
domenica 26 settembre 2010
Il futuro? Sarà populista

Ottana, tre fucilate contro la casa del sindaco

sabato 25 settembre 2010
Fli? Niente a che vedere con la Nuova Destra
Si può ancora parlare di ideologia politica? Esiste ancora un'etica della responsabilità politica che vada oltre i giochi di potere e le dinamiche di partito? I pensieri «progressisti» della Nuova Destra degli anni 70 e 80 possono trovare un parallelo con il neonato Futuro e Libertà di Gianfranco Fini? Questi e a molti altri interrogativi hanno animato l'incontro tra Marco Tarchi (già ideologo della Nuova Destra, ora docente di scienza politica all'Università di Firenze e autore del volume «La rivoluzione impossibile») e il sottosegretario allo Sviluppo Economico Stefano Saglia. Gianfranco traditore e ladro di sogni

Quel ragazzo insieme ad altri coetanei fondò una sezione e ogni mese facevano la colletta per pagare tredicimila lire di affitto, più le spese di luce, acqua e attività. Si tassavano dalla loro paghetta ma era solo un acconto, erano disposti a dare la vita. Il ragazzo aveva vinto una ricca borsa di studio di ben 150mila lire all’anno e decise di spenderla tutta per comprare alla sezione un torchio e così esercitare la sua passione politica e anche di stampa. Passò giorni interi da militante, a scrivere, a stampare e diffondere volantini. E con lui i suoi inseparabili camerati, Precco, Martimeo, il Canemorto, e altri. Scuola politica di pomeriggio, volantini di sera, manifesti di notte, rischi di botte e ogni tanto pellegrinaggi in cerca di purezza con tricolori e fazzoletti al collo. Erano migliaia i ragazzi come lui. Ce ne furono alcuni che persero la vita, una trentina mi pare, ma non vuol ricordare i loro nomi; lo infastidiva il richiamo ai loro nomi nei comizi per strappare l’applauso o, peggio, alle elezioni per strappare voti. Perciò non li cita. Sa solo che uno di quei ragazzi poteva essere lui.
È lui, il ragazzo di quindici anni, il vero mandante e ispiratore delle accuse a Fini. Non rivuole indietro i soldi che spese per il torchio, per mantenere la sezione, per comprare la colla. Furono ben spesi, ne va fiero. Non rivuole nemmeno gli anni perduti che nessuno del resto può restituirgli, le passioni bruciate di quel tempo. E nemmeno chiede che gli venga riconosciuto lo spreco di pensieri, energie, parole, opere e missioni che dedicò poi negli anni a quella «visione del mondo». Le idee furono buttate al vento ma è giusto così; è al vento che le idee si devono dare. Quell’etichetta gli restò addosso per tutta la vita, e gli costò non poco, ma seppe anche costruirvi sopra qualcosa. No, non chiede indietro giorni, giornali, libri, occasioni e tanto tanto altro ancora.
Però quel che non sopporta è pensare che qualcuno, dopo aver buttato a mare le sue idee e i loro testimoni, dopo aver gettato nel cesso quelle bandiere e quei sacrifici, dopo aver dimenticato facce, vite, morti, storie, culture e pensieri, possa usare quel che resta di un patrimonio di fede e passione per i porci comodi suoi e del suo clan famigliare. Capisce tutto, cambiare idee, adeguarsi al proprio tempo, abiurare, rinnegare, perfino tradire. Non giustifica, ma capisce; non rispetta, ma accetta. È la politica, bellezza. E figuratevi se pensa che dovesse restare inchiodato alla fiamma su cui pure ha campato per tanto tempo. Però quel che non gli va giù è vedere quelle paghette di ragazzi che alla politica dettero solo e non ebbero niente, quei soldi arrotolati di poveracci che li sottraevano alle loro famiglie e venivano a dirlo orgogliosi, quelle pietose collette tra gente umile e onesta, per tenere in vita sezioni, finire in quel modo. Gente che risparmiava sulla benzina della propria Seicento per dare due soldi al partito che col tempo finirono inghiottiti in una Ferrari. Gente che ha lasciato alla Buona Causa il suo appartamento. Gente che sperava di vedere un giorno trionfare l’Idea, come diceva con fede grottesca e verace. E invece, Montecarlo, i Caraibi, due, tre partiti sciolti nel nulla, gioventù dissolte nell’acido. È questo che il ragazzo non può perdonare.
