martedì 22 dicembre 2009

Dall'Algeria alla Cina. Se il Vangelo fa paura


Non è facile dirsi cristiani nella Babele «global». La Santa Sede monitora i paesi dove la fede in Gesù è vietata o contrastata da jihadisti asiatici e africani, comunisti atei, fanatici indù o nazionalisti buddisti. Dalla Nigeria al Vietnam, dallo Yemen alla Cina, dall’Algeria all’Indonesia. Il Novecento è stato il secolo con il maggior numero di martiri cristiani e il terzo millennio si è aperto seguendo la stessa striscia di sangue. Ai tempi di Maometto lo Yemen era un regno cristiano che ospitava i musulmani in fuga dalla Mecca prima della conquista islamica. Ora gli yemeniti martirizzano i cristiani. Persecuzioni come in Sudan o divieti come in Afghanistan, una delle nazioni meno raggiunte dal Vangelo, composta da 70 popoli ma quasi nessuno conosce Cristo.

La cristianità assediata spazia dall’Algeria (dove il proselitismo è proibito e le minoranze non musulmane devono tenere un profilo basso), all’Arabia Saudita dove è lecito praticare solo l’Islam e i lavoratori stranieri (filippini e indiani) non possono riunirsi in un luogo pubblico per pregare e per leggere la Bibbia. Nell’Azerbaigian musulmano i cristiani sono addirittura considerati la «quinta colonna dei nemici russi e armeni»: la maggior parte delle città e dei villaggi azeri non sono mai stati evangelizzati. In Bangladesh i 18 tentativi di colpo di stato negli ultimi 25 anni sono sfociati nell’introduzione della Sharia e in discriminazioni tribali verso i cristiani come il divieto di usare l’acqua dei pozzi dei musulmani. In Bielorussia i testi religiosi sono censurati, in Cina tra i 70 milioni di cristiani le bibbie circolano clandestinamente, in Nord Corea è vietata qualunque forma di religione ad eccezione dell’ideologia atea «juche» (l’uomo deve redimere se stesso). Chi viene trovato con un Vangelo finisce in lager dai quali quasi nessuno esce vivo. A scuola i bambini vengono spronati alla delazione, anche dei loro genitori.

A Cuba cattolici e protestanti hanno il marchio governativo di «parassiti sociali». I fedeli sono imprigionati e le chiese distrutte. In Eritrea, ex colonia italiana, i missionari stranieri sono nel mirino dei fondamentalisti islamici, mentre in India gli indù radicali moltiplicano gli episodi di violenza indù contro i cristiani e molti stati hanno varato leggi «anti conversione». In Indonesia gruppi islamici hanno lanciato la «Jihad» distruggendo 700 chiese e uccidendo 9mila fedeli: il governo pianifica la migrazione di musulmani nelle aree tradizionalmente abitate dai cristiani. Ahmadinejad in Iran ha deciso di impedire le conversioni con misure rigide: le chiese non osano più accogliere gli (ex) musulmani per paura di spie e ritorsioni. In Iraq gli islamici che si ribellano all’occupazione anglo-americana prendono di mira i luoghi sacri dei cristiani. Risultato: un esodo di massa. Nelle Isole Comore esistono 780 moschee, ma nessuna chiesa, in Kuwait l’Islam è la religione di stato, solo i musulmani possono diventare cittadini, l’evangelizzazione è proibita. Il governo scoraggia il cristianesimo dando incentivi economici ai musulmani e acquista grandi quantità di Bibbie per poi bruciarle. In Libia la letteratura cristiana può entrare nel Paese solo segretamente, gli incontri religiosi sono monitorati dai servizi di sicurezza.

