venerdì 21 gennaio 2011

La rosa italiana contro il cardo bolscevico


“Tre sono le credenze religiose collocate sopra tutte le altre nella universalità dei comuni giurati: la vita è bella e degna che severamente e magnificamente la viva l'uomo rifatto intiero nella libertà; l'uomo intiero colui che sa ogni giorno inventare la sua propria virtù, per ogni giorno offrire ai suoi fratelli un nuovo dono; il lavoro, anche il più umile, anche il più oscuro, se sia bene eseguito, tende alla bellezza e orna il mondo”. In nessuna Costituzione del mondo, neanche quella americana con il suo diritto “alla ricerca della felicità”, c’è un testo comparabile a quello del XIV articolo della Carta del Carnaro proclamata da Gabriele D’Annunzio l’8 settembre del 1920. Anche per questo il convegno di oggi dedicato dalla rivista “Il Berretto del Capitano” alla “Carta di Fiume 90 anni dopo” ha scelto il titolo “D’Annunzio e il canto della legge”. Come ha ricordato Giordano Bruno Guerri, presidente del Vittoriale, la stessa cittadella monumentale conserva l’originale dei 113 fogli su cui D’Annunzio vergò a mano il testo di quella Costituzione. Per assumersene la paternità, dopo che la prima bozza era stata stesa dal sindacalista Alceste De Ambris, ma anche per imprimerle i propri valori estetici, e per curare che fosse un documento di rilevanza non solo giuridica, ma anche letteraria. Appunto, “il ritmo della legge”. “La stessa dicitura Reggenza Italiana del Carnaro”, ha ricordato Guerri, “è un endecasillabo: il verso di Dante, e il verso preferito da D’Annunzio”.



Un fenomeno sia politico che letterario che giustifica la presenza al convegno di autori e romanzieri: Paolo Di Mino con “Fiume di tenebra. L'ultimo volo di Gabriele D’Annunzio”; Giulio Leoni con il giallo “E trentuno con la morte”; Gabriele Marconi con il romanzo “Le stelle danzanti”. Proprio Leoni ha osservato come in Italia una vicenda così romanzesca non solo non è entrata nell’immaginario collettivo, ma ha finito quasi per essere cancellata. Anche nei testi subito dopo il 1945 fu dedicata scarsa attenzione all’impresa di Fiume: da una parte, essa veniva identificata con il fascismo, dall'altra ricordava troppo il dramma del confine orientale. Anche il fascismo stesso, pur mobilitando una potente industria culturale al servizio dei suoi miti, non dedicò all’impresa di Fiume né un film né un fumetto. Come dice lo storico Bruno Guerri, in realtà D’Annunzio fu per Mussolini un rivale e un avversario, che il regime aveva cercato di non mettere troppo in evidenza.

 Nei sui princìpi, la Carta del Carnaro è nazionalista e corporativa, ma presenta anche aspetti fortemente libertari, come l'uguaglianza dei sessi e il pluralismo, l'“l’inviolabilità del domicilio; l’habeas corpus; il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario o di abusato potere”. Di Mino ha parlato non solo di D’Annunzio come “ultimo eroe risorgimentale” e del fiumanesimo come sintesi tra “l’azione di Garibaldi e il pensiero di Mazzini”, ma anche come un modello che avrebbe potuto contrapporsi ai totalitarismi montanti, di destra e di sinistra. In pratica, "trasformare il cardo bolscevico in rosa d'Italia", secondo uno slogan di Fiume.

Gabriele Marconi ha addirittura ipotizzato la revisione di alcune pagine della Prima guerra mondiale. Nel 1919 infatti, i granatieri di Ronchi (Monfalcone) disertarono la Grande guerra per seguire D’Annunzio nella storica impresa di Fiume. La Prima guerra mondiale, insomma, sembrava ad alcuni soldati quasi imposta, e anche quando Nitti ordinò di “riassicurare Fiume alla legalità internazionale”, si ebbe paura di una rivolta dell’intero Regio Esercito. 

“Dopo quella ‘degli antichi’ di partecipare alla cosa pubblica e quella ‘dei moderni’ di essere liberi dall’ingerenza eccessiva dello stato individuate da Benjamin Constant”, secondo il direttore del “Berretto del Capitano”, Fabrizio Di Priamo, nella Carta costituzionale di Fiume è possibile “ritrovare una terza forma di libertà del futuro. La libertà che si esprime nel dono agli altri, come nel famoso motto dannunziano ‘Io sono quel che ho donato’”. Inoltre la Reggenza italiana del Carnaro, oltre a essere stata l’ultimo episodio storico del Risorgimento, che ha dato all’Italia le sue frontiere naturali, secondo Guerri “è stata anche l’ultimo episodio del Rinascimento”, percorso dalla frenesia di costruire la Città del sole e le Città ideali.



Il presidente della Società di studi fiumani, Amleto Ballarini, ha presentato infine i numeri: dei 60.000 abitanti che aveva Fiume nel 1945, oggi gli italiani sono solo 4000. Eppure qualcosa sta cambiando: nel 1999 nel Palazzo comunale di Fiume si poté organizzare un convegno – in italiano – sulla Carta del Carnaro, invitando studiosi italiani, croati, ungheresi e austriaci. Anche il municipio croato sta celebrando i novant’anni della Reggenza con una mostra in cui, per la prima volta, il voto con cui il 30 ottobre del 1918 il Consiglio della città aveva chiesto l’annessione all’Italia è stato tradotto in croato.

(di Maurizio Stefanini)

1 commento:

  1. Non ha capito nulla di quello che ho detto, e chi ha preso appunti sa poco di storia: come facevano i granatieri a disertare la Grande guerra se l'impresa fiumana avviene un anno dopo? Ho semplicemente detto che se un intero esercito era disposto a disertare per raggiungere d'Annunzio a Fiume, vuol dire che quello che insegnano sui libri di storia, cioè che la Grande guerra era mal sopportata dai soldati, è una gran cazzata...

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