mercoledì 26 gennaio 2011

Quel no-global sul "Secolo" era Julius Evola


La "Fondazione Julius Evola", guidata da Gianfranco de Turris, ha appena pubblicato a cura di Alberto Lombardo una raccolta di articoli del "maestro della Tradizione", originariamente pubblicati nel lungo intervallo di tempo 1930-1968 e parzialmente proposti nel 1983 col titolo (confermato) di Civiltà americana (Controcorrente, pp. 86, € 10). Come ricorda Lombardo, nel suo saggio introduttivo, si tratta di articoli evoliani che «riguardano principalmente gli sviluppi del costume nordamericano negli anni del secondo dopoguerra». Evola (per chi non lo conoscesse: artista Dada, teorico dell'"individuo assoluto", punto di riferimento del tradizionalismo europeo, ma soprattutto divulgatore fra i più importanti nel '900 delle dottrine spiritualiste), ha sempre riservato un'attenzione particolare a ciò che accadeva al di là dell'Atlantico, per tre motivi sostanziali: il primo riguardava l'avversione alla civiltà consumistica; il secondo riguardava le vicende politiche italiane (dunque patto Atlantico sì-patto Atlantico no…); il terzo (considerato, a volte, qualche passo al di qua del negativo), concerneva le tendenze culturali dell'Occidente e dunque quel che accadeva nel controverso ambito intellettuale, proprio all'interno del "mondo moderno". Nel primo caso l'avversione evoliana all'american way of life era abbastanza netta; nel secondo, la necessità di avere degli alleati (in politica) consigliò al pensatore di origini siciliane di tenere un atteggiamento prudente.

Da questo punto di vista, l'opinione fortemente antiamericana nata nei giovani su presunta influenza evoliana, oggi è completamente da riformulare. Nuovo e opportuno riferimento, a parte il libro curato da Lombardo, potrebbe essere anche il saggio evoliano del 1968, La gioventù, i Beats e gli anarchici di destra contenuto all'interno del libro L'arco e la clava. Un saggio nel quale Evola affronta il rapporto fra l'uomo di destra (o "anarchico di destra", formatosi cioè precedentemente sul suo libro cult Cavalcare la tigre) e i fenomeni di ribellione provenienti dagli Stati Uniti d'America. Ma andiamo con ordine. Fra gli articoli evoliani presentati da Lombardo, due sono stati pubblicati proprio sul nostro Secolo, il primo il 27 gennaio del 1953 e il secondo il 28 luglio del 1964. Il meno recente dei due ("Libertà dal bisogno", il titolo) è un pezzo di profonda critica di una certa mentalità utilitaristica americana (da questo punto di vista assai simile a quella di derivazione culturale marxista), secondo cui la meccanizzazione della società e la liberazione dell'uomo dal bisogno del lavoro materiale, condurranno presto o tardi all'edificazione di una società "felice". Lo si pensava negli anni '50 (già da prima e per qualche anno ancora), ma non sarà mai così. Evola scrive infatti che le «premesse vere per un'esistenza e una civiltà superiore sono sempre di carattere interno, dipendono cioè da quel che l'uomo - un dato tipo umano - è, spiritualmente, senza essere necessariamente legate alle circostanze esterne ambientali: proprio al contrario di come il marxismo la pensa». Oggi sembra pacifico, ieri lo era molto meno…

Evola ha ragione dunque, ma forse il taglio fortemente polemico dell'articolo (più avanti si dice che: «Questo qualcosa che manca e che, andando di questo passo, sempre mancherà all'uomo moderno, questo qualcosa senza di cui nessuna civiltà superiore potrà sorgere, non v'è "libertà atlantica" che potrà darlo…»), o magari le conoscenze o le ragioni "intellettuali" dell'autore di Rivolta contro il mondo moderno, non gli permettono di comprendere che anche una certa cultura americana aveva dentro di sé risorse capaci di offrire «soluzioni» in controtendenza rispetto alla civiltà unidimensionale di cui l'autore parlava con giusta ironia. E sia dal cotè conservatore sia da quello progressista.

