che vi ha vissuto, si poteva girare tranquilli anche di notte perché i Talebani avevano ricacciato oltreconfine i feudali “signori della guerra”, eliminato le bande di predoni, disarmato la popolazione.
2) In quell’Afghanistan non c’era corruzione per la semplice ragione che ai corrotti i Talebani tagliavano le mani e, nei casi più gravi, anche un piede. Cosa ovviamente inapplicabile in Italia perché avremmo un Parlamento di moncherini. Non c’è un solo leader talebano che, nei sei anni in cui il Mullah Omar è stato al potere, possa essere accusato di essersi arricchito personalmente.
3) Negli anni 2001-2002 il Mullah Omar bloccò, con decisione autonoma, la coltivazione del papavero da cui si ricava l’oppio e in seguito l’eroina. Una misura difficilissima, un’antica richiesta dell’Agenzia contro il narcotraffico delle Nazioni Unite, che tutti i governi precedenti si erano ben guardati dall’esaudire. Il Mullah la impose perché per lui l’etica del Corano, che vieta la produzione e il consumo degli stupefacenti, era più importante dell’economia. E il traffico dell’oppio, com’è documentato, crollò quasi a zero.

ORA E' UN DISASTRO

Vediamo, sempre dati alla mano, qual è oggi la situazione dell’Afghanistan, dopo dieci anni di occupazione occidentale. Il Paese è distrutto, economicamente, socialmente, moralmente. L’introduzione forzata del modello occidentale ha devastato la povera, ma autosufficiente e dignitosa, “economia di sussistenza” afghana (sostanzialmente: autoproduzione e autoconsumo). Durante il periodo talebano a Kabul vivevano un milione e duecentomila persone, oggi sono cinque milioni e mezzo. Basterebbe questo dato. La disoccupazione, che era all’8%, è salita al 40% e in alcune regioni all’80%. L’artigianato locale è stato spazzato via.

IPOCRISIE SUL BURQA

Oggi i burqa, a cui le afgane non hanno rinunciato ritenendolo più dignitoso che sculettare in tanga, e che comunque non è un’invenzione talebana ma un’antichissima tradizione riguardante vaste aree dell’Asia Centrale e del Medio Oriente, lo fabbricano i cinesi. La corruzione è endemica. E riguarda non solo la cricca di Karzai, i funzionari locali, la polizia, la magistratura ma anche i contingenti internazionali e parecchie Ong con le loro “vispe terese” che, fra una seduta in palestra e un tuffo in piscina, sculettano in short per le vie di Kabul senza alcun rispetto per la sensibilità degli afghani, che è diversa dalla nostra.
Particolarmente grave è la corruzione della magistratura. Per avere una sentenza bisogna pagare, per averla favorevole bisogna strapagare. Tanto che gli afghani preferiscono rivolgersi ai tribunali talebani non necessariamente perché aderiscano alla sharia ma perché, in assenza di qualsiasi giustizia, quella talebana è almeno una giustizia, sia pur spiccia e sbrigativa.
Riferendosi all’imperante corruzione che ha corroso il suo Paese, Ashraf Ghani, un medico afgano che ha fatto il dottorato alla Columbia University, insegnato per otto anni a Berkley e alla John Hopkins University, ed è stato funzionario della Banca Mondiale, il più occidentalizzante dei candidati che si sono presentati alle elezioni presidenziali del 2008, le cui parole sono quindi al di sopra di ogni sospetto di simpatie talebane, ha commentato amaramente: «Nel 2001 eravamo poveri, ma avevamo la nostra moralità. I miliardi di dollari che hanno inondato il Paese ci hanno tolto l’integrità, la fiducia l’un nell’altro». Infine l’Afghanistan produce oggi il 93% dell’oppio mondiale.

