venerdì 6 agosto 2010

Camerati, a noi Silvio ci ha salvati


Camerati, a noi è toccato il ruolo di essere i becchini del berlusconismo, bene. Ma almeno un esame di coscienza, lo possiamo fare? Ancora due giorni prima delle elezioni, quelle del 1994, la, gloriosa macchina da guerra di Achille Occhetto si scontrava con quei fantastici citrulloni dalla cravatta con il nodo grosso, i primi militanti di Forza Italia. E c`era Il Corriere della Sera, il giornale dei moderati e dei borghesi, che la buttava proprio chiara: "No a Berlusconi". Uno degli argomenti forti, certamente quello più scandalizzato, era l`imbarazzante apparentamento con il Movimento Sociale Italiano, il partito nel cui emblema, sotto la fiamma, c`era ancora visibile la bara di Benito Mussolini.
Camerati, a noi in quei giorni venne in sorte di vederci cambiata la vita: dall`oggi all`indomani. Due giorni dopo, incredulo, lo stesso Corriere raccontava l`inaudito: vinceva le elezioni l`uomo della plastica, il ricco non elegante, quello delle televisioni cui faceva contorno un`idea d`Italia, senza salotti e senza le terrazze di Ettore Scola. Solo arredi Aiazzone. E quella "storia italiana" poi, il depliant propagandistico di un animatore da villaggio intento a curare i fiori nel proprio giardino.

IL MITICO 1994

Camerati, a noi ci cambiò la vita perché ancora un giorno prima - e lo ricordo bene, con Salvatore Sottile, poi straordinario capo ufficio stampa di Gianfranco Fini - quando capitava di andare in Rai per elemosinare uno spazio, con i camerati che erano riusciti a trovare un lavoro sotto finta quota - coi liberali e coi socialdemocratici - dovevamo parlare di nascosto. Per non rovinarli.
Il giorno dopo, al contrario, fu tutto un batter di tacchi ed alalà. E non esagero. In luogo dei nostri arrivarono gli altri. Quelli del Settimo piano di viale Mazzini. Ci venivano a cercare per estrarre dai loro portafogli, commossi, le foto dei nonni e degli zii in orbace. Salvatore li costringeva a fare anticamera e quelli, nell`attesa, studiavano il martirologio della Repubblica sociale. Tutto un "caro lei, quando c`era Lui" adesso rinvigorito dall`arrivo di quel nuovo "Lui": il Cavaliere, che aveva messo sottosopra quell`Italia dove noi - camerati - nella migliore delle ipotesi eravamo topi di fogna, nella peggiore, "esuli in patria".

NOI E I POTERI FORTI

La vita cambiò perché ci venne incontro la possibilità di potere, subito abortita in quei mesi febbrili quando Pinuccio Tatarella, forte d`ingegno e di strategia, capì presto la mala parata: i poteri forti. Saranno loro ad avvelenare questa opportunità di cambiare l`Italia e sottrarla al conservatorismo della sinistra. La vita cambiò perché il Cavaliere si faceva carico di sbrogliarsela con un progetto perfino eversivo: rovesciare l`establishment.
Certo, la gente a modo continuava a pensarla secondo codice conformista. Io e Italo ******** abitavamo in un appartamento romano, vicini di pianerottolo di un transessuale che manco ci salutava tanto l`antifascismo era ed è religione civile. Un tabù fatto proprio oggi da Alemanno, da Fini e senza, avere la simpatica malizia di Maurizio Gasparri che alla, solita domanda su Mussolini risponde: "Conosco solo Alessandra".

ODIO PERMANENTE

In Italia l`odio è il carburante della società cosiddetta civile. Il sorriso del Caimano spiazzava tutti, noi per primi che non eravamo proprio abituati a così tanta grazia arrivammo a farci conoscere per i nostri modi da parvenu. Quello che combinavamo in Rai è pura antologia dell`orrore. Ancora ieri vi si aggiravano i cari parenti del capo indiscusso della destra, quella del patriottismo repubblicano, mica il Berlusca. Se non ci fosse stato Berlusconi la destra sarebbe diventata oscena, una di quella pagliaccesche parodie come se ne possono trovare nel mondo: xenofobia, isteria sociale, razzismo, islamofobia.

FASCISMO DEL 2000

Sarebbe stata, quella destra, la parodia cui già s`avviava proprio con Fini: "Il fascismo del 2000", giusto quando c`era quello stupendo faro di nome Beppe Niccolai che a tutti noi, camerati, indicava la strada per ricominciare ad assumersi la responsabilità della politica: entrando nella viva carne dell`Italia che si trasformava. Ma fu governo, fu destra di governo e tutti noi ci siamo trasformati in qualcos`altro. Perfino in ladri, in magnaccia, in furbi e, con rispetto parlando, in camerieri ciechi e ubbidienti di quelli che hanno ammazzato Enrico Mattei, quelli che ci hanno inchiodato, con la nostra bella Italia universale, ad essere periferia e spazzatura di ogni occidentalismo.

IL PROF. BUTTAFUOCO

Se non ci fosse stata la rivoluzione berlusconiana, non ci sarebbe stato Il Foglio, non avrei poi incontrato Pietro Calabrese che mi ha dato uno stipendio e un lavoro e io sarei rimasto in paese: la mia libreria sarebbe diventata una cartoleria, la, mia identità di intellettuale si sarebbe realizzata, nella cattedra di filosofia al Liceo linguistico di Enna, forse sarei pure diventato federale del partito, avrei attraversato piazze tricolori e festanti fino ad esaurimento del lumicino, insomma, un destino uguale a quello di tanti perché, camerati, a noi, non ce lo poteva dire nessuno che saremmo arrivati a questo punto, anzi, che tanti di noi sarebbero arrivati al punto di essere i liquidatori dell`Italia post-berlusconiana. Di questo si tratta.

