domenica 26 settembre 2010

Il futuro? Sarà populista


«Non sottovalutate mai il potere del popolo», ha spiegato Christine O'Donnell, candidata sostenuta dal Tea Party, dopo aver vinto le primarie repubblicane in Delaware. «Noi non siamo un partito, siamo un popolo», ha detto Silvio Berlusconi ai suoi sostenitori. «Noi siamo gente del popolo», ha precisato Mario Borghezio, europarlamentare della Lega nord in un talk-show su La7. E ci sarà molto "popolo viola" oggi a Cesena alla Woodstock di Beppe Grillo con lo slogan (e soprattutto il libro in libreria) «Prendiamoci il futuro», mentre il popolo della rete non si capisce chi sia, ma c'è sempre. Ma se il futuro è populista, il passato e il presente che colpe hanno?

Le fratture sociali, con la mancata efficace transizione dalle economie industriali e nazionali a quelle globali, e la paura dello straniero, sotto forma di immigrazione da governare, fanno sì che s'aggiri per l'Europa lo spettro del populismo, che poi torna buono quando ci sono le elezioni anche ai partiti dei più buoni.

«Almeno in Europa», spiega Marco Tarchi, docente di scienze politiche a Firenze e autore nel 2003 di un libro dal titolo L'Italia populista. Dal Qualunquismo ai girotondi, «è sotto gli occhi di tutti che il futuro è populista. In America è diverso, lì è trasversale. Anche Obama è stato accusato di populismo».

Ma da che cosa nasce questo flusso continuo di malumori che si trasformano in odio e in x sulla scheda elettorale, «se non dalla questione immigrazione, come primo elemento, e dalla corruzione della politica, perduto il motore dell'ideologia, come secondo elemento»? Ovviamente la novità – Tarchi lo aveva già scritto nel libro del 2003 – è che venature di questo tipo si colgono forti anche a sinistra, per esempio nella Die Linke tedesca. Ricorda Tarchi che già vent'anni fa gli studiosi iniziavano a prevedere che sarebbero potuti nascere «movimenti populisti capaci di raccogliere fino al 15 per cento dei consensi, oggi siamo lì». Perché sono molte le grandi e antiche linee di frattura – centro/periferia, Stato/Chiesa, datori di lavoro/lavoratori – ma a queste oggi si è aggiunta «la difficile gestione di una società multietnica e multiculturale». Le linee di frattura creano le posizioni radicali e un fronte molto vivo di conflittualità. «Fino ad alcuni anni fa si pensava che certi paesi potessero essere immuni da questi fenomeni: l'Olanda, la Gran Bretagna, la Svezia. Esempi travolti».

E la causa di questo muro infranto? «Un cortocircuito di mentalità populista e imprenditori politici che la sfruttano. Così il carburante oggi è sparso un po' ovunque. Perché un po' ovunque destra e sinistra stanno vivendo un processo di acquisizione di una mentalità politica professionale che crea un forte distacco del pubblico elettorale», dunque altri, non i partiti tradizionali, cercano di interpretare i «brontolii» e di sollecitarli. La tentazione populista, inoltre, affascina sempre più strati dell'opinione pubblica «perché il ceto medio è il grande perdente di questa fase storica», però c'è un elemento positivo nel fatto che esistono ancora «partiti che hanno la capacità di trattenere nel sistema questi movimenti, senza farli diventare antisistema. Il populismo gestito è un fenomeno sistemico. È improbabile che questi partiti raggiungano da soli la maggioranza, ma è sempre più probabile che abbattano il muro dell'illegittimità». Può esistere un populismo senza capopopolo? Per Tarchi, è molto difficile: «Il popolo ha bisogno di un suo ventriloquo per parlare con una sola voce».

L'Italia è all'avanguardia su questo fronte, dice Luciano Canfora, ordinario di Filologia greca e latina presso l'Università di Bari. «Se dovessi, sotto tortura, dare una definizione di populismo, direi che è l'unione di un capo carismatico e di un movimento in cui l'elemento irrazionale prevale. Queste due cose stanno assieme di solito perché un capo indica un nemico. Per esempio, il nazionalsocialismo riversò contro gli ebrei tutte le frustrazioni proletarie e, come dice August Bebel, l'antisemitismo è il socialismo degli imbecilli». Però Canfora non pensa che il populismo sia un fenomeno nuovo, «se non forse per gli esempi di caudillismo dell'America latina», insomma «non è un incubo futuro», c'è sempre stato. Semmai «nel periodo ideologico, termine che io uso in senso buono, ci sono state delle parentesi positive, come dal 1945 al 1950, al momento della nascita delle Costituzioni europee. Ma già nel '56 Pierre Poujade eleggeva 50 deputati in Francia e non è che Jean-Marie Le Pen sia molto diverso». L'origine di questi fenomeni, anche per Canfora, è sociale, «è quello che aveva capito Adolf Hitler», il problema è che o si fanno riforme vere «oppure è più facile additare un nemico. Freud direbbe che c'è un Es scatenato contro un nemico che non è tale, come nel caso degli extracomunitari». Sarà anche che le nuove tecnologie, l'informazione accelerata, aiutano la diffusione del virus? «Ma vale anche il contrario, le stesse tecnologie dovrebbero servire pure a controllare queste pulsioni. Le tecniche sono tutte neutrali. I problemi vengono dalle fratture sociali».

