giovedì 29 settembre 2011

Fazio, c’è una favola da invitare


Gentile Fabio Fazio, non so se le piacciano le favole vere ma ce n’è una che merita la sua attenzione. L’ha scritta Pietrangelo Buttafuoco, animo di poeta in corpo saraceno (si chiama “Il lupo e la luna”, la pubblica Bompiani). L’ha scritta per amore e perciò senza ombra di colpa, forse visitato da un sogno capriccioso che gli ha trasmesso la più straziante potenza espressiva immaginabile oggidì.

Buttafuoco si è provato a romanzare la vita eccelsa di Scipione Cicala detto Cicalazadè, nato nobiluomo cinquecentesco in Sicilia e morto Lupo in grazia maomettana dopo aver combattuto i mortali e le ombre del Tartaro pregando il suo nuovo dio, dopo aver sconfitto le sue origini e dopo aver conquistato la Luna per congiungersi a lei in un letto stellato. Come avrà capito, gentile Fabio Fazio, Buttafuoco ha voluto esagerare, ha cercato il capolavoro, si è fatto cantastorie (un cantore de li cunti), di quelli che nell’Isola (senza aggettivi può essere soltanto la Sicilia) verseggiavano le passioni in forma orale. Non so se ci sia più ardore o più ardimento in questa folle impresa la cui trama, scolpita nella storia delle guerre di religione, aspettava da mezzo millennio il ritmo di uno pseudo Omero. So però che Buttafuoco, se non fosse battezzato e ribattezzato islamico, nella prossima vita rinascerebbe con la lyra in mano e le fiere mansuefatte ai piedi. Oppure cieco, accoccolato in un palazzo dal focolare ampio e inghirlandato, a favellare di ninfe sedotte e clangori di scudi.

Uomo anche moderno, figlio del grano biondo e di quello turco, Pietrangelo ha scelto come il suo eroe Cicalazadè di regolare i conti con le origini. Lo ha fatto a fil di scimitarra, disputando al suo alter ego galileo la pretesa (oh che pretesa) di dirsi erede di una sapienza più antica. Nella trama di Buttafuoco Cicalazadè indigna i suoi fieri soldati perché, concepito da un guerriero di Messina con una madre della Mezzaluna convertita a forza (dunque mai convertita), rapito fanciullo e cresciuto musulmano, una volta adulto – tra un cristiano sgozzato in terra e una preda razziata in mare – riuscirà a onorare perfino Giove Ammone in nome del Grande Alessandro; e come un semidio, incoraggiato da un derviscio danzante (di quelli che oggi i tagliagole islamisti non tollerano più), rivivrà dentro di sé la metamorfosi dell’uomo-lupo: colui che nel trionfo delle armi diventa Sole e, nel trionfo dell’amore, trascina la Luna nella sua alcova e la possiede (“possedere” è un verbo che il senso comune corrente cerca invano di esiliare dal talamo di Venere, Cicalazadè dimostra come si può possedere una donna essendone anche posseduti).

Perché tutti questi complimenti, signor Fabio Fazio? L’amicizia può fare velo, siamo d’accordo. Eppure qui c’è dell’altro. Qui c’è che il tempo presente, in fatto di letteratura, è per lo più abitato dai nemici delle Muse. Sicché c’è da esultare quando si trova un narratore capace di soffiare sulle braci dell’epica, come fa Buttafuoco. Bisogna fuggire il rimpianto di non averlo al fianco destro delle proprie idee (quello in cui lo scudo altrui ci protegge): lei immagino a sinistra, gentile Fabio Fazio; noi sul Parnaso, altri chissà dove.

E bisogna però non lasciarsi alle spalle l’occasione di processare Buttafuoco, con il suo Lupo e la sua Luna, nel tribunale mediatico-letterario di “Che tempo che fa”, lì dove il peggior capo d’imputazione è l’assenza. La galleria degli ospiti è già un albo d’oro coi fiocchi: Claudio Magris, Andrea Camilleri, Eugenio Scalfari, Francesco Guccini e James Ellroy e altri.
Adesso, gentile Fabio Fazio, è il momento di invitare Pietrangelo-Cicalazadè, che è pure animo saraceno in corpo di poeta e non traffica nella direzione della corrente storica. Gli chieda se davvero è come scrive lui, se davvero Tommaso Campanella ha trovato nel Lupo un raggio d’arcobaleno per trasportarci i suoi discepoli nella Città del Sole. Gli offra una lyra per accarezzarla e cantarci la sua Luna.

(di Alessandro Giuli)

mercoledì 28 settembre 2011

Viaggio al termine del carcere duro


Da trecentoventinove giorni, Sandro Monaco, imprenditore, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, è detenuto secondo il regime di carcere duro. Da trecentoventinove giorni sta scontando una pena senza essere giudicato.

Nel frattempo, il carcerato, si passa il tempo viaggiando. D’altronde, che deve fare? Ha già assaggiato, infatti, le prime merendine al carcere di Bicocca, a Catania – da dove è scattata l’operazione Iblis che l’ha visto pesciolino in una retata a lui estranea (a tempo debito si racconterà il come e il perché di un destino impossibile per gli imprenditori come lui) – dopo di che è stato a Parma, ad Ancona, a Floridia (Siracusa), quindi di nuovo Ancona e poi ancora Floridia.

Chi non ci passa non lo può capire che cos’è la galera. In verità neppure chi ci passa dalle carceri lo capisce, di sicuro non lo dimentica e se Sandro Monaco, detenuto da trecentoventinove giorni, si passa il tempo viaggiando da un carcere all’altro, trova il modo di sgranare gli occhi e vorrebbe pure inghiottire pane, pacienza e tempo – così come raccomandano gli incalliti ospiti della nota catena alberghiera dell’Ucciardone – solo che non si capacita come si possa essere ridotti a comparse di un carnaio viaggiante. E sempre buttando tempo, masticando pazienza e cercando pane.

Chi ci passa dalle carceri se ne deve fare tante di tappe e quando un martedì di questo settembre, alle 21 e 30, viene comunicata al detenuto Monaco Giuseppe Sandro Maria la notizia del trasferimento da Ancona per Floridia, viene svegliato alle 5 e 45 dell’indomani, accompagnato alle pratiche di rito e poi fatto accomodare sul blindato dove viene a conoscenza di un fatto nuovo: si farà tutto il tragitto col cellulare e non in aereo. Prevista una sosta notturna al carcere di Vibo Valentia.

Ecco la celletta del blindato. E’ una gabbia i cui lati sono larghi 50 e 75 centimetri. Le pareti sono lastre d’acciaio. Se non si sta seduti dritti, al modo della marionetta, ci si fa molto male come quando ci s’inginocchia su ceci. Naturalmente mancano le cinture di sicurezza e il poggiatesta. Viaggiare dentro questi blindati è una vera roulette russa. Basta un modesto tamponamento che se va bene, ci si spacca la testa in tanti piccoli pezzi e si muore; se va benino ci si rompe l’osso del collo e si muore; se va male, invece, si ricompongono i pezzi e poi si campa. E si va avanti col viaggio.
Il vettovagliamento in dotazione al detenuto consta di: numero uno di pezzo di pane, duro. Numero uno di bottiglia d’acqua. Numero quattro di würstel. Numero uno di mela e numero uno di prugna ma, infine, il dolce: crostatina di albicocche. Da Ancona a Taranto il viaggio procede nel trattenuto rollio del come viene viene ma, per fortuna, all’altezza di Taranto, alle 15 e 15, il blindato si rompe. Dopo un’ora e mezzo arriva il furgone sostitutivo e si riparte. E’ un blindato garantista, questo. Decisamente comodo. Alle 21 si arriva a Vibo. La cucina è già chiusa e si va a letto digiuni. Dopo un’educata insistenza viene consegnata una bottiglia d’acqua.

Nelle celle d’isolamento riservate ai detenuti in transito non c’è cuscino, pazienza, Sandro – che non è un bandito, ma un figlio di mamma – prende la coperta, la piega e la infila sotto la federa. Il risveglio, con il latte, è rallegrato da due piccole susine. Sono state utili per sopperire l’assenza di un cestino da viaggio quando, alle nove e trenta, partendo, il blindato garantista ha fatto un lungo viaggio senza pane e con molte soste: carcere di Palmi, carcere di Reggio, carcere di Messina, carcere di Catania e, infine, alle 18, a Floridia.

E’, questa di Floridia, una tipica galera di come uno s’immagina debba essere la galera. I parenti in visita stazionano fuori dal portone, sotto il sole d’estate, anche fino a cinque ore. Vi entrano e si sottopongono a tutti i controlli. Firmano, consegnano i vestiti puliti, depositano i soldi, si fanno perquisire e devono farsi strappare pure i nastri a braccialetto – sono le zaredde di Santo Vito, segni votivi che si portano al polso. La cintura si può tenere, la zaredda di Santo Vito, no. “Perché la cintura sì e il braccialetto no?”, chiede Concetta, la sorella arrivata per la visita-parenti. “Questo lo sappiamo noi”, risponde un tipo. Tutto sanno loro.
Passa il tempo a tutti quelli che si passano il tempo girando carceri. E nessuno lo può capire. Quest’estate, quando – dopo tutta la trafila e l’attesa – Concetta si sentì chiamare, “Monaco?”, dopo si sentì dire: “E’ stato trasferito”. Per restarsene lì, nel corridoio con la zaredda strappata. Considerando oggi sono trecentotrenta giorni di carcere quelli di Sandro. E di viaggi.

(di Pietrangelo Buttafuoco)

Trader: arriva il collasso, e Goldman governerà il mondo


La conduttrice della Bbc deve aver pensato di essere la malcapitata protagonista di una qualche candid camera. Invece si e' trattato semplicemente della confessione sincera di un operatore di mercato che ha esposto come stanno veramente le cose nei mercati.

In un'intervista concessa ai microfoni dell'emittente inglese, un trader semisconosciuto ha descritto in poco piu' di tre minuti quello che la maggior parte del mondo ignora, ma che analisti e banche sanno.

"Mi spiace dirlo, ma sono giorni che sogno una nuova recessione. E' la verita', lo sanno tutti che c'e' chi ci puo' fare tantissimi soldi grazie alla recessione", ha detto cinicamente Alessio Rastani. "Apprezziamo la sua franchezza, ma cosa dovrebbe pensare il resto d'Europa", ha risposto la conduttrice, attonita.

In quella che sara' con ogni probabilita' la sua ultima apparizione in televisione, sicuramente nei canali piu' popolari come Cnbc e Fox, l'investitore si e' limitato a esporre la cruda realta' dei fatti: "La crisi economica e' come un cancro: se aspetti, aspetti e continui ad aspettare nella speranza che se ne vada, dai alla metastasi il tempo di espandersi e poi sara' troppo tardi".

Difficile dare torto a Rastani su questo punto. Seppur con uno spietato cinismo il trader ha il merito di aver levato il velo sull'ipocrisia che circonda media, autorita' e mercati. Il presentimento e' che rimarra' inascoltato.

Il nocciolo della teoria e' che la gente deve prepararsi al peggio, in prospettiva di uno scenario cupo, in cui la recessione spazzera' via i risparmi dei cittadini e arricchira' i potenti della finanza.

"In meno di 12 mesi i risparmi di milioni di persone evaporeranno e ci troveremo in un mondo dominato da Goldman Sachs. La cosa peggiore da fare ora e' non fare nulla". Purtroppo all'orizzonte non ci sono molti finali alternativi a questo.

