venerdì 26 aprile 2013

Buontempo, il fascista perbene che non ha mai fatto carriera


L'ultima volta che ho visto Teodoro Buontempo è stato non molti anni fa, a una cena organizzata dal direttore di un quotidiano di cui era divenuto fresco collaboratore con una rubrica dal titolo assertivo com'era nel suo stile, qualcosa tipo «Io la penso così» o «Dite la vostra che io dico la mia».

Abruzzese, Teodoro si mascherava dietro la rudezza e la testardaggine della sua regione ma, politicamente parlando, era molto meno naïf di quello che voleva far credere, e in un mondo quale quello neo e post-fascista fra gli anni Sessanta e gli anni Novanta del secolo scorso, fu in grado, quanto a tattica e strategia, di muoversi all'interno del suo partito con autorevolezza e successo.

In quella cena, di là dai capelli divenuti ormai tutti bianchi, c'era ben poco che lo differenziasse da quello che, circa quarant'anni prima, avevo conosciuto. Era stato nel corso di uno scontro universitario alla Sapienza di Roma, conclusosi con lui alla guida di un corteo di cui, a un certo punto, era divenuto l'unico membro, un megafono in una mano, una sega nell'altra. Avete letto bene, una sega. Correndo lungo via Siena con altri «camerati», Teodoro aveva adocchiato gli arnesi sparsi di un lavoro in corso da cui gli operai avevano velocemente sloggiato sentendo le urla belluine di inseguitori e di inseguiti, e aveva tirato su la prima cosa trovata per terra, per poi rigirarsi e partire al contrattacco. «Compagni/attenti/Ci stiamo incazzando», aveva urlato ritmando, e questi saggiamente avevano pensato che non fosse il caso di andare oltre.

«È l'orizzonte di vita che mi manca», mi disse quella sera. «Continuo a ragionare come se davanti a me ci fossero venti, trent'anni e invece razionalmente so che non è così. Siccome fisicamente e mentalmente mi sento bene, la cosa mi fa ancora più incazzare». Aveva mandato i figli a studiare in un college inglese, sposato quella che era stata la sua fidanzata storica, laureata in Filosofia e intellettuale tanto quanto lui manifestava per gli intellettuali puri non voglio dire disprezzo, ma fastidio misto a derisione. Fra le leggende che gli circolavano intorno, c'era quella di un congresso della gioventù missina nel quale un virgulto dell'allora Giovane Italia aveva chiuso il suo discorso citando Ugo Foscolo. «Questo Foscolo lo abbiamo espulso mesi fa», aveva tuonato lui in risposta, dal banco della presidenza. Vera è però la replica a un gruppo di evoliani, meglio evolomani, che lo assillava con l'età del kalijuga, il tempo della decadenza senza speranza. «Con il vostro Evola, in politica ci fate le pippe», era stata la replica. Non aveva tutti i torti.

Della generazione missina che poi divenne forza di governo ed ebbe ministri e sottosegretari, Teodoro non fece parte. Parlamentare per più mandati, non è però mai andato oltre il Comune, la Provincia e la Regione, e credo che questo orizzonte lo racconti meglio di qualsiasi necrologio. Visti i nomi, e le facce, di molti di quelli che ebbero cariche nazionali governative, non siamo di fronte a un'insipienza, o a una mancanza di ambizione. Più semplicemente, per uno che aveva cominciato a fare politica dormendo in macchina non avendo i soldi nemmeno per una pensione in zona Termini, c'era, credo, una sorta di rispetto per una passione militante che era stata la sua ragione di vita e che una successiva agiatezza media non aveva mai trasformato in una sinecura o nell'idea del posto fisso. Mi rendo conto che, detto oggi, può suonare retorico o patetico, ma c'è stato, ancora sino al penultimo decennio del secolo scorso, l'idea che la politica fosse un servizio e non un mestiere e che non si vivesse di politica, ma per la politica. Penso che, saggiamente, Buontempo, che da giovane era chiamato «Er Pecora» per la sua regione d'origine e certi orribili giacconi pelosi, via via che il tempo passava e gli ideali svanivano, si fosse reso conto che muoversi all'interno di realtà locali che conosceva bene fosse più soddisfacente e più in linea con la sua storia esistenziale che esplorare lidi lontani dove, inevitabilmente, sarebbe stato succubo di qualcuno e di qualcosa più forte, come potere, come pressione, come convenienze, di lui.

Politicamente, non c'era nulla che unisse Buontempo al sottoscritto, ma umanamente c'era fra noi quella simpatia che unisce chi al fondo ti rispetta e sa, che in quello che fa, c'è la buona fede e non il calcolo. Dell'avventura missina fino al lavacro di Fiuggi, Teodoro fu al livello giovanile un protagonista, anche contro l'età che a un certo punto lo mise fuori proprio per ragioni anagrafiche. Ciò non gli impedì comunque di avere un seguito e di esercitare un potere. Di quello che avvenne dopo, fu una sorta di esule riottoso e a suo modo coerente, nostalgico di una linea sociale e popolare, legato al proprio passato e non disposto, in nome del futuro, ad abiurarlo più di quello che la sua dignità gli avrebbe consentito. Era fegatoso e sincero, una persona perbene.

