lunedì 23 agosto 2010

C'è Mirabello nel destino di Fini

Da Mirabello a Mirabello. La cittadina del Ferrarese è nel destino di Gianfranco Fini. Lì, nel corso di una Festa Tricolore, piuttosto ruspante come usava a quei tempi, Giorgio Almirante, ormai stanco e ammalato, lo investì quale suo successore pur senza farne il nome, ma soltanto tracciandone il profilo che tutti riconobbero. Era il 1987 e sulle spalle di quel giovanotto di trentacinque anni cadde l’eredità di un movimento che da neofascista era diventato di Destra, sia pure tra mille contraddizioni e tanti problemi identitari irrisolti. Il vecchio leader era certo di mettere in mani sicure il partito che insieme con Michelini, De Marsanich e Romualdi, non sempre in sintonia tra di loro, aveva contribuito a fondare e che per circa un ventennio si era riconosciuto in lui.

Scegliendo Fini, Almirante saltava due generazioni di dirigenti, consapevole che il Msi necessitava di sangue nuovo da far scorrere nelle antiche vene. Insomma la continuità attraverso la modernità. Fu questo il suo lascito ed in quell’affollato spiazzo di Mirabello dove avveniva, non senza emozione, il passaggio del testimone da uno degli ultimi "repubblichini" - che aveva resistito all’assalto dell’antifascismo militante per oltre mezzo secolo, onorando la democrazia ed il Parlamento (come da tutti riconosciuto), ma tenendosi stretto alla consegna di "non rinnegare, non restaurare" - all’ambizioso segretario del Fronte della gioventù, chi era presente ricorda che fu come se nell’aria si fosse all’improvviso materializzato l’antico sogno almirantiano che a tanti sembrava un ossimoro: la "nostalgia dell’avvenire". Fini era l’avvenire. Dopo ventitré anni quel ragazzo invecchiato, come tutti noi che abbiamo memoria dei fatti di allora, ritorna a Mirabello, non più incredulo e un po’ spaventato (come lui stesso ammise) avendo consapevolezza del compito che lo attendeva, ma da presidente della Camera dei deputati, all’apice quindi di una carriera politica indubbiamente sfolgorante, dove sulla piazza testimone di tanti comizi non batterà, come ci si poteva attendere, il sole di Austerlitz. Fini, fanno sapere dal suo entourage, tuttavia pronuncerà nientedimeno che un "discorso alla nazione", presumibilmente non alla maniera di Fichte, né di De Gaulle (sembra siano altri i suoi riferimenti attuali), ma non sappiamo che cosa dirà.

Certo, parlerà di "futuro". Del resto come potrebbe evitarlo avendo intitolato ad esso tutta l’ultima parte della sua azione politica? Ma anche l’anno dopo l’ascesa alla segreteria del Msi-Dn a Mirabello parlò di futuro: niente di nuovo allora? Lo vorremmo tanto. Perché all’epoca, e negli anni successivi, sempre a Mirabello, il futuro di Fini erano i valori che si sposavano con la prassi possibile di un movimento che cercava di andare verso la gente senza abdicare, ma rivendicando orgogliosamente le sue origini; erano gli ideali senza reducismo che sapesse di muffa; erano l’onore, la fedeltà, la lealtà, il sacrificio sposati con la tradizione storica nella quale i militanti e gli elettori si riconoscevano. La fine degli anni Ottanta annunciavano smottamenti politici che pochi riuscivano a vedere o soltanto ad immaginare. Pinuccio Tatarella fu tra questi e con lui una manciata di giovani che, più o meno eretici, più o meno litigiosi, sentivano che gli anni Novanta sarebbero stati diversi dai decenni che si erano consumati e, dunque, il Msi, quel loro partito percepito come pulito, ma "inutile" dalla maggioranza degli italiani, avrebbe avuto un ruolo. Sappiamo come è andata e ci piacerebbe, nel nome di una storia non disprezzabile, che Fini il 5 settembre lo riconoscesse a Mirabello. E rassicurasse anche sul non trascurabile particolare che la "destra nuova", della quale poco si sa, non sarà mai una "non destra" o qualcosa di camuffato tanto per occupare uno spazio.