FINI E I FUTURISTI

E va bene, allora, è finita, sarà finita ma io non pretendo di verificare il grado di futurismo di Gianfranco Fini.
Ma mentre capisco certe uscite di Fabio Granata (è grazie a Granata se le anime belle, oggi, devono inghiottire la smagliante verità di una foto, quella di Paolo Borsellino, in coppia con Pippo Tricoli, ospiti di Granata con tanto di croce celtica sullo sfondo), m`indignano gli anatemi di un Gianni Alemanno contro lo stesso Fabio (proprio lui, parla, il sindaco, lui che se li sucò fin nel midollo i ragazzi di Siracusa, suoi fedeli pretoriani; parla proprio lui, la fighetta, che per non fare la figura del fascio allo Strega ha ostentatamente votato Silvia Avallone e non Antonio Pennacchi).
Continuo a non chiedere a Fini di gettare il cuore oltre l`ostacolo ma di parlare con voce sua, sua politica voce, e non per tramite di avvocati, e di spiegare la, casa di Montecarlo, quanto meno a soli camerati, proletari e fascisti. Quelli che non avendo manco da tenersi le pezze al **** le trovavano le cento lire per la sottoscrizione. E il senso di vergogna che prende me che non sono più un elettore ma solo uno che se n`è andato o, forse, cacciato da ogni destra. E mi vergogno nei confronti di quelli che venivano in sezione per restarci anche se fuori, nelle piazze, gli altri, ci volevano morti. 1 beni immobiliari del Msi (altro che An, altro che Pdl) esistono in virtù di un istinto di sopravvivenza: le compravano le case perché nessuno ce le affittava. Nessuno ci ha mai voluto tra i piedi. Per i piedi a noi ci appendevano. Camerati, a noi!

(di Pietrangelo Buttafuoco)

martedì 3 agosto 2010

Non è sufficiente vivere la vita: bisogna pensarla


Vi racconto con un nome finto una storia vera, che non è storia singola e paesana ma una parabola epocale. Accade in provincia, che era il cuore antico e arretrato dell'Italia, ma ora vive le mutazioni in tempo reale, simultaneamente alle metropoli; anzi è un laboratorio a vista per le trasformazioni del costume.

Vent'anni fa quando tornavo al paese, i miei amici al bar mi raccontavano il pettegolezzo hard del momento: sai che Pippo Mazzo se la fa con la moglie del capostazione? Ma non è un'eccezione e mi citavano subito dopo altri casi di sposati irrequieti che trescavano con le signore più mature.

Dieci anni fa quando tornavo al paese i miei amici al bar mi raccontavano che Pippo Mazzo si era separato. Ma non è un'eccezione, e mi citavano subito dopo svariati altri casi (...) di quarantenni separati o in via di separazione. Gioca pure al videopoker d'azzardo, beve tanto e visita i siti porno, ma qui lo fanno in tanti.

Cinque anni fa quando tornavo al paese i miei amici al bar mi raccontavano che Pippo Mazzo era stato beccato in un locale di coppie scambiste e sniffava pure. Ma non è un'eccezione, a Milano avevano beccato altre coppie nostrane.

Ora, tornato al paese, i miei amici mi raccontano che Pippo Mazzo ha un amante, senz'apostrofo perché maschio. Ma non è un'eccezione, ce ne sono tanti altri, e mi citano altri cinquantenni, separati e no, con figli grandi, che se la fanno con ragazzi o vanno a trans. E cresce anche qui in paese l'uso tardivo di pasticche, erbe e cocaina. Ammazza la provincia dal cuore antico e un po' arretrato, vecchia credenza dei nostri ricordi puerili...

Ma noi siamo moderni e non condanniamo nessuno. Siamo uomini di mondo e ci ripetiamo col catechismo in uso che ognuno è libero di vivere la sua vita come meglio crede. O vuoi fare l'omofobo, il bigotto, il moralista? Nziamai, dicono al mio paese, contrazione di «non sia mai». Chi è senza peccati scagli la prima pietra. E poi, perché fermare le trasgressioni al primo stadio o consentirle fino al secondo, e non ammettere anche il terzo e oltre? Perché chiudere un occhio allo spinello e non ad alcol e pasticche? Bastano i motivi di salute per stabilire i limiti e i divieti? Cos'è quest'etica sanitaria, 'sta morale ospedaliera... Conosco pure casi inversi rispetto a Pippo Mazzo: ho un amico sessantottino che era un tossico depresso, gay e single libertino; alla mia età si sposò, ora spinge il carrozzino di suo figlio e vive appassito in adorazione di lui. Prima aveva l'occhio fritto, ora ha l'occhio lesso... I progressi della vita.