Alle Maldive i cristiani praticano i loro culti solo in privato, in Malesia il permesso di costruire nuove chiese non viene quasi mai accordato e in Marocco le missioni sono proibite, i convertiti subiscono l’allontanamento forzato dalle loro famiglie, la perdita del lavoro, la prigione. In Mauritania la liberta religiosa non esiste e la legge coranica impedisce ai cittadini di entrare nelle case dei non musulmani. Chi segue Gesù rischia la pena di morte. In Nigeria la maggioranza musulmana del nord nega i diritti civili ai cristiani, spesso picchiati e uccisi. La Siria, invece, non consente l’evangelizzazione aperta e per i missionari stranieri la residenza è impossibile. In Somalia la «Sharia» viene applicata da giudici auto costituiti: i non musulmani subiscono fustigazioni, lapidazioni e sono costretti a emigrare. Non va meglio con il nazionalismo buddista. Nello stato himalayano del Bhutan il cristianesimo è ufficialmente vietato dal 1969 e perseguitato dal ‘96: i cristiani non possono mandare i figli a scuola, ottenere un impiego governativo, creare un’azienda, tenere riunioni in casa. Vengono incarcerati, torturati e, se non rinnegano la fede, espulsi. Le autorità dello Sri Lanka associano il cristianesimo al colonialismo, agli stranieri. Chiese e credenti sono assediati dall’intolleranza buddista.

Usura, chiesto rinvio a giudizio per i vertici del Banco di Sardegna


Concorso in usura con l'aggravante dell'esercizio dell'attività bancaria. Sono raccolte nelle 363 pagine della relazione del perito Francesco Leo, uno dei massimi esperti in Italia di contenzioso bancario, le motivazioni che hanno portato il sostituto procuratore di Nuoro, Mariangela Passanisi, a chiedere il rinvio a giudizio di 11 persone, tra cui i vertici attuali e passati del Banco di Sardegna. Sotto inchiesta gli ultimi quattro presidenti dell'istituto di credito sardo (compreso quello attuale), due direttori di banca, due funzionari, un'impiegata e due avvocati dell'Ufficio recupero crediti del servizio legale dello stesso istituto: tutti devono difendersi, a vario titolo, dall'accusa di aver preteso da una coppia di pensionati interessi ritenuti usurai.

Gli indagati sono gli ex presidenti Lorenzo Idda, Antonio Maria Sassu e Ivano Spallanzani e l'attuale numero uno del Banco Franco Antonio Farina; due direttori di banca di Macomer, Giuseppe Secchi e Giuliano Tronci; un'impiegata di Macomer, Giuliana Faedda; due avvocati del servizio legale, Salvatore Angelo Sanna (responsabile dell'ufficio) e Franco Sanna (attuale amministratore delegato di Equitalia Sardegna); e due funzionari dell'Ufficio recupero crediti, Andrea Masia e Annamaria Pisanu. L'estate scorsa l'allora titolare dell'inchiesta, il pm Daniele Rosa, aveva depositato l'avviso di conclusione delle indagini preliminari, basate sugli accertamenti del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza e su una perizia realizzata dallo studio professionale Kipling s.a.s, uno dei più importanti in Italia nel settore dell'usura bancaria.

Le presunte vittime di quello che la Procura di Nuoro ipotizza come uno strozzinaggio, sono due pensionati di Bosa: Giovanni Maria Madeddu, commerciante di 78 anni, e sua moglie Giovanna Cadau. Dopo aver venduto una casa nel centro del paese e un terreno a due passi dal mare, per far fronte a un debito che sembrava non finire mai, i due coniugi hanno rischiato, prima dell'intervento della magistratura, di vedersi vendere all'asta l'ultimo bene rimasto, la casa dove hanno sempre vissuto.

