giovedì 12 novembre 2009

Camillo Barany e il Prefetto Giacone. Da Mussolinia a Littoria al Terminillo

“Giacone, …Giacone, …Giacone… Ma dove cazzo l’ho già visto io, questo Giacone?” m’ero chiesto subito, appena lo avevo trovato – un paio d’anni fa – su un libro di Angioni (da non confondere con il generale Angioni che diresse la prima operazione italiana in Libano negli anni Ottanta, dopo Sabra e Chatila. Pure questo Angioni nostro peraltro – Michele Antonio – viene pure lui dalle forze armate, ossia è un maresciallo dell’Aeronautica in pensione che ha deciso di farsi storico della bonifica di Arborea, la mitica Mussolinia di Sardegna. Negli anni ha prodotto diverse pubblicazioni, tra cui un librone di 718 pagine he per il numero delle testimonianze, la quantità e qualità dei materiali, l’acribia delle ricostruzioni e delle argomentazioni, mette fuori gioco pure certi storici di professione).
Ora è abbastanza evidente che quando uno si metta a fare il giro di tutte le nuove fondazioni in Italia durante il fascismo, così come gli capita spesso di ritrovarci gli stessi archi, portici ed eucalypti – dice: “E vorrei vedere, scusa: ma se ne hanno fatte più di 150, mica potevano stare a cambiare 150 volte gli stili ed il tipo di piante; saranno stati fasci, ma non saranno stati proprio scemi” – così ogni tanto è pure normale che da una bonifica all’altra, da un borgo al successivo, ogni tanto capiti di imbattersi anche nelle stesse persone, lo stesso architetto, il politico, imprenditore, il federale. Vai ad Arsia e trovi lo stesso Segre di Carbonia; vai a Segezia e ritrovi Petrucci; Mazzocchi Alemanni in Sicilia e Agro Pontino. A volte ritrovi pure gli stessi operai, tecnici o gruppi di persone: gente meno famosa, per intenderci, ma che la bonifica e le città le hanno fatte con le mani loro.
Tra Latina ed Arborea per esempio – l’antica Littoria del 1932 e la Mussolinia di Sardegna del 1928 – pur nella assoluta differenza degli stili architettonici, le affinità e gli scambi sono molti più di uno. Innanzitutto lo stesso tipo di immigrazione colonizzatrice, fatta in ambedue i casi (Lazio e Sardegna) con famiglie patriarcali trapiantate dal Veneto. Ad Arborea inoltre c’è tuttora una “pineta Barany” (si legge Baranì, con l’accento sulla y), un bosco fitto fitto di pini, grande otto ettari, al centro del quale c’è un cippo di marmo dedicato a questo Barany: “Nessun monumento è più degno di lui”, scrive Stanis Ruinas, “di questa selva di pini nascenti, alberi italici, sempre verdi, sonanti in riva al nostro mare e in vetta ai nostri monti”, e ad Arborea-città c’è tuttora una Via Barany. Ma chi era Costui?
Camillo Hindart Barany era evidentemente uno un po’ fascista. Era nato a Paullo tra Lodi e Milano – anche se Ruinas dice a Vercelli – ed era di origini ungheresi. Il nonno se ne era venuto dall’Ungheria in Italia per andare a combattere insieme a Garibaldi con i Mille in Sicilia. Lui – Camillo, il nipote – è stato anche lui garibaldino, con quel Peppino Garibaldi figlio primogenito di Ricciotti Garibaldi, figlio del Garibaldi maggiore, in Messico e nelle Argonne[5]. Fatto prigioniero nella grande guerra, evase da un campo di concentramento austriaco e fu poi combattente nell’antiguerriglia in Tripolitania, legionario a Fiume, squadrista e Marcia su Roma. Non se ne era quindi persa una ma – tra una guerra e l’altra – per campare faceva quello che allora si chiamava “agente agrario”, cioè l’agronomo o perito che sovrintende ad un’azienda agraria di medio-grandi dimensioni. Per questo era venuto a Mussolinia di Sardegna: a fare la bonifica e ad avviare la trasformazione fondiaria. A Mussolinia si deve essere fatto voler bene, se tutti ancora oggi ne parlano con devozione.
Prima di Mussolinia, però, era già stato a Maccarese vicino Roma – a fare la bonifica di Maccarese – e dopo qualche anno a Mussolinia deve avere cambiato padrone e dalla Sbs, la Società bonifiche sarde che operava appunto a Mussolinia, deve essere passato all’Onc (Opera nazionale combattenti) per venire a fare quella di Littoria e dell’Agro Pontino. Insomma questo – a farla breve – o stava in guerra o faceva bonifiche. Tertium non datur. Ed era pure di religione ebraica. Era ebreo. Ebreo-ungherese d’origine e sul cognome esatto c’è però pure qualche ombra di incertezza. Ruinas difatti scrive Hindart Barany con la t alla fine di Hindart. Gli altri invece – internet e Cecini – scrivono Hindard con la d finale. Quale sarà? Vallo a sapere. Dice: “E che ci vuole? basterebbe approfondire solo un po’ la ricerca”. Ho capito, ma io pure ciavrei qualcos’altro da fare, a me – se permetti – mi basta pure così; se a te invece non ti basta, vattelo a fare tu st’approfondimento di ricerca. Io ho messo Hindart con la t e mi sta bene così, non solo perché mi sta simpatico Ruinas, ma soprattutto perché a Latina-Littoria negli anni Cinquanta c’era – quando ero ragazzino io, ma è rimasta in attività credo fino quasi agli anni Novanta e passa – una ferramenta molto ben fornita che si chiamava Indart. Mo’ può pure essere che quella della ferramenta non fosse che la semplicissima contrazione di Industria-Artigianato, però a me mi piace Hindart e Hindart qui rimane.
Camillo Hindart Barany comunque – qui in Agro Pontino – tra una badilata e l’altra, tra lo squadro d’un terreno e la messa a punto d’una qualche nuova tecnica colturale, mise pure su per bene la locale e neonata Compagnia CC.NN. (Camicie nere) della Milizia volontaria di sicurezza nazionale (Mvsn).
Nel 1935 però – attenzione: non è che fosse passato chissà quanto tempo, Littoria è solo del ’32, manco tre anni; ma per uno come questi, tipo Valentino Rossi ma pure Vasco fatti conto, tre anni sono un’eternità, un’era geologica – appena è scoppiata la guerra d’Abissinia non ci ha visto più: “La Patria chiama”. Mo’ lascia stare che pure agli Abissini li chiamava la patria loro; anzi, quella era proprio la patria loro ed eravamo noi gli invasori che andavano prepotentemente a sfruculiargliela: non si discute. Però nemmeno si discute che davvero noi credevamo – almeno in massa – che fosse proprio la Patria nostra a chiamarci. Questo è il dramma della condizione umana: sei perennemente condannato a vivere nel torto, pensando peraltro d’avere pure ragione. Lui comunque appena ha sentito la voce della Patria che chiamava, ha buttato per aria tutti gli strumenti e scartafacci dell’Opera combattenti sulla prima trattrice Pavesi che passava ed è corso ad arruolarsi per andare di nuovo a combattere insieme a tutta la compagnia sua. Pare sia andato a prenderli casa per casa uno a uno per tutti i poderi: “All’erta camerati, a conquistar l’Impero”. “Comandi!” hanno risposto subito tutti quanti. Non è difatti che si sia dovuto insistere troppo per trovare volontari a Littoria, anzi, a parecchi li rimandarono pure indietro: “No, siamo troppi”. A noi quelli ci avevano dato la terra, in fin dei conti, e tu manco ti volevi sdebitare andando volontario? Li abbiamo riempiti di volontari fino all’ultimo: fino alla Rsi, fino ai battaglioni “M” e alla X Mas.
