sabato 18 settembre 2010

L’Urbe «rifondata» a statuto speciale torna sulla breccia


Roma diventa Capitale. Ma come, finora lo era solo per scherzo? No, per carità, Roma è Caput da millenni, prima di limitarsi a essere «solo» Capitale d’Italia. Ma ora, a 140 anni dal XX settembre, assume per legge lo statuto speciale di Capitale, con risorse e prerogative straordinarie.

Sarà stato il castigo della Provvidenza ma nell’autunno del 1870, dopo la breccia di Porta Pia, Roma finì sommersa sotto una terribile alluvione. Al fianco della Chiesa di S.Maria della Minerva, proprio dove aveva sede la Santa Inquisizione, c’è una lapide che ricorda l’alluvione del dicembre 1870 e segna il livello che raggiunse l’acqua: ad altezza d’uomo. I papalini collegarono il disastro alla collera divina per la profanazione di Roma cattolica, per gli insulti contro Pio IX definito da Garibaldi «un metro cubo di letame», per la prigionia del Papa che si definì «sub hostili potestate constitutus», sottoposto a un potere ostile. Non fu indolore il passaggio di Roma dal Papa Re al Regno d’Italia; e chissà cosa sarebbe accaduto se il Papa anziché in San Pietro, si fosse trincerato in piena Roma nel Palazzo dei Papi dove lui abitava, il Quirinale. Oltre le gesta eroiche di quei giorni o gli avvenimenti epici della Repubblica romana, vanno ricordate anche le pagine più dolorose: per esempio nel 1867, quando due operai romani lanciarono bombe in una caserma pontificia, uccidendo venti zuavi e poi furono processati e condannati a morte dal tribunale papale. O dopo l’avvento di Roma capitale, il 13 luglio del 1881, quando fu assaltata la salma di Pio IX, con le sassate al corteo, la violazione del feretro e le bestemmie di una folla inferocita, incurante delle Guarentigie che garantivano rispetto e incolumità al Papa. Quanta ostilità tra i «buzzurri» piemontesi e gli «oscurantisti» clericali, tra massoni e atei radicali da una parte e dall’altra parte nobiltà nera e papalini, con le celebrazioni ancor oggi contrapposte. E poi i futuristi che sognavano di svaticanizzare l’Italia, le sinistre atee che urlavano, ricevendo scomuniche... Un quartiere intero a ridosso di San Pietro, Prati, sorse quasi in sfregio al Papato. Col XX settembre gli ebrei compirono la loro piena integrazione nella città anche se vanno dette due cose solitamente omesse: fu Pio IX a sghettizzare gli ebrei a Roma, abbattendo il muro che li separava; e fu Mussolini, nel 1931, a firmare un concordato con la comunità israelitica che per la prima volta ebbe pieno riconoscimento giuridico dallo Stato italiano.

Dal XX settembre del 1870 passò molta acqua sotto i ponti del Tevere, dai Patti Lateranensi tra Stato e Chiesa nel ’29 al dominio della Dc che fu una prolungata anestesia del conflitto tra laici e religiosi. E nel centenario dell’Unità d’Italia, Papa Giovanni XXIII e il cardinal Montini, che poi diventerà Paolo VI, definirono provvidenziale l’unità d’Italia e l’avvento di Roma capitale e riconobbero, come da laico scriveva Prezzolini, che la Chiesa grazie al XX settembre si era liberata del potere temporale, e non era più un piccolo regno ma riprendeva la sua missione universale e spirituale. Insomma, anche la Chiesa riconobbe che la breccia di Porta Pia fu una benedizione per l’Italia e per il cattolicesimo. Con questo spirito, il 20 settembre il Cardinal Bertone, segretario di stato vaticano, il presidente della Repubblica Napolitano e il sindaco di Roma Alemanno si incontreranno sulla breccia per superare anche simbolicamente quella ferita. E poi per proclamare, in Campidoglio, l’avvento dello statuto speciale per Roma capitale.

Ma per costruire una memoria condivisa non si deve mai usare l’ipocrisia di nascondere le lacerazioni del passato e rimuovere i fatti storici più controversi. Al contrario, si devono confrontare le opposte eredità e poi arrivare ad una sintesi nel segno della concordia, che rispetti le diversità più irriducibili ma renda condivisa alla fine l’unità. Un convegno in Campidoglio sancirà in tre sessioni il ripensamento del XX settembre, da un punto di vista cattolico, da un punto di vista laico e infine dal punto di vista dell’identità nazionale. Poi una domenica di festa, musei aperti di notte, mostre inaugurate, concerti e teatro. Insomma il 20 settembre come festa popolare, di tutti. C’è invece chi ha nostalgia del XX settembre come la festa de noantri, riservata a radicali e massoni. Massimo Teodori, ad esempio, sul Corriere della sera, chiedeva di «difendere Porta Pia dal clericalismo» e accusava la Chiesa di aver posto veti nel convegno di oggi a storici sgraditi. Vorrei informarlo che l’unico storico (da me proposto) che non figura tra i relatori del convegno è il cattolico tradizionalista Roberto de Mattei, vicepresidente del Cnr e biografo di Pio IX. I laici ci sono tutti.

L’avvento di Roma capitale fu importante per tre ragioni. La prima, perché solo a Roma la storia dell’unità d’Italia si incardinò nella storia di una civiltà, la civiltà romana e poi cristiana - medioevale, rinascimentale e barocca - ma anche la civiltà del diritto, dello stato, della civitas imperiale e universale. La seconda, perché solo a Roma si compì l’Unità d’Italia, il sud si ricongiunse al nord ed entrò nella storia comune del paese, nei ministeri e nella vita delle istituzioni. La terza, perché a Roma la coscienza civile del paese si incontrò, prima scontrandosi, con la coscienza religiosa del paese. Tre ragioni forti e ancora valide. Poi ci sono anche le altre facce indegne e caciarone di Roma: la Roma prostituta di Lutero e la Roma ladrona e parassita, la Roma grottesca di Flaiano e Manganelli, o di Sordi e Fabrizi, la Roma porcona e vitaiola descritta da Fellini e Pasolini, la Roma de’ core e la Roma de’ trippa... Sorprende sapere da un libro del vice Sindaco Mauro Cutrufo, La quarta capitale (ed. Gangemi), che Roma è il comune più esteso d’Europa, ha un’area che equivale a quella di otto capitali europee messe insieme, inclusa Parigi. Ed è più vasto di Mosca e di New York. In occasione dell’anniversario, del convegno e della legge speciale esce un Manifesto per Roma Capitale che è stato presentato ieri in Campidoglio, voluto dal sindaco, scritto e approvato dal comitato d’indirizzo che presiedo.
Roma, gloriosa baldracca e santissima viziosa, torna sulla breccia.

