domenica 22 maggio 2011

Milano o Napoli, importa poco o nulla: Silvio è cotto e la colpa è soltanto sua


Il 25 luglio 1943 cadde il regime fascista. Benito Mussolini venne abbandonato dalla maggioranza del Gran Consiglio e si dimise dall’incarico di capo del governo. Ci sarà un 25 luglio anche per Silvio Berlusconi? Credo che lui cominci a temerlo. Il Cavaliere non lo confesserà mai. Eppure, essendo un leader politico accorto, non può evitare di pensarci. L’aria che sente girare attorno alla sua premiership non è più quella del 2008, l’anno del trionfo elettorale. Spira un vento freddo, il cielo si è coperto di nuvole nere, vola minaccioso l’uccello padulo, segno di sfortuna e di trappole in vista.

Dunque non è assurdo immaginare che il premier possa trovarsi all’inizio di una crisi senza rimedio. Una di quelle tempeste improvvise che neppure la consumata abilità del Cavaliere riuscirebbe ad evitare. Tuttavia, se vedremo un bis di quanto accadde 68 anni fa, sia pure molto meno cruento, non avverrà per una congiura di palazzo, interna al suo partito e favorita da amici-nemici esterni. Se Berlusconi cadrà, sarà per colpa, o per merito, di un solo cospiratore: lui stesso.
Un primo segnale allarmante è venuto dalle elezioni comunali di Milano. Qui il centro-destra si è svegliato dal sogno della vittoria ininterrotta, per precipitare nell’incubo di una batosta imprevista. Può ancora sperare nel secondo turno. Ma se anche Letizia Moratti riuscisse a sconfiggere Giuliano Pisapia, i guai per il Cavaliere non potranno dirsi svaniti. A cominciare da quelli che lo riguardano come persona.

Berlusconi è un signore ormai anziano. Anzi è il più anziano tra i tanti capi di governo europei. Alla fine di settembre compirà 75 anni, che non sono pochi anche per uomo energico e di grande vitalità come è lui. Dal momento che io ho un anno in più, so quanto sia fastidioso il peso dell’età. La forza fisica diminuisce. La lucidità si appanna. C’è chi diventa apatico e chi litigioso, condizioni entrambe rischiose.

Se fai un passo falso, lo ritieni un momento di difficoltà dovuto al caso e transitorio. Se i passi falsi aumentano, credi sia colpa di un complotto montato per farti sbagliare. I tuoi errori ti sembrano secondari. Non vedi che l’ambiente attorno a te sta cambiando in peggio. Quando perdi una battaglia importante, attribuisci la sconfitta a qualcun altro, mai a te stesso.

Lo si è visto nel caso di Milano. Anche Berlusconi si sarà detto che a perdere il primo match è stata la signora Moratti. E che con un altro candidato sindaco il centro-destra avrebbe vinto. In realtà, a causare la sconfitta è stato il Cavaliere. Si è presentato agli elettori come un leader ringhiante e non come una calma forza tranquilla. Il suo rapporto con la Lega si è rivelato debole.
La campagna ha messo in luce un errore dopo l’altro. Il più grave? Quello di essere stata troppo rissosa e dai toni eccessivi, come gli ha rimproverato lo stesso Fedele Confalonieri, il suo gemello. Diretta a difendersi dall’assalto degli avversari (media e magistrati) e non a convincere gli elettori di centro-destra della validità dell’amministrazione morattiana. E più in generale dell’efficienza del governo. Infatti molti dei suoi supporter si sono astenuti dal voto.

Come sempre accade, la sconfitta ha fatto riaprire il libro delle tante occasioni mancate dal governo Berlusconi. Qui è inutile elencarle. È sufficiente rammentarsi della rivoluzione liberale sempre promessa dal Cavaliere. E confrontarla con gli scarsi risultati ottenuti in tanti anni di potere. Troppe pagine bianche, troppe battaglie mai ingaggiate.

Berlusconi ha visto afflosciarsi anche il proprio partito. Il Pdl non è quello di due anni fa. Ricorda sempre di più il gruppo avversario, il Pd e il corteo delle sinistre aggregate. Entrambi i blocchi sono frantumati. Di qua e di là stanno emergendo piccole oligarchie personali, e anche semplici clan d’interessi. Frattaglie che non riescono a trovare un accordo duraturo e non rispondono più al leader.

La maggioranza di governo non è soltanto minata da un margine ridotto. È diventata diversa e peggiore. L’uscita del nucleo finiano è soltanto una delle cause di uno sfacelo che minaccia di aggravarsi. I cosiddetti Responsabili sono una squadra di fantasmi. Nascono partiti assurdi, con appena uno o due parlamentari. Il rischio è di trovarsi con una razzumaglia di fazioni ingovernabili. Che ricorda da vicino il caos della Repubblica di Weimar, quella che regalò alla Germania l’avvento di Adolf Hitler. Purtroppo toccare ferro non basta. La Lega di Umberto Bossi, anch’essa in perdita secca di voti, soprattutto al Nord, è sempre più tentata di giocare da sola. Se finora non l’ha fatto è perché teme che il distacco da Berlusconi provocherebbe la caduta governo. Aprendo la strada a un ministero di emergenza o alle elezioni anticipate. Tuttavia l’insoddisfazione della base leghista è grande. E ha prodotto un’astensione mai vista. Dopo la sconfitta di Milano, Giuliano Ferrara, un opinion maker che conosce bene il Cavaliere e di certo non gli è ostile, ha scritto su “Panorama”: “Berlusconi non ha alternative davanti a sé: o riprende l’iniziativa politica o finisce nel bunker”. Ma il Cavaliere è in grado di fare la prima cosa e di evitare la seconda? Temo di no.

La sua immagine è ben più logorata di un tempo. L’ultima inchiesta della Procura milanese, fondata o meno che sia, un risultato l’ha già raggiunto. Agli occhi dello stesso elettorato di centro-destra, Berlusconi appare un personaggio troppo diverso dai cittadini senza potere che l’hanno sempre votato. Un ricco sfondato che spende e spande per arruolare ragazze da invitare ad Arcore. Pronto ad ospitarle in case di lusso (ricordate l’Olgettina?). E disposto a favorirle in tutti i modi, compreso un seggio da consigliere in un’assemblea regionale importante, la Lombardia.


Quello di centro-destra è un elettorato popolare. Dove sono tante le famiglie che campano con stipendi da poco, piene di figli che non trovano lavoro e non possono comprarsi una casa, con figlie cresciute non certo per fare le escort. Da loro la vita privata del premier è stata avvertita come un’offesa. Che andava punita con l’unica arma possibile: negargli il voto.

Dopo i ballottaggi, e comunque si concludano, quale futuro attende il premier? Ogni giorno di più, il Cavaliere appare un monarca non ancora spodestato, ma con un regno pieno di crepe che si allargano. In tanti ci domandiamo che cosa sarebbe il centro-destra senza Berlusconi. In realtà la domanda da fare è un’altra: che centro-destra può essere quello guidato da un uomo che si ostina a ritenersi indispensabile. E ripete di continuo: senza di me, l’Italia moderata finisce, dopo di me ci sono soltanto i comunisti con le bandiere rosse, le moschee e Zingaropoli.

Però il Cavaliere rifiuta qualsiasi cambio. Anche se gli eredi giusti esistono, a cominciare da Giulio Tremonti. Berlusconi non vuole sentirne parlare. Ma allora non resta che il bunker, l’ultima ridotta, la trincea della disperazione. Sono tutte vie di fuga suicide, come ci dimostra la storia. Nel bunker non si vive, si sopravvive. Soprattutto in una fase delle vicende mondiali dove tutto muta con la velocità della luce.

Mentre la Prima Repubblica stava agli sgoccioli, un politico di insuperabile cinismo, Giulio Andreotti, a proposito di un suo ennesimo governo disse: “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Era diventato il motto di quell’epoca. Sappiamo tutti come è finita.

(di Giampaolo Pansa)

giovedì 19 maggio 2011

Blondet: Bin Laden non è morto, ecco la mia verità


«La morte di Bin Laden? Il classico film americano: Clint Eastwood che uccide qualcosa e il gran finale rubato al film Master and Commander». Lo dice a ilsussidiario.net il giornalista e scrittore Maurizio Blondet. Già inviato di Oggi, Il Giornale, Avvenire, Blondet è un grande esperto di tesi cospirazioniste, ad esempio sugli attentati dell’11 settembre 2001 che furono, per Blondet, «un’autoaggressione». Nel libro 11 settembre colpo di stato in Usa, Blondet sostiene la tesi che dietro all’attacco alle Torri Gemelle ci sono lobby militari industriali, petrolifere, politiche ed ebraiche. E a proposito dell’uccisione di bin Laden, si tratterebbe solo di cattiva narrativa data in pasto a un’opinione pubblica ignorante, quella americana, per coprire ben altri scenari.

Blondet, la stessa Al Qaeda ha riconosciuto che Osama Bin Laden è stato ucciso. Questo non ha fugato ogni dubbio?

Mi scusi, ma chi ha detto che Osama è morto? Dove l’ha letto?
Lo hanno riportato alcuni siti fondamentalisti islamici.

Ecco, appunto. Anche lei potrebbe aprire un sito che si dichiara fondamentalista e dire che Bin Laden è stato ucciso.

Dunque lei rimane dell’opinione che Osama non sia stato ucciso? O che è morto anni fa e sia stato ritirato fuori per motivi propagandistici americani?

Ma io non lo so, questo. Morto, vivo, non lo posso sapere. Il problema è un altro, è intendersi su cosa sia Al Qaeda. Al Qaeda è un organismo identificato o no? Direi di no, è piuttosto una galassia di organismi, di cellule. Bisogna ricordarsi che cos’era Al Qaeda quando è nata, innanzitutto. «Al qaeda» significa «data base» ed è il nome che gli diedero gli americani quando fondarono questa organizzazione che - è bene ricordarlo - è stata messa in piedi dagli Stati Uniti per combattere i sovietici in Afghanistan. Si trattava di una lista contenente i capi guerriglieri islamici disposti a combattere i russi con il sostengo americano. Tra questi, uno dei capi guerriglieri si chiamava Osama Bin Laden. L’assistenza a questa struttura veniva dato dai pachistani, che con il loro famoso servizio segreto decisamente anticomunista erano ben contenti di combattere i sovietici.

E quindi?

Quindi, intorno all’anno 2000, è successo qualcosa. Ci sono state delle ribellioni all’interno di questa struttura, che per gli americani non aveva più alcuna funzione pratica dopo che i sovietici se n’erano andati dall’Afghanistan. Il problema però divenne questo: quando sei un guerrigliero, quando hai depositi di armi sparsi ovunque che ti hanno fornito gli americani, che fai quando la guerra è finita? Vai a cercarti un lavoro in banca? Ovviamente no: rimani un guerrigliero. Pensiamo all’Italia, ai garibaldini. I garibaldini erano un’organizzazione terroristica, degli irregolari mandati in missione al posto dell’esercito piemontese. Quando la guerra finì, i garibaldini furono assorbiti con vari compiti paramilitari, ad esempio la guardia campestre, perché l’esercito sabaudo non voleva questi terroristi nelle proprie file. Al Qaeda invece è stata abbandonata ed è questo l’errore fatto dagli americani. Quando utilizzi mezzi illegali per degli scopi, poi ne devi pagare il prezzo. Così i membri di Al Qaeda si sono messi in proprio, hanno cercato dei finanziatori. È interesse americano dire che Al Qaeda esiste, Al Qaeda esiste ovunque gli americani abbiano degli interessi da difendere. In quei posti c’è Al Qaeda da combattere. Questa è la mia tesi, naturalmente ci sono anche altre tesi.