LA DEVASTAZIONE

La devastazione portata in Afghanistan dagli occidentali è stata molto più profonda di quella sovietica. I russi hanno fatto grandi distruzioni materiali, ma non si erano messi in testa di cambiare l’economia, la socialità, la mentalità, i valori, le tradizioni, i costumi di quel Paese. La distruzione occidentale, oltre che materiale, è stata economica, sociale e morale.
E allora perché rimaniamo in Afghanistan ad ammazzare gente che non ci ha fatto nulla di male e che mai ce ne farebbe, se non stessimo sulla loro testa con 170mila soldati in armi? Forse a te, che mi consideri anti-americano e forse anche anti-italiano, è sfuggito che ho dedicato il mio libro a un nostro soldato, Matteo Miotto, ucciso in battaglia da un cecchino. Matteo Miotto, un ragazzo semplice, un veneto orgoglioso delle proprie radici, aveva capito quello che i politici occidentali, gli intellettuali occidentali, al sicuro nelle loro case, si rifiutano o fan finta di non capire: che anche gli altri, che anche i ragazzi talebani, che deve considerare dei nemici, hanno diritto alle loro radici e a difenderle.

E in una bella, commovente, sensibile e coraggiosa “lettera aperta” scritta due mesi prima di morire, e di cui voglio qui riportare uno stralcio, dirà: «Questi popoli hanno saputo conservare le proprie radici, dopo che i migliori eserciti, le più grosse armate hanno marciato sulle loro case, invano. L’essenza del popolo afgano è viva, le loro tradizioni si ripetono immutate, possiamo ritenerle sbagliate, arcaiche, ma da migliaia di anni sono rimaste immutate. Gente che nasce, vive e muore per amore delle proprie radici, della propria terra e di essa si nutre. E allora capiamo che questo strano popolo dalle usanze a volte anche stravaganti ha qualcosa da insegnare anche a noi».

In quanto a Omar, di cui il mio libro ripercorre la storia, ha combattuto, giovanissimo, per dieci anni, gli invasori sovietici, è stato ferito gravemente quattro volte, ci ha perso un occhio (non mi è piaciuta per niente la tua espressione «orbo», non l’avresti mai usata per un soldato italiano semiaccecato in battaglia), ha combattuto i “signori della guerra” in difesa della povera gente, e ora, da dieci anni, in condizioni difficilissime, senza l’aiuto di alcuno (altro che i rivoltosi libici che dopo aver assaggiato pochi giorni di bombardamenti di Gheddafi si sono messi a “chiagne” e a invocare Papà Sarkozy e Mamma Nato), combatte il più potente, tecnologico, sofisficato e robotico esercito del mondo.

UN UOMO ONESTO

Un uomo che quando è stato al potere non lo ha utilizzato per arricchirsi o per ritagliarsi posizioni di privilegio, né per sé né per la sua famiglia né per il suo povero villaggio natio né per i suoi seguaci, ma per inseguire un suo Sogno, giusto o sbagliato che sia. Io uomini del genere, cioè uomini, li rispetto profondamente, molto più dei “sessantottini” che, senza nulla rischiare, pretendevano di fare la rivoluzione con la mutua e sono diventati direttori del Corriere della Sera. Quanto a noi due, inguaribile Mughini, tu all’inizio del tuo articolo riporti solo la prima parte della mia dedica: «A Giampiero, in nome di un eterno litigio». Ma non la seconda, che dice, se non ricordo male, «con affetto». Ed è con affetto che replico alla tua, peraltro civilissima, critica.