(di Marcello Veneziani)

martedì 14 settembre 2010

I moti di Reggio, il Sessantotto del Sud


Nell’estate di quarant’anni fa, 1970, a Reggio Calabria scoppiò la più lunga rivolta urbana che la storia della nostra repubblica ricordi. Durò sette mesi, da luglio a febbraio, costò vittime, una strage misteriosa sul treno del Sole, e lasciò ferite insanabili. Tutto nacque, come è noto, per il trasferimento del capoluogo di regione a Catanzaro per la nascente amministrazione regionale.

È uscito di recente un testo fotografico e un dvd - Reggio: dalla rivolta alla riconciliazione, pubblicato dalla Gazzetta del sud - con immagini e filmato inediti sui moti reggini, a cura di Mimmo Calabrò. Un testo che ci restituisce il sapore di quella battaglia e di quel clima, al di là del racconto ufficiale che ne fecero i media, in larga parte ostili agli insorti.

La sommossa di Reggio va ricordata per quattro ragioni. Fu la prima rivolta contro le Regioni, esplosa nello stesso anno in cui nascevano, di cui fu battesimo di sangue; fu l’ultima rivolta del Sud, l’ultima insorgenza popolare e populista nel Meridione contro il potere centrale, prima che il Meridione si consegnasse all’apatia o alla criminalità organizzata; fu forse la prima volta che in Italia e nell’Europa libera e democratica scesero per strada contro la popolazione i carri armati, come nei paesi comunisti dell’est. E infine fu l’ultima rivolta di popolo capeggiata dalla destra, una destra rivoluzionaria, nazionalpopolare e sindacalista che agiva ai bordi dell’Msi, della Cisnal e lambiva in modo trasversale altre forze politiche. Non solo esponenti interni al potere e ai partiti, ma anche movimenti estremi di destra e di sinistra, se si pensa all’attenzione positiva che Lotta Continua e Adriano Sofri riservarono a quella rivolta. Un po’ come era accaduto mezzo secolo prima a Fiume quando la sinistra rivoluzionaria del tempo, Gramsci incluso, seguì con favore la rivolta nazionalista e interventista di D’Annunzio e dei suoi legionari. Dannunziano fu lo slogan della rivolta reggina, «Boia chi molla»; ma diversi furono il clima e la statura dei protagonisti. Reggio fu il ’68 dei terroni, la banlieu dei cafoni.

La rivolta di Reggio fu un’insurrezione di segno localista su cui si depositò da un verso la polvere di ideologie rivoluzionarie accese dal clima violento ed eversivo di quegli anni e dall’altro l’eco antica di malesseri e insorgenze meridionali. Non fu una Vandea, e non ebbe i tratti cattolici e reazionari, nobiliari e contadini della jacquerie contro i rivoluzionari, anche perché scoppiò in una città e non in campagna e scoccò proprio nel giorno della presa della Bastiglia, il 14 luglio. E poi i nemici, per gli insorti di Reggio, non erano i rivoluzionari al potere, ma un ceto di moderati che rappresentavano semmai la stagnazione e il conformismo. La rivolta reggina ebbe tuttavia qualche somiglianza con le insorgenze popolari del Sud nel 1799 o con i Vespri Siciliani, per andare ancor più indietro nel tempo. E Ciccio Franco, il suo leader più popolare, evocò il fantasma napoletano di Masaniello in salsa sindacale.

La ribellione di Reggio dimostrò come il trasferimento di poteri e competenze a livello locale inneschi facilmente guerre locali e conflitti per l’egemonia territoriale. Era il tempo in cui la secessione rischiava di fiorire a sud. Seguì poi la rivolta dell’Aquila ma diverso fu il peso, le vittime e la durata di quella sommossa, nata anch’essa dalla crisi di rigetto delle Regioni e da un conflitto di supremazie cittadine. A Reggio le Regioni già mostrarono i loro peccati d’origine e le loro artificiose competenze, ma dimostrarono soprattutto che smantellando l’Italia dei prefetti e dello Stato centrale non si andava incontro ad una democrazia matura e federale, più vicina al territorio, ma ad una perdita di autorevolezza e di legittimità delle istituzioni pubbliche. La gente si allontanava anziché avvicinarsi alle istituzioni. Con le Regioni si accelerò in Italia la crisi dello Stato democratico e della repubblica, già avviata con la rivolta studentesca del ’68 e l’autunno caldo sindacale del ’69. Quella di Reggio nel ’70 apparve la terza rivolta, quella delle periferie e della polveriera meridionale contro uno Stato svuotato di compiti e di prestigio.

Dopo Reggio il Sud smise di insorgere a livello popolare, preferiì defilarsi nei propri comodi, nel clientelismo e nel malgoverno, o consegnarsi in alcune zone alla malavita organizzata. Quel «Boia chi molla», demagogico ed eversivo, non scevro di violenza, fu l’ultimo grido del Sud prima di sprofondare in quel coma da cui non si è più ripreso. È curioso pensare che la repressione violenta della Rivolta avvenne ad opera di un governo moderato, guidato da un democristiano morbido e doroteo come Emilio Colombo. Intervistato da Calabrò a distanza di quarant’anni, Colombo non è pentito di quella repressione, ma è convinto di aver fatto bene a mandare i carri armati sullo splendido lungomare reggino. Eppure non pochi furono i morti lasciati per le strade, morti civili in prevalenza, ma anche delle forze dell’ordine. Misterioso fu pure l’incidente stradale del 26 settembre 1970 in cui morirono 5 anarchici che si recavano a Roma a consegnare materiale di denuncia mai ritrovato. La stampa, la stessa stampa che era indulgente con gli scontri e le barricate dei contestatori, fu in prevalenza ostile alla rivolta reggina.

