lunedì 7 febbraio 2011

L’ideologo Campi lascia Fini prima del Congresso

La separazione si è consumata silenziosamente. L’ideologo del nuovo corso finiano, Alessandro Campi, non sarà a Milano alla costituente futurista del prossimo fine settimana. Un addio, non un arrivederci. Perché «non si può essere ideologi buoni per tutte le stagioni». E il direttore di Farefuturo, l’ispiratore della new wave finiana post An, in questa stagione non si riconosce più. A Gianfranco Fini ha espresso una critica severa sulla sua svolta terzopolista: «Siamo passati dalla critica a Berlusconi all’invettiva, e mentre sulla critica lo abbiamo messo in difficoltà, con l’insulto sposiamo tesi su cui la sinistra perde da quindici anni. E per di più ci confondiamo in un coro che non ha voci autonome». Troppi ammiccamenti a sinistra, troppa tattica, sia pur comprensibile dopo il voto del 14 dicembre, troppo Saviano e poco progetto, sull’economia, sulle riforme, poca idea di società. E così per Campi si è passati da una fase di costruzione di un altro centrodestra – moderato, non populista, incentrato su legalità e diritti – a una nebulosa fatta di «aperture a sinistra in chiave tattica, di rautismo di ritorno, il tutto alternato a un linguaggio cattolico moderato». In fondo, è stato come liberarsi da un imbarazzo reciproco se nell’inner circle del presidente della Camera trapela una certa insofferenza verso «quegli intellettuali, alla Campi, troppo disponibili al compromesso sia pur mascherato da tesi politologiche».

E non è un caso che Fini, nel preparare la svolta terzopolista al congresso di Milano che inizia venerdì, ha cambiato l’avanguardia intellettuale. Via Farefuturo, tornano i “Fascisti libertari”, per dirla col titolo dell’ultimo libro di Luciano Lanna: destra antiautoritaria, un po’ anarchica, un po’ anticapitalista, Pound e Pasolini, Flaiano e De André. Insomma un melting pot sinonimo di antiberlusconismo puro. Proprio il direttore del Secolo Luciano Lanna nel suo volume, uscito un paio di giorni fa, ha riletto tutte le svolte di Fini in questa chiave. A lui, a Filippo Rossi, che anima i siti di Farefuturo e Caffeina e a Flavia Perina sarà affidato il compito di animare il nuovo corso finiano. Mentre Umberto Croppi è l’intellettuale che sostituirà Campi nel ruolo di ideologo di riferimento: ex rautiano, è tornato con Fini dopo un lungo sodalizio con Alemanno di cui è stato assessore alla Cultura prima dell’ultimo rimpasto. È il vero teorico della destra che trova punti di contatto con la sinistra.

Perché Gianfranco Fini è, innanzitutto, un tattico. Gelido giocatore più che intellettuale appassionato, sa che sta preparando uno strappo difficile da far digerire. La parola d’ordine di «un nuovo centrodestra» potrebbe rimanere su carta se il quadro dovesse precipitare. In caso di elezioni anticipate andrebbe per la prima volta nella sua vita (e in quella della destra italiana post ’92) contro il Cavaliere, e con uno spartito antiberlusconiano. Col terzo polo, oppure con la santa alleanza insieme al Pd, come vorrebbero i falchi che in Fli sono in maggioranza. Ecco che a Milano Fini deve far digerire ciò che molti dei suoi nemmeno immaginavano: Ronchi che chiama «comunisti» quelli del Pd neanche fosse Berlusconi, le colombe alla Viespoli che sperano ancora in un centrodestra magari senza Berlusconi, ma pur sempre centrodestra; vecchi camerati come Donato Lamorte pronti a lasciare la politica in caso di alleanza con la sinistra. Chissà cosa diranno vedendo ai fornelli della kermesse il dalemiano Gianfranco Vissani.

Pronta la svolta. E poiché di ogni viaggio la cosa più difficile è il primo passo, Fini vuole farlo da solo coi suoi. Per questo non saranno presenti le delegazioni di Casini e Rutelli e a presiedere il congresso ci sarà Salvatore Tatarella, fratello di Pinuccio. Il messaggio è che non c’è “cedimento” a sinistra, anche se picchierà durissimo su Berlusconi. Che ormai i ponti con questa maggioranza non ci sono più, che il Pdl è un avversario alle urne. Pronto pure lo statuto. All’articolo 1 un riferimento al Ppe, citato qualche articolo della Costituzione, il Fli è definito il «partito del patriottismo repubblicano». Su questo impianto di valori Fli sarà il partito di Fini. Leggero, con una direzione larga e una segreteria politica ampia e rappresentativa. All’organizzazione Roberto Menia. Dentro, appunto, Perina e Croppi. Nessun “coordinatore”: Adolfo Urso sarà retrocesso al ruolo di “portavoce” della segreteria. È l’ora dei falchi. Il primo è Gianfranco Fini.

