mercoledì 18 agosto 2010

Cari amici finiani che ci fate con Fini?


Cari finiani, io vi conosco da anni, almeno molti di voi. E so che voi con Fini c’entrate poco o niente. Quelli che conosco io provengono da due correnti del Msi che erano agli antipodi di Fini: i seguaci di Rauti e di Beppe Niccolai (e Mennitti). Avete creduto da ragazzi in molte cose valide. Volevate liberarvi del nostalgismo fradicio e furbetto che commercializzava la memoria del duce a fini elettorali, una specie di simonia politica con ignoranza culturale di base, di cui accusavate all’epoca Fini. Sognavate una nuova destra e consideravate i moderati e i centristi come il nemico principale. Larga parte di voi proviene dal sud e dunque il clima della guerra civile tra partigiani e repubblichini lo avete vissuto solo di riflesso: per noi, ragazzi del sud, il nemico principale era il moroteismo più che il comunismo. Anche per questo vi piacque l’idea di andare oltre la destra e la sinistra, lanciata da Rauti e con altro linguaggio da Beppe Niccolai. Era l’idea di superare le lacerazioni del passato, di capire che bisognava rispondere alle sfide odierne del capitalismo globale, di rifondare la politica su basi comunitarie, di aprirsi a nuove e antiche sensibilità come l’ambiente, il recupero dei centri storici, l’idea di tradizione, l’identità non chiusa nel recinto ringhioso del nazionalismo ma aperta alla dimensione locale e alla civiltà europea, il senso del sacro. Ora sembra preistoria, ma allora era storia. Quella di oggi è dopostoria. Io vi conosco, Pasquale, Silvano, Fabio, Carmelo, Roberto, Umberto, Peppe, Flavia, Marcello, Marco ecc., eravate tra quelli che nel Msi giudicavano Fini nullapensante e nullacredente. Non mi rivolgo agli arrivisti futuristi, alcuni dei quali ho la responsabilità di aver avviato al giornalismo, arrampicatori disposti a vendersi la mamma e a voltarti le spalle il giorno dopo che non sei più il loro direttore. E non mi rivolgo a chi ha condotto Fini a vari disastri (dall’Elefantino con Segni alla decapitazione di Italia settimanale). Mi rivolgo invece a chi ha militato in quel partito sognando progetti culturali e grande politica, campi hobbit e tabula rasa, tradizione e trasgressione. Non potete trincerarvi nella ridotta di Montecarlo, consegnare la vostra matrice politica e ideale all’ultimo inquilino che vi bruciò casa e poi vendette il suolo per trenta denari a più acquirenti. Avete eletto Fini a collettore di tutti i malcontenti verso Berlusconi o qualche colonnello; ma non potete combattere il vuoto della politica con un leader di cui vi è nota la vacuità.

Capisco il vostro disagio per il clima, le alleanze, certe convivenze; capisco pure la critica al berlusconismo e alla Lega. Ma non vi viene il dubbio che se idee e temi vostri sono stati accantonati, se ruoli chiave e ministeri strategici sono stati lasciati all’incuria o agli alleati, la colpa non sia degli alleati ma di chi doveva rappresentarvi? Non vi viene il dubbio che i vostri temi storici, legalità inclusa, siano stati disertati dal monarca di An? Io non mi aspettavo da Berlusconi che promuovesse le idee di nuova destra, di Niccolai o di Rauti; mi aspettavo da lui che battesse la sinistra alle elezioni, che sfondasse nell’area dei moderati che votavano Dc e dintorni, che favorisse la nascita di una democrazia decisionista, su base diretta e popolare, che mettesse insieme la Lega, i moderati e la destra ex missina e portasse al governo la destra emarginata, senza offenderne la provenienza. Tutto sommato credo che lo abbia fatto. Temo che chi non abbia fatto il suo dovere sia invece il vostro leader che distrusse ogni destra, inclusa la vostra.

E allora vi chiedo: ma che c’entrate con lui voi, con i vostri percorsi e la vostra biografia, che c’entrate con Montezemolo, le logge e le lobbies e che prospettiva è puntare su Casini, Rutelli e magari pure Bersani, stringervi dietro Napolitano, farvi usare da la Repubblica e dintorni e magari pure dai giudici schierati? Credete che sia più coerente e più proficua questa scelta piuttosto che restare alleati di Berlusconi e Bossi e dei vostri ex camerati? Non pensate che sia meglio per voi un leale sostegno a questo governo con precise richieste di riforme vere, anziché beceri ricatti per indebolire e inguaiare il governo; e poi per fine legislatura si lavora a un quadro politico rinnovato, candidando fra tre anni Berlusconi a ruoli super partes o extrapartes, Quirinale o Pontificato, per intenderci? Non pensate che questo sia un disegno politico, e quello finiano sia invece solo cupio dissolvi, un programma vendicativo di dissoluzione del Pdl? Non pensate che sia più utile far emergere nei governi locali e nazionali altri Marzio Tremaglia piuttosto che remare contro gli stessi? Sulla legalità, poi, vorrei chiedere al portabandiera finiano Fabio Granata, che apprezzo per l’intelligenza e l’ardore: ma perché oggi chiedi dimissioni a tutto spiano di chi è inquisito, e fino a ieri sei stato vice di Toto Cuffaro in giunta e tuttora sostieni, mi pare, Lombardo, entrambi inguaiati dalla giustizia? Spiegami la differenza. Non spiegarmi invece perché hai chiesto le dimissioni di Brancher, Scajola ecc. perché le ho chieste anch’io. Sulla legalità non fate sconti ma non risparmiate nemmeno il sostegno a chi come Maroni e Alfano combatte non a parole ma con grandi risultati la criminalità.