(di Stenio Solinas)

Epitaffio per il Pecora, con il suo ovile di ferraglia, passioni e aneddoti


Attraversava la notte romana, Teodoro Buontempo – i sampietrini restituivano il calore del sole, cena con cozze, una grappa e grandi risate. Abbracciava spazzini, salutava coatti, chiacchierava con tutti. Avvinghiava il cronista dell’Unità e spartiva storie e risate e memorie di botte – mai di risentimenti. “In Abruzzo dicono che solo due animali non si addomesticano: il lupo e il cafone. E io so’ lupo e cafone”. Raccontava sempre, Teodoro. Della monaca camerata che gli faceva il saluto romano, di quando abitava con Evelino Loi detto “Stasera mi butto” perché periodicamente saliva in cima al Colosseo e minacciava il gesto estremo, della discoteca dove si era esibito nel “fascio disco dance” – diceva. Gli anni Novanta di gloria destrorsa sorgente, l’odor di fogna alle spalle, come la Cinquecento amaranto parcheggiata a Villa Borghese dove dormiva appena arrivato a Roma: er Pecora, appunto, nel suo ovile di ferraglia e di passioni. Andò in visita alla Camera dei Lord a Londra – e al ritorno ne traeva stupori e risate e affilate considerazioni. “Mah… Uno stava con la panza per aria, uno si scaccolava, un altro metteva i piedi sul tavolo… Lo sai che te dico? Che alla fine, là dentro, l’unico vero Lord ero io!”.

Era simpatico, Teodoro, straordinariamente simpatico. Molto umano – con quell’odore di terra e di fatica e di scontri, del vero rimosso dal birignao del politicamente corretto che fa tutti uguali, e tutti noiosi. E di così tante storie. E forse di qualche rimpianto. “Ma scusa, non era meglio quando voi eravate comunisti e noi fascisti?”. Una notte la passammo a far ore piccole, dopo un fortuito incontro tra edicole e piazze, con il professor Augusto Barbera, illustre costituzionalista e deputato Pds, e Primo Greganti, il compagno G., che molto Teodoro elogiò e molto ammirò – “è stato in cella e non ha parlato, uno coi coglioni, mica come ’sti cagasotto del Polo”. E il caffè e un’altra grappa e ancora risate. “Viviamo in una società di merda, se non dai un pugno allo stomaco nessuno si accorge di niente”. E ti sorprendeva spiegandoti che non mangiava carne perché la memoria dell’animale ucciso, il suo sangue, per sempre conserva l’incancellabile attimo di terrore della morte – e il ragionare suo quello di Plutarco, che sublime e feroce contro il divorare bestie si scagliava, quasi ricalcava. “Ma tu non sei mussoliniano, sei plutarchiano!”. E allora si faceva pensoso, e poi ancora rideva: “Plutarchiano va bene, ma pure mussoliniano non è male”. E rideva pure quel giorno d’estate a Montecitorio, quando fu superato all’ingresso da una collega polista arditamente abbigliata, pantaloni pitonati e maglietta al minimo. Sulla soglia, i soldatini di guardia seguivano con sguardo sbavante il vistoso posteriore dell’eletta che transitava in mezzo a loro. Così, nell’afa di luglio, s’udì nella piazza rimbombare l’urlo d’allarme di Teodoro: “Ahò, fate largo, che mo’ lì dentro arriva la società civile!” (arrivò, purtroppo).

Era la perfetta icona del fascista da sbattere in gazzetta, in quei pazzotici anni Novanta, pur se lui, per ben figurare, e per adeguatamente sfottere Repubblica che gli chiedeva quali libri avesse mai letto, si consigliava e comunicava: “‘Sexual Personae’, di Camille Paglia” – fu allora un fiorire di pensose, filosofiche interviste al Pecora venuto da Ortona – che ne godeva, e ancor di più ne sghignazzava. Rivendicava e s’accalorava: “Rischiavamo la pelle e la libertà mentre la società degli anni Settanta scopava, ballava, si divertiva e comprava il televisore a colori…”. Riuscì a parlare in Aula per 28 ore di seguito, “mangiavo miele e acciughe, come Enrico Caruso”. Gli regalai un paio di gemelli con il fascio littorio, rinvenuti in un cassetto. “A me certo non servono”. “A me sì!”. Li scrutò con ardita tenerezza, poi passò lo sguardo dubbioso sui colleghi polisti lì a fianco: “Se me li metto, a quelli gli piglia un colpo!”. Un giorno, con giusto sdegno, una raffinata collega spagnola lo intervistava su certe fiaccolate contro i trans che aveva animato. E lui, cercando le parole nella lingua ignota, provò così a spiegarsi: “Vede, segniorìta, los frocios…”. Fu pieno di passioni, di pensieri molto politicamente scorretti, di vita dura che bruciava. Ma almeno è sempre vita vera.