Sono Mohamed, mi hanno rubato il Natale


Salve, sono Mohamed Venez-Janiì, bambino musulmano di anni dieci. Stamattina ero contento di andare a scuola perché dovevamo andare a vedere il presepe e a festeggiare con i canti di Natale. Invece stamattina la maestra ha detto che per rispetto nei miei confronti si resta in classe e non si festeggia Natale. Gesù Bambino è troppo offensivo per noi islamici, ha detto, la Madonna vergine, devota e madre, è un insulto ai diritti delle donne, i Re Magi sono tre offese alla Costituzione repubblicana, gli Angeli sono una presa in giro dei trans, il bue e l’asinello sono un’offesa ai diritti degli animali ridotti a termosifoni della grotta, e il panettone è un insulto consumista alla fame nel mondo. Ma il Natale tutto, ha detto, mortifica quelli come me, che non sono cristiani, ci offende e ci prende pure in giro perché ci riduce nel presepe a beduini, pastori e cammellieri. Ma la maestra non sa che per noi islamici beduini non è un’offesa, e nemmeno pastori e cammellieri. Mio zio è cammelliere e ha pure le capre e io da grande volevo fare il beduino. Comunque Natale non si festeggia per rispetto mio. La maestra della classe accanto, più furba, ha trasformato il Natale in festa della luce: io non lo so, perché vengo da lontano, ma forse a Natale si festeggia la santa natività dell’Enel. La maestra del piano di sotto, invece, non ha fatto festeggiare e ha spogliato l’albero di tutte le palle luminose perché quattro ladri hanno rubato l’insegna ad Auschwitz; ma non ho capito che c’entra con Gesù Bambino.
Non vi dico la rabbia che mi ha preso quando ci ha detto che non si andava più a cantare «Tu scendi dalle stelle» e non si mangiava più il panettone per rispetto di noi islamici. E non solo mi sono arrabbiato perché ci hanno tolto una bella mattinata di festeggiamenti, ma questa cosa che non si festeggia perché ci sono io musulmano mi ha fatto odiare per la prima volta da tutti i miei compagni di classe perché hanno capito che a causa mia e della mia famiglia non si festeggia Natale e non si canta ma si interroga e si fanno i compiti. Mi hanno preso per uno che piange e si arrabbia se gli altri festeggiano, non ama il Bambinello e detesta la Madonna come il Panettone. Dicono che vengo dalla Rabbia saudita. Non mi invitano più alle feste perché pensano che io sono contrario e gliela tiro. Vedono me, mia madre Fatima e mio padre Alì, come guastafeste e anche un poco terroristi. E invece non è vero: a me piace Natale e a casa mia di solito a Natale si mangia l’Agnellone perché pure per noi è una mezza festa, mi è simpatico il Bambinello, la gente intorno al presepe è tutta delle parti mie, non c’è nemmeno un personaggio padano o inglese. Tutti mediorientali come me. Salvo gli angeli che sono come le hostess degli aerei, vivono in cielo e non hanno una terra loro.
Questa storia che si deve rispettare me che sono islamico mi ha stufato. Il giorno prima della festa di tutti i santi, la mia maestra ha detto che non dobbiamo festeggiare perché si offendono non solo gli islamici, gli ebrei e i non credenti ma pure i protestanti. Poi, d’accordo con il capo d’istituto, ci ha riuniti tutti intorno alla cattedra e ha tolto dal muro il crocifisso. Ha detto che quel segno lì, sperduto sul muro a fianco alla lavagna, che non avevo mai notato, offendeva me e tutti quelli che come me non credono e non pregano per Cristo. A me è dispiaciuto vedere quel poveretto magro magro e già sofferente, pieno di sangue e con quei chiodi conficcati nelle mani e nei piedi, finire in una busta di plastica e andare chissà dove; raccolta differenziata, almeno spero. I miei amici dicevano: ma che ti ha fatto Gesù Cristo, che ha fatto alla tua famiglia? E io non sapevo cosa dire perché non mi aveva fatto niente, non mi offendeva affatto, mi faceva pena. Mio padre ne aveva parlato pure bene, diceva che era un profeta, comunque una brava persona. E non ce l’aveva con noi musulmani né tifava per gli americani anche perché quando c’era lui, non c’erano ancora né l’Islam né l’America.
Ma ora che la maestra ha tolto il crocifisso, l’albero, il presepe, la festa di Natale, i canti e le preghiere perché offendevano me, una mia amichetta ha detto: ma perché sei così incazzuso e ti offendi per ogni cosa che abbiamo e festeggiamo noi? Ma io non mi offendo affatto, è lei, la maestra, che dice così. Ho paura che ci toglieranno pure Pasqua perché offende noi musulmani. Ho paura che si inventeranno qualcosa per toglierci pure le vacanze dell’estate e diranno che non si fanno perché noi musulmani odiamo il mare e preferiamo il deserto. Bugia, a me piace il mare. Io non so perché voi italiani vi vergognate di fare le cose che avete sempre fatto, di far vedere agli altri le cose che vi piacciono da sempre; non volete farci capire che pure voi avete un dio, solo che lo chiamate e lo vedete in altro modo. Ho l’impressione che questa maestra - che legge la Repubblica ma siccome è pluralista, come dice lei, porta a volte in classe l’Unità, Il fatto e Il manifesto - trova la scusa che c’è in classe l’islamico ma è lei che non sopporta il Natale. Forse perché s’annoia, forse perché da bambina perdeva a tombola, forse perché il marito la trova racchia, o non so, perché detesta la Croce, il Papa e tutti i suoi dipendenti. A me il presepe piace; mi piace meno quel panzone vestito di rosso, Babbo Natale, che mi sembra un pagliaccio carico di vizi, pensa solo a ingrassare e a farci ingrassare e mi fa pure paura perché è travestito. Anzi una volta ho chiesto alla maestra come si dice di uno che ama i bambini? E lei mi ha detto «pedofilo». Babbo Natale allora è pedofilo. Perché non lo mettete in galera? Ma poi non dite che lo fate per rispetto del bambino islamico. Smettetela perché se andiamo avanti così, nessuno mi invita più a giocare insieme. Non avete capito che a forza di rispettarmi, mi state escludendo da ogni vostra festa. Comunque ora che non ci sente la maestra dico la parolaccia: Buon Natale.