Cosa ne pensa dell’operazione «Geronimo», durante la quale è stato ucciso bin Laden o chi per lui?

Penso che sia semplicemente ridicolo che nessuno abbia potuto vedere il corpo di questa persona uccisa. Mi stupisco che si possa credere a una versione dei fatti come quella propagandata dal governo americano. Prima di portarlo sulla nave da dove l’hanno poi gettato in mare, quel cadavere ha fatto sosta alla base americana di Bagran, la più grande di tutto l’Afghanistan, dove stazionano sempre centinaia di giornalisti. Ebbene: qual era il problema a mostrare anche solo per cinque minuti il cadavere alla stampa?

Per cui?

Per cui è la solita narrativa all’americana, dove nessuna guerra finisce mai senza che il buono spari al cattivo dopo essersi affrontati nel duello finale.
La mia idea è che la persona uccisa non fosse Osama, ma un qualche importante mediatore tra talebani e pachistani. Di fatto, quella persona non viveva in una situazione di protezione pachistana. Era vicino a una caserma, protetto da mura e filo spinato, non mi sembra il posto dove ci si nasconde, ma piuttosto una copertura di protezione governativa. Da tempo una parte dei servizi segreti pachistani sta trattando con i talebani, è risaputo. Addirittura si sa di un apripista di accordo con il presidente afgano e i talebani per fare un governo insieme con la protezione della Cina, di cui da sempre il Pakistan è ottimo amico. Tutte cose che agli americani non piacciono, ovviamente, per cui questo blitz mi sa tanto di azione punitiva americana nei confronti dei pachistani, ed è possibile che gli americani abbiano distrutto una possibilità di tregua e quindi di pace in Afghanistan. Poi ovviamente un po’ di teatrino propagandistico: tirare fuori la morte di bin Laden, tanto per chiudere un conto che durava da dieci anni e che ormai mostrava un po’ la corda.

Un’operazione elettorale di Obama, dunque.

No, questo non direi. Se si votasse domani allora sì, ma si vota fra alcuni mesi e gli americani quando votano sono più interessati all’economia, ai problemi della disoccupazione. Gli Stati Uniti sono oggi un impero in declino, che peraltro ha portato alla rovina anche il resto del mondo occidentale.

Le sue teorie sull’11 settembre 2001: dieci anni dopo, lei le conferma?

Ancora più di prima. Vede, io in quei giorni ero inviato speciale negli Stati Uniti. Ho parlato con i pompieri di New York, ho parlato con piloti dell’Alitalia. Nessuno crede che se hai fatto un corso di addestramento su un Piper sei poi in grado di guidare un 747. È del tutto impossibile. Inoltre, i voli di linea sono costantemente guidati da terra. Un 747 si può schiantare su un grattacielo solo se sul grattacielo è stato posto un radiofaro che lo guida. Un conto se è un jet militare, ma nessuno poteva portare un 747 sulle Torri Gemelle da solo. Sono favole che vengono date in pasto all’ignoranza tecnica della gente comune che pensa non ci sia differenza tra pilotare un volo di linea e un aereo turistico.

E il motivo di tutto questo?

Gli americani ogni settant’anni hanno bisogno di una guerra, di fingere un attacco nei loro confronti. Pearl Harbor, il finto attacco spagnolo che portò alla conquista di Cuba. Tutta la storia americana è fatta di atti delinquenziali per giustificare le guerre. Quello dell’11 settembre è stato certamente più grosso degli altri da far ingoiare all’opinione pubblica.

E Obama?

Obama come ogni altro presidente americano è solo una figura vuota, non è altro che il portavoce di sistemi di potere, gruppi industriali, lobby economiche. Se Obama agisse diversamente, ci sarebbe subito un assassino solitario che lo fa fuori.

Come Kennedy?

Certo. Kennedy aveva minacciato atti di indipendenza ed è stato vittima di questo. Agli americani è facile far credere qualunque cosa, anche che bin Laden sia stato sepolto con un rito islamico mentre invece non è per niente così. Ma gli americani non sanno nulla dell’islam.

(di Paolo Vites)

Dove va Gianfranco Fini?


Battuti anche dal movimento a Cinque stelle di Beppe Grillo nelle ultime elezioni amministrative, i finiani si consolano dicendo che "senza di noi non si vince"; certo è che l’esperienza di Futuro e Libertà alla prova delle urne non è stata esaltante. Secondo Marco Tarchi, professore ordinario presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università di Firenze, il partito di Gianfranco Fini “è un contenitore privo di un’univoca forma programmatica”.

Innanzitutto, dice Tarchi, “all’interno di Fli sono confluiti soggetti uniti solo da motivi di frustrazione nei confronti dei dirigenti del Pdl: ex missini, e un numero non indifferente di opportunisti convinti di aver puntato su un cavallo vincente. Era difficile immaginare da questo amalgama confuso potessero scaturire candidature di alto profilo e i risultati sembrano dimostrare che il neonato partito ha già il fiato corto”. Se lasciasse la presidenza della Camera in questo frangente, Fini perderebbe gran parte della visibilità di cui gode: “Tanto più che nell’incompiuto Terzo Polo ha concorrenti alla leadership che lo metterebbero in ombra: oggi Casini, in un ipotetico domani Montezemolo. Restare dov’è gli conviene, ed è l’unica considerazione che gli interessa”.

Battuti anche dal movimento a Cinque stelle di Beppe Grillo nelle ultime elezioni amministrative, i finiani si consolano dicendo che "senza di noi non si vince"; certo è che l’esperienza di Futuro e Libertà alla prova delle urne non è stata esaltante. Secondo Marco Tarchi, professore ordinario presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università di Firenze, il partito di Gianfranco Fini “è un contenitore privo di un’univoca forma programmatica”.

Innanzitutto, dice Tarchi, “all’interno di Fli sono confluiti soggetti uniti solo da motivi di frustrazione nei confronti dei dirigenti del Pdl: ex missini, e un numero non indifferente di opportunisti convinti di aver puntato su un cavallo vincente. Era difficile immaginare da questo amalgama confuso potessero scaturire candidature di alto profilo e i risultati sembrano dimostrare che il neonato partito ha già il fiato corto”. Se lasciasse la presidenza della Camera in questo frangente, Fini perderebbe gran parte della visibilità di cui gode: “Tanto più che nell’incompiuto Terzo Polo ha concorrenti alla leadership che lo metterebbero in ombra: oggi Casini, in un ipotetico domani Montezemolo. Restare dov’è gli conviene, ed è l’unica considerazione che gli interessa”.

l limite del presidente della Camera, conclude lo storico, “è non saper accoppiare la spregiudicatezza tattica e il senso delle opportunità, che per un politico di professione sono doti importanti, alla sagacia strategica, che gli è sconosciuta. Ogni volta che si è inoltrato su questo terreno, ha incontrato le sabbie mobili. Pronosticare dove approderà Fini con il suo progetto politico è quasi impossibile, e a complicare lo scenario c’è l’ipertrofica ambizione dell’uomo, che difficilmente gli farà accettare ruoli di secondo piano. Un fallimento di Fli avrebbe, per lui, esiti catastrofici, forse anche sul piano psicologico. Finché potrà, insisterà nel tentativo di tenere in vita questa sua creatura”.

(di Graziella Balestrieri)

mercoledì 18 maggio 2011

Wojtyla


Papa Wojtyla viene beatificato a soli sei anni dalla sua morte. Un caso unico nella storia della Chiesa che in queste faccende è sempre stata tradizionalmente cauta. Il popolo lo voleva 'Santo subito'.

Ma trascorso lo spirito dell'epoca, avido di fretta, di 'eventi', di spettacolo, io credo che Giovanni Paolo II passerà alla storia come il Papa che ha rischiato di distruggere ciò che resta della Chiesa cattolica e del senso del sacro in Occidente. E questo è, in apparenza, doppiamente paradossale. Perchè nessun Pontefice, almeno nel dopoguerra, è stato così popolare come Papa Wojtyla. Non lo è stato il problematico Paolo VI, non lo fu l'ascetico e ieratico Pio XII. Non ebbe il tempo di esserlo Papa Luciani. Solo Giovanni XXIII gli si può forse avvicinare, ma regnò cinque anni mentre Wojtyla in un quarto di secolo ha avuto più tempo per affermare la propria potente personalità. È inoltre paradossale perchè il Papa polacco, nelle sue strutture più intime e profonde, era portatore di valori spirituali forti, antichi, tradizionali, premoderni, addirittura pretridentini e quindi particolarmente adatto a rilanciare la Chiesa in un'epoca in cui, proprio in reazione ad una Modernità trionfante e dilagante che ha fatto terra bruciata del sacro, si fa sentire, prepotente, il bisogno di un ritorno a quei valori religiosi o comunque a dei valori che la società laica non ha saputo dare. Eppure mentre la popolarità di Wojtyla è andata sempre crescendo, fino all'apoteosi della sua esibita agonia e della sua morte, nello stesso tempo, sono crollate le vocazioni (crisi del sacerdozio e degli ordini monacali) e la fede, almeno in Occidente, si è intiepidita fino a ridursi, in molti casi, a una vuota forma. Come si spiega questo duplice paradosso? Con una situazione strutturale della società contemporanea estremamente negativa per il magistero spirituale della Chiesa, che però Papa Wojtyla ha contribuito, in modo notevole, ad aggravare con la sua particolare personalità e anche, e proprio, con i modi e i mezzi con cui ha raggiunto la sua straordinaria popolarità.

In linea generale la crisi della Chiesa in Occidente deriva dal fatto che il mondo industrializzato si è da tempo desacralizzato. Quando Nietzsche a metà dell'Ottocento proclama "la morte di Dio" non fa che constatare che il senso del sacro è morto nella coscienza dell'uomo occidentale. Un mondo che, come il nostro, si organizza intorno alla produzione, al consumo, al mercato di oggetti materiali o mercifica e commercializza anche ciò che è spirituale, che fa dell'economia e della tecnica i suoi punti di assoluto riferimento, togliendo all'uomo quella centralità che aveva invece nel Medioevo europeo e cristiano, non può partorire valori, tanto meno religiosi. La Chiesa però non è stata capace di intercettare le contro spinte che nascevano da questa situazione, le esigenze spirituali che, sia pur ancora minoritarie, si rifacevano vive dopo l'orgia della razionalizzazione. Perchè proprio nel momento in cui era necessario fare il contrario la Chiesa ha preferito seguire l'onda e si è a sua volta mondanizzata. Invece di opporsi ai tempi li ha cavalcati, nella speranza di non perdere del tutto il contatto coi propri fedeli. Questo calcolo si è rivelato sbagliato. Una Chiesa che si mondanizza, che partecipa al dibattito pubblico, sociale e politico vi ha forse qualche influenza e un indubbio ritorno mediatico ma quanto guadagna in pubblicità perde in presa spirituale. Del mondo ne abbiamo fin sopra i capelli e non sentiamo certo il bisogno che a esso si aggiunga e si sovrapponga un Ente che ha come compito istituzionale quello di curare le anime, per chi crede alla loro esistenza. Ecco perchè sempre più spesso in Occidente molti si rivolgono verso le religioni orientali, il buddismo, l'islamismo oppure si lasciano attrarre dai fenomeni di quella che viene chiamata la 'New Age', dall'esoterismo, dalla magia, dall'occultismo, dal satanismo o addirittura dall'astrologia, per cercare di soddisfare in qualche modo, un modo povero, confuso, lontanissimo dalla sapienza e dalla raffinatezza psicologica della Chiesa di Paolo, i bisogni spirituali cui la Chiesa, oggi, modernizzandosi e mondanizzandosi, dà sempre meno risposta. Il pontificato di Giovanni Paolo II ha esasperato questa mondanizzazione della Chiesa. Wojtyla si è occupato troppo di politica e del sociale. È nato come Papa 'politico' con la sua lotta al comunismo e ha proseguito su questa strada proponendosi come uno dei principali mallevadori dell'indipendenza della cattolica Croazia grande, che ha dato origine alla guerra di Bosnia. Sono infinite le occasioni in cui Wojtyla è entrato a piedi uniti in questioni interne dello Stato italiano, dando origine ad un malvezzo che oggi ha raggiunto livelli intollerabili. Per cui in molti lo hanno percepito più come un leader politico che come un padre spirituale.

