mercoledì 1 settembre 2010

A cercar la bella destra


Ha ottantanove anni Franco Servello, è stato giornalista del Secolo, dirigente del Msi, parlamentare di An, avversario politico di Gianfranco Fini, poi suo alleato e sostenitore. Da qualche mese ha licenziato per Rubbettino un libro sul Duce, si intitola: “Perché uccisero Mussolini e Claretta. Oro e sangue a Dongo”. Sta bene Franco Servello, “non come questo centrodestra di oggi”, dice. “Sono l’ultimo in vita tra gli uomini che videro nascere da dentro il Movimento sociale e qualcosa l’ho imparata. Questa destra non mi piace. E’ incompiuta, pazzotica, rischia di essere una strana anomalia in Europa”. Ha parole di simpatia per Fini e per Berlusconi l’anziano senatore, ma in tutta evidenza, dopo il dissidio che ha diviso i due uomini, lui che pure conobbe il Cav. per primo portandolo da Almirante alla fine degli anni Settanta e poi da Fini agli inizi degli anni Novanta, adesso si è schierato con l’ex leader di An (“l’erede carismatico di Almirante”) e considera il premier “un uomo con meriti straordinari per la destra, ma che, allo stesso tempo, incarna anche l’anomalia che potrebbe strozzarla”.

E’ stato un errore il Pdl con lo scioglimento di Alleanza nazionale? “E’ stata un’azione avventata da parte dei dirigenti di An. Si era vicini alle elezioni e questa soluzione sembrava necessaria. Ma non è andata bene. Dov’è finita l’anima nazionale e sociale? A Berlusconi si deve rendere atto di aver incarnato una svolta enorme nella storia di questo paese, senza di lui si sarebbe arrivati a soluzioni di sinistra e temo non positive per gli interessi generali dell’Italia. Ma allo stesso tempo Berlusconi rappresenta solo una parte della destra, ne interpreta solo un aspetto, quello più economicistico, funzionalista, se vogliamo. La destra moderna non si può genericamente ridurre al solo concetto vago di libertà e An non esiste più a completare dall’interno il coacervo della creatura berlusconiana. Per questo, sommessamente, avevo proposto di federarci, senza sciogliere An. Un po’ come ha fatto la Lega che ha potuto conservare la propria identità e l’ha potuta far pesare su quel terreno dei contenuti e della diversità che, a mio avviso, in una destra moderna devono esistere e poter convivere”.
La delusione per il progetto del Pdl, dal punto di osservazione dell’anziano Servello, dipende anche, un po’, dalla guerra interna tra Berlusconi e Fini.

“Questo conflitto non lo capisco”, dice. “I due leader non si dividono tanto sui contenuti, sui progetti, su una visione diversa e inconciliabile della storia o della cultura di destra. Berlusconi e Fini danno vita a un conflitto politico che inerisce alla contingenza più stretta. C’è un conflitto di poteri e c’è una discrasia sul terreno di due diverse sensibilità personali e caratteriali. Francamente incomprensibile. In politica bisogna trovare i motivi del consenso, dell’unità, del dibattito. Fini e Berlusconi devono fare adesso ogni sforzo per superare gli stati d’animo che creano confusione. Devono mettersi d’accordo e lasciare che nasca un partito della destra italiana, alleato e federato con il Pdl presieduto dal Cavaliere. Io Berlusconi lo vedo benissimo, nel 2012, alla presidenza della Repubblica. Insomma, il premier non può davvero pensare di distruggere Fini e tutto quello che esiste intorno a Fini. E’ questo che desidera? Un’aggressione personale e inaccettabile, fango scagliato via Giornale dai pistoleri del boss? E’ uno sbaglio, Berlusconi deve fermarli. E lo dice uno che si è battuto per lui, quando nessuno lo conosceva nel Msi, per salvare le sue televisioni attraverso la famosa riforma audiovisiva. Sbaglia il Cavaliere a voler annullare Fini, perché lui rappresenta tutti noi nonostante qualche sbavatura e qualche ‘strappo’ di troppo”.

Della cittadinanza breve e della nuova politica dei diritti civili che ne pensa Servello? “Sono d’accordo con Fini su questi argomenti. Mio padre era un migrante, figuriamoci se non sono per la tolleranza e l’apertura. A volte abbiamo un vizio: confondiamo la cultura e la memoria storica con la politica. Io non dico che la politica debba confliggere con la tradizione, ma la realtà spesso induce a modificare certe opzioni. Ed è alla realtà che la politica deve ispirarsi. Mussolini veniva da un ambiente di mangiapreti, fu probabilmente sempre anticlericale nel proprio intimo, eppure con il Vaticano fece la Conciliazione”. Il resto del gruppo dirigente di An, gli ex colonnelli, non condividono nulla di quanto sostiene Fini. Dicono che lui ha cambiato idea, forse ha tradito? “Il tradimento è una parola che non si può scagliare contro Fini il quale, piaccia o no, rimane il capo della destra. E’ un leader. Lui, a differenza di altri, ha carisma. Quanto ai colonnelli, con cui ho ottimi rapporti, specie con La Russa, dico solo una cosa: a me sembrano loro ad essere cambiati. Sa quel è il loro difetto?”. No, qual è? “Mancano di un po’ di consapevolezza. Sono degli ex giovani che si ritengono ancora giovani”.

(di Salvatore Merlo)

Il premier deve liberarsi di Fini


«Berlusconi? Deve stanare Fini e portarlo alla prova delle urne». Marco Tarchi, politologo e docente di Scienze politiche all’università di Firenze, non ha dubbi sui rischi che corre la maggioranza. Tarchi conosce bene Fini, da più di 30 anni, quando militavano nell’organizzazione giovanile del Msi e si sfidarono per la guida del movimento.1977, assemblea nazionale del Fronte della Gioventù.

Lei raccolse la maggioranza dei voti mentre Fini solo una manciata, arrivando quinto nella corsa alla segreteria. Ma Almirante lo nominò comunque leader dell’organizzazione giovanile.

«Il partito usciva dalla scissione di Democrazia nazionale a cui aveva aderito quasi tutta la classe dirigente giovanile, salvo alcuni dirigenti dell’opposizione interna rautiana, tra i quali c’ero anch’io. Almirante non si fidava abbastanza degli uomini rimasti».

Quindi Fini era già un delfino designato a 25 anni?

