martedì 9 febbraio 2010

CAMERATA PAOLO DI NELLA PRESENTE

Paolo amava il suo quartiere, e proprio in nome di questo amore aveva programmato una battaglia per l'esproprio di Villa Chigi, che voleva far destinare a centro sociale e culturale. Per far partecipare gli abitanti del quartiere a questa battaglia sociale, il 3 febbraio sarebbe dovuta cominciare una raccolta di firme degli abitanti della zona.
Paolo, impegnato in prima persona nell’iniziativa, aveva dedicato gran parte della giornata del 2 febbraio ad affiggere manifesti che la rendevano pubblica.Dopo una breve interruzione, l'affissione riprese alle 22.00. Durante il percorso non ci furono incidenti, anche se Paolo e la militante che lo accompagnava, notarono alcune presenze sospette. Verso le 24.45 Paolo si accingeva ad affiggere manifesti su un cartellone, situato su uno spartitraffico di Piazza Gondar, di fronte a dove era situata la fermata Atac del 38.
Qui sostavano due ragazzi che, appena Paolo voltò loro le spalle per mettere la colla, si diressero di corsa verso di lui. Uno di loro lo colpì alla testa. Poi sempre di corsa, fuggirono per Via Lago Tana.
Paolo, ancora stordito per il colpo, si diresse alla macchina, da dove la ragazza che lo accompagnava aveva assistito impotente a tutta la scena.
Dopo essersi sciacquato ad una fontanella la ferita, ancora abbondantemente sanguinante, Paolo riportò in sede i manifesti e il secchio di colla. Verso l'1.30, rientrò a casa. I genitori lo sentirono lavarsi i capelli, muoversi inquieto e lamentarsi. Lo soccorsero chiamando un'ambulanza, che però arrivò quando ormai Paolo era già in coma. Solo nella tarda mattinata del giorno dopo, il 3 febbraio (tardi, maledettamente tardi per uno nelle sue condizioni), Paolo venne operato, e gli vennero asportati due ematomi e un tratto di cranio frantumato.
La sera del 9 febbraio, dopo 7 giorni di coma, la solitaria lotta di Paolo contro la morte giunge al termine: alle 20.05 muore.
Un giglio bianco infilato nella fettuccia, omaggio di un’infermiera che aveva saputo che proprio quel giorno Paolo avrebbe compiuto vent’anni, sigilla un’immagine di purezza.