La storia ha suscitato un tale interesse virale nella rete che il sito "Yes Lab" del trader ha fatto crash, intasato per il numero spropositato di visite.

Poi sui blog si e' sparsa la voce che Rastani assomiglia ad un altro trader e che quindi l'intervista e' una truffa, una vera bufala ai danni della BBC. Le accuse sono montate al punto che la rete TV inglese ha divuto rilasciare la seguente dichiarazione: "Abbiamo effettuato le dovute ricerche e non troviamo alcuna evidenza che suggerisca l’intervista con Alessio Rastani sia stata tale con l’intenzione di creare falsi allarmi. (Rastani) è un trader indipendente e una delle tante voci che abbiamo ospitato sui nostri canali per parlare della recessione".

lunedì 26 settembre 2011

L’occidente indebolito di Kreeft e l’esempio della forza islamica


Ex calvinista di origine olandese, folgorato da sant’Agostino mentre studiava filosofia a Yale, il settantaquattrenne filosofo Peter Kreeft è un importante apologeta cattolico americano, autore di libri di successo come “Venti argomenti sull’esistenza di Dio”, “Socrate incontra Kant” e “Tra Allah e Gesù”. Intervistato martedì scorso da Avvenire, Kreeft ha riproposto la tesi dell’occidente nemico di se stesso, che sbaglia a temere l’islam perché la sua fine può arrivare solo dall’“edonismo mondano e socialmente rispettabile” che ha preso il posto della fede e si è fatto religione. Dovrebbero invece imparare, le società secolarizzate, ad apprezzare la “forza spirituale, robustezza, volontà di combattere soffrire e sperare” dei musulmani, come pure la loro capacità di praticare “molte delle virtù cristiane meglio dei cristiani, in particolare l’amore per le famiglie numerose”. Kreeft è convinto che tra cristianesimo e islam possa esserci alleanza contro il relativismo, e a convincerlo, ha scritto, c’è anche l’esperienza del padre, “appartenente alla chiesa riformata olandese, che divenne una sorta di missionario laico tra i musulmani del suo quartiere. Non ha convertito nessuno ma si è fatto molti buoni amici, nel più profondo e reciproco rispetto. Teneva il Corano in casa, sempre attento a non metterlo né sotto la Bibbia (sarebbe stata una bestemmia per i musulmani) né sopra (sarebbe stato tradire la Bibbia)”.

Il richiamo del filosofo americano è convincente, ci dice il rappresentante dell’Osce per la lotta all’intolleranza e alle discriminazioni contro i cristiani, Massimo Introvigne. Con riserva: “Kreeft ha in mente l’islam americano, che partecipa alle marce per la vita e contro i matrimoni gay con i cattolici. Lo stesso ‘sguardo deficitario sulle donne’ che Kreeft attribuisce alla cultura islamica, e che vede compensato da un’attenzione alla trascendenza da noi appannata, negli Stati Uniti è semplice folclore. Nell’islam americano sono marginali certe dinamiche intolleranti e violente che invece agiscono nei paesi musulmani e anche nell’islam europeo”. Kreeft, aggiunge Introvigne, “dovrebbe ricordare Benedetto XVI a Ratisbona. Il cristianesimo ha certamente un nemico nel laicismo che innalza muraglie insormontabili tra religione e politica e che abbiamo visto all’opera in questi giorni, in Germania, tra i contestatori del Papa. Ma la chiesa cattolica ha sempre condannato la confusione tra religione e politica. In Arabia Saudita, se non vai in moschea per tre volte, arriva la polizia religiosa e ti ci porta per forza. Nell’occidente cristiano, nemmeno ai tempi di Carlo Magno e di san Luigi c’era la polizia religiosa che ti portava a messa”. Ma Kreeft ha ragione, continua Introvigne, “quando dice che nel vuoto della fede si annida il disfacimento. E’ vero quello che scrive il sociologo Andreas Püttmann in ‘Società senza Dio. Rischi ed effetti collaterali della scristianizzazione della Germania’: coloro che apprezzano il Papa quando, come a Ratisbona, critica i musulmani, sono gli stessi che appena la chiesa chiede un minimo di rilevanza pubblica, la attaccano”.

Anche padre Bernardo Cervellera, direttore di Asianews, si dice d’accordo con le premesse della tesi di Peter Kreeft: “E’ vero che il problema dell’occidente è interno. Se morirà, accadrà perché si sarà inaridito internamente e avrà perso identità, sopraffatto dai tecnicismi e dall’economia. Abbiamo sentito la Merkel dire che, se finisce l’euro, finisce l’Europa, come se l’Europa non fosse qualcosa di più grande. E’ un esempio di quanto sia sia atrofizzata la coscienza europea, e di quanto sarebbe stato importante rinsaldare le radici cristiane, piuttosto che affidarsi a parametri di tipo materialistico, di individualismo estremo. Qui c’è la vera fragilità dell’Europa e dell’occidente, ha ragione Kreeft. Quanto a imparare dall’islam, un cristiano può imparare da tutti. I musulmani hanno per esempio il coraggio di pregare in pubblico, cosa che i cristiani sono a volte restii a fare”. Kreeft sottolinea che i musulmani amano le famiglie numerose: “Non si impara dai musulmani a fare i figli, è dalla speranza che si impara a fare i figli. Se oggi l’occidente non fa figli è perché va perdendo la speranza. Ma come dimenticare che dell’islam fa parte la sottomissione totale della religione al potere, e della fede dell’individuo alla massa? Il cristianesimo ha scoperto la persona, l’individuo come la base della decisione e della libertà”.

Quanto alle alleanze possibili, Cervellera ricorda che “nel dialogo culturale questo avviene già da tempo. Penso alla Conferenza Onu del Cairo sulle donne, nel 1994, quando c’è stata unità d’azione tra Vaticano e paesi musulmani contro le dichiarazioni sui ‘diritti riproduttivi’. Ma se in occidente siamo segnati dall’individualismo, il mondo musulmano lo è dai clan, e oggi è sul concetto di individuo che si gioca anche la crisi dell’islam. Kreeft sbaglia a credere, a partire dai dati della demografia, che l’islam sia in grande fioritura. L’islam è culturalmente in gravissima crisi. I sommovimenti ai quali assistiamo sono effetto della frustrazione degli individui per non riuscire a trovare posto in un mondo che si sta secolarizzando troppo velocemente. Tocca a noi cristiani aiutare l’islam. A noi che ci siamo trovati di fronte all’inimicizia radicale verso Dio e all’ateismo assoluto, senza mai pensare che la reazione dovesse essere la distruzione dell’ateo”.

La storica Lucetta Scaraffia è d’accordo con Kreeft, “quando denuncia la perdita di contatto dell’occidente cristiano con le proprie origini. Mi hanno colpito certe interviste fatte in occasione del Ramadan ad alcuni italiani diventati musulmani. Dicevano cose perfettamente riconducibili a una vita devozionale cristiana, che però loro avevano per la prima volta scoperto nell’islam, credendole peculiari di quella religione. Significa, come dice Kreeft, che c’è stata un’interruzione nella trasmissione della tradizione cristiana. Colpa della secolarizzazione selvaggia che ha considerato la tradizione cristiana (e quella cattolica in particolare) come una sottocultura fatta di superstizioni, di cui liberarsi. E la chiesa, a differenza dell’islam, non ha trovato modi appassionanti di trasmetterla”.

(di Nicoletta Tiliacos)

Se il cristianesimo è un’agenzia di assistenza sociale, Dio dov’è?


Ahi che la vita è una stordente fiera e sulla Terra, su quello che è solo il pavimento sordo dell’amore non corrisposto dove Dio non è ricambiato di brama dagli uomini, i credenti devono decidere la storia del mondo in virtù di coraggio, rettitudine e vita (ovvero, famiglie numerose). E dentro l’orizzonte occidentale sono solo i musulmani ad avere slancio nell’ascesa a Dio abbandonandosi a Dio stesso, non i cristiani che – come dice Peter Kreeft, apologeta del cattolicesimo, intervistato da Avvenire – “tradiscono la propria identità con la debolezza, la secolarizzazione e l’indifferenza”. E Kreeft dice ancora di più: “Dovremmo scambiare diecimila psicologi e psicoterapeuti tra quelli di moda con diecimila mullah”. E poi ancora: “Noi siamo progettati per esperienze di donazione estatiche, in cui ci proiettiamo al di fuori di noi dimenticandoci del nostro Io”. Non sono parole insolite quelle di Kreeft, in altri tempi, di migliore tempra, avrebbero esposto gli stessi concetti dei cattolici di specchiata integrità quali furono Cristina Campo o Attilio Mordini.

La vita è proprio una stordente fiera e senza una guida che ci porti all’esperienza estatica, senza una direzione proiettata verso la verticalità tutti noi che abbiamo attraversato la memoria di un purissimo “infinitamente prima”, quella religione superiore dell’Urmonotheismus risalente al 15.000 a.C., quel sole dell’Atlantide platonica, non possiamo che congedarci dal cristianesimo ridotto ad agenzia di assistenza sociale che costringe a un ripiegamento “orizzontale” e riconoscere nell’islam la religio della Tradizione.

Il cristianesimo porta a compimento un delitto iniziato con la dissoluzione dell’Impero e continuato nella storia della secolarizzazione occidentale. Alleandosi, di fatto, con il liberalismo e l’edonismo, fosse solo per distribuire viagra a qualche sceicco, partecipa all’annientamento del Sacro. Con un accanimento che mira alla cancellazione della radice originaria della sapienza tradizionale. Non è casuale, infatti, che nell’Islam – presso gli sciiti, soprattutto, ma anche tra i sapienti maestri sunniti, l’eredità greco-romana e gli echi egizi del culto imposto dal decimo faraone della XVIII dinastia, ovvero Akhenaton, “Gioia del Sole” – tutti i tesori del pio culto pagano abbiano invece avuto il riconoscimento proprio di un percorso profetico, un preludio alla Rivelazione. Al contrario che in Vaticano dove perfino i sacerdoti non studiano più il latino, forse per non perpetuare un rito altrimenti vivificante, a Istanbul non è immaginabile prescindere dalla stessa Roma. Così come in India non si celebra sacrificio che non custodisca braci ai riverberi antichi dell’Urbe.

La vita stordisce e il ricongiungimento a “Lui-Lei-Esso, che non ha nome, Colui che è e permane, al di là delle forme, dei colori e dei suoni” (una definizione presa a prestito dai riti del pellegrinaggio indiano), si svela attraverso i segni di un destino fattosi storia a dispetto della stessa sovversione. Quelli che oggi plaudono alle “rivolte arabe”, attendendo lo sfolgorante avvio di una stagione di modernità sono gli stessi che per tramite di laicità, relativismo e conservatorismo tenevano in piedi i regimi di Ben Alì, Hosni Mubarak e, a suo tempo, perfino Saddam Hussein. La vita si stordisce di geopolitica e ogni spazio devozionale è pur sempre quel pavimento dell’amore non corrisposto, l’amore dell’Inviolato per le proprie creature, sempre incuranti di salvezza, anzi, desiderose di annientarsi nel vago disordine dei desideri fatti diritti. Dai sodomiti all’aborto, fino alla consunzione della stordente fiera.