Comunque – fatto sta – nel 1936 il centurione Camillo Hindart Barany muore in Abissinia nella conquista dell’Aredan, al comando della compagnia “Littoria” della divisione Camicie Nere (CC.NN.) “III gennaio”.
Era già stato ferito ad Abbi-Addi peraltro, ma dimesso dall’ospedale aveva rifiutato la regolamentare licenza di convalescenza per tornare subito a combattere con un braccio ingessato appeso al collo. E’ per questo che gli hanno dato la medaglia d’oro alla memoria e la pensione a moglie e figli. “Come fanno sennò senza di me?” doveva avere pensato (non in riferimento alla moglie e ai figli per la pensione, naturalmente, ma alle camicie nere di Littoria senza il suo comando). E così era tornato a combattere. Ingessato. E così, fino a quando non è caduto il fascismo, Littoria e Mussolinia se lo sono litigato: “E’ un eroe nostro di Mussolinia!”. “Ma che state a di’? E’ littoriano!”. E se loro gli dedicarono una strada e una pineta [nella foto sopra], noi gli nominammo subito il gruppo rionale del Partito fascista, Pnf, alle Case popolari – stava proprio nella “piazzetta” sopraelevata, dove anche c’era (e fino all’anno scorso) l’osteria “XXVIII Ottobre” – ed il Distretto militare. Sul frontone del Distretto c’era scritto proprio: “Caserma Camillo Baranj”; con la “j” però, non con la “y” come invece lo scrivono tutte le fonti a stampa (dice: “E come s’è verificato questo errore?”. Ah, non lo so. Mica so tutto. Bisognerebbe fare una ricerca. Ma non mi pare anche questa una ricerca di cui non si possa proprio fare assolutamente a meno). Dice: “Ma era ebreo”. Embe’? Mica era ancora un reato nel 1936. Tu pensa che alla guerra d’Abissinia, al seguito delle truppe vittoriose che conquisteranno poi l’impero, oltre ai cappellani cattolici come il Padre Reginaldo Giuliani – che prese pure lui la medaglia d’oro alla memoria, al valor militare – c’erano pure i rabbini, nominati di concerto tra il Rabbinato militare e l’Unione delle comunità israelitiche italiane. Tali e quali ai cappellani cattolici. Pochi – perché pochi erano gli ebrei in Italia: 30 o 40 mila al massimo su 42 milioni – ma ce n’erano.
Questa intestazione sul Distretto però, a Latina-Littoria non durò molto: appena caduto il fascio cadde pure – o meglio, lo fecero cadere – quel “Camillo Baranj” dal frontone del Distretto. Tu guarda come cambia, e in tempi così rapidi, il concetto di amor di Patria e senso civico: il giorno prima eri un eroe e il giorno dopo sei un fìdenamignotta. Aspetta un altro po’, e gli succede pure a Berlusconi. Dove vuoi che vada? E quindi a noi da Littoria ci cambiarono in Latina e giustamente noi – a Barany – ci sembrò subito più patrio o quanto meno più rassicurante preferire Goffredo Mameli. Così scrivemmo “Caserma G. Mameli” là sopra, che però – come ognun vede – è un pochino più corto di “Caserma Camillo Baranj”.
Dice: “E perché hanno scritto solo la G. e non Goffredo per intero, che sarebbe venuta uguale?”. Perché “Goffredo” per esteso avrebbe comportato la bellezza di quasi due lettere in più – calcolando la sottomisura della i di Camillo – e quindi non ci sarebbe più entrata nel frontone.
Tutto questo comunque – e cioè il cambio di nome alla caserma del Distretto – è successo prima ch’io nascessi e quindi da ragazzino, quando passavo là sotto, mi chiedevo semplicemente ogni volta: “Ma com’è che sta scritta l’hanno fatta storta?”. Stava tutta da una parte, poverina, con un sacco di spazio in più che le avanzava a destra, dove pure si percepivano – poiché erano state coperte male – le tracce informi di qualcosa che doveva esserci stato prima: “Si debbono essere sbagliati”, pensavo.
Mo’ però hanno risolto tutto: hanno cancellato anche Mameli. Dice: “E chi è stato?”. I postfasci di Latina. Dice: “Ah, vabbe’: ci hanno rimesso Barany?”. Sì, beato a te, ma che sei scemo? Dovevano restaurare l’edificio del Distretto perché era un po’ vecchio e malandato, e poi il distretto militare adesso non c’è più – non c’è più la naja, figurati i distretti – e l’hanno accorpato a Roma. Qui adesso ci abbiamo messo la facoltà di ingegneria della cosiddetta Università Pontina, che altro non è – come tutti sanno – che una succursale della Sapienza di Roma. Un’università di scorta. Dove ci sta un mare di professori “opzionati” o “incaricati”. Il giorno che davvero mettono una cattedra a concorso, viene giù tutta Latina. Il terremoto. Oppure sbarcano gli Ufo. Tu pensa che c’è un corso di laurea chiamato proprio “Ingegneria Ambientale”. A Latina. Che è l’esempio vivente delle modifiche ambientali e degli interventi bonificatori dell’uomo sulla natura più avversa. Dice: “Be’, è pure giusto”. Ah, sì? Però lì non c’è un solo insegnamento, corso, o cattedra di storia del paesaggio agrario o urbano, o storia delle bonifiche e della bonifica pontina in particolare, o storia delle città di fondazione o di quello che ti pare a te, legato comunque a questa specifica modifica ambientale. Tu dimmi quindi che razza di “Ingegneria Ambientale” è questa, se ai neo-ingegneri “ambientali” che sforna, non gli ha fatto nemmeno studiare come s’era prodotto e modificato l’ambiente in cui essa stessa Università e i suoi studenti stanno. Ma che stai a ambienta’, allora: le lune di Plutone?
Comunque abbiamo restaurato il Distretto per darlo all’università, e questo è un fatto. In realtà più che di un restauro si è trattato di un recupero – almeno negli interni – perché i soldi erano pochi e l’architetto se li è dovuti far bastare: ha salvato i materiali originari dove ha potuto, ma dove non ha potuto ci ha messo il cartongesso. Sulla scritta però dice: “Io non c’entro: l’avevano levata già prima”. Sarà stato qualche ufficio. Il dramma però è che le iscrizioni di un edificio sono parte integrante del monumento e, se tu le tocchi, tocchi l’autenticità e il valore storico del monumento stesso. I primi che dovrebbero saperlo, oltre tutto, sono proprio i post-aennini, che si incazzano ancora perché dopo il 25 luglio gli tolsero i fasci da tutti i muri: “La damnatio memoriae!”. Ma anche Cristo disse: “Non fare agli altri ciò che non vuoi venga fatto a te”.
Loro invece – all’ex Distretto militare ora Ingegneria – hanno tolto tutte le iscrizioni che avevano campeggiato per anni sulla facciata principale. Hanno tolto la targa di marmo “Distretto” che stava a fianco all’ingresso e hanno tolto pure la scritta grossa sul frontone in cima al tetto “Caserma G. Mameli”, dando pure una bella ripulita alle tracce vecchie ma che ancora si vedevano, avanzate dal “Baranj”. Mo’ non c’è più niente. Tabula rasa. Tutto bello bianco. Dice: “Vabbe’, ma manco ci sta più il Distretto e se non c’è più né distretto e né caserma, perché ci dovrebbero lasciare scritto sopra: Distretto e Caserma? Mo’ c’è un’altra cosa”. Ho capito, ma manco al Pantheon a Roma non c’è più il Pantheon di Marco Vipsanio Agrippa. Anzi, dentro ci stanno le tombe dei Savoia. E allora tu che fai adesso: levi la scritta di Vipsanio Agrippa e ci metti quella di Alemanno e dei Savoia?
