martedì 22 marzo 2011

Missione maldestra


Naturalmente, faranno anche questa. Ormai l’arroganza e l’orgia del potere incontrollato non hanno più limiti: la democrazia non è più nemmeno ridotta a un guscio formale; il rispetto di norme e convenzioni non regge davanti a un’incuranza e a un’ignoranza che non conoscono più limiti; le opinioni pubbliche non esistono più, annegate nel marasma del bla-bla televisivo e mediatico dove tutti gridano, nessuno sta a sentire e nessuno incide sulla realtà che è invece gestita da una banda di gangster e dai loro gregari.

Il mondo arabo è in fiamme, ma le notizie arrivano frammentate e quasi casuali. Lo Yemen è sull’orlo di una guerra civile; gli Emirati Arabi Uniti (gli stessi che collaborano alla missione Odissea all’alba sui cieli della Libia) usano le loro spietate polizie per soffocare nei loro paesi le richieste di libertà; la Tunisia è lasciata a se stessa, e la gente di là può solo scappare sulle carrette natanti verso Pantelleria. Gheddafi uccide. Non è la prima volta. Lo faceva anche quando era nostro amico e nostro complice; anche quando distribuiva libretti verdi ad alcune puttanelle e accettava i baciamano dei suoi soci in affari e colleghi di quel che le convenzioni obbligano ancora a definire “di governo”.

Anche altrove si ammazza, si reprime, si tortura, s’imprigiona. Ma il punto, per il democratico Occidente, non è intervenire dove più difficili sono le situazioni e più dura si fa la ferocia degli assassini. No. Il punto è scegliere secondo convenienza e al tempo stesso mostrare i muscoli.
Dopo l’esportazione della democrazia di buona irachena memoria, siamo alle “ragioni umanitarie”: e lo stesso presidente della repubblica finge di crederci; e recita la commedia del “questa-non-è-una-guerra”.

L’operazione militare Odissea all’alba, che nelle intenzioni proclamate dai suoi promotori – in primis il presidente francese Nicolas Sarkozy – avrebbe il solo scopo d’impedire pesanti ritorsioni aeree delle truppe del raìs Gheddafi sulla popolazione civile delle aree del paese libico per ora nelle mani dei “ribelli”, è scattata in modo inatteso sabato 19 marzo 2011: il presidente francese ha sorpreso “di contropiede” la comunità internazionale trascinandola in un’avventura che l’Onu ha provveduto a tempestivamente legittimare, pur non potendo celare l’imbarazzo. Una mossa avviata in modo maldestro, che ha dato luogo a una coalizione “equivoca”, nella quale gli Stati Uniti hanno dato l’impressione di essere entrati di malavoglia e solo per non cedere ai francesi il primato dell’iniziativa. Gli “alleati” che, per dirla col ministro degli esteri italiano Frattini, «non potevano essere assenti» dall’azione – un parere, questo, a dire il vero piuttosto debole che sembra tiepidamente condiviso dallo stesso presidente del consiglio – hanno l’aria di costituire un insieme alquanto eterogeneo, che va dalla Spagna alla Danimarca al Qatar. Non è né Onu, né Unione europea, né Nato.

Tutto ciò, in barba e in spregio a due princìpi che dovrebbero essere chiari. Primo, quello dell’autodeterminazione dei popoli: di tutti i popoli, non solo di quelli che qualcuno a Washington o a Parigi ritiene virtuosi. È un principio-base della convivenza e del diritto internazionale.
Serve a evitare di cadere in una jungla dove valga solo la legge del più forte. Da vent’anni, cioè dai tempi del Kosovo e della prima guerra del Golfo, se ne fa strame. Non possiamo più tollerarlo.
Secondo, quello dell’iniziativa comunitaria. Gli interventi umanitari da parte della comunità internazionale debbono esser decisi primariamente ed esclusivamente dall’Organizzazione delle Nazioni Unite: che non può andar a rimorchio di nessuno, contrariamente a quel che fece nel 2003 con gli Usa a proposito dell’Iraq e a quel che ha fatto adesso a rimorchio della Francia.
Aggiungiamo che la Nato (North Atlantic Treaty Organization) non avrebbe alcun titolo per intervenire in quel Mediterraneo nel quale invece spadroneggia; e che sarebbero ormai ora che i paesi membri dell’Unione europea, dopo aver dato tante e tanto squallide prove di sé, cominciassero ad agire di comune accordo fra loro – e senza aspettare il placet americano o farsi travolgere dei fulmini di guerra degli emuli del Bonaparte – e a tracciare insieme un abbozzo di comune politica di difesa.

Infine, l’Italia avrebbe avuto tutti i titoli storici e geopolitica per avanzare una seria ed energica proposta mediatrice tra Gheddafi e gli insorti: avrebbe dovuto farlo energicamente e tempestivamente, e a tal fine avrebbe dovuto chiedere con forza un mandato internazionale.
Ma, per fare cose come queste, ci vuole un governo. Non una “loggia coperta”, o un’organizzazione volta a organizzare profitti e festini, o un’organizzazione a delinquere.

(di Franco Cardini)

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