(di Stefano Di Michele)

Un politico fieramente impresentabile



L'immagine più viva e surreale che ho di Teodoro Buontempo è disteso nudo sulla scrivania, con le mutande e gli anfibi, a prendere il sole che filtrava nella redazione del Secolo d'Italia in via Milano 70 a Roma.

Era l'estate dell'81. Sembrava un catafalco e i colleghi/camerati ci ridevano su, trattandolo da morto e lui incurante. Buontempo è stato la balia di mezzo Msi romano, Fini incluso. Alcuni figliocci non gli vennero su bene. Rautiano, animatore di radio Alternativa, oratore sanguigno, pitbull da combattimento in assemblea e in borgata, nobilmente ruvido e fascisticamente incline al cazzeggio, Teodoro fu sempre impresentabile e ne fece un titolo di nobiltà. Fascista di strada, homeless, emigrato abruzzese, metà lupo marsicano e metà pecora, da cui il soprannome, ricercato dai compagni, Buontempo aveva i quattro quarti dell'impresentabilità e li mostrava con fierezza. Fu molto popolare, fece battaglie dure e denunce ancora più taglienti del malaffare, che imbarazzavano anche i vertici inciuciosi del suo partito. 

Presidente de La Destra di Storace (un tandem ruspante con le cioce), Teodoro uscì pulito anche dalla recente porcata alla Regione Lazio, eppure fu assessore alla Casa. Un proverbio militante diceva: Rosso di sera Buontempo je mena. Ma a menarlo furono loro, una sera, a Campo de' Fiori. Per uno sfregio del destino o per una rivincita estrema, Buontempo è morto a cavallo del 25 aprile. Anche lui, a modo suo, ha festeggiato la Liberazione. Onore a Teodoro, per dirla come piaceva a lui. Non visse da pecora.

(di Marcello Veneziani)

lunedì 22 aprile 2013

L’esito inevitabile di una «fusione a freddo» mai riuscita


La Waterloo del Pd è il punto d’arrivo di una tormentata traversata del deserto. Percorso accidentato lungo il quale gli smarriti epigoni del Pci e i cattolici-democratici «margheritini» si sono incontrati per dar vita a un soggetto unitario il cui vizio d’origine è stata la «fusione a freddo»: il centrosinistra moribondo non è stato rivitalizzato da un’operazione abborracciata e contraddittoria. Questa esperienza, alla quale gli stessi protagonisti oggi guardano sgomenti, è stata segnata da diffidenze perfidamente coltivate e da risentimenti che hanno condizionato rapporti umani e strategie politiche. Una miscela esplosiva che più volte nel corso degli ultimi anni - a tacere dei fallimenti dell’Ulivo e dell’Unione prodiani - ha messo a repentaglio il Pd segnato da povertà ideale e culturale, molta supponenza e divorato da ambizioni inappagate di singoli e gruppi. La resa dei conti, sempre rimandata, tra le varie fazioni sedimentatesi nel partito fino a renderlo un vociante sinedrio nel quale il «tutti contro tutti» è stata l’unica regola osservata rigidamente, è avvenuta nel momento politicamente più complicato della vita della Repubblica. Si è, infatti, approfittato dell’estrema debolezza della politica, incapace di rinnovarsi e di fronteggiare crisi economica e malessere sociale, per scatenare l’inferno al proprio interno in occasione dell’elezione del capo dello Stato. A Montecitorio è come se i Democratici avessero celebrato il loro congresso piuttosto che concorrere all’individuazione di una personalità ampiamente condivisa da mandare al Quirinale.

Comunque si vorrà «leggere» l’autodistruzione del Pd, si converrà nel giudicare altamente irresponsabile l’atteggiamento di questo partito, guidato da una nomenklatura palesemente inadeguata e impresentabile, tale da costituire un serio problema per la nostra democrazia. Rifiutandosi di accettare il responso elettorale che suggeriva ben altro approccio alla crisi, Bersani, assecondato dai suoi più stretti collaboratori e da parlamentari «nuovisti» che nel vecchio Pci non avrebbero fatto neppure gli attacchini, in due mesi ha sfidato il buon senso e si messo sotto i piedi le regole più elementari della politica umiliando, oltretutto, le stesse istituzioni.

Animato dall’ostinazione di diventare premier senza avere i numeri per costituire una qualsivoglia maggioranza al Senato, ha blandito i «grillini» facendo eleggere presidenti dei due rami del Parlamento personaggi a loro graditi. Ha perso quaranta giorni prima di abbandonare l’illusione di prendere possesso di Palazzo Chigi producendo una rottura col presidente della Repubblica che è stato costretto a «inventarsi» i saggi per guadagnare tempo e arrivare all’elezione del suo successore. Su questo appuntamento «cruciale» Bersani è caduto definitivamente: ha corteggiato tutti, grillini, Pdl, Lega, Monti e ha bruciato in due giorni i padri fondatori del Pd stesso, Marini e Prodi. Adesso è nudo. La sua classe dirigente, apprese le sue dimissioni e quelle della Bindi, si è sbandata.