Ma non è tutto: sui libri ufficiali dei postfasci di Latina – assessorato provinciale alla cultura in primis che ci ha messo i soldi e l’imprimatur – c’è scritto che progettista del Distretto (ora Ingegneria) sarebbe stato l’architetto Ernesto Caldarelli, che avrebbe progettato anche la Questura e l’Istituto tecnico commerciale “Vittorio Veneto”. Ora sul Vittorio Veneto non ci sono dubbi: questo sì lo ha progettato proprio l’architetto Caldarelli ma – sul piano estetico – chiunque ci passi davanti si rende conto che tra lui e i primi due c’è un abisso. Mentre il Vittorio Veneto è difatti ampolloso, pesante e retorico, il Distretto e soprattutto la Questura sono di un’altra consistenza estetica, con leggerezza di forme e assoluta purezza di disegno. E difatti non sono opere dell’architetto Caldarelli bensì di un altro, e cioè dell’ingegnere Olindo Ricci, come già appurato nel 1995 da Annibale Folchi che consultò i documenti d’archivio. Ergo, nel caso che a un qualunque studente di ingegneria a Latina venisse comunque e per conto suo la voglia di andarsi a studiare un po’ di storia della città e della sua fondazione, quello che imparerebbe dai testi ufficial-cittadini di riferimento è che la sua attuale facoltà di ingegneria – benché si tratti in realtà di un ottimo prodotto di architettura dell’ottimo ingegnere e suo collega Olindo Ricci – è invece opera di un architetto, ossia Caldarelli. E se lo interrogano all’esame ci giura pure sopra. Dice: “Vabbe’, ma che ti frega a te? So’ affari del Preside in fin dei conti”. Vero. Però su quei muri – insieme alle lapidi dell’ingresso e alle iscrizioni sul frontone sia vecchie che nuove – stava scritta non solo la storia intera dell’edificio, ma quella delle varie fasi che ha attraversato la città, damnatio memoriae compresa. Mo’ tu ne hai fatta una carta bianca – non c’è più niente – e tra qualche anno, quando saremo morti anche gli ultimi che andavamo lì, a farci controfirmare le licenze dall’ufficiale di picchetto, nessuno saprà mai che lì dentro c’era una volta il distretto militare e, dentro le aule in cui adesso formi i nuovi ingegneri, c’erano le camerate con le brande in cui dormivano i soldati e, la notte, piovevano anche i gavettoni sulle reclute. Di fianco però – sulla facciata verso l’ex campo profughi – con le lettere di marmo a mezza altezza sulla cortina di mattoni, ora hanno scritto di bel nuovo: “Facoltà di Ingegneria”. Hanno usato i caratteri d’epoca – fasci, diciamo – in giusto tono con il monumento e così, tra qualche anno, chiunque passerà di lì non potrà non essere indotto a pensare che a Latina la facoltà di Ingegneria, ed esattamente in quel posto, ce l’aveva già messa il Duce appena fondata Littoria. A meno che non pensi – visto come insegniamo ai giovani la storia – che tutta Latina, insieme a ingegneria, sia stata fondata l’altro giorno da Silvio Berlusconi e dal sindaco Zaccheo.
Negli ultimi mesi, infine, a Latina-Littoria abbiamo rimesso a posto anche il centralissimo edificio costruito nel 1934 dalla Riunione Adriatica di Sicurtà – una compagnia assicuratrice – sulla piazza della Prefettura. Era un bell’edificio anche questo, giocato sul contrasto tra intonaci e cortine di mattoni. Sulle facciate c’era giustamente anche qui, come usava allora e come è rimasta per oltre settant’anni, un’altra bella scritta con le lettere grosse di marmo, destinate a ricordare a tutti – ai vivi e contemporanei, ma pure ai posteri – l’evergetica compagnia: “Riunione Adriatica di Sicurtà”, appunto. Che pure lì, quando ci passavo sotto da ragazzino, non facevo che chiedermi: “Ma che vuol dire?”. Comunque adesso le hanno levate anche lì, e le scritte non ci sono più. Pare che la Riunione Adriatica di Sicurtà abbia man mano venduto tutti gli appartamenti – non sono più i suoi – e quindi loro hanno levato anche la scritta: “Il padrone so’ io adesso”. E il comune non gli ha detto niente. Dice: “Ma a Latina non c’è una Soprintendenza?”. Sì, la Soprintendenza. Ma beato a te e le Soprintendenze. Aspetta che arrivi a Roma qualcuno di Latina, e vedrai se non siamo davvero capaci di andare a levare Marco Vipsanio Agrippa da là sopra: “Mica è più tuo st’appartamento”.
Dice: “Vabbe’, ma il gruppo rionale Barany invece, che fine ha fatto?”.
Ah, m’ero scordato.
Pure quello naturalmente – il gruppo rionale del partito fascista alle Case popolari di Littoria, sulla piazzetta che adesso chiamano “Nicolosi” – è durato poco. Anzi, ancora meno del Distretto. Mica ci potevamo tenere, del resto, un “gruppo rionale del Pnf”. Siamo seri. Subito dopo il 25 luglio 1943, però, nessuno lo aveva toccato per più di una settimana. Nessuno difatti a Littoria ha toccato assolutamente niente il 25 luglio, manco un fascio sopra i muri, manco un busto del Duce. Gli unici in tutta Italia, sempre per la storia del debito e della terra, evidentemente. Gli altri già dalla mattina alle sei stavano con le mazzette e gli scalpelli. E quindi nessuno ha toccato nemmeno la sede del “gruppo Barany”.
Ma dopo una settimana e visto che nessuno peraltro veniva nemmeno a riaprirselo – e sentito soprattutto che da dietro la saracinesca usciva un fortissimo odore come di formaggio che aveva già inondato tutta la piazzetta, mentre in giro dappertutto c’era una fame, la fame di guerra, che ti correva appresso – le donne della Case popolari si sono date tutte una voce e hanno buttato giù la porta. E dentro era pieno di forme di formaggio grana, provolone e parmigiano. Pieno in ogni stanza. E loro hanno fatto provvista. Pareva l’assalto al forno di Renzo Tramaglino. I Promessi sposi. Con la gente che strillava: “Guarda questi qua: noi a morire di fame e loro a nascondersi il formaggio”.
“Poi vai a sapere”, dice Alfio Calcagnini mentre lo racconta – lui era un ragazzetto allora, abitava proprio lì vicino – anche se è comunista: “Magari lo tenevano lì per una distribuzione”.