Da Berlusconi il ragazzo non si aspettava nulla di eroico, e neanche da Bossi o da Casini. E nemmeno da Fini, tutto sommato. Capiva i tempi, i linguaggi e le esigenze mutate, le necessità della politica, il futuro... Poteva perfino trescare e finanziare la politica con schifose tangenti; ma giocare sulla pelle dei sogni, giocare sulla pelle dei poveri e dei ragazzini che per abitare i loro sogni si erano tolti i due soldi che avevano, no, non è accettabile.
Attingere da quel salvadanaio di emarginate speranze è vergognoso; come vergognoso è lasciare col culo per terra tanta gente capace e fedele nei secoli, che ha dato l’anima al suo partito ed era ancora in attesa di uno spazio per loro, per favorire con appaltoni rapidi e milionari il suddetto clan famigliare. Lui non crede che il senso della vita sia, come dice Bocchino in un’intervista, «Cibo, sesso e viaggi» (si è scordato dei soldi).
Il vero ispiratore e mandante dell’operazione è lui, quel ragazzo di quindici anni. Si chiama Marcello, ma potrebbe chiamarsi Pietrangelo o Marco. Non gl’interessa se Gianfrego debba dimettersi e andarsene all’estero, ai Caraibi o a Montecarlo, o continuare. Lo stufa questo interminabile grattaefini. È pronto a discutere le ragioni politiche, senza disprezzarle a priori. Sentiremo oggi le sue spiegazioni (ma perché un videomessaggio, non è mica Bin Laden). Però Fini non ha diritto di rubare i sogni di un ragazzo, di un vecchio, di un combattente. Non ha diritto di andarsi a svendere la loro dignità, i loro sacrifici, le loro idee. Non può sporcare quel motto di Pound che era il blasone di quei ragazzi; loro ci hanno rimesso davvero, lui ci ha guadagnato. Quel ragazzo ora chiede a Fini solo un piccolo sforzo, adattare lo slogan alla situazione reale e dire: se un uomo è disposto a svendere casa, o non vale niente la casa o non vale niente lui. E la casa valeva.
(di Marcello Veneziani)
Le domande e la decenza

Dovrà dire, come già il Corriere ha provveduto a chiedere nell'agosto scorso, come mai la casa di Montecarlo, eredità di Alleanza Nazionale, sia finita nella disponibilità del «cognato» Giancarlo Tulliani: il «disappunto» e lo sconcerto già evocati dal presidente della Camera non bastano. Dovrà dire qualcosa sul contratto di compravendita a una società off-shore. Sull'asserita congruità del prezzo di vendita dell'immobile. Dovrà dire se in questi mesi tormentati ha chiesto al signor Tulliani ragguagli sulla titolarità della (anzi delle) società che hanno acquistato la casa per poi affittarla allo stesso soggetto che se n'era fatto intermediario. E soprattutto, davvero sopra ogni altra cosa, quale risposta il presidente della Camera ha ricevuto dal signor Tulliani.
Sinora Fini ha dichiarato di confidare nelle indagini della magistratura. Non è sufficiente. Oltre agli (eventuali) reati esistono i comportamenti: lo stesso «codice etico» che a Mirabello Gianfranco Fini ha dichiarato di voler stilare a tutela dell'onore della politica. La sua non dovrà essere una risposta ai magistrati, ma alle istituzioni, alla politica, e persino a quella fetta di opinione pubblica che guarda con interesse alle posizioni del presidente Fini. Le risposte le deve Fini, ma anche il premier. È vero che uomini a lui vicini (o gli stessi servizi che dipendono da Palazzo Chigi) hanno contribuito a costruire dossier per demolire la figura pubblica della terza carica dello Stato? Accusa degli alleati, non dell'opposizione.