Per carità, non voglio fare il moralista né ho i titoli per farlo. Però come la chiamate questa parabola generazionale, arrivata pure in provincia? Evoluzione, involuzione? No, implicherebbe un giudizio positivo o negativo. Semplice mutazione biologica? Mi dà tanto di animali. Non la chiamo e mi sbrigo. Però guardiamoci negli occhi e chiediamoci: ma che razza di vita stiamo vivendo? Ho capito, il mondo di ieri è finito. Ma questa variazione continua di vita, di sesso, di affetti, cos'è, dove porta? Questa vita fondata sul cesso, prima persona del verbo cessare... cessare d'essere in un modo per diventare un altro. Lascio il piano morale, non entro nel piano religioso, mi fermo sul piano esistenziale. Il dogma assoluto della nostra società è semplice e categorico: la vita va vissuta. Ogni lasciata è persa, ogni desiderio negato è una perdita di libertà; niente e nessuno ti ridarà o ti compenserà quel che perdi o rinunci a fare. Cogli l'occasione, prova, divertiti. Vivi pienamente più vite; se non c'è l'eternità, datti alla varietà, e alla variabilità. È questo il canone universale, arrivato pure in provincia, come il digitale terrestre. Ma possibile che non ci sia nient'altro, nessuna alternativa; che razza di libertà è questa se c'è una sola risposta in automatico e il resto è considerato solo regressione-repressione-restrizione? Allora provo a tracciare una linea e a dire che accanto al dogma «la vita va vissuta» ci può essere anche un'altra scelta: la vita va dedicata. Ecco, dedicare è la parola giusta. Dedico la vita a qualcosa, a qualcuno, a qualcosa e qualcuno insieme, a Qualcuno. Come si dice per le canzoni, questa la voglio dedicare a... così, una vita dedicata a persone, a imprese, a creazioni, arti e mestieri, a paesi e mondi, dedicata a valori e ricordi, al sole e al mare, agli dei o addirittura a Dio. Non una vita dedicata a se stessa, ma a qualcosa che la riempia.

Perché non bastano una o più vite vissute, ci manca una vita dedicata. Una vita senza dedica, senza dedizione, è una vita fessa, oscura, che alla fine nemmeno è vissuta, ma è quasi subìta, decisa dalle occasioni e dagli impulsi. Per dedicarla devi essere convinto di una cosa: ciò che facciamo lascia comunque un segno, non scivola e sparisce tutto, ma di tutto resta invece una traccia. Niente va perduto. Accanto agli esiti visibili ci sono pure quelli invisibili. È fesso vivere senza progettare la vita, senza tendere a un amore, a un disegno intelligente. Certo, una vita dedicata può essere anche una vita vissuta. Ma in quel continuo vivere e cessare dov'è l'unità della persona, in quel farsi vivere dai desideri dov'è finito il cuore della vita, e l'anima, cosa resta alla fine di noi? Non dico quando si muore, perché qualcuno potrebbe dire chi se ne frega dopo morti; dico di noi adesso, a fine serata, quando pensiamo la vita anziché viverla soltanto. Che pippo sei?

Meglio dedicare la vita. Ma chi glielo dice al bar ai miei amici e a Pippo Mazzo? E come glielo dici, mancano le parole adatte a loro e al nostro tempo. A proposito, prevedo che con gli anni i miei amici mi diranno che Pippo Mazzo, se non diventerà nel frattempo pedofilo, avrà una badante giovane, una slovacca molto vacca, di quelle che fanno perdere la testa oltre che i mondiali. Quando morirà, magari d'overdose di viagra, sulla sua lapide scriveranno, perdonatemi l'epigrafe ma è la più veritiera: Visse a cazzo.

(di Marcello Veneziani)

E adesso, povero futurista?