Dalle 19 di venerdì 19 aprile il Pd non c’è più. Sopravvive come sigla appiccicata su un contenitore vuoto. Della sua dissoluzione non porta la responsabilità soltanto Bersani, naturalmente. Anche Renzi, il furbetto del partitone, avrebbe qualcosa da spiegare. Ha lavorato per se stesso (s’era capito da subito) come un partitocrate d’antico stampo, alla faccia del rinnovamento. Cinicamente ha affondato Marini e forse Prodi dopo averlo proposto. Non creda di salvarsi dal naufragio.

La crisi del Pd, culturale e politica, è irrimediabile col personale che si ritrova. Va rifondato come soggetto di sinistra passando attraverso una salutare scissione che, peraltro, è nell’ordine delle cose. Si è capito che post-comunisti e post-democristiani, lacerati nelle rispettive file da opzioni contrastanti e da personalismi insanabili, non sono più in grado di riattaccare i cocci. Un «nuovo inizio» s’impone. Sarà Fabrizio Barca, certamente il più dotato intellettualmente e politicamente tra coloro che non portano nessuna responsabilità nella disfatta, a costruire il soggetto della sinistra, fondato su una chiara linea strategica? Tutto lo fa pensare. Certo è che un’altra traversata del deserto si profila davanti a quel che resta del Pd. Intanto il Paese non può aspettare. Si facciano, dunque, da parte rottamati e rottamatori. Una storia è finita. E resta ben poco da «narrare», se non lo sconcerto degli italiani e la figuraccia esportata in tutto il mondo.

(di Gennaro Malgieri)

mercoledì 17 aprile 2013

L'assurda democrazia del primo che passa


La cuoca di Lenin. Ma certo, come non averci pensato prima, è tutto così semplice, così naturalmente democratico, l'idea non di un Paese, ma di un gigantesco condominio dove si risparmia sulla luce, ci si muove in bicicletta, si pratica una piacevole autarchia e per guidare il governo, o per rappresentarlo al suo vertice istituzionale, è sufficiente, appunto, una collaboratrice domestica... Milena Gabanelli, ideale presidente della Repubblica per i grillini on line non se la prenda a male... È brava nel suo mestiere, si sa, ma nell'ottica della semplicità come in quella della eventuale competenza al ruolo, vale quanto il mio portiere. Se si vuole, colf e portieri a parte, il modello è una sorta di Islanda, con rispetto parlando, del Mediterraneo, non fosse che per abitanti, tutta l'Islanda sta dentro Catania e che per storia pregressa, luci e ombre, splendori e miserie, grandezze, mania di grandezza e disastri, l'Italia non è l'Islanda e, sempre con rispetto parlando, preferisco fallire come italiano che riuscire come islandese.

La fine della politica è anche questo, il rimodellamento della democrazia dal basso, senza filtri né ordinamenti, fiduciosi nelle virtù salvifiche e assembleari della Rete, minoranza che si finge maggioranza, va da sé; la fine, dico, come idea, come guida, come scopo ultimo di una comunità nazionale. È la rinuncia a selezionare e a crescere, a sperimentare la crisi e il conflitto. Non è la cura, ma un altro modo di manifestarsi della malattia in un Paese che da anni ormai naviga a vista, non sapendo più da dove è partito né a quale porto dovrebbe attraccare.

La fine della politica è però anche questo. Dopo aver avuto un sistema bloccato nel nome di un'impossibile alternanza, abbiamo messo su un finto maggioritario nel quale coalizzarsi era la condizione necessaria per vincere, ma non sufficiente per governare. Nella difficoltà a costruire un vero bipolarismo, con i due più grandi partiti che insieme non facevano la metà del corpo elettorale, ne abbiamo impiantato uno artificiale che si portava con sé i difetti, ma non i pregi, di quello proporzionale. L'insipienza e la cecità degli attori politici hanno fatto il resto.

Il risultato è la cachistocrazia attuale da un lato, ovvero il governo dei peggiori, la république des camarades, la repubblica dei compari, dall'altro, per riprendere il titolo di un celebre pamphlet di Robert de Jouvenel targato anni Trenta... Questo miscuglio di antico e moderno non deve sorprendere. La fine del Novecento si è portata con sé anche la fine della forma-partito che aveva tenuto a battesimo: militanti, gruppo dirigente e quadri intermedi fusi insieme in un sistema oligarchico onnivoro e però autosufficiente, sulla falsariga di quello industriale che economicamente gli era cresciuto a fianco e che a sua volta con il Novecento si è inabissato. Il post-fordismo non ha riguardato soltanto la fabbrica, ma al posto di de-localizzare, ridurre, tagliare e concentrare, il sistema dei partiti si è mosso, nella sua totalità, in una logica in cui il militantismo che scompariva di pari passo con il venir meno delle fedi politiche, veniva sostituito da un professionismo remunerato, gente che non viveva weberianamente per la politica, ma, più semplicemente, di politica. Tutto ciò reso possibile da un accordo di vertice, i camarades-compagni della repubblica parlamentare, responsabili di un finanziamento pubblico mascherato da rimborso elettorale che è un unicum nell'ordinamento democratico europeo: non legato cioè alle spese sostenute o ai voti ottenuti, ma al numero degli aventi diritto al voto, del corpo elettorale insomma. I Lusi, i Fiorito eccetera vengono da qui, partiti che incassano molto di più di quello che spendono e che capitalizzano ciò che non è loro. La cachistocrazia sostituisce la passione politica con l'interesse economico e il controllo delle risorse, il compagnonnage assicura la tenuta...