Bazzicando troppo il mondo Papa Wojtyla ha finito per sposarne, a dispetto del suo tradizionalismo antropologico, anche le convinzioni in campo economico, appiattendosi sul concetto industrialista e prettamente modernista di Sviluppo. Già nell'enciclica Sollecitudo rei socialis, che appartiene ai primi anni del suo pontificato, scriveva:"Quando la Chiesa adempie la sua missione di evangelizzare, dà il suo primo contributo alla soluzione dell'urgente problema dello Sviluppo". E, a guardar bene, anche il suo ecumenismo è perfettamente in linea con la globalizzazione economica e col tentativo di 'reductio ad unum' dell'intero esistente al modello di sviluppo occidentale. È vero che l'idea di progresso appartiene al pensiero giudaico-cristiano, ma per lunghi secoli la Chiesa non aveva mai identificato il Progresso con lo Sviluppo, al quale anzi era stata fieramente avversa se si pensa alla battaglia condotta dalla scuola tomista contro l'economia mercantile.

Ma ciò che ha definitivamente offuscato il messaggio spirituale di Wojtyla è stato l'uso a tappeto, spregiudicato e anche abbondantemente narcisistico, dei mezzi di comunicazione della Modernità (Tv, jet, viaggi spettacolari, creazione di 'eventi', concerti, gesti pubblicitari, 'papamobile', 'papaboys'), per cui se è vero che "il mezzo è il messaggio", come diceva McLuhan, ha finito per confondersi con essa. Quando un Papa partecipa, seppure per telefono, alle trasmissioni di Bruno Vespa si mette inevitabilmente al livello degli ospiti di quel salotto mediatico. Ecco perchè la popolarità personale di Papa Wojtyla ha raggiunto le stelle ma ha lasciato la Chiesa con le gomme a terra, nel deserto del sacro. Ai suoi funerali c'era una folla immensa (come alla sua beatificazione), soprattutto di giovani attratti dall''evento', dallo spettacolo, dalle riprese televisive, dalla smania di protagonismo, ma se si entra in una chiesa italiana, ma anche francese, ma anche spagnola, cioè di Paesi tradizionalmente cattolici, in un giorno che non sia la canonica mattina di domenica quando i sepolcri imbiancati del ceto medio vanno a rendere un omaggio formale al culto e alla loro superstizione, si trovano solo quattro vecchiette strapenate, terrorizzate dalla vicinanza della morte, ma di quella folla di giovani non c'è traccia.

Una conferma clamorosa che Giovanni Paolo II avesse una scarsa presa spirituale, in contrasto con la sua enorme popolarità, la si ebbe con la guerra in Iraq contro la quale Wojtyla tuonò più volte, senza per altro riuscire a impedire al cattolicissimo Aznar di parteciparvi. Papa Wojtyla è stato popolare come può esserlo oggi una grande popstar, ma dal punto di vista spirituale la sua parola ha avuto il peso di quella di una popstar, o poco più.

(di Massimo Fini)

martedì 17 maggio 2011

Il Cav. e DSK, ovvero la differenza tra un seduttore e uno stupratore

E qui si racconta la differenza tra il seduttore e lo stupratore. E’ cosa ben diversa dalla triste e malinconica epopea di Silvio Berlusconi che, nel suo cercare le donne, ci mette sempre un suo fondo di allegria. Uno, Berlusconi, è un vecchio bambi con la barba bianca (se solo la facesse crescere). L’altro, Dominique Strauss-Kahn, è un toro spavaldo, incurante di essere toro. Quello cerca i sorrisi, l’altro, al contrario, si erge a bracconiere.
Uno, infatti, non esce dal bagno se non con le cautele della cosmesi e dell’accappatoio. L’altro, invece, se ne scappa e si mostra duro e nudo. E qui, se si rivelasse fondata la ricostruzione della vicenda di DSK fatta dall’accusa, c’è lo stupratore. Ed è cosa ben diversa dalla triste e malinconica epopea di Berlusconi che, nel suo cercare le donne, ci mette sempre un suo fondo di allegria.

Tanto Strauss-Kahn, infatti, insegue e placca la propria preda, quanto l’altro fa baciamani e dispensa fiori. E se quest’ultimo è un signore degli anni Cinquanta, l’altro, sempre sovratono, si racconta – e già il suo corpo è un racconto – con il tanfo del verro.
Lo Spirito del Tempo, si sa, ha imposto al mondo un sordo rancore contro gli uomini che amano le donne ma tanto Berlusconi colleziona bambole con l’illusione di non pagarle – amandole per amare se stesso – tanto il francese, così glamour, nel prendersi le femmine e strapazzarle, è quello che le ama per non amarle.

Forse il Berlusconi nell’amare le donne ama se stesso, ma nella metafora cucita addosso a Strauss-Kahn, con i polsi ammanettati dietro la schiena, c’è quel retaggio infame dell’odiarle, quello con cui si cerca nella donna solo un posto dove svuotare lo scroto. Insomma, ci aiuta la letteratura: tanto c’è di Boccaccio in Berlusconi, quanto di De Sade in Strauss-Kahn. Da un lato si squaderna il “Decameron”, dall’altro– a giudicare dalle notizie, e dalle foto che sono già sceneggiature – precipitano “Le 120 giornate di Sodoma” e le “Justine” perché, insomma, una cosa sono i poveri diavoli, un’altra i diavoli assatanati. E se gli italiani altro non sono che francesi allegri mentre, al contrario, i francesi sono solo italiani tristi, quando Strauss-Kahn invita una giornalista, quando se la porta in una stanza disadorna fatta solo di letto e di un videoregistratore, sta celebrando lo scannatoio ad uso d’incattiviti. Fosse pure per l’epifania privata del “danno”, come nella dedizione al più sensuale dei sadismi. Anche a dare per buona la teoria del complotto, poi, con Strauss-Kahn, il complotto è perfetto. Gli viene cucito addosso perché è il suo punto, e anche il grugno, poi è proprio debole. Non solo non lo assolve, dunque, ma lo condanna.

E chissà se dopo tutto questo condannare Boccaccio, l’arrivo di De Sade non sia proprio caduto a modo di nemesi. Tutto questo rincorrere uomini che amano le donne, l’esplorare il confine tra corteggiamento e proposta indecente, forse s’è rivelato esagerato accanimento visto che perfino a commettere reati, con una minorenne, gli si cambia la vita? La Ruby, invece di languire nella volgarità di una vita disadattata a Letojanni, è andata a farsi il ballo delle debuttanti a Vienna e se il destino del Boccaccio è certamente un viaggio per poveri diavoli sfiancati dal narcisismo, tra l’una e l’altra strada per arrivare al sesso, resta potente una discriminante: un conto, per una donna avvenente, è trovarsi in ascensore con Berlusconi, un altro, fare il sali e scendi con Strauss-Kahn. Come è facile immaginare, Boccaccio, secondo canovaccio, si profonderà in galanterie. Magari, pur di averla tra le favorite, le darà pezzi di stato ma la stessa donna, al contrario, con De Sade passerà il suo brutto quarto d’ora. Giusto perché quello, i suoi dossier, quelli del Fmi, li sfoglia solo durante una sazia sodomia.

Nella modernità, la vita, per gli uomini che amano le donne, è diventata proprio dura. Anche per quelli, tra loro, che dopo aver cantato canzoni, spesso canzoni composte di proposito per allietare le signore, da seduttori passano per stupratori. Ma nel seduttore c’è sempre un fondo di pietas. Alla trionfante Patrizia D’Addario assisa tra le lenzuola, infatti, il seduttore, cosa dice? Dice: “Mi consenta, cara, dovrebbe toccarsi di più”. E se Strauss-Kahn si lancia in una fuga nel vuoto portandosi dentro il proprio demone, Berlusconi che alla fine sta con Lele Mora ed Emilio Fede, non con spettri scespiriani, ha la narrazione boccaccesca a margine a fargli da sfondo, compreso tutto quel suo affollarsi il letto. Per non mostrarsi rapace, ma capace. Di farne festa e seduzione. E se quello, il Silvio, si compra i brividi, l’altro, il DSK, lascia i lividi.

(di Pietrangelo Buttafuoco)

sabato 14 maggio 2011

Usa: chi e' il terrorista?


L’Occidente si considera una “cultura superiore” (nuovo conio del razzismo, essendo diventato quello classico impresentabile dopo Hitler), ritiene di avere i valori migliori, anzi assoluti, e quindi il dovere morale di imporli, abbattendo dittature, autocrazie, teocrazie e quei Paesi, come l’Afghanistan talebano, dove si pratica l’intollerabile sharia (ma la sharia non c’è anche in Arabia Saudita? E che c’entra? Quelli sono alleati).

E vediamola allora, a volo d’uccello, la storia della “cultura superiore”. Dal 1500 al 1700 portoghesi, spagnoli e inglesi si specializzarono nella tratta degli schiavi (la schiavitù era scomparsa da mille anni, col crollo dell'impero romano). Ma nel 1789 arrivò la Rivoluzione francese con i suoi sacri principi: libertè, egalitè, fraternitè. Peccato che l’800 sia stato il secolo del colonialismo sistematico europeo. I “sacri principi” non valevano per gli altri.

Gli Stati Uniti, gli attuali campioni della morale occidentale, hanno alle loro origini un genocidio infame e vile (winchester contro frecce) che non disdegnava l’uso delle “armi chimiche” dell’epoca (whisky). Sono stati gli unici, in epoca moderna, a praticare, sul proprio territorio, la schiavitù, abolita solo nel 1865 e hanno avuto l’apartheid fino a 50 anni fa. Nelle ultime fasi della seconda guerra mondiale questi corifei dei “diritti umani” bombardarono Berlino, Dresda, Lipsia mirando appositamente ai civili, fra cui fecero milioni di morti, “per fiaccare il morale del popolo tedesco” come dissero esplicitamente i loro comandi e sono l’unico Paese al mondo ad aver usato l’Atomica. Sgretolatosi il contraltare sovietico hanno inanellato, in vent’anni, cinque guerre.