domenica 7 febbraio 2010

Matteo Ricci torna in Cina per un incontro di civiltà


Da un quarto di secolo la sua tomba è qui, nel piccolo cimitero portoghese ospitato all’interno della scuola internazionale da cui escono i funzionari statali, ovvero i quadri dell’amministrazione. Ai tempi di Mao, questo istituto era stato pensato come una sorta di college atto a formare i «duri e puri» che avrebbero servito il Paese mettendosi alla sua guida e ora l’ironia della storia si è divertita a ritagliarvi un posto d’onore per tutto ciò che il Grande Timoniere detestava: la religione, la chiesa, l’intreccio Oriente-Occidente.
Per certi versi è una sorta di eterno ritorno, perché quando Matteo Ricci - ovvero Lu Madou, questo il suo nome cinese, «l’europeo del passato più conosciuto in Cina», secondo l’Enciclopedia Britannica - morì, l’imperatore Won Li diede ordine di seppellirlo all’interno della Città proibita, privilegio fino ad allora mai accordato a uno straniero. Era il 1610 e ci volle la Rivolta dei Boxer del primo Novecento, e la fine dell’impero, perché qualcuno si arrischiasse a «sfrattarlo» da quello che era un luogo doppiamente sacro... Un secondo «sfratto» ci sarà una volta insediatosi Mao al potere, eppure con ostinazione, con convinzione, ciò che di Ricci restava ha continuato a sopravvivere e questa del cimitero portoghese è ormai la sua definitiva dimora.
Intorno alla sua stele funeraria ce ne sono altre 63 originali che raccontano l’evangelizzazione per mano dei Gesuiti meglio di un libro: ricordano 14 missionari portoghesi, 11 italiani, 9 francesi, 7 tedeschi, 3 cecoslovacchi, 2 belgi, uno svizzero, un austriaco, uno sloveno, 14 cinesi. C’è il tedesco Schnell von Bell che l’imperatore Shunzi nominò presidente del Distretto astronomico, il belga Verbiest che riformò il calendario cinese, l’italiano e milanese Giuseppe Castiglione, ovvero Gang Shining, celebre per la sua abilità di ritrattista, pittore capace di dar vita a un nuovo, armonioso stile in cui elementi e tecniche europee si fondevano con la tradizione e lo stile cinesi. Tutti insieme abbracciano un arco di tempo che dalla seconda metà del Cinquecento arriva alla prima del Seicento. Sarà grazie alle loro «lettere dalla Cina», veri e propri reportage, che l’Europa dei Lumi scoprirà un mondo bizzarro e portentoso. Sarà grazie al loro talento di matematici, pittori, meccanici, che mandarini e imperatori saranno invogliati a saperne di più su una cultura e un continente sconosciuti. Come scriverà lo Chateaubriand di Génie du Christianisme: «Il gesuita che partiva per la Cina si armava del telescopio e del compasso. Apparve alla corte di Pechino con la cortesia propria della corte di Luigi XIV, e circondato dal corteo delle scienze e delle arti».
Se vai alla chiesa cattolica di Xuanwumen, all’ingresso troverai la statua di Francesco Saverio, «l’apostolo delle Indie», l’evangelizzatore che sognava di battezzare la Cina e morì proprio davanti alle sue coste, sull’isolotto di Sancian. E sempre lì, nell’ingresso laterale che una rimessa di autobus un po’ nasconde e un po’ svilisce, c’è anche la statua di Padre Matteo Ricci.
Ci sono solitudini che fortificano se nel quarto centenario della morte questo gesuita sapiente e visionario è il protagonista incontrastato, al Capital Museum, della più grande mostra itinerante che Pechino ospita (Shanghai e Nanchino sono le altre due tappe, fino al 25 luglio): «Matteo Ricci. Incontro di civiltà nella Cina dei Ming». Curata da Filippo Mignini, promossa dalla regione Marche con il patrocinio del ministero dei Beni culturali, organizzata da Mondomostre, l’esposizione allinea più di duecento opere, provenienti dai maggiori musei italiani e cinesi, tra cui capolavori del Rinascimento (Raffaello, Tiziano, Lotto, Giulio Romano), esposti per la prima volta in