A Reggio quell’estate di quarant’anni fa si spezzò il legame già sofferto tra Sud e Stato, tra Meridione e Istituzioni, e si acuì il degrado scontroso della Calabria poi aggravato dai folli insediamenti industriali nella piana di Gioia Tauro e dai loschi errori del ceto politico, con rare eccezioni (a Reggio, ad esempio, i sindaci Falcomatà per la sinistra e Scopelliti per la destra). Pur nel suo velleitario estremismo, quella rivolta fu l’ultimo atto politico di un popolo che pensava ancora di poter cambiare la realtà con la mobilitazione, gli slogan e le barricate. Poi restarono le clientele, i clan e la defezione. Dopo la protesta venne l’omertà, dopo la rivolta venne il letargo. Il Sud boia alla fine mollò.

(di Marcello Veneziani)

domenica 12 settembre 2010

Un presidente forte, va cambiata la Carta


Quant’è bella la Costituzione, e quant’è carina sua figlia, la democrazia parlamentare. Fini l’ha indossata in video, sfilando con la Carta in mano, i grandi saggi della Repubblica italiana, da Sartori a Zagrebelsky, l’agitano ogni giorno contro il Tiranno; la stampa e la nomenklatura inneggiano ogni giorno a mamma e figlia. Venerdì ero al Festivaletteratura di Mantova e ho ascoltato l’ex presidente della Corte costituzionale, Gustavo Zagrebelsky. Introdotto dal direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, prudente e signorile com’è il suo stile, il Professore ha difeso l’immortalità e l’immodificabilità della Costituzione contro la diagnosi di vecchiaia e la terapia di modificarla. E ha sostenuto che l’unica vera democrazia è quella parlamentare, rappresentativa, mentre la democrazia diretta o presidenziale non è una democrazia ma un’investitura autoritaria dall’alto, col popolo che si limita a dir di sì.

La convinzione del Professore è la sintesi autorevole di quel che ci ripetono ogni giorno i Maestri Cantori della Conservazione, studiosi, giornali, politici. Ora è comprensibile e anche rispettabile che si difenda l’immutabilità della Costituzione e la preferenza per la democrazia parlamentare. Ma è inaccettabile che chi preferisce la democrazia presidenziale e chiede la revisione di alcuni articoli, non principi ma applicazioni storiche, della Costituzione, debba passare per un eversore, un tifoso della dittatura. Qui, anziché salire nei piani alti delle dottrine giuridiche e costituzionali, bisogna al contrario scendere alla scuola dell’obbligo e affacciarsi sulla vita reale. È falsa e pure devastante la convinzione che l’unica, vera democrazia sia quella rappresentativa: è falsa perché la più grande democrazia occidentale, gli Stati Uniti, è una repubblica presidenziale. E la democrazia più vicina a noi, patria dei diritti umani e della libertà e dell’uguaglianza, la Francia, è una repubblica semi-presidenziale. E il Paese di più antica democrazia, l’Inghilterra, non ha una repubblica presidenziale solo perché c’è la monarchia. Dunque la tesi è falsa. Ed è pure devastante perché anziché elevare il livello del dialogo sulla riforma, cercando di passare dalla boutade e l’insulto al confronto, squalifica a priori la tesi opposta che pure è condivisa dalla «trascurabile maggioranza degli italiani». I professori che sostengono questa visione manichea si assumono una grave responsabilità perché scavano un fossato incolmabile anziché portare a rigore un confronto tra due idee diverse di democrazia. La democrazia presidenziale favorisce la deriva populista? Il problema però è che il rovescio del populismo non è la democrazia liberale ma il dominio delle oligarchie e il primato dell’indecisionismo.

L’elezione diretta ha il vantaggio di favorire una democrazia responsabile in cui chi decide risponde al popolo sovrano e non alle oligarchie o ai partiti. Anche se il suo rovescio, ne convengo, è la crescita della demagogia e della semplificazione. Viceversa nella democrazia delegata chi comanda è al buio, non risponde direttamente del suo operato, esprime poteri deboli in continuo negoziato tra loro. E questo genera una democrazia controllata dalle oligarchie, dagli interessi più forti, e favorisce l’avvento delle caste. Ma non mi sognerei mai di dire che la democrazia rappresentativa non sia una vera democrazia, non giudico un sistema politico dalle sue degenerazioni; dico che dovendo scegliere, considerando l’esperienza della storia e della nostra in particolare, preferisco il modello di democrazia presidenziale, decisionista e responsabile a quello della democrazia parlamentare e delegata.

Questo comporta inevitabilmente di modificare la Costituzione. Premetto: la Costituzione non solo va rispettata, ma merita di essere condivisa. La nostra è una bella Costituzione; scritta anche bene, diceva ieri De Bortoli. Certo, nasce dal compromesso tra la cultura cattolica, la cultura laico-liberale e la cultura socialista-marxista. Ma rifletteva la reale composizione del Paese e nei suoi principi occhieggia anche a un ospite in ombra; la cultura della nazione e dell’umanesimo del lavoro, della terza via rispetto al marxismo e al capitalismo; cioè quella cultura che era diventata impronunciabile perché evocava l’esperienza del fascismo, il pensiero di Giovanni Gentile, l’amor patrio e il modello sociale italiano. Per la stessa ragione non era possibile pensare allora, in un Paese appena uscito dal fascismo e dalla monarchia, ad una democrazia presidenziale con una forte leadership. Ma la Costituzione non è una mummia, non fu dettata sul Monte Sinai, vive nella storia, è suscettibile di modifiche nella sua parte applicativa.

Sul piano dei principi e delle culture civili, esistono due modelli di patriottismo: il patriottismo della Costituzione, di chi crede che il patto costituzionale e la carta siano il fondamento della cittadinanza e della democrazia. E il patriottismo della tradizione di chi invece ritiene che il fondamento civile di un Paese, la fonte del legame civile e istituzionale siano la storia, la cultura, la lingua, gli usi, i costumi, la religione civile, l’esperienza di un Paese, come pensava ad esempio Edmund Burke. Sono due idee rispettabili e divergenti di democrazia: chi crede nel patriottismo della tradizione non nega il valore della Costituzione, però pensa che le carte esprimano patti e regole da rispettare ma non abbiano la forza di rendere coesi popoli, nel disegno di una democrazia comunitaria. È legittimo dissentire da questa idea di democrazia ma non è giusto squalificarla come una scorciatoia autoritaria.