Il cristianesimo che di suo fu letale alla virtus dei vir non ha uomini in preghiera nelle chiese né più quelle madri – eroiche macchina da rosario – quelle che insegnavano ai bambini il segno della croce, bensì chitarrine e polpacci da boy scout. E ha ragione Peter Kreeft: “I musulmani credono più fortemente nell’islam di quanto i cristiani credono nel cristianesimo”. Ma, vorrei aggiungere, i musulmani credono più fortemente perché sono nel solco della Tradizione. I cristiani, al contrario, sono stati travolti dalla sovversione.

(di Pietrangelo Buttafuoco)

domenica 25 settembre 2011

Lutero e lo scisma da superare


Non è certo retorica l'affermare che l'evento verificatosi nell'antico convento agostiniano di Erfurt corrisponde a un'autentica data storica. Un papa bavarese s'incontra, nell'antico centro sassone, con alcuni tra i maggiori rappresentanti della Chiesa evangelica tedesca, nata appunto quasi mezzo millennio fa, nel 1517, dalle celebri «Novantacinque Tesi» che il trentaquattrenne agostiniano e docente universitario Martin Luther aveva appeso alla grande porta della cattedrale di Wittenberg, la città dove egli insegnava teologia biblica.

Papa Ratzinger è, al pari di colui che noi chiamiamo Lutero, un grande biblista. Ed è bavarese, laddove l'agostinano che dette avvìo alla Riforma (dai cattolici più tardi definita «protestante») era sassone. Strani destini incrociati. Baviera e Sassonia sono, nella storia tedesca, le due «sorelle avversarie».

La Baviera, con la vicina Austria, è la patria della cultura letteraria tedesca fin dal medioevo; eppure il tedesco moderno è il sassone di quel duro minatore ch'era il padre di Lutero, e che egli stesso usò per tradurre la Bibbia nel «volgare» della sua gente, in un tempo in cui la Chiesa disponeva che la Sacra Scrittura si tramandasse solo in latino. Su ciò, come su altre cose, il Concilio Vaticano II è sembrato dar ragione al frate agostiniano ribelle. La Baviera è, da sempre, la roccaforte cattolica della Germania. Lo rimase perfino durante il nazismo, che pure era nato proprio nella sua capitale, Monaco. La Sassonia è viceversa il nucleo forte del protestantesimo luterano: eppure, nel 1697, il suo duca e principe elettore dell'impero, Augusto «il Forte», accettò di convertirsi alla confessione romana per diventare sovrano della cattolicissima Polonia. Varsavia, come la Parigi di Enrico IV, valeva bene una messa. Destini incrociati, ancora una volta. Chissà quali pensieri hanno attraversato la mente del Santo Padre, in quel luogo venerabile. Era ancora un ragazzino, per quanto obbligato a vestir l'uniforma della Wermacht, quando nel '45 anche Erfurt fu colpita da feroci bombardamenti che danneggiarono fra l'altro l'edificio tardogotico della sua Università. Ma l'oggi, in termini differenti, non è meno difficile di quel sanguinoso e fiammeggiante ieri. Nella sua Germania, ormai riunita e da tempo liberata dall'ateismo di stato che ne aveva afflitto per quasi mezzo secolo la sua parte orientale, il papa è stato circondato dall'effetto dei suoi connazionali (non solo cattolici), ma ha anche dovuto affrontare espressioni di dissenso dure, tra le quali quelle che gli hanno - ingenerosamente, ma significativamente - rinfacciato gli episodi di pedofilia purtroppo verificatisi nella Chiesa.

A Erfurt, non privo d'imbarazzo è stato il pur corretto e rispettoso incontro del pontefice romano, fedele difensore del principio veterotestamentario del sacerdozio maschile, con alcune «vescovesse» protestanti. Eppure, tanto il papa quanto i capi della Chiesa evangelica di Germania sapevano bene perché erano lì, nel convento di Lutero: per render omaggio a quel grande pensatore, da secoli considerato uno degli «eroi» della nazione tedesca, e al tempo stesso per porre le basi di qualcosa che serva a superare la tragedia che cinque secoli fa si verificò a causa non certo solo, tuttavia anche delle sue parole e dei suoi scritti, e che portò allo scisma. Gli scismi, si sa, hanno cause teologiche. Ma non solo. Forse quello «d'Oriente», che nel 1054 separò la Chiesa occidentale latina da quella orientale ortodossa, non fu originato solo dalle opposte opinioni dei prelati di ciascuna di esse sulla «processione» dello Spirito Santo o sull'uso del pane azzimo nella consacrazione eucaristica o sul matrimonio del basso clero secolare. Alla base di esso v'erano anche concreti motivi politici e giurisdizionali, che solo oggi si vanno lentamente superando. Allo stesso modo, la protesta e la denunzia dell'agostiniano Lutero contro la Chiesa mondana, la "superstizione" dei pellegrinaggi e delle reliquie, gli abusi della mondanità dell'alto clero, le razzìe fiscali delle decime e la venalità delle indulgenze, non avrebbero causato la spaccarura della Cristianità europea in due. Né vi sarebbero bastate le dottrine luterane del «servo arbitrio» e della «consustanziazione» eucaristica. Tredici secoli di concìli, da quello di Nicea del 325 in poi, avevano metabolizzato ben altro. Ma ci si misero di traverso le contrastanti mire dei principi tedeschi, gli errori della Curia, l'intricata situazione dell'impero e dell'Europa di allora. Furono gli interessi politici ed economici, non la teologia, a rompere l'unità dei cristiani d'Occidente.

Da Erfurt, oggi, s'innalza un nobile e generoso messaggio di speranza. È giunta l'ora di saldare e di chiudere quel vecchio conto. È il momento di riconoscere l'inanità sostanziale, quindi la pretestuosità, di quello e di qualunque altro scisma. È il momento di tornare uniti, anche per meglio affrontare la tempesta economico-finanziaria e forse sociopolitica che sta per scatenarsi sui cieli del nostro continente. Alla fine degli Anni Settanta del secolo scorso, un pontefice venuto dall'Europa orientale fu il segnale che la maledetta cortina eretta dai patti di Yalta a dividere l'Europa stava per crollare. Oggi, forse il pontefice venuto dalla patria della Riforma è il segnale che la lacerazione di mezzo secolo fa sta per cedere il passo alla riconciliazione. Auguriamoci che questo segnale sia avvistato da tutti i capi delle Chiese cristiane: a Londra, a Mosca, a Istanbul, al Cairo, a Damasco, a Erevan, ad Addis Abeba, dovunque nel mondo c'è un gruppo di fedeli che attende di riunirsi al grande gregge del Cristo. Vi saranno certo difficoltà da superare e prezzi, anche alti, da pagare. Ma questa è la strada. Ancora un volta che Tu sia benedetto, Beatissimo Padre, per la speranza che hai saputo infondere in tutti noi.

(di Franco Cardini)

sabato 24 settembre 2011

Quel fascista scomodo che nel dopoguerra sognava un’altra destra


Enzo Erra non sognava affatto una destra antimoderna, come ha scritto ieri il Corriere della Sera. Enzo Erra sognava piuttosto un’altra modernità, più spirituale ed eroica. Non era antimoderno, più semplicemente era fascista, a babbo morto. Appartenne a quella generazione che per ragioni anagrafiche del fascismo non visse la storia ma solo il crollo, si arruolò pochi giorni prima della fine, non ebbe vantaggi né carriera ma solo danni, non si macchiò di colpe o delitti ma scontò con dignità il suo fascismo postumo per una vita. Parlo di lui e di Giano Accame, di Piero Buscaroli, di Fausto Gianfranceschi e Fausto Belfiori e altri.

Allievo di Massimo Scaligero, più vicino al pensiero di Rudolph Steiner che di Julius Evola, Erra fu tra i primi giovani missini che dopo la guerra cercò e coinvolse Evola, ormai paralizzato, nelle sue riviste giovanili, dove scrivevano tra gli altri anche Rauti e Sterpa. La sfida, Imperium... Eppure Erra del Msi preferiva l'ala meno nostalgica e più «entrista» del Msi, polemizzando con gli almirantiani. Erra si riavvicinò al Msi e alla politica dopo una lontananza trentennale, alla morte di Almirante, e poi si riallontanò con la nascita di Alleanza nazionale. Ma Erra non fu solo animale politico e cultore a latere di scienze dello spirito, fu anche un fior di notista politico e di saggista storico: ricordo tra le altre, «Le sei risposte» a Renzo De Felice, «Le quattro giornate di Napoli» e «Le radici del fascismo», che resta tra i migliori tentativi di interpretare il fascismo da posizioni neofasciste.

Da ragazzo andavo a trovare lui e de Turris in sala stampa romana a piazza san Silvestro, dove era notista politico del Roma di Lauro, e lui lasciava agenzie e pastoni per infervorarsi a conversare di storia politica e cultura. Ti guardava con quegli occhi chiari dietro quel filo spinato di sopracciglia e alternava toni solenni e perentori a scanzonate risate napoletane.

Ricordo che lo conobbi nel castello romagnolo di Giovanni Volpe, lui che raccontava quando fu convocato dai giudici perché quelli del golpe Borghese nel loro delirante organigramma, lo avevano assegnato, a sua insaputa, alla direzione del Messaggero. E lui pensava divertito al comitato di redazione che aveva respinto fiori di direttori moderati, costretto a sorbirsi il «camerata» Erra manu militari... La sua battaglia revisionista proseguì sulla rivista Storia Verità di Enzo Cipriano, ma scrisse su varie riviste e poi sulle pagine culturali del Giornale.

Penso allo strano destino di quel piccolo mondo della destra giornalistica: penso al Pisanò che scriveva le cose che poi ha scritto con successo Pansa, penso a Gianna Preda che fu la Fallaci al tempo in cui l'Oriana era di sinistra, penso ad Angelo Manna che diceva le cose che poi ha scritto Pino Aprile sui terroni. E penso a Cattabiani, Marcolla e Quarantotto che scoprirono autori e filoni che poi ha scoperto Calasso con l'Adelphi. Ed Enzo Erra, che meriterebbe la fama di un Giorgio Bocca; ma lui era colto, spiritoso e dalla parte sbagliata...

(di Marcello Veneziani)

venerdì 23 settembre 2011

Enzo Erra a Dio!


Era nato a Napoli nel 1927, in tempo per aderire alla RSI ed arruolarsi nella Guardia Nazionale Repubblicana. Scampato fortunosamente ai massacri della primavera del 1945, rientrò clandestinamente a Napoli per organizzare i locali nuclei dei Fasci d’Azione Rivoluzionaria. Nel dicembre del 1946 fu presente all’incontro per la fondazione del MSI e nel 1947 si trasferì a Roma, per dedicarsi anima e corpo all’attività politica. Nel 1948 fu fondatore e direttore della rivista La sfida, prima di una serie di sue pubblicazioni che hanno contribuito alla rifondazione e all’aggiornamento della cultura del Novecento italiano.