(di Pierluigi Battista)
giovedì 23 settembre 2010
Il bipolarismo sessuale di Vendola
Se conta la legge del contrappasso, dopo Berlusconi il prossimo premier sarà donna o gay. È su questa elementare legge biopolitica di compensazione che basa la sua fortuna Nichi Vendola: dopo il Mandrillo verrà la Donnola, dopo il celodurismo bossiano e la seduzione berlusconiana, verrà l’epoca dell’orecchino e del diversamente seduttivo. Leader non se ne vedono in giro, se ne è accorto ora pure Galli della Loggia; solo mezzi leader e quaquaraquà. Niente donne. A questo punto meglio cambiare genere. Per farsi sdoganare, Nichi ha rassicurato l’Italia moderata che di gay a Palazzo Chigi c’è già stato un democristiano. E giù tutti i giornali a fare il minuetto dell’ipocrisia e interrogare in giro su chi fosse: tutti sapevano, cronisti inclusi, ma fingevano di non sapere. Alludevano all’interessato. Anziché creare un morboso gossip che circola oltre gli scritti, non è meglio dire chiaro e tondo che il nome in questione è quello presunto di Emilio Colombo, aggiungendo che si tratta di una maldicenza? E per confortare lo stesso Colombo e poi Vendola, è possibile aggiungere che la stessa maldicenza raggiunse altri due premier, Rumor e perfino Spadolini? Naturalmente aiutava la circolazione della voce gaia il loro statuto di signorini. Ricordo alcuni passaggi, devo dire eleganti, nei comizi di Almirante a proposito delle suddette «vergini». Ma era l’epoca macha, e un leader della destra nostalgica doveva essere e mostrarsi come il duce, uno sciupafemmine virilone e galante. Sessualmente la Dc era il partito della neutralità e dell’anestesia erotica, della sessualità flebile o repressa, o addirittura della castità; e invece l’Msi era il partito priapesco, dell’erezione permanente, con una sacra fiamma che si accendeva non solo nei cuori ma anche più in basso.
Ora che il tempo è mutato e dopo la parabola mandrillesca da Craxi a Berlusconi, il bipolarismo esige una differenziazione sessuale tra i due poli. Mancando infatti contenuti politici e passioni ideali, le differenze si aggrappano a tutto, anche a organi tutt’altro che ideologici. Vendola sta trasformando quel che un tempo era considerato un handicap in una risorsa. Perciò si gloria della sua omosessualità come punto di differenza e di futurismo rispetto alla vecchia politica passatista e stancamente eterosessuale. Vuol dimostrare che dal Cialis all’orecchino c’è progresso sociale e morale.
Se posso dirvi la mia, non considero l’orecchino di Vendola e il suo statuto omosessuale come criteri di giudizio politico, né in bene né in male. Arrivo a dire che preferivo l’omosessualità privata di alcuni suoi predecessori a quella pubblica; e non perché prediliga l’ipocrisia, ma al contrario, perché non ritengo l’omosessualità un titolo di merito o di demerito per i concorsi pubblici, compreso quello a premier. Vero è che nella prima Repubblica alcuni politici uscirono di scena perché ricattati con dossier e foto omosex.
Di Vendola penso tutto il bene e tutto il male possibile. Ho istintiva simpatia verso di lui perché proviene da due mondi che mi sono cari: la poesia, con vista sulla filosofia, e la mia Puglia, con vista proustiana sullo stesso tempo perduto.
Nichi ha la testa bombata di un mio amico pugliese d’infanzia, Peppino, anch’egli scapolo e malato di filosofia. La differenza è che da pugliese più legato alla tradizione preferisco le orecchiette agli orecchini. Riconosco a Vendola buona fede e slancio ideale. Mi piace la sua passione civile, il suo parlare accorato, la sua intelligenza, le sue letture e mi disturba poco la sua zeppola. Però l’altro giorno l’ho visto al Tg1 rispondere sulla sanità: ha fatto un predicozzo morale e una tirata ideologica che poteva andar bene per un prete o un filosofo ma non per un governatore di una regione che nel 2009 ha accumulato un debito di 300 milioni di euro nella sanità. Allora dico: non ti puoi permettere di dare lezioni di principio se la tua regione sta così inguaiata. E non puoi chiamarti fuori dalle indagini sulla sanità perché se un governatore non segue direttamente quel che avviene nel primo settore di spesa e di impegno con i cittadini della regione che governa, non è adatto a governare.
Ecco, Nichi, il problema è questo: il tuo comunismo lirico mi piace come genere letterario, non come modo di governare. Dei pugliesi che ti hanno votato non riesco a dir male e non solo perché sono miei conterronei, ma anche perché hanno voluto scommettere sulla passione civile, sul sogno, sulla politica come ideale che tu hai saputo suscitare. Mi piacerebbe vederti in lizza a livello nazionale per la stessa ragione.