Altre «ragioni strutturali inducono a prevedere una stagione di populismo», spiega Agostino Giovagnoli, professore di Storia contemporanea all'Università Cattolica di Milano. Perché siamo passati da società «in cui contavano le opinioni pubbliche, come contrappeso agli esiti elettorali, a società in cui il ruolo delle opinioni pubbliche si è affievolito». Perché i circuiti rapidi e diretti della comunicazione impongono nuove forme alla politica. «La svalutazione della carta stampata, internet e la tv hanno rivoluzionato le cose, ma al fondo del fenomeno c'è sempre una ragione sociale: la centralità del cittadino consumatore è diventata l'essenza stessa della politica». Se per Giovagnoli è difficile che questi fenomeni si trasformino in nuove, vere forme di rappresentanza, è più facile che influenzino tutto il campo della politica, perché «è in crisi il sistema stesso della rappresentanza, la democrazia delegata». A voler vedere un elemento di ottimismo, ci potrebbe perfino essere, e in parte c'è già, anche «essere uno sbocco positivo: venivamo da una democrazia elitaria, dunque erano prevedibili» forme di apertura a metodi di partecipazione più ampia e diretta, «il problema è che i partiti che sono in difficoltà usano il populismo per rafforzarsi, come dimostra perfettamente il caso di Nicolas Sarkozy in Francia sulla questione dei Rom». L'elemento più preoccupante, invece, «è la morte della cultura politica, nel senso che il dibattito non è più sulle cose, sulle riforme». Ma, «giochi di parole a parte», che differenza c'è tra il popolarismo, tradizione italiana, e il populismo? «Il popolarismo evoca qualcosa di antico, una politica che sapeva cogliere e trattenere interessi collettivi. Oggi questi interessi sono molto difficili da interpretare. Il moderno populismo, invece, nasce dalla rivoluzione dei consumi, un'evoluzione storica che inizia negli anni 80».

Ottana, tre fucilate contro la casa del sindaco


Cinquecento grammi di gelatina e nitrato d'ammonio. Che deflagrano fuori dalla porta dell'Eiss, l'ente privato che eroga servizi sociali in paese. Provocando gravissimi danni. E, nemmeno cinque minuti dopo, tre fucilate sparate da un calibro 12 alle finestre della casa del sindaco Gian Paolo Marras, 40 anni, ex cassintegrato Legler, eletto a maggio. Con i pallettoni che bucano i vetri, rimbalzano su muri e soffitto. Feriscono a un polso la moglie Maria Grazia. Sfiorano la bimba di quattro anni. E arrivano dentro la culla del suo fratellino di due mesi.

Questo il bollettino di guerra della notte di Ottana. Che, miracolosamente, non registra nessun ferito. Ma lascia il paese intero sgomento. Con decine di persone, svegliate ieri a mezzanotte e quarantacinque dall'esplosione che sconquassa la palazzina gialloverde a pochi metri dal Comune, che da mattina si dividono incredule tra il centro sociale distrutto e la casa del sindaco, che irremovibile annuncia: «Mi dimetto».

Tutto accade in pochi minuti. Manca un quarto d'ora all'una quando il sonno dei 2500 abitanti del comune barbaricino è interrotto da un boato fortissimo. Arriva dall'Eiss, un ente privato che da qualche decennio lavora in collaborazione con Comune e Regione erogando servizi sociali. Carabinieri e polizia si mettono in moto e arrivano sul posto. Lo spettacolo che trovano è spettrale.

La porta della piccola palazzina in via Libertà è sventrata. Come la tettoia sovrastante. Sulla soglia un buco profondo una decina di centimetri segna dove la bomba è esplosa. Le finestre, anche una del vicino Comune, spaccate. Sulla strada vetri e detriti. Dentro calcinacci e mobilia in pezzi dappertutto.

Non c'è però nemmeno il tempo di rendersi conto della situazione. È circa l'una quando al centralino dei carabinieri arriva la telefonata disperata del sindaco Gian Paolo Marras. Stanno sparando alle finestre di casa sua. Sventagliate di pallettoni. La moglie è ferita.