In coda lasciatemi occupare delle miserie umane. Dopo aver costruito una carriera sulla democrazia presidenziale, Fini si barrica dietro la Costituzione per sopravvivenza personale. Penoso, ma più penosi sono i foglietti finiani che si adeguano al loro capo, cambiano pure loro opinione e si scoprono difensori della democrazia parlamentare e magari della partitocrazia. Capisco, devono campare. Ma trovo avvilente che accusino viceversa chi è rimasto coerente a quell’idea di democrazia responsabile, decisionista e comunitaria con una leadership forte, eletta direttamente dal popolo, come asserviti a Berlusconi. Quell’idea, ve lo ricordo, piaceva a Schmitt, a De Gaulle e alla destra, piaceva ad Almirante e a Fini prima che entrasse nella Camera oscura. Non sapete cosa siano la libertà e la coerenza e non riuscite a uscire dall’alfabeto della servitù.

(di Marcello Veneziani)

Premiato «Archanes» la fanta-archeologia di Valerio M. Manfredi


Che Valerio Massimo Manfredi con il suo volume di racconti Archanes (Mondadori) abbia vinto ieri il Premio Scanno, giunto alla sua 38ma edizione, ha un suo significato, al di là del riconoscimento ad un nome che riassume in sé parecchie caratteristiche: narratore, conduttore televisivo, ma soprattutto archeologo e docente universitario. Un antichista, insomma, che non solo conosce e ama la classicità greco-romana, ma soprattutto riesce a calarsi nella mentalità, nel modo di pensare e agire, di quei nostri lontani progenitori, là dove sono le nostre radici culturali.

I suoi romanzi, a partire da Palladion che risale ormai a 25 anni fa, sono un sapiente dosaggio di conoscenza approfondita e partecipe di quelle vicende e di quei miti con trame complesse in cui spesso si affaccia l’elemento fantastico e qualche volte addirittura fantascientifico, e una struttura a intrigo che ricorda il giallo, lo spionaggio e l’avventura. Insomma, Valerio Massimo Manfredi scrive romanzi e racconti «che si fanno leggere», ma che al contempo non sono superficiali, non sono anacronistici come quelli che spesso ci propinano gli americani, con modi di dire e di fare attribuiti agli antichi che si rifanno a modi di dire e di fare moderni e contemporanei: il che raggiunge vertici insuperabili di ridicolo.

Ecco perché è significativa la vincita al Premio Scanno, un premio nato nel 1972 e che dal 1975 ha iniziato a segnalare letteratura e narrativa, creando poi sezioni per il diritto, l’economia, la sociologia, la medicina e le tradizioni popolari. Lo fondò infatti Riccardo Tanturri, la cui nobile famiglia è originaria del paese abruzzese, docente di letteratura italiana, scrittore, poeta e giornalista.

Ora vince il premio letterario un libro di… avventura. Ah, ma allora si tratta di un libro per ragazzi, dirà qualcuno meravigliandosi di tanta audacia. Non è così. A parte che a questa «categoria» vengono ascritti noti capolavori di Stevenson e Conrad, le sue origini sono nobili e per nulla infantili. L’avature era quella cui andavano incontro i cavalieri medievali, un fatto non voluto, non cercato, un evento che accadeva, e che si doveva affrontare, indipendentemente dal risultato. Insomma, una vera e propria «prova» come si legge in tanti romanzi cavallereschi. Non quindi storie superficiali per affascinare i bambini, se questo per alcuni può essere considerata una diminutio.

Valerio Massimo Manfredi è stato uno dei primi autori italiani, se non il primo, a dare nella seconda metà del Novecento una dimensione «moderna» al romanzo di avventura, mescolandolo, come si è accennato, ad altri «generi» attuali: il trhiller, la spy story, l’intrigo internazionale, la fantapolitica. Poi se ne sono aggiunti altri come Sergio (Alan D.) Altieri, Andra Carlo Cappi, Stefano Di Marino, Gianfranco Nerozzi e così via, il che permette di creare finalmente una «scuola» che in precedenza non esisteva per la mancanza di opere edite.

Archanes, nelle cinque lunghe storie che lo compongono, si può considerare una piccola summa delle tematiche preferite da Manfredi. Intanto c’è Limes, forse la migliore: ambientata nel VII secolo d.C. descrive l’incontro/scontro fra i romani e i barbari, in questo caso i Longobardi. Manfredi riesce a calarsi nella mentalità degli ultimi rappresentati di una romanità già parecchio cristianizzata, e quindi profondamente modificati in certi valori, e quella dei nuovi arrivati che portano - così si capisce - una nuova linfa vitale a forze ormai esangui. In fondo il paterfamilias Eutichio Crescenzio Severo è già diviso tra Simmaco e S.Ambrogio, Rutilio Namaziano e S.Agostino. Di fronte ha dei barbari che però già si stanno romanizzando, quasi senza saperlo. Il risultato sarà inevitabile, come si può capire da quel che sarà il seguito dell'incontro, sul confine, il limes (reale e simbolico) delle due proprietà terriere, fra Serena e Cuniperto.

In Archanes e Gli dei dell’Impero siamo invece ai nostri giorni con due racconti che corrono entrambi sul filo del giallo archeologico, specialità dell’autore. Midget War e Millennium Arena ci spostano in un futuro vicino in cui la tecnologia la fa da padrone, lo spionaggio industriale e gli intrighi internazionali sono lo sfondo, insieme agli istinti primordiali dell’uomo come la vendetta e la violenza. Anche qui, nella seconda storia, emerge l’amore di Manfredi per la classicità. Uno dei personaggi, direttore di un settore dello spionaggio italiano, è uomo di azione ma anche di lettere: ama il latino, ha vinto il Certamen Ciceronianum e viene coinvolto nell’intrigo proprio mentre sta recandosi ad un concorso internazionale di poesia latina. Insomma, usa la mitraglietta e il calamo allo stesso modo!