Ricordo troppo bene come la pensavano tanti di voi, alternativi a Fini. Chiedo a chi proviene dalla nuova destra: ma veramente pensate di affidare a Fini le vostre idee di un tempo, o davvero pensate di poter riempire voi quel contenitore vuoto, che gruppi più potenti già veicolano? Ma poi, non vedete che Fini studia da solista e non sopporta partiti e truppe al seguito? Volete morire finiani, così a poco si è ridotto il vostro orizzonte politico? Pensate piuttosto a rifondare dentro il Pdl quella cosa che un tempo si chiamava destra e che oggi forse merita di chiamarsi in altro modo. Provate a farla pesare di più, a incidere sulle decisioni del governo presente e a proiettarvi dopo l’esperienza di questo governo per rigenerare la politica, che oggi fa pena. Ve lo dico senza malizia e senza tornaconto, da lontano, con inalterata amicizia.

(di Marcello Veneziani)

venerdì 13 agosto 2010

Vi racconto la vera sindrome di Gianfranco

Ma perché lo ha fatto? Gira e rigira è quella la domanda su Fini che resta senza risposta. Tutti parlano del pasticciaccio brutto, da Montecitorio a Montecarlo, tutti conoscono le tappe dell'escalation ma in fondo non ci sono risposte alla domanda che pure sento ripetere ovunque io vada: ma cos'ha nella testa Fini, perché ha combinato tutto questo casino, dove vuole andare? Non pretendo di darvi una risposta convincente, mi limito a comporre le possibili spiegazioni in un racconto che tiene conto di tutte le più accreditate versioni, eccetto le tempeste ormonali. Escludo anche le cause patologiche, tipo la scatola cranica dei dobermann che a una certa età comprime il cervello e li fa impazzire, fino ad azzannare il padrone.

Fini soffriva della sindrome di Salieri. Sapete, Salieri era un musicista che non sopportava il successo del suo collega Mozart e dicono che abbia avvelenato il suo più famoso amico-rivale. Per tradurlo in termini correnti, diciamo che Fini ha vissuto per anni alla destra del Padre, soffriva del complesso del vicario; apparire sempre coprotagonista, cofondatore, spalla e cognato del Re, alla lunga logora e frustra. Non dimentichiamo il lato umano, la psicologia elementare. La stessa cosa accade al principe Carlo che ha passato una vita a fare l'erede, ma la regina non schioda e ora prevedono di bypassarlo. A Carlo per la rabbia gli sono cresciute le orecchie, a Fini il rancore.

A ciò si aggiunge la frustrazione dei sondaggi, dove Fini spopolava. E questo gli dava un senso di insofferenza anche verso il suo partito e la sua destra: si era convinto di essere più amato del suo partito e più grande della sua destra. In realtà confondeva la popolarità con il consenso, il generico apprezzamento con il voto. Se è per questo anche Almirante era ammirato da mezz'Italia e detestato dall'altra metà, ma poi visse al 5 per cento, per dirla con una poesia di Montale. Così Bertinotti. Mai confondere gradimento e consenso. Ma questa convinzione, probabilmente alimentata da chi gli sta vicino, lo ha portato a far crescere l'autostima e a nutrire un duplice fastidio: verso Berlusconi che gli faceva ombra, pur essendo più basso di lui, ma anche verso la sua destra, dalla base ai colonnelli tutti, che considerava con disprezzo la sua palla al piede, senza accorgersi che era il suo fondamento: è come un uccello che se la prende con l'aria perché fa resistenza al suo volo senza accorgersi che è l'aria a sostenerlo in volo, e senz'aria cadrebbe a terra.

Abbiamo così due spiegazioni di partenza, intrecciate e compatibili. Ma direte voi, un vero politico sa pazientare, conosce i tempi giusti per uscire allo scoperto, non rompe il gioco a metà fino a inimicarsi i suoi stessi elettori. Fini era il naturale successore di Berlusconi, e dopo la diaspora di Casini ancora di più; era perfino accettato dalla Lega, verso cui solo ora ha scoperto i suoi livori nazionalistici. Perché allora non ha avuto pazienza? Qui viene l'ipotesi chiave. Fini ha il terrore di succedere a Berlusconi come premier, ha orrore del gran lavoro, sa che sarebbe schiacciato sotto il peso del governo, non ce la farebbe. Lui aspira al ruolo di Speaker Supremo, cioè di presidente della Repubblica. Perché lui vuol essere Capo ma senza la fatica di governare; vuol essere sopra i partiti e non dentro, perché ha nausea dei medesimi, è single. Bello fare il presidente della Repubblica, magari qualche bel discorso a reti unificate, ricevi i potenti della Terra, passi dal Principato di Monaco al regno d'Italia, fai immersioni nelle tenute di Stato... Per andare al Quirinale deve azzoppare il suo più temibile concorrente interno, Berlusconi, e amicarsi la sinistra, senza aspettare il turno per Palazzo Chigi. Ecco, la partita è il Colle.

In tutto questo, capirete bene che a Fini il suo partitino gli serve solo come leva provvisoria, come calzante per mettersi le scarpe presidenziali; poi non serve più. Dopo aver scaricato il Fronte della Gioventù, l'Msi, l'elefantino, An, avete ancora qualche dubbio che Fini non sia disposto a sbarazzarsi dei suoi?

Non trascurate poi l'incoraggiamento avuto: dopo una vita d'insulti e di ghetto perché fascista, non gli è parso vero l’elogio della stampa e della sinistra.

Alla costruzione del movente manca però la causa scatenante. Quando Fini ha svoltato? Dicono al predellino che Fini ha subìto; ma sapeva che correndo da sola An, svuotata da anni di sfinimento, avrebbe perso voti. Io penso a due altre ipotesi, una vistosa e l'altra nascosta. La causa vistosa accadde due anni fa. È la convinzione finiana che Striscia la notizia lo abbia killerato per conto del Cavaliere, mandando in onda quei terribili filmati sulla Tulliani e Gaucci. Fu la svolta. Lui chiese la testa di Ricci e di Confalonieri, fece il diavolo a quattro, annunciò la fine di Mediaset... E invece, mi ha raccontato Antonio Ricci, il filmato andò in onda quasi per caso, anticipato da uno spezzone su Blob; giaceva lì da qualche giorno, lo tirarono fuori per casuali circostanze, senza parlarne con i vertici di Mediaset che magari avrebbero tentato di bloccarlo... Lui se la legò al dito, come poi col Giornale. Perché Fini è vendicativo, non ha la duttilità del politico intelligente né la magnanimità del vero capo.