Nel 1949, insieme con Pino Rauti, Fausto Gianfranceschi, Clemente Graziani, Silvio Vitale, Paolo Andriani, Silvio Adorni, Giano Accame, Roberto Melchionda, Fausto Belfiori e Fabio De Felice costituì la corrente dei cosiddetti figli del sole. Nel 1950 fondò Imperium, la più importante e prestigiosa rivista dell’area neofascista e laboratorio in cui si formarono i più brillanti studiosi dell’area. Nelle pagine di Imperium Erra pubblicò un articolo, Stile, che ai nostri giorni si legge come la profezia dell’umiliante fallimento a destra:

«Abbiamo dovuto affrontare l’unico, vero pericolo, che potesse minacciare la vita della nostra Idea. La guerra perduta, le stragi, le persecuzioni non hanno nulla potuto contro di essa. Nulla potrebbero se si ripetessero in futuro, anche aggravandosi fino a stroncare fisicamente tutti i suoi assertori. Il pericolo, l’unico, il vero, era ed è nel tradimento interno; nel tradimento sottile, ammantato di retorica e di apologia, rivestito di parole scintillanti e di splendidi gesti. Un tradimento che può spingere il suo pugnale fin dove la spada del nemico non potrà mai giungere: nello spirito della rivoluzione».

Erra alludeva al circolo dei retori che, prima di mandare avanti un Gianfranco Fini, avversarono Erra e i suoi collaboratori, costringendoli a rinunciare a una promettente attività politica. L’emarginazione di Erra e l’emigrazione dei figli del sole fu un beneficio per la cultura neofascista, un danno irreparabile per la politica missina, che avvizzì appollaiata sui rami secchi della retorica e del velleitarismo.

Di Enzo Erra rimangono, a futura memoria, gli scritti conservati nelle collezioni delle sue riviste. E i suoi libri: Italia luci e ombre, Napoli 1943: le quattro giornate che non ci furono, L’inganno europeo, Il cappotto di Napoleone, Le radici del fascismo, La Patria che visse due volte, La sindrome di Fiuggi. Opere dalle quali si può e si deve ricominciare il cammino.

A Dio, Enzo. Sit tibi terra levis.

(di Piero Vassallo)

mercoledì 21 settembre 2011

La banale innocenza del Cav. è nelle sue amicizie maschie


L’ultimo omaggio del vizio alla virtù è l’ipocrisia, dice Vittorio Messori, autorità del pensiero cattolico, e ne consiglia viva pratica al Cavaliere. Con un’intervista alla Stampa gli raccomanda l’ipocrisia, da ergere a custodia del vizio, ma l’importante amico di tanti Pontefici dimentica che nella comitiva maschia tutto si può nascondere fuorché la patta e l’unica recita ammessa è quella dell’esagerazione.

Mirek Topolanek, l’ex premier ceco, in vacanza a Villa Certosa venne ritratto da Antonello Zappadu con il “corpo da reato” tutto di fuori. E quello stare tra le docce e attardarsi dopo nell’agone delle misure è legge di natura mentre l’ipocrisia, sovente, è lo scudo dietro cui si nasconde un guaio peggiore: lo stare fuori dalla gara. A patta chiusa. Ben diversa cosa è il pudore, virtù pagana e dunque virile. Gli ipocriti affollano le plaghe gesuite, non le schiere dei guerrieri e quel che forse non considera Messori è che a Silvio Berlusconi è mancato il sodalizio con Madonna Donna. Ed è un bel dire il suo che “donna” deriva da “domina”, dunque “signora del signoreggiare”. Lo ha detto nelle assemblee del Pdl prima che il diluvio di intercettazioni lo annegasse di patonze, ed è un vano chiacchierare perché nel suo mondo, lui che frequenta solo femmine, fa poi comitiva solo con i maschi.

Messo a nudo nel bel mezzo dei suoi privati festini, Berlusconi ha avuto in soccorso Vladimir Putin, il leader russo, che – fresco di doccia, anzi, di sauna – ne ha misurato le virtù al punto di evocare l’invidia altrui. E’ quella di nemici improvvisatisi moralisti per non averne tante, di donne, quante ne può avere l’amico Silvio. E certamente in quel Jurassic Park degli amici maschi di Berlusconi – a partire da George W. Bush e da Tony Blair, fino a Muammar Gheddafi, Ben Ali, Hosni Mubarak e Hugo Chávez – se ne troveranno di controprove del torneo: con uno si spartisce la bandana, da un altro si fa insegnare il bunga bunga, con un altro ancora si passano (al telefono!) Aida Yespica, e da un altro, infine (per tramite di questura), si prende in custodia la nipote. Non uno di questi (fatta eccezione per chi è obiettivamente impedito) che l’abbia chiamato, così come a suo tempo auspicò Veronica Lario, per svegliarlo dalla coazione a congiungersi così come viene, all’orbigna. E nessuno dei suoi maschi di casa, per giunta, gli fa un avviso. Messo a nudo si trascina a sé la comitiva.

Il Cavaliere che frequenta solo femmine non ha una sola amica donna, non una che entri nella cerchia della sua comitiva e se perfino Benito Mussolini che era Mussolini ebbe Margherita Sarfatti dalla quale poter imparare la restante parte di cose che fanno l’uso di mondo, il Cavaliere che se la fa con tante donne resta sempre con i suoi maschi – con i calciatori, con i giornalisti e poi con tanti gaglioffi, quelli che gli fanno la cresta direttamente dal suo paniere – e sempre ai maschi dispensa tutta quella sovrabbondanza di patonza che gli gira intorno manco fossero, le patonze, tutte elettroni in vortice intorno al nucleo forte che è lui: una cassaforte da cui spillare dindi.

L’ipocrisia messa a custodia dei vizi, per farne un ultimo omaggio alla virtù, non sarebbe altro che flanella, peste dei bordelli, asma da espettorare dietro la grata di un confessionale. Una cosa è l’essere bugiardo, altro, infatti, è imbiancare il sepolcro. E quel che deriva a forza di andare solo con le donne per poi restare tra maschi è una faticosa malinconia che è propria dei normali. Scoprire dopo tanta ricotta che Berlusconi è solo un normale maschio, lo assolve dalle accuse inverosimili di racket, di sfruttamento della prostituzione, di ricatti e forse anche di mafie. Ma lo condanna alla banalità.

(di Pietrangelo Buttafuoco)

Messori: Se il premier deve proprio peccare lo faccia in silenzio


Nessuno pretende di avere un presidente del Consiglio santo. Ma almeno datecene uno che sia prudente e che sappia peccare con discrezione». Vittorio Messori, giornalista e scrittore, autore di best-seller sulla fede e intervistatore di Papi e di cardinali che lo sarebbero poi divenuti, è sempre stato contrario ad ogni moralismo. Ma sul Cavaliere il giudizio è impietoso.

Il Paese va a picco, la crisi attanaglia l’Europa e noi abbiamo pagine di giornali con le intercettazioni sui trastulli del premier. Che cosa ne pensa?

«Quando frequentavo Scienze Politiche all’università di Torino, Bobbio, Galante Garrone e Firpo mi insegnarono che bisognava sfatare un mito dannoso per il Paese: quello secondo cui chiunque abbia avuto successo nella vita può fare il politico, anzi lo statista, perché se ha fatto bene gli affari suoi saprà fare bene anche quelli di tutti. Quei maestri mi spiegavano, invece, che la politica è una professione tra le più ardue, ci vuole una vocazione».

Applicando il principio a Berlusconi che cosa si ottiene?

«Il risultato negativo di quel mito è sotto gli occhi di tutti. Berlusconi lascia rovine gravissime sul piano istituzionale. L’elettorato moderato vuole vivere la propria vita senza intralci e senza militanze. Vuole che i servizi funzionino senza essere rapinato con troppe tasse. Il Cavaliere ha fatto l’opposto. Al di là dei torti e delle ragioni, al di là dell’eccesso di intercettazioni centomila per un’inchiesta sono davvero troppe viviamo in uno stato di rissa perenne. Nonostante vi siano oggettivi pregiudizi contro Berlusconi in alcuni media, bisogna dire che l’immagine dell’Italia berlusconiana all’estero è quella di una repubblica delle banane».

Come reagisce un cattolico a questo stillicidio di rivelazioni piccanti?

«Non mi piace fare il moralista ma il realismo mi fa dire che ci vorrebbe almeno un pizzico di ipocrisia, quell’ipocrisia che rappresenta l’ultimo omaggio del vizio alla virtù».

Perché invoca l’ipocrisia?

«I gesuiti del Seicento, precettori dei principi, insegnavano: nisi caste, tamen caute. Se non puoi essere casto, almeno sii prudente. Invece Berlusconi rivendica il suo stile di vita, affermando che nessuno ha il diritto di farglielo cambiare. Qualcuno dovrebbe spiegargli che ad ogni onore corrisponde un onere. E l’onere dell’uomo delle istituzioni è quello di rendere omaggio alla virtù. Lo dico per Berlusconi, ma per essere bipartisan, ricordo anche il caso dell’ex presidente della Regione Lazio che a quanto pare andava a fare certe cose in auto blu».

Non crede che queste cose siano sempre avvenute?

«Nella vecchia Dc c’erano ministri omosessuali, ma ci stavano attenti. Non giudico la vita privata del cittadino Berlusconi, ma la vita privata così esibita del Presidente del Consiglio, che rappresenta pur sempre uno dei sette grandi Paesi del mondo e certe cose non dovrebbe permettersele. E poi, nella Prima Repubblica alle amanti si comprava una boutique, non si imponevano nelle liste elettorali o nelle istituzioni».

C’è chi dice: meglio un premier dalla vita disdicevole che non faccia la legge sull’eutanasia o sui matrimoni gay, piuttosto che uno dalla vita privata ineccepibile che però faccia passare questi provvedimenti
«Vorrei sperare in un premier “normale”, sobrio e capace di fare buone leggi, dedicandosi al governo del Paese invece che ai suoi processi. O almeno un premier saggiamente ipocrita che se vuole peccare, lo faccia con tutte le prudenze del caso. Macchiavelli diceva che gli Stati non si governano con i Pater Noster. Aveva ragione. Ma l’immagine pubblica di un uomo delle istituzioni è importante».

Secondo lei la Chiesa è stata troppo indulgente con Berlusconi?

«Se condannasse il Cavaliere riceverebbe gli applausi di quanti invece si indignano per l’ingerenza quando i vescovi parlano di aborto o di eutanasia. Il dovere della Chiesa è di annunciare il Vangelo e di enunciare i principi, non di condannare le singole persone, che se la devono vedere con il confessore, se ne hanno uno».

(fonte: www.lastampa.it)

Le parole di Satana


Goethe affermava che «nessuno è più schiavo di chi si ritiene libero senza esserlo». Questo principio è particolarmente valido per il sistema monetario vigente. Il cittadino si illude di essere proprietario dei soldi che ha in tasca, mentre ne è debitore. La banca, infatti, emette la moneta solo prestandola, sicché la moneta circola gravata di debito. Il segno della schiavitù monetaria è data dal fatto che la proprietà nasce nelle mani della banca o, per meglio dire, del banchiere che emette prestando e prestare è prerogativa del proprietario. La moneta, invece, deve nascere di proprietà del cittadino perché è lui che, accettandola, ne crea il valore; tanto è vero che, se si mette un governatore a stampare moneta in un isola deserta, il valore non nasce perché, mancando la collettività, viene meno la possibilità stessa della volontà collettiva che causa questo valore. Come ogni unità di misura (e la moneta è la misura del valore) anche la moneta è una convenzione.

Quando la moneta era d’oro chi trovava una pepita se ne appropriava senza addebitarsi verso la miniera. Oggi al posto della miniera c’è la Banca Centrale, al posto della pepita un pezzo di carta, al posto della proprietà il debito.