I carabinieri della compagnia di Ottana, guidati dal capitano Antonio Parillo, si catapultano nella villetta di pietra e tufo di via Boeddu. Dove l'ex cassintegrato Legler, eletto a maggio nella civica «Noi per il futuro» vive con la moglie Maria Grazia Puddu e i due figli: una di quattro anni e uno di due mesi.

Anche qui la scena che si presenta è surreale. Tre delle quattro finestre della facciata sono crivellate dai colpi. I pallettoni, esplosi da un fucile da caccia calibro 12 dal muretto che delimita il giardino, hanno sfondato i vetri. Sono rimbalzati sul soffitto. Nella stanza di destra del piano di sopra, la prima a essere colpita, dormivano il sindaco, la moglie, e i due bambini ai due lati del letto. Quando i colpi sono arrivati i vetri spaccati hanno coperto il lettino della bimba. Che si è alzata urlando. Poi i pallettoni sono rimbalzati su muro e soffitto. Uno è finito vicino al polso della moglie Maria Grazia, bruciandola. Un altro si è appoggiato inerte nella culla del bimbo.

Il fuciliere sente le urla ma non si ferma, e spara altre due colpi sulle finestre del piano di sotto. Con i pallettoni che sfiorano la gamba del sindaco. Che scendeva le scale per prendere il telefono e avvisare i carabinieri. Arriva il 118, la moglie di Marras è ferita, ma rifiuta il ricovero «devo allattare» spiega. Entrambi sono sotto choc.

La notte passa veloce, e dopo poche ore Ottana si sveglia ferita. Volontari e impegati svuotano l'Eiss dalle macerie, mentre a pochi metri i bambini delle elementari fanno lezione. Gli artificieri dell'arma hanno già fatto i rilievi. La bomba era una micidiale miscela di gelatina e nitrato d'ammonio.

A poche centinaia di metri amici, familiari, ex compagni di lavoro, consiglieri comunali, semplici cittadini, portano la loro solidarietà al sindaco. Che, con la faccia tirata e la paura negli occhi, trova l'energia per una riunione straordinaria nella taverna di casa. C'è da annullare il consiglio previsto nel pomeriggio. Da fissare un'assemblea nei prossimi giorni. Da annunciare le proprie «irrevocabili» dimissioni.

In un attimo il cielo si gonfia di pioggia. E un velo plumbeo di tristezza e paura cala sulla nobile decaduta dell'industria della Sardegna centrale. Che, invece di risollevarsi, sembra cadere ogni giorno un po' più in giù.

sabato 25 settembre 2010

Fli? Niente a che vedere con la Nuova Destra

Si può ancora parlare di ideologia politica? Esiste ancora un'etica della responsabilità politica che vada oltre i giochi di potere e le dinamiche di partito? I pensieri «progressisti» della Nuova Destra degli anni 70 e 80 possono trovare un parallelo con il neonato Futuro e Libertà di Gianfranco Fini? Questi e a molti altri interrogativi hanno animato l'incontro tra Marco Tarchi (già ideologo della Nuova Destra, ora docente di scienza politica all'Università di Firenze e autore del volume «La rivoluzione impossibile») e il sottosegretario allo Sviluppo Economico Stefano Saglia.

Attraverso una serie di domande, più o meno provocatorie, i due hanno discusso dell'attività politica di Tarchi nel passato e della politica di oggi, alla luce dell'esperienza dell'onorevole Saglia. «Paragonare le mosse del presidente della Camera Fini a quelle della Nuova Destra missina non sarebbe corretto - spiega l'onorevole Stefano Saglia - la metapolitica dei primi, alla perenne ricerca di provocazioni culturali che smuovessero l'Msi, non ha nulla a che fare con il desiderio di arrivare al potere del secondo». E poi l'affondo: «Gianfranco Fini, dopo aver sopportato a fatica l'ascesa al potere del premier Berlusconi ora vuole sostituirsi a lui e salire sul carro dei vincitori che riusciranno a sconfiggere il presidente del Consiglio. Una mossa che non mi piace per niente».

Volendo proseguire con i parallelismi: la Nuova Destra poteva considerarsi il lato progressista dell'Msi, così come Futuro e Libertà lo è oggi per il Pdl? «A giudicare dalla mia esperienza nella metapolitica missina direi di no - assicura Marco Tarchi - la Nuova Destra non era modernista e non cercava accesso ai salotti buoni, erano solo le idee a muovere la nostra ritrovata voglia di ideologia». Quella di Futuro e Libertà - osserva l'onorevole Saglia - «è un dietro front nei confronti di temi, quali la bioetica e l'immigrazione, che fino a tre anni erano stati affrontati in tutt'altro modo»

Gianfranco traditore e ladro di sogni


Io so chi c’è dietro le carte che accusano Fini. So chi le ispira, conosco bene il mandante. Non c’entra affatto con Palazzo Chigi, i servizi segreti, il governo di Santa Lucia. È un ragazzo di quindici anni che si iscrisse alla Giovane Italia. Sognava un’Italia migliore, amava la tradizione quanto la ribellione, detestava l’arroganza dei contestatori almeno quanto la viltà dei moderati, e si sedette dalla parte del torto, per gusto aspro di libertà. Portava in piazza la bandiera tricolore, si emozionava per storie antiche e comizi infiammati, pensava che solo i maledetti potessero dire la verità.