È da qui che bisognerebbe ripartire, da una nuova legittimità, da un nuovo mito fondante, non dalla seduzione superficiale di chi, coniugando la tecnologia all'individualismo, si illude da monade di essere massa, dà libero sfogo a invettive e recriminazioni scambiate per pensiero e si condanna a una virtualità travestita da esperienza, pietosa nei suoi effetti pratici quanto esaltante nella assoluta mancanza di freni inibitori, paradigma di quel populismo politico dove tutto è semplice, è terra terra, sanamente volgare, dal linguaggio alla soluzione dei problemi, una sorta di gara di rutto libero...

L'ossessione per il controllo e la trasparenza aggiungono a tutto ciò un retrogusto vagamente totalitario, l'idea di un esercito telematico di guardiani-guardoni della virtù pronto alla denuncia-gogna del reprobo, la sindrome del rivoluzionarismo irresponsabile e immobile degli italiani, il suo progressismo generico e intollerante, il suo esasperato atteggiamento moralistico, la retorica demo-qualunquista fatta di presa diretta con la «gente», di collegamenti con le piazze, di mitologie sul comune cittadino, di appelli, di marce, di firme, di petizioni...

Non bisogna illudersi più di tanto su un Paese reale che si contrappone a quello legale, una «società civile» opposta e contraria a quella «politica». Sono gli italiani, siamo noi italiani, il problema.

(di Stenio Solinas)

Draghi: l'euro vivrà, voi morirete


Riportiamo i passaggi più significativi dell’articolo di un giornalista e scrittore italiano molto conosciuto, Maurizio Blondet, che ha voluto riportare sul suo sito di informazione www.effedieffe.com delle frasi che il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha dichiarato in occasione della conferenza stampa della Bce del 4 Aprile scorso; frasi che nessun giornale ha colto, ma che, come leggerete, sono di fondamentale importanza alla luce del dibattito attuale sulla permanenza nell’euro.

Le dichiarazioni di Draghi
 
Un giornalista del sito Zero Hedge gli pone questa domanda:
 
Se, poniamo, la situazione in Grecia o Spagna peggiora ancora, e quei Paesi sono obbligati ad uscire dall’eurozona, esiste un piano per far sì che i mercati non collassino? Esiste una qualche rete di protezione strutturale, specialmente nell’area dei derivati? E la seconda domanda è: cosa accadrebbe della sua Emergency Liquidity Assistance che avete dato a Cipro, circa 10 miliardi di euro, se il Paese lascia l’eurozona?

Il presidente risponde
 
Lei sta ponendo domande così ipotetiche che non ho una risposta…beh, posso dare una risposta parziale. Questo tipo di domande sono formulate da gente che sottovaluta di gran lunga quel che l’euro significa per gli europei, per l’euro-area. Essi sottovalutano di molto la quantità di capitale politico che è stato investito nell’euro. È per questo che continuano a chiedere cose come: “Se l’euro si spacca? Se un Paese abbandona l’euro?”… Non è come una porta scorrevole. È una cosa molto importante. È un progetto dell’Unione Europea. Sicché spendete il fiato invano quando continuate a chiedere a gente come me “cosa accadrebbe se…”. Non esiste un piano B.
In secondo luogo, la BCE ha mostrato la sua determinazione nel combattere ogni rischio di ridenominazione (sic). E l’OMT con le sue precise norme, ed agente entro il suo mandato, esiste appunto a questo scopo. Così rispondo alla sua prima domanda. La seconda domanda era sull’ELA, ma ancora una volta è subordinata a “se Cipro lascia…”. Di nuovo, non abbiamo in mente questo… Nessun piano B.

Ma soprattutto ha dichiarato

La gente come me ha investito tutte le sue fortune, la sua autorità, carriere e prestigio nella costruzione dell’euro. Se l’euro si spacca, noi persone veramente importanti andiamo a pallino: perdiamo tutto, prestigio, carriere, autorità, soldi e potere. Perciò non ci sarà mai un’uscita dall’euro. Troppo grande è il capitale politico che ci abbiamo investito.

Dunque forse per la prima volta, Draghi ha detto la verità: e la verità è che i vertici europei, i banchieri, gli eurocrati non stanno cercando di salvare gli europei, siano essi gli italiani, i ciprioti, i greci o gli spagnoli; stanno cercando di salvare a tutti i costi se stessi e l’euro. Pesantissima infatti la frase pronunciata in seguito da Draghi, "L’euro non è una porta scorrevole; l’euro è la porta della prigione che abbiamo chiuso a tripla mandata; e tanto peggio per voi, carcerati, se morirete di disoccupazione, fame e freddo".
Lo smantellamento dell’euro sarebbe per la Bce un vero e proprio suicidio politico, quindi non avverrà.
 