Non si può comprendere come sia stata possibile questa mostruosità storica (nata nel 1694 con la Banca d’Inghilterra e con l’emissione della sterlina) se non si muove dalla definizione della moneta strumento (sterco) del demonio. La verità di questa definizione è stata avvertita anche da San Francesco d’Assisi quando vietava ai padri questuanti di ricevere oboli in moneta. Noi ora ne dimostreremo la piena fondatezza sulla base delle stesse parole di Satana che stanno nel Vangelo.

Satana, nel Vangelo, parla tre volte. Dopo il digiuno di Cristo nel deserto, Satana Gli dice: «Tramuta le pietre in pane». Per lo più queste parole sono interpretate nel senso di considerarle come tentazione in quanto Cristo era affamato e mangiare pane sarebbe stato motivo della tentazione. Questa interpretazione non è accettabile perché la tentazione è sempre relativa ad un peccato e mangiare pane dopo quaranta giorni di digiuno è moralmente ineccepibile. Dunque la giustificazione delle parole di Satana va intesa diversamente e chi ci dice come interpretare le parole di Satana è proprio Cristo quando, rispondendo a Satana, afferma (Matteo 4,4): «Sta scritto, non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Ciò che sorprende in questa frase di Gesù è la novità della proposta, mai considerata dai teorici dell’interpretazione, di dedurre il significato delle parole non dalla loro espressione letterale, ma dalla bocca che le pronuncia. Quelle parole erano uscite dalla bocca di Satana; sicché per interpretarle esattamente va considerata l’ipotesi, peraltro assurda, che Cristo avesse accettato l’invito di Satana e trasformato le pietre in pane. In tal caso avrebbe potuto ben dire a Cristo: «Tu puoi mangiare pane per mio merito perché io Ti ho dato il consiglio di trasformare le pietre in pane». Quindi Cristo sarebbe stato trasformato da padrone a debitore del Suo pane.

A ben guardare questa ipotesi si verifica puntualmente nell’emissione della moneta nominale. Quando la Banca Centrale emette moneta prestandola, induce la collettività a crearne il valore accettandola, ma contestualmente la espropria ed indebita di altrettanto, esattamente come Satana avrebbe fatto se Cristo avesse accettato l’invito di trasformare la pietra in pane. Se si mette al posto della pietra la carta, ed al posto del pane l’oro, al posto di Satana la banca, si riscontrano nella emissione della Sterlina oro-carta e di tutte le successive monete nominali, tutte le caratteristiche della tentazione di Satana.

Con la costituzione della Banca d’Inghilterra e del sistema delle Banche Centrali, tutti i popoli del mondo sono stati trasformati da proprietari in debitori ineluttabilmente insolventi del proprio denaro. La banca, infatti, prestando il dovuto all’atto dell’emissione, carica il costo del denaro del 200%. L’umanità è così precipitata in una condizione inferiore a quella della bestia. La bestia, infatti, non ha la proprietà, ma nemmeno il debito. È gran tempo ormai che si comprenda che tutti possono prestare denaro tranne chi lo emette. Con la moneta debito l’umanità è stata talmente degradata che non a caso si è verificato il fenomeno del «suicidio da insolvenza» come malattia sociale che non ha precedenti nella storia. Ciò conferma la Profezia di Fatima: «I vivi invidieranno i morti». Non si possono valutare esattamente le tentazioni di Satana se non le si considerano nel loro contesto globale. Particolarmente significativa, in questo senso, è la terza tentazione (Matteo 4, 8-9): «… Gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro magnificenza, poi disse a Gesù: tutto questo io Ti darò. Se Ti prostri e mi adori». Adorare prostrati significa mettere Satana sull’altare al posto di Dio. Ciò spiega perché gli adoratori di Satana contestano fondamentalmente e necessariamente l’Eucarestia Cattolica.

La circostanza che il Protestantesimo si sia basato sulla contestazione dell’Eucarestia Cattolica ed abbia promosso la costituzione delle Banche Centrali come promotrici della moneta-debito parla da sè. Non a caso il parlamento inglese approva nel 1673 il Test Act: l’editto con cui viene dichiarata illegittima l’Eucarestia Cattolica e la Transustanziazione. Non a caso nel 1694 viene fondata la Banca d’Inghilterra che emette la sterlina sulla regola di trasformare il simbolo di costo nullo in moneta, inaugurando l’era dell’oro-carta. Non a caso nasce la subordinazione del potere religioso a quello politico quando il re d’Inghilterra diventa anche capo della religione protestante anglicana sovvertendo l’ordine gerarchico del Sacro Romano Impero per cui l’autorità politica era autonoma ed eticamente subordinata alla sovranità religiosa. Non a caso quando il Protestantesimo entra in Europa continentale non fonda una chiesa, ma una banca: la Banca Protestante il cui presidente, il Neker, diventa consigliere di Luigi XIV. Non a caso tutte le monarchie cattoliche della vecchia Europa si disintegrano perché si indebitano senza contropartita verso i banchieri per la moneta satanica da questi emessa a costo nullo e che gli stessi re avrebbero potuto emettere gratuitamente per proprio conto senza indebitarsi.

Non a caso in Svizzera vige la regola di essere ad un tempo «banchieri» e «protestanti». Non a caso la differenza essenziale tra Sacro Romano Impero e Commonwealth Britannico è la moneta. Lì il portatore è proprietario delle moneta, qui è debitore. Non a caso, dopo aver tolto Dio dall’altare con la negazione dell’Eucarestia Cattolica e fondata la Banca d’Inghilterra, il Commonwealth raggiunge nel 1855 una estensione di 22 milioni e 750 mila chilometri quadrati. Oggi tutto il mondo è Commonwealth. Tutto il mondo è «colonia monetaria». Satana, principe di questo mondo, è una persona seria: mantiene le promesse fatte a fin di male. Dopo che il male è stato fatto concede ai suoi adoratori il dominio su tutti i popoli del mondo. Su queste premesse ci si spiega anche la tentazione di Satana quando esorta Cristo a gettarsi dalla cima del tempio della Città Santa. Chi è padrone di tutto il mondo e di tutto il denaro del mondo, o perché lo possiede o perché ne è creditore, non desidera sovranità e ricchezza perché già le possiede, ma ha sete di vanagloria. Si giustifica così anche questa tentazione.

(di Giacinto Auriti)

martedì 20 settembre 2011

Il peccato non è reato


Questa povera nazione è travolta da bande di irresponsabili che guerreggiano sulla pelle del popolo incuranti dei suoi destini. I poteri costituzionali si sono trasformati in macchine belliche che si fronteggiano delegittimandosi reciprocamente. Il loro campo di battaglia è la società italiana; lo scopo, sia pure non dichiarato, è quello di fare a pezzi lo Stato. I giornali - soprattutto alcuni giornali - che dovrebbero contribuire a formare la pubblica opinione, si sono trasformati in gazzette che incitano le parti a non fare prigionieri. O tutto o niente. Come se la posta in gioco fosse la conquista di territori strategici. Alla fine dello scontro, che può durare ancora per molto tempo, prevedibilmente non resterà nulla da arraffare come bottino. Macerie fumanti, sfiducia montante, istituzioni distrutte. La decadenza non conosce confini. Né limiti. Essa si dispiega come può e fin dove può. Non ha remore morali nel distruggere la convivenza civile, nell’aizzare all’odio, nel delegittimare i nemici.

Apocalittici integrati funzionali alla distruzione di massa sono gli indefessi lavoratori impegnati nel terremotare le fondamenta stesse della comunità. È probabile che coloro i quali sono votati alla demolizione non di un uomo, ma di una parte consistente dell’elettorato che in lui si è riconosciuta, immaginando addirittura di poter acquisirla, non si pongano neppure minimamente il dubbio che la loro azione di logoramento della ragion di Stato finirà per travolgerli a beneficio di poteri esterni che avranno la strada spianata per impossessarsi di ciò che resterà dell’Italia.

L’irrilevanza che lamentano del nostro Paese nei consessi internazionali non è data dai comportamenti privati di Berlusconi, ma dalla sarabanda che hanno messo in piazza della sua vita e dei suoi costumi, enfatizzando il tutto come paradigma di una immoralità insopportabile, senza curarsi di distinguere tra peccato e reato: se il secondo non c’è o quantomeno non è dimostrabile allo stato, resta - e soltanto per chi crede, naturalmente, e non per gli immoralisti di professione, un tempo "libertari" - il primo che risulta comunque utile per rendere impresentabile chiunque se lanciato come un’accusa furente che neppure contro Eliogabalo venne formulata dai suoi detrattori i quali, al contrario dei nostri contemporanei, tenevano alla ragion di Stato e ai destini dell’impero.

Come ci tenevano, in epoche più recenti, gli americani quando governava Kennedy, i francesi al tempo di Mitterrand, gli inglesi sotto il regno di Edoardo che preferì Wally Simpson al trono: popoli fortunati quelli in cui la distinzione tra peccato e reato guida i poteri costituzionali ed i circoli che indirizzano l’opinione pubblica. Ancora di più lo sono quelli dove lo Stato di diritto non viene offeso quotidianamente dall’intrusione arbitraria nelle vite degli altri, spezzate o nella migliore delle ipotesi vilipese ed offerte al pubblico ludibrio. E non si tratta soltanto delle vite dei potenti, ma anche dei povericristi che non hanno neppure la voce per potersi difendere. Centomila intercettazioni o un milione, che differenza fa? La guerra totale non ammette conteggi: è l’esito che conta. In questo Stato siamo finiti. Tribale, appunto. E niente lascia presagire che la situazione migliori.

(di Gennaro Malgieri)

lunedì 19 settembre 2011

Usa: l'Eni non apra la Libia ai russi


L’Eni ha recentemente annunciato un accordo con la Gazprom, in base al quale darà ai russi accesso ai campi di gas naturale in Africa del Nord, in cambio di un aumento dell’accesso dell’Eni ai giacimenti di gas in Russia. Commento: il gas naturale nordafricano viene spesso visto come un’opportunità per l’Italia e l’Europa di diversificare ed evitare la dipendenza dal gas russo. Dare alla Gazprom il controllo dei campi in Africa del Nord danneggia chiaramente gli sforzi di diversificazione energetica dell’Unione Europea».

Colpisce la franchezza con cui parla l’ambasciatore americano in Italia, Ronald Spogli, in questo dispaccio classificato come «confidential», di cui «La Stampa» è entrata in possesso nel rispetto delle leggi federali. Il rapporto viene scritto nell’aprile del 2008 e spedito con procedura prioritaria direttamente al segretario di Stato, Condoleezza Rice. Per conoscenza, il documento raggiunge anche il Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca e il dipartimento al Tesoro. In Italia Silvio Berlusconi ha appena vinto le elezioni e si appresta a formare il suo quarto governo, che entra in carica l’8 maggio. In vista del cambio di amministrazione, Via Veneto informa Washington su una delle questioni prioritarie per gli interessi nazionali americani: la politica energetica di Roma, che attraverso l’Eni intreccia gli affari conclusi in Russia con quelli tradizionalmente condotti in Africa settentrionale, a partire dalla Libia.

Temi che tornano di grande attualità in questi giorni, alla vigilia del vertice di domani all’Onu in cui si discuterà proprio della ricostruzione dell’ex colonia italiana, dopo la rivolta che ha scalzato Gheddafi da Tripoli. Solo venerdì scorso l’Eni ha confermato la decisione di cedere alla Gazprom la metà della sua quota del 33% nel giacimento petrolifero libico Elephant, procedendo quindi con la politica della porta aperta a Mosca che tre anni fa Washington contestava. Il rapporto dell’aprile 2008, infatti, si apre con parole molto chiare: «L’ambasciatore Spogli ha discusso della sicurezza energetica con un gruppo guidato da Giulio Tremonti, l’uomo che secondo le attese più diffuse è destinato a diventare il ministro dell’Economia di Silvio Berlusconi. L’ambasciatore ha parlato del pericolo dell’eccessivo affidamento alla Gazprom, e della necessità di diversificare le fonti energetiche dell’Europa.

