mercoledì 12 settembre 2012

CasaPound: un nuovo Iri per salvare l'Alcoa


“Temporeggiare e reprimere: sull'Alcoa, come su tutti gli altri fronti del conflitto sociale, il governo Monti sa proporre solo queste due ricette”.  Non c’è diplomazia, ma solo determinazione nelle dichiarazioni di Simone Di Stefano, vice presidente nazionale di CasaPound Italia sulla proroga di venti giorni della procedura di spegnimento dell'impianto di Portovesme.

“I professori bocconiani? Sembravano avere tutte le ricette in tasca, ma alla prova dei fatti si stanno comportando come un qualsiasi “governicchio democristiano” degli Anni '50: da una parte la concertazione infinita e inconcludente, dall'altra la repressione brutale delle istanze operaie che abbiamo visto ieri nelle strade di Roma”.

Simone Di Stefano, adesso che  cosa teme Casapound?

La Cina. Il vero fantasma che aleggia sulla nostra economia è proprio Pechino. Monti è andato in Cina oppure no per chiedere di “comprare” il nostro debito pubblico? Se riflettiamo un attimo ci rendiamo conto che dalla chiusura delle nostre industrie di alluminio e acciaio la Cina potrebbe trarne enorme vantaggio. Perché saremmo costretti a  comprare queste materie prime da loro

Secondo voi, come si potrebbe risolvere la questione Alcoa? 

La verità è che se la vendita alle multinazionali Klesch e Glencore non andasse in porto, l'unica soluzione sarebbe quella di nazionalizzare il comparto.

Ma questo è il contrario di quanto prevede l’Unione europea...

È vero. È una ricetta che purtroppo ci è arbitrariamente vietata dai diktat suicidi di un'Unione Europea che fa del liberismo sfrenato ormai una religione dogmatica senza alcuna plausibile motivazione razionale.

E Casapound propone di ricreare l’Iri, l’istituto nato durante il Fascismo…
                       
Non siamo solo noi di Casapound a sostenere che 'sarebbe necessaria la ricostituzione dell'Iri'. Anche 'Il Manifesto' ha recentemente sostenuto la stessa tesi. Del resto, una riconversione industriale con industrie a capitale pubblico fu la fortuna dell’economia dell’epoca. Oggi servirebbe la stessa ricetta. Purtroppo  i Paesi dell’Unione Europea vogliono trasformare l’Italia in un centro turistico dove trascorrere le vacanze al mare, mangiare spaghetti e sentirci cantare. Ma se non vogliamo perdere l’identità industriale ed economica che abbiamo faticosamente ottenuto, dobbiamo trovare un modo per difenderci. Altrimenti i cinesi finiranno per comprarci tutti.

(fonte: www.panorama.it)

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