Il primo conflitto del Golfo poteva avere qualche ragione perchè Saddam aveva invaso il Kuwait, peraltro uno Stato fasullo creato nel 1960 per gli interessi petroliferi Usa. Ma le guerre bisogna anche vedere come le si fanno. Per non affrontare fin da subito l’imbelle esercito iracheno bombardarono per tre mesi le principali città dell’Iraq. Sotto le luminarie che ci fece vedere il prode Del Noce morirono 160 mila civili, di cui 32.195 bambini (dati del Pentagono). 32.195 bambini. Quando lo scrivo o lo dico mi immagino che i miei connazionali, “italiani brava gente”, siano percorsi da brividi di orrore. Ma non è così. In questo momento, a detta della Tv di Stato, gli italiani e le italiane sono dilaniati dal lacerante dilemma: “Poichè la moda quest’anno non ha dato indicazioni, quale dovrà essere la lunghezza della gonna la prossima estate: al ginocchio, sopra, sotto, mini, maxi?”.

Poi c’è stata l’aggressione alla Serbia del tutto immotivata (“Gli stupri etnici! Gli stupri etnici!”. I debosciati occidentali, che vanno a comprare le bambine e i bambini a Phuket, proiettano la loro ombra: vedono stupri dappertutto). I morti furono 5500. In Afghanistan sono, per ora, 60 mila, la maggioranza provocata, secondo un rapporto Onu del 2009, dai bombardieri Nato, spesso droni, aerei senza equipaggio teleguidati da Nellis nel Nevada.

Gli occidentali, si sa, hanno uno stomaco delicato, gli fa orrore il corpo a corpo, il sudore, la vista del sangue. Gli sembra più morale schiacciare un bottone, fare qualche decina di morti a 10 mila chilometri di distanza e poi andarsene a cenare a casa. In Iraq i morti sono stati 170 mila. Il calcolo è stato fatto, in modo molto semplice, da una rivista medica inglese confrontando i decessi degli anni di Saddam con quelli degli anni dell’occupazione.

Per la Libia i calcoli li faremo alla fine. Rimaniamo sul certo. Le cinque guerre occidentali hanno causato circa 400 mila vittime civili, il terrorismo internazionale circa 3500. Un rapporto di 110 a uno. E allora chi è il terrorista?

(di Massimo Fini)

Ma quanto è nobile il tirannicidio involontario


Uccidetelo involontariamente. È que­sto il mandato ipocrita alle forze ae­ree che stanno bombardando il bunker di Gheddafi e forse l’hanno già uc­ciso. Il ragionamento è il seguente: noi vo­gliamo fermare i massacri e difendere le popolazioni, se nella nostra azione capita di colpire Gheddafi, pazienza, è lui che non si scansa dalla caduta di bombe ma rimane nel raggio dei nostri obbiettivi mi­­litari. Anche l’uccisione dei suoi famiglia­ri ha risposto alla stessa logica: l’assassi­nio come complicazione procedurale, in­cidente tecnico, disguido amministrati­vo per incauta esposizione della vittima.

Non hanno il coraggio di dichiarare il ti­rannicidio come obbiettivo mirato e neu­tralizzano l’esecuzione come un effetto collaterale dell’applicazione di una nor­ma, la disposizione 1973; o peggio, come un’esuberanza della tecnica,mica una de­cisione di uomini e di Stati. Un tempo si attenuava l’orrore dei bombardamenti a tappeto con l’alibi delle bombe intelligen­ti. Ora siamo alle bombe esuberanti, che piovono come un’acquazzone, sono un evento meteorologico e meccanico, e chi non si scansa in fondo se l’è cercata lui.

L’Occidente fonda la sua superiorità sul­la tecnica - fatta di armi, mezzi e potenza -, decide vita e morte nel nome della liber­tà e della democrazia, calpesta i diritti umani nel nome dei medesimi. Non si po­ne problemi di principio né quando si ac­corda con i tiranni e li accoglie come ami­ci, come faceva fino a poco fa con Ghedda­fi e come ha sempre fatto e ancora fa con tanti regimi dispotici; né quando li uccide e bombarda le città. Le repressioni in Si­ria non suscitano operazioni di polizia in­ternazionale; le repressioni in Libia sì.

Con Assad non fummo amici e non siamo nemici; con Gheddafi no, fummo e siamo ambedue. Gheddafi quattrostagioni: ami­co, cialtrone, socio, criminale. L’abbia­mo sopportato per 42 anni, ora lo voglia­mo morto. Nessuno ci ha dichiarato guer­ra, ci ha invaso, ci ha colpito. Siamo noi che andiamo a difendere la pace con la guerra, la vita con la morte, la libertà con le bombe. Ma quale Dio ispira l’Occiden­te? Non vorrei rispondere cinicamente: l’Interesse,che si traveste da ragioni uma­nitarie.

(di Marcello Veneziani)

martedì 10 maggio 2011

De Angelis guida il Secolo: un luogo per la destra. Con Fini è finita un'era


"C’era una volta... e voglio che sia ancora". Ora che al timone non c'è più Flavia Perina (migrata tra le colonne del Fatto Quotidiano), Marcello De Angelis si prepara a inaugurare una nuova era al timone del Secolo d'Italia, storico quotidiano della destra italiana. "Torneremo a fare di questo giornale - scrive nell’editoriale dal titolo Bentornati - una bandiera e un simbolo, una piazza in cui incontrarsi e una casa comune".

Direttore De Anhgelis, che ruolo vuole dare al Secolo d'Italia?

"Già nel primo numero della mia direzione, ho voluto dare un segnale a quello che può essere il Secolo e cioè tornare ad essere il dato identificante di una comunità, storica e politica, che ha caratterizzato la recente storia del nostro Paese. Questa storia si era persa con la scelta di scogliere An ed entrare nel Pdl, ma ha ancora oggi un suo portato culturale ed emotivo che non trova riscontro in altre testate."

Qual è l'importanza per questo popolo di avere una voce fuori dal coro?

"Innanzitutto c'è il dato identificativo, il Secolo è stato una bandiera per generazioni e generazioni, anche in momenti molto critici della nostra vita personale e nazionale. In un periodo di confusione, come è stato quello recente per la destra, il Secolo può essere appunto un simbolo che può diventare motivo d'orgoglio e che permetta di proiettarsi verso l'esterno."

Verso la politica?

"Il Pdl si è dimostrato un contenitore ampio in cui c'è un po' di tutto, sia in termini culturali sia in termini di visione strategica. Dal momento che chi veniva da An ha scelto volontariamente di diluirsi nell'identità del Pdl, anche se spesso e volentieri potrebbe essere stato un impoverimento (lo vediamo per esempio nel raffronto con la Lega), si fa più stringente la necessità di dire qualcosa dal coro: sono i nostri lettori a chiedercelo."

Qual è il futuro del centrodestra?

"Ovviamente una revisione totale rispetto al centrodestra che abbiamo conosciuto nelle ultime elezioni. Questo lo vediamo anche dal teatrino di ieri in cui Bossi insultava Fini, Fini criticava Berlusconi e lo stesso Cavaliere apriva il governo a nuovi soggetti. Insomma, non è più il centrodestra che conoscevamo... Noi con la nostra storia (quella storia che viene da destra, anche prima del 1994) possiamo essere un valore aggiunto."

Quale tipo di valore aggiunto?

"Innanzitutto di lealtà. Nel 1996 abbiamo tenuta salda l'alleanza con Berlusconi quando la Lega ha fatto altre scelte. Ma anche un valore aggiunto come visione nazionale che anteponenon solo l'interesse ma anche il sentimento a scelte che a volte sono tattiche. Abbiamo combattuto perché l'Italia tornasse ad essere un Paese di fratelli e adesso possiamo far sì che questo risultato non vada perduto o che venga avvocato a sinistra."

Fini è ancora nel centrodestra?

"Dal punto di vista culturale lo è. O almeno lo deduco da quello che lui stesso afferma. Ha sempre proposto da rifondare un nuovo centrodestra e non estraniarsi da quella identificazione politica. Tuttavia è arrivato a un punto di non ritorno per quel che riguarda il percorso iniziato con il Pdl. Un'intesa tra lui e Berlusconi non è assolutamente più riproponibile: è finita un'era."

L'ex direttrice Flavia Perina adesso scrive al Fatto, lei non andrà a finire al Manifesto?

"Non credo che ci sarà una prossima volta. Io sono abbastanza conservatore nelle scelte: ho iniziato a fare politica da una parte nel 1973, quando avevo tredici anni; adesso che ne ho cinquantuno non sono così creativo delle scelte di campo. Anzi, a volte sono anche un po' ottuso: tendo a restare sempre nello stesso posto."

(di Andrea Indini)

Ecco come soccorre un italiano


Che storia ci stiamo raccontando? Dov’è l’indifferenza per la tragedia dei migranti? Dove la nostra sazietà egoista? O la grettezza di chi preferisce un cadavere africano galleggiante, pasto premio per gamberi antropofagi, alla fatica di trovargli asilo. La cosa stupefacente di questa drôle de guerre incivile non è che gli italiani di ogni ordine e grado, uomini di Stato e privati cittadini lampedusani, abbiano appena contribuito a salvare cinquecento e più naufraghi provenienti dall’inferno sub sahariano (ha ragione Silvio Berlusconi, prima o poi commineranno a Lampedusa il Nobel per la Pace in tempi di catastrofi umanitarie). La cosa incomprensibile è come nel centro del discorso pubblico si sia conficcata una narrazione bugiarda, un’autorappresentazione criminalizzante dei nostri criteri di ospitalità verso le vittime indirette dell’incendio maghrebino o verso i migranti cui questo incendio ha spalancato i porti del Mediterraneo.

L’Italia berlusconiana è uno strano animale politico che ha imparato a diffidare della chiacchiera universalista, non teorizza l’accoglienza indiscriminata ma intanto pratica la salvezza di massa. Al dettaglio o all’ingrosso che sia, con o senza l’approvazione degli euroburocrati imbelli o dei pallidi sibariti anglo-francesi buoni a far colonia in Libia ma con le porte di casa ben sprangate. C’è però un fondo di autolesionismo che ci tocca nel vivo: nel sentire comune vellicato dai mezzi d’informazione – e alimentato dalla testa quadra di chi ha confuso la battaglia antiberlusconiana con il disamor di Patria – si è andato affermando un senso di colpa antropologico in base al quale gli italiani sarebbero indegni del loro status di privilegiati. Lo sarebbero di fronte ai bambini colorati aggrappati alle trecce delle loro madri e ai sogni di tutti gli altri randagi del mare che hanno trovato una tomba di gruppo sui fondali.

Questa menzogna urlata cozza contro una verità indebolita dalla sua interpretazione corrente: sappiamo fare benissimo quel che a forza di prediche gratuite dall’esterno abbiamo preso a predicarci da noi stessi; spendiamo soldi e fatica nel soccorso immediato (anche senza languori caritatevoli) di chiunque sbarchi sulle nostre coste; abbiamo una tale quantità d’associazioni di volontariato da dover semmai dubitare che alcune di queste finiscano per concimare l’indigenza pur di non smarrire quattrini e monopoli in fatto di dolore; il nostro ministro dell’Interno, Roberto Maroni, è un leghista coi fiocchi e a una settimana dalla giostra delle amministrative avrebbe avuto ogni convenienza nel fare la faccia cattiva verso gli allogeni, invece ha subito dichiarato: “Stanno scappando proprio perché lì si continua a combattere e non possono essere in alcun modo rimpatriati”.