«Sì, perché si era trovato in una situazione favorevole. Già alla vigilia dell’assemblea tutti sapevamo che sarebbe stato nominato lui. Il regolamento congressuale, fatto ad hoc e imposto in modo non troppo ortodosso, prevedeva che Almirante potesse nominare segretario uno dei sette più votati. Il gioco era finito prima di giocare».

I militanti però non accolsero serenamente la decisione di Almirante...

«No, perché la votazione dimostrò che c’era una maggioranza avversa. I militanti non apprezzarono perché l’Assemblea aveva dimostrato che Fini non godeva del consenso della maggior parte dei centri provinciali».

I primi passi di Fini.

«Ebbe molte difficoltà nei primi due anni, ma le superò anche con il pesante appoggio di Almirante e la sua politica degli interventi disciplinari. La sostituzione dei segretari dissidenti per normalizzare la situazione divenne la regola».

Nel ’77, durante il primo Campo Hobbit (festa della destra giovanile) i pochi finiani presenti furono presi a schiaffi proprio per questo.

«Viespoli ha rivendicato di aver schiaffeggiato Fini. Ma non esagererei. Sono stati episodi marginali».

Nel suo ultimo libro, «La rivoluzione impossibile», analizza quel periodo. Nel Msi si parlava di svolta moderata con Fini. Ma poi la parte più movimentista divenne protagonista degli anni di piombo.

«È stato un fenomeno limitato, quasi tutto romano con alcune piccole appendici locali. C’è da dire che però alcuni tentativi di moderazione provocarono la reazione opposta. Ma nel suo interno il Fronte della Gioventù non ha avuto grossi problemi. Direi che sia stato soprattutto il clima esterno che metteva a repentaglio la possibilità di fare politica».

Poco dopo si consumò il suo divorzio con il Msi.

«Era il gennaio del 1981».

Il suo giornale (La voce della fogna), amato dai militanti, era poco gradito ai vertici del Msi, spesso nel mirino della satira.

«C’erano state numerose manifestazioni d’insofferenza per La voce della fogna non tanto perché attaccava i vertici quanto perché criticava un certo atteggiamento mentale predominante nel partito totalmente inadatto ai tempi. I motivi di scontro furono tanti. Primo fra tutti la proposta di reintrodurre la pena di morte, appoggiata da Fini».

Ma se non l’avessero messo alla porta avrebbe continuato l’attività politica?

«Il divorzio si sarebbe consumato comunque. Quando mi dimisi da vicesegretario scrissi una lettera molto polemica a Fini in cui dicevo che non esisteva spazio alcuno per il dissenso interno. E portavo come esempio la destituzione di due dirigenti napoletani, che con i loro voti avrebbero fatto vincere la componente rautiana nelle elezioni per la segreteria della Campania. Per evitare una sconfitta, Fini li cacciò dall’oggi al domani. Per me fu la goccia che fece traboccare il vaso».

Intolleranza per il dissenso, è proprio quello ora che Fini denuncia all’interno del Pdl...

«Di questo ne ho scritto anche in sede scientifica. Nel libro Dal Msi ad An, ho scritto che il Msi era, e An dopo ancor di più, un partito a centralismo plebiscitario. La gestione era affidata a un leader considerato una sorta di sovrano assoluto. Fini ha esercitato questi poteri in modo assolutamente drastico, avendo in grande astio qualsiasi forma di dissenso»

Nel 1987 ci fu la festa del partito a Mirabello, con Almirante che designò Fini suo erede. La genesi?

«Dell’87 ricordo ciò che scrissero i giornali, come Panorama, che definì Fini “il miracolato dell’Assunta”. Cioè Assunta Almirante che aveva convinto il marito a designare Fini suo erede. Non so se corrispondesse al vero ma questa è l’interpretazione che se ne dava. Di sicuro Fini era designato da altri. Lui non doveva fare nulla, erano altri a fare per lui».

E adesso?

«Adesso deve star da solo e trovare la linea adeguata. Comunque non è da oggi (come politologo lo dico da anni), che la sua posizione è quella di chi non pensa di ottenere la legittimazione di leader dall’interno della forza politica a cui fa riferimento. Da tempo si presenta come ragionevole a ogni costo, moderato, politicamente corretto perché spera in una fase confusa o difficoltosa di un post Berlusconi per essere legittimato dagli altri, dagli avversari e così costruire qualcosa di più solido».

Oggi, 23 anni dopo, un’altra Mirabello, tanto attesa per scoprire quale strada sceglierà Fini. La sua nemesi?

«A Mirabello ci sarà una prova di forza. Lancerà il sasso ma ritirerà la mano. Non credo che farà uno nuovo partito, lui cerca di lavorare ai fianchi, di erodere, ma ha tutta la convenienza di restare nel Pdl».

Durante la sua segreteria, Fini è riuscito a fagocitare gli avversari oppure a epurarli. Sistema Fini oppure sistema Msi?

«Nel 1995 ho definito l’atteggiamento mentale dominante tra i quadri e i militanti il “complesso di Mosè”, cioè affidare al capo, quasi fosse un profeta, ogni responsabilità per la vita stessa della comunità dei militanti e dei sostenitori. Ora, se si pensa che Fini, più per le circostanze che per capacità sua, è riuscito a traghettare fuori dal periodo di cattività quel mondo politico e umano, si può capire perché l’intolleranza aperta verso il dissenso abbia trovato in lui un interprete ancor più rigoroso».

La nuova compagna, la famiglia Tulliani e i suoi affari, Montecarlo, lo strappo nel Pdl... È un altro Fini?

«A parte le note vicende che lo hanno coinvolto quando la prima moglie abbandonò il marito, dirigente del Fronte della Gioventù, per lui, mi è parso tenere un profilo sempre molto basso sulle sue vicende personali. Anche su questo ha cercato di essere l’opposto di Berlusconi. Ma io, da ricercatore, mi baso unicamente sui fatti e sui documenti, quindi non ho elementi per dire se c’è stato qualche cambiamento. Di certo ora dà un immagine di divisione più che di unione, come è avvenuto quando nacque An. Ora appare come il leader di una corrente, cosa che in passato ha sempre aborrito».

Molti invocano le sue dimissioni, per la questione Montecarlo e per l’incompatibilità tra leader politico e carica istituzionale.