Quel ragazzo insieme ad altri coetanei fondò una sezione e ogni mese facevano la colletta per pagare tredicimila lire di affitto, più le spese di luce, acqua e attività. Si tassavano dalla loro paghetta ma era solo un acconto, erano disposti a dare la vita. Il ragazzo aveva vinto una ricca borsa di studio di ben 150mila lire all’anno e decise di spenderla tutta per comprare alla sezione un torchio e così esercitare la sua passione politica e anche di stampa. Passò giorni interi da militante, a scrivere, a stampare e diffondere volantini. E con lui i suoi inseparabili camerati, Precco, Martimeo, il Canemorto, e altri. Scuola politica di pomeriggio, volantini di sera, manifesti di notte, rischi di botte e ogni tanto pellegrinaggi in cerca di purezza con tricolori e fazzoletti al collo. Erano migliaia i ragazzi come lui. Ce ne furono alcuni che persero la vita, una trentina mi pare, ma non vuol ricordare i loro nomi; lo infastidiva il richiamo ai loro nomi nei comizi per strappare l’applauso o, peggio, alle elezioni per strappare voti. Perciò non li cita. Sa solo che uno di quei ragazzi poteva essere lui.

È lui, il ragazzo di quindici anni, il vero mandante e ispiratore delle accuse a Fini. Non rivuole indietro i soldi che spese per il torchio, per mantenere la sezione, per comprare la colla. Furono ben spesi, ne va fiero. Non rivuole nemmeno gli anni perduti che nessuno del resto può restituirgli, le passioni bruciate di quel tempo. E nemmeno chiede che gli venga riconosciuto lo spreco di pensieri, energie, parole, opere e missioni che dedicò poi negli anni a quella «visione del mondo». Le idee furono buttate al vento ma è giusto così; è al vento che le idee si devono dare. Quell’etichetta gli restò addosso per tutta la vita, e gli costò non poco, ma seppe anche costruirvi sopra qualcosa. No, non chiede indietro giorni, giornali, libri, occasioni e tanto tanto altro ancora.

Però quel che non sopporta è pensare che qualcuno, dopo aver buttato a mare le sue idee e i loro testimoni, dopo aver gettato nel cesso quelle bandiere e quei sacrifici, dopo aver dimenticato facce, vite, morti, storie, culture e pensieri, possa usare quel che resta di un patrimonio di fede e passione per i porci comodi suoi e del suo clan famigliare. Capisce tutto, cambiare idee, adeguarsi al proprio tempo, abiurare, rinnegare, perfino tradire. Non giustifica, ma capisce; non rispetta, ma accetta. È la politica, bellezza. E figuratevi se pensa che dovesse restare inchiodato alla fiamma su cui pure ha campato per tanto tempo. Però quel che non gli va giù è vedere quelle paghette di ragazzi che alla politica dettero solo e non ebbero niente, quei soldi arrotolati di poveracci che li sottraevano alle loro famiglie e venivano a dirlo orgogliosi, quelle pietose collette tra gente umile e onesta, per tenere in vita sezioni, finire in quel modo. Gente che risparmiava sulla benzina della propria Seicento per dare due soldi al partito che col tempo finirono inghiottiti in una Ferrari. Gente che ha lasciato alla Buona Causa il suo appartamento. Gente che sperava di vedere un giorno trionfare l’Idea, come diceva con fede grottesca e verace. E invece, Montecarlo, i Caraibi, due, tre partiti sciolti nel nulla, gioventù dissolte nell’acido. È questo che il ragazzo non può perdonare.

Da Berlusconi il ragazzo non si aspettava nulla di eroico, e neanche da Bossi o da Casini. E nemmeno da Fini, tutto sommato. Capiva i tempi, i linguaggi e le esigenze mutate, le necessità della politica, il futuro... Poteva perfino trescare e finanziare la politica con schifose tangenti; ma giocare sulla pelle dei sogni, giocare sulla pelle dei poveri e dei ragazzini che per abitare i loro sogni si erano tolti i due soldi che avevano, no, non è accettabile.

Attingere da quel salvadanaio di emarginate speranze è vergognoso; come vergognoso è lasciare col culo per terra tanta gente capace e fedele nei secoli, che ha dato l’anima al suo partito ed era ancora in attesa di uno spazio per loro, per favorire con appaltoni rapidi e milionari il suddetto clan famigliare. Lui non crede che il senso della vita sia, come dice Bocchino in un’intervista, «Cibo, sesso e viaggi» (si è scordato dei soldi).