Ora è chiaro che Barany non c’entri niente con la storia del formaggio. E’ chiaro anche che tu non ti potevi tenere per forza e fino a adesso – e per tutti i secoli dei secoli che verranno – un gruppo rionale del Pnf o un Distretto militare. La storia va avanti. Certe cose prima servono e dopo non servono più. Te ne devi liberare e andare avanti. Però è anche chiaro che questo Camillo Barany, qualche cosa a questa città l’aveva data. Mo’ non sarà stato giusto e sarà stato sicuramente sbagliato, però quando questo è morto in Africa stava alla testa di centinaia di soldati-contadini littoriani come lui. C’erano pure i miei zii là in mezzo e chissà quanti nonni e zii – bonificatori dell’Agro Pontino e fondatori di Latina-Littoria – di tutti noi. Sono i nostri Antenati. Lares et Penates. E ad Arborea già Mussolinia di Sardegna c’è ancora una via e una pineta – con una stele in mezzo – a ricordare ai posteri Camillo Barany. Noi lo abbiamo scancellato dappertutto. Dice: “Era un fascista”. Ho capito. Però è un mio Antenato. E come diceva mio zio Adelchi colono veneto, che aveva combattuto con lui in Africa Orientale: “Povero Barany: se fosse campato solo altri due anni, magari lo copévimo diretamente nantri”. Le leggi razziali. Prima lo cacciavamo dal partito e poi dall’Opera combattenti – “Licenziato!” – e quando poi s’è fatta l’ora buia, magari, caricavamo davvero pure lui e la sua famiglia su un vagone piombato per Mauthausen. Poi dice l’infamità.
Tornando ad Arborea, c’è una terza consonanza che la lega però – nell’anima e nel Genius loci – a Latina, ed è costituita dalla cura religiosa dei salesiani. A Mussolinia-Arborea arrivano difatti nel 1936 e mettono in piedi quella che è tuttora l’unica parrocchia; in fin dei conti sono solo 4mila abitanti.
A Latina invece siamo 120mila e le chiese oramai si sprecano, ma fino a metà degli anni Cinquanta c’è stata solo S. Marco, retta dai salesiani arrivati nel 1933, ed è attorno a loro – nel bene e nel male, perché ancora mi ricordo quando facevo il chierichetto la domenica mattina e dopo la messa delle 11, in sagrestia, mentre noi ci sbrigavamo a togliere i paramenti al parroco per poterci togliere anche noi le tonache e scappare, arrivava sempre e regolarmente il sindaco (Dc) a prendere gli ordini e farci perdere tempo: lui si inginocchiava e ripeteva per filo e per segno tutto quello che avevano fatto o che stavano per fare e il parroco, don Angelo, lo mazzolava bene bene “Questo sì e questo no” e quello rifaceva umile: “Sì sì, don A’, va bene” – che s’è costruita la comunità.
Il fascio in fin dei conti era durato solo una decina d’anni – dal ’32 al ’43 – ma i preti sono durati sempre e tutti andavamo all’oratorio: recite, serate, gite, giochi, la colonia al mare di Rio Martino, il cinema, il teatro. E lo stesso deve essere stato ad Arborea – lo stesso background dovevano avere in fin dei conti pure quei salesiani – e le stesse canzoni dobbiamo aver cantato tutte e due le comunità: prima Fuoco di Vesta e Giovinezza, poi Valsugana e Mazzolin di fiori, Tantum ergo e: “Don Bosco ritorna / fra i giovani ancor, / ti aspettan frementi / di gioia e d’amor”.
E difatti pure ad Arborea, come a Latina, c’è la statua di Maria Ausiliatrice in piazza e quella di Don Bosco con a fianco San Domenico Savio in chiesa. Anzi, un quadro con Don Bosco e San Domenico Savio l’ho trovato pure in una sala parrocchiale, dentro la canonica, a Borgo Cervaro in Puglia, nel Foggiano, vicino Segezia, e ricordo che quando l’ho visto mi si è stretto il cuore, perchè sull’altra parete della stanza, quella di fronte a Don Bosco, c’era pure Santa Maria Goretti: i santi nostri, Santa Maria Goretti soprattutto, che anche se non ci credo più, però quando li vedo così, lontani da casa, mi pare proprio d’essere tornato a casa, nella casa che adesso non c’è più e che ho abitato da bambino.
E questi, ad Arborea, hanno ancora la “grotta di Lourdes”, un montarozzo di pietre – il nostro era di tufo – con la grotticella e le statuine di marmo della Madonna e dei tre pastorelli. Ce l’avevamo pure noi a S. Marco la grotta, dentro il recinto dell’oratorio – proprio di fianco alla chiesa – e prima di iniziare a giocare ci facevano dire le preghiere, e lì davanti si pregava ogni volta prima della partenza per le gite, sui pullmann sgangherati blu dell’Atal, Azienda trasporti automobilistici Littoria, prima, e Latina poi, le corriere che avevano il rimorchio. E lì davanti, ogni anno, il fotografo ci scattava la foto di gruppo, con tutti noi arrampicati sulle panche o sulla grotta, e i preti davanti.
Ad Arborea ce l’hanno ancora. A Latina l’abbiamo buttata giù la grotta. Demolita. Per fare posto a un campetto di basket. Del resto faceva un po’ troppo folklore “paesano”, provinciale. Oramai S. Marco è cattedrale e hanno buttato giù pure l’altare che aveva fatto il Duce, e i marmi bianchi e neri che aveva messo lui, e la balaustra e il pulpito. Abbiamo rifatto tutto moderno, coi marmi colorati e gli ori di lusso. Mica siamo Arborea. E a me mi si è ristretto il cuore – proprio un tuffo, un llanto – quando di fianco alla chiesa all’improvviso, a Mussolinia di Sardegna ora Arborea, mi sono ritrovato davanti alla grotta di Lourdes. Mi pareva proprio di stare lì di nuovo ad aspettare da un momento all’altro, coi calzoncini corti e i sandaletti ai piedi, che arrivasse la corriera col rimorchio per portarci in colonia a Rio Martino e di sentirmi proprio sbattere sul fianco, nella sacchetta di tela a tracollo, il pane e la frittata preparatimi da mia madre.
(Dice: “Ma questo è pensiero nostalgico!”. E sarà quello che ti pare a te, che me ne frega a me? Io sono d’accordo con Antonio Pascale, e Scienza e sentimento è un libro che si dovrebbe far studiare a forza in ogni scuola. Pure alle elementari e alle veline: i pomodori di adesso sono difatti meglio di quelli di una volta, non si discute. E se Pascale vuole, vengo pure io sotto casa di Citati a fare una dimostrazione coi cartelli “Viva i pomodori di adesso”. Quello sì è “pensiero nostalgico” ed anche io sono per il “pensiero scientifico”: non esiste una età dell’oro, perduta nel passato. Il passato – a guardarlo da vicino – è sempre peggio del presente. L’età dell’oro sta nel futuro – se ci sta – ed è legata solo al progresso scientifico. Però anche io non sono che un piccolo uomo legato alle sue debolezze: che male vi fo, direbbe Trilussa, se ancora rivoglio pur non credendoci – o almeno non credendoci più come allora – le scritte sui muri e le grotte di Lourdes? E poi diciamocela tutta: Antonio Pascale ha sicuramente ragione sui pomodori, sulle patate e su tutto il resto. Non si discute. E la prossima volta, alle primarie, voto Pascale. Ma sui cocomeri no però, puttanaeva: i cocomeri non sono più quelli di una volta, compagni. Non mi state a raccontare le fregnacce: i cocomeri d’adesso fanno schifo, “slavarìa”,, come si dice in veneto, acqua slavata, sciacquatura di piatti. ‘Nzanno de gnènte. Vuoi mettere i cocomeri di una volta dell’Agro Pontino, col succo zuccherino che ti si attaccava su tutta la faccia e il collo? Vattelo a mangia’ mo’, un cocomero).
Dice: “Sì vabbe’, ma per quel Giacone che nominavi all’inizio?”. Ahò, e per Giacone evidentemente non c’è più tempo. Ne riparliamo la prossima volta.
(di Antonio Pennacchi - fonte: http://www.mirorenzaglia.org/)