«Ho una posizione diversa. Nell’analisi della politica seguo un approccio realista. Vorrei scrostare da molta ipocrisia le figure istituzionali: hanno tutte una storia politica alle spalle. Non si cambia drasticamente perché si passa su uno scranno significativo. Certo, la sovraesposizione e lo scontro interno non rendono Fini credibile come arbitro agli occhi della maggioranza che lo ha eletto».

Pugnalate e diplomazia: il Pdl è ad un’impasse. La maggioranza finirà la legislatura?

«A Fini e ai suoi conviene che il governo si logori giorno dopo giorno, non che cada. Se Berlusconi giungesse spossato a fine legislatura, i finiani potrebbero rivendicare buone ragioni per sancire alleanze diverse. Insomma, hanno un interesse evidente a giocare contro il Pdl, ma se accelerassero troppo rischierebbero di doversi sottoporre prima del tempo alla prova delle urne, senza essere preparati. E il loro prevedibile scarso peso non li renderebbe appetibili per i patrocinatori di terzi poli».

E al Pdl quali carte rimangono?

«Per quanto sia un azzardo, a mio parere Berlusconi avrebbe un vantaggio a stanare Fini portandolo alla prova delle urne. Il logorio serve a Fini, non a Berlusconi»

martedì 31 agosto 2010

La casta degli storici che non insegna nulla


Egregi storici di professione che liquidate con disprezzo i testi e le persone che a nord e a sud criticano il Risorgimento e ne descrivono massacri e malefatte, dovreste tentare un’autocritica onesta e serena. So che è difficile chiedere a molti di voi l’umiltà di rimettere in discussione le vostre pompose certezze e il vostro sussiego da baroni universitari, ma tentate uno sforzo. Se oggi escono libri e libercoli a volte assai spericolati, poco documentati e rozzi nelle accuse, nostalgici del passato preunitario, lo dobbiamo anche a voi. Se nei libri di testo e di ricerca, se nei corsi di scuola e d’università, se nei convegni e negli interventi su riviste e giornali, voi aveste scritto, studiato e documentato i punti oscuri del Risorgimento, oggi non ci troveremmo a questo punto. E invece quasi nessuno storico di professione e d’accademia, nessun istituto storico di vaglia ha mai sentito il dovere e la curiosità di indagare su quelle «dicerie» che ora sbrigate con sufficienza.
Ho letto e ascoltato con quanto fastidio - e cito gli esempi migliori - Giuseppe Galasso, Galli della Loggia, Lucio Villari parlano della fiorente pubblicistica sul brigantaggio, i borboni, i massacri piemontesi e i lager dei Savoia. Ne parlano con sufficienza e scherno, quasi fossero accessi di follia o di rozza propaganda. Poi non si spiegano perché tanta gente affolla e plaude i convegni sull’antirisorgimento, a nord o a sud, e disprezza il Risorgimento, se un libro come Terroni di Pino Aprile sale in cima alle classifiche, se nessuno sa dare una spiegazione e una risposta adeguate alle accuse rivolte ai padri della patria. Curioso è il caso di Galasso che prima accusa i suddetti antirisorgimentali di scrivere sciocchezze e poi dice che erano cose risapute; ma allora sono vere o no, perché non affrontarle per ricostruirle correttamente o per confutarle? Ed è un po’ ridicolo criticare le imprecisioni altrui, ridurle ad amenità, e poi non batter ciglio se il suo articolo, professor Galasso, viene titolato sul Corriere della Sera «Nel sud preunitario», mentre il brigantaggio di cui qui si tratta si riferisce all'Italia postunitaria. Par condicio delle amenità.
Ma il problema riguarda tutto un ceto di storici boriosi, che detengono il monopolio accademico e scolastico della memoria. Perché avete rimosso, non vi siete mai cimentati col tema, non volete sottoporvi alla fatica di rimettere in discussione quel che avete acquisito e sostenuto una volta per sempre? Detestate i confronti e perfino la ricerca che dovrebbe essere il vostro pane e il vostro sale. Il risultato è che per molta gente questi temi sono scoperte inedite.
Per la stessa ragione, non è possibile trovare sui libri di storia, nei testi scolastici e universitari o nei vostri interventi sui giornali, le pagine infami che seguono alla rivoluzione napoletana del 1799 con intere città messe a ferro e fuoco, migliaia di morti ad opera dei giacobini rivoluzionari. Celebrate i collaborazionisti delle truppe francesi ma omettete i loro massacri, le città rase al suolo. Non è ideologica anche la vostra omertà? O ancor peggio, poi non vi spiegate, voi storici titolati del Novecento, perché libri come quelli di Giampaolo Pansa esplodano in libreria con centinaia di migliaia di lettori: ma perché voi, temendo l’interdizione dalla casta, non avete avuto il coraggio di riaprire le pagine sanguinose della guerra partigiana, il triangolo rosso e gli eccidi comunisti. Così fu pure per le foibe. Poi con disprezzo accademico sbrigate questi libri come pamphlet giornalistici, roba volgare e imprecisa. Ma quei morti ci sono stati sì o no, e chi li uccise, e perché? Quelle ferite pesano ancora nella memoria della gente sì o no? Che coesione nazionale avremo, caro Galli della Loggia, nascondendo vagoni di scheletri negli armadi?
Sul Risorgimento non avete il coraggio di rispondere a quelle domande e così contribuite in modo determinante a rendere le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia come uno stanco rituale, estraneo agli italiani, dominato dai tromboni e dalle stucchevoli oleografie. Salvo poi scrivere stupefatti e indignati che il Paese non partecipa, è assente, è refrattario. Ma non vi accorgete che lo diventa se continuate con il vostro manierismo e le vostre omissioni?
Come forse sapete, sono tutt’altro che un detrattore del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, anzi sono un fautore di lunga data dell’identità italiana, quando eravamo davvero in pochi a difenderla. Sono convinto che il processo unitario fosse necessario, che molti patrioti fossero ardenti e meritevoli d’onore, e che l’idea stessa di unire l’Italia fosse il sacrosanto coronamento di un’identità, di una storia, vorrei dire di una geografia, di una cultura e di una lingua antiche. Ma per rendere autentica quell’unità non possiamo negare le sue pagine oscure e pure infami, non possiamo negare le sofferenze che ne seguirono e lo sprofondare del sud nei baratri della miseria, della malavita e dell’emigrazione. Quella malavita organizzata che dette una mano ai garibaldini come poi agli sbarchi americani. Sono convinto che l’Unità d’Italia non portò solo guai ma modernizzò il Paese, lo alfabetizzò e lo fece sviluppare; e considero meritevoli di rispetto i cent’anni e passa che seguirono all’Unità d’Italia, la nascita dello Stato italiano e di una dignitosa borghesia di Stato, la graduale integrazione dei meridionali nello Stato, il loro grande contributo alla scuola e all’università, alle prefetture e alle forze dell’ordine, alla magistratura e all’alta dirigenza dello Stato, all’impiego pubblico e militare. Non possiamo buttare a mare più di un secolo di storia per qualche decennio finale di parassitismo.
Ma bisogna avere il crudo realismo di narrare anche l’altra faccia della storia; per amor di verità, per rispetto di quei morti e per riportare dentro l’Italia gli eredi di coloro che subirono l’Unità. Perché resta ancora da costruire un’Italia condivisa e non da dividere un’Italia già costruita.
(di Marcello Veneziani)