Il commento di Blondet

Alla fine dell’articolo, il giornalista italiano esprime il suo rammarico per la situazione del suo popolo e dichiara,
 
Mi spiace per voi, italiani. Voi che a milioni perderete il lavoro perché avete voluto stare nell’euro «forte»; che vi suiciderete perché Equitalia vi chiede immense cifre che non avete come Imu per seconde case che non vi servono, che non potete permettervi ma che non potete vendere, perché le banche non danno i mutui; mi dispiace per voi che le avete provate tutte per tenere la testa fuori dall’acqua, e adesso non sapete più cosa fare, non avete più speranza; mi spiace per i vostri figli che sono senza lavoro, ma anche senza istruzione, conoscenze e cultura per andare all’estero a cercarlo – perché avete voluto e difeso la scuola «facile e di massa». Mi spiace per voi, soprattutto, perché anch’io oggi dipendo da voi, la mia pensione viene pagata dai giornalisti che sono al lavoro – e che vengono licenziati ormai a vagonate.

Ma poi dice che la colpa è stata proprio nostra
 
Ma da un punto di vista oggettivo e spassionato, voi meritate di finire così. Perché in maggioranza schiacciante, vi siete occupati solo di calcio. Non di economia, «perché è difficile», né di politica, «perché tanto fanno quello che vogliono». Perché non avete studiato né lingue né mestieri reali, perché tanto «il benessere» era assicurato come tutti «i diritti» che vi dicevano di avere. Perché non avete capito come cambiava il mondo. Perché non esiste un popolo più provinciale, più abbandonato agli impulsi di pancia, più imperioso nel volerli soddisfatti subito e tutti, più ottusamente aggrappato ai propri interessi più corti e di breve respiro, più litigioso e incapace di unirsi di voi; incapace di scegliersi comandanti fra i migliori; più incivile e passatista ed arretrato culturalmente, più spregiante dell’intelligenza così rara fra voi; mai visto un popolo che espelle all’estero centinaia di migliaia di suoi giovani, i migliori, perché «troppo qualificati» per noi; mai visto un popolo più beotamente prono ad adorare gli idoli sbagliati, che vi venivano proposti all’adorazione di volta in vola. Un popolo così, non merita di vivere.
Vi è piaciuto Ciampi. Avete venerato Veronesi, Saviano; avete deriso «i complottisti» che vi dicevano la verità, perché «il tg non lo dice».
Se siete di sinistra, avete fatto di tutto per stroncare Renzi («infiltrato di destra») e preferito Bersani, ed ora sperate in Barca, perché è «un compagno» (un compagno che vi terrà dentro l’euro, la prigione dei popoli). Avete avuto gran rispetto di Monti. Avete voluto credere che il nemico interno è l’Evasore Fiscale anziché il Parassita Sociale, ancorché siate nel Paese che l’amministrazione pubblica tassa come gli stati scandinavi, ma dandovi servizi come gli africani.

Infine, conclude

E avete gran rispetto e considerazione anche di Draghi. Draghi vi ucciderà farà del vostro Paese un deserto di industrie, e le industrie che muoiono non torneranno più nemmeno quando tornerete alla lira per disperazione e necessità. È terribile quel che vi accade e vi accadrà, perché anch’io sono uno di voi. Ma sul piano oggettivo, avete quello che meritate. Che avete scelto. Che avete voluto.

(fonte: www.forexinfo.it)

domenica 14 aprile 2013

«Io e l'incubo del rogo»


«Io mi sono salvato perché ero il più piccolo. Avevo 4 anni e dormivo qui, in camera da letto, con mamma e papà, insieme con la più piccola tra le mie sorelle, Antonella, che di anni ne aveva nove. I nostri genitori ci hanno trascinato di peso verso la porta e giù per le scale. Le due sorelle più grandi, Silvia di 18 anni e Lucia di 14, dormivano là, nel tinello, e si sono calate dal balcone». 

Silvia è caduta, si è rotta due vertebre e tre costole, ma si è salvata. Virgilio, il più grande — avrebbe compiuto 22 anni ad agosto — e Stefano, che ne aveva compiuti dieci a febbraio, dormivano laggiù in fondo, nella cameretta. Sono morti bruciati vivi. E non hanno mai avuto giustizia. Prima sono state vittime di una vergognosa campagna di bugie e mistificazioni orchestrata dalla sinistra. Poi sono stati strumentalizzati dalla destra per far sopravvivere una liturgia ideologica. Io mi batto perché i loro assassini paghino. E perché la loro memoria resti viva senza bisogno di essere mitizzata o usata». 

