domenica 7 ottobre 2012

La guerra sporca dei partigiani e dei fascisti


Questo libro va contro una leggenda che resiste inalterata da un'infinità di anni. La leggenda sostiene che esistano guerre sporche e guerre pulite. La mia opinione è diversa: tutti i conflitti armati sono sporchi delle vite sottratte a chi vi partecipa o ne rimane coinvolto. In ogni caso, su entrambe le parti in lotta cade sempre una pioggia rossa: una pioggia di sangue. Da dove mi arriva questa immagine? Anni fa avevo scritto un libro su un personaggio quasi sconosciuto: il sardo Andrea Scano, un partigiano comunista espatriato di nascosto in Jugoslavia dopo la conclusione della guerra civile. Era ricercato dai carabinieri perché raccoglieva armi e munizioni in vista di una rivoluzione proletaria. Dopo essere vissuto da latitante a Fiume, ormai diventata una città jugoslava, era finito nel gulag più orrendo del maresciallo Tito, quello creato a Goli Otok, l'Isola Calva. E qui era rimasto per tre anni, torturato da una sequenza infinita di orrori. Scano era un poeta dilettante e non aveva mai pubblicato nulla. Una delle poesie in cui mi ero imbattuto diceva a proposito di quel campo di sterminio: “Guarda il cielo e copriti, una pioggia di sangue potrebbe bagnarti, una pioggia di sangue sull'isola cadrà”. Il povero poeta ricorreva a quell'immagine per descrivere le guerre che aveva attraversato. La guerra civile in Spagna, combattuta da militante di terza o quarta fila in una Brigata internazionale. Poi la guerra civile italiana, iniziata da terrorista dei Gap, i guerriglieri di città mandati in azione dal Pci. Infine la guerra ideologica che divideva l'Europa e che per Scano si era risolta nella lunga prigionia dentro l'inferno di Goli Otok. Un comunista ridotto in schiavitù da altri comunisti. La sua storia, pubblicata nel 2004 con il titolo Prigionieri del silenzio, mi confermò che avevo fatto bene a scrivere Il sangue dei vinti, uscito l'anno precedente. Quel libro aveva prodotto due mutamenti profondi nel mio percorso di narratore della guerra civile. Innanzitutto mi aveva condotto all'incontro con una parte della società italiana che conoscevo poco e da lontano: il mondo dei fascisti sconfitti. (Dall'Introduzione - La pioggia rossa).

Fu un'epoca torbida e atroce. Il bagno di sangue sarebbe durato sino all'aprile 1948. Per poi cessare davanti alla spettacolare vittoria della Dc di Alcide De Gasperi contro il Fronte popolare guidato da Palmiro Togliatti e da Pietro Nenni. Ma il bilancio di quella guerra dentro il dopoguerra si rivelò mostruoso. L'Italia moderna non aveva mai conosciuto una violenza tanto brutale ed estesa nel tempo. Anzi, per rispettare la verità, non la conobbe subito. Nel crescere, Enrico si rese conto che i vincitori avevano nascosto i loro delitti. Diventati un segreto da custodire con un rigore da becchini inflessibili. Ma quel segreto ne conteneva un altro, anch'esso taciuto. Riguardava la seconda metà della storia: la reazione dei fascisti alle mattanze. Non tutti i militanti della Rsi erano caduti davanti ai plotoni d'esecuzione rossi. E una parte dei sopravvissuti era rimasta in libertà (...). 