Il vero ispiratore e mandante dell’operazione è lui, quel ragazzo di quindici anni. Si chiama Marcello, ma potrebbe chiamarsi Pietrangelo o Marco. Non gl’interessa se Gianfrego debba dimettersi e andarsene all’estero, ai Caraibi o a Montecarlo, o continuare. Lo stufa questo interminabile grattaefini. È pronto a discutere le ragioni politiche, senza disprezzarle a priori. Sentiremo oggi le sue spiegazioni (ma perché un videomessaggio, non è mica Bin Laden). Però Fini non ha diritto di rubare i sogni di un ragazzo, di un vecchio, di un combattente. Non ha diritto di andarsi a svendere la loro dignità, i loro sacrifici, le loro idee. Non può sporcare quel motto di Pound che era il blasone di quei ragazzi; loro ci hanno rimesso davvero, lui ci ha guadagnato. Quel ragazzo ora chiede a Fini solo un piccolo sforzo, adattare lo slogan alla situazione reale e dire: se un uomo è disposto a svendere casa, o non vale niente la casa o non vale niente lui. E la casa valeva.

(di Marcello Veneziani)

Le domande e la decenza


Il videomessaggio promesso per le prossime ore dovrà essere il momento della verità per Gianfranco Fini. Si tratta di una scelta giusta, anche se tardiva, perché il presidente della Camera avrà la possibilità di chiarire tutti gli aspetti ancora oscuri della vicenda della casa di Montecarlo. E anche di dare una risposta convincente a un'opinione pubblica frastornata da tutto ciò che è accaduto e sta accadendo in questi giorni: l'apertura di una delle pagine più torbide e avvilenti della politica italiana, mai come oggi macchiata da sospetti, guerre di dossier, insinuazioni, denigrazioni, lotte di potere che finiscono per infangare, insieme, ruoli istituzionali e apparati di sicurezza.

Dovrà dire, come già il Corriere ha provveduto a chiedere nell'agosto scorso, come mai la casa di Montecarlo, eredità di Alleanza Nazionale, sia finita nella disponibilità del «cognato» Giancarlo Tulliani: il «disappunto» e lo sconcerto già evocati dal presidente della Camera non bastano. Dovrà dire qualcosa sul contratto di compravendita a una società off-shore. Sull'asserita congruità del prezzo di vendita dell'immobile. Dovrà dire se in questi mesi tormentati ha chiesto al signor Tulliani ragguagli sulla titolarità della (anzi delle) società che hanno acquistato la casa per poi affittarla allo stesso soggetto che se n'era fatto intermediario. E soprattutto, davvero sopra ogni altra cosa, quale risposta il presidente della Camera ha ricevuto dal signor Tulliani.

Sinora Fini ha dichiarato di confidare nelle indagini della magistratura. Non è sufficiente. Oltre agli (eventuali) reati esistono i comportamenti: lo stesso «codice etico» che a Mirabello Gianfranco Fini ha dichiarato di voler stilare a tutela dell'onore della politica. La sua non dovrà essere una risposta ai magistrati, ma alle istituzioni, alla politica, e persino a quella fetta di opinione pubblica che guarda con interesse alle posizioni del presidente Fini. Le risposte le deve Fini, ma anche il premier. È vero che uomini a lui vicini (o gli stessi servizi che dipendono da Palazzo Chigi) hanno contribuito a costruire dossier per demolire la figura pubblica della terza carica dello Stato? Accusa degli alleati, non dell'opposizione.

Solo così è possibile fermare quella spirale di imbarbarimento della lotta politica che lascia allibita e sgomenta l'opinione pubblica incapace di rassegnarsi all'idea che la guerra nella maggioranza non abbia nessuna attinenza con i contenuti, ma con un avvitarsi sempre più disinibito nei gorghi delle rappresaglie, dei colpi bassi e dei massacri mediatici. È incredibile che il conflitto politico abbia come incontrastati protagonisti faccendieri e avventurieri, autentiche barbe finte (o un po' posticce), accompagnatori, investigatori, carte intestate di paradisi fiscali, siti caraibici che prima anticipano notizie bomba e poi fanno sparire le notizie anticipate, precari ministri della Giustizia che, sia detto con il massimo rispetto per il governo sovrano di Saint Lucia, difficilmente appaiono paragonabili a luminose figure di studiosi del diritto come Giuliano Vassalli o Giovanni Conso. La soglia della decenza è stata oltrepassata. Non resta che tornare indietro e riacquistare, tutti, un profilo di dignità. Per quanto malandata, l'Italia non merita un trattamento simile.