Certo abbiamo smesso di offrire libagioni a Nettuno e non sappiamo comandare ai suoi marosi così avidi di sacrifici umani. Ma nella nostra memoria ancestrale di naviganti e pirati e, troppo spesso in passato, naufraghi mediterranei non è mai scomparso Omero: “I mendicanti e gli stranieri sono mandati da Zeus”. Sul dio Xenios (nume tutelare degli stranieri) o in nome di Giove Ospitale la civiltà ha costruito il suo sistema di relazioni internazionali e per millenni la “sacertà dell’ospite” ha sorretto l’istinto pratico e il luogo comune che separa gli uomini dai barbari. A questa sacralità, naturalmente, ha sempre fatto da controparte la signoria della legge e dei limiti temporali di ospitalità da parte del popolo accogliente. Certe disposizioni d’animo non si perdono mai del tutto, non in Italia almeno, a giudicare dalle tante istantanee che ritraggono naufraghi neonati tra le capaci braccia dei siciliani. Tutto sta a saperlo raccontare senza complessi.

(di Alessandro Giuli)

lunedì 9 maggio 2011

Gli anni di piombo pesano ancora


La violenza di Autonomia Operaia e dei movimenti studenteschi degli anni ’70, l’eversione nera di Franco Freda, le inchieste del giudice Pietro Calogero, la paura dei professori sprangati, la rabbia di chi voleva cambiare il mondo ma aveva dei cattivi maestri. E ancora, le P38 e le sale del bar Pedrocchi, le stradine medievali di Padova e la guerriglia urbana (scatenata per scardinare i gangli dello Stato a partire da Nord-Est), i morti ammazzati dalle Brigate rosse e chi è finito in galera aspettando troppo a lungo una sentenza di assoluzione, gli appelli di Radio Sherwood e le finestre chiuse di chi non aveva il coraggio di guardar fuori.

Questo è altro troverete nel libro della giornalista Silvia Giralucci, L’inferno sono gli altri (Mondadori, pagg. 180, euro 17,50), che arriva in libreria oggi, in coincidenza con il «Giorno della memoria» delle vittime del terrorismo. La Giralucci ha vissuto sulla propria pelle gli «anni di piombo» - suo padre Graziano fu ucciso nel ’74 dalle Br durante un assalto a una sede dell’Msi - e ha svolto un lungo percorso di ricerca per capire come Padova sia stata travolta da quella spirale di violenza. Tutti ricordano il «processo 7 aprile» che ne segno l’inizio della fine. L’iter giudiziario, frutto di una lunga indagine del giudice Calogero, ebbe esiti controversi: molte accuse rivolte a Toni Negri e agli altri militanti vennero provate ma cadde l’idea di un collegamento diretto con le Br.

Silvia Giralucci ha voluto indagare e sentire le voci di chi ebbe un ruolo in quel dramma. Il risultato è un ritratto a più voci per cercare la verità, senza odio. Ottenuto raccogliendo in prima persona testimonianze di persone diversissime: il professor Guido Petter che da partigiano si ritrovò accusato di essere «servo dello Stato» e abbattuto a sprangate, la militante Cecilia Z. che tifava per la rivolta, lo stesso giudice Calogero, il giornalista del Mattino Pino Nicotri, accusato di essere l’autore della telefonata che indicava il luogo dove si trovava il cadavere di Moro.

Silvia, perché ha deciso di intraprendere questa ricerca?

«Da bambina, vidi una scritta fuori da casa di mia nonna: “Fuori i compagni del 7 aprile”. Erano argomenti di cui in casa non si parlava, ma mi è sempre rimasta nella memoria. Negli anni ho sempre sentito dire che il 7 aprile 1979 era un tabù. Io ho cercato di capire come si è arrivati lì. Non solo perché sono stata colpita direttamente, ma anche perché è una frattura, un non detto che ha coinvolto molti miei coetanei, costretti a fare una scelta di campo senza conoscere i fatti. Tra vittime delle violenze e imputati del processo non c’è mai stato confronto».

Lei si è concentrata soprattutto sul periodo precedente il processo...

«Volevo ricostruire il clima di violenza che ha portato agli arresti del 7 aprile, non la vicenda giudiziaria. Le accuse da cui Toni Negri è stato scagionato fanno spesso dimenticare tutti i fatti per i quali lui e altri imputati sono stati considerati colpevoli. Il processo non è stato solo un teorema sulle Br. Io volevo recuperare la memoria del “prima”. Le ragioni delle persone che si sono esposte personalmente, da una parte e dall’altra...».

Il suo libro da questo punto di vista è coraggioso. Mette assieme voci molto diverse.

«Sì, credo che molti di quelli che sbagliarono fossero in buona fede, non riuscirono a vedere le conseguenze delle loro azioni... L’impressione più triste che ho avuto è che chi scelse la via della violenza ancora adesso a volte non sia riuscito a rielaborare i propri errori. Si limitano a dire: “di queste storie non voglio più parlare...”».

E le vittime? Lei dedica molto spazio al caso di Guido Petter, partigiano, aperto ai movimenti del ’68 ma trasformato in bersaglio...

«Guido Petter è il nonno che tutti vorremmo avere. Non ha mai serbato rancore, eppure ha subìto cose tremende. Nonostante ciò qualcuno dei militanti di allora è ancora capace di dire che quella verso il professore era “ironia”. Eppure il suo studio venne distrutto e lui ripetutamente aggredito».

Anche Nicotri, assolto delle accuse, ricordando quegli anni ricorre a espressioni che suonano stranianti come «violenza di classe “accettabile”». Fa impressione. O no?

«Io le ho riportate come le ha dette... A molti mancò allora la coscienza chiara di ciò che stavano facendo e ancora oggi ti ripetono: “Ma era violenza la nostra o quella dello Stato?”. Giustificano la violenza perché era violenza di massa».

È tutta la città di Padova ad aver portato avanti un processo di rimozione?

«Ancora adesso questa è una città dove un consigliere comunale, del quale non condivido le idee, può finire all’ospedale. È ancora una città in cui ci sono vittime di destra che vengono considerate da molti solo vittime di una parte... Io spero che il mio libro serva a far superare questa logica».

(di Matteo Sacchi)

domenica 8 maggio 2011

Antonio Pennacchi, il fasciocomunista


Dove sta scritto che fascisti e comunisti si devono prendere a botte?». Parla Antonio Pennacchi, scrittore, promotore della lista «fasciocomunista» alle prossime elezioni di Latina. È la lista Pennacchi-Fli, Filippo Cosignani candidato sindaco. «Voglio far perdere il candidato di Silvio Berlusconi» dice «e riportare i fascisti a sinistra. Che è, appunto, la loro casa naturale».

Tanto è vero che a Predappio, nella casa natale del Duce, c’è un’unica bandiera: quella del Partito socialista. Ma forse…

Erano i fascisti quelli che toglievano ai ricchi per dare ai poveri. E qui, nell’Agro Pontino, tutto era del principe Caetani. Fosse stato per il liberalcapitalismo, per Berlusconi, tanto per capirci, qui ci sarebbero solo la palude e il principe. E invece, ecco, alza il naso da quel taccuino e guarda il fascismo in faccia. Guarda: non ti perdere questi magnifici frangivento di eucalipti e la terra fertile dei poderi. Scendi dalla macchina, vieni qua, guarda. Una fatica immane dello Stato o della Patria, o, come vuoi dire tu, segnata con il Tricolore per il popolo. E se l’hanno fatto loro, i fascisti, non posso farci niente. È la storia.
(Guardo da uno stretto ponte, in basso corre l’acqua).
Mio fratello diceva: quando muoio, spargete le mie ceneri nel Gange. Ma è questo il nostro Gange. Qui ci sono il sangue e il sudore della mia gente. È il Canale Mussolini. Ci volano gli aironi. Ma solo quando passa Ivana, mia moglie. E devi vederlo quando è in piena: raggiunge gli argini.
(Guardo e immagino. Un’opera sociale che solo il successo e il premio Strega hanno finalmente restituito alla memoria di tutti).
Non è colpa di nessuno se il merito è di Benito Mussolini…

Se l’avesse fatto un altro, invece che il predappiese, raccontare il canale sarebbe stato più facile.

Ma adesso come facciamo a parlare di elezioni se mi viene voglia di raccontare questa terra?

Per riportare i fascisti a sinistra è fondamentale il racconto. Quello di questa terra e quello della rivoluzione sociale che ebbe avvio da Mussolini.

Giusto. Tanto, il più è fatto. La lista la stiamo presentando. E ti devi candidare anche tu. Il mio cuore di romanista sanguina, ma voglio candidare anche Paolo Di Canio.

Ma forse…

Il racconto, intanto. Nessuno, per esempio, ha mai capito che cosa fu la lotta al latifondo in Sicilia. Fu il vero e più concreto attacco alla mafia.

Ne parli nel tuo viaggio nelle Città di fondazione, il tuo reportage per «Limes», la rivista geopolitica di Lucio Caracciolo, giusto?

Giusto. Il fascismo toglie i feudi ai ricchi e, costruendovi città e borghi, a difesa dei poveri vi porta lo Stato. E quando Salvatore Giuliano consuma il suo primo delitto – ricorda! – quando ammazza per rubare il grano, sta facendo un’azione da assassino delinquente e nulla più. Ma quando organizza l’assalto alla caserma dei carabinieri a Bellolampo sta diventando mafioso, e perciò nemico dello Stato. Compie un atto antifascista perché in quel borgo, nel cuore di quello che era stato solo un feudo, i militi, così come i funzionari dell’ente agrario, i maestri elementari e i preti, li aveva voluti Mussolini. Per sottrarre il territorio alla mafia e portare finalmente la legge.

Sono discorsi inauditi per la vulgata, ci arrestano.

Ma è così. Che cosa ci stanno a fare gli intellettuali, gli scrittori, l’avanguardia insomma, se non si scava nella storia per fare meglio domani? Adesso, se permetti, introduco un elemento marxista-leninista, anzi di più: un concetto chiave del presidente Mao che, sempre se permetti, è un vero fasciocomunista e forse anche più di Stalin. Più che l’unità di classe, infatti, predicava l’unità di popolo. E diceva: allargare gli orizzonti di attesa della gente. Preparare il popolo a una nuova meta. E stare sempre un passo avanti. E mai uno indietro. Altrimenti si fa come la Lega nord che, stando un passo indietro, si lascia guidare dalle masse ma senza saperle poi indirizzare.

Per Karl Marx questo è l’opportunismo di destra.

Ma mai l’avanguardia deve stare mille passi avanti. Il popolo non vede e smarrisce il proprio orizzonte di attesa.

E questo è «l’avventurismo di sinistra», giusto?

Giusto. Adesso, questi del Fli, devono mettersi un passo avanti e spiegare alla propria gente che non si può solo prendersi a mazzate coi comunisti. Ci si deve alleare. Lo fa anche Berlusconi, no? Vladimir Putin e Sandro Bondi e anche Giuliano Ferrara non sono forse i meglio amici di Berlusconi? Qualcuno lo rimprovera di stare coi comunisti? Ecco, Fabio Granata e Flavia Perina lo hanno capito. Difficile è forse spiegarlo ai miei compagni del Pd. Loro non li disdegnano i voti dei fascisti.

Ma forse...

Ma che è questo forse così continuo?

Ma non ci sono i fascisti. E quegli altri non sono comunisti. Come si fa il fasciocomunismo?