(di Marcello Veneziani)

lunedì 21 dicembre 2009

Sulla canonizzazione di Pio XII ai non cattolici giova tacere


È evidente che questo non è, non può essere, un articolo obiettivo. Per la semplice ragione che nella questione del processo di canonizzazione di Eugenio Pacelli, papa Pio XII, nulla vi può essere di obiettivo. La faccenda riguarda esclusivamente la Chiesa e il mondo cattolico.

La canonizzazione è l'atto formale conclusivo, di natura canonica e liturgica, con il quale la Chiesa cattolica, dopo un'attenta escussione delle fonti e delle prove cui chiunque può liberamente accedere come testimone - una vera e propria inchiesta istruttoria - dichiara che qualcuno è con certezza nella Gloria di Dio, e come tale degno di venerazione in quanto, appunto, "santo": nel dichiarare un santo, secondo il dogma cattolico, la Chiesa è assistita da una speciale grazia dello Spirito Santo ed è pertanto infallibile. L'infallibilità è prerogativa eccezionale che la Chiesa rivendica a se stessa in pochissimi casi: quando il papa parla ex cathedra, quando il Sacro Collegio proclama un dogma, quando viene appunto canonizzato un santo e in genere - come si esprime il Concilio Vaticano II - "il collegio episcopale quando, in comunione con il vescovo di Roma, converge su una decisione definitiva in materia di fede e di morale".

Chi si professa cattolico, non può porre in dubbio l'infallibilità del papa e del collegio episcopale nei pochissimi casi in cui il dogma lo prescrive: e il dogma, al pari di un postulato matematico, è indimostrabile, indiscutibile e irrefutabile. Su ciò, bisogna essere molto chiari. I cattolici sono tenuti a rispettare il dogma: chi non lo fa, non può più dirsi cattolico; chi cattolico non è, non viene minimamente toccato dalla questione dogmatica, poiché egli legittimamente nel dogma non crede ed esso non lo riguarda.