Il gigante italiano (e parastatale) Eni non è stato menzionato esplicitamente nel discorso, ma sa che stavamo parlando di lui». Infatti la diplomazia del cane a sei zampe si mette subito in moto: «Alcuni rappresentanti dell’Eni ci hanno chiamato immediatamente, chiedendo la possibilità di “chiarire gli equivoci” relativi al loro rapporto con i russi. Un vice presidente della compagnia ha fatto un briefing con il nostro consigliere economico, di cui riportiamo a parte. Più tardi l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, ha chiamato l’ambasciatore, chiedendo aiuto per organizzare degli incontri a Washington per il 5 e il 6 maggio. Scaroni era andato a Bruxelles il 16 aprile scorso come parte dello stesso tentativo di “chiarire gli equivoci”».

Spogli non sembra convinto degli argomenti usati dai responsabili della compagnia italiana, e spiega il perché al segretario di Stato Rice e agli altri interlocutori del governo americano, anticipando in sostanza le tesi che Scaroni porterà negli Usa: «Eni sosterrà che South Stream (il gasdotto progettato con la Gazprom per collegare la Russia all’Europa attraverso il Mar Nero ndr) non minaccia il Nabucco (il gasdotto sostenuto invece dagli americani e dall’Unione Europea, per portare le risorse del Mar Caspio e del Medio Oriente in Austria passando dalla Turchia, proprio allo scopo di diminuire la dipendenza da Mosca ndr)». Su questo punto centrale, l’ambasciatore si sente quasi preso in giro dagli italiani: «Abbiamo sottolineato all’Eni che lo stesso Putin sembra pensarla diversamente (guardare l’Eurasia Daily Monitor del 5 marzo 2008).

Inoltre l’amministratore delegato di Gazprom, Alexei Miller, ha dichiarato il 25 febbraio scorso che South Stream “elimina” la necessità del Nabucco». I russi, in sostanza, smentiscono la versione accomodante degli italiani, in questa sfida che pare un domino globale per il controllo delle fonti. Un gioco pericoloso e anche violento, come dimostrerà pochi mesi dopo, nell’agosto del 2008, la guerra esplosa proprio nella stessa regione tra Russia e Georgia. Quindi Spogli ribadisce il pensiero americano: «La nostra posizione riguardo l’impatto di South Stream sulla diversificazione energetica europea è stata spiegata con chiarezza dal vice assistente segretario di Stato Bryza, il 26 febbraio scorso: “Certamente non rafforza la diversificazione. South Stream rafforza la dipendenza da un solo fornitore”». A questo punto il rapporto di Spogli cambia soggetto, e tocca l’altro dente dolente della collaborazione dell’Eni con Gazprom: le risorse nordafricane.

Nel quadro dipinto dall’ambasciatore, queste risorse sarebbero fondamentali per alleggerire la dipendenza dell’Europa dalla Russia, perché offrirebbero un’alternativa strategica sulla quale Mosca non avrebbe alcun potere di interferire. Quindi critica la decisione dell’Eni di dare a Gazprom l’accesso al gas dell’Africa settentrionale, spiegando che danneggia l’obiettivo strategico della diversificazione. Il documento prosegue con una nota biografica dell’amministratore delegato dell’Eni, che sembra preparare Washington a una possibile sfida senza esclusione di colpi: «I funzionari che incontreranno Scaroni devono sapere che, secondo i media, nel 1992 lui si dichiarò colpevole di corruzione in relazione al progetto per una centrale elettrica a Brindisi.

Questa inchiesta faceva parte dell’enorme scandalo di Tangentopoli, che aveva abbattuto i partiti politici dell’Italia del dopoguerra. Scaroni era stato condannato a un anno e quattro mesi di prigione, ma non ne ha scontato alcuno. Altri rapporti sulla corruzione dell’Eni sono più recenti. La compagnia possiede il 25% del consorzio Tskj, che è sotto inchiesta della Sec per presunti pagamenti impropri a funzionari nigeriani. Inoltre, nel marzo 2008 le autorità britanniche e italiane hanno lanciato un’inchiesta per corruzione riguardo la vendita di un grande sistema di telefonia mobile in Italia. Funzionari della compagnia elettrica parastatale Enel avrebbero ricevuto tangenti dall’azienda egiziana che aveva potuto acquistare il sistema. Scaroni era amministratore delegato dell’Enel, all’epoca della vendita».

Spogli, però, non dà per chiusa la questione, e spera che siano possibili dei chiarimenti: «Sappiamo che Scaroni ha confermato un appuntamento con i sottosegretari Reuben Jeffrey e Levy, e possibili appuntamenti con il sottosegretario Fried e il vice consigliere per la sicurezza nazionale James Jeffrey. Noi raccomandiamo fortemente che questi appuntamenti siano confermati». Si tratta di persone chiave nell’amministrazione americana, che gestiscono proprio i rapporti con l’Europa e gli affari economici ed energetici, al dipartimento di Stato e alla Casa Bianca. I dispacci di Spogli non spiegano nel dettaglio come vanno gli incontri di Scaroni a Washington e quale tipo di chiarimento avvenga. All’Eni, però, dicono che sono questioni superate, grazie a una serie di contatti ai massimi livelli proseguiti nel tempo. Il nuovo inviato americano per i problemi energetici nell’Eurasia, Richard Morningstar, ha attenuato le critiche a South Stream, mentre l’ingresso di Gazprom in Libia per il momento riguarda il petrolio e non il gas.

Domani questi temi torneranno sul tavolo del vertice Friends of Libya all’Onu, dove circa ottanta delegazioni discuteranno il futuro del paese, e quindi anche l’accesso alle risorse naturali che devono generare la ricchezza di Tripoli.

domenica 18 settembre 2011

Ci sono due errori da evitare. Così il Pdl può sopravvivere


Davanti alla verità è da suicidi chiudere gli occhi. La Seconda Repubblica sta crollando. Prima o poi, anche i muri maestri e i pilastri rovineranno al suolo. Pure il leader che ha dato l’impronta a quest’epoca, Silvio Berlusconi, è al tappeto. Il metodo per abbatterlo può anche essere stato barbarico, come sostiene lui. Le centomila intercettazioni ordinate da una solo procura per indagare quante fossero le donne da portare nel letto del premier, sono un’aberrazione. In nessun altro paese sarebbe stata possibile questa enormità. Per di più pagata con denaro pubblico, prelevato dalle tasche di tutti noi contribuenti onesti.

Tuttavia, la verità ci impone di dire che il peggior nemico di Berlusconi è stato Berlusconi. Silvio ha ucciso se stesso. Prima o poi, il premier ammetterà di aver attuato un suicidio strisciante. Si renderà conto dei propri errori, ma allora non ci sarà più modo di porvi rimedio. L’augurio che da italiano posso fargli è che, assieme a lui, non sparisca il centrodestra. E che tanto il Pdl che la Lega riescano a sopravvivere.

Non ho mai votato per nessuno dei due partiti, ma non sono così sciocco da sperare nella loro scomparsa. Nelle democrazie parlamentari, i blocchi che si contrappongono sono necessari gli uni agli altri. Per questo motivo, in Italia, Bersani & C. farebbero bene ad augurarsi l’esistenza di un gruppo opposto.

Senza il Pdl e la Lega, il centrosinistra sarebbe fatalmente indotto a commettere ancora più errori di oggi. Nel caso di una vittoria elettorale, l’assenza di un’opposizione renderebbe zoppa la nostra democrazia. Lasciando la nuova maggioranza in balia di una minoranza violenta, tutta interna ai trionfatori. Quella delle frange lunatiche antagoniste, già oggi pronte a incendiare le piazze.

Per ora la Lega non sembra essere sopraffatta dai guai. Il successore di Umberto Bossi è già pronto. Si chiama Roberto Maroni e l’unica incognita sta nella data del passaggio dei poteri. In molti pensano che prima avviene e meglio sarà. A trovarsi nelle peste è soprattutto il Popolo delle libertà. Qui ancora non esiste nessuna alternativa al Cavaliere. Sento dire che nel Pdl la stanno cercando, O almeno si pongono il problema di scovare un nuovo leader. Ma sono soltanto voci. E come si usava dire un tempo: vedere cammello, pagare cammello.

Che cosa deve fare la classe dirigente del Pdl per salvare il proprio partito? Prima di tutto, non deve abbandonarsi a una convinzione fatale. Qualcuno la esprime con queste parole: “Berlusconi era il sole. Una volta tramontato, noi non esisteremo più”. Parole micidiali per la sopravvivenza del centrodestra. Ma non è affatto così.

La vita continuerà anche dopo il Cavaliere. Morto un Papa, se ne fa sempre un altro. Nessun partito deve dipendere dalla figura del leader. Ricordiamoci del Pci. Una volta scomparso Palmiro Togliatti, al potere per vent’anni, al suo posto arrivò Luigi Longo. E lui fu tanto accorto da scegliersi il successore quando era ancora in vita: Enrico Berlinguer.

Il secondo dovere da onorare è di non abbandonarsi alla guerriglia interna, big contro big, in un crepitio di parole pesanti come pallottole. Sta facendo questo errore un fedelissimo di Berlusconi, il deputato Giorgio Stracquadanio.

Intervistato da Fabrizio Roncone, del Corriere della sera, non si è limitato a ripetere l’immagine del sole che tramonta e lascia tutti al gelo, morti stecchiti. No, ha tirato per la giacca una pattuglia di amici di partito. I “patetici smemorati” che dimenticano i benefici ricevuti dal Cavaliere e si preparano a prendere il suo posto.

Vediamo la lista del super berlusconiano. Al primo posto c’è Roberto Formigoni, il presidente della Regione Lombardia, che molti ritengono un possibile successore di Berlusconi. Ma Stracquadanio scuote la testa: “Formigoni era un semplice, minuscolo democristiano, quando arrivò Berlusconi e lo creò, e gli dette prestigio”. E Gianni Alemanno, il sindaco di Roma? “Lui ha perso un sacco di tempo, cullando sogni di leadership nazionale. Anzi temo che abbia persino immaginato di poter diventare il vice di Berlusconi. Così facendo, purtroppo, si è distratto, non ha onorato il patto con i nostri elettori e ha dimenticato di governare Roma”. E Renata Polverini, presidente della Regione Lazio? “Dal punto di vista politico, prima dell’elezione era un’entità astratta. E tornerà a esserlo senza il sole caldo del premier. Il guaio è che non se ne rende conto. Invece di occuparsi della tubercolosi al Gemelli, sta lì a dire che il premier ha un deficit di credibilità e di reputazione. Perciò, secondo lei, sarebbe meglio fare patapam e patapim”.

E Beppe Pisanu, che ha chiesto le dimissioni del presidente del Consiglio e l’avvento di un governo di larghe intese? “Pisanu farebbe meglio a spendere le sue energie nella commissione Antimafia che presiede. Non la vedo guidata con l’impeto necessario. E aggiungo che mi innervosisce assai l’idea che lui appaia come il vecchio saggio e noi come dei pazzi scriteriati”.