È l’asse ereditario. Quello del comunismo ce l’ha il Pd e quello del fascismo, invece, ce l’ha, e pure bello stretto, Gianfranco Fini.

Se solo non ci fosse Fini, il Fli sarebbe una meraviglia.

Ma prova a essere un tantino storicista! Ti porterei a Verona, ti porterei! E tu mi hai capito…

Ho capito, ho capito… al muro.

Il segretario è lui. E basta. E se si vuole battere politicamente Berlusconi, e non con i giudici e con l’Italia dei valori, si deve stare a sinistra. Devi sapere che tutta questa vicenda di Latina è cominciata a Venezia. Mi viene incontro un tipo in gamba e mi dice: «Io sono un fasciocomunista». Ora, quella del fasciocomunismo è un’invenzione poetica. Lo so bene perché l’ho creata io e questo che mi si presenta dicendo così un poco mi spiazza. Era Fabio Granata. Poi ci siamo visti a Roma. Con lui e con Flavia siamo andati da Fini e il discorso è stato fatto.

Con Fini?

Lui ha avuto il garbo di non chiedermi di fare il candidato sindaco. Abbiamo discusso a lungo e proprio con grande soddisfazione. Vedi un po’ che scherzi fa la vita. Chi glielo doveva dire a lui, lui che è stato sempre contro la vocazione sociale e proletaria del partito, a ritrovarsi, adesso, a guidare il Fli.

Ma il vero capo del Fli è Italo Bocchino…

E vedi, appunto, che scherzi che fa la vita! Quando l’ho conosciuto – ricordi?, a Capri, più di 15 anni fa, eravamo insieme – sembrava uno così, un moderato di destra, uno contento di fare il numero due a vita, e, improvvisamente, con l’idea di farla pagare a Berlusconi e di soffiargli quello che gli avrà soffiato, non mi diventa il capo dei fasciocomunisti?

La vita riserva sorprese anche al progetto politico più stanco. Mi dicevi di Fini…

Usciamo dal suo ufficio e fuori, davanti alla Camera, incontriamo Laura, mia sorella, ex parlamentare dei Ds, già sottosegretario del governo Prodi. «Che ci fai qui?» chiede. Sono andato da Fini, rispondo. E lei: «Che farai mai con Fini». Le risponde Perina: «Antonio dà dei consigli a Fini». Non ti dico la faccia di mia sorella: «La voglio vedere tutta, Fini che prende consigli da te!». M’è venuto un nervoso, ma un nervoso… alle solite, ho pensato, fanno sempre così i miei compagni del Pd: i voti dei fascisti non li disdegnano, purché siano sottobanco. Come i complimenti.

A proposito di complimenti, Mario Pirani mi ha detto meraviglie del tuo «Canale Mussolini».
E certo, i complimenti. Come quelli del presidente Giorgio Napolitano, quelli di Miriam Mafai, quelli di Fausto Bertinotti, ma mai una volta che uno di loro, tutti miei compagni, scriva un rigo di complimenti per smentire i loro giornali fichetti. Sempre tutto sottobanco. Come con i voti. Li vogliono ma purché i fascisti restino fuori dalla porta. Ma io sono contento di questa operazione. Riporto i fascisti a sinistra. Anche se non è una novità.

Non è una novità?
Come il milazzismo in Sicilia, ne sai qualcosa, giusto?

Giusto.

E come fu per il Pci. Tutti i quadri dirigenti, per non parlare degli intellettuali, se li presero da Salò. Io voglio portarli a sinistra e senza nessuna abiura. Altrimenti non riusciremo più a costruire un nuovo patto nazionale. Ognuno viene per quello che è.

Certo che se non ti espellevano dal partito…

Sia chiaro: non fu Giorgio Almirante a volere la mia cacciata. Lui mi voleva bene. Mi diceva: sei la nostra «promessa». Io stavo nel direttorio dei «volontari nazionali» con Alberto Rossi e Stefano Galatà. Nel 1966 partecipai alla prima scuola di partito. C’erano docenti come Nino Tripodi e Raffaele Valensise. Se permetti io ero uno che qualche libro lo leggeva. E, sempre se permetti, se non mi cacciavano sai dove stava Fini adesso? Se ne restava a Bologna. Almirante avrebbe scelto me.

(di Pietrangelo Buttafuoco)

giovedì 5 maggio 2011

Gentile chi? Storia vera di un filosofo dimenticato


Non c’è solo ignoranza, intolleranza, stupidità e livore in quelle mani ignote (firmate solo “Antifà”, cioè “antifascista”) che il 25 aprile, sui muri di Firenze, hanno rinnovato verbalmente l’assassinio di Giovanni Gentile avvenuto 67 anni prima nella stessa città. Non c’è solo ottusità burocratica, faziosità e limitatezza d’orizzonti in quei politici piccoli piccoli che, sempre a Firenze, hanno risposto picche all’iniziativa di Franco Cardini – che per il filosofo chiedeva una via – e sono giunti persino a teorizzarne il disseppellimento. C’è qualcosa di più e forse di peggio che fa da incerto basamento a tutto questo. C’è l’oblio inflitto come una condanna a quello che senza dubbio alcuno è il più grande filosofo italiano del Novecento. Ci sono 67 anni di colpevole dimenticanza.

Intendiamoci: a Gentile è pur sempre dedicata una fondazione omonima, presso l’università La Sapienza di Roma. Il filosofo di Castelvetrano rimane nei programmi scolastici liceali, dove sia pur distrattamente e di malavoglia continua a essere studiato. E la casa editrice Le Lettere continua la meritoria diffusione delle opere complete del grande pensatore. Ma affermare che Gentile sia stato centrale nel dibattito filosofico italiano da molti anni a questa parte è dire una palese falsità. Tanto in libreria quanto nei programmi universitari, infatti, la scena sembra dominata dagli abissi della filosofia tedesca (Nietzsche e Heidegger su tutti) e dai rizomi del pensiero francese (Lyotard, Deleuze, Derrida, Foucault, cioè i glossatori parigini di Nietzsche e Heidegger). E anche nei territori del pensiero lasciati liberi da queste due scuole, Gentile è stato una presenza rara, sfuggente e incompresa. Il motivo? Una delle possibili risposte è facile facile: il filosofo fascista non era gradito in un panorama culturale egemonizzato da tutt’altre influenze politico-culturali. Scontato, ma vero. Del resto non c’è solo questo.

Alle ragioni dell’oblio si deve infatti aggiungere una sorta di reazione, anche e soprattutto nel linguaggio, al dominio dell’impostazione idealistica che tramite lo stesso Gentile e Croce aveva dominato la prima metà del Novecento filosofico italiano. E peccato che le intuizioni di Emanuele Severino sulla fondamentale parentela di Nietzsche e Gentile siano cadute nel vuoto (o quasi, se si eccettua il bel libro di Emanuele Lago, La volontà di potenza e il passato, Bompiani). Terzo: il filosofo di Genesi e struttura della società è difficile e sistematico, forse troppo per un’era che vuole la filosofia “pop” e predilige il frammento al sistema. Quarto: l’immancabile scomunica ex auctoritate, stavolta proveniente addirittura dal papa laico della cultura italiana, quel Norberto Bobbio che a proposito di Gentile aveva parlato di «oscure tautologie» e di «delirio filosofico». La recentissima uscita di Gentile, di Davide Spanio (Carocci, pp. 266, € 17,50) potrebbe in questo senso segnare l’inizio di una necessaria renaissance, anche se forse è ancora presto per dirlo. Perché il lavoro da fare è lungo e le incrostazioni da togliere sono molte. E se accade questo, va detto, una sua parte di colpa ce l’ha anche la destra. Dove, parliamoci chiaro, il filosofo attualista è stato citato per lo più a mo’ di figurina, di santino, spesso unicamente in relazione a una riforma scolastica più citata che compresa e alla sua tragica morte. Per il resto, al disinteresse dei più (che non leggevano Gentile perché non leggevano e basta) si alternava l’aperta ostilità di una certa destra culturale di matrice evoliana.

Il barone, infatti, Gentile proprio non lo poteva soffrire. Intendiamoci: nel suo periodo filosofico, Evola aveva sviluppato proprio un pensiero di matrice idealista, seppur non strettamente gentiliano. Fino al 1934, comunque, l’autore di Rivolta contro il mondo moderno aveva espresso un suo pensiero articolato rispetto a Gentile, non senza mancare di difenderlo da accuse triviali e non all’altezza della sua statura intellettuale. Poi, però, Evola maturerà un distacco piuttosto radicale. Un celebre articolo comparso su Ordine nuovo nell’estate del 1955 si intitolava, papale papale: “Gentile non è il nostro filosofo”. E ne Gli uomini e le rovine, pur salvando l’uomo, Evola condannava senza appello la filosofia gentiliana definiendola «bolsa, presuntuosa e confusa». Se poi pensiamo che anche il più brillante dei discepoli evoliani, Adriano Romualdi, finiva per definire l’attualismo «una patina di hegelismo sul nazionalismo della “Italia proletaria”» (Il fascismo come fenomeno europeo, Settimo sigillo), capiamo al volo le ragioni dell’oblio. C’era Armando Plebe, certo, a tener vivo un certo filone gentiliano nel Msi. Ma era uno di quei casi in cui il nome dello sponsor finiva per far più danno che altro al “marchio” sponsorizzato. Ce n’era abbastanza, insomma, affinché anche la destra mettesse in soffitta Gentile e tutti i gentiliani. Al netto dei personalismi, l’equivoco nasceva da un fraintendimento: il fondatore dell’attualismo, si diceva, era un liberale. E da quelle parti non è che fosse proprio un complimento.
Liberale, in effetti, Gentile lo si era dichiarato, ma parlando di un liberalismo tutto suo. Il senso del fascismo, diceva, è di far raggiungere all’uomo la libertà. Ma poiché lo stato va concepito come qualcosa che è in interiore homine, il massimo dello stato finiva per coincidere con il massimo della libertà, senza opposizioni possibili fra i due momenti. Non si era liberi se non nella comunità etica. Eccolo, il “liberalismo” gentiliano. Non è esattamente Locke.

Non aveva torto, allora, Augusto Del Noce nel considerarlo il vero “fondatore” – almeno in sede teorica – del fascismo, con riferimento alla sua geniale e seminale opera su La filosofia di Marx (1899), che tanto piacque pure a Lenin. Insieme ai due suoi discepoli più originali e indipendenti, Ugo Spirito e Camillo Pellizzi, si fece anzi portatore di una sorta di filosofia della rivoluzione permanente. Nazionalista, sì, ma in quanto la nazione “è sempre da fare”, in un processo continuo di educazione e tensione etica inesausta. Anche per questo, nonostante un’ampia coalizione di fascisti antigentiliani, Mussolini terrà sempre in gran conto la personalità del filosofo, cui scriveva per “recensire” i suoi libri (nel 1931 loderà in una lettera il saggio su La filosofia dell’arte) e a cui affiderà il compito di scrivere La dottrina del fascismo, alla quale poi egli stesso aggiungerà una seconda parte di taglio storico. Sembra strano, oggi, pensare a un capo di stato in carica che dialoga privatamente e pubblicamente con un filosofo, eppure è accaduto anche questo. Successivamente i politici, e non solo loro, dei filosofi hanno preferito fregarsene. Di Gentile in particolare. A Firenze, tuttavia, qualcuno ha pensato bene di dedicare un largo a Bruno Fanciullacci, cioè all’uomo che il 15 aprile 1944 aveva colpito a tradimento il pensatore che, senza scorta, girava tranquillamente per la città. Sentendosi chiamare per nome e vedendo dei ragazzi con i libri sotto braccio, il filosofo aveva fatto fermare la macchina e aveva abbassato il finestrino, permettendo così al nucleo gappista di aprire il fuoco. Aveva appena finito il suo ultimo libro, Genesi e struttura della società, scritto nel 1943 e pubblicato postumo, nel 1946. Il paragrafo finale si intitolava “La morte”. L’avrebbe infine abbracciata, quella morte. Più che con coraggio guerriero, con serenità contemplativa. Quella serenità che oggi manca a chi vuole persino disseppellire i cadaveri.