(di Alessandro De Angelis - fonte: www.linkiesta.it)

domenica 6 febbraio 2011

Le onorificenze del Quirinale a tiranni e genocidi


Il maresciallo Tito, persecutore degli italiani dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia alla fine della seconda guerra mondiale con le foibe e l'esodo, oltre ad un'accolita di suoi fedelissimi, sono ancora oggi insigniti delle più alte onorificenze del nostro paese. Gli esuli istriani lo hanno scoperto e sono scesi sul piede di guerra in vista del 10 febbraio, la Giornata del ricordo del dramma patito. Josep Broz Tito è stato decorato nel 1969, dall'allora presidente Giuseppe Saragat, come «Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana» con l'aggiunta del Gran cordone, il più alto riconoscimento previsto.

Nessuno ha mai pensato di levargli questa onorificenza per «indegnità», come è previsto dalla legge. Non solo: spulciando nel sito del Quirinale, Il Giornale ha scoperto che godono tutt'oggi, delle più alte decorazioni, dittatori scomparsi, come la coppia Ceausescu o Mobutu, comandanti titini accusati di crimini di guerra e personaggi discutibili del calibro di Yasser Arafat.

«È disgustoso che lo Stato riconosca il dramma delle foibe ed allo stesso tempo annoveri tra i suoi più illustri insigniti proprio chi ordinò i massacri e la pulizia etnica degli italiani d'Istria» ha dichiarato Massimiliano Lacota, presidente dell'Unione degli istriani, una delle associazioni dell'esodo. Il 10 febbraio, Giornata del Ricordo, il presidente Giorgio Napolitano, accoglierà al Quirinale gli esuli, i loro rappresentanti ed i familiari degli infoibati. L'Unione degli istriani ha inviato venerdì mattina un telegramma al capo dello Stato per chiedere «l'annullamento immediato del titolo di cavaliere di gran croce decorato di gran cordone dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana (...) conferito il 2 ottobre 1969 al maresciallo jugoslavo Tito, allora presidente della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, diretto responsabile e mandante della feroce pulizia etnica attuata nei confronti dei nostri connazionali dal 1943».

In caso contrario «l'Unione degli istriani non parteciperà alla cerimonia al Quirinale» annuncia Lacota. «A Callisto Tanzi, per il crac Parmalat, hanno levato le onorificenze in 20 giorni per "indegnità" - fa notare il presidente dell'associazione - Era peggio di Tito?». La stessa legge che concede le alte decorazioni prevede la revoca. Da notare che l'onorificenza a gente come Tito viene concessa anche «per fini filantropici e umanitari».

Oltre a Tito, nel 1969, sono stati insigniti di decorazioni varie una trentina di personalità jugoslave. Sul sito del Quirinale è ancora oggi certificato che l'Italia considera Mitja Ribicic, Cavaliere di Gran Croce, anche se nel 1945 era un alto ufficiale della polizia segreta di Tito, particolarmente attiva contro gli italiani. Non solo: a Lubiana, nel 2005, venne aperta un'inchiesta a suo carico per crimini di guerra. A distanza di 60 anni è stato impossibile trovare le prove.
Un altro decorato dall'Italia è l'ex ammiraglio jugoslavo Franjo Rustja. Peccato che nei terribili 40 giorni dell'occupazione di Trieste, nel maggio-giugno 1945, era primo assistente al comando del IX Corpus. L'unità di Tito che deportò e fece sparire per sempre molti italiani.

L'aspetto più imbarazzante è che il Quirinale, nel corso degli anni, ha consegnato le alte onorificenze a diversi personaggi stranieri, che poi sono stati condannati dal loro popolo e dalla storia. E nessuno ha mai pensato di revocarle. Il presidente Giovanni Leone ha nominato il 21 maggio 1973 Cavaliere di Gran Croce, Elena Ceausescu. Al marito Nicolae è stato concesso anche il Gran cordone. Nel 1989 la coppia Ceausescu venne fucilata dopo aver dominato la Romania con il pugno di ferro.

Leone ha pensato bene di decorare pure il padre-padrone dello Zaire, Mobutu Sese Seko, che scappò con la cassa lasciando il suo paese in rovina.

Un'altra onorificenza con Gran cordone, almeno discutibile, è stata concessa dal presidente Oscar Luigi Scalfaro, nel 1999, a Yasser Arafat. Il leader palestinese, che tutta la vita ha usato a suo piacimento il kalashnikov.