(di Pierluigi Battista)

giovedì 23 settembre 2010

Il bipolarismo sessuale di Vendola

Se conta la legge del contrappasso, dopo Berlusconi il prossimo premier sarà donna o gay. È su questa elementare legge biopolitica di compensazione che basa la sua fortuna Nichi Vendola: dopo il Mandrillo verrà la Donnola, dopo il celodurismo bossiano e la seduzione berlusconiana, verrà l’epoca dell’orecchino e del diversamente seduttivo. Leader non se ne vedono in giro, se ne è accorto ora pure Galli della Loggia; solo mezzi leader e quaquaraquà. Niente donne. A questo punto meglio cambiare genere.

Per farsi sdoganare, Nichi ha rassicurato l’Italia moderata che di gay a Palazzo Chigi c’è già stato un democristiano. E giù tutti i giornali a fare il minuetto dell’ipocrisia e interrogare in giro su chi fosse: tutti sapevano, cronisti inclusi, ma fingevano di non sapere. Alludevano all’interessato. Anziché creare un morboso gossip che circola oltre gli scritti, non è meglio dire chiaro e tondo che il nome in questione è quello presunto di Emilio Colombo, aggiungendo che si tratta di una maldicenza? E per confortare lo stesso Colombo e poi Vendola, è possibile aggiungere che la stessa maldicenza raggiunse altri due premier, Rumor e perfino Spadolini? Naturalmente aiutava la circolazione della voce gaia il loro statuto di signorini. Ricordo alcuni passaggi, devo dire eleganti, nei comizi di Almirante a proposito delle suddette «vergini». Ma era l’epoca macha, e un leader della destra nostalgica doveva essere e mostrarsi come il duce, uno sciupafemmine virilone e galante. Sessualmente la Dc era il partito della neutralità e dell’anestesia erotica, della sessualità flebile o repressa, o addirittura della castità; e invece l’Msi era il partito priapesco, dell’erezione permanente, con una sacra fiamma che si accendeva non solo nei cuori ma anche più in basso.

Ora che il tempo è mutato e dopo la parabola mandrillesca da Craxi a Berlusconi, il bipolarismo esige una differenziazione sessuale tra i due poli. Mancando infatti contenuti politici e passioni ideali, le differenze si aggrappano a tutto, anche a organi tutt’altro che ideologici. Vendola sta trasformando quel che un tempo era considerato un handicap in una risorsa. Perciò si gloria della sua omosessualità come punto di differenza e di futurismo rispetto alla vecchia politica passatista e stancamente eterosessuale. Vuol dimostrare che dal Cialis all’orecchino c’è progresso sociale e morale.
Se posso dirvi la mia, non considero l’orecchino di Vendola e il suo statuto omosessuale come criteri di giudizio politico, né in bene né in male. Arrivo a dire che preferivo l’omosessualità privata di alcuni suoi predecessori a quella pubblica; e non perché prediliga l’ipocrisia, ma al contrario, perché non ritengo l’omosessualità un titolo di merito o di demerito per i concorsi pubblici, compreso quello a premier. Vero è che nella prima Repubblica alcuni politici uscirono di scena perché ricattati con dossier e foto omosex.

Trovo però che la sua scelta di vita dovrebbe restare intima, non coperta da segreto di Stato ma da buon gusto e da sobria distinzione tra sfera pubblica e sfera privata. Viviamo un paradosso: l’omosessualità, che attiene alla sua sfera privata, diventa oggetto di dibattito pubblico; e il comunismo, professato da Vendola fino a ieri (fu eletto in Rifondazione comunista), viene coperto da un velo di riservatezza, quasi ricacciato nella sfera dei gusti intimi. Come dire, ognuno ha i suoi vizietti privati, ove per vizietto non si intende l’omosessualità ma il comunismo. No, signori, ho troppo rispetto per la storia e anche la tragedia del comunismo per confinarlo tra le tendenze intime da rimuovere nei discorsi pubblici. Preferirei un leader che si dichiarasse erede di Peppino Di Vittorio o perfino di Lenin, piuttosto che di un premier democristiano gay in quanto gay.

Di Vendola penso tutto il bene e tutto il male possibile. Ho istintiva simpatia verso di lui perché proviene da due mondi che mi sono cari: la poesia, con vista sulla filosofia, e la mia Puglia, con vista proustiana sullo stesso tempo perduto.