Cina accanto a preziosi documenti dell’arte e della cultura dell’impero Ming. Fanno loro corona libri, manoscritti, strumenti scientifici e musicali, macchine leonardesche e dispositivi meccanici, congegni per la misura del tempo e dello spazio: si va dalla Biblia polyglotta di Anversa agli Atlas di Mercatore, dall’Astronomicum caesareum di Apianus al Theatrum orbis terrarum di Ortelio, dalla Sfera armillare tolemaica di Vopel all’orologio solare orizzontale di Habermel: il risultato è sbalorditivo e insieme inquietante, una specie di cantico della grandezza umana nel tempo in cui l’orbe terracqueo era ancora qualcosa da scoprire e definire. Pigmei, ci arrampichiamo sulle spalle di giganti per cercare di vedere e di capire cosa fosse allora il mondo e lo stare al mondo.
C’è un antico proverbio mongolo che recita: «A porte chiuse si è imperatore nel proprio regno». Ancora a metà del XX secolo, il carattere cinese con cui venivano indicati i «barbari», ovvero gli stranieri, era lo stesso con cui si designavano i cani... Impero di mezzo, autoreferenziale e autosufficiente, la Cina apparve da subito a Matteo Ricci un mondo chiuso per penetrare nel quale non c’era altra strada che «farsi in tutto Cina»: rinunciare ai segni esterni della propria identità di europeo (lingua, cibo, costumi, forme di relazione sociale), conquistare la fiducia, lavorare incessantemente per promuovere ciò che della propria cultura potesse migliorare una cultura autoctona raffinata eppure per molti versi paralizzata in un’estenuante conservazione-celebrazione-ritualizzazione del proprio passato. «Prudente come un serpente, candido come una colomba»: mai questo motto evangelico trovò la sua attuazione come nell’operato di Ricci.
Costruita attraverso una serie di percorsi di viaggio, la mostra ripercorre un itinerario geografico e spirituale. Le Marche della sua infanzia (era nato a Macerata nel 1552); la Roma della sua giovinezza, dei suoi studi, della sua fede religiosa; il viaggio che dall’Europa lo porterà a Goa e poi a Macao, a bordo di galeoni portoghesi; le cinque residenze all’interno della Cina, in una lenta marcia di avvicinamento che dal 1583 al 1601 lo farà arrivare al cuore dell’impero: Pechino. In questo arco di tempo c’è spazio per un’attività intellettuale intensissima, un apostolato tenace quanto cauto. «Rompere la terra», ossia arare il terreno, seminare, era il suo compito: ad altri sarebbe dovuto toccare il tempo e la gloria del raccolto. Si illudeva: lui in vita, i cattolici in Cina non saranno più di duemila; una volta scomparso, la sua strategia sarà lasciata cadere e nel giro di un secolo il cattolicesimo sarà rigettato come un corpo estraneo, complice anche l’intransigenza pontificia. Oggi a Pechino ci sono 100mila cattolici sparsi su venti parrocchie, 55 preti, un convento, 50 monache, un seminario e ventisei seminaristi, tre cliniche, una biblioteca e una scuola. In tutta la Cina, protestanti compresi, si è intorno ai venti milioni, c’è una chiesa «patriottica», con i vescovi di nomina governativa, e una «sotterranea», fedele a Roma e quindi fuorilegge...
Matematico, filosofo, musicista, linguista, teologo, Ricci fu un uomo del Rinascimento nel senso classico del termine. «Xitai», il maestro dell’Estremo Occidente, lo chiameranno i cinesi. Il suo ritorno nell’Estremo Oriente è un omaggio, un simbolo e forse qualcosa di più. Quello che noi definiamo futuro i cinesi lo chiamano nonchieg, il davanti-dietro, e se il tempo, per gli occidentali che ne sono ossessionati, significa una cosa ben precisa, per i cinesi ha connotazioni vaghe. Quando chiesero a Chou En Lai, nome mitico del maoismo che era stato educato in Francia, se ritenesse la Rivoluzione francese del 1789 riuscita o meno, la risposta fu che era ancora troppo presto per poter dare un giudizio...