La decorazione più importante del nostro paese è stata curiosamente concessa anche a Juan Domingo Peron, il conducator argentino e all'imperatore giapponese Hirohito. Il presidente Napolitano, l'11 marzo 2010, ha decorato con il Gran cordone Bashar Al Assad, il giovane presidente della dinastia siriana. Speriamo che gli porti bene, con questi venti di rivolta in Medio oriente che rischiano di soffiare pure a Damasco.

(di Fausto Biloslavo)

Quando il pensiero si tuffa nel santo Graal della poesia


Il 6 febbraio di vent’anni va moriva a Madrid María Zambrano, filosofa e allieva di Ortega y Gasset. Era tornata da sette anni in patria da un lungo e doloroso esilio. Quarantacinque anni lontana dalla sua Spagna per antifranchismo, una vita randagia in una decina di Paesi e per una decina d’anni in Italia, a Roma - abitava in Campo de’ Fiori - dove intrecciò rapporti con Elena Croce, Elémire Zolla e Cristina Campo. Poi un rientro non trionfale nella terra, e infine una morte in disparte. Liberale come il suo maestro, ma aperta al sacro e al metafisico, rapita da Heidegger, dai suoi chiari nel bosco e dal suo pensiero poetante, e tentata da Unamuno, il cantore di don Chisciotte, dell’hispanidad e del sentimento tragico della vita. I testi della Zambrano sono dispersi in una miriade caotica di edizioni; nella mia biblioteca ho contato ben diciotto editori per una trentina di pubblicazioni uscite o tradotte in Italia dal ’91 a oggi.

La maledizione dell’espatrio trovò nella Zambrano un’espressione precisa: desterrados, «espiantati» o «sradicati». Ma la nostra anima, avvertiva María Zambrano in esilio - «è attraversata da sedimentazioni di secoli, le radici sono più grandi dei rami che vedono la luce». La filosofia della Zambrano fiorisce dalla maledizione di essere donna e di non poter aspirare a compiti e lavori riservati ai maschi: «Quando mi resi conto che di fatto non era possibile niente, scoprii la filosofia». Ma aggiunge nella sua mezza autobiografia del 1987: «Sarei stata utile come cane a un archeologo alla ricerca del divino, perché quando arrivavo in un posto che un tempo era stato un luogo sacro, mi mettevo a tremare e non riuscivo a separarmene, rimanevo lì come incollata». Rabdomante del sacro, María Zambrano riteneva che il compito della filosofia fosse quello di trasformare il sacro - e la sua percezione oscura, viscerale - in divino, nella sua espressione chiara e lucente. In lei la filosofia si annoda alla letteratura e infine alla poesia, nella convinzione che non si possa essere grandi filosofi senza essere grandi scrittori.

María Zambrano carica su di sé la maledizione di Antigone, di cui scrisse un elogio, a partire dalla sua condanna ad essere sepolta viva. E la difende da Sofocle che le attribuisce un destino di suicida, invocando la pura innocenza della fanciulla che affronta la discesa agli inferi ed entra nel regno dei morti per raggiungere, con la conoscenza, la libertà e conseguire la perfezione dell’immortalità. Così «oltrepassò con temerarietà i confini delle leggi e i comandamenti degli dei» e venne a trovarsi «nel regno del dio sconosciuto». Antigone, per la Zambrano, è sepolta viva dentro di noi, in ciascuno di noi.

Emerge nel suo pensiero aurorale il ruolo necessario del poeta, di colui che vive perso tra le cose, attaccato alla carne, smarrito tra i sogni e dimentico di sé, come ella scrive. La poesia è dono, la filosofia è ricerca. Il poeta esercita il proprio amore nostalgico per la terra, il filosofo invece esercita la violenza terribile, e maledetta, di spezzare le catene che lo legano alla terra e ai suoi compagni, si fa esule in cerca di assoluto. Ma anche al poeta tocca la sua maledizione: al poeta si addice infatti l’inferno della disperazione e la ricerca di ebbrezza per lenire la perdita della speranza; il poeta è ubriaco di vita perché è disperato e ribelle, esprime nei versi «l’immensa malinconia di vivere». La filosofia diventa così alla fine desolazione, anche nel senso di perdita del suolo e dunque esilio; la poesia è invece consolazione, per alleviare il male di vivere. Ma una consolazione che conduce al martirio, secondo la Zambrano. Il poeta è «perso nella luce, errante nella bellezza, povero per eccesso, folle per troppa ragione, peccatore in stato di grazia», scrive in Filosofia e poesia. Il poeta vuol condividere il sogno e la solitudine, desvive la storia, ovvero la vive al contrario, struggendosi. Il suo desvivere è il corrispettivo esistenziale della decreazione in Simone Weil: il rovescio «maledetto» di vivere e creare.