Nicola Rao si immerge negli Anni di Piombo vissuti a destra

Negli anni Settanta nelle strade di Roma e in quelle di molte città d'Italia si spara per uccidere. La violenza politica è lentamente scivolata dagli scontri armati di bastoni agli agguati a colpi di pistola. Una sorta di Selvaggio West che è stato consegnato alla storia con la dicitura di "Anni di piombo". La lotta armata è ormai una realtà consolidata a sinistra quando anche i neofascisti decidono di percorrere questa sanguinosa strada. La svolta armata di Concutelli e quella molto più dura dei Nuclei Armati Rivoluzionari sono il tema portante del libro Il piombo e la celtica (Sperling&Kupfer editore, 2009) scritto da Nicola Rao. Il testo è l'ultimo atto della "trilogia della celtica" (La fiamma e la celtica del 2006 e Il sangue e la celtica del 2008) e conclude la vasta analisi condotta dal giornalista sul neofascismo italiano dalle origini ai giorni nostri.
Può descrivere il quadro politico che l’Italia viveva nei cosiddetti “Anni di Piombo"?
"Nella metà degli anni Settanta il Paese è in fibrillazione. L'Italia appartiene all'Alleanza Atlantica, ma è una zona di frontiera nel quale si contrappongono due visioni del mondo completamente diverse. E' anche il Paese con il più grande partito neofascista, il MSI, e il più grande partito comunista del mondo occidentale. Per questo si vivono grandi paure: da un lato quello che l'Italia diventi comunista e dall'altro che ci sia una svolta totalitaria di destra con un colpo di stato. In questo clima nelle grandi città inizia una guerra civile minore che ha per protagonisti i più giovani e come campi di battaglia le strade, le scuole e le università. Roma è la città più violenta anche perché qui il numero dei neofascisti è abbastanza grosso da poter reagire".
Quindi conferma la teoria di Mario Fioravanti, papà di Valerio e Cristiano, che ha sempre sostenuto che se i suoi figli fossero vissuti in un’altra città diversa da Roma probabilmente non sarebbero divenuti terroristi.
"Per 12-13 anni Roma è stato un campo di battaglia prima tra bande opposte, poi tra giovani e servitori dello Stato".
Come si arrivò a quel punto e di chi furono le responsabilità?
"Se un fenomeno storico viene analizzato a freddo, è possibile stabilire chiaramente dinamiche e concatenazioni. Ma sei stai dentro questo fenomeno è molto più complicato. Centinaia di ragazzini che giravano per strada armati riuscivano a passare inosservati. Sembra assurdo oggi ma questo era il clima allora. I Nar erano noti a molti nell'ambiente, ma rappresentavano un mistero per i magistrati. Mario Amato ad esempio non avendo alcun elemento sui Nar ipotizzò una unitarietà e una sorta di cupola a destra che in realtà non esisteva".
Il giudice Amato fu ucciso dai Nar, quando i neofascisti decidono di sparare contro lo Stato?
"I Nar hanno iniziato colpendo gli avversari, ma poi Valerio Fioravanti decise di fare il salto di qualità ed emulare le Brigate Rosse nella lotta allo Stato. I Nar volevano così dimostrare di essere rivoluzionari e antiborghesi. Al tempo stesso volevano prendere le distanze dagli stragisti e da coloro che avevano avuto rapporti con lo Stato. Il risultato è stato che alla fine della loro storia combattevano una guerra privata contro l'antiterrorismo".
La lotta armata al sistema venne teorizzata prima dei Nar da Pierluigi Concutelli.
"Concutelli è considerato dagli stessi Nar il loro padre politico. Il suo percorso inizia come quello di tanti neofascisti con gli scontri con i compagni, il mito del principe Borghese, la militanza nel Msi per poi arrivare all'esperienza in Ordino nuovo. E' il primo insieme a Mario Tuti a indicare nelle Br un modello da imitare. Per questo nel 1976 uccide il giudice Vittorio Occorsio, il pm del processo sul Movimento Politico Ordine Nuovo. E' una scheggia impazzita, ma anche un uomo con una forte personalità . Voleva dimostrare che anche i fascisti, in quanto rivoluzionari, fanno la lotta armata".
Oggi sarebbe difficile immaginare che coesistessero nelle stesse sezioni romane i Fini o gli Urso e i Fioravanti.
"E' successo anche a sinistra. Ma la vicinanza fisica non coincide con un comune modello di vita. Dubito che Almirante o Romualdi approvassero una scelta di quel tipo e questo è testimoniato dalla richiesta della pena di morte per i terroristi e dall'invocazione alla massima durezza nei confronti dei terroristi neri".
In più parti del suo libro diversi intervistati mettono in discussione la sentenza della strage di Bologna che condannato Fioravanti, Mambro e Ciavardini perché esecutori materiali. Qual è il suo giudizio?
"Tendo a escludere che siano i Nar gli esecutori della strage di Bologna del 2 agosto 1980. I Nar sono divenuti assassini per seguire una rottura plateale con la vecchia destra stragista e per essere contro lo Stato e non al suo servizio. Non ha senso dal punto di vista storico e politico che un gruppo terroristico che è nato con questa idea poi decida di fare una strage. Anche dal punto di vista giudiziario, la testimonianza di Massimo Sparti appare insufficiente per condannare una o più persone per una strage di questa portata".
Facendo un parallelo con il terrorismo rosso, quello di matrice neofascista sembra più una reazione contro i compagni che ammazzavano i camerati e contro lo stato che in qualche modo tollerava.
"Ci sono tre elementi che distinguono il terrorismo nero da quello rosso. Sicuramente fu un terrorismo di reazione. Erano anni in cui l'antifascimo militante era un pensiero dominante che portava a definire malato chi si definiva di destra o fascista. Quando la violenza esplode, e in quegli anni era arrivata ai massimi livelli, è difficile dire chi abbia iniziato. Gli altri elementi sono poi l'emulazione verso le Br e la ricerca di discostarsi dalla vecchia destra. Questi sono gli elementi principali ma ce ne sono anche altri".
Quali sono?
"L'età media dei militanti dei Nar era molto bassa. Basta pensare che quando Valerio Fioravanti viene arrestato ha solo 23 anni ma ha commesso moltissimi crimini. I militanti rossi hanno 10 o 15 anni in più. Questo spiega anche la differente consapevolezza politica dei brigatisti e la pochezza politica e culturale dei Nar. I Nar sono stati un fenomeno limitato nel tempo e nello spazio. Infine le Brigate rosse avevano l'obiettivo preciso di abbattere il sistema per costituire uno stato comunista. Quella dei Nar è stata una guerra nichilista".
(fonte: www.tiscali.it)