Ci dispiace mettere le mani avanti, sperando che nessuno si offenda, ma le incursioni recenti di Fini e dei finiani in campi incogniti (dalla biotetica alle unioni omosessuali, dal giustizialismo a certo relativismo etico e culturale, per non dire di dimenticanze istituzionali in ossequio ad un "patriottismo costituzionale" che non appartiene alla storia né al lessico della destra) ci lasciano piuttosto perplessi. Colpa nostra, naturalmente, che non siamo stati capaci di staccarci da certi stereotipi che ancora ci rimandano a cosucce come la patria, la nazione, lo Stato, la persona, la visione spirituale del mondo e della vita, la tradizione che si rinnova. E ci ostiniamo a ritenere che il solo orizzonte di una destra possibile oggi è quello di una "rivoluzione conservatrice" che altrove - vedi Cameron - in salsa post-moderna stanno riconoscendo. A Mirabello per quasi trent’anni abbiamo sentito parlare di queste cose, insieme a tante altre. E non dispiaceva per niente agli ascoltatori, anche quando dissentivano. Sapevano comunque che lì c’era un futuro che non avevano bisogno di cercare altrove. E ora?

(di Gennaro Malgieri)

domenica 22 agosto 2010

Fascisti su Venere


L’amore conta. Perfino sovrabbondante è quello che circonda Gianfranco Fini e i suoi farefuturisti nella tenzone contro il regime berlusconiano. Una corrispondenza d’amorosi sensi, e sinistri, alla quale il fascista è storicamente sensibili fin dai tempi delle catacombe. Come nulla poteva illanguidire il cuore granitico di un camerata più del sorriso d’una compagna appena uscita dal collettivo femminista dedicato all’interdetto di giacersi con un antidemocratico, così nulla poteva inorgoglire l’autostima in camicia nera più d’una lusinga intellettuale del comunista egemone di turno – “ma come fai ad essere fascista, tu che hai queste idee così avanzate?”.
La meccanica non è cambiata, si è anzi dilatata con gli anni e lievita adesso che il finismo ambisce al martirologio antiberlusconiano. Non c’è soltanto chi, come Fiorella Mannoia reclama da mesi un Fini alla guida del Pd; né l’orgia di affetti si limita all’ospitalità solidale che il Fatto Quotidiano riserva alle idee e ai blog finiani; né tutto si compie con la svenevolezza nella quale Repubblica incornicia quasi ogni giorno le prestazioni libertarie del presidente della Camera (da ultimo c’è il poeta di corte pachistano adottato in spiaggia ad Ansedonia tra le dune della gente che piace alla sinistra che piace). Ieri s’è aggiunto sul Manifesto, per Fini, lo spettacolare coming out fasciocomunista del prof. Alberto Asor Rosa: “… ha giocato un ruolo positivo nelle ultime vicende il ‘fascismo di sinistra‘ cui attinge la formazione di diversi componenti del suo gruppo (non di Fini, naturalmente), e che io giudico migliore del berlusconismo”. Non fa una piega. Dal sansepolcrismo a Salò, dal manifesto di Verona alle speculazioni di Beppe Niccolai, tutto si teneva nel cerchio rossobruno del socialfascismo missino. Mancava, questo sì, l’ultima riabilitazione sentimentale, la certificazione da sinistra che Nicola Bombacci non morì invano. Infine il cuore traboccante di Asor Rosa, camerata in camicia rossa, ha colmato la distanza. A saperlo ci si poteva risparmiare il lavacro di Fiuggi, bastava maganellare il Cav. 15 anni prima. Eccolo, il rimpianto dei farefuturisti. Ma si sa che l’amore ha i suoi tempi.