(di Massimo Fini)

Tranquilli, non c'è il Duce in sala d'attesa

Ma cosa c'entra l'accusa di fascista a Corsaro che citava Moro e Borselli­no? Se vuoi squalificare qualcuno lo in­chiodi al fascismo. È un effetto perverso della famosa norma costituzionale sul partito fascista. Sarà inopportuno chiede­re di cancellarla, ma abolire il reato d'apo­logia del fascismo non sarebbe un ritor­no al fascismo, semmai un ritorno alla de­mocrazia. Perché con quella legge specia­le del '52, nata per attuare quella norma, si punisce un reato d'opinione e i reati d'opinione ledono la democrazia. È la leg­ge Scelba, e così è la legge Mancino. Direi la stessa cosa se una norma punisse l'apo­logia di comunismo o, che so, di giacobi­nismo. Se proprio volete una democrazia minorenne, sotto tutela, allora modifica­te quella legge speciale in divieto d'apologia di tutti i regimi dittatoriali e totalitari. Sarebbe più equo, pur restando una leg­ge contro la libertà d'opinione. Ma sareb­be meglio non punire le idee, anche sba­gliate.

Sul piano dei fatti, l'apologia del fasci­smo è stata alimentata dal proibizioni­smo, cioè dal fascino del vietato. Proibire idee, simboli e storie, significa incentivar­ne l'uso trasgressivo. Sul piano del giudi­zio storico - ma qui è inevitabile e benefi­co che i giudizi divergano - non credo che il male assoluto sia il fascismo, al punto da meritare l'unico divieto penale vigen­te. La storia è piena di regimi dispotici, persecuzioni e massacri, mica uno solo. Per esempio, uccise più antifascisti italia­ni il comunismo tra i rifugiati in Urss -1020 tra fucilati e deportati (fonte: Dun­dovich- Gori, Italiani nei lager di Stalin, ed. Laterza) - che il fascismo in Italia (mi pare 17 nell'arco intero del regime). Quel reato poteva avere un senso in una nor­ma transitoria perché eravamo appena usciti dal fascismo. Ma non 66 anni dopo la sua morte.

Una sana e robusta costituzione puni­sce gli atti violenti o violanti, non le idee. Ma la proposta parlamentare di abroga­zione è stata tradotta in modo falso e grot­tesco con: vogliono permettere di rico­struire il partito fascista. Come dire: il du­ce è in sala d'attesa, aspetta solo che la Costituzione gli dia via libera. Ma che gar­bo, duce, ma che rispetto delle regole...

(di Marcello Veneziani)

L'incubo di Sarkò ora è Marine


È uno spettro paradossalmente seducente, dai lunghi capelli biondi e dagli occhi azzurri, che sta facendo perdere la bussola a Nicolas Sarkozy. Si chiama Marine Le Pen, leader del Front National ereditato da suo padre, il vecchio Jean-Marie. La nuova signora della politica francese sembra aver sopravanzato l'inquilino dell'Eliseo nei sondaggi in previsione delle presidenziali dell'anno prossimo. Lui, il marito di Carlà, corre ai ripari come può. Bombardando Tripoli, per esempio. O, immaginando più redditizi risultati, respingendo i tunisini provenienti dall'Italia in aperto spregio, ai trattati comunitari ed ad una legge italiana, recepita anche dalla Francia in quanto membro dell'Ue, che in un articolo prescrive che tutti coloro provenienti da un Paese dell'area di Schengen, come il nostro, devono essere accolti. A Sarkozy questa norma non gliel'ha tenuta nascosta nessuno. E, infatti, lui la conosce bene solo che fa finta di ignorarla per non attirarsi i fulmini dei suoi connazionali che vedono gli immigrati dal Nord Africa come il fumo negli occhi e sembrano disposti a voltargli le spalle proprio in favore della Le Pen. Comprendiamo le tensioni francesi, ma chi ha stabilito che dobbiamo essere noi a farcene carico? I tunisini, che per cultura e tradizione, si sentono più vicini a Parigi che a Roma, hanno tutto il diritto, dopo la permanenza temporanea sul territorio italiano che il governo avrebbe fatto meglio a garantirgli fin da subito, cioè dopo le prime ondate, di raggiungere la Francia dove i più sono attesi dai loro familiari. Pertanto che Sarkozy faccia tanto lo schizzinoso adesso, fino a dare l'ordine ai prefetti di impedire ai maghrebini di varcare i confini è a dir poco indecente.

