lunedì 30 novembre 2009

I miti, fedeli compagni di solitudine


All’inizio degli anni Sessanta un sedicenne fragile e orgoglioso se ne andò in Inghilterra con lo scopo dichiarato di imparare la lingua e quello inconfessato di perdere la verginità. «Non aver ancora toccato una donna mi pesava intollerabilmente, come se il mio sangue fosse cemento appena impastato, e ogni giorno che passava si solidificasse sempre di più, minacciando che niente vi avrebbe più potuto aprire una breccia, far sgorgare ancora il liquido vitale». Se ne stava appoggiato al bancone dei pub, avendo di fronte due bicchieri di Martini, uno per sé e l’altro per l’eventuale ragazza che ne avesse ricambiato il sorriso. Consumava inutili serate in locali da ballo sordidi come solo sanno esserlo quelli della provincia inglese, si ostinava in pedinamenti notturni dietro volti e corpi su cui aveva fantasticato, sempre nell’attesa che l’imprevisto lavorasse per lui: la timidezza salvata dal Fato...
Ci sono adolescenze solitarie e sprezzanti, «pochi atteggiamenti auto-consolatori sono in realtà più tormentosi e infelici», alle quali la normalità è preclusa per troppa sete di assoluto. Vogliono troppo, pensano troppo, si illudono troppo. Fosse stato il sesso una semplice partita da sbrigare, un fatto tecnico come per la maggior parte dei suoi coetanei, quel sedicenne non sarebbe stato così infelice e così incapace. Ma lì dove gli altri vedevano un atto fisico o una tecnica, lui vedeva, confusamente certo, eppure in modo nitido, un mistero e una sacralità, un’ossessione poetica, una scintilla divina in grado di ancorarlo al Tutto, di dare un senso a un’esistenza altrimenti incomprensibile. «L’adolescenza è anche questo: un’incubatrice del destino, un magma di pura potenzialità e di desideri mutevoli: per questo le contraddizioni che la agitano sono le più lancinanti e le più dimenticate».
Alla fine il caso, ovvero il Fato, ebbe compassione, si incarnò in una insegnante ventitreenne e il risultato fu «una sensazione di liberazione, di sgretolamento e di ricostruzione, di energia che scorre, di sangue che schizza come aghi di pino in un vortice che si alza verso il culmine della gioia come la marea verso la luna, una certezza di continuità, di rinnovamento - di avere radici, di avere germogli - di vita, delle chiavi più segrete e più manifeste della vita; se avessi potuto fermare quell’attimo, mi sarebbe toccata un’eternità di piacere fisico e disincantato, travolgente e leggero, forse perfetto». Non so a quanti sia dato ricordare così la loro prima volta...
In questo «ritratto dell’artista da giovane» c’è tutto quello che poi Giuseppe Conte sarebbe diventato, il poeta e il romanziere, il mitografo e il viaggiatore: e non è un caso che Terre del mito (Longanesi, pagg. 329, euro 18,60), il suo nuovo libro, racconti una vocazione e un apprendistato, una scelta e in qualche modo una missione, l’eterna meraviglia di chi a ogni passo si accorge che c’è qualcosa da scoprire, qualcosa per cui vale la pena gioire, combattere e soffrire.
Conte è una figura anomala nel panorama letterario italiano: è uno scrittore «civile», termine preferibile all’usurato e ambiguo «impegnato», ma lo è in perfetta solitudine, senza rete di cordate intellettuali compiacenti; un narratore puro, ovvero un raccontatore di storie, ma con alle spalle il nocciolo duro di una concezione del mondo epica e tragica, un macinatore di chilometri e di continenti che ha però scelto di vivere in provincia. «Ci sono stati periodi in cui, dovunque avessi casa, non ci passavo più di due giorni la settimana», frutto forse «di una strana paura della stasi, dei muri di casa, della stessa continuità del vivere». Infine, e soprattutto, è un mistico fatto di carne.