lunedì 30 agosto 2010

I capricci di Sua Maestà da Tripoli


Compiaciuto tra i suoi 30 cavalli berberi più belli di quelli di Ben Hur, le amazzoni di scorta con rimmel antisommossa e le sue 500 ninfette italiane prese a nolo, «Papi» Muammar benedice l'amico Silvio e tutto il popolo italiano: questa sì è un'accoglienza da Re! E chissà che anche stavolta, tra le seguaci conquistate dalla sua oratoria e da un pacco di fruscianti bigliettoni, non spunti fuori qualche convertita all'Islam...

Diciamo la verità: era cominciata male, tra Gheddafi e gli italiani. Prima il fastidio delle polemiche sulla cacciata dei nostri connazionali buttati fuori dopo la rivoluzione. Poi lo strascico del rancore per la nostra occupazione coloniale che gli aveva fatto istituire la Giornata della Vendetta. Poi i seccanti sospetti su un suo coinvolgimento in certi episodi terroristici. Poi i missili contro Lampedusa e la rivendicazione della sovranità sulle Tremiti. Per non dire di certe parole di Oriana Fallaci: «Oltre ad essere un tiranno è un gran villanzone». Peggio: «È clinicamente stupido». Peggio ancora: «È senz'altro il più cretino di tutti». Screanzata. Più ancora di Indro Montanelli, che lo aveva bollato come «un sinistro pagliaccio». Più di Reagan, che lo chiamava: «Il cane di Tripoli».

Vabbè, pietra sopra. Tutto cancellato dal rapporto con l'amico Silvio. Lui, Muammar, l'aveva detto già nel lontano 1994: «Io e Berlusconi siamo fatti per intenderci, in quanto rivoluzionari. Prevedo per lui grandi successi nella gestione dello Stato, così com'è stato nella gestione del Milan. La sua personalità è apparsa all'orizzonte cambiando tutto da cima a fondo». Certo, il Cavaliere non ha accettato tutti i suoi consigli su come risolvere le grane parlamentariste. L'anno scorso in Campidoglio, ad esempio, aveva detto: «Il partitismo è un aborto della democrazia. Se me lo chiedesse il popolo italiano gli darei il potere. Annullerei i partiti, affinché il popolo possa prendere il loro posto. Non ci sarebbero più elezioni e si verificherebbe l'unità di tutti gli italiani. Basta destra e sinistra. Il popolo italiano eserciterebbe il potere direttamente, senza rappresentanti». Quindi, all'università «La Sapienza», aveva spiegato che questa è l'essenza della democrazia: «Demos in arabo vuol dire popolo e crazi vuol dire sedia. Cioè il popolo si vuole sedere sulle sedie». Aristotelico.

Allora, alle «letterine» affittate perché ascoltassero a ottanta euro l'una il sermone maomettano, aveva rivelato: «Sapete che al posto di Gesù crocifissero un suo sosia?». Questa volta, tra i sorridenti inchini e gli ossequiosi salamelecchi dei nostri uomini di governo solitamente ostili, diciamo così, a certi discorsi, è andato oltre: «L'Islam dovrebbe diventare la religione di tutta l'Europa». Lo dicesse l'imam di una sgangherata moschea di periferia sarebbe scaraventato fuori tra strilli di indignazione. Lo dice lui? Spallucce. È la politica, bellezza.

Così è fatto, «Papi» Muammar: adora essere circondato da cammelli, cavalli e puledre. Il tutto con una sobrietà che in quattro decenni di potere è diventata leggendaria. Oddio, diciamo la verità: il Colonnello si muove nel solco di una storia antica. È un secolo che gli italiani dalla Libia si aspettano cose spropositate. Basti ricordare come, per eccitare la fantasia dei lettori prima della conquista, l'inviato de «La Stampa» Giuseppe Bevione scriveva che laggiù c'erano «ulivi più colossali che le querce» e che l'erba medica poteva «essere tagliata 12 volte all'anno» e che i poponi crescevano «a grandezze incredibili, a venti e trenta chili per frutto». Va da sé che, con questi poponi alle spalle, il re beduino della Jamahiriyya non poteva essere da meno.

Il suo piccolo Paese, disse un giorno Igor Man, «gli è sempre andato stretto». Detto fatto, si è sempre mosso alla grande. Come quando si presentò al vertice dell'Unione africana ad Addis Abeba facendosi precedere da 15 lussuosissime auto blu personali fatte sbarcare da aerei giganteschi e scandalizzò tutti con due valigie («Un regalo del nostro leader ai capi di Stato africani», spiegarono i diplomatici) piene d'oro zecchino. O quando, sceso a Roma con la solita corte di 300 attaché, pretese che gli montassero una tenda di 60 metri quadrati a Villa Pamphilii con 12 poltrone dai piedi dorati, lampade, divanetti, tavoli e «grandi incensieri per profumar l'ambiente». O quando inaugurò un pellegrinaggio attraverso Swaziland, Mozambico, Malawi, Zimbabwe e Kenia presentandosi in Sudafrica con due Boeing 707 in configurazione Vip, un jet più piccolo d'appoggio, un gigantesco Antonov russo con a bordo due autobus di lusso da 46 posti, sessanta auto blindate e 400 guardie del corpo armate fino ai denti di kalashnikov. Più, piccolo dettaglio regal-pastorale, un container frigorifero di agnelli macellati.