Affiora infine in María Zambrano, e non solo in lei, l’attenzione verso il lato in ombra della filosofia, che la collega al sapere divino e misterioso della tradizione orfico-pitagorica che la tradizione aristotelica, poi romana, quindi cristiana, infine illuministica, avevano negato. María Zambrano seppe penetrare in quella Basilica di Pitagora che Carcopino scoprì nei pressi di Porta Maggiore a Roma nel 1917, eretta ai tempi dell’imperatore Claudio e poco utilizzata al suo scopo, per l’interdetto del Senatum Consultum e il suicidio del suo fondatore, Tito Statilio Tauro, accusato di praticarvi riti magici e pratiche occulte. La basilica pitagorica fu presto chiusa e murata. Le sue tracce restano ancora nei pressi di Porta Maggiore; unica al mondo, sono ancora in piedi i muri, l’abside e le tre navate. Così rimase, come scrive la Zambrano in L’Uomo e il Divino, quasi intonsa nei suoi bianchi stucchi, di quella bianchezza tanto cara ai pitagorici. Toccò a una donna che avvertiva la presenza del sacro come un segugio riscoprirla nel Novecento, come un capitolo in ombra di quella linea orfico-pitagorica che influenzò anche Platone e poi passò alla clandestinità per l’interdetto di Aristotele, della Roma imperiale e poi della Roma cristiana.

María Zambrano fu testimone d’amore di quella linea d’ombra della filosofia che sconfinava nella sapienza oracolare. A lei fu intestata a Malaga, sua città d’origine, la stazione ferroviaria, per condannarla anche da morta al suo destino viandante.

(di Marcello Veneziani)

sabato 5 febbraio 2011

Elogio dell'onesto compagno Peppone e del vecchio Pci


Non capisco perché tra le celebra­zioni dei 150 anni dell’Unità d’Ita­lia abbiano infilato la nascita del Partito comunista italiano, allestendo a Roma una mostra che si chiude doma­ni. L’alibi forzoso è che quest’anno ca­dono i 90 anni della sua fondazione. Ma è assurdo che tra tutti i partiti italiani l’unico che abbia avuto un suo spazio d’onore nelle celebrazioni patriottiche sia proprio il partito che per quasi tutta la sua storia ha tifato - in politica, econo­mia, corsa alle armi e allo spazio e perfi­no nello sport - per l’Unione Sovietica e l’internazionale comunista, contro l’Ita­lia, l’Europa e l’Occidente.

E che abbia considerato l’amor patrio un brutto vi­zio nazionalista e fascista. Le bandiere rosse coprivano i tricolori, perché «i pro­letari non hanno patria» e i compagni sovietici erano più fratelli dei connazio­nali non comunisti. Però vi devo confes­sare una cosa: fuori dal contesto impro­prio delle celebrazioni patriottiche, ho visitato la mostra dedicata al Pci con una punta di commossa e perversa no­stalgia. Erano meglio allora i compagni, dei loro eredi di oggi nella sinistra setta­ria, giudiziaria e giacobina. Al di là dei sogni totalitari e della servitù sovietica, al di là del fanatismo comunista e della demagogia sindacale, la gente che vi mi­litava merita rispetto, aveva una sua au­tenticità popolare. Credevano davvero nelle loro idee e si sacrificavano per il partito, avevano una coerente e genui­na passione ideale, lottavano per la giu­stizia sociale, erano lavoratori onesti e avevano una loro moralità e serietà.

Po­co senso critico, molta fierezza popola­re. E i loro inni erano belli e vibranti, quasi come quelli fascisti; pieni d’uma­nità e fervore per il domani. Fu una for­tuna per noi e per loro che non andaro­no al potere: altrimenti oggi li maledi­remmo. Non sono mai stato comunista, anzi l’opposto; ma ce ne fossero oggi di comunisti come quelli che gremivano le piazze e le sezioni. Nostalgia del vec­chio Pci e della sua anima nazionalpo­polare, di Gramsci, Di Vittorio, dei sin­daci Peppone e dei cafoni... Ma è come rimpiangere gli orologi a cucù nel tem­po dell’Ipad. Puro vintage.