(di Alessandro Giuli)

Fini e il complotto inglese

Il presidente della Camera alfiere anticattolico. La politica eretica del ribelle del Pdl si trasforma in esoterica. Dalla Fiamma al compasso il passo è brevissimo. Basta farsi un giretto in rete per scoprire un Altro Mondo che nelle cronache ufficiali dei giornaloni non trova spazio. Eppur si muove qualcosa nella critica ultracattolica, tra gli storici di provata fede, nelle stanze di chi è abituato, per cultura, formazione e tradizione, a vedere sottili e invisibili trame. E allora ecco che la visita di Fini alla Chatam House nel febbraio del 1995, il think tank della politica inglese, laicissimo salotto della City, acquista per questi osservatori un carattere particolare. Non un semplice "strappo" dal fascismo, non solo la condanna di Mussolini statista, ma una trama e un ordito che preludono a un'alleanza con i poteri forti oltre il canale della Manica. È un fil rouge che conduce dalle stanze di Chatam House alla redazione dell'Economist, il settimanale che da un bel po' ha adottato Fini come "uomo nuovo" della politica italiana. A differenza del Cav egli non è unfit per governare l'Italia, anzi.
Certo, su Montecarlo deve dare qualche spiegazione, ma aggirato l'ostacolo monegasco, Gianfranco potrà contare sul gruppo editoriale per giocare la sua partita. «The most able», il più abile, per l'Economist è Fini che – toh! – è anche «il più determinato a limitare l'influenza della Chiesa cattolica nella vita degli italiani». Strane coincidenze che nel bosco del cattolicesimo tradizionalista trasformano Fini in una seria minaccia.
Non è l'establishment degli storici che parla. Non è farina del blocco culturale che decide cosa è buono e cosa è cattivo. Quella che viaggia soprattutto sui blog della rete è una lettura alternativa della storia contemporanea che si sta facendo e disfacendo. Una visione che spegne la Fiamma e apre il compasso, la cronaca non isterica ma esoterica della mutazione finiana dal post-fascismo a un laicismo talmente hard da far tramontare persino "l'illuminismo" e dunque approdare a posizioni anticattoliche, giacobine e, dulcis in fundo, massoniche. Fantasie della rete? Paranoia? Complottite? Qui facciamo cronaca. Le posizioni di Fini sui temi della famiglia, del fine vita, della bioetica sono lontane anni luce da quelle della Chiesa e distanti da quelle del partito d'origine, An, e da quello che ha cofondato e ora vuol affondare, il Pdl. Dove c'è il business della bioetica, dove si muovono milioni e milioni di dollari in ricerca e sperimentazione, le tesi finiane sono oro colato. Dove? In Gran Bretagna, of course. Londra e la sua Borsa (il London Stock Exchange) sono secondo un rapporto della Deloitte il secondo mercato mondiale per numero di aziende operanti nel settore biotech, mentre l'Italia, ai primi posti nel mercato farmaceutico, è ben oltre la decima posizione. Fini è il cavallo di troia perfetto per quel mondo e il nemico vero della Chiesa che non può scindere il dogma dalla ricerca scientifica. Quando nel maggio scorso The Economist scrisse in un editoriale che l'Italia era divisa in due all'altezza di Roma, battezzò il nuovo Stato «Regno delle due Sicilie», ma con in più il simpatico nickname di «Bordello». Chi legge queste provocazioni britanniche con occhi non leghisti, vi ha colto un attacco diretto alla Santa Sede, l'apice di una nuova sperduta e incivile regione. Attacchi alla Chiesa, elogi a Fini. Se non è la perfida Albione, di certo è l'astuta Inghilterra che non vuole né l'Euro né soprattutto l'Europa fondata sulle radici cristiane.