(di Adriano Scianca)

Fontana tricolore

Bufale apocalittiche


Questo potrebbe essere l’ultimo articolo che scrivo e pubblico. Non perché abbia deciso che è finalmente giunta l’ora di smettere questa insana attività, ma perché, da quel che si legge, annuncia e denuncia in Rete un violento terremoto devasterà la Capitale il prossimo 11 maggio... L’allarme è generale, le paure s’incrociano, c’è chi consiglia di andar via quella notte o almeno di dormire in macchina. La diceria si è diffusa a macchia d’olio, si è gonfiata, arricchita di particolari. E come ogni leggenda metropolitana che si rispetti, tecnicizzata o meno, non si sa quando e come sia nata. Beh, un padre ce l’ha o ce l’avrebbe: è il sismologo e astronomo dilettante Raffaele Bendandi da Faenza (1873-1979), il quale, si afferma perentoriamente, l’avrebbe predetto questo maledetto sisma. Lo si afferma ma non si porta alcuna prova, anzi la cosiddetta previsione è stata seccamente smentita da «La Bendandiana», l’associazione che ne custodisce e studia le carte, che per bocca della sua presidente ha affermato con chiarezza che una tale previsione non è stata mai fatta e che non risulta in nessun documento custodito presso di essa. Insomma, una bufala apocalittica e mediatica. Eppure...

Eppure il potere della Rete è ormai troppo forte: un cosa falsa detta a voce mille e mille volte alla fine diventa vera e non ci sono ragioni, figuriamoci se rimbalza su Internet: è impossibile smentirla. Il meccanismo delle dicerie è noto e studiato da tempo, e quelle che gli antropologi culturali hanno definito ormai come «leggende metropolitane» hanno trovato un terreno fertilissimo e incontrollabile proprio grazie ad un ritrovato della tecnoscienza che, in questo caso specifico, si mescola alla tendenza millenaristica presente ormai da ben prima del 2000.

Non c’è in fondo grande differenza tra l’umanità, che la supponenza illuministica presume incolta e superstiziosa, dell’anno Mille e quella dell’anno Duemila. Allora c’erano predicatori che giravano per borghi e castelli, seguiti da turbe autoflagellantesi, annunciando la fine del mondo allo scoccare del 31 dicembre 999; oggi ci sono turbe virtuali che seguono profeti di sventura mediatici più o meno interessati che ci allarmano e spaventano per una serie di eventi che provocheranno ancora una volta la fine del mondo, parziale (come il terremoto romano) o globale (come nel fatidico 21 dicembre 2012). La civiltà ipertecnologizzata del XXI secolo non si rivela poi troppo diversa da quella del X secolo. La superstizione della catastrofe in agguato è peraltro una costante dell’umanità: su questo piano non si sono fatti passi avanti, anzi grazie ai ritrovati della tecnoscienza si è potenziata una sindrome ancestrale.

Non c’è molto da meravigliarsi: il tema della «fine del mondo» è sempre esistita come ha dimostrato uno storico delle religioni del livello di Ernesto De Martino in uno sterminato studio pubblicato postumo (La fine del mondo, Einaudi, 1977, cui si affianca oggi uno specifico approfondimento filosofico dovuto ad Andrea Tagliapietra, il quale nel suo dotto ma affascinante Icone della fine (Il Mulino), partendo da Kant, nota come di fronte all’idea di una fine definitiva di tutto e di tutti il pensiero di blocchi e si annulli, impotente a pensare oltre. La conseguenza è che, seguendo il ragionamento kantiano, l’esplorazione del vuoto abissale decretato dalla fine viene allora delegato non più alla ragione ma all’ «organo della immaginazione» che elabora così una serie di «immagini apocalittiche», dato che oggi, afferma Tagliapietra, assistiamo «alla ripresa dell’immaginazione della fine e del suo inventario figurale e simbolico». La conseguenza è che «le icone della fine elaborate all’interno del grande codice della tradizione occidentale rioccupano i vuoti del nostro presente, in quegli spazi dell’immaginario che coincidono con i miti della cultura di massa, del cinema e delle narrazioni popolari». E quindi anche della Rete.

Che esista da un bel po’ questo crogiolarsi generale in fantasie angosciose lo conferma un arguto e intelligente saggio di Andrea Kerbaker (Bufale apocalittiche, Ponte alle Grazie) dove si analizzano le apocalissi mancate all’inizio del XXI secolo: dal baco del millennio alla mucca pazza, per concludere che la nostra è ormai la «società degli allarmi» e che siamo condizionati, senza poterlo impedire, dalla «Internazionale della paura» che opera indisturbata grazie ad un mix composto da una informazione istantanea, dal cinismo dei media, dal parere di esperti, dai cosiddetti opinion makers mossi da due unici interessi: quelli di immagine e quelli economici. La nostra, afferma Kerbaker, è una società sostanzialmente ipocondriaca: «La certezza del male, dapprima basata su flebili indizi, cresce, prima piano, poi più rapidamente, acquista spazio mentale sempre maggiore, fino a sgonfiarsi più o meno da sola, in attesa della malattia successiva».

L’ultimissimo caso del terremoto romano lo conferma: è ciò che Kerbaker definisce come quel «senso di entropia, storicamente connaturato alla natura stessa dell’uomo: un costante memento mori che nelle varie epoche ha portato all’immaginazione di svariate catastrofi finali». Ce ne faremo una ragione e sopravviveremo anche a questo.

(di Gianfranco de Turris)

Fin Laden non risponde più al citofono

Gianfranco Fini si è separato. È alla sua quarta separazione, quasi come Liz Taylor buonanima. Prima chiuse con l'Msi, poi lasciò An, quindi divorziò dal Pdl, ora si separa dal Fli.

Infatti il suo co­gnome non figura più sul citofono accan­to al suo partito consorte alle ammini­s­trative. Fin Laden si è ritirato, non sappiamo se è in allattamento o se ha beneficiato dello scivolo per la pensione anticipata, essendogli universalmente riconosciuta l'invalidità al lavoro. La sinistra non se lo fila più da quando non serve a far cadere Berlusconi e lui non regge il suo partito per la stessa ragione; anche le meteore finiane sono sparite dalla circolazione. Non è più di destra né sinistra, non risul­ta di centro e nemmeno di periferia. Si è rifugiato in Parlistan, l'isola del Parla­mento. Si direbbe apolitico, asettico e for­se atermico.

È rimasto solo antiberlusco­niano viscerale. Per il resto Fini si è ritira­to dalla politica, prosegue gli studi da pri­vatista. Si è messo in proprio, con ditta individuale. Ha aperto uno studio di con­sulenza istituzionale in-Palazzo Monteci­torio e lì svolge la sua attività di libero pro­fessionista, ma aspira a un posto fisso nel­lo Stato. Sbriga il traffico parlamentare e gli ingorghi di 630 deputati, prende il nu­mero di targa degli indisciplinati, rallen­ta qualche disegno di legge, evade la po­sta, forse lavora all'uncinetto e guida le scolaresche in visita a Montecitorio. Pre­senta libri che non ha letto per restare co­erente con i libri che non ha scritto. Il fine settimana fa corsi di abbronzatura inten­siva ed escursioni subacquee; ma non sa che pesci pigliare.

In tv potrebbe dire qualcosa solo sulle previsioni meteo. Non ha una proposta o un'esperienza da far valere, non ha un messaggio da comu­­nicare, al massimo che c'è da spostare una macchina. Se gli nomini il fascismo va in bestia, se gli nomini Berlusconi va in trance satanica. Ma detesta di nasco­sto pure Casini e ne è ricambiato. Lui non sopporta nemmeno i suoi seguaci e vorrebbe sbarazzarsi di loro, dopo averli portati allo sbaraglio. Perciò cova un de­siderio: che Bocchino lo espella dal suo partito. E lo supplica ogni giorno: che fai, mi cacci?

(di Marcello Veneziani)

mercoledì 4 maggio 2011

Osama è morto. L'integralismo no


Osama Bin Laden è morto. Al Qaeda probabilmente si decomporrà. Ayman al Zawahiri, medico, amico e stratega dello sceicco del terrore, tornerà forse in Egitto e riprenderà la sua sporca guerra contro l'islamismo imborghesito. Dei jihadisti superstiti della falange acquartierata tra l'Afghanistan ed il Pakistan, nessuno può dire che cosa ne sarà. La sola cosa da escludere è che si disperderanno per farsi dimenticare e guadagnarsi magari la sopravvivenza. Il qaedismo, insomma, come ideologia di riferimento della "guerra asimmetrica" continuerà a seminare ovunque troverà terreno fertile. Se possibile, con maggiore intensità, in devoto ossequio al capo ucciso.

La pratica qaedista è molto diversa da quella delle altre centrali terroristiche. Essa non si fonda su un'organizzazione monolitica, ma liquida. Tende a cavalcare le crisi locali nel mondo arabo-musulmano e ad incunearsi in esse fanatizzando i gruppi disposti a dare al movimento un'anima strategica e ideologica. Non agisce su diretta emanazione di disposizioni gerarchiche e nessun gruppo o singolo è subordinato ad una comunità ristretta che decide le azioni in base ad una programmazione sistematica. Il qaedismo, per come si manifestato negli ultimi anni, contando su leader giovani e non organici a Bin Laden né ai suoi più stretti collaboratori, tanto nel Maghreb, quanto in Somalia o nella Striscia di Gaza, ma anche nello Yemen, luogo privilegiato negli ultimi tempi per esercitarsi nella costruzione di una nuova leadership del Paese dopo il declino del presidente Saleh, si dimostra sempre di più come una prassi rivoluzionaria all'interno dell'islamismo radicale. Esso è proteso ad offrire i suoi sanguinari servigi a gruppi che non possono esporsi violentemente, ma sono indiscutibilmente disposti a sposare la causa dei seguaci di Bin Laden la quale, come è noto, non ha altro scopo se non quello di sottomettere l'Occidente. Nel certo conquistandolo, ma tenendolo in scacco diffondendo nelle sue nazioni la paura. Non si può certo dire che dopo l'11 settembre, anche in ragione dei ripetuti attentati nelle capitali europee e in Africa, il qaedismo non sia riuscito nell'intento di spaventare gli "infedeli" costringendoli a misure restrittive della loro stessa libertà.