mercoledì 11 novembre 2009

GIUSTIZIA PER GABRIELE

martedì 10 novembre 2009

«Meglio il mio autista», lo sfottò a Farinacci

Benito Mussolini e Roberto Farinacci. Il Duce e l’Antiduce. Ego e alter. Dall’Archivio Centrale dello Stato emergono, a sorpresa, le carte segrete del ras di Cremona. Un dossier che Farinacci, con ogni probabilità, lasciò ai tedeschi prima della sua partenza per la Germania, dopo il 25 luglio 1943, dove fu ospite (e larvatamente prigioniero) di Hitler e della sua corte. Documenti preziosi per gli storici, tra i quali spiccano alcune lettere di Mussolini al gerarca cremonese, rimaste fino a oggi inedite.
Ma prima di addentrarsi nella lettura delle carte, bisogna ricordare chi fu Roberto Farinacci. Nato a Isernia il 16 ottobre 1892, il ras padano, leader della fazione estremista del fascismo, fu un uomo intransigente e a volte spietato nella conduzione della lotta politica. A capo di un non piccolo impero finanziario, nel quale svettava il suo giornale, “Il Regime Fascista”, con diffusione nazionale e tirature più che ragguardevoli, Farinacci fu per vent’anni la spina del fianco di Mussolini. Segretario del partito per un anno, dal 1925 al 1926, fu personaggio aduso agli intrighi: ma, sebbene attorno alla persona e al suo entourage si avvertisse odore di zolfo, bisogna riconoscere che non risultano provati i suoi coinvolgimenti nei vari tentativi di rovesciare il Duce.
Il privilegio del “tu”
Su questo punto, bisogna essere chiari. Amico di Mussolini, tanto da essere tra i pochi a mantenere il privilegio di poterglisi rivolgere con il “tu”, Farinacci fu, ancora di più, il suo nemico giurato, il suo più irriducibile critico. Alle strette: se avesse dovuto scegliere tra preservare il regime e salvare la persona di Mussolini, egli non avrebbe esitato a buttare a mare il Duce per succedergli.
Il ras di Cremona, in altre parole, era tra i pochissimi a distinguere tra Mussolini e il fascismo. Mentre la totalità dei gerarchi e l’opinione pubblica identificavano il regime con il suo capo, Farinacci reputava che il bene maggiore fosse il sistema politico nato dalla rivoluzione d’Ottobre italiana. Dunque, in caso di impedimento o di inerzia di Mussolini, egli riteneva fosse imperativo categorico, e dunque suo dovere, salvare la continuità attraverso un’energica successione al dittatore.
Ecco perché le carte scoperte, dopo quasi settant’anni, aiutano a comprendere meglio la natura dialettica, conflittuale del rapporto tra il Duce e il fedelissimo infedele. Il primo documento è addirittura strepitoso. Si tratta di una reprimenda inviata da Mussolini a Farinacci, sotto forma di irresistibile sfottò. La lettera, senza data, recita testualmente: «Mio caro, ho già scelto irrevocabilmente il Ministro delle Comunicazioni nella persona di Cirillo Tambara, di professione chauffeur - quindi comunicativo! - alle mie dirette dipendenze. Saluti fascisti. Mussolini».
Non sappiamo che cosa avesse originato questa reazione. Ma è curioso che il Duce indirizzasse a Farinacci un breve messaggio nel quale, forse per mettere la mordacchia al ras, gli annunciava di avere scelto quale ministro delle Comunicazioni... il suo fedele autista personale, Tambara!
Di uguale tono intimo e cameratesco è la strigliata che Mussolini invia al capo del fascismo cremonese dopo aver letto un suo articolo sul giornale romano “L’Impero”, che evidentemente non lo aveva per nulla convinto. Nella lettera ducesca, anch’essa senza data, su carta intestata di direttore del Popolo d’Italia, si legge: «Caro Farinacci, leggo un punto del tuo articolo sull’Impero. Hai torto. Guarda di non tirare troppo la corda per non cadere in quel che allora fu chiamato “infantilismo estremista”. Cordiali saluti. Mussolini».
Il 28 marzo 1929, su carta intestata del capo del governo, il Duce questa volta approva. Incoraggia la ripubblicazione degli articoli farinacciani del periodo successivo al delitto Matteotti, durante il quale il ras, promosso a segretario del Partito, fu probabilmente determinante nel puntellare la posizione traballante di Mussolini.
Eccone il testo: «Caro Farinacci, ho letto la raccolta degli articoli che hai scritto nel secondo semestre del 1924 e durante il 1925. Sono interessanti anche a distanza di tempo e con situazioni totalmente cambiate. Il ricordo, però, non deve essere cancellato. Ti suggerisco un titolo musicale. Andante mosso. Anni 1924-25. Mussolini».
I nervi saldi del Duce
Di grande significato e importanza anche il testo, anch’esso inedito, del telegramma inviato da Mussolini in cifra, il 6 settembre 1924. Siamo a poche settimane dal rinvenimento del cadavere del deputato socialista Giacomo Matteotti - ucciso da sicari fascisti - nella campagna romana della Quartarella. Mentre infuriano le polemiche, e molti considerano scontato un cambio alla guida del governo, il Duce detta a Farinacci la linea dell’intervento che è in procinto di tenere a Firenze. Leggendo il documento, si evince chiaramente che Mussolini conserva i nervi saldi, ordinando al ras e prossimo segretario del partito di mantenere un tono assolutamente moderato, per non suscitare reazioni avverse. «Caro Farinacci» - si legge nella trascrizione del telegramma - «conviene che malgrado ambiente fiorentino tu tenga un discorso estremamente moderato che deve sorprendere tutta Italia per la sua moderazione. Devi agitare non un olivo, ma una foresta intera di olivi. Dopo Monte Amiata minaccie (sic!) o intimidazioni farebbero l’effetto del lupo al lupo. Il tempo delle minaccie (sic!) è passato. Devi toccare anche nota collaborazionista, dicendo che fascismo non respinge nessuno. Tuo discorso deve distendere spiriti popolazione. La battaglia è ormai vinta su tutta la linea. Iniziativa politica ci appartiene. Possiamo tenere linguaggio temperato perché siamo sicuri nostra forza e nostro avvenire. Mussolini».