venerdì 20 agosto 2010

Sardegna: protestano ancora i pastori, blocchi all'aeroporto di Alghero

Ancora un protesta in Sardegna del movimento dei pastori. Dopo il blocco nei giorni scorsi all'aeroporto di Olbia, stavolta a farne le spese sono stati i passeggeri diretti all'aerostazione di Alghero-Fertilia. Di fatto lo scalo non è stato occupato dai manifestanti del Movimento Pastori Sardi, ma le strade che conducono all'aerostazione sono bloccate con il risultato che i viaggiatori non possono raggiungerla in auto. Centinaia gli allevatori che hanno manifestato sulla strada provinciale che collega Alghero con lo scalo di Nuraghe Biancu impedendo, così, l'accesso ai passeggeri. Attualmente i voli stanno partendo con qualche minuto di ritardo per consentire ai viaggiatori, fra cui molti turisti, di raggiungere il terminal. I passeggeri, infatti, sono costretti a percorrere alcuni chilometri a piedi in quanto le vie di accesso sono state bloccate anche dalle forze dell'ordine, ed il gran caldo sta rendendo ancora più disagevole il percorso verso lo scalo.

I DISAGI - Con polizia e carabinieri in tenuta antissommossa non vi è stato alcun contatto: le forze dell'ordine hanno presidiato gli ingressi dell'aeroporto e i manifestanti non hanno cercato di forzare il blocco. Una manifestazione tutto sommato tranquilla con l'unica eccezione per i disagi provocati ai passeggeri in partenza che devono prendere l'aereo. Forti le proteste da parte degli utenti, molti hanno perso il volo e le successive coincidenze internazionali. La decisione del Movimento Pastori Sardi di dirigersi verso l'aerostazione è stata presa al termine dell'assemblea che si è svolta questa mattina nel piazzale di un agriturismo a circa tre chilometri dall'aeroporto. Disagi anche a Cagliari. Un centinaio di trattori degli agricoltori e allevatori della Coldiretti ha raggiunto il centro città da una strada laterale rallentando il traffico degli automobilisti.

Bocca il "partigiano" sdoganò il Duce prima di Pansa

Celebrando giustamente Giorgio Bocca, La Repubblica riesce ad essere imprecisa anche con una sua firma, dicendo che compirà i novant’anni a fine agosto. Li ha compiuti in realtà il 18 agosto, ed io vorrei associarmi per fargli gli auguri che merita. Per non guastare la festa non tirerò in ballo i soliti scheletri giovanili dall’armadio, il suo fascismo giovanile, il suo articolo razzista del ’42, e nemmeno i suoi vizi proverbiali, l'attaccamento arcaico al soldo o la sommarietà un po’ grossolana dei suoi libri. Ma parlerò di una cosa che è stata dimenticata nelle celebrazioni del Bocca partigiano: il suo revisionismo storico sul fascismo. Bocca precedette Pansa nel revisionismo storico. Nell’83 pubblicò con Garzanti un testo revisionista, Mussolini socialfascista, in cui l’autore più citato era un ragazzo di destra, il sottoscritto, allora autore di un saggio su Mussolini, che secondo un grande firma di Repubblica, Enrico Filippini, Bocca aveva saccheggiato. Nello stesso anno dialogò con Almirante su Storia Illustrata diretta allora da Guerri. Poco prima aveva dialogato con me sull’Espresso, condividendo la necessità di sdoganare la destra e dialogare (il servizio di supporto era firmato da Paolo Mieli). E scrisse risposte sorprendenti per un libro collettaneo, Il fascismo ieri e oggi a cura di Enzo Palmesano, che pubblicai nel 1985 in una collana di Ciarrapico. Vi offro una sintesi virgolettata, senza commenti, del suo revisionismo.