La Chiesa italiana viene spesso accusata di "ingerenza" nelle questioni della società civile: e non si capisce perché, dal momento che sono i prelati, i sacerdoti e i fedeli appunto italiani, e in quanto cittadini, a discutere di cose italiane, come hanno il pieno diritto e il dovere civico di fare. Al contrario, non si capisce proprio con quale diritto dei non-cattolici - siano essi dei cittadini "laici", come si usa dire, o degli aderenti ad altre confessioni cristiane o ad altre fedi religiose - possano sentirsi in diritto d'interloquire sulla scelta dei santi cattolici, processo riguardante esclusivamente la Chiesa e che si svolge secondo princìpi e metodi che le sono propri ed esclusivi. Nel 1963 lo scrittore tedesco Rolf Hochhut mise in scena un dramma, Il vicario, nel quale - riprendendo accuse già formulate da Camus e da Mauriac - egli accusava duramente Pio XII di non essere intervenuto con sufficiente energia per impedire, o almeno per denunziare, il genocidio compiuto dai nazisti nei confronti degli ebrei durante la seconda guerra mondiale.

Al riguardo, le polemiche non sono mai cessate. Allora, essi furono sostenute in Italia da ambienti che non avevano mai digerito la ferma condanna, da parte di papa Pacelli, dell'ateismo comunista (che era coerente con la linea dell'enciclica Divini Redemptoris del suo predecessore Pio XI). Oggi, significativamente, il dramma di Hochhut e le vecchie polemiche contro il Pastor angelicus vengono riprese. Il Teatro Filodrammatico di Milano ha rimesso in scena Il vicario, e Hochhut si è fatto sentire per dichiarare che, se dovesse riscriverlo oggi, calcherebbe ancora di più la mano in quanto persuaso dell'"antisemitismo" del pontefice. La Chiesa, gli studiosi cattolici, l'opinione pubblica hanno parlato abbastanza di tutto questo. Non c'è più da dar ascolto a polemiche interessate, a voci in malafede, a dichiarazioni strumentali.

Ma la parola spetta solo agli organismi ecclesiali preposti all'esame dei fatti e delle prove: se essi riterranno infondato il parere di chi sostiene ancora che Pio XII non s'impegnò abbastanza in favore dei perseguitati, o che peggio ancora fu complice obiettivo della persecuzione, e riterranno quindi che anche in quel caso Pio XII esercitò "in grado eroico" le virtù cristiane, lo eleveranno alla Gloria degli Altari. Tale la prerogativa esclusiva e insindacabile della Chiesa. A quel punto, le proteste saranno solo un vano tentativo d'intimidazione e d'ingerenza; e chi protesterà sarà fuori dalla Chiesa. Non c'è altro da aggiungere.

(di Franco Cardini)

sabato 19 dicembre 2009

La Croce contro la Svastica: il conflitto fra Terzo Reich e Vaticano


È di recente uscita il volume storico di Luciano Garibaldi «O la Croce o la Svastica. La vera storia dei rapporti tra la Chiesa e il nazismo». Si tratta dell’avvincente racconto, nel consueto stile del giornalista e storico, di un conflitto ideologico-politico durato dodici anni, tanti quanti ne trascorsero dalla presa del potere da parte di Hitler in Germania, per giungere alla fine della seconda guerra mondiale. Un conflitto del quale si sa poco, troppo spesso equivocato da false o incomplete ricostruzioni storiche, alle quali l’autore si è riproposto di porre fine.

Luciano Garibaldi, quali furono veramente i rapporti tra la Chiesa di Roma e il Terzo Reich?

Vengo subito al cuore del problema. Il primo febbraio 1933 Hitler prese il potere e s’impegnò a “proteggere fermamente il cristianesimo”. Ma ben presto rivelò le sue vere intenzioni. Una serie di soprusi e violenze ai danni della Chiesa cattolica spinse Pio XI a promulgare l’enciclica “Mit brennender Sorge”. L’assassinio del presidente dell’Azione Cattolica di Berlino, che si era dimostrato solidale con gli ebrei ed aveva pregato con loro, segnò l’inizio di un’autentica persecuzione: soppressione delle scuole cattoliche, chiusura della stampa confessionale, arresto dei suoi direttori, ondata di processi-farsa contro il clero. In Austria, dopo l’Anschluss, ovvero l’annessione al Terzo Reich, si giunse al saccheggio e all’incendio delle scuole cattoliche e del palazzo arcivescovile di Vienna.