(di Marcello Veneziani)

giovedì 3 febbraio 2011

Rivoluzione araba: errore di analisi dell’occidente ispirato da Israele


"La vampata popolare tunisina ha incendiato l ’ Egitto, e la vedremo dilagare, come in una prateria secca, in Marocco, Algeria, Libia, Giordania, Siria, è possibile che coinvolga anche l’Arabia Saudita e gli emirati petroliferi del Golfo. E’ il vastissimo contrafforte dei regimi ‘moderati’ e ‘clienti’ di Washington che sta crollando. E nè Washington nè le capitali europee hanno visto venire la catastrofe, perchè intellettualmente ingabbiati nel falso quadro interpretativo del ‘pericolo islamista’ e dello ‘scontro di civiltà’ voluto e imposto da Israele".

E’ questa la lettura della rivoluzione araba in atto che dà Maurizio Blondet, Direttore di http://www.effedieffe.com/, uno dei giornalisti e scrittori più spigolosi e controversi di questo Paese, e profondo conoscitore del mondo arabo. “Non si sono voluti vedere i problemi del mondo islamico per quel che realmente sono: l’esplosione di una gioventù demograficamente maggioritaria, disoccupata e repressa dal regime moderato, che non riconosce come suo governo”.

Eric Margolis, giornalista americano del Huffington Post, inviso all’establishment come Blondet, ha scritto: “Qualcosa è andato terribilmente male nei piani di Washington per i cambi di regime in Medio Oriente. Si supponeva una rivoluzione fabbricata da USA e britannici contro i mullah dell’Iran, seguita dall’insediamento di un governo collaborativo filo-occidentale e una fortuna per le petrolifere occidentali”. Ecco, dice Blondet “E’ successo l’imprevisto contrario: le rivoluzioni che divampano lungo il Nordafrica non sono colorate dalla CIA”, sono rivoluzioni della gente, e basta vedere quella che Pierluca Santoro oggi definisce la maglia allargata dei 1,3 milioni di tweets sul tema rilevati nella settimana dal 24 al 30 gennaio, che Santoro, da queste colonne, aveva chiaramente rilevato già la scorsa settimana.

Il mondo è stato colto di sorpresa dalla rivoluzione araba

E’ stata una sorpresa per le diplomazie occidentali, perché per 10 anni, dall’11 settembre 2001, tutta la politica dell’Occidente è stata condizionata dalla propaganda di Israele , secondo la quale il mondo arabo crea terrorismo, il mondo arabo è Al Qaeda, pertanto o questi Paesi sono gestiti dai Mubarak e dai Ben Ali di turno - corrotti e burattini dell’Occidente - , oppure sono un pericolo per il mondo, pericolo, ovviamente, da eliminare.
Non ci si è resi conto che in questo pezzo di mondo si stava creando quello che sarebbe diventato un problema politico-sociale che oggi è alla base della rivoluzione. Una gioventù, mediamente ben istruita, che cerca lavoro e non lo trova; Paesi la cui crescita economica non è sufficiente per sfamare tutti; una libertà che non c’è. Ovvio che se a tutto questo si aggiunge la corruzione dei vertici, che è il filo rosso di questa rivoluzione, si capisce perché il bubbone è scoppiato.

E ora l’Occidente teme il pericolo islamico

In questi giorni tutto quanto sta accadendo in Egitto viene visto nell’ottica di Israele. Ora, Israele, ha 200 testate nucleari, forse 300, e i missili per lanciarli. Da non sottovalutare: l’Iran non ha l’atomica. Mi si vuole spiegare perché Israele deve aver paura dell’Egitto? O meglio, perché teme la costituzione di una quadro democratico in Egitto? Gli egiziani sono scesi in piazza non contro Israele, bensì per liberarsi dal regime corrotto di Mubarak. Punto.

Israele teme l’ascesa al potere dei Fratelli Musulmani

Ecco. Allora, i Fratelli Musulmani potranno avere, nella prima fase del dopo Mubarak, un ruolo dato dalla loro forza di maggioranza relativa che effettivamente nel Paese hanno, una forza determinata dalla loro capacità di intervenire a sostegno della popolazione. Ma i Fratelli Musulmani sono un gruppo islamico conservatore, non hanno niente a che vedere con l’estremismo, o peggio ancora con il terrorismo. Detto questo, nel Paese ci sono altre forze laiche che certamente potranno anche a breve guidare il Paese.