«Il rinnovato interesse intorno a Mussolini e al fascismo è dovuto al fatto che la cultura italiana si è resa conto che la storia del fascismo, così come è stata scritta dagli antifascisti in questi anni, è storia da rivedere. È una storia che io chiamerei di famiglia». «Il più grave errore mi sembra quello di aver raccontato la storia del fascismo come la storia di un movimento autoritario, violento... Ma la realtà del fascismo nascente è tutt’altra: il fascismo è un movimento violento e autoritario che reagisce a un’altra minoranza, altrettanto violenta e autoritaria, come quella socialcomunista». «Tra socialismo e fascismo c’è una matrice culturale comune, ci sono delle illusioni comuni: che gli uomini possano essere cambiati in breve spazio di tempo». «Nel 1936, all’epoca dell’impero credo che il 90% degli italiani approvasse quello che rappresentava anche il loro sogno». «Il consenso ci fu per tutto il periodo, diciamo così riformistico del fascismo, fino al patto con la Germania».

«Gli intellettuali italiani, secondo la loro tradizione millenaria, passarono subito al servizio del fascismo. Si sa che i professori universitari che non giurarono fedeltà al fascismo furono tre e non di più (in realtà erano undici, ndr). Tutti gli altri si misero dalla parte del fascismo che verso di loro, in verità, a differenza di altri regimi totalitari, fu piuttosto morbido. Il fascismo si differenziò proprio nell’essere largo nel lasciare autonomia alle scienze e alle arti». «C’era una posizione abbastanza permissiva da parte del fascismo». «Mussolini in campo culturale è stato un grandissimo giornalista e un politico professionale del suo tempo... come Gramsci, Togliatti, Nenni. Rispetto agli altri dittatori totalitari Mussolini era un uomo di mondo, aveva letto i libri giusti, aveva dei rapporti corretti con la cultura, mentre Hitler e Stalin non li avevano». «Al di fuori del giornalismo non ha mai preso un soldo dallo Stato». «Per il delitto Matteotti non credo che si possa parlare di mandante diretto, credo che sia stato interpretato in modo estensivo un suo scatto di malumore... Mussolini diede in escandescenza contro di lui ma senza mai dire “uccidetelo”». «La politica sociale del fascismo fu nei primi anni una politica riformista normale, furono introdotte alcune leggi che facilitavano l’agricoltura, mettevano un primo ordine nei luoghi di lavoro; assicuravano con l’IRI un industrialismo assistito, una rinuncia al capitalismo feroce». «Eravamo un paese arretrato, con una classe imprenditoriale anch’essa arretrata, e ad un certo punto fu giocoforza fare un’economia protezionista». «Il fascismo, nato come regime di massa, fece partecipare alla vita politica un numero maggiore di persone. I ceti medi, infatti, che nel regime liberale non avevano contato, sotto il fascismo, pur nei modi e nei limiti previsti, partecipavano alla vita politica». «Non è esistito un razzismo degli italiani diverso dal razzismo di tipo coloniale... era politica di dominio non di sterminio». «Il popolo italiano le leggi razziali non le ha sentite per niente; l’adozione delle leggi razziali per adeguarsi alla Germania nazista furono una prova di subalternità rispetto alla Germania». «In tutto il fascismo fino al 1935, non c’è la minima traccia di razzismo antisemita». «Le affinità tra nazismo e fascismo sono pochissime e sono affinità di metodo: sono due regimi di massa, a partito unico, autoritari; ma le differenze sono molto più grandi delle somiglianze. Veramente fra fascismo e nazismo non c’è alcuna parentela». «La concezione della razza resta fondamentale per differenziare il fascismo dal nazismo». «Mussolini dell’ultimo periodo è stato un Mussolini con le mani legate, indubbiamente. Io credo che il motivo dominante dell’alleanza con la Germania sia stata la paura». Tesi sposata de Renzo De Felice.

Ora Bocca condanna il revisionismo di Pansa, di cui fu precursore, critica i giudizi controversi sul fascismo di storici, scrittori di destra e di Berlusconi, assai più miti dei suoi, usa il fascismo come equivalente del nazismo, imputando razzismo e sterminio. Com’era diverso il Bocca di un ventennio fa rispetto al novantenne d’oggi. Comunque auguri di cuore, Giorgio; e supera alla grande Indro, almeno in longevità.