(di Gianfranco de Turris)

sabato 11 settembre 2010

Anniversari e caccia alle streghe


La faccia squadrata, i baffi spioventi, l’aspetto di un vero uomo della frontiera tutto Bibbia e fucile: uno di quelli che, un paio di secoli fa, avrebbe solennemente proclamato che “i bambini pellerossa vanno ammazzati perchè le uova di pidocchio fanno solo pidocchi”. Così ci appare il pastore della Florida Terry Jones nella piu famosa delle sue foto che in questi giorni lo hanno fatto assurgere a fama internazionale. Dietro di lui, un camper attrezzato come un carro del circo equestre di Buffalo Bill, sul quale campeggia in caratteri vermigli la scritta: “International Burn a Koran Day”, 9.11.2010, 6 p.m.-9 p.m.”. Nel fatale nono anniversario del tragico Nine Eleventh, il giorno commemorativo del duplice (o triplice?) attentato di New York , il pastore Jones celebrerà la ricorrenza con un’edizione protestante un po' dimessa – country e folk – degli Autodafè rinascimentali. Brucerà simbolicamente una copia del Corano: o forse più d’una, se ne troverà. Nella deep America, si sa, non è che le librerie e le biblioteche abbondino. Bisognerà accontentarsi.

Siccome la madre degli imbecilli e sempre gravida, sarebbe stato strano se da noi qualche indefesso crociato paladino della Civiltà Cristiana non avesse proposto di emulare le gesta del fiero incendiario. Sono lontani ormai i tempi in cui i roghi nazisti di Norimberga – che se non altro, bisogna ammetterlo, erano coreograficamente più solenni ed efficaci - venivano unanimemente salutati con l’inorridita massima secondo la quale “chi brucia i libri, prima o poi brucerà anche gli uomini”. Fahrenheit 415 non sembra averci insegnato nulla. Bruciamoli, i Corani: così qualcuno ha replicato all’arcivescovo di Milano, il cardinal Tettamanzi, che una volta di più ha nobilmente difeso il diritto di tutti, da noi, a pregare come vogliono in piena libertà.

No, i musulmani no, si risponde concordi da più parti a Milano e a Firenze, dove la comunita musulmana ha presentato un progetto di moschea cittadina dalle linee ispirate all’architettura del grande umanesimo, quello dell’Alberti.

E’ vero: l’iniziativa di Jones è stata stigmatizzata da tutti, a cominciare dalla Casa Bianca e dallo stratega della guerra irakena, il generale Petraeus, preoccupato di contraccolpi che potrebbero coinvolgerlo in prima persona. Ma il clima di cui Jones è espressione è il medesimo di quello che ha determinato una vasta, equivoca e ingenerosa protesta al progetto di moschea da erigersi nello spazio del Ground Zero. Ne è chiaro l’intento: ricordare che i musulmani piangono con tutti gli americani e con tutto il mondo le vittime dell’11 settembre, tra le quali v’erano anche alcuni di loro. Ma gli imbecilli del tipo peggiore, quelli che non capiscono perché non vogliono capire, hanno mostrato di comprendere il messaggio al rovescio: l’Islam “provocherebbe” e “profanerebbe” la memoria della strage, piantando le sue insegne in un luogo desolato dalla sua azione. Poiché non uno o piu musulmani sarebbero i mandanti o gli esecutori della strage, bensì la fede musulmana nel suo complesso. Nemmeno Bush aveva mai osato arrivare a una versione cosi infame della già infausta teoria dello “scontro di civiltà”.

Eppure, a dispetto di chi finge di sapere, di ricordare e di aver capito tutto (e invece non ricorda e non ha capito nulla), nove anni dopo la tragedia di New York e di Washington i conti sono ancora lontani dal tornare, i nodi non sono venuti al pettine e si naviga nell’oceano delle incertezze.

L’inchiesta ufficiale del governo Bush si chiuse quasi subito, con una serie di risultati che sembravano perentori ed erano inconsistenti. Mezz’ora prima dell’attentato, i servizi USA non sapevano nulla e si lasciarono sorprendere; mezz’ora dopo, avevano gia capito tutto e identificato mandanti ed esecutori. Da allora, per mesi e mesi, mentre le TV di tutto il mondo ci bombardavano con l’incessante e reiterata proiezione di pochi metri di pellicola, i mass media ufficiali americani e occidentali hanno ripetuto la stessa inane storia, a dispetto delle prove contrarie che si accumulavano e delle proteste delle stesse famiglie delle vittime, stufe di venir prese in giro con ricostruzioni falsate e di venir fatte oggetto di pressioni affinché rinunziassero a proseguire la ricerca della verità. Nel nome del Nine Eleventh si sono aggrediti e invasi Afghanistan e Iraq provocando due guerre che ancora continuano; si è assistito alle immagini – quelle sì, tanto autentiche quanto degradanti – delle torture del carcere di Abu Ghraib e delle umiliazioni subite, contro ogni forma di diritto, dai prigionieri di Guantanamo.

Ma, accanto alle liturgie conformistiche anche quest’anno puntualmente annunziate dai media di regime, un’agguerritissima controinformazione è ormai da tempo al lavoro. Libri perentori e documentati, ai quali le autorità ufficiali hanno prima provato a fornire imbarazzanti risposte, salvo poi liquidarli come “antiamericani”; emittenti televisive controcorrente; convegni, blogs e pubblicazioni ch’è piu facile calunniare e tentar di abbuiare che non confutare.

Ed ecco un impressionante sommario delle questioni ancora irrisolte: 1. come e perché è crollato il grattacielo denominato Building Seven, adiacente alle Twin Towers, nonostante non fosse stato toccato dai due aerei degli “attentatori” e in esso si fosse sviluppato solo un incendio di modesta entità? L'agenzia governativa NIST (National Institute of Standards and Technology), incaricata dall'amministrazione Bush di far luce sul crollo, non ha presentato la sua relazione sino all’agosto 2008, piu di sette anni dopo i fatti, e il suo contenuto è stato giudicato dagli esperti inconcludente; 2. mancano riscontri oggettivi alle presunte affermazioni autoaccusanti di Khalid Shaikh Mohammed, personaggio a lungo legato ai servizi segreti pakistani, arrestato in Pakistan - almeno così dicono - e portato a Guantanamo dove avrebbe parlato sotto tortura: più volte perduto, catturato di nuovo, segnalato contemporaneamente in piu luoghi, dato per morto e quindi risorto, egli è oggi indicato come mente dell'11/9, nonché di un'infinità di altre azioni terroristiche, ma non ce ne sono le prove; 3. non sono “leggende metropolitane” le notizie relative alle indagini sui movimenti azionari speculativi nei giorni appena precedenti. La commissione ufficiale ha scritto che sono state fatte indagini accurate e che nessuna conduce a personaggi sospettabili di collegamenti con i terroristi. Ovviamente il discorso puo essere rovesciato: perché speculavano su oggetti poi rivelatisi coinvolti negli esiti dell’attentato? Sapevano qualcosa in anticipo e in che modo?