lunedì 9 novembre 2009

Avere 21 anni ed essere "di destra"


Sono nato 43 anni dopo la fine del Fascismo. A poco meno di dieci giorni dalla morte di Almirante. Due anni prima della caduta del muro di Berlino. Non ho fatto in tempo a vivere gli scontri di piazza, le stragi di stato, il ‘68. Non sono mai iscritto al Fronte della Gioventù ma semmai solo ad Azione Giovani. Dell’extraparlamentarismo e dell’autonomia ho solo letto. Non ho nostalgia di un bel nulla. Sono nato troppo tardi anche solo per la prima repubblica. Figuriamoci per rimpiangere qualche “antico regime”.
Il rosso e il nero per me sono solo due colori.
Sono abituato a considerare questa che vivo come l’era post-ideologica. Ho il desiderio di non dovermi riconoscere in una catalogazione rigida e totalizzante, che sia pervasiva in ogni mia scelta o giudizio dettando inflessibili prescrizioni politiche ed esistenziali. Sono insofferente alla categorizzazione forzata e dovuta, ai precetti dottrinali, ai dogmi intoccabili. Ho riferimenti etici ed ambisco ad archetipi o modelli di vita ma troverei ingiusto volerli imporre ad altri. Che probabilmente non li meritano. Digerisco a stento questa democrazia generalista, intollerante e dal ventre molle. Sono stufo delle etichette, dei diktat, dei leitmotiv.
Eppure questa visione non è condivisa, anzi è osteggiata e ancora c’è chi si para dietro definizioni vecchie di un secolo o addita altri con aggettivi sconvenienti per celare pochezza politica e culturale.
Vedo destra e sinistra come “strumenti pragmatici” tesi ad operare nella società. E io ho liberamente scelto di aderire alla visione del mondo che mi qualificherebbe, anche se preferirei evitare, come di destra.
Esisteva un tempo una destra che per filiazione proveniva da Salò. Reduci sconfitti ma con onore, giovani suggestionati dal mito della causa persa, da un fascismo “immenso e rosso”. Mano mano il pensiero comune ha modellato una destra conforme a canoni che ad essa stessa rifiutava ma che per certi versi non poteva che incarnare. Paraborghese, benpensante, nostalgicamente conservatrice, sbirresca e confessionale. Un mondo retrogrado minuscolo-borghese, del “si stava meglio quando si stava peggio” o “tutto ordine e disciplina”.
Una concezione a cui molti soggetti si sono sottratti dando vita, prima che la mia generazione vedesse la luce, a esperimenti, ma soprattutto scompaginamenti, innovativi ma che non avevano bisogno di abiure. Ciò che la destra giovanile ha cercato di fare, da metà degli anni ‘70 in poi, è stato di superare tale falsariga per giungere a un momento politico nuovo. Sintesi altre, e più alte, al di là di ogni nesso ideologico. Eresie che volevano Evola accanto a Kerouac, Tolkien e Bukowski, Jünger e Fante.
Paradossalmente questo viaggio oltre i confini, questo rifiuto di ogni imposizione culturale è oggi più avversato che mai.
Ci si ritrova a fare i conti sempre con i soliti guardiani della legge dogmatica che prevede due e solo due categorie politiche a cui è prescritta una aderenza inequivocabile a fissati canoni ideologici ineluttabili.
Ma c’è chi non ci sta, chi trova strette le maglie di un sistema che vuole costringere invece che aprire, rinchiudere piuttosto che liberare.
Un rinato moto culturale, circondato da un deserto ostile, che si propone di abbattere la vecchia concezione autoritaria e ingiallita della destra come covo di conservatori avvizziti e fideistici berluscones. Ma che altrettanto vuole consegnare alla storia ogni pagina del ‘900. Ricorrendo al termine destra, non come esplicitazione politically correct ma occultando dietro ben altro, ma per semplificare un mondo talmente ampio e insofferente alle catene altrimenti etimologicamente indescrivibile.
La destra che questa mia generazione si propone vuole essere laica, pragmatica, ghibellina e libertaria.
Poco incline al condizionamento o alla tentazione di uno Stato etico, ogni presente, pervasivo, che imponga il pubblico nel privato esecrando la volontà individuale a favore di una collegiale. Distante dalle pressioni ottocentesche di un Vaticano smanioso di mettere le mani sulla pubblica decisione, orientando legge civile secondo il codice dottrinale. Una destra che sappia essere insolente nei confronti dell’egemonia etica e che si apra verso il sipario della libertà di scelta, di autodeterminazione e responsabilizzazione dell’individuo e che abbia come unico referente e garante le maglie ampie di uno Stato liberato da condizionamenti religiosi.
Con la capacità di operare nel quotidiano senza ricorrere ad antologie concettuali isolate rispetto alla società. Che abbia spazzato via il condizionamento ideologico in vista di una pragmaticità non superficiale e orientata alle necessità di un sistema dinamico in continuo scorrere. Che riesca pur sempre ad avvalersi di un sistema valoriale che non la faccia soggiacere al mero “qui ed ora”. Che dallo scontro di binomi, un tempo contrapposti, faccia sorgere sincretismi utili al fluire della collettività. Tradizione e moderno: senza che la prima sia sclerosi avvizzita su un passato troppo passato ma guida e identità del popolo e la seconda non folle corsa verso il progresso esasperato ma la costruzione del futuro per i posteri. Sociale e libero: non il ritorno ad uno statalismo oppressivo ed iperburocratizzato con “le mani in pasta” bensì verso una connubio che sappia dosare libertà e solidarietà in par misura. Senza svilire i meccanismi della libertà d’impresa ma affidandosi a nuovi modelli di azionariato popolare e partecipazione del lavoratore.
Verso la realizzazione di uno Stato che sappia essere intimamente europeo nelle sue sfaccettature intrinseche, che rifiuti guelfismo o revanscismo nazionalista di ritorno. Uno stato della partecipazione attiva e dell’apertura al confronto e al diverso. Senza più proclami di sistematica chiusura ma che sappia cogliere la sfida dell’immigrazione e dell’integrazione come occasione utile ad arricchire il patrimonio culturale italiano. Distinguendo l’immigrazione di qualità da quella scadente.
Questa è un’ idea di destra che si regge sul rifiuto dell’uguaglianza. Che sappia afferrare nelle differenze e nelle distinzioni un paradigma avverso al conformismo dominante. Che voglia difendere, e perché no esaltare, la distanza essenziale di un individuo dall’altro tutelando ogni specifica esigenza. Per questo vicino a progetti legislativi che si propongano la tutela delle minoranze e delle loro peculiarità. Dall’apertura alla istituzionalizzazione delle coppie omoaffettive alla non rinuncia della difesa della famiglia nucleare. Da un programma demografico lanciato verso il futuro e lo svecchiamento del paese.
Essere di destra a 21 non significa solo questo. Essere di destra a 21 è il rifiuto dell’ipocrisia buonista della sinistra, del fideismo imperante attorno a certi capi carismatici.
Se si è di destra a 21 è perché si è fatto un percorso. Che passa dalle sedi di partito, dalla militanza, dalla passione forte per la politica, dalle grandi delusioni, dalle piccole gioie. Corrisponde a concepire la politica come la medicina, affidabile cioè solo a chi n’è veramente competente. È capire che fare della politica un mestiere, farne la propria vita, se volta all’interesse pubblico, è più nobile di qualunque altra occupazione.
Essere di destra a 21 è il rifiuto più netto all’omologazione che questa società alienata e massificata pretende. Essere di destra a 21 anni è l’allergia al conformismo progressista o nostalgico che sia.