Nichi ha la testa bombata di un mio amico pugliese d’infanzia, Peppino, anch’egli scapolo e malato di filosofia. La differenza è che da pugliese più legato alla tradizione preferisco le orecchiette agli orecchini. Riconosco a Vendola buona fede e slancio ideale. Mi piace la sua passione civile, il suo parlare accorato, la sua intelligenza, le sue letture e mi disturba poco la sua zeppola. Però l’altro giorno l’ho visto al Tg1 rispondere sulla sanità: ha fatto un predicozzo morale e una tirata ideologica che poteva andar bene per un prete o un filosofo ma non per un governatore di una regione che nel 2009 ha accumulato un debito di 300 milioni di euro nella sanità. Allora dico: non ti puoi permettere di dare lezioni di principio se la tua regione sta così inguaiata. E non puoi chiamarti fuori dalle indagini sulla sanità perché se un governatore non segue direttamente quel che avviene nel primo settore di spesa e di impegno con i cittadini della regione che governa, non è adatto a governare.

Ecco, Nichi, il problema è questo: il tuo comunismo lirico mi piace come genere letterario, non come modo di governare. Dei pugliesi che ti hanno votato non riesco a dir male e non solo perché sono miei conterronei, ma anche perché hanno voluto scommettere sulla passione civile, sul sogno, sulla politica come ideale che tu hai saputo suscitare. Mi piacerebbe vederti in lizza a livello nazionale per la stessa ragione.

Tifo per te nelle primarie della sinistra. Ma so bene che «cum li sermoni non si governano li stati», come diceva un tuo omonimo che la politica la conosceva bene, in teoria e in pratica.
In un empito visionario, arrivo ad auspicare la seguente riforma della politica: vorrei che ci fosse una bipartizione della politica, in camera alta e in camera bassa, in premierato di gestione e presidenza di orientamento. Una si occupa della realtà con un occhio ai valori, l’altra dei valori con un occhio alla realtà. Ecco, in questo binario, ti vedrei bene sul versante non di gestione ma di orientamento. Perché se Berlusca è un sultano, come dice Sartori, tu sei un ayatollah. Pure uno scarrafone è bello a Imam suo.

(di Marcello Veneziani)

martedì 21 settembre 2010

Pietrangelo Buttafuoco: "Fini ha tradito tutti i nostri valori"


Pietrangelo Buttafuoco è un intellettuale di destra deluso e arrabbiato, anzi vergognato. Lo ha detto anche alla trasmissione «L'ultima parola» di Gianluigi Paragone, purtroppo vista da pochi perché si è protratta su Raidue fino all'una e mezza di notte.

Pietrangelo, parlami di questa tua amarezza di ex missino che si sente tradito.

«Quelli come me provano vergogna perché eravamo infilati tra la gente vera, che non è quella che si costruisce la carriera. Gente che incontravi a Catania, a Messina, a Enna, c'era questa umanità proletaria che credeva nei nostri valori e si entusiasmava. E in quella lunga fase di maggiore tensione, quando nessuno ci affittava i locali per le sedi perché temevano che li bruciassero, cominciammo a comprare le case. Ricordo perfettamente quando Almirante mandava le cambiali fatte per comprare le sedi a colleghi e simpatizzanti di partito che potevano permettersi il lusso di pagarle per conto del Msi. Alla famiglia Lazzano di Sciacca arrivavano regolarmente le cambiali da pagare, e il vecchio Lazzano le pagava. Era una pratica diffusa. Chiaro che la gente che ti ha dato aiuto poi si vergogni di questi fatti. Saranno 70 metri quadri l'appartamento di Montecarlo, ci sarà la cucina da 4000 euro, però è il dettaglio in sé che è deplorevole».

Tra l'altro s'è scoperto che nell'atto davanti al notaio di Montecarlo le firme del locatore e del locatario sono identiche, come se il cognato di Fini avesse affittato l'appartamento a se stesso.

«Sì, vero, ma la cosa peggiore è di non avere avuto mai un microfono a disposizione per raccontare il nostro punto di vista, facevamo una fatica immane avere uno spazio in Rai, la peggiore Rai di tutti i tempi, e perciò grida vendetta che l'unico sforzo politico è stato concedere l'appalto per un varietà televisivo alla suocera di Fini. Una cosa vergognosa e offensiva per quelli che hanno fatto i campi off, quelli che hanno fatto la battaglia culturale, soprattutto la battaglia contro l'egemonia culturale della sinistra. Cosa pensa Fini di fare la battaglia contro il conformismo con la trasmissione del varietà di sua suocera? Questo fa indignare, a maggior ragione chi come me ormai non fa più politica da una vita. L'altra sera quindi mi sono addolorato vedendo come andava il dibattito e ad un certo punto quello che ero io una vita fa ha preso il posto di quello che sono io oggi, del giornalista di oggi».

Ma oggi il partito di Fini dove va?


