martedì 7 luglio 2009

Non fidatevi dei pensatori in carriera

Intellettuale e ribelle. Due «etichette» che un sacco di gente ha voglia di appuntarsi al petto, quasi fossero medaglie. Abbiamo provato a chiedere un parere a Massimo Fini. Uno di quei giornalisti e scrittori che davvero non sono abituati ad avere un padrone (per rendersene conto basta leggere la sua rivista, La voce del ribelle, o i suoi libri come Il dio Thoth, appena pubblicato da Marsilio).
Ha visto «Nemici pubblici» il carteggio appena pubblicato di Bernard-Henri Lévy e Michel Houellebecq?
«Certamente».
Sono due intellettuali «contro»?
«Onestamente no. Houellebecq lo conosco meno ma, certamente, Bernard-Henri Lévy è tutto fuor che un ribelle...».
Perché?
«Non ci si può fidare di quegli intellettuali che fanno parte di un sistema di potere. Lévy è un intellettuale molto inquadrato che dice delle cose ben precise e che vanno in una direzione sola: è filoamericano, filoisraeliano... Sarà mica essere scomodo questo... Un pensatore dovrebbe essere capace di prendere posizione di volta in volta...».
Eppure piace raccontare di essere perseguitati dal sistema...
«Fa fine essere “ribelli”. Però bisognerebbe essere staccati dai partiti... Questa è la vera caratteristica dell’outsider. Se io attacco Berlusconi e poi sono organico al Pd cosa conta? E viceversa ovviamente... Chiamiamola politica ma non lavoro intellettuale. Come diceva Stuart Mill, uno dei pericoli da cui il liberale si deve difendere è quello di farsi schiacciare dal peso della communis opinio...».
Ma in Italia c’è spazio per gli outsider?
«Molto poco. Una volta ce ne era di più, nei giornali piaceva avere almeno un bastian contrario... Era una foglia di fico ovviamente, una mezza porcheria, ma insomma...».
Spieghi...
«Per fare un esempio: quando lavoravo al Giorno diretto da Zucconi il giornale era dell’Eni. Il che vuol dire che era sotto il più totale controllo dei partiti. Io dalla mia rubrica, si chiamava Calcio di rigore, sparavo a zero su tutto il mondo della politica. Così se qualcuno accusava Zucconi di essere schiavo del potere lui rispondeva; “Ma se c’è Fini che dice e fa quello che vuole”. E quando qualche politico voleva la mia testa lui rispondeva: “Ma via, è una rubrichina, quel che conta è il resto del giornale...».
E oggi?
«La politica schiaccia tutto, restano degli spazzi minimi. Per portare avanti la mia rivista la Voce del ribelle io conto su un sacco di giovani che scrivono gratis. E sugli abbonamenti... Ma è una cosa per 4mila lettori, non di più...».
Giocando un po’: mi faccia il nome di qualche intellettuale italiano veramente ribelle.
«Siamo sinceri, non c’è bisogno di parlare di ribellione. Semplicemente l’intellettuale dovrebbe pensare e poi dire quello che pensa, esattamente come il giornalista. Non dovrebbe nemmeno essere considerata ribellione la scelta di non farsi ingabbiare dagli schieramenti».
Dei nomi...
«L’ultimo vero pensatore libero è stato Pasolini. Tra i giornalisti, per lungo tempo, riuscirono a smarcarsi Bocca e Montanelli. Oggi mi verrebbe da dire Ceronetti. È così atipico, o forse Severino...».
E di finti ribelli?
«Ma di quelli ne trova dove vuole... Sarebbe un elenco del telefono...».

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