(di Marcello Veneziani)

giovedì 19 agosto 2010

Ostilità e retorica spericolata

È impressionante l’impasto di retorica, narcisismo e faziosità che si è condensato nei commenti e nelle reazioni pubbliche alla morte di Francesco Cossiga. Incapace di raccontare e giudicare uno dei suoi più illustri e controversi protagonisti, è come se l’Italia ufficiale (ma anche quella anarchica e tumultuosa che si muove nell’universo parallelo dei siti online) si fosse dimostrata incapace di raccontare e giudicare se stessa. Un diluvio di parole magniloquenti ha sommerso una figura che suscitava consensi, ma anche conflitti. Un rincorrersi di stereotipi ha appiattito e svilito, facendone un santino o un ritratto demoniaco, il ruolo che Cossiga ha incarnato per decenni. L’ennesima occasione perduta per riflettere su se stessi. Sorvolando sul coro incresciosamente protagonistico dei mille «mi disse», «mi svegliò», «mi confessò» (è spuntato anche, perla rara, un «seduti a tavola, mi guardò a lungo») che in Italia fiorisce contagiosamente all’indomani di una morte eccellente, si è celebrato il rito degli ammiccamenti, dei pregiudizi, degli arruolamenti postumi di un irregolare purissimo della politica italiana. La sua irregolarità fu ridotta in vita a una manifestazione di bizzarria e di incontrollata umoralità. E tale sembra rimasta anche post mortem, sebbene mitigata dal rispetto che si deve ai grandi della storia italiana che scompaiono. In compenso si è scatenata l’ostilità chiassosa e irriducibile di chi ha costruito attorno alla figura di Cossiga un alone di tenebre e di segreti inconfessabili. Come se Cossiga fosse nella migliore delle ipotesi il depositario omertoso dei misteri che hanno insanguinato l’Italia e, nella peggiore, il burattinaio di ogni stragismo, di ogni terrorismo, di ogni nefandezza compiuta nella storia repubblicana.

Un’ostilità che fa da contrappeso alle spericolate retoriche celebrative, recitate anche, anzi soprattutto, da chi in vita fu feroce avversario politico di Francesco Cossiga, fino a chiederne, ai tempi delle esternazioni e delle «picconate» dal Quirinale, l’«impeachment» e la messa sotto accusa per tradimento della Costituzione. È vero, succede spesso che quando se ne va un protagonista così ingombrante della scena pubblica, la commemorazione prenda il posto dell’analisi e della riflessione. Ma succede raramente con queste dimensioni e anche, spiace dirlo, con dosi così massicce di ipocrisia e doppiezza. Le cose aspre che Cossiga diceva sulla magistratura, sul sistema politico, sui partiti vecchi e nuovi, sulle ideologie che li hanno sorretti, sugli uomini e sulle donne che ne impersonavano il destino, e anche sul ruolo dei cristiani nella politica italiana sono state semplicemente cancellate nei commenti e nei discorsi pur commossi dopo la morte di quel politico anomalo, di quell’intellettuale irrequieto e, appunto, irregolare. Sono rimasti invece i pregiudizi e i luoghi comuni di chi è assolutamente convinto che Cossiga fosse una figura detestabile, destinata a portarsi nella tomba i segreti più conturbanti e destabilizzanti della storia italiana. L’omaggio formale e l’invettiva, la mummificazione precoce o l’odio verso un uomo e un politico che sapeva raccontare molte più verità dei suoi più felpati e prudenti colleghi: ancora una volta l’Italia ha mostrato il suo lato peggiore porgendo il suo ultimo saluto a Francesco Cossiga. Un patriota che però non amava il «coro» italiano e ha voluto lasciarci restando solo con il suo inno della Brigata Sassari.