Qualche lettore del Riformista ricorderà un forte romanzo di Hans Fallada, scrittore tedesco del Novecento. Il titolo era: E adesso, pover’uomo? Raccontava le traversie dei tedeschi alle prese con la terribile crisi economica degli anni Trenta, quando la Germania stava per essere inghiottita dalla notte del nazismo.
Quel libro mi è ritornato alla mente nell’osservare l’ennesimo strappo di Gianfranco Fini e la sua dichiarazione di guerra a Silvio Berlusconi. Mi sono chiesto: e adesso che cosa accadrà al povero signor Fini? Proviamo a immaginarlo, saltando le puntate precedenti. E guardando in avanti, come ci impone la nuova insegna dei fuorusciti dal Pdl: Futuro e Libertà.
Tuttavia, sul passato almeno una cosa bisogna dirla. Nella finta conferenza stampa di venerdì, Fini si è lagnato di essere stato cacciato dal Pdl per decisione del Cavaliere, un dittatore che non sopporta il dissenso. Ma a mio parere la verità è opposta. È stato Fini a voler essere espulso. Se uno decide di mettere su casa con qualcuno e poi questo qualcuno comincia a sfasciarla, è il coinquilino distruttore che sceglie di essere mandato via. Questo suggerisce il buon senso.
Lasciando perdere il passato, una semplice occhiata al futuro ci dice che, allo stato dei fatti, Fini ha di fronte a sé due strade, entrambe molto impervie e con tanti serpenti sotto le foglie.
La prima è la più banale. Pur contando su un gruppo parlamentare di tutto rispetto, i futuristi sanno soltanto vivacchiare. Fanno un po’ di guerra al Cav, ma senza provocarne la caduta. E nel 2013, alla fine della legislatura, si ritrovano con un pugno di mosche. Nel voto successivo, anche in virtù dell’attuale legge elettorale, spariscono o quasi dal Parlamento.
Questa mi sembra la strada meno probabile. Il Futurista numero 1 è un leader giovane, in gennaio ha compiuto 58 anni, sedici meno di Berlusconi. Ha di certo grandi ambizioni, seppure ancora imprecisate. Vuole disarcionare il Cavaliere? Vuole fondare una nuova Destra? Vuole arrivare a Palazzo Chigi con l’aiuto delle tante sinistre? Ho già immaginato un ticket fasciocomunista con Nichi Vendola o qualche altro big rosso. Però l’ho fatto soprattutto per divertimento. Resta una verità indiscutibile: neppure Fini oggi ha ben chiaro quale sia il proprio traguardo. È soltanto un tattico, sia pure bravo nel navigare a vista. Ma allora non resta che passare alla seconda, ipotetica strada.
Qui l’unico dato certo è la buona consistenza numerica dei futuristi: per ora 33 deputati e 9 senatori. Nessuno l’aveva previsto. È stato un regalo a sorpresa, dovuto soprattutto al cesarismo suicida di Berlusconi. Che è andato a cacciarsi in una condizione pericolosa. Il Cavaliere era già prigioniero di Umberto Bossi. Adesso lo diventerà anche di Fini. I futuristi sono in grado di rendere infernale il percorso parlamentare di Silvio. E anche di far cadere il suo governo.
Vorranno farlo per davvero? Il Bestiario pensa di no. Le incognite successive sono rischiose. La prima è che il presidente della Repubblica potrebbe mettere in sella un governo di transizione dal quale Fini sarebbe escluso, poiché presiede la Camera. Quel governo potrebbe durare, grazie all’intervento di santa Scarabola, la patrona delle imprese impossibili. E durando potrebbe far bene, a vantaggio del paese. Ma in questo caso il futurismo finiano resterebbe ai margini di un processo del tutto nuovo.
L’altra incognita è presto descritta: Giorgio Napolitano non ce la fa a salvare la legislatura, deve sciogliere il Parlamento e indire le elezioni anticipate. Sarebbe una vera sciagura per i futuristi. Che difatti stanno già sgolandosi a dire che non le vogliono, mai e poi mai. Come ho ricordato, con la legge elettorale odierna se ne andrebbero a casa quasi tutti. Salvo nell’ipotesi fantascientifica di una coalizione a tre colori: rossa, bianca e nera. Un po’ troppi.
Esiste una prova di quel che ho detto. Molti sostengono che il Cavaliere stia pensando proprio al voto anticipato. Vorrebbe tirar fuori dal cassetto la vecchia bandiera di Forza Italia. Per poi spiegare al paese che l’Italia di oggi non ha bisogno di avventure, bensì di un governo del fare guidato da lui medesimo. E non è detto che non riesca a convincere la maggioranza degli elettori.
Già, l’Italia. Un paese che stenta a uscire dalla crisi economica e, meno che mai, dalla crisi sociale. Un paese spaventato dal grigiore che lo attende. Ancora inconsapevole che non potrà più vivere come è vissuto negli ultimi decenni, sempre al di sopra delle sue possibilità reali. Un paese che ha paura di perdere non soltanto il lavoro, ma pure i televisori al plasma, i cellulari di ultima generazione, l’internet a gogò, la droga di face-book, l’outlet ogni domenica, le crociere esotiche, l’università facile, il posto fisso, un miraggio purché non sia quello dell’infermiere, del badante, dell’idraulico. Un paese, infine, che aborre la severità, i doveri, il rigore, l’imperio delle regole e dell’onestà.
L’unico collante di questa Italia in frantumi è il disprezzo per la casta dei partiti. Lo sanno i nuovi futuristi? Penso di sì. Allo stesso modo sanno che, nel caso abbiano anche loro qualche panno sporco, prima o poi verrà fuori. Nel giro dei cronisti politici si dice che venerdì Fini non abbia voluto fare una conferenza stampa vera per timore di qualche domanda sull’appartamento di Montecarlo. Può darsi che non sia così. Ma un vecchio detto recita: a pensar male si fa peccato, però non si sbaglia quasi mai.
(di Giampaolo Pansa)

lunedì 2 agosto 2010

Bugiardo e illiberale, ecco il vero Fini


Dottor Pino Rauti, la rottura definitiva tra Berlusconi e Fini è arrivata. Era più sincero il Fini del «siamo alle comiche finali» o quello del congresso fondativo del Pdl?

«Fini non è mai sincero. Lo conosco da una vita e una delle sue caratteristiche è non dire mai sinceramente quello che pensa».

Addirittura?

«Ma certo. A Roma c’è un termine che chiarisce bene il concetto: “mortarolo”».

Tradotto?

«Fini è un liquidatore. Ha liquidato il Msi prima, ha liquidato An nel Pdl e adesso vorrebbe liquidare il Pdl».

Più «pars destruens» che «pars costruens»?

«Nella sua lunga carriera politica non c’è mai stata una fase costruttiva. Dopo 30 anni di attività politica... Bilancio inquietante».

Glielo riconosca: a fare il controcanto è bravissimo.

«Un maestro. Peccato che con i problemi che ha il Paese... E poi quando si sta in una stessa formazione politica si ha il dovere morale di trovare le cose su cui andare d’accordo».

Ma Fini lamenta la monarchia di Berlusconi. Gli dà del despota, dell’illiberale.

«Ah ah ah... Ma Fini nel suo partito quando mai è stato liberale? Ha sempre comandato a spada tratta. Ha sciabolato quando e come ha voluto e non s’è mai sottoposto a congressi degni di questo nome. Non è lui che può fare un’accusa di questo genere a Berlusconi».

Pensa alla gaffe della caffetteria e alla successiva decapitazione dei colonnelli?

«Certo ma non solo. È sempre stato così. Dovrei scrivere un libro per ricostruire molte pagine della storia del Msi».

Molti elettori del Pdl oggi chiamano Fini «compagno». Ha sfondato a sinistra. Cos’è, diventato rautiano?

«Quando dissi quella famose frase, “sfondamento a sinistra”, che fu al centro di un’accanita campagna d’attacco da parte di Fini, non intendevo sfondare a sinistra nel senso di diventare di sinistra».