Chi furono i prelati più attivi contro il regime nazista?

Un ruolo fondamentale fu svolto dal futuro Beato Clemens von Galen, vescovo di Muenster. Fu lui, assieme al vescovo di Berlino Konrad von Preysing, suo cugino primo, a schierare la Chiesa cattolica tedesca contro il nazismo e a dar vita ad una lotta senza quartiere contro Alfred Rosenberg e il suo “Mito del XX secolo”, il razzismo.

Quale fu il ruolo di Eugenio Pacelli, il futuro papa Pio XII, allora segretario di Stato, in quelle circostanze?

Furono ben settanta - anche se pochi lo sanno - le note di protesta del segretario di Stato Eugenio Pacelli al governo di Hitler. Conseguenza delle sue iniziative fu la esplicita accusa contro Pacelli, appena asceso al soglio pontificio, contenute nei rapporti segreti di Reinhard Heydrich, il promotore della “soluzione finale”, ai Gauleiter, i capi delle province tedesche: «è schierato a favore degli ebrei, è nemico mortale della Germania ed è complice delle potenze occidentali». Del resto, parole inequivocabili di condanna del nazismo sono contenute nei due radiomessaggi pronunciati dal Pontefice in occasione del Natale del 1941 e del Natale 1942. Ma già nel 1939, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, con l’enciclica “Summi Pontificatus”, si era schierato apertamente in difesa degli ebrei. E quando era ancora segretario di Stato, aveva pubblicato alcuni articoli dedicati al nazismo su “L’Osservatore Romano”, in uno dei quali aveva scritto che il partito di Hitler non è “socialismo nazionale”, ma “terrorismo nazionale”.

Qualche episodio specifico e poco conosciuto?

In Germania, la lotta al nazismo partì dal pulpito di una chiesa di Colonia, allorché un famoso gesuita, padre Josef Spieker, esclamò: «La Germania ha un solo Führer, ed è Cristo!». Fu il primo religioso cattolico a finire in campo di concentramento. Riuscirà a salvarsi e a scrivere le sue memorie. Non così quattromila suoi confratelli, che nei Lager nazisti immoleranno le loro vite. Tale fu, infatti, il contributo di sangue che sacerdoti, suore e religiosi tedeschi dovettero pagare alla svastica.

È vero che Hitler ordinò di fare prigioniero il Papa e rinchiuderlo in una fortezza del Lieschtenstein, sull’esempio di quanto, un secolo e mezzo prima, aveva fatto Napoleone Buonaparte con Pio VI e Pio VII?

Sì, ed è un evento storico che ho accertato e raccontato io, per la prima volta, molti anni fa. Fu dopo la disfatta di Stalingrado che Hitler impartì al generale delle SS Karl Wolff l’ordine di predisporre l’arresto del Papa e il suo trasferimento nel Liechtenstein. «Il Vaticano», queste le sue parole, «è un covo di cospiratori contro l'Asse. Bisogna occuparlo, arrestare Pio XII e i suoi cardinali e sottoporli alla nostra autorità». Wolff prese tempo e tergiversò, finché il Führer si decise a rinunciare al progetto. Il generale lo aveva convinto del fatto che, dopo l’occupazione di Roma da parte dei tedeschi e lo stretto controllo esercitato sul Vaticano, non era più necessario eseguire il rapimento. Ma Wolff, che, dietro le pressanti richieste di molti cardinali, aveva fatto sospendere l’esecuzione di parecchie condanne a morte (il che gli varrà il proscioglimento a Norimberga), aveva un piano preciso: lanciare un ponte verso gli angloamericani. E il Papa fece da intermediario, agevolando la resa di un milione di uomini nelle mani degli Alleati.

