martedì 15 dicembre 2009

"Comunismo democratico? Una bugia da intellettuali"


Stéphane Courtois è un signore dalla grande barba e dall’occhio glauco che potrebbe ricordare la tipologia fisica del grande patriarca della russia contadina. E anche i suoi modi, quando s’infervora a spiegare, sono quelli di chi in una discussione di villaggio la spunterebbe, riportando la mucca a casa a buon prezzo. Ma in realtà le sue argomentazioni fluiscono in un dottissimo francese e sono quelle proprie di un professore dell’università Paris X-Nanterre.
E se il grande pubblico lo conosce soprattutto perché, con Il Libro nero del comunismo, è stato il primo a rompere il veto culturale sugli orrori d’Oltrecortina (dando numeri e cifre) la sua conoscenza e lo studio dei regimi del socialismo reale spaziano in tutti i settori di ricerca e non solo in quello della contabilità delle stragi. Ecco perché alla Fondazione Craxi a Milano il suo è l’intervento più atteso del convegno «A vent’anni dalla caduta del muro di Berlino: bilancio storico e mutamento dello scenario storico istituzionale». L’intervento s’intitola Il crollo del sistema comunista: dal 1956 a Gorbaciov e mette in luce i meccanismi perversi che hanno portato all’implosione del Patto di Varsavia. Meccanismi di fronte ai quali molti intellettuali occidentali si sono bendati gli occhi.

Professor Courtois, la storia del comunismo non è solo una storia di violenza, è anche la storia di un’utopia e di un grande inganno...

«Sì, l’illusione è stata prodotta, soprattutto in Occidente, da una pervasiva macchina di propaganda che è passata anche attraverso il consenso degli intellettuali...».

Come mai?

«È difficile dare una risposta. Io credo che il desiderio di potere negli intellettuali occidentali sia stato molto spesso più grande di quanto comunemente si creda. Il comunismo sembrava il vettore più adatto per avvicinarsi al potere, era un vettore specifico che dava l’illusione di poter operare una variazione totale della storia. Poi bisogna comunque distinguere tra chi ha avuto un ruolo solo ideologico e chi ha operato praticamente».

Lei nei suoi libri ha equiparato tutti i totalitarismi e quindi comunismo e fascismo. È per questo che testi curati da lei come Il Libro nero del comunismo sono stati duramente attaccati?

«Il mio libro è stato attaccato per tre ragioni: fornisce dei dati storici incontestabili che mostrano il versante criminale del sistema sovietico e comunista in generale; ha spaventato gli intellettuali perché ad alcuni è sembrato criticare l’idea stessa di rivoluzione; e poi perché ho scritto chiaramente che il comunismo ha la stessa valenza distruttiva del nazismo. Sono due totalitarismi simili, e in molti non mi hanno perdonato di averlo detto».

La Costituzione italiana rifiuta il fascismo. Non fa cenno però al comunismo. Dunque secondo lei non è compiutamente anti totalitaria?

«Siamo al cuore della manipolazione realizzata da Stalin a partire dal 1934. Stalin è riuscito in una manovra propagandistica in cui si creava l’amalgama perfetto tra democrazia e antifascismo e poi, con un salto logico, tra antifascismo e comunismo. È riuscito a far sembrare il comunismo democratico. È evidente che si tratta di un falso, ma costruito in maniera geniale. Stalin è intervenuto contro Franco in Spagna, ha prodotto, nel 1936, una costituzione che sulla carta è bellissima. In contemporanea stava già operando le peggiori delle purghe... Ma l’idea del comunismo democratico era stata già venduta».

Quindi la matrice totalitaria nel comunismo è stata inserita da Stalin?

«Io credo di no. In disaccordo con Hannah Arendt io sono convinto che la matrice totalitaria sia stata fabbricata da Lenin. Stalin ha semplicemente fatto in grande ciò che Lenin aveva iniziato a fare in piccolo. Lenin ha scelto di applicare solo quelle parti della dottrina di Marx che favorivano una presa del potere rapida e totale».

E sulla caduta del comunismo sovietico che cosa pensa? E della democratizzazione di Gorbaciov?

«Innanzi tutto è mia convinzione che la causa principale della caduta del comunismo sia stata il fallimento della sua dottrina economica... Altre cause come lo scontro con gli Stati Uniti o il perdurare dei nazionalismi sotto la “crosta” sovietica hanno contribuito, ma non sono quella fondamentale... Quanto a Gorbaciov, credo che non avesse un’idea chiara del livello di crisi. Credo che la perestrojka e la glasnost fossero soprattutto degli strumenti. Voleva utilizzarli per battere all’interno della nomenklatura la fazione che si opponeva alla sua ascesa al potere. Quando però ha inserito alcune gocce di democratizzazione all’interno della macchina del partito, il sistema è imploso... Bisogna però riconoscergli che non ha fatto mai ricorso alla violenza. Si è rifiutato di sparare sulla gente. I cinesi invece l’hanno fatto».

Il comunismo dopo il crollo dell’Urss è un’ideologia definitivamente morta?

«L’ideologia marxista-leninista non ha un futuro, ma la volontà di una società egualitaria sì. È un’idea molto più antica di Marx... Dipende da come la si declina, ne vedremo forme nuove e poi vedremo vecchi intellettuali marxisti-leninisti o marxisti-maoisti che si riciclano. In Francia ne ho presenti alcuni... E anche Toni Negri ha un discreto successo...».

Parlando di continuità storiche... Esiste un filo rosso fra il totalitarismo comunista e il giacobinismo nato dalla rivoluzione francese?

«Sì. Credo che ci sia un preciso filo rosso tra la presa del potere di Robespierre e ciò che ha fatto Lenin in Russia. La differenza è però il diverso livello ideologico. Robespierre non aveva un’ideologia precisa, né una visione storica. L’altra grande differenza è che né Robespierre né i suoi erano dei professionisti della rivoluzione. Invece Lenin ha inventato il rivoluzionario di professione».

di Matteo Sacchi

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