Potevano i figli di tanto padre non seguirne l'esempio? No. Ed ecco Hannibal e Moutassem sgommare in Costa Smeralda al volante di una Ferrari a testa fino a far saltare i nervi del giardiniere della spettacolare villa presa in affitto, furibondo per la quotidiana raccolta di cocci delle bottiglie di champagne millesimato buttate dalla finestra. Ecco il conto preteso per via giudiziaria (la famiglia si era dimenticata di pagare) dall'hotel Excelsior di Rapallo per una vacanza di Al Saadi, detto l'Ingegnere: 392 mila euro per sei settimane. Ecco lo stesso Al Saadi, capricciosamente deciso a «giocare al calciatore professionista», affittare Villa Miotti a Tricesimo: 13 mila euro al mese. Spiccioli per un uomo che, volendo farsi insegnare qualche trucco sul palleggio, raccontò Emanuela Audisio su Repubblica, ingaggiò per gli allenamenti un trainer personale esclusivo: Diego Armando Maradona. Costo: 5 milioni di dollari.

Anche queste cose però, diciamo la verità, finiscono per annoiare. Ed è così che il despota tripolino, un bel giorno, ha deciso di commissionare alla Tesco Ts di Torino un'auto disegnata da lui medesimo. Possibile? Parola dei costruttori dei due prototipi: «Durante la realizzazione di questa macchina, l'équipe tecnica di Tesco Ts ha seguito alla lettera le idee del designer, il Leader, per produrre la vettura perfetta secondo la sua visione». E come poteva essere la vettura perfetta, per sua maestà Muammar? Rifiniture in marmo. Un capriccio è un capriccio. Se no che gusto c'è ad essere il leader di una Jamahiriyya Popolare e Socialista?

(di Gian Antonio Stella)

domenica 29 agosto 2010

Silvio editore di riferimento della sinistra


Silvio Berlusconi, con Mondadori, è il più importante editore di sinistra, è vero, ma non potrebbe – come ha chiesto ieri Antonio Socci su Libero – mutare la propria ragione sociale commerciale, diventare insomma di destra, per una ragione di spicciola economia: non avrebbe più clientela. Né, tanto meno, fornitori della materia prima, gli autori che sono quello che sono perché devono andare da Fabio Fazio in tivù, devono vendere e farsi amare dalle professoresse democratiche. Tutto qua. Ecco perché l’appello di Vito Mancuso – uscire tutti dal catalogo di Segrate, tutti fuori – è caduto nel vuoto.

Non c’è casa più politicamente corretta della cultura. E Mondadori, col suo prestigio, non può avventurarsi oltre i lidi sicuri del dogma. Compreso l’antiberlusconismo di maniera. Non c’è altro marchio tra gli acculturati, poi, che la sinistra. E sempre vale – ahimè – il teorema più che perfetto stabilito da Michele Serra: “Sono doppiamente svantaggiati gli scrittori di destra. I lettori di sinistra non li leggono perché sono di destra, i lettori di destra, invece, non leggono”.

Quello che giustamente chiede Socci, “raccontare fatti nuovi, la nuova cultura che germoglia”, non può accadere per l’inamovibilità di un sistema collaudato nel luogo comune e nel riflesso condizionato: quello del buttarsi a sinistra. Lettori compresi. Io che vengo dal Cattiverio (restandoci, perfino in chiave saracena), sono un autore Mondadori, non sputo certo nel piatto in cui mangio e capisco le ragioni della Casa quando mi mandano a mangiare in cucina. L’apparato della cosiddetta immagine è assai attento nel veicolare un’aura di sacrale compostezza laica, democratica e de sinistra. La vittoria di Antonio Pennacchi allo Strega – e stiamo parlando di un grande scrittore, un comunista, non di un mammasantissima chic e radical – mi ha fatto godere oltre che per il merito, per tutto quello che ne consegue in termini di cautela. Pennacchi è un dio della parola forte e chiara, uno che non conosce la mezza misura e che ha il garbo rivoluzionario dell’Italia proletaria fascio-comunista. E’ uno che non c’entra con la cricca delle mezze vergini di sinistra, uno che non potrà andare da Fabio Fazio o da Serena Dandini e non potrò mai dimenticare quando, all’indomani dello Strega, vidi gli amici in Mondadori, segnati in volto dal terrore all’idea di vedere Pennacchi alle prese con il suo primo appuntamento pubblico: nientemeno che una serata a Viterbo, al festival di “Caffeina”. Non a Mantova, dunque, non a Capalbio, non in un posto adatto alle professoresse democratiche, ma “in mezzo a tutti quei fasci”. Nella città, insomma, dove Giorgio Almirante andava a chiudere le campagne elettorali. Ovviamente fu un trionfo, “Canale Mussolini” ebbe la sua festa ma ancora oggi, a me e a Pennacchi, c’intimano affettuosamente di stare lontani perché quando siamo insieme, io e lui, ci facciamo da reciproco detonatore per sparate fuori dal target delle professoresse democratiche (Dio le stramaledica!). E quindi zitti, a maggior ragione con il Campiello alle porte, con tutte quelle professoresse democratiche della giuria popolare, tutte così sensibili.

Quella scena, quella di Viterbo, mi svegliò il ricordo di un altro episodio, quando agli inizi della sfolgorante ascesa di Paolo Giordano, l’autore de “La solitudine dei numeri primi”, misi a disposizione il Teatro Stabile di Catania per organizzare una serata. Un’occasione anche commercialmente ghiotta: grande folla, grandi numeri, ottima visibilità. Avevamo appena collaudato una formula semplice e accattivante: fare intervistare l’autore da un lettore particolare e il nome che, per simpatia, per affinità generazionale con l’autore e per il forte richiamo di pubblico che ne sarebbe derivato, fu quello di Giorgia Meloni, il ministro. Non ci fu verso. Manco poco e avrebbe chiamato perfino Marina Berlusconi per scongiurare l’arrivo della Meloni. E quando feci questa obiezione, “Se avessi scelto Giovanna Melandri avreste certamente apprezzato la scelta”, la risposta fu: “Ma è una cosa diversa”.

Certo che è una cosa diversa buttare a sinistra la fatica promozionale, il messaggio, il mezzo, la parola e l’alfabeto ma pranzare in cucina è più dignitoso dello sputare nel piatto in cui si mangia solo perché al ristorante si accomodano i garanti del conformismo, i critici dei punti qualità sul tasso di anti-berlusconismo degli sputacchiatori a libro paga.