Le interviste di questo parlamentare milanese, cresciuto alla scuola politica di Marco Pannella, sono sempre divertenti, ma non cavano il ragno dal buco. Una volta scomparso il sole che ha il faccione stanco di Silvio, bisognerà salvare il centro destra dal gelo che anche Stracquadanio teme. Il Bestiario si guarda bene dal dare consigli non richiesti. Un proverbio delle mie parti recita: guai a insegnare ai gatti come ci si arrampica sui muri.

L’unico suggerimento che posso offrire al gruppo dirigente del Pdl è di guardare davanti, senza voltarsi indietro. Berlusconi ha concluso il proprio ciclo bio-politico, come ha riconosciuto in tivù Alessandro Giuli, il vicedirettore del “Foglio”. Il Cavaliere, aggiungo io, resterà nella storia italiana per il buono e il cattivo che ha fatto. Ma la storia, il passato, va lasciato agli storici che ne scriveranno.

I politici saggi hanno il dovere di guardare al futuro. E di prepararlo con la giusta dose di cinismo. Un atteggiamento che non è sempre negativo. Qualche giorno fa, su Libero, mi ero augurato un rivolta di palazzo nel Pdl, per spingere Berlusconi a dimettersi. Ma oggi penso che non ce ne sia bisogno. Sotto l’incalzare delle inchieste e delle intercettazioni, forse sarà lo stesso Cavaliere ad andarsene.

Tuttavia, non sono del tutto certo che Berlusconi si comporterà così. Qui posso limitarmi a un augurio e a un timore. L’augurio è che il premier sia tanto generoso da non comportarsi come i tiranni che decidono di morire portandosi nella tomba tutti i fedeli. Il timore è che nel Pdl avvenga l’opposto e divampi un conflitto interno, che potrebbe sfociare in una guerra civile. In grado di distruggere il partito.

Ma attenzione! “Una guerra civile non è una guerra, è una malattia” ha scritto Antoine de Saint-Exupéry, l’autore del “Piccolo principe”. “Il nemico è all’interno, e si finisce per combattere quasi contro se stessi”.

(di Giampaolo Pansa)

Il patriottismo traballante di una certa destra


Ho letto con doverosa attenzione i due articoli che Marcello Veneziani e Dino Cofrancesco hanno dedicato al concetto di Patria, e alla spregiudicatezza con cui la sinistra attuale vuole impadronirsene. Condivido al cento per cento, in proposito, le osservazioni di entrambi.

Ma più che i consensi mi pare meritino d’essere sottolineati, da parte mia, i dissensi o le perplessità. Ho avuto l’impressione - ma forse sbaglio - che Veneziani abbia di proposito insistito sull’esistenza d’una idea e d’un ideale di Patria al di là e al disopra di quell’entità che si chiama Stato italiano. La visuale di Veneziani antepone allo Stato la Nazione. Non è la Costituzione, scrive, che fa dell’Italia un Paese. «Non sono le leggi a fare l’Italia e gli italiani, ma è la vita, la cultura, la lingua e la storia di un popolo, e la percezione di sentirsi, pur nelle diversità, un popolo». E Cofrancesco in sostanza assente: «Prima dell’Unità non c’era il deserto dei tartari».

Tutto vero. Eppure si annida in quelle diagnosi assolutamente ragionevoli un pericolo: il pericolo cioè che ne sia sminuito il Risorgimento, ridotto a episodio di pochi anni in una vicenda millenaria, e che di conseguenza ne sia sminuita l’Unità. Che non è molto in auge, mi sembra, oggi come oggi. Non sono ottuso al punto di negare che l’Italia, sia quando era la sede d’un possente impero, sia quando era «la terra dei morti», abbia conosciuto splendori e miserie che avevano scarsa attinenza con il suo essere Stato. Ma il dramma dell’Italia attuale - uno dei drammi, se preferite - sta nella sua propensione a rinnegare il momento fondante dello Stato senza davvero volersi ancorare ai valori sociali e culturali da Veneziani evocati. Si può essere patrioti di una entità multiforme e frammentata? Si può essere patrioti senza credere davvero nella Patria?

Non vorrei essere frainteso. Veneziani e Cofrancesco hanno sostenuto tesi accettabili. Ma quando Veneziani celebra i meriti dell’Italia - o delle Italie? - preunitaria prescindendo dal suo essere o non essere Stato, secondo me ha ragione e torto nello stesso tempo. Quel passato merita grande rispetto. Ma di per sé non genera patriottismo. Gli Stati Uniti sono quasi privi nella loro storia - così breve in confronto a quella di noi europei - del substrato di pensiero e di fatti che forma l’identità italiana. Le loro tradizioni autentiche, i loro maestri spirituali, religiosi, artistici erano altrove - paradossalizzo un po’, ma lo faccio per essere chiaro - erano migliaia di chilometri lontano. Nonostante questo, o forse proprio per questo, i cittadini Usa sentono fortissimamente il legame con le loro leggi, con la loro Costituzione, con i padri fondatori non solo d’una collettività ma d’uno Stato. Nel Paese che ha, o sembra avere, radici più brevi o più tenui, il patriottismo è sentito con grande vigore, e gli internazionalismi hanno minore presa.

Il neopatriottismo di sinistra ha mandato in archivio slogan retorici come quello della Resistenza tradita (tutto è dichiarato tradito in Italia: per la sinistra la Resistenza, per i nazionalisti la vittoria nella Grande Guerra). Queste frustrazioni incubano raramente qualcosa di buono. Ma, per tornare alla Patria, devo dire che la vedo sì insidiata dagli usurpatori, dallo zelo improvviso di chi vuole difendere a spada tratta la Costituzione e i costituenti, un tempo vituperati. Ma la vedo egualmente o ancor più insidiata dall’affermarsi ed estendersi, all’interno dello schieramento «moderato», di due opposte e coincidenti pulsioni antiitaliane. La Patria è un fastidio per i leghisti militanti che cercano simboli e rituali in una Padania abbastanza fantasiosa, in prati magici, in ampolle purificatrici.

La Patria è egualmente un fastidio per i nostalgici dell’Italia prerisorgimentale, impegnati a tessere le lodi del Regno del Sud e ad esaltare, in opposizione al liberalismo, il Sillabo di Pio IX. La sinistra si distinse un tempo per un suo particolare patriottismo di carattere ideologico, amava l’Urss, amava Stalin buon padre dei popoli, non amava l’Italia. Adesso la negazione dell’Italia viene da due fronti, il negativismo antirisorgimentale imperversa sia nelle valli bergamasche sia nelle terre che furono dei Borboni. Il patriottismo non è morto, ma non è nemmeno in buona salute.

(di Mario Cervi)

Se la sinistra partigiana diventa nazionalista

Marcello Veneziani ha ragione nel dire ai “cari neopatrioti di sinistra”: «l’Italia non è cosa vostra». Da sessant’anni la storiografia progressista è vissuta di «processi al moto unitario», di «Risorgimento interrotto» (o tradito), di «conquista regia», di «estraneità delle masse alla costruzione dello Stato nazionale», di «mancata riforma agraria», di «colonizzazione del Sud» eccetera.

Quello di sinistra era un versante politico «convinto che la storia d'Italia cominciasse dalla Resistenza e dalla Costituzione e il resto fosse solo foresta nera». Mi chiedo, però, se la minoritaria destra nazionale, sempre pronta a sbandierare il tricolore davanti agli antinazionali, avesse davvero le carte in regola per fare del patriottismo una cosa sua. Per un ventennio ho letto le pagine culturali del Secolo d’Italia (raccolte poi in pesanti volumi) e, a parte le celebrazioni retoriche dei martiri del Risorgimento e delle guerre mondiali, vi ho respirato un’aria che non era certo né cavouriana, né mazziniana. Il progetto politico-culturale sembrava quello di una grande federazione di tutte le correnti di pensiero antimoderne-italiane e tedesche, soprattutto-mobilitate per contrastare l’irresistibile ascesa dell’illuminismo. Cattolici tradizionalisti e lefevriani si alternavano a evoliani nostalgici dell’Impero: non c’era critico di destra di Giovanni Gentile che non venisse ricordato e “rivalutato” e se si parlava dei liberali conservatori, come Vilfredo Pareto e Gaetano Mosca, era per metterne in luce la demistificazione della democrazia e l’ispirazione elitistica, interpretata in senso autoritario.

Sono da condividere le parole di Veneziani: «Chi si sente davvero italiano abbraccia la sua storia, si riconosce nel suo carattere, ama la sua civiltà e rispetta le sue tradizioni. Non sono le leggi a fare l’Italia e gli italiani, ma è la vita, la cultura, la lingua e la storia di un popolo e la percezione di sentirsi, pur nella diversità un popolo. Le norme sono astratte, neutre, a-nazionali, possono trasferirsi da Paese a Paese; invece la vita, le opere, le città, le parole e le memoria di un popolo no». Tali parole fanno a pezzi non solo il «patriottismo costituzionale» alla Habermas ma, altresì, le tesi dei vari Rusconi che non dubitano che un regime politico - democratico, liberale o altro - sia cosa ben diversa dalla “comunità politica” ma poi vorrebbero cancellare da quest’ultima i protagonisti dei periodi «nefasti», come il fascismo.

L’Italia, certamente, è la sua storia: storia di comuni, di signorie, di province soggette al dominio straniero: prima dell’Unità non c’era il deserto dei tartari. Le produzioni culturali, artistiche, scientifiche, religiose, letterarie del «Paese calpesto e diviso» rappresentano una tradizione che sarebbe stolto rinnegare. Va detto, però, che la ricchezza e la varietà delle creazioni dell’«Italia gente dalle molte vite» riacquistarono senso e significato alla luce dell’evento epocale - e tale apparve all’opinione pubblica occidentale - costituito dal Risorgimento. Gli anni delle guerre di indipendenza non furono segnati solo da contrasti politici e istituzionali talora profondi ma videro il nostro ricongiungimento all’«Europa vivente», con il trionfo di una versione nazionale del liberalismo, alla quale concorsero laici e cattolici, Cavour e Minghetti, Mamiani e Lambruschini, Manzoni e De Sanctis, Silvio Spaventa e Carlo Cattaneo. Risorgimento e «liberalismo italiano» sono la stessa cosa: se viene meno il secondo, il primo diventa un fantasma non innocuo, incapace di dare alla nazione un fondamento di legittimità.

Le rivoluzioni atlantiche - inglese, francese, americana - non rinnegarono il passato ma fondarono una legittimità politica in cui la comunità si riconosceva pienamente nelle sue istituzioni e queste si modellavano su concreti diritti liberali e democratici. La “rivoluzione italiana” non riuscì a darsi un «mito di fondazione» condiviso giacché se ne contestò ben presto l’anima liberale col risultato che, nella sua dottrina dello Stato, a fondamento del sistema giuridico-politico, non furono posti i «diritti soggettivi», le «libertà dei moderni», ma un «interesse generale» che le varie famiglie ideologiche (cattolici ultramontani, democratici radicali, socialisti, nazionalisti etc.) interpretavano a modo loro.

(di Dino Cofrancesco)

Cari patrioti di sinistra, l'Italia non è cosa vostra


Ma si può lasciare il tema del­l’identità nazionale sulle spalle di Giorgio Napolitano? E si può, alle sue spalle, trafugare il corpo del­­l’Italia, la sua storia e la sua passio­ne coltivata dalla destra storica e nazionale, cattolica e popolare, moderata e conservatrice, e affida­re il pacco tricolore alla sinistra? È quel che vedo accadere sul terre­no della politica, dei giornali e del­la cultura.