Tifo per te nelle primarie della sinistra. Ma so bene che «cum li sermoni non si governano li stati», come diceva un tuo omonimo che la politica la conosceva bene, in teoria e in pratica.
In un empito visionario, arrivo ad auspicare la seguente riforma della politica: vorrei che ci fosse una bipartizione della politica, in camera alta e in camera bassa, in premierato di gestione e presidenza di orientamento. Una si occupa della realtà con un occhio ai valori, l’altra dei valori con un occhio alla realtà. Ecco, in questo binario, ti vedrei bene sul versante non di gestione ma di orientamento. Perché se Berlusca è un sultano, come dice Sartori, tu sei un ayatollah. Pure uno scarrafone è bello a Imam suo.
(di Marcello Veneziani)
martedì 21 settembre 2010
Pietrangelo Buttafuoco: "Fini ha tradito tutti i nostri valori"

Pietrangelo, parlami di questa tua amarezza di ex missino che si sente tradito.
«Quelli come me provano vergogna perché eravamo infilati tra la gente vera, che non è quella che si costruisce la carriera. Gente che incontravi a Catania, a Messina, a Enna, c'era questa umanità proletaria che credeva nei nostri valori e si entusiasmava. E in quella lunga fase di maggiore tensione, quando nessuno ci affittava i locali per le sedi perché temevano che li bruciassero, cominciammo a comprare le case. Ricordo perfettamente quando Almirante mandava le cambiali fatte per comprare le sedi a colleghi e simpatizzanti di partito che potevano permettersi il lusso di pagarle per conto del Msi. Alla famiglia Lazzano di Sciacca arrivavano regolarmente le cambiali da pagare, e il vecchio Lazzano le pagava. Era una pratica diffusa. Chiaro che la gente che ti ha dato aiuto poi si vergogni di questi fatti. Saranno 70 metri quadri l'appartamento di Montecarlo, ci sarà la cucina da 4000 euro, però è il dettaglio in sé che è deplorevole».
Tra l'altro s'è scoperto che nell'atto davanti al notaio di Montecarlo le firme del locatore e del locatario sono identiche, come se il cognato di Fini avesse affittato l'appartamento a se stesso.
«Sì, vero, ma la cosa peggiore è di non avere avuto mai un microfono a disposizione per raccontare il nostro punto di vista, facevamo una fatica immane avere uno spazio in Rai, la peggiore Rai di tutti i tempi, e perciò grida vendetta che l'unico sforzo politico è stato concedere l'appalto per un varietà televisivo alla suocera di Fini. Una cosa vergognosa e offensiva per quelli che hanno fatto i campi off, quelli che hanno fatto la battaglia culturale, soprattutto la battaglia contro l'egemonia culturale della sinistra. Cosa pensa Fini di fare la battaglia contro il conformismo con la trasmissione del varietà di sua suocera? Questo fa indignare, a maggior ragione chi come me ormai non fa più politica da una vita. L'altra sera quindi mi sono addolorato vedendo come andava il dibattito e ad un certo punto quello che ero io una vita fa ha preso il posto di quello che sono io oggi, del giornalista di oggi».
Ma oggi il partito di Fini dove va?
«Ma guarda, quelli che sono accanto a Fini a cominciare da Fabio Granata, dalla Perina, da Fabio fatuzzo a quelli che sono nella fondazione Fare Futuro, tutta gente che conosco bene, con cui sono cresciuto e con cui ho condiviso la battaglia politica, sono sicuramente coerenti perché continuano a dire le stesse cose che dicevano nel Msi, ma con una differenza sostanziale, e cioè oggi dicono che Fini era l'ostacolo fondamentale a quel processo di trasformazione del Movimento sociale. Perché nel frattempo che noi facevamo una battaglia politica all'interno del Movimento sociale, che era una battaglia culturale, di valori, c'era Gianfranco Fini che era l'ostacolo di tutto ciò. Oltretutto Fini aveva un partito, l'ha sfasciato, l'ha chiuso infilandosi in una catena di contraddizioni. Disse: "Dopo il predellino siamo alle comiche finali". Dopo due giorni lui era accanto a Berlusconi dimenticando le comiche finali. Dopodiché entra nel Pdl, dopo dice che il Pdl non gli piace e fa di tutto per sfasciarlo. Lui doveva semplicemente tenere il punto e tenere quel partito. Basta attenersi ai fatti e i fatti lo inchiodano alle contraddizioni. La rabbia e la vergogna io le confino in quei due episodi che secondo me sono gravi, la casa di Montecarlo e l'appalto Rai alla suocera, e sono abbastanza per provare repulsione».
lunedì 20 settembre 2010
Perchè Sakineh è scomparsa dai giornali italiani?