La Siria potrebbe essere il prossimo Paese a cadere nel vortice della rivoluzione, si dice in queste ore

La Siria è un Paese a maggioranza sunnita guidato dalla minoranza sciita. Gli sciiti sono al vertice delle forze armate e della politica, il presidente Bashar al-Asad è sciita-alauita. E’ sicuramente possibile. Così come è possibile che la rivoluzione si allarghi allo Yemen, dove il giorno della collera è programmato per domani, al Bahrein, dove il 14 sarà il giorno della collera. Ma anche l’Algeria è potenzialmente pronta a esplodere, da circa 2 settimane ci sono rivolte con morti e feriti. In Giordania, il re Abdallah, dopo le prime proteste, ha cercato di parare il colpo, ha mandato a casa il Primo Ministro Samir Rifai e ha incaricato l’ex generale Marouf Bakhit di formare un nuovo governo, con la responsabilità di fare le riforme richieste dai manifestanti. Bisognerà vedere se questo basta, anche se l’opposizione che ha sostenuto le rivolte, il Fronte d’azione islamica, aveva dichiarato di riconoscere la legittimità degli hascemiti, la famiglia regnante ad Amman, e di chiedere riforme politiche e un cambio di governo, non altro. C’è da vedere, poi, che accadrà in Libia e forse anche in Marocco. Insomma, si, è una rivoluzione araba; i fatti avrebbero potuto andare diversamente se l’Occidente non si fosse dimostrato tanto ignorante.

(fonte: http://www.costruendo.lindro.it/ - di Maria Margherita Perracchino)

mercoledì 2 febbraio 2011

La lezione di Berto Ricci, alla ricerca della "coscienza civile"


«Niente è così stupido e poco italiano come l'intolleranza, il disprezzo preconcetto verso gli stranieri, e il volersi chiudere nel guscio. Non c'è nulla di meno italiano del ripudio a priori d'ogni sapienza, esperienza, eccellenza straniera. Non c'è invece nulla di più anticamente, tradizionalmente, permanentemente italiano dell'accogliere, assimilare, ripensare, riplasmare ogni sapienza, esperienza, eccellenza». Parole di un'attualità incredibile, eppure sono state scritti negli anni Trenta da Berto Ricci, poeta di talento e organizzatore di riviste, in quella che aveva fondato e gli somigliava di più, L'Universale.
Pochi anni prima delle leggi razziali lui arrivò a scagliarsi contro lo stesso nazionalismo, in nome di una vocazione italiana, appunto, all'universalità e al cosmopolitismo: «Il mondo - scriveva - tende alla sua unità, nel senso d'accrescere e smisuratamente moltiplicare gli scambi e i rapporti fra i popoli, gli amori, gli odi, le reciproche dipendenze: unico risultato reale della politica moderna, se buono o cattivo non so, ma certo inevitabile e dominante, contro cui non val forza né teoria, né vale chiudersi grettamente nella provincia nativa. Saranno più forti quelli che più prontamente accetteranno codesta realtà valendosene con saggezza generosa: quelli che avranno più vita da donare, più cuore da spendere, e invece d'aspettare l'urto esterno rannicchiati nella contemplazione di se stessi, invece di mettersi in atto di difesa». A distanza di settant'anni dalla sua scomparsa nel deserto africano di Bir Gandula - il 2 febbraio del '41, abbattuto dall'aviazione britannica - forse è giunto il momento di riscoprirne la figura e l'importanza che ebbe, oltre che nel panorama culturale degli anni Trenta quale maestro di personaggi come Montanelli, Bilenchi e tanti altri che, anche nell'Italia del secondo dopoguerra non hanno mai nascosto il debito di riconoscenza nei confronti dell'intellettuale fiorentino.
Quando infatti, nei primi anni Novanta, Indro Montanelli - da poco reduce dal suo "strappo" con Berlusconi e con quella che si rifiutava di definire "destra" - fu sollecitato a indicare la sua formazione politico-culturale, rispose senza esitazioni: «La destra in cui da giovane militavo io, con Romano Bilenchi, Ottone Rosai e parecchi altri, faceva capo a un quindicinale, L'Universale, e a un giovane professore di matematica, Berto Ricci. Quando il gerarca del Minculpop, dal quale dipendeva il permesso di pubblicazione, ci chiese - proseguiva Montanelli - quali tematiche ci promettevamo di sviluppare, rispondemmo come la cosa più semplice e naturale di questo mondo: "La formazione in Italia di una coscienza civile"…».
Montanelli, che nel dopoguerra dirà «Sono stato fascista dal momento in cui ho potuto essere qualcosa», durante una vacanza estiva a Rieti, dove lavorava suo padre e dove lui frequentò il liceo, conobbe Diano Brocchi - sindacalista fascista e nel dopoguerra dirigente di Cisnal e Msi - una figura che lo affascinò e contagiò politicamente. E tramite Brocchi entrò a sua volta in confidenza e in amicizia proprio con Berto Ricci e i suoi sodali: Romano Bilenchi, Mino Maccari, Elio Vittorini, Ottone Rosai e Leo Longanesi. Ma il suo vero e unico maestro fu - a suo dire - fu indubbiamente Berto Ricci: «Se oggi», ha annotato lo storico Sandro Gerbi, «il suo nome è abbastanza conosciuto, anche al di fuori della cerchia degli specialisti, lo si deve soprattutto a Montanelli. Il quale più volte, nell'arco di settant'anni, ne scrisse sempre con ammirazione e rimpianto».