«Ma guarda, quelli che sono accanto a Fini a cominciare da Fabio Granata, dalla Perina, da Fabio fatuzzo a quelli che sono nella fondazione Fare Futuro, tutta gente che conosco bene, con cui sono cresciuto e con cui ho condiviso la battaglia politica, sono sicuramente coerenti perché continuano a dire le stesse cose che dicevano nel Msi, ma con una differenza sostanziale, e cioè oggi dicono che Fini era l'ostacolo fondamentale a quel processo di trasformazione del Movimento sociale. Perché nel frattempo che noi facevamo una battaglia politica all'interno del Movimento sociale, che era una battaglia culturale, di valori, c'era Gianfranco Fini che era l'ostacolo di tutto ciò. Oltretutto Fini aveva un partito, l'ha sfasciato, l'ha chiuso infilandosi in una catena di contraddizioni. Disse: "Dopo il predellino siamo alle comiche finali". Dopo due giorni lui era accanto a Berlusconi dimenticando le comiche finali. Dopodiché entra nel Pdl, dopo dice che il Pdl non gli piace e fa di tutto per sfasciarlo. Lui doveva semplicemente tenere il punto e tenere quel partito. Basta attenersi ai fatti e i fatti lo inchiodano alle contraddizioni. La rabbia e la vergogna io le confino in quei due episodi che secondo me sono gravi, la casa di Montecarlo e l'appalto Rai alla suocera, e sono abbastanza per provare repulsione».

lunedì 20 settembre 2010

Perchè Sakineh è scomparsa dai giornali italiani?

Et voilà! Un movimento con le mani, un gesto improvviso da una parte e Sakineh sparisce dai giornali e dai TG. Ma come, non è più in pericolo di essere lapidata? Non c'è più urgenza di salvarla da un destino infausto? No, ogni urgenza è sparita da quando Dieudonne M’Bala M’Bala, leader del partito antisionista francese, è andato a Teheran e ha chiesto informazioni ad Ali Zadeh, vice presidente del Consiglio della Magistratura e portavoce del Ministro della Giustizia. Dopo di che, tornato in patria, l'ha riferito a Thierre Meyssan, giornalista ed analista francese, che l'ha riportato in un articolo.

Infatti viene smontata tutta la montagna di bugie che sono state riferite su questa storia. Innanzitutto la prima cosa: non solo l'Iran ha aderito alla moratoria sulle lapidazioni, ma nel Codice Penale iraniano questa sanzione è stata praticamente cancellata. Infatti, perchè qualcuno possa essere condannato per adulterio, deve essere visto nell'atto di fare rapporti sessuali con persone diverse dal marito o dalla moglie da almeno quattro testimoni contemporaneamente. E' chiaro che una situazione del genere si può verificare sul set di un film porno, ma non nella realtà. Sakineh Mohammadi Ashtoni è stata condannata per omicidio: lei una sera ha drogato il marito e ha spinto l'amante Issa Taheri ad ucciderlo. Al termine del processo entrambi sono stati condannati a morte per impiccagione. Attualmente il processo è sottoposto all'esame della loro Corte Suprema, che sta valutando se il processo è stato fatto correttamente. I tempi non sono definibili (ogni processo ha sue peculiarità) ma l'esecuzione, se avverrà, lo sarà solo al termine di questo esame.

Allora, da dove vengono tutte queste notizie false? In parte dal figlio, che continua a vivere tranquillamente nella città di Tabriz, dove è spesso in contatto telefonico con giornalisti occidentali, che hanno il suo numero e con cui parla regolarmente (cosa anomala per un regime repressivo, no?). Ma la cosa più interessante è un'altra persona che spesso dà informazioni ai giornali e che viene qualificato come un avvocato di Sakineh. In realtà Javid Houstan Kian non è affatto un avvocato, ma è solo un amico del figlio. E non è vero che è scappato dall'Iran perchè perseguitato dal cattivissimo regime, ma semplicemente perchè hanno scoperto che lui fa parte di una organizzazione terroristica, i Mujaheddin del popolo, finanziata da Israele e responsabile di molti attentati dinamitardi contro i cittadini iraniani. Per la cronaca, è stato lui a riferire che Sakineh era stata frustata in carcere, per esempio; oppure che l'avevano torturata per costringerla a dire il falso nelle interviste televisive. Ed è probabile che il figlio della donna - che evidentemente vuole salvare la madre dalla pena di morte a qualunque costo - segua pedissequamente il copione da lui scritto. Un copione che ovviamente, data l'appartenenza di Kian ai Mujaheddin del popolo, è stato scritto alla sede del Mossad o della Cia.

Per scoprire queste cose è bastato andare a fare una chiacchierata in Iran con un responsabile, il portavoce del Ministro della Giustizia. Possibile che in Italia non ci sia stato un giornale o un telegiornale che abbia avuto la possibilità di inviare una persona che chiedesse un semplice colloquio? Tutta l'editoria italiana ha avuto un momento di rincoglionimento generale oppure sotto c'è qualcosa che ha impedito a tutti i giornali italiani e a tutti i telegiornali italiani di dire la verità? Basta rifletterci un attimo e la risposta è facile.

(di Antonio Rispoli)