(di Stenio Solinas)

Il legame sociale più stretto? La Fratellanza


Fratellanza è in origine il legame naturale, per non dire biologico. Ma il termine fraternitas appare solo dal II secolo, fra autori cristiani. Diversissimo, talora opposto, il senso politico. Politicamente, fratellanza è il legame esistente (o auspicato come tale) nell’organizzazione o nella comunità di riferimento, fra chi condivide un ideale o difende una causa, e per estensione fra appartenenti a un’entità politica. Quindi la fratellanza non pare dissociabile dalla cittadinanza: esprime in senso politico il legame che dovrebbe unire i cittadini.
Nulla di fraterno nella fratellanza politica, che è una solidarietà elettiva e fa riconoscere come fratelli persone che sono connazionali, non familiari. Fratellanza non è fraternità. Régis Debray scrive ne Le moment fraternité (Gallimard, 2009): «La fratellanza è opposta alla consanguineità, è rimedio alla fratria. (…) Per me, si ha fratellanza infrangendo la cerchia della famiglia, la prigione delle comunità naturali, dandosi una famiglia elettiva, adottiva, una famiglia transnaturata, se non denaturata». Si nasce fratelli nella fratellanza politica solo perché nati nella stessa società politica. Ma tale fratellanza s’estende a ogni dimensione temporale: associa morti e vivi. Per Debray, «poiché i popoli, come gli individui, sono fatti di morti e di vivi, impossibile rispettare i vivi se non come fratelli minori dei morti».
Come la solidarietà (che la fratellanza supera, affermando anche un principio), la fratellanza replica a una situazione. S’afferma per opposizione. Dell’occupazione fa una resistenza, dell’umiliazione fa una fierezza. È dunque più dinamica. È anche più collettiva, più «popolare» dell’amicizia, che, col suo carattere elettivo, favorisce piuttosto il senso dell’élite. In tal senso Debray qualifica la fratellanza «sentimento moderno e democratico», sottolineando anche che la fratellanza non saprebbe definirsi come un puro sentimento, perché spesso è indissociabile dalla praxis, dall’azione («l’amicizia culla, la fratellanza scuote»).
Ma questa è anche la ragione per la quale la fratellanza separa tanto quanto unisce. Come s’è detto, la fratellanza politica non associa tutti gli uomini. Anzi instaura una potente dicotomia fra chi è visto come fratello e chi no. Integra i primi, esclude i secondi. Insomma, la fratellanza definisce un noi collettivo per opposizione a chi al noi non appartiene, e tiene a distanza o emargina. Dà a questo noi la possibilità di fare corpo. Ma non c’è un noi senza un loro. Debray enuncia il principio che «nascendo dall’avversità, le comunità fraterne stentano a rinunciare agli avversari». Si fraternizza bene soprattutto contro l'avversario comune.
Da notare anche certe differenze di natura tra la fratellanza e gli altri concetti della triade repubblicana, eguaglianza e libertà. La prima differenza è che libertà ed eguaglianza possono essere poste come diritti: ci sono «diritto alla libertà», «diritto all’eguaglianza». Libertà ed eguaglianza possono inoltre specificarsi: libertà d’espressione, di possibilità, ecc. La fratellanza non ha genitivo. È meno un diritto che un imperativo, perfino un obbligo. Ci si batte pro o contro la libertà e l’eguaglianza, il che spiega come l’una e l’altra, quando s’affrontano fautori e detrattori, possano dividere. La fratellanza invece riconcilia. Si è riuniti perché l’obbligo è di tutti verso tutti, di ciascuno con gli altri.
Altra differenza importante è che eguaglianza e libertà sono nella prospettiva dei diritti applicabili ai soli individui. Possono divenire valori individuali, mentre la fratellanza implica, per definizione, una comunità o una collettività. Tale bene non è un attributo dell’individuo, ma del sociale e della socievolezza: non c’è fraternità del singolo. Nel crescente disgregarsi del legame sociale, solo il concetto di fratellanza può ridarci un noi e rianimare il progetto collettivo. Le democrazie popolari si riferivano all'eguaglianza; le democrazie liberali alla libertà. È sulla fratellanza, fondata sul partecipare alla cosa pubblica della maggioranza dei cittadini, che vanno fondate le democrazie organiche.

(di Alain de Benoist)