Ma?

«Intendevo far sì che il Msi si facesse interprete di istanze sociali molto approfondite».

E Fini non lo sta facendo?

«Macché. Io avevo un progetto politico, quello di Fini qual è? Lui si compiace soltanto dell’applauso della sinistra che adesso lo apprezza soltanto per il suo antiberlusconismo».

Invece il rautismo sarebbe attuale?

«Proprio in questo periodo è uscito un libro sui super ricchi: un volume sul capitalismo che si interroga su se stesso. Una miniera di spunti interessanti per noi che eravamo anticapitalisti per storia e cultura. Ma non vedo discussioni su questo».

È vero che Berlusconi l’ha chiamata?

«No. Ma voglio incontrare Berlusconi a settembre per parlargli a lungo di Fini e delle sue vicende di allora: nell’Msi prima e in An poi. E poi vorrei stabilire un accordo con Berlusconi, in caso di elezioni».

Che fa? Scende in campo?

«Noi abbiamo una formazione politica che in qualche zona nel centrosud ha un peso e un ruolo».

Fini innalza la bandiera della legalità: in questo la convince?

«Poco. La vostra inchiesta sulla casa di Montecarlo è un’ombra pesante su Fini».

Ma lui dice: nel Pdl ci sono troppe mele marce.

«Quando si sta lealmente in un partito si collabora per buttar via le mele marce ma non si dà l’impressione, in ogni occasione, che nel partito tutto sia marcio».

Insomma, non la convince neppure su questo?

«Vede, quando si sta in un partito uno ci deve stare con un certo stile, con una certa educazione. E questo Fini non lo fa».

Perché lo zoccolo duro delle truppe finiane è composto da ex rautiani?

«Questo continua a sorprendermi. Li ricordo tutti, giovani, accanitamente rautiani e antifiniani. Viespoli, per esempio...».

Pasquale Viespoli?

«Lo ricordo ai campi Hobbit e quando prese a schiaffi Fini. Vederli adesso accanto a lui, nel momento in cui Fini non sostiene tesi neanche genericamente di destra beh... Questo mi sorprende molto».

Forse hanno debiti di riconoscenza.

«Beh, sì. In un certo senso sono usciti dall’isolamento ma soltanto perché Fini è capitato nella fase positiva dell’uscita dal ghetto, inserendosi tra le picconate di Cossiga e le manette di Di Pietro. E poi... Le posizioni di potere».

Altra rautianissima: Flavia Perina.

«L’ho vista crescere. Passavamo tutte le feste a casa Perina, alla Camilluccia. Flavia la tenevo sulle ginocchia. Com’era irrequieta... Ma con me stava buona perché la facevo giocare».

Fabio Granata?

«Pure lui rautiano accanito».

Silvano Moffa?

«Ora ha il ruolo del moderato ma non sempre nelle vecchie vicende lo fu. Ricordo quando lo mandai a sostituire come commissario Teodoro Buontempo che si era accordato con Fini sebbene eletto come rautiano al congresso provinciale di Roma. Moffa fece “accompagnare” Teodoro fuori dalla federazione con la sedia sotto il sedere».

Con Fini oggi stanno in 33.

«Ma deve solo temere di perdere qualche elemento. Difficilmente può sperare di guadagnarne».

L’elettore di centrodestra sostiene che Fini non è più lo stesso. Se n’è fatto una ragione?

«Forse s’è montato la testa. Può succedere in politica, specie quando si ricopre una carica importante. Sa, il potere inebria».

I novelli futuristi e un duello retorico su antichi fantasmi

Di "futurista" in senso proprio, c'è forse solo il richiamo alle spavalde scazzottature che animavano le serate nei cabaret quando Filippo Tommaso Marinetti faceva deflagrare il suo esplosivo avanguardistico. Per il resto, appare un po' patetica, persino un pochino retrò e nostalgica (povero Marinetti), questa corsa a chi è più "futurista" nella bolgia scissionistica che accompagna il divorzio tra berlusconiani e finiani.

Il gruppo finiano si autobattezza «Futuro e libertà», ma non è che il futuro sia per definizione futurista, come ciò che è comune non fa il comunista, e un fascio non diventa di per sé sinonimo di fascista. E invece, «futurista» è la bandiera del «Secolo d'Italia» finiano. E gli antifiniani come Pietrangelo Buttafuoco esclamano: «Fini futurista? Ma mi facciano il piacere». E Giampaolo Pansa compiange il destino del «povero Futurista». E nel pensatoio «Fare Futuro», antemarcia per marchio e insegna, si suggerisce di un «manifesto del nuovo futurismo». In attesa di un nuovo Boccioni, o dell'immaginazione sfrenata di un Sant'Elia, o di un componimento in «parole libere». O di un proclama in cui si dichiari marinettianamente la guerra «sola igiene del mondo». O in attesa che audaci, dinamici e velocisti, quelli del gruppo parlamentare di «Futuro e libertà» realizzino il minaccioso intento futurista di ammazzare «il chiaro di luna» e di lasciar inghiottire la museale Venezia nei gorghi del passato asfissiante. In attesa di tutto questo, non è un bello spettacolo (né futurista, né passatista) questo mescolare così sfrontato di politica e letteratura. E se si lasciasse in pace il fantasma di Filippo Tommaso Marinetti?