Et voilà! Un movimento con le mani, un gesto improvviso da una parte e Sakineh sparisce dai giornali e dai TG. Ma come, non è più in pericolo di essere lapidata? Non c'è più urgenza di salvarla da un destino infausto? No, ogni urgenza è sparita da quando Dieudonne M’Bala M’Bala, leader del partito antisionista francese, è andato a Teheran e ha chiesto informazioni ad Ali Zadeh, vice presidente del Consiglio della Magistratura e portavoce del Ministro della Giustizia. Dopo di che, tornato in patria, l'ha riferito a Thierre Meyssan, giornalista ed analista francese, che l'ha riportato in un articolo.Infatti viene smontata tutta la montagna di bugie che sono state riferite su questa storia. Innanzitutto la prima cosa: non solo l'Iran ha aderito alla moratoria sulle lapidazioni, ma nel Codice Penale iraniano questa sanzione è stata praticamente cancellata. Infatti, perchè qualcuno possa essere condannato per adulterio, deve essere visto nell'atto di fare rapporti sessuali con persone diverse dal marito o dalla moglie da almeno quattro testimoni contemporaneamente. E' chiaro che una situazione del genere si può verificare sul set di un film porno, ma non nella realtà. Sakineh Mohammadi Ashtoni è stata condannata per omicidio: lei una sera ha drogato il marito e ha spinto l'amante Issa Taheri ad ucciderlo. Al termine del processo entrambi sono stati condannati a morte per impiccagione. Attualmente il processo è sottoposto all'esame della loro Corte Suprema, che sta valutando se il processo è stato fatto correttamente. I tempi non sono definibili (ogni processo ha sue peculiarità) ma l'esecuzione, se avverrà, lo sarà solo al termine di questo esame.
Allora, da dove vengono tutte queste notizie false? In parte dal figlio, che continua a vivere tranquillamente nella città di Tabriz, dove è spesso in contatto telefonico con giornalisti occidentali, che hanno il suo numero e con cui parla regolarmente (cosa anomala per un regime repressivo, no?). Ma la cosa più interessante è un'altra persona che spesso dà informazioni ai giornali e che viene qualificato come un avvocato di Sakineh. In realtà Javid Houstan Kian non è affatto un avvocato, ma è solo un amico del figlio. E non è vero che è scappato dall'Iran perchè perseguitato dal cattivissimo regime, ma semplicemente perchè hanno scoperto che lui fa parte di una organizzazione terroristica, i Mujaheddin del popolo, finanziata da Israele e responsabile di molti attentati dinamitardi contro i cittadini iraniani. Per la cronaca, è stato lui a riferire che Sakineh era stata frustata in carcere, per esempio; oppure che l'avevano torturata per costringerla a dire il falso nelle interviste televisive. Ed è probabile che il figlio della donna - che evidentemente vuole salvare la madre dalla pena di morte a qualunque costo - segua pedissequamente il copione da lui scritto. Un copione che ovviamente, data l'appartenenza di Kian ai Mujaheddin del popolo, è stato scritto alla sede del Mossad o della Cia.
Per scoprire queste cose è bastato andare a fare una chiacchierata in Iran con un responsabile, il portavoce del Ministro della Giustizia. Possibile che in Italia non ci sia stato un giornale o un telegiornale che abbia avuto la possibilità di inviare una persona che chiedesse un semplice colloquio? Tutta l'editoria italiana ha avuto un momento di rincoglionimento generale oppure sotto c'è qualcosa che ha impedito a tutti i giornali italiani e a tutti i telegiornali italiani di dire la verità? Basta rifletterci un attimo e la risposta è facile.
(di Antonio Rispoli)