Insomma la causa prossima fu Gaucci. Non è una gran bella causa e non è certo una base adatta per diventare presidenti della Repubblica, semmai per diventare presidenti del Perugia calcio, completando la successione a Gaucci...

In alternativa, se cercate una ragione più alta, complessa e dietrologica, ve ne prospetto un'altra concomitante: si narra dell'ostilità di Fini al progetto berlusconiano dell'accordo con Putin sul gasdotto che passa dall'Iran; un progetto sgradito agli ambienti che stanno dietro a Fini, che lo seguono da tempo, non solo agli Esteri, e lo hanno sdoganato nei luoghi giusti. Non so quanto sia vero, ma fa emergere anche l'ipotesi che Fini, come è sempre stato, sia eterodiretto, guidato, telecomandato. Insomma questo è il quadro generale delle ipotesi. Ora mi direte voi che ci azzecca con tutto questo il progetto politico, o addirittura culturale, la destra più moderna, la libertà, il futurismo, la legalità, e pure il suo partitino provvisorio, il suo pied-à-terre in aula. Ora i conti tornano, le contesse un po' meno...

(di Marcello Veneziani)

Pedofilia: intervista a don Fortunato di Noto


«Questi sacerdoti che si sono macchiati del gravissimo reato di pedofilia hanno reso vergogna a se stessi e alla Chiesa tutta». Non prova a giustificare, don Fortunato Di Noto, parroco in Sicilia, da vent’anni "cacciatore" di pedofili e sostegno per le vittime con la sua associazione Meter. «Qualcuno ha provato a minimizzare, ha parlato di "scivoloni" o di "debolezze": no, sono fatti gravissimi. Chi ha sbagliato deve prendersi le sue responsabilità e pagare, prima di tutto davanti a Dio e alla propria coscienza, poi davanti alla giustizia, ai bambini e alle loro famiglie, ma infine anche davanti alla Chiesa, che - non dimentichiamolo - è parte lesa».

Lo si dimentica spesso, invece: la Chiesa, l’istituzione che nel Dna porta scritta la difesa dei più piccoli e dei fragili, fondata sui severi dettami d’amore di Gesù (Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina.., Matteo 18,6), «è preoccupata del danno ai bambini, prima che ai preti - sottolinea don Di Noto -, ovviamente a maggior ragione quando l’abuso avviene da parte di un sacerdote. Il concetto che oggi si fatica a far passare è proprio questo: la Chiesa sta rispondendo con energia non per il fatto che esistono i sacerdoti pedofili, ma perché ha sempre lottato per proteggere l’infanzia e in generale i bisognosi».

Quando il reato avviene al suo interno, dunque, la ferita sanguina più copiosa. Facile immaginare, ad esempio, quanto una comunità parrocchiale soffra quando il suo parroco viene accusato di un crimine così orrendo, nel caso risulti davvero colpevole. «Per questo non chiedo sconti, anzi, penso che, come ha detto il Papa, i vescovi debbano essere fermissimi nel portare alla luce con verità e coraggio questi casi e reagire con decisione nella loro azione pastorale - continua Di Noto -, però pretendo che lo stesso sforzo, urgentissimo e necessario, riguardi tutto l’orrore della pedofilia, non solo la minima percentuale che coinvolge i preti». Invece quale Stato ha fatto altrettanto e con la forza del Papa? Quale altra confessione religiosa? Tenuto conto che in Italia si registrano circa 21mila casi di pedofilia ogni anno e che nell’ultimo decennio i casi di abusi da parte di preti italiani sono un centinaio, è chiaro che la piaga è dilagante altrove.

Premesso che per la Chiesa anche un solo prete colpevole è un abisso di sconforto e grida giustizia, lo strazio delle vittime non guarda da dove venga l’abuso: sarebbe ora che la tolleranza zero imposta con forza straordinaria dal Papa trovasse pari vigore nelle istituzioni laiche e nei governi. «Ogni mese Meter denuncia alle procure italiane e straniere in media seicento siti che, alla luce del sole, svendono un vero inferno senza che nessuno faccia niente - dice don Di Noto -. Vi si vedono adulti che stuprano e seviziano a volto scoperto anche neonati, persino padri che violentano le proprie figlie. Abbiamo chiesto che vengano ufficialmente divulgati i volti degli aguzzini con la scritta "wanted", ma nessuno si muove». E i media? Nessuno scandalo, nemmeno una "breve" sui giornali, come se dei bambini in realtà non interessasse poi tanto. Quello che interessa è l’abusatore, sempre che sia prete. Anche se, da recenti approfondimenti basati sui fatti, nel grande gorgo della pedofilia mondiale i religiosi sarebbero responsabili al 3%. L’altro 97% è "derubricato", non si ne parla affatto. «È grave perché quando nella lotta alla pedofilia subentra una lotta ideologica, la prima è sconfitta. E meno male che è venuto fuori questo scandalo tra noi preti - sorride Di Noto - così chi fino a oggi legittimava la pedofilia come un diritto ora invece grida a gran voce...». Non occorre andare lontano, basta sfogliare i giornali di dieci anni fa per leggere ad esempio che "in uno Stato di diritto essere pedofili o sostenerne la legittimità non può essere considerato reato" e la pedofilia è solo "una preferenza sessuale" (1998, documento del Partito Radicale contro la legge 269). O per ritrovare politici e intellettuali di spicco, oggi giustamente severissimi, ma che pochi anni or sono parlavano della pedofilia come del "diritto dei bambini ad avere una loro sessualità, ad avere rapporti tra loro, o con gli adulti".