Giampaolo Mattei è un grand’uomo. E non solo perché è alto, grosso, mite. Perché è riuscito a crescere senza odio, nonostante la sua famiglia sia stata vittima di una delle vicende più turpi della storia repubblicana. Nel pavimento della sede della sua associazione, in una viuzza di periferia in riva al Tevere, ha riprodotto la pianta della casa di Primavalle, incendiata con la benzina la notte del 16 aprile 1973, quarant’anni fa, da almeno tre militanti di Potere operaio: Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo. Ma la mistificazione comincia già sui quotidiani del giorno dopo, che il superstite dei fratelli Mattei ha ritagliato ed esporrà nella mostra sugli anni di piombo a Roma, che sta contribuendo a organizzare. Ci saranno anche le foto dei suoi fratelli. Virgilio ragazzo, che sorride accanto alla sua fidanzata Rosalba. Stefano bambino, nudo sul lettone. 

«Non ci sarà la foto di Virgilio affacciato alla finestra, già sfigurato dal fuoco. Lo so che è considerata il simbolo della tragedia. Ma è una foto che per la mia famiglia non esiste: abbiamo conservato le pagine dei vari giornali, e hanno tutte un buco in mezzo. Le mie sorelle ogni volta ritagliavano la foto e la gettavano via, per impedire che nostra madre la vedesse. Quando l’immagine appariva ai telegiornali, uno di noi si alzava e si metteva tra la mamma e il video. Un giorno l’Msi romano tappezzò la città con quella foto. Mio padre chiamò un dirigente per lamentarsi: i manifesti furono tolti. È l’unica volta che l’ho sentito parlare del rogo in cui morirono i suoi figli. Se n’è andato dodici anni fa, senza aggiungere altro». 

«Guardi, questi sono i titoli dei quotidiani del giorno dopo. Lotta continua: “La provocazione fascista oltre ogni limite arriva al punto di uccidere i suoi stessi figli”. Il Manifesto: “È un delitto nazista”. L’inchiesta coinvolse Diana Perrone, figlia di uno dei proprietari del Messaggero, che fece una campagna innocentista, culminata con il titolo a tutta pagina: “Assolti! La vergognosa montatura fascista è crollata…”. Gli intellettuali di sinistra si mobilitarono. Franca Rame scrisse a Lollo: “Ho provato dolore e umiliazione nel vedere gente che mente senza rispetto nemmeno dei propri morti…”. Le vittime erano diventate carnefici. Quando Clavo e Grillo furono fermati in Svezia, Alberto Moravia lanciò un appello perché fossero accolti come esuli politici e non venissero estradati. Umberto Terracini li difese. Riccardo Lombardi scrisse: “Caro compagno Lollo, voglio incoraggiarti a resistere alla persecuzione…”». 

In Appello i tre furono condannati per omicidio preterintenzionale, ma in contumacia. Solo nel 2003, a reato prescritto, Lollo confessò tutto in un’intervista al Corriere della Sera, poi confermata a Porta a Porta, chiamando in causa altri tre militanti. «Mi risulta che ora la Procura abbia riaperto l’inchiesta. Spero ancora che si arrivi a punire i responsabili. Nessuno tocchi Caino, d’accordo. Ma ad Abele chi pensa? Lollo oggi è un uomo libero, forse sta in Brasile. Clavo e Grillo fuggirono in Nicaragua, non hanno fatto neppure un giorno di carcere. Non li odio, ma ho dentro tanta rabbia. Quante menzogne, quante prese in giro. Guardi questo libro, non firmato: “Incendio a porte chiuse”. Montarono la tesi della faida tra missini. Tirarono fuori persino presunte amanti di mio padre, per istillare il dubbio della vendetta passionale…».

«È vero che il clima all’interno del Msi era pesante: mio padre stava con Almirante, talora lo scortava, era contro Ordine nuovo e i rautiani. Ma il pericolo veniva dagli estremisti di sinistra. La sezione di cui mio padre era segretario era intitolata a Giarabub, l’oasi del deserto libico dove gli italiani avevano resistito agli inglesi. Anche papà aveva fatto la guerra, gli americani lo presero prigioniero ad Anzio e lo tennero due anni nel Fascist criminal camp di Hereford, in Texas, con Alberto Burri, Gaetano Tumiati, Giuseppe Berto. In un quartiere rosso come Primavalle, la sezione del Msi era il bersaglio. Il clima dei mesi precedenti al rogo era terribile: quasi ogni giorno una molotov, un’aggressione. Ma pareva impossibile che si arrivasse a uccidere».