Sia sotto il profilo giuridico-politico che sotto quello umanitario. Già le mire egemoniche sarkozyane nel Mediterraneo risultano indigeste, al pari dello shopping che il presidente vorrebbe fare un po' ovunque purché ai danni soprattutto dell'Italia (petrolio libico, Parmalat, ecc.). Rifiutarsi però di accettare le regole imposte dall'Unione è quantomeno scandaloso e sarebbe bene che la Commissione europea intervenisse per calmare i bollenti spiriti di un post-gollista a cui l'insuccesso sembra avergli dato alla testa al punto di ricorrere ad espedienti che mettono a repentaglio i rapporti di buon vicinato con una nazione tradizionalmente più che amica, oltre che ad innescare la possibile dissoluzione dell'Unione europea che ha bisogno soltanto di un "aiutino" per dichiarare la propria repentina fine. Quanto poi alle motivazioni addotte da Sarkozy per giustificare il suo gretto atteggiamento, non fanno davvero onore alla sua intelligenza politica. Si è permesso di dire che la Francia ha già troppi immigrati per poterne accoglierne altri, trascurando il piccolo particolare che quei cittadini francesi dalla pigmentazione scura sono nella stragrande maggioranza il lascito del colonialismo della Republique, un vizio che non s'è perso da quelle parti come si evince dall'impegno che l'Eliseo profonde in questi giorni in Costa d'Avorio. Sarà colpa del mal d'Africa. Ma allora, perché poche migliaia di tunisini, che parlano un francese fluente, dovrebbero restare fuori dalla porta di casa, a Ventimiglia magari? Non è elegante, anche considerando la circostanza che solo qualche mese fra la signora Alliot-Marie, al tempo ministro degli Esteri di Sarkozy, soggiornava, ospite di Ben Ali, sulle soleggiate spiagge della Tunisia. Ma quella è un'altra storia che, per quanto recente, il presidente ha rimosso in fretta. L'incubo Le Pen è più ossessivo e vorrebbe che tutta l'Europa lo condividesse con lui.

(di Gennaro Malgieri)

venerdì 8 aprile 2011

Tutti pazzi per il talebano Mullah Omar. Così Fini (Massimo) dimentica l'Occidente

Siccome conosco molto bene il mio pollo, quando ho preso in mano l’ultimo libro di Massimo Fini, Il Mullah Omar (Marsilio, pp. 162, euro 16,50), sapevo quello che mi aspettava. Tanto lo sapevo quanta provocatorietà ma anche coraggio intellettuale Fini ci avrebbe messo, in un libro in cui per tanti aspetti sembra “tifare” per i Talebani afghani e pur di dare addosso a quell’Occidente amerikanizzato che lui odia con tutta l’anima, che ho cominciato a leggerlo già dieci minuti dopo che il postino me lo aveva consegnato.

Tra parentesi, la copia mi è così dedicata: «A Giampiero, in nome di un eterno litigio». Falsissimo. Con Fini ci conosciamo da circa trent’anni, e io da liberal occidentale e che ama molto l’America non ho mai “litigato” con lui. È lui che una volta sì e l’altra pure ne dice di cotte e di crude su di me e sui miei libri e sul fatto che sono al mondo. Lo ripagherò adesso con la stessa moneta? Ma nemmeno per idea.

Per quanto uno possa essere lontano dai criteri e dai giudizi di Fini, questo libro te lo racconta a meraviglia l’inferno afghano - la “guerra sbagliata” di cui ha scritto l’americano Bing West, già autore di un magnifico libro sulla battaglia di Fallujah durante la guerra in Iraq. L’inferno delle battaglie che noi occidentali non possiamo vincere e della democrazia che non possiamo esportare; l’inferno di una paesaggio geopolitico dove ogni montagna e ogni tribù e ogni signore della guerra sono un mondo a sé e con regole loro e non ci puoi far niente, e tanto più se quello che fai di più è lanciare bombe da diecimila metri; l’inferno di costumi e credenze che i secoli hanno modellato e rispetto ai quali i valori occidentali sono purtroppo merce invendibile.