Ma non è tutto. Ci sono molte altre contraddizioni, molte altre lacune: sulle identità, gli spostamenti, ma il discorso sarebbe davvero troppo lungo. Di recente un ex responsabile di volo della NASA, Dwain Deets, che si era già espresso sulla velocità anormale dei due aerei che colpirono le torri, ha pubblicato una lettera su un giornale californiano nella quale si sorprende delle ragioni invocate dai funzionari del NIST per non pubblicare i dettagli della loro analisi tecnica, con totale disprezzo della legge statunitense sulla libertà di informazione "Freedom of Information Act", la quale prevede di declassificare i documenti top secret su richiesta motivata del pubblico.

Intanto, pezzo per pezzo, la credibilità della ricostruzione ufficiale degli eventi da parte delle commissioni insediate da Bush è andata pezzo per pezzo a remengo. Abbiamo appreso fin dall’ottobre del 2008 che Bin Laden non era più considerato la “mente” del duplice attentato. Naturalmente, tutto si e svolto in sordina, secondo un vecchio e collaudato copione: grancassa delle accuse, quindi ammissioni a mezza bocca e ritrattazioni in sordina. Allora, fu imbastito uno straccio di processo a carico di Khalid Shaikh Mohammed,il famoso KSM. Si profilava intanto il fantasma di al-Qaida, fantasma demonologico, un po’ Macchia Nera un po’ Organizzazione Spectra, sigla magica invocata a spiegare tutti i mali del mondo: la colpa è sempre del diavolo. Peccato che nessuno sia mai stato in grado di dirci sul serio che cosa sia, come sia organizzata, come funzioni; peccato che i suoi perentori e minacciosi messaggi partano sempre da strani luoghi all’interno degli States.

Su tutto ciò, una tragica certezza. La prima democrazia del mondo, in seguito all’11 settembre, ha rinnovato e legittimato la pratica della tortura nell’indifferenza o comunque nel silenzio di quasi tutto il beato Occidente. C’è un carcere illegale a Guantanamo dove ancora gente soffre e muore senza che nessuno sappia di che cosa sia accusata. I familiari delle vittime del Nine Eleventh continuano a protestare, a riempire decine e decine di migliaia di fogli di memoriali e di esposti; navighiamo in un oceano di blogs demenziali taluni, allarmanti molti altri. Molte cose le sapevamo anche in Italia, e con chiarezza, fin da quando nel 2004 la casa editrice Dedalo di Bari pubblicava un impressionante pamphlet della storica Marina Montesano dell’Universita di Genova, Mistero americano. Ipotesi sull’11 settembre. Non ne ha parlato quasi nessuno; non lo hanno recensito, non lo hanno presentato in TV. Ma ce ne sono ancora copie in circolazione. Leggetelo.

Ma nella ben congegnata congiura del silenzio, che cosa arriva, di tutto questo, ai telespettatori italiani imboniti dai vari venditori di fumo berluskossisti? Niente. Solo la beota ripetizione del vecchio mantra: la colpa è tutta dell’Islam. Chi pensava che quanto a imbecillita Bush fosse imbattibile, adesso è servito.

(di Franco Cardini)

venerdì 10 settembre 2010

Salvata Sakineh, ma lapidato il Medioevo

C’è un diritto all’ignoranza, ma per la povera gente che non ha potuto studiare, non per i premi Nobel, né per i “maestri del pensiero” che pontificano dalle prime pagine dei giornali prendendo topiche imbarazzanti.

Non si può far la guerra al pregiudizio usando i pregiudizi (più sciocchi), non si può combattere l’oscurantismo esibendo la più crassa ignoranza.

Tanto meno per una causa nobile come la salvezza definitiva della povera Sakineh, la ragazza iraniana dallo sguardo dolce e triste, di cui ieri è stata sospesa la lapidazione.

A cosa mi riferisco? Alla prima pagina della Repubblica di ieri. Che, sotto il titolo “L’appello dei Nobel ‘Salvate Sakineh’ ” riportava, in caratteri grandi, questo testuale virgolettato: “Fermiamo l’orrore sul corpo di quella donna. La lapidazione è medievale, una punizione che non esiste nel Corano”.

Assurdità

Mi sono stropicciato gli occhi e ho riletto: “la lapidazione è medievale”. Sotto questa colossale baggianata, riprodotta fra virgolette e in caratteri grandi, la Repubblica ha riportato i nomi dei Premi Nobel Shirin Ebadi, Luc Montagnier, Rita Levi Montalcini, Harald Zur Hausen, Claude Cohen-Tannoudji e Gerhard Ertl.

Ma dall’articolo si evince che la frase è dell’avvocatessa iraniana, premio Nobel per la Pace, Shirin Ebadi che ha testualmente detto: “La lapidazione è una forma di punizione medievale che non esiste sul Corano”.

Lasciamo perdere la seconda parte della frase (“una punizione che non esiste nel Corano”), anche se sospetto che i mullah di Teheran conoscano ciò che dicono il Corano e gli altri testi normativi dell’Islam meglio di noi.

La cosa che mi ha fatto sobbalzare è quell’altra, perché è platealmente falsa: “la lapidazione è medievale”. Non so se la Ebadi intendeva parlare del “Medioevo islamico”, ne dubito perché altrimenti avrebbe dovuto dirlo.

In ogni caso, siccome la Repubblica non esce in Iran, ma in Italia, siccome ha scritto Medioevo tout-court (senza l’aggettivo islamico), siccome questa è la definizione dell’epoca cristiana data dall’Illuminismo e siccome è tipico della cultura europea post-illuminista attribuire al Medioevo cristiano ogni turpitudine, è naturale intendere il “proclama” che ieri stava sulla prima pagina di Repubblica come un anatema contro il Medioevo per antonomasia, il nostro Medioevo.