venerdì 5 febbraio 2010

Io, l'unico sopravvissuto alle foibe istriane

Graziano Udovisi, classe 1925, originario di Pola, unico sopravvissuto alle foibe istriane, introduce così ciò che lui stesso definisce «l’ultimo racconto sulla mia martoriata Istria».
A distanza di sessantacinque anni si è deciso a raccontare l’orrore e le barbarie vissute sulla propria pelle alla fine della seconda guerra mondiale, quando era tenente della Milizia Difesa Territoriale.
Le torture con staffili ricavati dal fil di ferro attorcigliato, con armi e bastoni, le sevizie che l’hanno quasi privato dell’udito subite nel campo di concentramento allestito dai soldati di Tito a Dignano d’Istria, fino all’infoibamento il 14 maggio, a Fianona, li ripercorre con una straordinaria lucidità nelle toccanti pagine di “Foibe. L’Ultimo testimone” (Aliberti editore, 144 pp., 12 euro, da ieri in libreria).
Che cos’è accaduto?
«Era il 5 maggio 1945. Per salvare il mio reparto, ricercato dai partigiani titini dopo aver ripiegato su Pola, mi presento al comando iugoslavo. L’uomo che trovo dietro la scrivania è un maggiore italiano sicuramente passato dall’altra parte. E lì, comincia il nostro calvario. Quel giorno ci fanno marciare fino a condurci sul bordo del crepaccio, con le mani legate. Sarei stato raggiunto dai colpi dei fucili delle milizie partigiane, così mi sono lasciato precipitare in quella foiba profonda una ventina di metri. E, come per miracolo, riesco a riemergere portando in salvo un mio commilitone, Nini. L’ho afferrato per i capelli».
E dopo è stato anche condannato?
«Due anni di carcere in giro per l’Italia. Capo d’accusa, “collaborazionismo col tedesco invasore”. Il magistrato ha detto persino che “ero superbo” perché per strada non salutavo nessuno. E cosa avrei dovuto fare, ridere?»
Che cosa vorrebbe dire a chi si accosta alla lettura delle sue memorie?
«Purtroppo ricordo tutto quanto del passato. Ne porto dei segni indelebili, basti dire che per le torture subite al rene mi sono dovuto sottoporre a quattro interventi per la calcolosi, i medici reggiani sono stati straordinari con me. A volte mi chiedo se, dopo la morte, quelle immagini spariranno dalla mia mente, ma quanto è accaduto non si cancella, è impossibile farlo. Ventimila morti sono pur qualcosa. Non sono da buttare via, gli italiani non possono dimenticare, la mia regione (l’Istria, ndr) è quella che ha registrato più vittime, sia sotto i bombardamenti, sia per vendetta».
In “Foibe” racconta anche del suo incontro, organizzato dal consigliere reggiano del Pdl Marco Eboli a Roma, il 16 marzo dell’anno scorso, col sindaco Alemanno e il presidente della Camera Fini.
«La medaglia d’oro al valor civile non è tanto un risarcimento morale, rappresenta piuttosto tutti i miei compagni che hanno combattuto con me, spesso derisi e tacciati di essere repubblichini».
Dopo la guerra ha insegnato a lungo nelle scuole elementari. Coi suoi allievi non ha mai fatto parola dell’incubo che ha vissuto.
«Ho insegnato dal 1947 al ’78 a Gonzaga, Novellara, San Bernardino, a Zappiano di Carpi, a Rubiera. Sì, è vero, a loro non hai mai detto nulla, ho preferito rispettare le loro piccole vite».
Anni fa, però, è stato chiamato a parlare nelle scuole?
«Qualche istituto mi ha contattato chiedendomi di raccontare la mia storia. Al mio sì è seguito il silenzio. Perché mai? Io non parlo mai di politica, non sono un politico, ma racconto dei fatti veramente accaduti».
Che ne pensa dell’iniziativa della deputata del Pdl Paola Frassinetti, la quale propone l’istituzione di un albo nazionale «per le associazioni autorizzate a parlare nelle scuole della tragedia delle foibe»?
«Ben venga, ci voleva. Comunque, medaglia d’oro o no, m’interessa solamente una cosa: che la gente capisca che noi istriani, profughi, siamo tutti italiani».

giovedì 4 febbraio 2010

Moratoria sulla lagna della cultura di destra? Comincino i farefuturisti


Punto da un recente articolo del Corriere della Sera sulla minorità intellettuale del mondo post fascista, Angelo Mellone ha invocato sul Foglio una moratoria sul piagnisteo crescente intorno alla cultura di destra che fu, e a quella che dovrebbe essere e non è. I finiani si proclamano stanchi di ascoltare, da sedici anni a questa parte, il disco rotto degli scontenti, dei delusi e dei traditi. Marco Tarchi, professore di Scienza Politica all’Università di Firenze, che conosce bene questo mondo, sia per averne fatto parte in anni lontani, sia per le sue ricerche scientifiche, non nasconde il proprio scetticismo.

