mercoledì 1 giugno 2011

E i comunisti presero la provetta


Uno degli episodi più esilaranti e geniali della contestazione del 1977 fu la comparsa nelle librerie di un volume Einaudi a firma di Enrico Berlinguer: Lettere agli eretici. Epistolario con i dirigenti della nuova sinistra italiana. Un falso di ottima fattura – prefazione di Giulio Einaudi, veste grafica identica a quella della collana Nuovo Politecnico, numero 99 – tanto che è facile trovarlo ancora nelle biblioteche catalogato per autore sotto il nome di Berlinguer. Fu ritirato dalla circolazione e ci furono strascichi legali. I libri di cui era annunciata l’uscita sulla quarta di copertina non videro (purtroppo) mai la luce: 100. Antonio Negri, La tutela del posto di lavoro durante i sommovimenti sociali. Considerazioni personali; 101. Umberto Eco, Trattato del saper scrivere di nulla; 102. Longo, Vidali, La soluzione finale della questione anarchica in Spagna…

Lo scritto fu partorito dal milieu situazionista, oggi viene attribuito a Pierfranco Ghisleni, ed era un’analisi politica spietata sotto il velo della parodia. Il plumbeo segretario del Pci, attaccato dalla sinistra movimentista per l’immobilismo e il tradizionalismo piccolo-borghese, si rivolgeva ad alcune figure simboliche della sinistra «eretica» e dell’ondata libertaria post-sessantottina: Marco Pannella per i radicali, Adele Faccio per le femministe, Andrea Valcarenghi per la liberalizzazione delle droghe, Angelo Pezzana per la rivoluzione omosessuale, gli indiani metropolitani, eccetera. A tutti costoro, tra distinguo e surreali rilievi critici, il moralista Berlinguer apriva le porte del dialogo auspicando – come oggi si suol dire – una contaminazione culturale.

Era in sostanza la messa alla berlina dell’ambiguità del Pci e del suo leader nello specifico, che si ponevano di fronte alle masse come difensori dei valori della classe operaia mentre lavoravano alla diffusione delle più venefiche tossine del capitalismo nel corpo della società italiana. Un anno dopo Augusto Del Noce avrebbe formalizzato la tesi ne Il suicidio della Rivoluzione: il comunismo in versione gramsciana era un fenomeno intrinseco alla società radicale, il suo esito era quello di permettere allo spirito borghese di realizzarsi allo stato puro. Il Berlinguer delle Lettere agli eretici torna in mente leggendo Bioetica come storia, a cura di Lucetta Scaraffia (Lindau, pp. 246, euro 23): un saggio a più mani frutto di un progetto di ricerca finanziato dal Centro universitario cattolico. In particolare il primo capitolo firmato da Andrea Possieri, che si sofferma sugli anni ’70 e su come i temi bioetici furono trattati da due riviste di sinistra: Noi donne, periodico dell’Udi (Unione donne italiane), la più grande organizzazione femminile, e Donne e politica, rivista della sezione femminile del Pci. La prima era una rivista «ponte» con il mondo femminista, ruotava nell’orbita culturale comunista ma a debita distanza e aveva un taglio molto popolare.

Nel 1972 era possibile trovare nella sua rubrica delle lettere un’apologia della fecondazione assistita, allora agli albori, in chiave di liberazione della donna: «Prima o poi dovrà pur essere possibile mettere in un’incubatrice un uovo femminile e un seme maschile e tornare 9 mesi dopo a ritirare il bambino; se ne parla ancora per scherzo, ma non credo sia più difficile che andare sulla Luna. A questo punto non ci sarebbero più che delle differenze insignificanti fra l’uomo e la donna». Nel 1973 sempre Noi donne dedicava un’entusiastica attenzione al medico statunitense John Mooney, il primo a formulare il concetto di identità di genere, e al suo libro Man and Woman, boy and girl, tradotto più tardi da Feltrinelli. In quel testo veniva presentata la vicenda di un bambino, Bruce Reimer, che aveva perso l’uso del pene a causa di un incidente durante una circoncisione chirurgica. I suoi genitori avevano chiesto ausilio al luminare Mooney, che aveva sperimentato in corpore vili le sue teorie. Aveva convinto cioè i genitori a procedere con una castrazione e a crescere il figlio come una figlia, per dimostrare che l’identità di genere era una questione eminentemente culturale e non di natura. Il finale della storia sarebbe stato scritto nel sangue oltre trent’anni dopo: Bruce, cresciuto come Brenda, si sarebbe suicidato nel 2004 dopo aver scoperto di essere stato vittima di un esperimento psico-sessuale e aver tentato di recuperare la sua identità maschile, con un travaglio esistenziale indicibile.

Con lo stesso piglio Noi Donne si occupò anche di contraccezione chimica, di tecniche abortive, di Ru486. L’anticipo sui tempi era tale che quando nel 1978 nacque Louise Brown, la prima bimba concepita in provetta, mentre il mondo rimase stupefatto o scioccato, la rivista dell’Udi accolse favorevolmente la notizia ma con aplomb, ricordando come l’obiettivo di slegare totalmente la maternità dal sacrificio della gravidanza era lungi dall’essere raggiunto. Parallelamente negli anni ’70 Donne e politica, riflettendo l’atteggiamento «moderato» sulle questioni etiche del Pci e della sua pubblicistica ufficiale, si tenne sostanzialmente alla larga dalla nuova frontiera della bioetica, continuando ad occuparsi della condizione femminile in chiave di conquiste della classe lavoratrice. Un tema come la contraccezione, presente in pochissimi articoli, veniva trattato con un’ottica banalmente marxista, che tendeva a sottolineare soltanto il privilegio di pochi e il rischio del mercantilismo. Di discorsi futuristici su provette e ricerca sugli embrioni nessuna traccia. Sull’aborto, ancora nell’agosto del 1980, in prossimità del referendum, la rivista pubblicò un duro editoriale contro sia Carlo Casini che Marco Pannella, colpevoli in pari grado di mettere in discussione la legge 194. Ma il gioco delle parti durò poco. Già a metà degli anni ’80, con i muri delle ideologie ormai scricchiolanti, Donne e politica dedicò un intero numero alla fecondazione assistita («L’autodeterminazione non è a senso unico – scriveva Livia Turco nell’editoriale –, vale anche per la procreazione»).

Nel 1988 all’Istituto Gramsci dialogarono su «Questioni di vita. Scienza, etica e diritto» Maurizio Mori e Luciano Violante, Stefano Rodotà e Giovanni Berlinguer (quest’ultimo, guarda un po’, era stato anche il primo nell’ambito delle Frattocchie ad occuparsi di bioetica). Nel 1989, all’ultimo congresso del Pci, le tematiche femministe entrarono nella nuova carta d’identità comunista. E in quella post-comunista entrò la tecnoscienza a servizio della democrazia dei desideri. Le eresie fintamente temute in passato divennero alla fine magistero.

(di Andrea Galli)

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