Ovvio che la cultura, a questo punto, specie di questi tempi, debba restare alle professoresse democratiche perché temo che nell’industria editoriale siano un tantino disinformati su quello che succede nel mondo vero. Non lo sanno che la gente preferisce la Meloni alla Melandri, non sanno neppure che “Caffeina”, il festival di Viterbo, è ambito dalla sinistra e che gli operai sono quelli di Pennacchi, non i compulsatori delle classifiche dei libri più venduti.

Temo che dei giornali, gli addetti alla confezione editoriale, sfoglino solo le pagine culturali che sono solo verminai passatisti per dirla con il Filippo Tommaso, non sensori con cui catturare “la nuova cultura che germoglia”. Ovvio che il cardinale Scola è più teologo di Mancuso, ha ragione Socci, ma temo che sarà dura risolverla in dibattito. E’ l’eterna guerra tra la fuffa e la sostanza, l’invincibilità delle cicale sopravvalutate sulle formiche operaie, con la collaborazione attiva del Caimano il quale deve pur dare al pubblico ciò che vuole. E Mondadori non dovrà mai liberarsi dei compagni, anzi.

Magari Berlusconi manco se lo ricorda di essere proprietario di Einaudi, della Mondadori sì perché, a voler essere pignoli, e a volerlo dire noi che siamo di casa, ci pubblicò un libro elettorale. Un titolo fuori catalogo, fuori collana, fuori dall’estetica perfino, cosa ben più importante dell’etica, solo che quella volta, la Casa, ebbe il buon gusto di confezionare la redazione del suddetto libro a palazzo Grazioli, non a Segrate. Giusto per non contaminare la fabbrica culturale con la propaganda.

Per fortuna l’episodio è stato dimenticato ma il commercio è commercio, e migliore venditore di Berlusconi non ce n’è, prova ne sia che quando balenò l’idea di bissare il successo dei successi, ovvero, “Il libro delle barzellette di Totti”, con “Il libro delle barzellette di Berlusconi”, ai dirigenti della casa editrice che tentavano un timido sondaggio sull’eventualità di farlo un libro così, chiedendogli un parere, il più grande editore di sinistra nel mercato rispose: “Fatelo pure il libro delle mie barzellette, altro che. Purchè venda più di quello di Totti”.

(di Pietrangelo Buttafuoco)

E Pio XI chiese al Duce: «Cambi nome a via Venti Settembre»

«Fare garbatissimamente comprendere (senza appuyer) che vi è chi subito ha concepito la speranza che il nome della via XX settembre venga cambiato…». Nel settembre 1930, un anno e mezzo dopo la sigla dei Patti lateranensi, che chiudevano la Questione Romana, Papa Pio XI cercò di spingere Mussolini a cambiare il nome della via XX settembre, che ricordava, nella capitale, il giorno della breccia di Porta Pia e dunque della caduta del potere temporale della Chiesa avvenuto nel 1870.

C’è anche questo nel volume I «fogli di udienza» del cardinale Eugenio Pacelli, Segretario di Stato, curato dal prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano, il vescovo Sergio Pagano, insieme a Marcel Chappin e Giovanni Coco (Edizioni Archivio Segreto Vaticano, pagg. 600, 45 euro). Il volume, una miniera d’informazioni per gli storici, recensito oggi da L’Osservatore Romano, è il primo di una serie e raccoglie – catalogandoli e contestualizzandoli – i fogli che il cardinale Pacelli diligentemente redigeva alla fine di ogni udienza con Pio XI, fissandone nero su bianco non soltanto le volontà ma anche le esatte parole. Questa prima raccolta, dedicata soltanto all’anno 1930, il primo che Pacelli visse quale principale collaboratore di Papa Ratti, è preceduto, oltre che dalla prefazione del cardinale Tarcisio Bertone, anche da alcuni importanti saggi introduttivi, che fanno luce come finora non era stato mai fatto sulle ragioni che spinsero Pio XI a nominare l’allora nunzio a Berlino quale suo Segretario di Stato: nonostante le indubbie e profonde diversità di carattere (irruento e decisionista il Pontefice, riflessivo e diplomatico il cardinale destinato a succedergli sul trono di Pietro nel 1939), Papa Ratti volle scegliere, spiegano i curatori, «una personalità che sapesse porre definitivamente l’accento sulle ragioni “pastorali” che ispiravano l’azione diplomatica della Santa Sede, le cui finalità non potevano apparire come subordinate agli interessi di nessuno stato, in primo luogo l’Italia». Dalle meticolose note di Pacelli (che vedeva il Papa quasi ogni mattina, ne sono state inventariate fino a questo momento quasi duemila), emergono sia la grandezza di Pio XI, sia la fedeltà e l’intelligenza del futuro Pio XII.

Già nel 1929, dopo la stipula dei Patti, il Vaticano aveva chiesto a Mussolini di abolire la festa del XX settembre, «un’offesa fatta alla Santa Sede e per conseguenza ai cattolici d’Italia e del mondo». Tra l’agosto e il settembre 1930 Pio XI fece fare al nunzio in Italia ulteriori passi, riuscendo a ottenere dal Duce la promessa che il governo avrebbe abolito la festa. «L’Osservatore Romano» del 13 settembre poteva dunque scrivere che «il prossimo Consiglio dei Ministri» avrebbe cancellato la festa della presa di Roma istituendo invece quella dell’11 febbraio, ricorrenza della firma dei Patti. Mussolini volle subito puntualizzare: «Non vorrei che adesso cominciaste a domandarmi di cambiare il nome di via XX settembre». Ma era proprio questo che il Papa voleva, ordinando al nunzio di fare un passo in questo senso. La reazione del capo del governo fascista fu risentita: «Voi volete scatenare la più feroce reazione anticlericale. Voi rendete la mia posizione sempre più difficile. Mi sono pentito del XX settembre… Appena concessa una cosa, voi ne domandate un’altra… Pensi, nunzio, che i Comuni sono novemila, e se tocchiamo l’argomento delle strade, avremo una questione in ogni paese». Così Pio XI, che aveva già ordinato la pubblicazione di un secondo articolo sul quotidiano vaticano relativo al cambio di nome della via, lo fece bloccare: nella nota d’udienza del cardinale Pacelli, la volontà del Papa venne derubricata: «vi è chi ha subito concepito la speranza…». E via XX settembre mantenne il nome.