E Ricci, che - come ricordava ancora Montanelli - voleva trasformare il fascismo «dalla mezza burletta qual era stata sino ad allora» in «una rivoluzione autentica», aveva comunque un mai rinnegato passato da anarchico. Si era avvicinato al fascismo attraverso le posizioni "ribelli" della rivista Il Selvaggio di Maccari per poi fondare nel 1931 a Firenze con alcuni amici il "suo" mensile - poi quindicinale - L'Universale. Il programma del foglio, che uscirà fino all'estate del '35, è stato così descritto proprio da Montanelli: «Era un giornale frondista, che predicava il ritorno alla "prima ondata" e la necessità della "terza ondata". Attaccava tutte le autorità costituite, accusandole di eterodossia borghese e di antirivoluzionarismo». E Indro lo ha spiegato bene: «Nel fascismo non ci furono soltanto i gerarchi e i salti nel cerchio di fuoco e tutte le altre pagliacciate che ci umiliarono agli occhi del mondo e di noi stessi. Ci furono anche degli uomini come Ricci...»
Difficile, comunque, ricordare Ricci senza scivolare nella retorica, tanto più quando si richiama alla memoria un giovane uomo che, malgrado avesse moglie e figli, volle farsi mandare al fronte. Lasciandoci la pelle, a soli trentasei anni, in un luogo che la maggior parte di noi avrebbe difficoltà anche solo a indicare sulla cartina. Nemico della retorica ossequiosa nell'epoca delle maiuscole d'obbligo. Anarchico individualista che non si convertì al fascismo - come si usa dire - ma che pensò, forse illudendosi, di fare del fascismo una permanente rivoluzione libertaria, malgrado la resistenza di un apparato che mai lo amò.
E allora proviamoci con quella prosa secca che tanto apprezzava l'amico e collaboratore Indro Montanelli: «Della sua prosa così asciutta e tagliente - scriveva il giornalista di Fucecchio - e così in contrasto con lo stile del tempo, credo di poter dire che la letteratura giornalistica italiana non ne ha mai avuto di tanto stringente, dura e, qua e là, spavalda». Spavaldo e coerente, fino al limite dell'eresia, come ha sottolineato Paolo Buchignani nel sottotitolo del bel libro che gli ha dedicato nel 1994 - Un fascismo impossibile. L'eresia di Berto Ricci nella cultura del Ventennio (Il Mulino) - ricostruendone per la prima volta tutta la vicenda personale e il ruolo svolto nella vita culturale del Novecento.

Fieramente povero, Ricci, al punto - come ha raccontato Giampiero Mughini - di offrire come banchetto nuziale ai pochi invitati un solo cappuccino. Professore, precario, di matematica e fisica, ma antiaccademico. Patriota ma non nazionalista: «Il nazionalismo - sosteneva - ci renderebbe simili alle altri nazioni europee». Che non hanno avuto Roma.
Quando nel gennaio del '31, giusto ottanta anni fa, dà vita a L'Universale - la cui raccolta, edita oltre quarant'anni fa dalle edizioni del Borghese è ormai introvabile e andrebbe ripubblicata - la scelta del nome non è certo causale. Scrive Buchignani: «Le origini dell'universalismo ricciano risalgono al periodo significativo del Ricci anarchico». L'anarchica ribellione nei confronti della società borghese e «dei suoi idoli gretti» dell'amato Federigo Tozzi, il ribelle che più di ogni altro incarna la comune toscanità e «quindi l'italianità».

Per dare all'Italia un'arte nuova, Ricci chiama attorno a sé «giovani d'ingegno e di carattere» che non si accontentino di servire una causa, ma di darle forma e soprattutto sostanza. Autenticità. Tra loro ci sono gli amici Romano Bilenchi e Dino Garrone, lo scrittore novarese di nascita e pesarese d'adozione che morirà a Parigi, a soli ventisette anni, nel dicembre del '31 e di cui, pochi mesi fa, le Edizioni Interlinea hanno pubblicato un'inedita raccolta di brani intitolata Sorriso degli etruschi. Figli, come lui, di La Voce, Lacerba e de Il Selvaggio di Mino Maccari, che ne ospiterà le prime prove poetiche. Considerano Papini e Soffici i loro maestri, anche se solo i Papini e i Soffici della fase "eversiva" rivoluzionaria, precedente al loro ritorno all'ordine. Tra i poeti amano visceralmente Palazzeschi e «il pazzo bellissimo» Campana e vivono nel costante timore di tradire la poesia con la più baname prassi politica. Hanno letto con passione Mazzini, Oriani e d'Annunzio e vogliono mettere l'arte al servizio della loro contestazione generazionale. E poi c'è il mito che vive tra loro come uno di loro: Ottone Rosai, il pittore di Strapaese che rifugge i borghesi e preferisce starsene con i poveri.