Italiani come invasori

E purtroppo non è neppure vero che i soldati italiani in particolare siano ben visti perché «brava gente», perché sono in Afghanistan a portare medicinali e accarezzare i bambini e costruire ponti e scuole. Quando lo scontro di “civiltà” è talmente aguzzo e devastante, non ci sono più sfumature né terreni di mezzo né carezze ai bambini che tengano. Agli occhi della buona parte della gente afghana, i nostri soldati appaiono degli invasori. Né più né meno dei soldati americani e, prima di loro, dei russi.

Fini racconta un episodio agghiacciante. Il 26 settembre del 2006 tre nostri Puma vennero centrati dall’esplosione di un ordigno che era stato nascosto dai Talebani in un canale di scolo. I nostri soldati vengono scaraventati via dal botto, il caporalmaggiore Giorgio Langella muore sul colpo, la soldatessa Pamela Rendina si contorce per terra gravemente ferita. Dalle case del villaggio lì vicino escono a decine degli afghani, nessuno dei quali aiuta i nostri soldati. «Al contrario, la folla canta, balla, urla di gioia, sghignazza», scrive Fini. Leggere questa parole è come una medicina che ti fa schifo solo a vederla, e che però il medico ti ha raccomandato perché indispensabile a guarire la tua malattia. In questo caso l’illusione che prima o poi noi occidentali la guerra in Afghanistan la vinceremo e placheremo le febbri di quel Paese a noi remotissimo ed esporteremo la democrazia al modo nostro. Un’illusione che non ha né capo né coda. E dunque, grazie al medico Fini.

Lasciamo stare i passaggi del suo libro che a leggerli hai un sussulto. A esempio quello in cui è lì lì per scrivere che l’attentato dell’11 settembre 2011 lo ha organizzato la Cia con la complicità di Osama bin Laden. Ho detto “lì lì”, perché in verità Fini arriva sulla soglia di questa voragine intellettuale e poi si ritrae: non di molto, ma si ritrae. Lasciamo stare le tante pagine in cui Fini non la smette di dire che la gente afghana ha i suoi valori e di quei valori vive e quei valori sono migliori della paurosa assenza di valori della società occidentale. Che appaia come un valore che le donne malate debbano essere curate solo da medici donne e giammai da medici uomini, oppure che le donne non debbano andar a scuola, queste sono porcate che non ingoierò mai.

Sono porcate, non valori: porcate che fanno male a loro, alle loro donne innanzitutto.

Così come neppure un solo minuto della mia vita rinuncerò a credere che l’avventura della mia generazione - l’avventura la cui architrave portante era l’esibizione e la messa in valore del corpo femminile - sia stata un’avventura di felicità e di libertà per tutti, una felicità e una libertà che ha migliorato la vita di tutti. E me ne strainfischio altissimamente di tutte le «donne senza dignità» che oggi usano in Italia e altrove il loro corpo a far reddito e carriera. Mai e poi mai scambierò lo scorcio di una strada occidentale con i suoi negozi e le sue minigonne e le sue libertà e le sue razze e religioni mescolate e fuse assieme, voglio dire uno scorcio di Parigi o di Zurigo o di Amsterdam o di New York o di Milano, con null’altro al mondo.

Il Male assoluto

Ma non è questo il punto. Fini ha fatto benissimo a scrivere questo libro e a intitolarlo a un personaggio che nel sentire corrente di noi occidentali appare come «il Male assoluto». Ossia il Mullah Omar, l’orbo su cui pende una taglia di 25 milioni di dollari. Solo che quando la metti sul piano del Male assoluto, finisci col non comprendere nulla. Non comprendere nulla del Paese dove sei e combatti, della gente che ti sta attorno, di quello che puoi fare o non fare con loro e per loro.