E allora qui c’è da trasecolare. Quando mai nel Medioevo si sono lapidate le presunte donne adultere? Per scrupolo professionale ho voluto consultare un medievista a 24 carati come Franco Cardini che, ovviamente, ha negato che nel Medioevo i cristiani lapidassero le donne ritenute adultere.

Anzi. La celeberrima pagina del Vangelo in cui Gesù salva l’adultera dalla lapidazione, prevista dalla legge ebraica di quel tempo, ha segnato una svolta storica. La pietà e il perdono di Dio irrompono nel mondo e lo ricreano.

Gesù liberatore delle donne

Quella pagina è una pietra miliare perché rappresenta in modo drammatico tutta la novità portata da Gesù rispetto all’antica Legge. E’ una rivoluzione che lui dovrà pagare con la vita.

Gesù mostra al mondo la struggente tenerezza di Dio verso i peccatori, rivela il “Padre misericordioso” che corre incontro al figlio scialacquatore pentito e lo riempie di abbracci e onori.

Gesù pronuncia parole durissime proprio contro quelli che si ritengono “perbene”, contro chi pretende di non essere peccatore, di non aver bisogno di perdono e di aver diritto di lapidare gli altri.

Questi “maestri della legge” vengono da lui chiamati “ipocriti” e “sepolcri imbiancati”. Gesù tuona: “Serpenti, razza di vipere! Come potrete evitare i castighi dell’inferno?” (Matteo 23, 4 e sgg). Gesù dice loro provocatoriamente: “i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno dei cieli” (Mt 21, 31).

Dopo Gesù il mondo non è più lo stesso. Finisce anche l’orrore della schiavitù femminile. Non si uccide più una donna per un suo presunto peccato. Era un orrore che accomunava tutte le civiltà antiche: nella Roma imperiale, patria del diritto, una donna poteva essere ammazzata dal marito o anche dal suocero perfino per motivi futili, come aver bevuto del vino.

Eva Cantarella, nel suo libro “Passato prossimo”, spiega che su una figlia il padre ha diritto di vita o di morte (Ponzio Aufidiano per esempio uccise la figlia innocente quando scoprì che era stata violentata).

E ovviamente il marito può uccidere la moglie in caso di adulterio di lei. Ma non viceversa. Catone diceva: “se sorprendi tua moglie mentre commette adulterio, puoi ucciderla impunemente; se lei sorprende te invece non può toccarti nemmeno con un dito”.

Era pratica sociale accettata la soppressione o l’abbandono delle figlie femmine o anche il cedere la propria moglie come Catone che dette Marzia all’amico Ortensio (anche Ottaviano si fece cedere Livia dal marito).

Con il cristianesimo inizia l’unica, vera e duratura rivoluzione per le donne. E’ con Gesù, letteralmente con la sua venuta, che la donna acquista una dignità che non aveva mai avuto e che, anche giuridicamente, è pari all’uomo. E la più alta fra le creature sarà la Madonna.

Ricordo che perfino Roberto Benigni, nelle sue letture della Commedia dantesca, commentando il XXXIII del Paradiso, che inizia con la celebre preghiera alla Vergine, diceva: “la donna ha cominciato ad avere la possibilità di dire ‘sì’ o ‘no’ da quando Dio stesso ha chiesto a Maria di Nazaret il suo libero sì o no”.

Il medioevo è la prima, grande fioritura della civiltà cristiana ed è finalmente l’epoca della storia in cui non si è più potuto lapidare la donna adultera, né considerare la donna un oggetto su cui esercitare diritto di vita o di morte.

Qualcuno obietterà: ma come, stiamo dandoci da fare per salvare una povera donna dalla barbara lapidazione e tu pianti una grana in difesa del Medioevo. Sì. Perché in definitiva la salvezza delle tante Sakineh sta solo nella novità portata dal cristianesimo. Come è stato per l’Europa.

E’ vero quindi l’esatto contrario di quanto proclamato dalla prima pagina di Repubblica. Proprio il Medioevo segna, nella storia mondiale, la fine di quell’orrore. La Ebadi avrebbe dovuto dire: purtroppo non siamo al Medioevo cristiano.

Ovviamente non è che il Medioevo sia stato pieno solo di santi: gli uomini continuavano a essere peccatori e barbari. Ma si era invertito il corso della storia che andava verso la sopraffazione e la violenza sistematica sui deboli, i vecchi, i malati, i bambini e le donne. Il Medioevo avrà avuto i suoi difetti, ma non lapidava le donne.

Umberto Eco, che è una firma autorevole di Repubblica ed è un appassionato di quell’epoca potrebbe spiegarlo in un attimo alla redazione di quel giornale. Perché è incredibile che il quotidiano più diffuso, un giornale importante come Repubblica cada in questo colossale errore.

Pregiudizi

Come può accadere? Mi dice Cardini: “perché sui media ci sono cose di cui si può parlare male impunemente: il Medioevo è una di queste. E lo si fa per parlar male del cristianesimo su cui tutti si sentono in diritto di sputare”.

C’è un meraviglioso libro della medievista francese Régine Pernoud, pubblicato da Bompiani, “Medioevo. Un secolare pregiudizio”, che demolisce proprio i tanti luoghi comuni calunniosi che dal Settecento sono stati ingiustamente diffusi sul Medioevo. Basati su falsità e ignoranza.

L’ignoranza, il preconcetto nutrito di luoghi comuni, la scarsa conoscenza della storia sono tutti ingredienti di quel, più ampio, planetario pregiudizio anticristiano, anzi “pregiudizio anticattolico”, che il sociologo Philip Jenkins, in un suo libro, ha definito “l’unico pregiudizio ammesso”.

In effetti l’epoca del “politically correct”, che ha messo al bando tutti i pregiudizi basati sull’appartenenza etnica, religiosa, sessuale o sociale, ammette solo quello contro la Chiesa cattolica.

Sulla Chiesa e sui cattolici di oggi e di ieri si possono impunemente sparare sentenze di condanna morale e culturale, immotivate e ingiuste.