Mentre il governo si oc­c­upa dell’Italia presente e denun­cia lo spirito antinazionale delle opposizioni, che remano contro il proprio paese pur di far cadere Berlusconi, l’idea dell’Italia, dal suo passato al suo futuro, la sua storia e la sua unità, la sua identità e la sua civiltà vengono traslate sul versante della sinistra. Galli della Loggia, nel suo libro dialogo con Aldo Schiavone - Pensare l’Italia - ammette che entrambi hanno «scoperto tardi l’Italia». Ma non solo i due intellettuali sono tardivi scopritori dell’Italia: un intero blocco politico, civile, mediatico e culturale ha scoperto l’Italia assai di recente e magari per circostanze un po’ meschine. Si sa come è nato il neo-patriottismo a sinistra: per mettere in difficoltà il governo con l’alleato leghista e per suscitare la reazione degli italiani nel nome della dignità nazionale ferita e discreditata nel mondo, sempre per colpa dello stesso governo.

Ma io mi ricordo quando a sedici anni sventolavo il tricolore ed ero considerato per questo un estremista e un sovversivo; ricordo quando era proibito l’amor patrio anche per ragazzi che non avevano vissuto il fascismo, la guerra e la retorica passata; ricordo quanto disprezzo o distacco circondava il tema dell’identità nazionale e del pensiero italiano quando negli anni ottanta pubblicavo saggi sul tema e organizzavo convegni per pensare o ripensare l’Italia. Oggi rivedo gli stessi temi, a volte le stesse parole. E amaramente mi compiaccio.

(di Marcello Veneziani)

domenica 11 settembre 2011

La ritualità dell'11 settembre


Sulla retorica del 'siamo tutti americani' che avvolse (e ancora avvolge), l'intero Occidente dopo gli attentati dell'11 settembre 200I il filosofo francese Jean Baudrillard scrisse, con crudezza, con lucidità e con coraggio (e ce ne voleva moltissimo in quel momento) "che l'abbiamo sognato quell'evento, che tutti senza eccezioni l'abbiamo sognato - perchè nessuno può non sognare la distruzione di una potenza, una qualsiasi, che sia diventata tanto egemone - è cosa inaccettabile per la coscienza morale dell'Occidente, eppure è stato fatto, un fatto che si misura appunto attraverso la violenza patetica di tutti i discorsi che vorrebbero cancellarlo" ( J. Baudrillard, Lo spirito del terrorismo, 2002).

Per tutta la vita ho sognato che bombardassero New York e non posso essere così disonesto con me stesso e con i lettori da negarlo ora che il fatto è avvenuto. Eppure ho provato anch'io un instintivo orrore per quella carneficina, per quello sventolar di fazzoletti bianchi, per quegli uomini e quelle donne che si buttavano dal centesimo piano. E allora?

L'America è una Potenza che da più di mezzo secolo colpisce, con tranquillità e spietata coscienza, nei territori altrui, che negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale ha bombardato a tappeto Lipsia, Dresda, Berlino premeditando di uccidere milioni di civili perchè, come dissero esplicitamente i comandi politici e militari statunitensi dell'epoca, bisognava "fiaccare la resistenza del popolo tedesco", che ha sganciato un terrificante, e probabilmente inutile, Bomba su Hiroshima e Nagasaki e che nel dopo guerra ha fatto centinaia di migliaia di vittime innocenti in ogni angolo del pianeta ( lo scrittore, americano, Gore Vidal ha contato 250 attacchi militari che gli Stati Uniti hanno sferrato senza essere provocati).

L'11 settembre invece gli americani, per la prima volta nella loro storia, venivano colpiti sul proprio territorio. Pensavo che questa tragedia avrebbe insegnato loro qualcosa: l'orrore di vedere le proprie case cadere come castelli di carta, seppellendo uomini, donne, vecchi, bambini, famiglie, affetti. Che gli avrebbe insegnato l'orrore dell'orrore ora che lo avevano vissuto sulla propria pelle. Che gli avrebbe insegnato che anche le vite degli altri hanno un valore, poichè tengono tanto alle proprie. Invece hanno continuato imperterriti. Come prima, peggio di prima. Loro hanno sempre la coscienza tranquilla, le tragedie degli altri non li riguardano, al massimo sono 'effetti collaterali'.

Hanno cominciato con l'Afghanistan. Poteva esserci una ragione perchè da quelle parti stava Bin Laden, anche se nessuna inchiesta seria è mai stata fatta per dimostrare che dietro gli attentati alle Twin Tower o quelli del 1998 in Kenya e Tanzania ci fosse effettivamente il Califfo saudita (sarà il motivo per cui il Mullah Omar ne rifiuterà l'estradizione non accettando l'arrogante risposta Usa "Le prove le abbiamo date ai nostri alleati"). Ma dopo dieci anni di occupazione rimangono sul terreno 60 mila vittime civili la maggior parte delle quali provocate dai bombardamenti a casaccio sui villaggi e persino sui matrimoni. A stretto giro di posta è venuta l'aggressione all'Iraq: 650 mila vittime civili.

Giuliano Ferrara sul Foglio (6/9) proprio mentre dichiarava di detestare l'iperbole ha definito l'II settembre "l'attentato più grande e infame della storia". E' solo una delle tante tragedie della storia recente, forse quella che ci ha colpito di più ma non certo la più infame. E io mi rifiuto di piangere ogni anno, ritualmente e a comando, lacrime di coccodrillo per tremila vittime. Rituali che tentano di far entrare nel buio sgabuzzino del dimenticatoio tutte le altre. Che sono milioni.

(di Massimo Fini)

All’Occidente resta un nemico: se stesso


Dieci anni fa finiva il mondo. Era una gior­nata qualunque, non s'avvertiva aria d'apo­calisse ma di fine estate. E invece finiva il mondo. La svolta millena­ria che temevamo da bambini per il Duemila arrivò l'anno dopo. E ar­rivò come una fiction, in tv, e noi increduli a vedere e capire se era davvero un film di genere apocalit­tico o la realtà nuda e cruda. Poi ci convincemmo che non era la fine del mondo ma era finita la fine del­­la storia, proclamata un decennio prima; la storia ricominciava, alla grande. Islam contro Occidente. Terza Guerra Mondiale diffusa. Non più est contro ovest ma sud contro nord, non più comunismo ma fanatismo para-religioso, non più scontro di superpotenze ma focolai di guerra e terrore disseminati nel mondo. Avvertimmo l'11 settembre come l'inizio di una nuova sanguinosa storia mondiale, il campanello d'allarme di una chiamata globale alle armi. E invece no, continuarono guerre e guerrette, conflitti locali, qualche attentato, ma la guerra mondiale non venne. Da allora ricominciò l'età dell'insicurezza, ma la mobilitazione totale fu un falso allarme.

E adesso cosa resta di quell'11 settembre, che bilancio ci lasciò a ripensarlo dopo dieci anni? Per cominciare non fu uno scontro di civiltà, la civiltà islamica d'oriente contro la civiltà cristiana d'occidente. E non lo fu dall'inizio. Se i fanatici dell'Islam avessero voluto dichiarare guerra alla civiltà cristiana avrebbero colpito la Basilica di San Pietro o - per prendere due piccioni con una fava - la cattedrale di New York, non un santuario della finanza e della tecnica, un simbolo della potenza americana e occidentale, le Due Torri. I fanatici volevano colpire la supremazia occidentale, il materialismo d'Occidente, l'irreligione e la superbia occidentali, non la fede e la civiltà cristiana.

Poi sarebbe facile e anche veritiero evocare quell'evento come l'aggressione dei fanatici ad una civiltà liberale fondata sui diritti dell'uomo, sul rispetto della vita e della libertà e sul ripudio della violenza e della guerra. Ma è una mezza verità. L'altra metà fu che l'Occidente si era imbarcato in una sciagurata guerra nel Golfo, con propaggini afghane e mediorientali, che fu giustificata da nobili principi, mossa da interessi geo-economici e commerciali e condotta con brutali violazioni e palesi cecità: bombe sui civili e su luoghi antichi e sacri di civiltà, stragi, errori strategici e militari a ripetizione, violazione di tradizioni e usi altrui, sanzioni ed embargo su medicinali e cibi a popolazioni inermi. La guerra a Saddam resta a mio parere, e so di non esprimere la linea del Giornale di allora e di adesso, una guerra sbagliata, atrocemente sbagliata. Mi riconobbi allora e mi riconosco ancora adesso nelle parole del Papa e non mi accodai allora e né mi accodo adesso alle utopie autolesioniste del pacifismo.
Va poi detto che la guerra tra Islam e Occidente, non solo non coinvolse né tutto l'Islam né tutto l'Occidente, ma giovò alla fine solo ai Terzi: da quella guerra semifredda con l'Islam non uscì infatti rafforzata né la supremazia americana e occidentale e nemmeno dall'altra parte la forza dell'Islam; ma crebbe il ruolo di Soggetti Terzi, come la Cina o l'India. Tra i due litiganti, i terzi godettero e godono ancora. La tensione mondiale, la ridefinizione dei ruoli, non favorì nemmeno lo sviluppo di una Forza Europea. Crebbe il Mercato Europeo, con la sua Moneta, non la sua forza politica, strategica e militare. Il suo ruolo restò secondario e privo di unità.

Anche dopo l'11 settembre i pericoli maggiori che corre l'Occidente non provengono da nemici esterni ma dalla stanchezza dell'Occidente stesso, il consumismo esasperato, le speculazioni in borsa, l'economia irreale, i suoi squilibri sociali, la perdita di riferimenti superiori e di legami sociali, la corruzione interna e il nichilismo. L'occidente continua a farsi del male da solo, e continua ad essere il Nemico principale di se stesso.

Ripensando a quell'11 settembre vorrei dire infine un paio di cose. I cosiddetti kamikaze non avevano nulla a che fare con gli eroi giapponesi, colpivano in modo feroce obbiettivi civili, seminavano e ancora seminano terrore tra la gente inerme e innocente. Emerse tuttavia la vulnerabilità della Tecnica e del Guscio occidentale: isolati fanatici con minime armi possono infliggere catastrofi a superpotenze mondiali, mandare in cortocircuito interi sistemi difensivi. Un uomo disposto a morire è più forte di un Apparato così potente e sofisticato. Tragica e beffarda rivincita dell'Umano contro la Tecnica proprio sul terreno del Disumano.
Invece i pompieri di New York scrissero una pagina mirabile di coraggio, amor patrio, dedizione e solidarietà. Invidiai l'orgoglio americano, mi sentì anch'io, nel dolore e nell'orrore, americano, nonostante tutte le mie riserve storiche, geopolitiche e culturali sull'americanizzazione del mondo.

Ma restano ancora ombre misteriose su quell'11 settembre. Diffido dei complottismi fantasiosi e ancor più dei negazionismi dissennati, ma resta oscuro l'attentato al Pentagono, l'abbattimento di aerei civili, insieme ad altre cose. Possiamo però dire che quell'allerta è oggi in larga parte rientrato. Se neanche l'uccisione di bin Laden ha prodotto reazioni e ritorsioni vuol dire che quel pericolo forse è passato o rientra tra altri, possibili motivi di insicurezza....

(di Marcello Veneziani)