Male assoluto o no, nell’Afghanistan di domani i Talebani dovranno avere un loro posto e un loro ruolo. E questi accordi prima si faranno e meglio è, e meno morti massacrati ci saranno stati. A quel punto un qualche alto ufficiale americano o altro si troverà di fronte il Mullah Omar, e meglio per lui se saprà con chi ha a che fare, se di quel suo interlocutore conoscerà non solo il fanatismo, ma anche il curriculum e il coraggio e il suo radicamento nella storia recente dell’Afghanistan e della sua gente. Solo da quel contatto e da quel rapporto e da quella conoscenza reciproca potrà nascere qualcosa di non belluino. Non certo dalle bombe scaraventate da diecimila metri.

(di Giampiero Mughini)

Cretino e imbecille in lotta


L'idiozia e gli intellettuali. Il tema della nona lezione del Corso per la prevenzione dell'idiozia poteva essere trattato in tanti modi. Pietrangelo Buttafuoco e Francesco Merlo hanno scelto i toni della leggerezza, in qualche momento addirittura con quelli dell'avanspettacolo. Tanto che forse non è un caso se volendo spiegare come e perchè l'editorialista di Panorama e quello di Repubblica si fossero presentati in coppia pur avendo apparentemente in comune solo il fatto di essere entrambi siciliani, Buttafuoco abbia fatto un ardito parallelo con altre due coppie di siciliani, quelle di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia e di Ficarra e Picone, che hanno sicuramente bazzicato più i palcoscenici del varietà che le aule universitarie e le sale delle biblioteche. E forse non è un caso che nella tradizione appunto del migliore varietà abbiano ricoperto a turno il ruolo del comico e quello della spalla che dà lo spunto per la battuta.

Merlo mette subito in chiaro: ‹Non tutti gli intellettuali sono cretini, ma tutti i cretini sono intellettuali›, e disegnando l'identikit di due categorie, il cretino cognitivo (sa un po' di inglese, se è raffinato anche un po' di francese, è ben vestito, si eccita sul tema del clima, legge solo in bagno e per questo ha una cultura di cacca) e il cretino di sinistra (è sempre contro i ponti, ama i caprioli ma schiaccia le mosche e le zanzare, non ha bisogno di leggere Gramsci perchè vede direttamente Santoro in televisione, considera le pale eoliche sempre mafiose e rimpiange le lucciole) che spesso e volentieri si sovrappongono. Sul cretino di destra, Merlo non ha dubbi: ‹Per me è il berlusconiano›.

Buttafuoco, che spiega di non riconoscersi nello stereotipo dell'editorialista di destra, la prende alla lontana ma conclude che, per esperienza vissuta, secondo lui, il cretino è sempre di sinistra, mentre ‹L'imbecille è di destra›. Per Buttafuoco, anche il conformismo è sempre di sinistra e comunque, a proposito di intellettuali: ‹Sfortunati gli scrittori di destra, quelli di sinistra non li leggono perchè sono di sinistra, quelli di destra non leggono proprio›. ‹Gli strumenti del cretino sono l'indignazione e l'invettiva, e il fantuttone, che è un fannullone indaffarato sempre pronto a intervenire su tutto, è il tipico esempio di cretino›, rilancia Merlo ricordando di avere coniato quella definizione per il ministro Brunetta che se l'era presa con i fannulloni.

Buttafuoco polemizza con Umberto Eco, che stigmatizzando il bunga bunga di Arcore aveva detto che lui la notte faceva tardi leggendo Kant. ‹Io preferirei fare tardi con Nicole Minetti›, ha sottolineato Buttafuoco suscitando la disapprovazione di Merlo: ‹Ma io sono un cretino di sinistra, lui un intelligente di destra›. Nella veste di buon insegnante, Merlo propone anche due buoni rimedi contro l'idiozia: la distanza e la laicità. "Ma purtroppo - ammette - la laicità è una virtù difficile da esercitare".