giovedì 14 gennaio 2010

Autismi


Bisogna ringraziare infinitamente il signor Ciancimino jr. Tra tanta probabile fuffa, nelle complicate deposizioni sulle conoscenze mafiose di suo padre Vito, Massimo Ciancimino incastona un dettaglio che ci conferma una vecchia idea maturata nelle frequentazioni delle catacombe nere. Il dettaglio è questo: ai tempi belli del proprio romanzo di formazione politica, sia l’ex presidente della regione Sicilia sia l’attuale presidente del Senato facevano gli autisti di altolocati uomini della Repubblica. Totò Cuffaro scarrozzava il ministro Calogero Mannino, Renato Schifani il senatore Giuseppe La Loggia. Nelle occasioni mondane o istituzionali, sotto i palazzi del potere, a motore spento, se ne stavano fuori ad aspettare i loro uomini o andavano assieme al bar per ingannare il tempo.
Fino a ieri questa curiosa pratica di mobilità sociale sembrava confinata soltanto nel mondo della destra post catacombale o nelle trincee dei radicali, e soltanto i duri di cuore potevano commiserarla.

Il camerata Francesco Storace va ancora fiero d’aver fatto l’autista per il ras Michele Marchio, mentre del parlamentare (non camerata) Francesco Proietti Cosimi alcuni pallidi snob ricordano, maliziosi, antiche e lunghe traversate di Roma alla guida dell’auto di un Gianfranco Fini non ancora riserva della Repubblica. Su tutti svetta Teodoro Buontempo, lui la militanza decise di portarla così all’estremo da abitarci, dentro l’automobile. Erano anni gloriosi, non esisteva soluzione di continuità tra un passaggio al ciclostile, una telefonata rubata in federazione e un attacchinaggio notturno, coi manifesti stipati nella stessa auto che l’indomani sarebbe servita per mettere in mostra i primi boccioli della nascente nomenclatura di destra.

Perché poi quel paesaggio orgoglioso con rovine esigesse una militanza talmente integrale, una donazione completa di sé, è un interrogativo anche amaro, visti alcuni prodotti contemporanei. Ma comunque non soltanto a destra. Un altro attuale ministro, il campano e berlusconiano Elio Vito, già radicale, s’incaricava negli anni Ottanta di trasportare Marco Pannella da Roma al consiglio comunale di Napoli. E chissà quanti altri, chi ha cancellato le tracce e chi no. Figure di un disagio generoso, eroi dell’arte d’arrangiarsi, più spesso vittime ben ripagate di un meccanismo di selezione un po’ antisindacale in uso perfino nel notabilato dc. Come nei film di Natale, per ogni autista militante c’è stata la speranza di un lieto fine. Sembra il titolo di una commedia (mai scritta) di Aristofane: gli autisti al Parlamento. Mestieri che scompaiono.

(di Alessandro Giuli)

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