(di Pierluigi Battista)

mercoledì 18 agosto 2010

In onore del Presidente Francesco Cossiga

Ceccio da Chiaramonti l’eterno provocatore

«Te la diamo vinta, basta che stai zitto», titolò a un certo punto Cuore, dopo la milionesima puntata del tormentone esternatorio. Ora che se n’è andato, però, saranno probabilmente in tanti a sentire, in certi momenti di passaggio, la mancanza della voce di «Ceccio da Chiaramonti», come Francesco Cossiga con vezzo autoironico si era ribattezzato rivendicando l’amata «sarditudine». La voce più imprevedibile della politica italiana. La più corrosiva. La più irridente.

«È come il tempo nel Maine: prima o poi cambia», lo immortalò un dì Arturo Parisi, che lo conosceva da quando faceva il chierichetto in quella chiesa sassarese di San Giuseppe che ha avuto tra i parrocchiani Antonio Segni e suo figlio Mario più il giovane Cossiga più tutti i suoi cugini Berlinguer (da Enrico a Giovanni, da Sergio a Luigi) più Luigi Manconi. E la sua svolta, da presidente-notaio ossequioso delle liturgie a pirotecnico picconatore del mondo che lo aveva eletto a larghissima maggioranza («i partiti si erano illusi di aver spedito al Quirinale un uomo scialbo, di seconda fila, disciplinato e obbediente») fu davvero un uragano.

Cominciò dando battaglia al giudice Felice Casson fino a proclamare la fedeltà a Gladio: «Sono uno di quei ragazzi che il 18 aprile faceva parte di una formazione armata, a Sassari, come in tante altre città d'Italia. Giovani dicì armati dall'arma dei carabinieri, per difendere le sedi dei partiti e noi stessi nel caso i comunisti, perdute le elezioni, avessero tentato un colpo di Stato ». Furente con la «sua» Dc e soprattutto con Giulio Andreotti dai quali si sentiva sempre più isolato, allargò il tiro. E prese a mettere in discussione tutto e tutti. Davanti allo sconcerto, sulle prime, ci rise su: «Qualcuno dice che sono un po’ matto. Ma dalla diagnosi di schizofrenia si è passati a quella di nevrosi e ormai siamo vicini a un leggero stato d'ansia. Alla fine del mio mandato sarò completamente sano ».

Feroce nelle battute sugli altri, si sentiva libero di sorridere anche di se stesso. Fino a dire a Claudio Sabelli Fioretti: «Sono stato il peggior Presidente nella storia. Sono quello che ha combinato di meno. Ho causato un sacco di guai. Sono stato il peggiore e il più inutile. Sono stato un velleitario. Sono stato dannoso. Ho fatto venir meno la funzione di una delle grandi istituzioni dello Stato. La mia presidenza era priva di qualunque autorità reale». Lo pensava davvero? Mah... È lecito dubitarne. Ogni tanto, nelle sue sventagliate, sbagliava mira. E magari poi si scusava. Come fece con l'ex procuratore di Napoli: «Nella vita accade talvolta di sbagliarsi, anche gravemente. Occorre allora il coraggio di riconoscerlo. Ed è quello che oggi faccio con Agostino Cordova con il quale sono stato in grave, anche se parziale dissenso su alcune sue iniziative giudiziarie quando era procuratore di Palmi.

Gli chiedo pubblicamente scusa per giudizi forse grossolani e affrettati e atti che non volevano essere offensivi da me compiuti nei suoi confronti ». Quali atti? Una serie di regali. Ai quali il magistrato aveva reagito con una denuncia. Dove spiegava, come riassunse l'Ansa, «d'avere ricevuto in dono un triciclo, una papera-salvagente e "Supercluedo" un gioco da piccoli detective, accompagnati dall' invito di prendersi una vacanza». C'era tutto Cossiga, nei regali che faceva. Alla senatrice Tana De Zulueta, che gli pareva naif, consegnò «Alice nel paese delle meraviglie». A Massimo D'Alema inviò un bambolotto di zucchero: «Siccome Berlusconi dice che mangia i bambini...» A Franco Mazzola, un fedelissimo accusato di tradimento, fece recapitare 30 denari di cioccolato. A Cesare Salvi, reo d'aver chiesto l'abolizione dei senatori a vita, mandò un pacco di pannoloni perché «la smettesse di avere gli incubi notturni e di fare la pipì a letto».