E a proposito di leggi, «aspettiamo ancora la ratifica delle norme che puniscono l’istigazione e l’apologia della violenza sui bambini», ricorda Di Noto. C’è una proposta di legge firmata da 160 deputati bipartisan che giace dimenticata, così come la Convenzione di Lanzarote, che chiede pene più aspre: «Nell’attesa la Polizia delle Comunicazioni ha già le indagini impacchettate ma non può agire».

Fini: un killer di padri


La storia della destra mai nata attende un finale. Ma a margine della guerra in corso tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini resta appesa una domanda, anzi due: dove va la destra, ci sarà ancora una destra in Italia?

“Dove va la destra non so” dice Antonio Pennacchi a Panorama «non faccio il mago. Posso solo dire dove mi piacerebbe che andasse: vorrei che scegliesse una direzione guaresco-togliattiana”. La proposta del vincitore del premio Strega, autore di Canale Mussolini, nonché esegeta della radice “fascio-comunista” nella viva vena italiana, è quella di un ritorno all’unità di popolo. “Giovannino Guareschi è un grande. E non tanto per quello che ci ha lasciato nei suoi libri ma” spiega Pennacchi “per i film di Peppone e don Camillo, le pellicole da lui controllate, l’intera opera immortale dove il racconto della sua destra, quella del suo profondo anticomunismo, è reso come materia viva nel risultato: nella rappresentazione della fatica di tutti di restare uniti. Uniti nella diversità. Prima degli interessi dei singoli, e delle aziende, vale l’interesse del popolo. E questo lo voleva Guareschi. E così pure Palmiro Togliatti”.

Un disinnescare le micce di un’eterna guerra civile. Berlusconi sdogana Fini e la destra che ha atteso per mezzo secolo di tornare in scena trova oggi un epilogo amaro. “Premesso che la destra coincide con la critica e la comprensione del fascismo” sostiene Davide Rondoni, tra i massimi poeti contemporanei, cattolico, protagonista del Meeting di Cl, “la destra è finita da un pezzo, da quando ha scelto di essere puramente politica e non culturale. La guerra tra Berlusconi e Fini è solo una pura lotta di logge, è solo un altro cinema, l’unico fatto vero è che la destra non c’è”. E il berlusconismo? “Non è destra”. E Fare futuro, Futuro e libertà? “Non è destra. Non fanno la destra”.

Mario Desiati
, romanziere, direttore editoriale della Fandango, ha raccontato la destra attraverso le pagine di Vita precaria e amore eterno (Mondadori). Ecco il suo punto di vista: “Della destra che ricordo della mia adolescenza poco rimane in questo Pdl. La destra, infatti, ha una forte base proletaria, ha avuto linfa e forza dalla gioventù. Il protagonista del mio libro lo immagino oggi elettore di Francesco Storace, ma è anche vero che tanti, a destra, in Puglia, oggi votano per Nichi Vendola. È la variabile del tatarellismo. Quelli nati e cresciuti in quel laboratorio oggi saccheggiato dai futuristi di Fini non possono proprio votare per i Quagliariello e i Fitto”. Vendola è sangue di popolo, la destra proletaria ha sempre cercato di farsi nazione e stato. Alessandro Giuli, vicedirettore del Foglio, autore di un fortunato saggio Einaudi dal titolo Il passo delle oche. L’identità irrisolta dei neofascisti, un’indagine calata dentro la destra, così dice: “La definizione della destra è presto fatta, il senso dello stato, la res publica, l’omaggio ai costumi dei padri. Berlusconi di sicuro appartiene alla terza casta, quella dei produttori di beni, insomma è un bottegaio fuori posto. Ma Fini e i suoi non rappresentano certo la destra. Fosse solo per il necessario requisito di riconoscere i padri. Ne hanno ammazzati tanti di padri che neppure un serial killer”. Nessuno rappresenta la destra, insomma? “Ecco” sentenzia Giuli “i magistrati non politicizzati”. E poi? “Gli insegnanti non sindacalizzati”. La toga e la cattedra, e poi anche la caserma: “Ovvio”.

Dov’è, dunque, la destra, esiste ancora? “C’è solo quella di Berlusconi” risponde Luciano Sovena, amministratore e anima dell’Istituto Luce. “Lui è la destra, lui è il liberale. Io che me lo guardo ogni giorno, per lavoro, l’archivio del Novecento, posso ben dire che le due categorie, destra e sinistra, alla resa dei conti non ci sono più“. Al termine della notte di un lungo Novecento dunque. Un attento lettore di Louis-Ferdinand Céline qual è Stenio Solinas dice: “La fine che aspetta questa destra è il suo inizio, non essere mai esistita“. Ma il sentimento diffuso di destra, quello che comunque alligna? “Sentimento diffuso di moderatismo, direi. È solo rassegnazione. E cinismo. Ma quella è l’Italia, qualcosa che come la destra, appunto, alligna ma non esiste”. Una voce squillante a destra è senz’altro CasaPound, il centro sociale movimentista e creativo che trova voce nel suo leader, Gianluca Iannone: “Il futuro della destra? Politicamente bisogna attendere i risultati dell’ennesima contorsione finiana, ultimo capitolo di una storia personale e opportunista. La destra è stata incapace di concepire la grande politica. Potrà vincere ancora le elezioni, congiure di palazzo permettendo, ma non sa pensare il futuro”.

La destra macina dibattiti, interventi, proposte. A cura di Giuliano Compagno, filosofo, allievo di Mario Perniola, è uscito un libro dal titolo In alto a destra. C’è il racconto di tre anni di idee. Tre anni che sono stati il prologo di questa guerra appena conclusa tra Fini e Berlusconi. Gli interventi sono di Alessandro Campi, Umberto Croppi, Luciano Lanna, Flavia Perina, Annalisa Terranova e Filippo Rossi. Indubbiamente da destra si detta l’agenda di quella che un tempo sarebbe stato lo stanco appalto dell’egemonia culturale della sinistra. La destra finalmente c’è, ma per non esserci.