Bisogna considerare infatti che attorno al «futurismo» un'ansia di «riabilitazione» si è addensata negli anni in cui la «destra» è stata sdoganata e portata alle glorie del governo nazionale. Una storia, quella «futurista», soffocata dalle spire dell'«egemonia culturale» di sinistra e antifascista che non avrebbe perdonato l'adesione al regime fascista di Marinetti. Mostre sul futurismo, fiction sul futurismo, libri sul futurismo letti e interpretati come riscatto, testimonianza che la «destra» in Italia ha avuto una grande cultura e una grande arte colpevolmente sottaciuta e sottovalutata. Ecco perché la disputa sulle spoglie del futurismo divampa così intensa tra chi, nel momento della scissione, attinge a un comune patrimonio simbolico e a personalità che testimonino la grandezza di una storia. Una storia che si spezza, ma comunque una grande storia. Ma immaginare che un redivivo Marinetti oggi possa optare tra chi ha rotto con Berlusconi e chi ha deciso di rimanergli fedele sembra un esercizio retorico questo sì, un pò passatista. Che poi si debba aderire a una poetica anziché a un programma di governo, soddisfa più un'esigenza di trovare illustri precursori che la volontà di fissare una linea politica. Meglio lasciare il futurismo ai manuali scolastici di storia dell'arte e della letteratura.

(di Pierluigi Battista)

Giusva Fioravanti incontra i parenti delle sue 33 vittime


Nel giorno di Bologna, Valerio Fioravanti vuole ricordare gli altri. Le trentatré vittime dei Nar, i nuclei armati rivoluzionari neofascisti. I suoi morti. "E non sono pochi". Di tutti quegli omicidi - anche quelli non commessi in prima persona - sente il peso sulla coscienza. E da tempo ha iniziato un percorso di elaborazione del rimorso contattando i loro parenti. "Voglio incontrare i parenti di quelli che ho ucciso con le mie mani". Quanti? "Il numero non ha importanza". Chi sono? "Non lo rivelo, sono colloqui riservati e privati. Quattro o cinque per ora, ma la mia intenzione è parlare con tutti. E a tutti chiedere perdono". Come hanno reagito quelli contattati finora? "Persone stupende, garbate". A quegli appuntamenti c'era anche Francesca Mambro, la moglie e complice che s'è assunta la responsabilità morale di tutte le 33 vittime, senza, però, essersi mai sporcata le mani di sangue. "Sono stati momenti strazianti", ricorda la donna.

Nel giorno di Bologna, Fioravanti, oggi cittadino libero che si definisce "ex criminale", parla "dell'incredibile paradosso" che lo riguarda. "Gli 85 morti della stazione, di cui non sentiamo la responsabilità, hanno oscurato e fatto dimenticare le nostre vittime". "Pur non sentendoci colpevoli - rivela la Mambro - abbiamo incontrato anche la sorella di una persona morta a Bologna, Anna Di Vittorio: è stato un incontro profondo perché lei ha voluto andare oltre i dubbi lasciati dalle sentenze. Per parlare di pacificazione".

Oggi, trentesimo anniversario di Bologna, l'uomo condannato all'ergastolo che ha finito di scontare un anno fa (all'epoca della strage aveva 22 anni, oggi ne ha 52, ed è dipendente del Partito Radicale), non parlerà. "Starò zitto perché voglio evitare l'ennesima contrapposizione emotiva con i familiari delle vittime. L'emotività è contundente e si usa per fare del male a qualcuno, cosa che io non voglio". "Se parlassi - dice - sarebbe una dialettica fatta di emozioni che non porterebbe a nulla, io sulle mie posizioni, i parenti sulle loro. È un fatto che si ripete da anni. Occupa una pagina dei giornali il due agosto. Ma il giorno dopo cala l'oblio sulla strage di Bologna fino all'anno successivo. Io, invece, voglio che la riflessione sulla strage sia fatta ogni giorno per arrivare alla revisione del processo". Quel silenzio è un "dispetto a chi resta emotivamente arroccato alla verità giudiziaria e si rifiuta di rivedere in modo razionale e distaccato quegli anni, alla luce di quanto sta emergendo a livello internazionale". La condanna nei confronti suoi e di Francesca Mambro per Bologna è stata confermata dalla Cassazione nel novembre del '95. È stato considerato credibile il teste d'accusa, Massimo Sparti, secondo il quale il 4 agosto 1980 Fioravanti andò a casa sua e, dopo aver esclamato "hai visto che botto", chiese documenti falsi perché "erano passati da Bologna".

"Ho accettato la sentenza di condanna perché emessa nel nome del popolo italiano". "Ma - aggiunge - l'ho sempre ritenuta ingiusta e sbagliata". Siete stati voi a mettere la bomba a Bologna il 2 agosto del 1980? Ora, da cittadino libero, può dire la verità, in fondo, ha pagato il suo conto con la giustizia. "Mi sono assunto la responsabilità delle vittime dei Nar, perché mai non avrei dovuto avere il coraggio di rivendicare anche quelle di Bologna? Semplice, perché quella strage non appartiene né a me e a Francesca, né alla storia e all'ideologia dei Nuclei armati rivoluzionari. Nessun filo lega gli anni dello stragismo di destra interrottosi nel '74 con noi dei Nar negli anni Ottanta". Però siete stati condannati. "Al di là delle responsabilità come Nar che ci rendono meritevoli delle relative punizioni, di fronte a una stazione ferroviaria saltata per aria, la risposta dello Stato italiano, attraverso la magistratura bolognese, è stata: "Non si sa chi materialmente abbia messo la bomba, non si conoscono mandanti né movente né si ha notizia della provenienza dell'esplosivo. Si sa solo che a metà della catena di comando c'erano un ragazzo e una ragazza di 22 anni provenienti da Roma. Ai quesiti irrisolti, dice la sentenza, sarà data risposta con indagini successive. Sono passati 15 anni, ma ancora oggi non si conoscono mandanti, movente, esecutori e provenienza dell'esplosivo. È una sentenza rimasta appesa al vuoto". Nella speranza di ottenere la revisione, l'"ex criminale" Fioravanti chiese tempo fa un colloquio riservato con Francesco Cossiga. "Cossiga, gli domandai, mi dia un pezzo di carta per riaprire un processo, un foglietto che dimostri che Sparti è stato pagato dai servizi per accusarci. Oppure che dimostri il ruolo di Gheddafi nella strage come ritorsione al tentativo, circa un mese prima, di ucciderlo sui cieli italiani. Tentativo ammesso più volte dal leader libico e poi concluso con il tragico errore dell'abbattimento del Dc9 a Ustica". "Foglietti non ce ne sono - rispose l'ex presidente della Repubblica - ma Gheddafi con Bologna non c'entra. La strage fu provocata da esplosivo palestinese in transito per la stazione bolognese, ma esploso per errore".