“E’ l’ennesima prova dei contorcimenti argomentativi di un ambiente che, a forza di costruire pastiche mettendo insieme tutto e il suo contrario, non sa più come reagire a chi gli rinfaccia di non aver saputo costruire né un’identità né un progetto credibile di influenza sulla mentalità collettiva. Fa specie che si lamenti di veder mescolati Céline, Baget Bozzo e Peppino De Filippo proprio chi, da anni, punta a stupire con effetti speciali, e spesso grotteschi, il mondo esterno per apparire simpatico e moderno, appropriandosi di tutto quello che gli capita a portata di mano. Non è stato proprio il trust di cervelli finiano a produrre la mozione dell’ultimo congresso di Alleanza nazionale, dove si dichiarava di riconoscersi in una ‘idealità italiana’ (chissà cosa sarà…) mantenuta viva – cito testualmente – da Guareschi, Longanesi, Flaiano, Calamandrei, Pannunzio, dal cinema di Fellini e Sergio Leone e dalla musica di Battisti, Mogol e Pavarotti? Con l’aggiunta di Enzo Ferrari, Enrico Mattei e qualche altro coscritto, questa era la squadra del ‘Novecento che merita di essere traghettato nel nuovo secolo, a fondamento culturale del nuovo partito che stiamo costruendo’, secondo quello che hanno scritto i farefuturisti. Un po’ di decenza ogni tanto, in questo gioco di piroette, non guasterebbe”.

Il professore fiorentino non fa parte della schiera dei delusi, scontenti o traditi. Ha votato l’ultima volta per il Msi nel 1979 ed è uscito definitivamente dal partito nel 1981. Inoltre, ha dichiarato conclusa, nel 1994, l’esperienza della Nuova Destra, di cui è stato l’indiscusso animatore in Italia. Nonostante ciò continua a essere tirato in ballo ogni volta che in Italia si accende il dibattito sulla destra, politica o culturale che sia. “Che ciò accada, non mi stupisce: mi sono occupato della destra in molti libri e articoli scientifici. E, avendo vissuto quel mondo dall’interno, penso di conoscerne bene idee, attitudini psicologiche e comportamenti. Il problema è come vengo chiamato in causa: rivangando storie stravecchie o attribuendomi paternità di iniziative politico-culturali da cui sono lontano. Per giunta, in questi casi mi si cita ma ci si guarda bene dal chiedermi come davvero la penso…”.
Al congresso di fondazione del Pdl è stato rifiutato l’accredito, per presunti “motivi di sicurezza” ai ricercatori dell’Osservatorio italiano sulle trasformazioni dei partiti, progetto coordinato proprio da Tarchi. “I ragazzi avrebbero dovuto distribuire un questionario. Forse non si voleva far sondare gli umori e le opinioni dei delegati, temendo che dalla ricerca emergessero discrasie fra chi proveniva da An o da Forza Italia. E’ stato un errore, dato che il nostro lavoro è lontano da qualsiasi uso a fini di parte. Non credo che il mio nome dia fastidio al Pdl. Qualcuno certamente non apprezza né la mia distanza da quel partito (e da tutti gli altri presenti nel panorama italiano) né la mia libertà di giudizio critico. Ma poiché, non disponendo di alcuna tribuna massmediale, sono di fatto ridotto al silenzio nel dibattito pubblico, non penso di costituire un problema”.