Nel suo libro c’è anche un capitolo dedicato ai preti filonazisti.

Effettivamente, all’interno della Chiesa non mancarono punte di filonazismo. Un caso clamoroso fu quello di monsignor Alois Hudal, rettore del Collegio di Santa Maria dell’Anima di Roma, chiamato “il vescovo bruno”. Di antisemitismo fu accusato anche monsignor Jozef Tiso, divenuto presidente della Repubblica Slovacca dopo la conquista della Cecoslovacchia da parte della Wehrmacht e la divisione del Paese in due tronconi. Ma Hudal non ottenne mai il credito che si attendeva dalla Santa Sede, mentre Tiso fu declassato per ordine di Pio XII. Nel campo protestante, Ludwig Müller, autoproclamatosi Reichsbischof, “vescovo del Reich”, aveva dato vita alla Chiesa dei Deutsche Christen, il cui statuto contemplava l'Arierparagraph, il “paragrafo ariano” che prometteva guerra incondizionata agli ebrei. Punte di antisemitismo non si ebbero invece mai nei ranghi dei cattolici schierati con Hitler.

Ha anche dedicato un capitolo alle donne cattoliche tedesche che si opposero al nazismo.

In effetti, nella storia delle iniziative poste in atto dal mondo cattolico per attenuare le conseguenze della persecuzione antiebraica giganteggiano alcune figure femminili. Tra esse, Margarethe Sommer, animatrice della “Hilfswerk Berlin”, l’opera di soccorso agli ebrei fondata da monsignor Lichtenberg e sostenuta dal vescovo di Berlino, e Gertrud Luckner, infaticabile dirigente della Caritas e organizzatrice, a Friburgo, di un centro per favorire l’emigrazione clandestina degli ebrei verso la Svizzera. Egualmente luminose le storie di madre Matylda Getter, la suora polacca che salvò migliaia di ebrei, e della ungherese Margit Slachta, fattasi suora dopo essere stata, nel 1920, la prima donna eletta nel Parlamento di Budapest. Senza dimenticare Germaine Ribière, che a Parigi diede vita all’organizzazione “Amitié Chrétienne”.

Da chi, come lei, ha scritto un libro come «Operazione Walkiria», non ci si poteva non attendere un approfondimento sul ruolo avuto dalla Chiesa cattolica nell’attentato a Hitler del 20 luglio. Quali le novità in proposito?

In merito al complotto del 20 luglio, un dubbio non è mai stato risolto: è vero che il colonnello Von Stauffenberg, fervente cattolico e amico del vescovo di Berlino, prima di compiere l’attentato, andò da lui a confessarsi, ottenne l’assoluzione e si comunicò? Nelle mie pagine, ho cercato di chiarire l’enigma che da allora intriga gli storici e il popolo cristiano. E che va collegato con la durissima repressione che, dopo il fallito Putsch, colpì non solo gli ambienti militari, ma anche il mondo cattolico, con centinaia di sacerdoti e religiosi arrestati, impiccati o mandati a morire nei Lager.

Perché ancora in molti si ostinano a considerare Pio XII un Papa antisemita e filonazista?

Le calunnie hanno le gambe lunghe. Gli storici schierati a sinistra che - per vendicarsi dell’anticomunismo di Pio XII - sparsero fango sulla sua memoria, sono però positivamente contrastati da moltissimi ebrei, anche famosi, che si sono schierati in sua difesa: Albert Einstein, Golda Meir, Martin Gilbert, Michael Tagliacozzo, Gary Krupp, Elio Toaff, William Zuckermann. Nomi di altissimo prestigio che prima o poi, ne sono certo, riusciranno a convincere i loro correligionari facendo trionfare la verità.