Tra le tante perle del volume, ci sono il giudizio di Papa Ratti sugli ecclesiastici altoatesini che facevano propaganda per la Germania («Sono pazzi!»), e la sua fulminante battuta dedicata al vescovo di Lecce, il quale era stato insignito dal governo dell’Ordine della Corona d’Italia con il grado di ufficiale: «Chi si contenta, gode».

(di Andrea Tornielli)

martedì 24 agosto 2010

Antonio Rosmini, ovvero il federalismo cattolico

Il cardinal Angelo Bagnasco ha indicato il "federalismo rosminiano" come la stella polare delle riforme che urgono al nostro Paese. Ma chi era davvero Rosmini e in cosa consisteva il suo progetto federalista per l'Italia?

Alessandro Manzoni, suo grande amico, l'aveva definito "una delle sei, sette grandi intelligenze dell'umanità": Antonio Rosmini era un sacerdote e un pensatore eclettico, forse un precursore dei tempi. Vivendo nella prima metà dell'Ottocento, Rosmini, respirò l'aria rivoluzionaria e risorgimentale che condusse, a tappe forzate, verso l'unità d'Italia.

Da cattolico convinto qual era non poteva non vedere stagliarsi con nitidezza all'orizzonte il caos che quegli anni, densi di avvenimenti turbolenti, avrebbero procurato all'Italia e all'Europa tutta.

Dopo l'ubriacatura napoleonica e la successiva fase di restaurazione, negli Stati italiani pre-unitari, si incominciava a discutere seriamente di unificazione: non era certo la gente a discettare di tali questioni, bensì le elite dell'intellettualismo illuminista, fortemente imbevute di proclami giacobini e massonici.

Proprio sulla reazione al periodo d'invasione francese e sul tema dell'unità statuale italiana si evidenziava compatto – tra il 1815 e il 1848 – un fronte "neo-guelfo", che faceva riferimento dalla Chiesa cattolica: tale raggruppamento vedeva i cattolici difendere le ragioni dello Stato della Chiesa e la persistenza degli Stati pre-unitari, magari confederati sotto la sapiente guida del Papa.

Con il 1848 tutti i sogni "guelfi" dei cattolici italiani vennero infranti e anche all'interno della Chiesa incominciarono ad evidenziarsi strategie politico-culturali di differente sensibilità in merito al "sentimento risorgimentale". Se da un lato rimaneva salda e inflessibile la posizione anti-risorgimentale dei Papi, che si succedettero sul soglio di Pietro negli anni ruggenti dell'Ottocento, Leone XII, Pio VIII, Gregorio XVI e Pio IX, sull'altra sponda vi erano alcuni isolati pensatori cattolico-liberali come Vincenzo Gioberti e Massimo d'Azeglio che propugnavano un compromesso al ribasso tra cattolicesimo e ideali risorgimentali.

Molto lavoro sotterraneo per distrarre i cattolici dal "papismo romano" fu oggetto dell'abile trama massonica sostenuta dagli ambienti più anti-clericali del "risorgimento italiano": l'unità italiana – peraltro invocata da molte delle potenze europee maggiormente anti-cattoliche – fu un pretesto per attaccare il potere temporale della Chiesa cattolica e per invadere lo Stato più antico dell'Occidente, ossia lo Stato della Chiesa.

In questo clima di turbinio politico e sociale l'universo cattolico italiano visse momenti di difficoltà rilevante che culminarono, dopo l'unità d'Italia, ad una vera e propria ondata persecutoria che giunse addirittura alla confisca di innumerevoli beni ecclesiastici e allo scioglimento forzato della Compagnia di Gesù, fondata da Ignazio di Loyola nel 1534.

L'articolo 1 dello "Statuto albertino" citava letteralmente: "La Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola Religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi". Nonostante quest'apertura retorica e pseudo-confessionale, lo Stato italiano voluto dalla massoneria e dai Savoia risultò adottare una malcelata politica laicista e giurisdizionalista.

Fu appena prima del periodo unitario che si evidenziò, tra le fila cattoliche, la lungimiranza e la serietà del pensiero federalista di Antonio Rosmini che propose un tipo di federalismo funzionale al mantenimento dell'indipendenza della Chiesa cattolica.

Per Rosmini era proprio imboccando la via federalista che l'Italia avrebbe potuto trovare la sua vera unità: proprio il Federalismo, infatti, nell'ottica rosminiana, rappresenta la soluzione più idonea del problema dell'unità d'Italia.

Il pensiero politico del sacerdote trentino si differenziava, affiancandosi, alle correnti di pensiero federaliste che si svilupparono in quegli anni: quella che faceva capo a Gioberti, quella che si rifaceva a Cattaneo e quella portata avanti da Ulloa.

Il Direttore del Centro internazionale degli studi rosminiani, Umberto Muratore, ha così sintetizzato il progetto federalista proposto da Antonio Rosmini: il progetto prevedeva un inizio di federazione italiana che abbracciasse insieme i regni di Roma, Firenze e Torino sotto forma di "Lega Politica". Questa Lega doveva essere "come il nucleo cooperatore della nazionalità italiana", un inizio aperto agli altri Stati che volessero in futuro entrare a farne parte. La Lega doveva concepirsi come una confederazione perpetua di questi primi tre Stati, sotto la presidenza onoraria perpetua del Papa.

La Confederazione doveva anzitutto elaborare una "Costituzione federale" da prepararsi mediante un' Assemblea costituente. Una volta costituitasi sarà governata da una Dieta permanente, che risiederà a Roma. I membri della Dieta vengono eletti per un terzo dai Principi, per gli altri due terzi dalle due camere dei rappresentanti del popolo.

Compiti specifici della Dieta sono gli affari comuni a tutti gli Stati: dichiarare guerra e pace, regolare le dogane e ripartire spese e entrate, stipulare contratti commerciali con Stati estranei alla Confederazione, uniformare il sistema di monete, pesi, misure, esercito, commercio, poste, procedura civile e penale. Il compito di vigilare sul rispetto dell'uguaglianza politica tra gli Stati interni e fra Stato e singoli cittadini veniva demandato a dei tribunali speciali che Rosmini chiamava "tribunali politici" o tribunali di giustizia.