Lo spazio negato Tarchi cerca di recuperarlo attraverso la pubblicazione di riviste come Diorama letterario e Trasgressioni, dalle cui pagine continua la sua azione “metapolitica”. Il sospetto è che però la circolazione delle sue idee riesca a interessare solo un certo ambiente, che pervicacemente si ostina a ritenerlo, sbagliando, uno dei suoi intellettuali di punta. “Non direi. La maggior parte degli inviti per conferenze e partecipazioni a dibattiti che ricevo proviene da ambienti collocati a sinistra. A dicembre i giovani del Pd mi hanno chiamato a parlare di populismo nella loro scuola nazionale di formazione. Ne è scaturito un confronto franco e approfondito. La mia più recente intervista è comparsa su Gli altri, il settimanale di Piero Sansonetti, ex Prc. Le mie riviste mi consentono di mantenere un proficuo dialogo con uomini di idee che hanno una formazione lontana dalla mia, come Danilo Zolo. I miei libri, in particolare “Contro l’americanismo”, edito da Laterza, a destra sono in genere passati nel più assoluto silenzio. Tuttalpiù mi si cita risalendo ai tempi della Nuova Destra, per far credere che quanto dicevo e scrivevo a quel tempo prefigurasse le odierne posizioni finiane. Mentre è vero il contrario: chiunque può sincerarsene leggendo quel che allora scrivevamo io e i miei amici – anche qualcuno che oggi, per ragioni sue, ha cambiato opinioni e frequentazioni”. Per Tarchi, non si possono ritenere legittimi eredi della ND personaggi come Alessandro Campi, un tempo suo sodale, attualmente direttore scientifico di Farefuturo. “Per una semplice ragione: perché lo stesso Campi, quando faceva parte della Nuova Destra, sosteneva idee lontanissime da quelle che oggi difende. Fatti suoi, e soprattutto buon per lui, ma questo è un evidente segno di discontinuità, non certo di accoglimento di quell’eredità. Del resto, se il Campi che nel 1993 scriveva che, se avesse buttato via ‘dieci anni di eterodossia e di sano anticonformismo intellettuale solo per assecondare l’irresistibile ascesa della ‘destra di governo’ si sarebbe sentito ‘un idiota perfetto’ fosse rimasto di quel parere, oggi non starebbe dove sta, e ci perderebbe molto. E’ persona intelligente, e lo sa. Può dispiacermi, e mi dispiace, ma non mi scandalizzo di questi dietrofront, di cui la storia politica e intellettuale è costellata. Mi basta che si abbia il coraggio di dire: ‘Ho cambiato idee’, senza far finta del contrario. Tra la ‘destra nuova’ dei farefuturisti e la Nuova Destra non c’è il benché minimo rapporto di parentela. Tutto qui”.

Tarchi tiene a sottolineare che il suo rapporto con Alain de Benoist, padre della Nouvelle Droite francese, è eccellente e non ha conosciuto crisi. “Concordiamo su gran parte delle analisi della realtà attuale e quasi sempre le nostre opinioni convergono. La nostra evoluzione è stata autonoma ma parallela, e dimostra che il nostro incontro intellettuale non era stato frutto di un caso, ma di sensibilità affini”. Ma se in Francia la dizione Nouvelle Droite ancora è spendibile, questo non è più possibile in Italia: “con l’affiorare di una serie di destre più o meno nuove nel panorama politico italiano del 1994, mantenere una sigla che avevo sempre giudicato ambigua non aveva senso, anche perché con le idee della ND quei soggetti poco e nulla avevano da spartire. In un libro che sta per uscire da Vallecchi (“La rivoluzione impossibile. Dai campi hobbit alla nuova destra”) cerco di chiarire come e perché si fosse creata, già negli anni Ottanta, questa distanza. La mia ricerca segue i binari tracciati da tempo: condensare, nel solco di una visione del mondo unitaria, analisi e proposte di intervento oggi sparse nei punti più diversi dell’orizzonte politico-culturale: il comunitarismo, la decrescita, la valorizzazione delle specificità culturali, l’autodeterminazione dei popoli, l’ecologia profonda, l’economia solidale”.

(di Massimo Ciullo)

Sardegna in crisi, sciopero generale per il lavoro e lo sviluppo


Sciopero generale in Sardegna contro la crisi e per lo sviluppo. Lo hanno annunciato i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil della Sardegna, Enzo Costa, Mario Medde, e Francesca Ticca. La giornata di mobilitazione sara' incentrata sulla crisi socio-economica dell'isola, con particolare riferimento alle difficolta' dei lavoratori del settore industriale, come ad esempio quelli dell'alcoa di Portovesme, della vinyls di Porto Torres e delle aziende della Sardegna centrale. "Con l'incalzare della crisi - dicono i sindacati sardi - le multinazionali presenti nella regione hanno abbandonato l'isola, in un' ottica di riposizionamento globale, lasciandosi dietro cumuli di macerie sociali ed economiche, estendendo il deserto industriale: interi comparti produttivi quali l'alluminio, il piombo e lo zinco rischiano di sparire. L'Eni, l'Ineos, l'Euroallumina, la Portovesme srl, l'Alcoa, la Rockwool, la Uniliver, la Equipolimers, la LegleR rappresentano il culmine di una crisi che attraversa tutte le aree industriali dell'isola, dal Sulcis a Ottana, da Porto Torres a Cagliari, dal Medio Campidano all'Ogliastra, da Oristano a Olbia".