Che fine farà questa destra, dunque. Ma anche: che fine farà questo Paese. Antonio Scurati, un altro fra gli scrittori italiani, tra i più amati, una voce dichiaratamente di sinistra, editorialista della Stampa, offre questo suo punto di vista: “La destra ha un compito epocale: riportare il Sud in Italia e poi portare la nostra nazione in Europa. Siamo obbligati a studiare il nostro destino con un occhio storico e non con le trappole del cronachismo. Francamente non voglio morire cinese. L’Italia è prossima a dividersi e alla destra è dato il compito di allargare lo sguardo geopolitico e trovare un esito alla nostra condizione, prossima al disgregarsi. Ma il berlusconismo, si sa, è stato un fenomeno di costume, non un capitolo della politica. E questo è lo scoglio su cui naufraga Berlusconi”. Ecco, uno scoglio a destra.

(di Pietrangelo Buttafuoco)

giovedì 12 agosto 2010

Mariani: Perché dissi no al bilancio di An

Sedici minuti e diciassette secondi di tensione emotiva quasi insopportabile che accomunò in un salone d’albergo Gianfranco Fini e i suoi colonnelli. Era il 28 luglio di tre anni fa e davanti allo stato maggiore di Alleanza nazionale, Sergio Mariani spiegò il suo voto contrario al bilancio di An con argomenti molto espliciti («L’oggetto concordato per alcune fatture è falso») e concluse il suo discorso con una richiesta spiazzante: «Chiedo alla Assemblea nazionale di An di deferirmi al Collegio dei Probiviri...». Come dire: se ho detto bugie, non vi resta che denunciarmi. Nel salone dell’hotel Parco dei Principi, tra i capicorrente, grande fu lo sconcerto. Fini sorrise, qualcun altro disse «non è possibile» e Mariani continuò: «E allora, a norma dello Statuto, devo chiedere di denunciarmi al segretario provinciale di Roma...». Non accadde nulla. Nessun dirigente di An denunciò Mariani e l’indomani nessun giornale diede conto del suo intervento.

Ma quel discorso che sembrava destinato all’oblio, torna d’attualità. Soprattutto per un motivo: Sergio Mariani, sconosciuto al grande pubblico, è un personaggio nevralgico nella storia privata e pubblica della destra. Pochissimi, come lui, conoscono alcuni ex colonnelli di An, con i quali Mariani ha condiviso in gioventù “missioni” non sempre di stampo oxfordiano. Ma c’è qualcosa di più: Mariani è stato il primo marito di Daniela Di Sotto, la sanguigna militante che successivamente si innamorò di Gianfranco Fini e lo sposò. Il camerata Sergio reagì malissimo, sparandosi all’addome: allora, come oggi, Mariani era un duro, ma anche un uomo tutto d’un pezzo, per lui «onore e rispetto» restano valori assoluti. Uno spessore umano che ha impedito a quelli che avrebbero preferito rimuoverlo, di recidere i legami con lui. E infatti in privato Mariani continua a parlare senza ipocrisie con tutte le “parti”: il suo ex rivale Fini, ma anche la ex moglie di entrambi, Daniela.

E proprio loro due - Sergio e Daniela - più di 30 anni fa gli iniziatori di una lunga storia di amori e di voltafaccia, in questi giorni sono ricercatissimi dai giornali, affamati di gossip e di vetriolo. Ma i due si negano. Daniela, dopo la separazione da Fini, si è chiusa in un riserbo che i critici della sua verve romanesca non avrebbero mai immaginato. Ma a Mariani è naturale chiederlo: perché quel triplice “no” all’approvazione degli ultimi tre bilanci di An dal 2005 al 2007? Oltre alla casa di Montecarlo, ci sono forse altri beni dell’eredità Colleoni o del patrimonio missino, di cui hanno goduto in forme diversi altri dirigenti del partito? Mariani è un muro: «Non ho alcuna intenzione di fare dichiarazioni su questo argomento. Oggi, come allora, resto dell’idea che i panni sporchi si lavano in famiglia». Ma se fosse il magistrato che indaga su Montecarlo a chiederle le ragioni delle sue perplessità? «Se fosse l’autorità giudiziaria a interpellarmi, non potrei tirarmi indietro. Con spirito di verità».

Tra chi viene da An, nessuno mette in discussione la probità del garante degli ultimi bilanci, il senatore Franco Pontone, un gentiluomo napoletano d’altri tempi che non ha mai avuto l’autoblù, che si muove in treno e ripete spesso una frase: «L’unico patrimonio che lascerò a mia figlia è il mio onore». Una cosa è certa: gli ultimi bilanci di An sono stati approvati all’unanimità, la prova che nel partito di Fini c’è stata sempre una gestione collegiale delle questioni finanziarie, compresa quella che ha riguardato la casa di Montecarlo. E’ proprio questa collegialità che spiega la prudenza degli ex colonnelli? Italo Bocchino, capofila dei finiani, scuote la testa: «No, la gestione dei bilanci è sempre stata molto scrupolosa e rigida».


(fonte: http://www.lastampa.it/)

lunedì 9 agosto 2010

Aveva una casetta in Canadà

Qualcuno ricorderà una canzone di Carla Boni e Gino Latilla del 1957 che piaceva molto: “Aveva una casetta piccolina in Canadà, con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà…”. Piaceva perché rappresentava il sogno di milioni di persone: possedere una casa, un appartamento, un posto decente dove abitare. Con il tempo, molti l’hanno realizzato. Ma per tanti resta una chimera. Questo spiega perché la casa sia ancora al primo posto nelle chiacchiere che si fanno in un gran numero di famiglie.

Se poi la casa di cui si parla riguarda un politico, le chiacchiere vanno a mille. L’ex ministro Scajola è diventata famoso non per il lavoro svolto, buono o cattivo che fosse. Ma per la faccenda dell’appartamento che un mister X gli avrebbe regalato, in tutto o in parte. Lo stesso vale per Gianfranco Fini, il presidente della Camera. Ormai anche dal parrucchiere le signore parlano di lui, della casa di Montecarlo, del cognato che ci vive, del modo singolare in cui è stata acquisita, poi venduta, poi rivenduta, poi affittata. Mi hanno raccontato che un signora, nel farsi la piega, domandava: “Ma che cosa sarà questo off shore? Un nuovo modello di reggiseno?”.