(di Antonio Socci)

La biblioteca di Flaiano era in strada


Se l’uomo è ciò che mangia, come diceva Feuerbach, lo scrittore è ciò che legge, ovvero ciò di cui si nutre la sua mente. Al Festivaletteratura di Mantova mi hanno chiesto di parlare dei cibi mentali preferiti di Ennio Flaiano. Cioè della sua biblioteca. I libri di Flaiano sono presso la biblioteca cantonale di Lugano. Un’altra fuga di capitali intellettuali in Svizzera, come è già stato per l’Archivio Prezzolini e per altri autori italiani. Ma non si tratta di evasione, semmai di fato e disattenzione: il fato volle che Prezzolini si trasferisse a Lugano, disgustato dall’Italia. E il fato volle che Rosetta Flaiano si trasferisse alla morte di suo marito in Svizzera per curare sua figlia, che poco dopo morì. Così lasciò i libri a Lugano. Al fato, o al caso come avrebbero preferito dire i due scettici espatriati, si aggiunse poi la disattenzione dell’Italia che, nonostante qualche ammirevole tentativo, lasciò cadere fuori dai propri confini i loro archivi e i loro libri.

Chi pensa alle mastodontiche biblioteche, come a esempio quelle di Spadolini, di Pontiggia o di Firpo, resterà deluso. La biblioteca di Flaiano è più esigua e si concentra su un migliaio di libri. Libri letterari, in prevalenza, da cui emerge una forte prevalenza francese. Pochi filosofi, e nelle loro opere più letterarie, niente saggi storici, politici o d’arte. C’è Schopenhauer, c’è qualche Nietzsche ancora in edizione francese (non era partita l’opera di Colli-Montinari e Giametta) però manca Zarathustra; zero di Marx nonostante l’epoca pregna di marxismo, salvo il Manifesto del partito comunista con Engels; non c’è Heidegger, non c’è Gentile, non ci sono i filosofi della contestazione. C’è l’autobiografia di Evola, Il cammino del cinabro, qualche scritto letterario di Gramsci e di Croce. Ci sono i libri degli amici, Maccari, Longanesi, Fellini, Tonino Guerra, Giancarlo Fusco, Vincenzino Talarico con il suo Otto settembre, letterati in fuga. C’è traccia della sua matrice pescarese nella folta presenza di vocabolari di dialetto abruzzese. Suscita libidine l’Almanacco delle cocotte.

La distinzione giusta in una biblioteca, soprattutto di uno scrittore, dovrebbe essere tra libri voluti e libri subiti. Ovvero libri che tu hai cercato e libri che ti sono stati mandati, proprio come accade ai figli, voluti o nati per disguido; ma il destino dei libri come quello dei figli desta sorprese: ci si può pentire di un libro voluto e di un figlio desiderato e si può amare un libro subito o un figlio venuto per disattenzione. A volte le cose a sorpresa riescono meglio. Si nota la presenza di libri di più recenti edizioni giunti a Flaiano per grazia dell’autore o dell’editore; e si notano quelli di formazione. Mi sarebbe piaciuto capire anche la loro collocazione in biblioteca decisa da Flaiano: io per esempio divido i miei libri in quattro strati. Quelli ad altezza d’uomo sono i più consultati; quelli che devi prendere in punta di piedi sono i testi più nobili; quelli che sono in cima alla biblioteca sono evaporati per la loro inconsistenza fino alla volta, tanto sono inutili e vacui; e per legge inversa, di gravità, quelli che sono nelle file più basse, ad inferos, dove ci sono i cattivi maestri, i testi più beceri con le tesi più losche.

Ma la biblioteca più cospicua da cui attinse Flaiano fu quella più sfacciata e invisibile: fu la sua vita, le gente che incontrò e che trasfigurò nei suoi scritti, epigrammi e sceneggiature, i film che vide e che al suo tempo non poteva raccogliere in dvd. Fu soprattutto quella biblioteca a cielo aperto che è Roma. Anche lui andava la sera in via Veneto, ma descrisse non solo la gente e la mentalità di quei tavolini, ma anche i romaneschi coatti de borgata, la Roma eterna e caciarona, cazzara e vitellona; c’è Trastevere e c’è l’umanità delle periferie e dei ministeri, delle matrone e delle signorine, visti con gli occhi del moralista ironico. Flaiano descrisse gli italiani viaggiando contromano con vena grottesca e surreale. Dipinse la loro identità a rovescio, li fotografò nel loro simpatico stronzeggiare o nel loro cinico e furbo coglionare il prossimo. Notò che quella italiana non è una nazionalità, ma un professione, e che gli italiani non sono una razza, ma una collezione. Li osservava da vicino, Flaiano, e poi si rifugiava tra i suoi bei classici, in biblioteca, per cercare conferme del genere umano nella grande letteratura e nel passato remoto.

Oscillò tra due disincanti: quello conservatore di Longanesi e quello laico-liberale di Pannunzio. Su tutto alla fine prevalse in Flaiano un sentimento di noia: «La noia è la verità allo stato puro». Una volta guardando il numero di un autobus, il 92, Flaiano pensò e annotò: «Chissà se ci arriverò al ’92. Però che noia». Il fato lo imbarcò con forte anticipo sul ’72 con la bara, come dicono a Roma sdoppiando la erre, risparmiandogli la noia di vivere altri vent’anni.

P.S. Non so perché è toccato a me aprire le danze sulla biblioteca di Flaiano. Non fui suo amico per ragioni d’età, non sono un suo studioso e nemmeno un critico letterario. Azzardo una ragione occasionale: perché quando Flaiano arrivò a Roma andò ad abitare come me in viale delle Milizie. Diciamo che ho parlato di lui in veste condominiale, per ragioni di vicinato. O forse sono stato invitato da esperto di biblioteche perdute (ma poi ritrovate, per fortuna). Sono stato presentato come «suo estimatore» e questo è vero e mi basta. Ma molti giornali mi hanno tolto da ogni imbarazzo ignorando la mia presenza a Mantova come al festival della filosofia di Modena, il cui tema coincide col mio libro. Quando leggete la formula: «interverranno tra gli altri», sappiate, io sono il signor Traglialtri. Non è per montarsi la testa, ma non mi nominano mai invano, né per i miei libri né per premi, destre o convegni. Divertente, e un po’ meschino. A proposito, dimenticavo I miserabili di Victor Hugo. Non c’è nella biblioteca di Flaiano. Forse si nascondono nelle redazioni.

(di Marcello Veneziani)