«Almirante per noi era una persona di famiglia. Ai suoi comizi veniva sempre il momento in cui citava i fratelli Mattei. I militanti ci baciavano e ci abbracciavano. Io volevo saperne di più, di notte fingevo di dormire e scendevo in cantina a leggere i ritagli, quelli con il buco al posto della foto. Donna Assunta venne al mio matrimonio. Ma poco per volta siamo stati dimenticati. Fini, Gasparri, i capi della destra romana non si sono mai fatti vivi. Da quando è diventato sindaco sento Alemanno. Anche la Meloni ci ha aiutati. Veltroni ha avuto coraggio, è venuto a trovare mia madre senza telecamere, ci ha fatto incontrare i familiari dei morti di sinistra, ho abbracciato la mamma di Valerio Verbano, il padre di Walter Rossi. I militanti di estrema destra non me l’hanno perdonato. Ho ricevuto insulti, minacce. Ma io non voglio che i miei fratelli diventino pretesto per manifestazioni di revanscismo fascista e scontri con i centri sociali. I miei fratelli voglio ricordarmeli vivi. Quando nel 2008 ho scritto un libro, “La notte brucia ancora”, sulla copertina ho messo una loro foto al mare, in costume da bagno, felici. Mi piacerebbe tanto ritrovare Rosalba, la fidanzata di Virgilio, perché mi parli un po’ di lui. So che era romanista perché sulle bare misero il tricolore e il gagliardetto giallorosso, che però si sono polverizzati quando abbiamo tolto i miei fratelli dal loculo per seppellirli nella cappella che papà aveva preso al Verano. Con le famiglie delle altre vittime non è una pacificazione; io non ho litigato con nessuno. Preferisco parlare di condivisione. Mettiamo in comune la rabbia e il dolore, la difesa della verità e della memoria».

(fonte: www.corriere.it)

La grazia ipocrita allo 007 Usa colpevole di sequestro


Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha graziato d'ufficio, cioè sua sponte, senza che vi fosse una richiesta dell'interessato e nemmeno delle autorità statunitensi, Joseph Romano, nel 2003 capo della base militare Nato di Aviano, condannato il 19 settembre 2012 dalla Cassazione, e quindi in via definitiva, a 7 anni di reclusione per il rapimento, a Milano nel febbraio 2003, dell'Imam radicale Abu Omar, di null'altro colpevole che di essere tale. Con Romano sono stati condannati dalla cassazione 22 agenti Cia che parteciparono all'operazione, compreso il capo dell'Intelligence americana a Milano, Bob Lady. Condanne cui si sono aggiunte, per ora solo in Appello, quelle di altri tre agenti Cia che operavano a Roma sotto vesti diplomatiche.

In questa operazione che gli Americani chiamano di «Extraordinary rendition» (in cui 007 Usa sono autorizzati a compiere qualsiasi tipo di reato in territorio straniero, in violazione di tutte le norme del diritto internazionale, col pretesto della lotta al terrorismo) Romano ebbe un ruolo centrale. Come capo della base Nato di Aviano, che gode di extraterrritorialità, fece entrare gli autori materiali del sequestro. Da qui trasportare Abu Omar nell'allora amico Egitto di Mubarak, dove la tortura è ammessa e praticata, fu un gioco da ragazzi. E infatti nelle prigioni egiziane Abu Omar fu sottoposto a torture fisiche e umiliazioni in stile Abu Ghraib, Guantanamo e anche peggio.

Giorgio Napolitano non poteva concludere in un modo peggiore il suo settennato. Il fatto stesso che abbia sentito il bisogno di motivare il suo atto dietro cavilli giuridici, giudicati da tutti i giuristi interpellati, nella più benevola delle ipotesi, «schiocchezze», dimostra che aveva la coda di paglia. La grazia è una prerogativa esclusiva del Capo dello Stato, un retaggio del potere regale, e puo' concederla a suo insindacabile giudizio. Ma Napolitano, con tipica ipocrisia catto-comunista, ha voluto travestire con abiti giuridici, tra l'altro sconfessando in questo modo ancora una volta, alla maniera di Berlusconi, la Magistratura italiana, una decisione squisitamente politica. Lo conferma il fatto che Joseph Romano, da tempo latitante e al sicuro negli Stati Uniti, come tutti gli altri 007 condannati, non correva alcun rischio di finire in carcere. Non solo perchè gli americani, che non ammettono che i loro militari siano giudicati all'estero mentre pretendono che quelli dei loro nemici siano spediti davanti al Tribunale internazionale dell'Aja, non ce lo avrebbero mai consegnato (come è avvenuto per il pilota responsabile della tragedia del Cermis, 20 morti, come avviene per i militari Usa di base a Napoli che stuprano le ragazze partenopee, rifugiandosi poi nell'extraterritorialità), ma perchè tutti e sei i ministri della Giustizia avvicendatisi dopo la vicenda di Abu Omar (Castelli, Mastella, Scotti, Alfano, Palma, Severino) appena insediati si sono affrettati a rassicurare gli americani che rinunciavano a dar corso alla ricerca dei latitanti in campo internazionale. Ci eravamo quindi già appiattiti come sogliole ai piedi degli Usa, cui è consentito nel nostro Paese fare cio' che vogliono, commettere anche, restando impuniti, i reati più ripugnanti, come il sequestro di persona e, sia pur interposto Egitto, la tortura. Il Presidente Napolitano ha voluto fare un ulteriore atto di servaggio. Per chi a cuore, nonostante tutto, la dignità del nostro Paese, suonano mortificanti le parole pronunciate dallo svizzero Dick Marty, relatore del Consiglio d'Europa per le indagini sui 'voli segreti' della Cia: «Non è un atto di giustizia , ma di sudditanza verso gli Stati Uniti».

(di Massimo Fini)