Naturalmente è possibile che Fini non sappia nulla dell’appartamento di Montecarlo. E che sia finito sui giornali soltanto perché ha divorziato da Silvio Berlusconi. Scriviamo sempre che il garantismo è un pilastro della società liberale. Anche se spesso su questo pilastro molti ci fanno i loro bisogni. Ma l’etica ci impone di essere garantisti nei confronti di tutti. Anche di un politico importante come Fini, la terza carica dello Stato. Che per difendersi ha molti più mezzi dell’uomo della strada senza potere.

Il guaio è che Fini non parla, non spiega, non dice una sillaba per ribattere alla valanga di parole che i media stanno scaraventando sulla faccenda di Montecarlo e, di riflesso, su di lui. È il primo aspetto paradossale di questa storia. Fini non ha mai amato il silenzio. Soltanto negli ultimi mesi, per non andare più lontano nel tempo, ha esternato di continuo, quasi tutti i giorni. Non si poteva aprire un giornale o accendere la tivù senza inciampare in una dichiarazione del presidente della Camera. Pensate alla tortura inflitta all’italiano qualunque. Ma non appena è emersa la storia di Montecarlo, Fini è diventato il muto di Montecitorio. Almeno sino al momento nel quale scrivo questa puntata del Bestiario: la mattina di sabato 7 agosto 2010.

C’è un leader politico che gli ha rimproverato di essersi tagliata la lingua. È Antonio Di Pietro, un maestro nell’avvalersi del diritto di parola. In due interviste al Riformista e a Libero, Tonino ha detto: «Per uscirne, Fini può fare una sola cosa: portare i documenti all’opinione pubblica, prima che lo faccia la magistratura».

Mentre Fini taceva, hanno parlato altri politici. Qui ne citerò tre. Il primo non mi sento di metterlo in croce perché è una signora con molti obblighi: Flavia Perina. Il suo vincolo più forte deriva dal fatto che dirige il quotidiano del futuristi finiani, il Secolo d’Italia. Per questo ha definito “dossieraggio” le inchieste dei giornali sulla casetta di Montecarlo. Sostenendo che “la lotta politica è regredita come ai tempi di Mino Pecorelli”. Ma che cosa poteva dire di diverso, la gentile Perina?

Più strambe sono le dichiarazioni di altri della casta. Pier Ferdinando Casini ha ruggito che le inchieste dei giornali su Fini sono “squadrismo mediatico” o, secondo un’altra versione, “squadrismo intimidatorio”. Due parole che coprono Casini di ridicolo. Siccome vuole fare il terzo polo con Fini, il capo dell’Udc si è messo a copiare il lessico del Cavaliere. Sia bocciato e ripeta l’anno.

Un altro da bocciare è un politico del Partito democratico, Luigi Zanda, vice capogruppo al Senato. Lui si è indignato per “l’uso della mazza ferrata giornalistica, editoriale e televisiva contro gli avversari del presidente del Consiglio”. Due errori da matita blu in un piccolo bla bla. Il primo è che la faccenda di Montecarlo ormai sta su tutte le gazzette e i tigì, anche su quelli che sono nemici giurati del Caimano. Il secondo riguarda la vecchia professione di Zanda. Quando era il segretario generale del gruppo Espresso-Repubblica si congratulava vivamente per le nostre inchieste su Tizio e su Caio. E non ci ha mai considerato dei mazzieri, bensì campioni del giornalismo investigativo.

Uno che non è da bocciare, bensì da compiangere con simpatia è Benedetto Della Vedova, vice capogruppo dei deputati futuristi. Da bravo valtellinese, si è messo lo zaino da battaglia. E va in tivù a spiegare l’arcano di Futuro e Libertà. Ossia a sostenere che i finiani restano nella maggioranza di centro-destra, accanto al Caimano, e non vanno con le opposizioni. Lo dice con garbo, da vero signore. Senza rendersi conto di accrescere la quota di grottesco che sprigiona dallo scisma di Fini.

Il grottesco aumenterà a dismisura quando inizieranno le manovre per le prossime elezioni. Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, ha già proposto di costituire un Grande Esercito di Liberazione per liquidare il Cavaliere. Ma leggerlo su Repubblica e ascoltarlo alla tivù, ti suggerisce una previsione sola. Se finirà così, vincerà di nuovo Berlusconi.

E se è vero che il premier si prepara a campare sino alla bellezza di 120 anni, molti non ne vedranno mai la caduta. A cominciare da me, che me ne andrò al Creatore senza poter sapere come sarà l’Italia di allora. Posso aggiungere per fortuna? Sì, l’ho aggiunto.

(di Giampaolo Pansa)

domenica 8 agosto 2010

Gianfranco, il fu-turista subacqueo


Ma se non ci fosse stato Berlusconi a sdoganarli, Fini e i missini starebbero ancora isolati, ai margini, nel sottoscala, nelle fogne? Non mi intendo di patafisica, cioè di storia scritta con i se e perciò non rispondo alla domanda. Mi accontento di guardare alla realtà. So che il Msi, piccolo, fiero e sterile partito di opposizione nostalgica, si stava avviando dopo Almirante a un declino inarrestabile, se non fosse esplosa l’Italia agli inizi del ’90. Il Msi era già stato sdoganato due volte prima di Berlusconi; negli anni Ottanta da Craxi che incontrò prima Almirante, verso cui ebbe espressioni di diffidente stima, e poi il neosegretario Fini, di cui invece descrisse la pochezza, anzi l’inconsistenza. E ai primi anni Novanta da Cossiga che, tentato dall’idea gollista di una Nuova Repubblica, rimise in gioco i missini considerandoli interlocutori. Il Msi vegetava ai margini della politica italiana quando scoppiò Mani pulite, implose la Dc tra Cossiga, Orlando e Segni e venne fuori dall’onda referendaria la riforma elettorale.