domenica 1 agosto 2010

Le mode ideologiche tramontano presto. La tradizione è eterna

Cose noiose, per chi conosce il giro: è il solito adeguamento conformista all'ideologia momentaneamente egemone scambiato per rivolta coraggiosa; è la solita superficialità di chi non ha capito la dinamica della fede, scambiata per profondità di visione. Con, per di più, un equivoco di fondo: da qualche anno Mrs. Rice ci raccontava che, senza la ritrovata fede nel Vangelo, il suo lavoro di scrittrice si sarebbe inaridito. E ha commosso milioni di lettori con la storia della sua conversione, dal titolo di "Chiamata fuori dalle tenebre", dove "le tenebre" sarebbero i luoghi in cui Gesù non è adorato. Ora, incassati i diritti d'autore, la born again, la “rinata nella fede“, impone agli incauti acquirenti di cestinare quel best seller e annuncia loro che "cessa di essere cristiana".

Ma qui sta l'equivoco: in realtà, cessa solo di essere "cattolica". In effetti, le basterebbe entrare a far parte di molte comunità protestanti per trovare non solo accettate ma sacralizzate quelle cose la cui mancanza tra i cattolici la scandalizza: nozze in chiesa per i gay, donne vescovo (meglio se lesbiche), contraccezione venerata, “democrazia" nel senso di sottoporre a elezioni gerarchia e norme teologiche, liturgiche, nonché morali. In quelle comunità troverebbe appagate le sue attese, tutte nel segno -lo si diceva- dell'ideologia egemone, che è oggi quella della political correctness del liberalismo, se non libertinismo, dominante. Ma le ideologie mutano, e ciò che ci appare al momento indiscutibile sarà improponibile domani.

Anne Rice ha l'età per ricordare che, sino a vent'anni fa, moltitudini di preti e di suore abbandonarono la Chiesa cattolica per motivi opposti a quelli che ora spingono lei ad andarsene: era il momento del "sociale", del "politico" -solo di color rosso, s'intende- che bollava come individualismo borghese ciò che oggi i conformisti liberal considerano sacro. Ma, se la scrittrice avesse vissuto gli anni Trenta e fosse stata tedesca, con la stessa logica di oggi avrebbe “cessato di essere cattolica“ perché Roma si rifiutava di seguire la chiesa luterana inquadrata (con poche eccezioni) nei Deutsche Christen, i Cristiani Tedeschi, che – sotto il comando del “Vescovo del Reich“ – insegnava tra l’altro l’arianità di Gesù, il dovere biblico del razzismo, la bellezza della guerra e altre cose ancora.

Stia dunque attenta, la Rice che crede di “andare verso l’avvenire“: quell’avvenire, come dimostra la storia, diverrà prima o poi un passato da rimuovere imbarazzati . Chi sposa lo spirito del tempo resta presto vedovo. E, così come oggi ci chiediamo come sia stato possibile essere cristiani nazisti e poi cristiani comunisti, ci chiederemo come si sia potuto essere cristiani liberal. La sua marcia di allontanamento dalla Chiesa cattolica, poi, si scontrerà con quella, sempre più affollata, di credenti che vanno in senso inverso. Centinaia di pastori e decine di vescovi anglicani hanno chiesto al Papa di poter essere riaccolti proprio perché la Catholica rifiuta ciò che entusiasma la Rice. Chi conosce il mondo protestante –quello “storico“, nato dalla Riforma del XVI secolo– sa che, gruppi sempre maggiori meditano di andarsene. E, qui pure, per ragioni opposte a quelle della scrittrice.

Attenta, dunque: come spesso accaduto anche tra i cristiani, i “reazionari” di oggi possono divenire i “profeti“ di domani.

(di Vittorio Messori)