Richard Drake professore di storia all'Università del Montana, rispondendo a due precise domande sul rapporto fra Evola e gli Stati Uniti (Il maestro della Tradizione, Controcorrente, 2008), ha avanzato alcune critiche circa l'antiamericanismo evoliano. «Per certi versi l'analisi evoliana degli Stati Uniti fu giusta e penetrante», dice Drake, «mi riferisco soprattutto al contenuto del suo libro L'arco e la clava. Evola capì molto bene i punti deboli dell'individualismo americano. I suoi commenti sulla letteratura americana della generazione "beat" sono ben fondati. Quando Evola scrive degli Stati Uniti, in veste di critico culturale, merita quasi sempre di essere letto. Ma non è tutto … Evola capì invece poco delle fonti della potenza americana, non solo della capacità produttiva del Paese, ma anche delle sue tradizioni religiose, che egli giudicò, appunto, come sistemi decisionali poco più che assurdi. In un classico come La democrazia in America, Alexis De Tocqueville segnalò queste tradizioni come la vera fonte dell'alto livello di fiducia del Paese in se stesso e della sua missione nel mondo. L'idea di Tocqueville rimane valida, oggi, anche e soprattutto quando queste tradizioni vengono macchiate… Ma Evola non vide nulla delle tesi di Tocqueville. Nella sua tendenza a giudicare gli Stati Uniti come un Paese storicamente invalido, Evola perdeva contatto con quel realismo che quasi sempre illuminava i suoi scritti culturali».

Il secondo articolo scritto da Julius Evola per il Secolo ("Servilismi linguistici", il titolo), almeno per una parte è apprezzabilissimo, perché mette in "stato d'accusa" l'utilizzo degli americanismi nel nostro Paese anche a rischio di storpiare il significato delle frasi utilizzate; d'altra parte lo stesso Pier Paolo Pasolini, cui certe critiche alla società moderna possono essere affiancate a quelle evoliane (si pensi al consumismo sessuale), "accusava" in quegli anni la lingua italiana di essere diventata una lingua tecnica, piena di vocaboli che non c'entravano niente né coi costumi "nazionali" né con la tradizione letteraria. Andiamo però, velocemente, al saggio evoliano pubblicato nel 1968, in relazione al rapporto fra l'evolismo e il fenomeno della generazione "beat" dell'ultima metà del secolo. La base si partenza della protesta "beat" è perfettamente condivisa da Evola, il quale però giudica la prassi del "beat" come una reazione istintiva a un male "reale" (ma ricordiamo che anche Nietzsche partiva dalla valorizzazione dell'istinto), le "pratiche" "beat" vengono poi affiancate a quelle della "via della mano sinistra" di cui Evola ha scritto in Metafisica del sesso ma con un deficit di parte positiva (sappiamo che le spinte verso il "sacro" cui parla Evola coincidono solo in parte con le pratiche Zen). Certe strade fra evoliani e "beat" sono comuni, come potrebbero essere comuni le strade di dieci-cento-mille ribelli "nietzscheani" e "post-nietzscheani" insomma. Semplificando potremmo dire che il rapporto Evola-generazione beat (ovviamente parliamo dei suoi esponenti più teorici: Kerouac, Ferlinghetti o Gary Snyder...) è molto simile a quello fra Evola e Nietzsche, un rapporto che qui si gioca tutto sul rifiuto ragionato del benessere e dell'ottimismo, sulle istanze di libertà (dunque autenticamente libertarie) o, per utilizzare un linguaggio che strizza l'occhio alle pratiche orientali, di "liberazione".

È questo peraltro quello che intende Alberto Lombardo quando tratta, con obiettività, il rapporto anch'esso da approfondire fra Evola e le nuove istanze dei ctestatori della globalizzazione. «L'idea di un "Evola no global" sarebbe di per sé corretta», chiosa, ma il problema anche stavolta è quello di individuare i rappresentanti del pensiero e della prassi no-global. Ma quelli veri, però… Difficile che fra questi possano rientrare categorie non proprio "svantaggiate" colte da pulsioni "democratiche" legate all'acne giovanile. Né fra i no-global rientrano «personaggi di vario tipo che nei fine settimana, smessi gli abiti borghesi, si danno agli espropri proletari di Dvd o di pranzi a base di crostacei», scrive Lombardo. Escluso, ovviamente, il ricorso alla violenza, la questione si gioca e si giocherà dunque sul rapporto effettivo fra libertà (tutte "le" libertà) e rispetto verso i popoli e le minoranze. La demagogia è bene stia fuori dalla porta, naturalmente.

(di Marco Iacona - tratto da Il Secolo d’Italia del 25 gennaio 2011)

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