Passata la metà della vita a controllarsi fino a raggiungere tutti i traguardi possibili, trascorse l'altra metà infischiandosene di ogni liturgia. Anzi, più scandalizzava e più si divertiva. Come quando, alle prime manifestazioni dell'Onda studentesca, consigliò a Roberto Maroni di «infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città». Dopo di che? «Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri». Nel senso che... «Nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale». Anche i docenti? «Soprattutto i docenti». Le avesse dette venti anni fa, quelle cose, sarebbe venuto giù il soffitto. Adesso, alzarono un po’ tutti le spalle: «Uffa, Cossiga!».

Marcello Dell'Utri ne diede una definizione folgorante: «Ormai è come il nonno di casa: fai finta di niente anche se esce in mutande ». Lasciato il Quirinale a 64 anni ancora da compiere, tre lustri prima dell'età in cui comunemente gli altri presidenti vengono eletti, confidava agli amici di annoiarsi, in quella sorta di pensione anticipata di lusso. Si era dunque ritagliato uno spazio eccentrico. Dal quale si divertiva a lasciar cadere dentro la politica italiana tutte le provocazioni possibili (spesso dense di verità che nessun altro poteva permettersi di confessare) come certi monelli lanciano petardi in mezzo alle cerimonie solenni. Implacabile «impiccababbu» sugli avversari (a Marcello Pera che l'aveva accusato di rubare parlamentari come i suoi avi rubavano pecore, rispose ricordando che «che nella tradizione italiana i nomi inanimati sono sempre stati assegnati a chi aveva incerte origini. Lascio dunque immaginare al presidente Pera quale fosse il mestiere delle sue ave») aveva il merito di non risparmiarsi le auto-punzecchiature. Neppure nella veste di Externator: «In realtà non esterno: comunico. Parlo e qualche volta straparlo. Eccedo».

Dotato di un'ottima opinione di se stesso, per dirla con un eufemismo, si prendeva il lusso di confidare con leggerezza gli errori più gravi: «In nome della carità e della solidarietà ho sbagliato. Credevo che la politica economica dello stato dovesse ricalcare le linee della San Vincenzo. Abbiamo scambiato la solidarietà con lo spreco. La solidarietà con l'inefficienza. Pensavamo che i soldi non sarebbero finiti mai». Forte di questa disponibilità all'autocritica, si prendeva il lusso parallelo di non prendere sul serio nessuno: «Ho una grande stima per i comici. Sa di chi ho paura io? Di quelli che, credendosi seri, fanno ridere». Lasciò dunque agli archivi una serie di battute omicide per il puro gusto di stupire. Su Paolo Cirino Pomicino: «Nell'Udr non può far correnti. Al massimo correnti d'aria». Su Romano Prodi: «È la rivincita di Dossetti su De Gasperi». Su Enrico La Loggia: «Non è mia abitudine bastonare i servi al posto del padrone». Su Giuliano Amato: «Ha la vocazione alla ciliegina. Gli altri fanno le torte e lui le completa». Su Rocco Buttiglione: «Scusate, sapete dirmi a quest' ora come la pensa Buttiglione?». Su Gianni Letta: «È come padre Giuseppe, l'eminenza grigia di Richelieu. Ma lui è l'eminenza azzurrina». Ma soprattutto su Silvio Berlusconi. Una per tutte: «Pa-Peron». A rendergli l'ultimo saluto, potete scommetterci, andranno tutti. Anche quelli che non lo sopportavano. Quanto all'epigramma, uno lo suggerì lui stesso. Beffardo: «Per una ricostruzione della mia vita vedrei bene dialoghi in stile "A cena con il diavolo"».

(di Gian Antonio Stella)