"Nel 2008 si sono persi oltre 30.000 posti di lavoro. Tra il 2009 e il 2010 si prevede la perdita di altri 20.000 occupati. Il tasso di disoccupazione e' balzato al 14,1% con 95.000 persone in cerca di occupazione. Il numero di famiglie che vive sotto la soglia di poverta' continua a crescere e rappresenta il 19,4% della popolazione: 320.000 persone, numero destinato ad aumentare nel corso del 2010". Per questi i motivi Cgil, Cisl, Uil richiamano lavoratori, pensionati, associazioni e disoccupati in piazza il prossimo 5 febbraio. "Lo sciopero - ha dichiarato il segretario generale della Cgil Sardegna, Enzo Costa - giunge dopo 10 mesi di mobilitazione pressoche' costante, culminate con uno sciopero dei sistemi produttivi a luglio, tre scioperi territoriali nel Sulcis, a Porto Torres e a Nuoro e l'assemblea delle rappresentanze del popolo Sardo".

Ufficiale israeliano ammette: durante "Piombo fuso" anche i civili sotto tiro


Un ufficiale di alto grado dell'esercito israeliano ha ammesso per la prima volta che durante l'operazione "Piombo fuso" a Gaza i militari riscrissero le regole dell'ingaggio, dando maggiore protezione ai loro soldati anziché ai civili palestinesi. In un'intervista rilasciata cinque mesi fa al quotidiano israeliano Yedhiot Ahronot - non ancora pubblicata, ma visionata dal britannico The Independent - l'ufficiale ha dichiarato che il principio di «mezzi e intenzioni», ovvero la regola secondo cui si colpisce un nemico soltanto se è armato e intenzionato a combattere, non poteva essere applicato a "Piombo Fuso", operazione della quale lui era stato uno dei comandanti.

«"Mezzi e intenzioni" è la definizione adatta per un'operazione di arresto in Giudea o in Samaria (Cisgiordania, ndr)... Il concetto di "mezzi e intenzioni" proviene da altre circostanze. Qui (nel caso di Piombo fuso, ndr) non stiamo parlando di una normale operazione antiterrorismo. C'è una differenza sostanziale» ha detto l'ufficiale al giornale israeliano, che non ha voluto chiarire perché, nonostante le polemiche su Piombo fuso, l'intervista con il militare non sia ancora stata pubblicata dopo tutti questi mesi.

Le dichiarazioni dell'ufficiale, sottolinea oggi l'Independent, serviranno ad aumentare le pressioni sul premier israeliano Benyamin Netanyahu, affinché avvii un'inchiesta indipendente sulla guerra a Gaza, come raccomandato dallo stesso rapporto Goldstone. Michael Sfard, uno dei maggiori avvocati israeliani impegnato nella difesa dei diritti umani, ha dichiarato al giornale britannico che le rivelazioni fatte dal comandante al quotidiano israeliano, se accurate, rappresentano una «prova finale» del comportamento illecito dell'esercito. Il racconto dell'ufficiale conferma inoltre le testimonianze rilasciate la scorsa estate da alcuni soldati a un'organizzazione di reduci, oltre che quelle di un altro soldato intervistato dall'Independent, che ha raccontato che nell'inverno scorso a Gaza la logica di «assassinio mirato» era stata ribaltata. Anziché identificare un terrorista e poi ucciderlo, ha detto il militare, «prima lo si ammazzava, poi si vedeva». Secondo il soldato, la nuova strategia - studiata in parte per evitare le grandi perdite di militari già sofferte nella guerra contro il Libano nel 2006 - garantisce «letteralmente zero rischi per i soldati». L'esercito israeliano si è rifiutato di commentare le ultime rivelazioni ed ha ribadito che nel corso dell'operazione Piombo fuso i suoi militari hanno agito nel rispetto delle leggi internazionali evitando attacchi sulla popolazione civile.