I tre Stati iniziali avrebbero favorito già dal nascere il futuro ingresso nella confederazione del Regno di Napoli, di alcuni Stati minori e dei territori che si sperava venissero a liberarsi dalla dominazione austriaca. In particolare, il Lombardo -Veneto si sperava venisse a fondersi col Regno di Sardegna, formando un solo Stato; mentre Parma e Modena sarebbero confluite in uno degli altri Stati. Per cui la futura Confederazione italiana sarebbe stata formata da questi Stati: Sardegna (che comprendeva la Sardegna vera e propria, il Piemonte, la Liguria, la Lombardia, il Veneto, magari un domani il Trentino: tutti uniti come Alta Italia), Toscana, Stato pontificio, Regno di Napoli o delle due Sicilie. Quattro Stati in tutto; oggi diremmo quattro macro-regioni.

La volontà di Rosmini era quella di far convivere tutte le realtà presenti nell'Italia di allora all'interno di una cornice statuale unitaria e federale. Proprio in quest'ottica di "unità nella diversità", Rosmini intendeva salvaguardare i principi, la religione e il popolo di quell'Italia pre-unitaria che viveva una stagione di grandi smottamenti politici e sociali. Rosmini guardava agli Stati Uniti d'America e, parafrasando Alexis de Tocqueville, scrisse uno dei più belli tra i pensieri federalisti che ci sono giunti dall'Ottocento: "L'unità nella varietà è la definizione della bellezza. Ora la bellezza è per l'Italia. Unità la più stretta possibile in una sua naturale varietà: tale sembra essere la formula della organizzazione italiana".

(di Emanuele Pozzolo)

L'ex centrodestra finito a insulti


Si è arrivati addirittura allo stronzo. Che non si fossero mai amati o stimati, anche negli anni in cui erano alleati, era notorio. Ma che tra Lega e Udc dovesse finire in uno scambio cruento a base di «trafficoni» (Bossi a Casini) e «trafficanti di banche e quote latte» (Casini a Bossi) non era così scontato.

Sfondata la frontiera dell'invettiva politica, il nuovo linguaggio del centrodestra che fu ora è il pugilato delle insinuazioni. E un mondo pare inabissarsi nella questione immorale.
«Trafficare», in politica, non ha un significato innocente. O meglio: presuppone la non innocenza di chi è accusato di traffici, per congettura, non leciti. È probabile che nel «trafficone» di conio bossiano e anti-casiniano si senta l'eco di una virulenta diffidenza antidemocristiana: un trafficare nei palazzi della Prima e della Seconda Repubblica, nelle manovre, nei corridoi, nei giochi consumati nella penombra. Nella rappresaglia Udc si fa invece un riferimento esplicito agli oggetti di interesse dei «trafficanti». Le quote latte, con allusione alle multe risanate per intervento della Lega e in particolare di Renzo Bossi, ribattezzato dallo stesso padre come il «Trota». E soprattutto le banche, con allusione, con ogni evidenza, ad antichi e nuovi interessamenti leghisti a cordate bancarie e assetti di vertice delle fondazioni distribuite, come si dice, nel «territorio». Ambedue allusioni a fatti poco chiari, a interessi non innocenti. Come se l'Udc rinfacciasse alla Lega, partito molto attento a coltivare una propria diversità rispetto alla «partitocrazia», di non avere i titoli per fare la morale a chicchessia.

Tutti nella stessa barca, oramai. La battaglia politica passa per messaggi cifrati e chiamate di correità. Se esiste «Sputtanopoli», come è stata definita da Giuliano Ferrara, dentro le sue mura non si risparmiano più colpi bassi. E i primi ad alimentare dicerie, denunce oblique, sarcasmi allusivi, sono proprio i suoi abitanti del centrodestra. O dell'ex centrodestra, come oramai si deve definire.
Con il divorzio tra Fini e Berlusconi e la forsennata campagna di stampa contro il presidente della Camera ogni remora si è smarrita: la soglia della polemica aspra ma tenuta a bada da un vincolo minimo di solidarietà di schieramento è stata abbondantemente oltrepassata.

Non si fa che sparare, con annessa e adeguata ripresa polemica nei commenti e nelle interviste degli esponenti politici fedeli al premier, su case, vecchie e nuove parentele, cognati, contratti di affitto, raccomandazioni Rai, favori e favoritismi grandi e piccoli, appartamenti, attici, contratti di locazione, società off-shore, paradisi fiscali. Improvvisamente nel quartier generale del centrodestra «garantista», custode della privacy, sensibile a una visione non moralistica della vita e della politica ci si scatena per i «traffici» di case e metri quadri. Non solo contro Fini, ma contro i finiani (l'ultimo sotto tiro: Luca Barbareschi). Chi fino a poco tempo fa denunciava come un'accanita intrusione negli affari privati e personali del premier la denuncia delle sue frequentazioni a Casoria e Palazzo Grazioli oggi non conosce freni e inibizioni nell'agitare la «questione morale» su compravendite e appartamenti. Persino sulle segnalazioni in Rai. Proprio loro, che dovettero subire un processo mediatico (sepolto quello giudiziario) sulle segnalazioni di Berlusconi a favore di attrici e conoscenti.

La frontiera oltrepassata, appunto. Tant'è che tra i finiani si è imposta la tentazione della rappresaglia, mettendosi a sventolare con pari veemenza acquisti di ville a prezzi stracciati, ricorso delle aziende berlusconiane a società off-shore e così via e più attuali guai affaristico-bancari dei vertici del Pdl. Ognuno rinfaccia all'altro «traffici» poco chiari. Di grande o piccola entità, ma comunque riconducibili alla categoria del non ammirevole, del non moralmente immacolato. Si seppelliscono così antiche solidarietà di coalizione, ma anche un codice della polemica che anteponeva la prudenza «garantista» all'offensiva «colpevolista». Oggi il colpevolismo è il nuovo lessico degli ex garantisti. E le ostilità, le avversioni personali, i risentimenti compressi esplodono non appena la cornice che tutto teneva assieme si sgretola. Alleanze che si sfasciano sulla questione «immorale» e nuovi abbracci con gli alleati del tempo che fu si dissolvono nella diffidenza generale, tra traffichini, trafficoni e trafficanti. C'era una volta il centrodestra.

(di Pierluigi Battista)