Andava sui giornali grazie all’estro dell’addetto stampa di Fini, il rustico Francesco Storace. Nel crollo della prima Repubblica, il Msi apparve come un partito dalle mani pulite o meglio delle mani intonse, perché mai usate per governare, ma solo per saluti romani e qualche scazzottata. Il Msi non aveva mai amministrato niente, o quasi; i suoi militanti erano credenti e brave persone, gran parte dei suoi parlamentari erano solo oratori, vergini di potere. Insomma aveva la fedina pulita, apologie di fascismo a parte. Fu così che Fini si trovò investito a candidarsi sindaco a Roma insieme alla Mussolini che si candidava a Napoli. Esitava, lo incoraggiammo, una volta gli telefonai per spingerlo a candidarsi dopo che la Dc di Martinazzoli aveva rifiutato di allearsi col Msi per sostenere Buttiglione o altri. Fini conseguì una gloriosa sconfitta contro il suo nuovo alleato Rutelli, come la Mussolini contro Bassolino. E al ballottaggio, Berlusconi ancora imprenditore, si schierò apertamente con lui. No, lo sdoganamento di Berlusconi non fu la svolta, anche se era la prima volta che uno dei più importanti personaggi dell’imprenditoria dichiarava pubblicamente di votare per il leader del Msi. La vera chiamata in paradiso per il Msi non fu quella; fu quando Berlusconi scese in campo, inserì nel gioco politico la destra e la coalizzò con la Lega e con gli ex Dc di Casini. Quello fu il miracolo per Fini e il suo partito; da soli non sarebbero mai riusciti a compierlo.

Quell’alleanza fu una proposta che avevo lanciato mesi prima su L'Italia settimanale, quando Berlusconi ancora non c’era. Ricordo che chiesi a Vittorio Feltri se condivideva questa idea e se ci scriveva un pezzo; e lui scrisse un articolo che intitolai «Se cani e gatti si alleassero», figurando l’alleanza tra Lega e Msi. Feltri continuò a scriverne sull’Indipendente. La stessa proposta lanciammo a Roma con Feltri, Fisichella e Selva in un convegno della Fondazione Italia. Dopo venne la discesa in campo di Berlusconi a trasformare un’idea in un’alleanza. I missi dominici dell’operazione furono soprattutto Letta e Tatarella, che stava lavorando per il nuovo partito (un altro missino ebbe un ruolo importante nella nascita di Forza Italia: Mimmo Mennitti). E con l’adesione di Fisichella, Fiori, Selva e altri, prese corpo An. Fini arrivò a cose fatte, con tempismo e abilità. Ma solo due anni prima pensava ancora che il richiamo a Mussolini potesse consentire al Msi di vivere con una manciata di parlamentari. Da segretario del Msi e da oppositore a Rauti, Fini era disposto a tutto per campare, perfino a sostenere Saddam Hussein, andando in Irak al traino di Le Pen.

L’organo finiano mi rinfaccia di aver tratteggiato in un mio libro un quadretto ironico e affettuoso di una sezione missina del Sud, raccontando la generosità e lo squallore naïf delle sezioni di quel tempo. Era una pagina narrativa e non politica, di colore e sentimenti, lievemente caricaturale anche se rispecchiava un’esperienza vera di vita; ma non penso affatto che tutti i missini si possano ridurre a quel rozzo campionario di zoologia. Ci fu chi ci rimise la pelle e onore a loro; ci fu chi ci rimise soldi e lavoro, altro che Montecitorio o Montecarlo; e c’era anche gente di qualità. Di solito, però, non se la passavano bene; erano all’opposizione interna, come Beppe Niccolai, o espulsi, come Marco Tarchi. La nomenklatura del Msi, con poche eccezioni, restò impenetrabile alla cultura e alle idee, diffidente verso gli eretici e gli innovatori, ostile a ogni iniziativa editoriale e culturale, di nuova destra o verso nuove aperture. Se portavo le mie idee su la Repubblica o su l’Unità, se esortavo a lasciare il fascismo alla storia e ad aprirsi ad alleanze nuove, se dialogavo con Cacciari o con i socialisti tricolore, passavo ai loro occhi per venduto e traditore. Quanti frustrati abitanti delle fogne missine, oggi finiani, la pensavano così... Appena poterono, i futuristi libertari di oggi, riuscirono già ai tempi di An a far chiudere l’Italia settimanale, cacciando prima il suo direttore. Ma, prima di An, quello era il Msi finiano, diffidente verso le novità, rancoroso e nostalgico; un passo indietro anche rispetto ai rautiani, o rispetto al Msi di Michelini e De Marzio. Che Almirante e Romualdi fossero ancora immersi nel neofascismo era comprensibile, era la loro biografia a chiamarli a Salò; ma che lo fosse un giovane ignaro e postfascista come Fini è metà assurdo e metà furbesco. Poi, a un certo punto, con una giravolta geniale di cui presto darò la mia versione, Fini si liberò del ruolo di vice di Berlusconi per aspirare al ruolo di vice di Casini (i rapporti di forza parlano chiaro). È commovente lo sforzo surreale di alcuni finiani di dare una linea culturale e una nobiltà ideale a un fatto personale, immaginando che si tratti di nuova destra. Futurismo? Sì, fu turismo. Subacqueo e fai-da-te.

(di Marcello Veneziani)

sabato 7 agosto 2010

La disgiunzione sociale generata dalla modernità


Uno dei capisaldi della decrescita è che non si può avere una crescita infinita in uno spazio finito.