Nel '35 il governo chiude le pubblicazione de L'Universale. Perché all'incoraggiamento iniziale dello stesso Mussolini e ai complimenti rinnovati in privato, seguono successivamente ben altri provvedimenti, di segno opposto. L'idea romantica, coltivata da Berto Ricci e dai suoi ragazzi - di cui era al tempo stesso giovane capo, fratello maggiore e a volte persino padre e compagno di strada - di un fascismo trasgressivo e libertario che potesse alla distanza prevalere sul regime, che combattesse dal di dentro quella che ritenevano una deriva conservatrice, svanisce nella disillusione.

In uno degli ultimi suoi "Avvisi" su L'Universale - siamo al febbraio 1935 - scatta una fotografia di una nitidezza spietata nella sua semplicità: «Finché il controllore ferroviario avrà un tono coi viaggiatori di prima classe, e un altro tono, leggermente diverso, con quelli di terza; finché l'usciere ministeriale si lascerà impressionare dal tipo "commendatore" e passerà di corsa sotto il naso del tipo a "povero diavolo", magari dicendo torno subito; finché l'agente municipale sarà cortesissimo e indulgentissimo con l'auto privata, un po' meno col taxi e quasi punto con quella marmaglia come noi, che osa ancora andare coi suoi piedi; finché insomma in Italia il principal criterio nello stabilire la gerarchia sociale degli individui sarà il denaro o l'apparenza del denaro, potremo dire e ripetere che c'è molto da fare....». C'è da proseguire, ancora oggi, nel mezzo di questi anni Duemila, la lezione di Berto Ricci, ancora convinti che è nostro obbligo costruire «in Italia una coscienza civile…».

(di Roberto Alfatti Appetiti)

Caro Gianfranco, viaggi con un regime di ritardo


«Se si pensa al regime fascista si fa un confronto umiliante con il presen­te: il dittatore fascista era attento alla sua immagine di amico del popolo, era di vita privata modesta, di peccati nascosti. Si di­rà che nel regime fascista si rubava poco perché c'era poco da rubare e che l'attua­le abbondanza è una delle ragioni della corruzione generale, ma anche nella dit­tatura alcuni ritegni, alcune vergogne, al­cuni timori di una punizione restavano». Il camerata che avete appena ascoltato tessere l'elogio del regime è Giorgio Boc­ca e la citazione non risale all'epoca in cui era un giovane fascista. Ma appare ne l'ul­timo «Venerdì» del quotidiano La Repub­blica .

Fa il paio con il recupero del fasci­smo nel paragone con il berlusconismo che ha fatto il Grande Vecchio comunista Alberto Asor Rosa, secondo cui il fasci­smo era dentro una tradizione nazionale, aveva un rapporto stretto con il risorgi­mento. E fa il terno con quanto ha detto di recente Andrea Camilleri: «Sotto il fasci­smo ero più libero dei giovani d'oggi ». Po­trei continuare fino al gesto simbolico di Napolitano che l'altro giorno è andato a visitare Palazzo Venezia e la sala del Map­pamondo, fino ad affacciarsi allo storico balcone, senza sporgersi, per timore di fo­tografi appostati. E ha detto: «Quant'è pic­colo ».

Infatti era uso single o monoduce. Come definire questa nuova corrente di sinistra che rivaluta il fascismo? Pro­pongo alcune definizioni. Rinnegazioni­smo, nel senso che rinnegano le loro ma­trici antifasciste, partigiane o comuniste. Dispettonismo, perché spinti dal dispet­to a Berlusconi. Tardoneofascismo per­ché sono passati dal vetero-antifascismo da sinistra senile a un nuovo filofascismo da sinistra puerile. Retrovisionismo, ver­sione posticcia del revisionismo che si fonda non sulla ricerca storica ma sullo specchietto retrovisore.

Disperazioni­smo, perché riscoprono il fascismo per di­sperazione rispetto al presente e alla mor­te di sinistra, destra, comunismo e partiti. Paraculismo, ma questa definizione non ha dignità storiografica. Io mi diverto, so­prattutto se penso al povero Fini, diventa­to antifascista proprio ora che gli rivaluta­no il duce. Viaggia sempre con un regime di ritardo.

(di Marcello Veneziani)