Per questo motivo, parecchi si chiedevano che cosa facessero i pochi o i tanti repubblicani scampati alle mattanze. Si limitavano a nascondersi? Tentavano di fuggire all'estero? Perché, a loro volta, non si vendicavano sui vincitori? Forse avrebbero potuto farlo, con qualche azione esemplare. Uccidendo un comandante partigiano. Oppure un esponente del Pci, il partito che nel primo dopoguerra aveva il monopolio delle armi e delle esecuzioni. Eppure bastava riflettere per trovare una spiegazione di quell'inerzia. Il mondo del fascismo di Mussolini, durato per più di vent'anni, si era dissolto. La sconfitta lo aveva annullato per sempre. Lo spettacolo orrendo del Duce appeso a piazzale Loreto era rimasto inciso nella memoria di quanti avevano combattuto sino all'ultimo per lui. Come un monito a non rialzare più la testa. Il regime appariva un cumulo di macerie, non soltanto fisiche, ma morali ed esistenziali. Valeva la pena di reagire in nome di una storia finita? Tuttavia, anche nel clima trionfale della vittoria antifascista qualcosa accadde. Nella città di Enrico emerse una storia di segno opposto. Fu una vicenda oscura che aiutava a comprendere la strategia del Partito comunista. I capi del Pci avevano lasciato mano libera ai loro partigiani che passavano da un delitto all'altro. Ma nello stesso tempo, Togliatti si era mosso con astuzia, seguendo un progetto diverso. Era di accettare nel Pci tutti i fascisti che domandavano di aderire al Partitone rosso. Del resto, perché respingerli? Se chiedevano la tessera con la falce e martello significava che erano convinti di aver sbagliato e volevano redimersi. Il partito doveva essere pronto ad accoglierli. Soprattutto quando si trattava di intellettuali o di giovani. Nella testa di Togliatti questa politica presentava più di un vantaggio. Consentiva al Pci di mostrarsi un partito aperto al dialogo e alla convivenza pacifica tra fazioni che si erano combattute sino all'ultimo. Rafforzava la struttura organizzativa. E permetteva di acquisire quadri politici e culturali che era bene non trascurare, evitando il rischio di vederli assorbire da altri partiti, per prima la Democrazia cristiana. (Dal capitolo 33 - Il fasciocomunista).

(di Giampaolo Pansa)

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Ormai, quello con Giampaolo Pansa è diventato un appuntamento. Allo scoccar dell'autunno, o poco dopo, esce un suo nuovo libro dichiaratamente ispirato alla revisione storica, dunque fatto apposta per dispiacere ai "gendarmi della memoria".Si tratta degli strenui difensori di una lettura di Resistenza ed RSI in chiave accesamente "sinistrese" e spudoratamente manichea, con i fascisti che facevano una guerra brutta, sporca e cattiva, a sostegno della dittatura, e i partigiani belli, puliti e buoni che combattevano in nome della democrazia.

Pare impossibile, ma a settant'anni dagli eventi, c'è ancora chi la vede in questo modo e si indigna col "revisionista" Pansa. Il quale allegramente "se ne frega" (si può dire o è una espressione "fascista"?). E lo dimostra col suo ultimo libro "La guerra sporca dei fascisti e dei partigiani" dove, intendiamoci, non fa sconti a nessuno. E lo dimostra subito dicendomi: "Mi hanno rotto le scatole (ma il termine usato dal giornalista e storico monferrino è decisamente più forte…) con la retorica. Non esistono guerre sporche e guerre pulite. E la guerra civile è la più sporca di tutte. Una vera e propria malattia che scatena il fanatismo più feroce e trasforma gli uomini in bestie. Non è vero che i partigiani comunisti combattevano per la libertà: si battevano per la dittatura, sognavano di costruire una democrazia popolare schierata con l'Unione Sovietica. La loro idea di 'liberazione' non corrispondeva a quella dei partigiani bianchi, monarchici, liberali, cattolici: tutti "borghesi" con cui fare i conti non appena se ne presentasse l'occasione. Poi, le cose sono andate diversamente. Anche se comunisti e post-comunisti il "cappello" ideologico sulla Resistenza ce l'hanno messo. E vorrebbero continuare a tenercelo. Oltretutto trattando da fascista chi cerca di restituire ai vinti la memoria, l'identità e la dignità". Pansa lo fa da anni, beccandosi ingiuriose reprimende da parte di accademici spocchiosi. Chissà se faranno ammenda dopo aver letto "La guerra sporca…". Costruito sul modulo letterario consolidato del "dialogo a due", che passa in rassegna uomini ed eventi- in questo caso, è il farmacista Evasio Z. che "narra" e "spiega" al nipote Enrico, un adolescente pieno di curiosità, il dramma italiano della guerra e della guerra civile.

(di Mario Bernardi Guardi)

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