L'ultima cartuccia del kamikaze Fini


Fini è un kamikaze che passeggia per il Transatlantico imbottito di trentatré chili di tritolo. Il suo potere è tutto in negativo, non ha sbocchi politici costruttivi ma solo distruttivi; non può dar vita a prospettive ma forse può far saltare in aria il governo e il Parlamento. Il suo miniclub di parlamentari che lo seguono e la possibilità di collettore degli umori antiberlusconiani danno a lui un’arma micidiale. Non sottovalutatelo da quel punto di vista. Del resto la sua carriera politica è stata più quella di kamikaze o di curatore fallimentare, prima dell’Msi e poi di An, che di fondatore. Portò a schiantarsi i partiti che ha guidato. Sul piano politico, Fini rappresenta solo se stesso. Non esprime una linea, un programma, un disegno politico e tantomeno civile e culturale. Non rappresenta un modo diverso di amministrare né un’esperienza diversa di governo, non dà voce a un significativo bacino di opinione pubblica e non è nemmeno una novità politica. È infatti l’unico leader che guidava un partito nazionale già negli Anni ottanta. Non rappresenta poi la destra ma la sua dissoluzione. Con lui la destra ha cessato di essere un soggetto politico per ridursi a una gelatina. Fu lui del resto a suicidare An, dopo aver celebrato il suicidio dell’Msi. Di quel piccolo, sterile e orgoglioso partito, Fini condivise il nostalgismo neofascista usato per fini elettorali ma non la passione ideale né la fiera e testarda coerenza. Condivise il rancore ma non l’etica della lealtà. In questi anni non è stato nemmeno il contrappeso nazionale e statale del leghismo e del mercatismo. A Berlusconi rimprovera ora quel che lui è stato nel suo partito, un autocrate illiberale che reprime il dissenso e il libero dibattito interno. Chiese perfino la testa di questo giornale. E ora ti trovi un illiberale venuto dal passato come il vate di Futuro e Libertà... Due vaghezze che dicono il nulla e negano ogni identità e ogni tradizione.

Deve la sua fortuna politica alla sua indubbia efficacia oratoria e a tre persone che lo portarono in alto: Almirante che lo volle suo successore, immaginando che il leader della destra di opposizione dovesse avere come requisito quasi esclusivo l’oratoria perché destinato solo alla piazza; Tatarella che lo considerò un bel contenitore vuoto e trasparente che assumeva la sostanza e il colore di chi era alle sue spalle; e Berlusconi che lo inserì nel gioco politico delle alleanze e lo portò al governo. Dal primo attinse la capacità oratoria e il lessico neofascista, ma senza l’estro e il carisma di Almirante. Dal secondo ebbe in dono la destra politica e An, nata col concorso di pochi altri, ma senza avere l’intelligenza politica di Pinuccio. Da Berlusconi ha avuto la grande possibilità di uscire dall’angolo di un partito marginale e andare addirittura al governo e poi alla presidenza della Camera. Ipotesi impensabili se fosse stato lui il leader.

Prescindo dalla ricerca delle ragioni private o psicanalitiche che lo hanno portato negli anni a questa svolta. Fini porta con sé una pattuglia di reduci missini. Con una spericolata manovra politica ha lasciato un partito della consistenza di An per rifondare un partitino della consistenza del Msi negli anni più bui. Ma un Msi ad uso personale. Ci sono alcuni suoi famigli e miracolati, molti sono uniti dal collante antiberlusconiano e da un’ansia di legittimazione da parte del potere mediatico, culturale e giudiziario. Ma ci sono anche persone perbene o profili di qualità: Baldassarri non è Ronchi, Granata non è Bocchino, Viespoli non è Proietti, tanto per fare qualche paragone. Mai sparare nel mucchio e farsi prendere dal livore.

Fini non può essere il leader del terzo polo, perché c’è già Casini che è più credibile nel ruolo centrista per la provenienza democristiana ed è stato più coerente: quando ha rotto con Berlusconi è uscito con le sue gambe e non si è fatto cacciare, dopo aver ottenuto la nomina a presidente della Camera. Sarebbe grottesco che ora finisse come vice di Casini, a fianco di Rutelli. Fini si è giocato il suo ruolo di erede del Pdl e non ha la statura e la capacità per poterlo rifondare su nuovi valori e nuove sensibilità. Non si è mai fatto sentire per quindici anni, quando in molti avvertivamo il bisogno di una correzione di rotta, o anche solo di rappresentare nel Polo una diversa sensibilità politica, civile e culturale. Non lo abbiamo mai visto impegnarsi a combattere dentro e fuori il centrodestra per selezionare una migliore classe dirigente, per filtrare ministri e capataz, valorizzando i più capaci. Semmai ha solo posto veti per ragioni di scuderia o perché vendicativo (famigerato quello su Tremonti ma ce ne sono tanti altri). La pattuglia che ha piazzato nei posti di comando e al governo è tra le più scadenti che ci siano in giro. Nonostante lo critichi da diversi anni, non sono affatto contento oggi di descrivere la sua vacuità politica e di notare l’assenza di un disegno politico e culturale oltre il presente. Il vuoto che ci circonda è impressionante, intorno a Berlusconi e dopo di lui c’è il nulla, e si vorrebbe che qualcosa si intravedesse all’orizzonte. Ma non è Fini la speranza di un diverso avvenire. Non so se hanno fatto bene a metterlo fuori dal partito, ogni fallimento di un accordo politico è una sconfitta per tutti, seppure in diversa misura e grado di responsabilità. Certo, Fini e i finiani erano ormai fuori e remavano contro il governo e il loro stesso bacino elettorale di utenza, contro la loro storia prima che contro i loro alleati; non erano più leali non solo al leader ma anche all’opinione pubblica dei suoi elettori. A giudicare dall’assenza di prospettive, Fini sembra giunto al capolinea. Ma il pericolo oggi è proprio quello: la disperazione del kamikaze, che ha solo un potere in negativo. Nell’orizzonte ubriaco del nostro tempo, fra nugoli di propagandisti del nulla che ci circondano, tra forze politiche che collassano, non si può escludere che Fini possa trovare anche un suo spazio. Ma se ciò avverrà, vorrà dire che il contenitore vuoto e trasparente avrà trovato qualcuno pronto a riempirlo. Ma di leader così, metà kamikaze e metà pilotati, francamente non sappiamo che farcene.

(di Marcello Veneziani)