La teoria della decrescita parte in effetti dalla constatazione elementare che le riserve naturali siano in via di esaurimento e che non si possa avere una crescita materiale infinita in un mondo finito. E’ il principio avverso alla logica del « sempre di più» e a quella dismisura che i Greci chiamavano hybris. L’inquinamento che degrada l’ecosistema, cioè la struttura della vita, oggi ha raggiunto un livello intollerabile. Evidentemente crediamo inesauribili e gratuite le riserve naturali, però non lo sono; specialmente nel caso delle riserve petrolifere: si avvicina il momento in cui il petrolio non potrà più essere estratto che a una resa decrescita. L’industria mondiale consuma 87 milioni di barili di petrolio al giorno, nel 2050 consumerà il doppio e a fine secolo il quadruplo. La domanda è dunque destinata ad aumentare fino a quando l’offerta non andrà rapidamente a diminuire. All’ora attuale, più dei tre quarti delle nostre risorse energetiche sono risorse fossili (petrolio, gas, carbonio, uranio). Quanto alle energie rinnovabili, non costituiscono che il 5,2% di tutte le energie consumate nel mondo. Bisogna dunque rompere con questa fuga in avanti. Gli alberi non possono crescere fino al cielo!

La crescita economica è legata a doppio filo alle catastrofi. Può spiegare come?

Se l’attuale crescita economica materiale avanza, non può che generare delle catastrofi di cui noi vediamo già i segni precursori. Esiste, inoltre, un nesso tra la crescita e la catastrofe che molta gente ignora: l’aumento del prodotto interno lordo (PIL) permette di misurare la crescita, intesa però non come miglioramento del benessere, ma come crescita di tutte le forme di attività economiche. Ciò vuol dire che si valutano positivamente le catastrofi naturali (inondazioni, nubifragi, terremoti, maremoti) nella misura in cui queste generano un’attività economica. In Francia, per esempio, l’ alluvione del dicembre del 1999 ha portato un aumento del 1,2 % di crescita! E ancora, la ricchezza misurata dal PIL non è netta, poiché le cifre non tengono conto dei costi che implica l’attività economica in termini di esaurimento delle riserve naturali. Da questo doppio punto di vista, la crescita non è che un miraggio.

Occorre, come dice Latouche, decolonizzare l’immaginario occidentale?

In effetti Serge Latouche parla di una necessaria « decolonizzazione » dell’immaginario simbolico. Si tratta di non abitare più nella convinzione che l’uomo sia un produttore-consumatore, o che l’economia sia il destino. Rompere con l’ossessione della produttività, della mercificazione, con l’idea che più sia sinonimo di meglio. Evitare di scegliere chissà quale nuovo gadget per il solo motivo che sia nuovo, riconoscendo che l’uomo non vive di solo pane e che l’individuo non è la somma di ciò che possiede. La logica dell’essere non è quella dell’avere, così come la qualità non è riducibile alla quantità. Il valore non può essere costantemente piegato su valore di mercato, o sul quello di cambio. I prezzi si negoziano, i valori no. E’ il tempo di uscire dal mondo in cui niente ha più valore, ma tutto ha un prezzo.

Agire partendo dal locale all’universale vuol dire recuperare una visione vernacolare e riappropriarsi di un centro, di una “residenza”?

Filosoficamente parlando, si potrebbe dire che nell’epoca della globalizzazione assistiamo a una progressiva destituzione del luogo per lo spazio. Il luogo è un punto chiaramente situato, con dei limiti propri, che ci è generalmente famigliare. Lo spazio non ha dei limiti: è incondizionato, illimitato; ciò corrisponde perfettamente alla logica della metropoli che tende, attraverso una propria dinamica, alla soppressione di tutti i limiti. Il capitalismo è rappresentato dal carattere illimitato nel suo tentativo di collisione e di omologazione rispetto al mondo. In mezzo si trovano quelle culture popolari, con i loro modi di vita radicati, che ostacolano l’espansione planetaria delle metropoli e la trasformazione della Terra in un immenso cammino omologato. Tornare a orientare l’esistenza sul luogo vuol dire resistere all’influenza dell’incondizionato e, allo stesso tempo, restituire al mondo la diversità che ne costituisce la vera ricchezza. E’ per questo, allora, che attualmente si moltiplicano le delocalizzazioni; occorre rilocalizzare il più possibile la produzione e il consumo.

Perché chi pensa di poter moralizzare il capitalismo cade in un cortocircuito?

L’idea di una « moralizzazione » del capitalismo si sviluppa a partire dal 1990, in seguito a un certo numero di scandali sulle disfunzioni del sistema finanziario. Il capitalismo non è «moralizzabile» per la semplice ragione che per sua stessa natura è estraneo a tutta la considerazione morale. La sua ragione d’essere si riconduce all’accumulo dei profitti e non può che prevalere su tutte le altre finalità. Inoltre, il sistema capitalistico non è più, dopo molto tempo, oggetto sul quale si potrebbe aver presa, ma un soggetto che si sviluppa secondo le proprie leggi atte all’autoproduzione.
Nei nostri giorni non assistiamo, dunque, alla moralizzazione del capitalismo, ma piuttosto al contrario: all’ « economizzazione » della nozione stessa di valore, che avvicina gli individui nella direzione dell’accumulo. L’etica manageriale, per esempio, può interpretarsi come una morale disciplinare mirata a formare l’individuo per il desiderio di cambio. Distante dal poter essere « moralizzato », oggi il capitalismo contribuisce soprattutto alla « demoralizzazione » della società.

Come adattare la dimensione comunitaria in spazi sempre più grandi e affollati come le città e le varie metropoli?

Più le città diventano immense, più il quartiere può acquistare importanza. E’ proprio in questo ambito che si ritrova il carattere profondamente dialettico della globalizzazione: da una parte unifica e omogenea, dall’altra crea per reazione delle nuove frammentazioni. L’importante è lottare contro la disgiunzione sociale generata dalla modernità, favorendo i legami sociali che un tempo erano all’origine della solidarietà organica. Questa esigenza non concerne soltanto il domani privato, ma anche quello della vita pubblica. La riabilitazione del vincolo sociale deve andare di pari passo con il collocamento di una democrazia partecipativa, fondata sul principio della sussidiarietà, che possa rimediare alle insufficienze della democrazia rappresentativa, responsabile di aver creato un divario tra la classe dominante e la maggioranza dei cittadini.