(di Nicola Piras - fonte: http://www.mirorenzaglia.org/)

Sansonetti. Sugli attacchi a Casa Pound


C’è una sinistra che invece di pensare ossessivamente a fare le pulci all’avversario si mette a riflettere sulla propria cultura politica. E’ una scelta scomoda che non fa audience, ma è una scelta che siamo sicuri che nel tempo sarà fruttuosa.
Tra coloro che ci stanno provando ad andare avanti, a costo di essere impopolari nel proprio mondo, c’è Piero Sansonetti, direttore de Gli Altri, ex Altro. Sansonetti ha scritto tre articoli (giovedì 5, venerdì 6 e domenica scorsa) che è doveroso segnalare. Sono dedicati alla nonviolenza, a partire dall’analisi e dalla messa in discussione della storia degli anni Sessanta e Settanta.
Lo spunto iniziale è venuto dalla polemica tra Sofri e Casalegno sulla violenza di “Lotta Continua”. Nel terzo articolo Sansonetti arriva ai giorni nostri e scrive: «Perché questa discussione sulla violenza e il ’68 è interessante, è attuale? Perché investe in pieno la questione della nonviolenza. Che non si pone come correzione di teorie e pratiche precedenti. Non può essere accettata una idea di nonviolenza senza mettere in discussione gran parte del patrimonio politico del secolo scorso».
Più in là Sansonetti entra nel merito: «Provo a spiegarmi. Non riconosco come valori miei, e della sinistra, il valore di patria, o il valore di coraggio fisico, o il valore di famiglia. Però so che questi sono valori fondamentali della destra, o delle correnti di opinione moderate. Ho o no la capacità di riconoscerli come tali, e dunque di rispettarli, e dunque di contrappormi a loro in maniera consapevole, senza maledizioni, senza anatemi?». Senza violenza, aggiunge. L’esempio è quello delle 14 aggressioni subite da CasaPound da parte di gruppi di sinistra. Il direttore de Gli Altri dice: «Non c’è da festeggiare, come evidentemente hanno fatto alcuni della stessa parte politica. Ma neanche bisogna stare zitti. Invece, c’è da preoccuparsi. Non credo – spiega – che, come scrive spesso Pansa, stiamo tornando al clima violento degli anni Settanta; ma non credo nemmeno che si possano sottovalutare fenomeni di violenza che servono solo a quelli che vedono come incubo la possibilità che la “Politica” possa tornare ad avere un ruolo nelle nostre città e nelle nostre strade».
Sansonetti, per parlare ai suoi che pure lo hanno aspramente criticato per avere aperto il suo quotidano ai fascisti, rilancia il tema dell’antifascismo ma cambiandolo di senso: «L’antifascismo è la lotta contro le discriminazioni, contro l’idea che la società possa essere divisa in caste, contro il concetto “leghista” di etnie e di piccole patrie, ed è lotta contro la violenza. La vecchia boria dell’antifascismo militante non ha niente a che fare con l’antifascismo moderno…».
Ci sarebbe da chiedere al direttore de Gli Altri se davvero pensa che oggi abbia senso riproporre questa categoria o se, visto il pregresso e le ripercussioni di oggi, non produca solo odio e violenza anche nella sua forma “moderna”. Bisogna però riconoscergli lo sforzo di mettere in discussione i dogmi della sinistra. Anzi, il dogma dei dogmi. Bisogna riconoscergli il coraggio di non stare zitto. E questo non è poco. E’ tanto.

Nolte: io negazionista? Lo dicono gli stupidi


"Perche' dicono che sono negazionista? Perche' una grande parte dei cosidetti intellettuali sono stupidi: non vogliono capire, non vogliono leggere e prendono di me semplicemente delle frasi che estrapolano dal contesto di un discorso facendo poi quello che vogliono".

Lo ha affermato a Trieste lo storico e filosofo tedesco Ernst Nolte divenuto il principale rappresentante del 'revisionismo storico' di quanto accaduto in Germania. Nolte e' stato oggi nel capoluogo giuliano per partecipare all'incontro 'Le premesse storiche della costruzione e del crollo del Muro di Berlino', invitato dall'assessorato alla Cultura del Comune di Trieste.

"Io ho scritto - aggiunge - molto nella mia vita. Il mio primo libro che tratta del fascismo nella sua epoca era molto lodato dal tutta la sinistra. In questo senso io fui considerato agli inizi un uomo di sinistra. Ho anche scritto per una organizzazione di sinistra. Ho risposto anche alla domanda 'perche' questo passato non viole passare? e avevo detto chiaro che il passato e' un fenomeno storico che sara' sempre presente".

"E in questo senso - spiega Nolte - avevo formulato qualche pensiero, ma cio' che non avevo nascosto e' il fatto che da qualche parte c'e' una relazione molto stretta tra bolscevismo, marxismo da una parte e nazionalsocialismo dall'altra e che molte cose sono piu' comprensibili se si capisce che il nazionalsocialismo aveva nella sua testa un nemico e questo nemico era il marxismo".

Ed ancora, "da questo punto di vista allora - precisa Nolte - tutta la situazione diventa molto piu' comprensibile, senza limitarsi invece solamente a parlare per biasimare". Aiutato quindi dall'interprete, Nolte si formula una domanda. "Ma Hitler e i suoi nei primi tempi erano o non erano impressionati della minaccia di annichilimento diretto verso i nemici di classe?.

Una cosa del resto molto semplice. Ma la gente spesso pensa che io intendo equiparare i due fenomeni: male sia l'uno che l'altro. Io non voglio dire questo, ma volevo distinguere fra le due cose e non restringermi solo a biasimarle. La gente invece sempre biasima".