Insomma, il qaedismo è un network del terrore che agisce sia virtualmente, facendo aleggiare il suo spettro sul mondo libero, che praticamente dando sostegno militare all'islamismo sovversivo. I Fratelli musulmani egiziani, tanto per fare un esempio, per quanto costituzionalizzati al punto di aver eletto propri rappresentanti nell'Assemblea del popolo, non hanno mai reciso l'ideale cordone ombelicale con le fazioni jihadiste mediorientali, irachene ed afghane. Ciò vuol dire che il legame con il qaedismo, che della Jihad è probabilmente l'anima più influente, è sempre forte anche se furiosamente negato. Un po' come accadeva negli anni Sessanta e Settanta in Sud America nel rapporto tra i rivoluzionari marxisti dei diversi Paesi e Fidel Castro. Il dittatore cubano si serviva ideologicamente, quale mezzo di penetrazione nelle crisi del subcontinente americano, del guevarismo, potente suggestione antimperialista e irriducibile nemica degli Stati Uniti capace di galvanizzare forze soprattutto giovanili attorno alla Revolucion agitando l'illusione che essa avrebbe "liberato" quei popoli dal giogo capitalista omettendo che li avrebbe incatenati a quello comunista.

Gli islamisti, più che liberarsi da qualcosa, intendono affermare la loro visione del mondo. Per riuscirci hanno bisogno di qualcuno che si sporchi le mani. Ecco, pronti alla bisogna, i qaedisti che, soprattutto dopo la fine di Bin Laden, sono come schegge pronte ad esplodere ovunque.

Se, nell'euforia della vittoria, qualcuno in Occidente ritiene che la guerra contro il radicalismo islamista sia stata vinta, si sbaglia di grosso. I fenomeni planetari, soprattutto se supportati da una sorta di religiosità strumentale, non sono debellabili con la caduta dei capi. Questi, anzi, tendono a riprodursi nel letto caldo dell'odio. Insomma, adesso non bisogna cercare più lo sceicco del terrore, ma i suoi discepoli. E sperare che, tra i cambiamenti in corso nel mondo arabo, il risentimento, brodo di coltura del qaedismo, non prevalga.

(di Gennaro Malgieri)

martedì 3 maggio 2011

Massimo Fini: legittimo uccidere Bin Laden. Sarebbe stato assurdo metterlo alla sbarra


Nella sua carriera Massimo Fini ha riabilitato Catilina e Nerone, difeso l'indifendibile e sostenuto posizioni scomode. Recentemente ha anche dato alle stampe una biografia particolarmente elogiativa del mullah Omar. Un libro che ha fatto molto scalpore e che probabilmente lo porterà in tribunale per rispondere delle idee che ha sostenuto. Ma sullo "sceicco del terrore" la pensa in un altro modo...

Fini lei ha scritto una biografia particolarmente “tenera” del Mullah Omar, che non è certo un francescano... Adesso non si metterà a difendere anche Osama Bin laden?

"No, sono due personaggi completamente diversi. Bin Laden è un terrorista internazionale, un wahabbita che aveva in testa la distruzione del mondo occidentale. Il mullah Omar è un nazionalista afgano, certamente un integralista, ma che non ha mai pensato di portare la sua ideologia fuori dall'Afghanistan. E, peraltro, non c'era un solo afghano nelle cellule di Al Qaida scoperte dopo l'11 settembre. Non c'è una sola azione di terroristi afgani fuori dal loro Paese".

Quindi secondo lei l'Occidente ha fatto bene a uccidere Bin Laden oppure dovevano processarlo?

"Non solo è legittima l'uccisione del terrorista, ma sono assolutamente intollerabili i processi. La cosa è iniziata a Norimberga, i processi implicano che non solo i vincitori sono più forti, ma che sono anche moralmente migliori dei vinti. E questo è un principio secondo me inaccettabile".

La foto “taroccata” del cadavere di Bin Laden e poi la “sepoltura in mare” da molti sono state sfruttate da molti per mettere in dubbio la veridicità dell'operazione. E' il solito complottismo?

"Devo dire che gli americani hanno fatto di tutto perché nascessero questi sospetti. Innanzitutto la foto falsa. Che cosa gli costava fotografare il cadavere e dare l'immagine ai giornali? Poi la rapidissima scomparsa del corpo, anche questo lascia perplessi. Le spiegazioni per cui non danno foto e filmati, infine, non sono per niente convincenti. Che io ricordi è la prima volta che non si da' onorata sepoltura a un cadavare, anche se si tratta di un arcinemico. Persino il corpo di Catilina fu consegnato ai genitori dopo la battaglia di Fiesole e a Nerone fu addirittura eretta una tomba".

Vuole dire che c'è un mistero dietro questa operazione?

"No, non c'è alcun mistero. C'è solo il venir meno di alcune leggi umane che finora erano sempre state rispettate. Allo stesso modo non si dovrebbero uccidere i figli e i nipotini di nessuno, come invece è successo a Gheddafi. Anche in Italia, dopo una feroce guerra civile, nessuno ha toccato i parenti di Mussolini".

Ora che Osama è morto l'Occidente può stare tranquillo?


"Bin Laden e la sua struttura non erano operativi da un mucchio di tempo. Può darsi che ci sia una reazione spontanea di elementi sparsi qua e là. E poi, a questo punto, guerra in Afganistan non ha più alcun senso. Tutto questo potrebbe provocare la reazione dei fondamentalisti".

(fonte: http://www.ilgiornale.it/)

Mio padre missino, ucciso dalle Br, dimenticato da tutti



Il cognome Giralucci dice poco o niente agli italiani, perfino a chi ha l’età per ricordare i famigerati anni di piombo. Eppure è legato a una data storica, in qualche modo di svolta, perché Graziano Giralucci è – con Giuseppe Mazzola, che morì insieme a lui – il primo morto ammazzato dalle Brigate Rosse. Con quel duplice omicidio – era il 17 giugno 1974, a Padova – le Br fecero il loro macabro «salto di qualità», passando dalle bottiglie incendiarie e i sequestri dimostrativi all’eliminazione fisica dei nemici. Il motivo per cui i nomi di Giralucci e Mazzola sono rimasti a lungo sepolti dall’oblio è molto semplice: i due erano militanti del Msi, quindi due fascisti, e a quei tempi uccidere i fascisti non era un reato. In più, secondo il costume dell’epoca, per diverso tempo si cercò di sostenere che Giralucci e Mazzola erano stati ammazzati non da estremisti da sinistra ma da fascisti, insomma che era stato un regolamento di conti. Anche i grandi inviati di tanti giornali «borghesi» avanzarono l’ipotesi della faida tra fascisti, come avevano già e avrebbero poi fatto – sempre sbagliando – anche per il rogo di Primavalle, per l’assassinio di Mikis Mantakas e perfino per quello di Sergio Ramelli. In quegli anni gran parte della stampa e della politica non voleva ammettere che accanto al terrorismo nero ne stava nascendo pure uno rosso. Ma il duplice omicidio di Giralucci e Mazzola era proprio opera delle Br, che infatti lo rivendicarono: e anni dopo (molti anni dopo) sono stati condannati sia i killer sia i mandanti morali, cioè i capi storici Curcio, Moretti e Franceschini.

Ora la figlia di Graziano Giralucci – Silvia, che ha 40 anni, fa la giornalista e la regista, è sposata e ha due figli – ha scritto un libro per ricordare e soprattutto per cercare di capire. S’intitola L’inferno sono gli altri ed esce oggi per Mondadori (pp. 192, e 17,50).

Silvia Giralucci non nasconde l’amarezza per le discriminazioni subite dopo l’omicidio del padre. Parla dell’«indifferenza che per tanti anni ha circondato il nostro lutto». Ricorda lo sbigottimento che provò quando seppe che Susanna Ronconi, una degli assassini di suo padre, fu nominata consulente del ministro Paolo Ferrero, nel secondo governo Prodi: «Ho sofferto molto in quel periodo… Mi faceva male che un esponente del governo usasse la Ronconi… per rimuovere uno scomodo passato di contiguità tra Br e intellettuali di sinistra… Mi faceva male constatare che l’assassina di mio padre non si sentisse in dovere di evitare i riflettori». C’è, in queste pagine, tutto il tema del drammatico isolamento vissuto dai familiari delle vittime del terrorismo. Silvia Giralucci sottolinea «la stranezza di un Paese dove chi ha testimoniato diventa un delatore mentre chi ha le spalle una storia “forte” di assassino proprio in virtù di quel passato “eroico” può accedere a posti di rilievo».

E poi, ancora, la triste sorpresa nel sapere che il Presidente Cossiga propone la grazia per Renato Curcio quando ancora non è finito il processo per l’omicidio di suo padre. E tanti ricordi amari di giorni e di incontri apparentemente banali: «Mi è capitato diverse volte di arrabbiarmi quando mi sono sentita dire da persone che scoprivano, dal cognome, di chi sono la figlia: “Conoscevo tuo padre, era un bravo ragazzo. Era di destra, ma non meritava quella fine”. Mi indignava quel “ma”. Mio padre non meritava quella fine e basta. Non la merita nessuno». Ci sono voluti trent’anni prima che il Comune di Padova mettesse una targa per ricordare il duplice omicidio di Giralucci e Mazzola. Una targa rimasta per dieci anni appesa a un palo «perché i condomini del palazzo dove papà e Mazzola erano stati uccisi rifiutavano di mettere a disposizione il muro».

Ma nonostante questi doverosi ricordi, il libro di Silvia Giralucci è tutt’altro che rancoroso. Anzi. La figlia del missino ammazzato prende le distanze da tante manifestazioni commemorative (e strumentali) di teste rasate e croci celtiche; e tenta di capire quel che successe in quegli anni. La sua città, Padova, è un microcosmo perfetto per ricordare la follia. È a Padova che nasce lo stragismo neonazista di Franco Freda e dei suoi sodali di Ordine Nuovo. È ancora a Padova che un giovane e coraggioso magistrato, Pietro Calogero, per primo indirizza le indagini su piazza Fontana verso le complicità tra estrema destra e servizi segreti. Ed è sempre a Padova, anni dopo, che nascerà quell’Autonomia Operaia alimentata e fomentata dal professor Toni Negri. Sarà lo stesso Calogero a ordinare il famoso blitz del 7 aprile 1979 contro Negri e i suoi discepoli. Per questo verrà bollato come fascista: proprio lui.

Silvia Giralucci ricostruisce la Padova di allora - con le sue notti dei fuochi e le sue violenze quotidiane - incontrando molti dei protagonisti: Calogero appunto, e poi il docente universitario Guido Petter e la ragazza che gli si sedette sulla cattedra durante una delle tante intimidazioni del «movimento» contro «i baroni»; e ancora il giornalista Pino Nicotri, arrestato per errore perché la sua voce fu scambiata per quella del telefonista del sequestro Moro; e quindi un ex estremista che oggi è uno dei tanti piccoli imprenditori del Nord-Est che girano Bmw...

La figlia del missino ammazzato racconta tutto senza odio e senza voler giudicare. Anche perché certe pazzie si giudicano da sole, come emerge dallo stupidario offerto da alcuni ex «rivoluzionari» intervistati nel libro. «Di quegli anni ho un ricordo bellissimo. Un’intensità e una passione che non ho mai più avuto nel resto della vita… Era violenza? Direi che era ironia, non violenza»; «Era un clima gioioso»; «Il concetto di legalità è sempre molto relativo»; «Dimostrazioni di potenza, adrenalina pura. È stato il periodo più entusiasmante della mia vita. Noi volevamo rendere questa società migliore». Sono solo alcune delle idiozie usate dai «reduci» che parlano nel libro, e che hanno se non altro il merito di non farci rimpiangere il passato, cosa così rara di questi tempi.

(fonte: www.lastampa.it di Michele Brambilla)