venerdì 18 dicembre 2009

L’“inquinamento” di cui si tace a Copenhagen

I bombardamenti israeliani a Gaza del 2006 e del 2009 hanno lasciato sul terreno forticoncentrazioni di metalli tossici, che possono provocare nella popolazione leucemie, problemi di fertilità e gravi effetti sui nuovi nati, come malformazioni e patologie di origine genetica. Questi metalli sono in particolare tungsteno, mercurio, molibdeno, cadmio e cobalto.
E' il risultato di uno studio condotto da New Weapons Research Group (Nwrc), una commissione indipendente di scienziati basata in Italia che studia l'impiego delle armi non convenzionali e i loro effetti di medio periodo sui residenti delle aree in cui vengono utilizzate. Il gruppo di lavoro del Nwrc ha esaminato 4 crateri: due provocati dai bombardamenti del luglio 2006, uno nella città di Beit Hanoun e uno nel campo profughi di Jabalia, e due provocati da bombe sganciate nel gennaio 2009 a Tufah, sobborgo di Gaza City. Inoltre ha analizzato la polvere residua all'interno del guscio di una bomba (THS89D112-003 155mm M825E11) al fosforo bianco esplosa vicino all’ospedale di Al Wafa, nel gennaio 2009.Lo studio ha messo a confronto i livelli di concentrazione dei metalli rilevati nei crateri con quelli indicati in un rapporto sulla presenza di metalli nel suolo di Gaza, realizzato attraverso il campionamento di 170 luoghi, pubblicato nel 2005.
Le analisi hanno rilevato anomale concentrazioni di questi metalli nei crateri, indicando una contaminazione del suolo che, associata alle precarie condizioni di vita, in particolare nei campi profughi, espone la popolazione al rischio di venire in contatto con sostanze velenose per via cutanea, respiratoria e attraverso gli alimenti.
“Il nostro studio – spiega Paola Manduca, che insegna genetica all'università di Genova, portavoce del New Weapons Research Group – indica una presenza anomala di elementi tossici nel terreno. Occorre intervenire subito per limitare le conseguenze della contaminazione su persone, animali, e colture. Occorrono strategie di sostegno per le persone contaminate. Auspichiamo – aggiunge – che le indagini fino ad ora svolte dalla commissione Goldstone, voluta dalle Nazioni Unite, vadano oltre l’analisi del rispetto dei diritti umani, e prendano in considerazione e gli effetti sull’ambiente provocati dall'uso di varie tipologie di bombe e le ricadute sulla popolazione nel tempo. Una rapida raccolta di dati può essere realizzata secondo modalità che molti scienziati possono descrivere agevolmente e programmare”.

Uranio, due probabili casi in Sardegna


Solo tre giorni fa è stata diffusa la notizia di una nuova vittima dell'uranio impoverito: un militare pugliese di 29 anni morto dopo una missione in Somalia. Ora l'Associazione vittime uranio fa sapere che ci sono altri due casi probabili di contaminazione. Riguardano un militare e un ex militare, entrambi della provincia di Cagliari. «Un sottufficiale dei carabinieri di 45 anni - spiega il legale dell'associazione Bruno Ciarmoli - sta combattendo con un linfoma non Hodgkin che gli è stato diagnosticato al rientro da una missione in Bosnia nel 2001-2002. L'uomo ha presentato la domanda per il riconoscimento della causa di servizio nel 2004, ma non ha ancora ricevuto risposta. A un ex militare dell'Aeronautica di 32 anni nel 2003 è stato diagnosticato un linfoma di Hodgkin maligno alle vie respiratorie».

L'aviere aveva prestato servizio di leva nel 97/98 al poligono di Capo Teulada, dove ha svolto diverse mansioni nella polveriera, effettuando i servizi di guardia armata e sparando ai poligoni. «A febbraio-marzo '98 c'è stata una grande concentrazione di trasporto e deposito armi e munizioni presso tutta la base - ha raccontato all'associazione l'ex militare, oggi 32enne -. I militari venivano così a contatto con casse di munizioni abbandonate. I medici hanno supposto che la mia malattia può essere stata provocata dalle micropolveri inalate nel poligono».