Terre del mito è all’apparenza un libro di viaggi, ma «libro», ci ricorda Conte, «è in origine la “pellicola tra il legno e la scorza degli alberi”, si scriveva su di essa, prima della scoperta del papiro: dunque nella parola “libro” c’è il ricordo lontanissimo, confuso, della pioggia e del fuoco, delle radici e del cielo, dei venti e dei nidi degli uccelli, della luna e del sole, del buio e della luce». Così, Terre del mito è principalmente «un pozzo delle correnti di tutti i mari, vetrina cosmica, palazzo di Minosse, magazzino della scorta, torretta, fortezza, abbraccio, colpo di pugnale, carezza, clessidra e infinito». Che vada alle isole Aran o alle Orcadi, nell’India del sud o nel Nuovo Messico, il suo è sempre un mischiare l’alto e il basso, l’approfondimento e l’annotazione, la storia e la quotidianità, il ricordo e il presente, la gravitas e l’ironia...
Allo stesso modo, il mito che ne percorre le pagine non è solo o tanto una storia o una memoria, un’eco del passato o una passione intellettuale, ma una sorta di energia spirituale ancora viva in un mondo che sembra averla disintegrata o dimenticata. Di fronte alle rovine celtiche di Dùn Aengus, «una dimora barbarica e nuda», Conte ha la sensazione che «la divinità, il principio stesso della divinità è sempre giovane e insieme arcaico, carezzevole e insieme atroce. Ebbi per la prima volta la certezza che ci fu un tempo in cui noi, dal cuore della nostra angoscia nebbiosa di mortali, comunicavamo, avevamo commercio con gli dèi».
Come tutti i politeisti esuli in un mondo monoteista a loro estraneo e per molti versi ostile, Conte sa bene che ormai l’essenziale è invisibile agli occhi e l’unica strada percorribile è quella dell’ascolto: una specie di respiro cosmico da cui lasciarsi avvolgere. In India, dove la densità delle divinità è sterminata, ciò è a fatica forse ancora possibile, e uno spirito religioso può lì ancora cogliere il terreno privilegiato degli archetipi, del mito: il sacro nella sua dimensione notturna, laddove, decretata la morte di Dio e trasformata la religione in istituzione, ciò che altrimenti gli resta è disperazione e/o rassegnazione. Qualcosa del genere è avvertibile anche nelle riserve indiane del Nuovo Messico e non è un caso che il Conte ragazzo avesse nella sua camera una foto di Capo Giuseppe, dei Nez-Pércès, l’eroe di Seppellite il mio cuore a Wounded Knee, il sacerdote-guerriero che diceva: «La Terra e io siamo dello stesso parere». E non è sempre un caso se «quella foto c’è ancora. Non ho avuto niente di cui pentirmi al contrario di tanti miei coetanei che sembrano essersi neppure pentiti, ma dimenticati di aver idolatrato Stalin, Lenin, Mao, Ho Chi Min, Giap, Pol Pot, Castro e che devono aver passato la tarda giovinezza a portare ritratti in cantina».
Eppure, e lo dico da panteista superstite di un mondo greco-latino scomparso, ciò che più mi commuove nella queste di Terre del mito è l’amaro vagabondare del suo autore sulle tracce di Afrodite, in una Cipro devastata dall’edilizia selvaggia, l’incuria, il turismo colpevolmente straccione. Alla fine, nelle rovine di Paphos, la «Casa di Dioniso» gli offre due sbiadite iscrizioni in greco: Anche tu recita la prima, Abbi gioia, la seconda. Un saluto e un augurio. «Le ripeto a me stesso mentre seguo i custodi verso l’uscita, e rivedo il sole tramontante di là delle stoppie e del Faro; e mai come in questi momenti ho avvertito, della gioia la parte di struggimento doloroso e mortale». Sembra la chiusa del baudelariano Voyage à Cythère: «Dans ton île, ô Vénus! je n’ai trouvé debout/ Qu’un gibet symbolique où pendait mon image.../ - Ah! Seigneur! donnez-moi la force et le courage/ De contempler mon coeur et mon corps sans dégoût!». Soltanto chi mette il proprio cuore a nudo può farlo sanguinare senza timore.

(di Stenio Solinas)

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